VI.

«Cosa diavolo diventa quel pazzo di Giorgio?--pensava Tibaldo.--Egli

ha fatto il contrario di ciò che io aveva predetto. Come credere

infatti, abituato come era, che non si avesse ad annoiare? Ma con lui

non si è mai sicuri di nulla. Partito senza nemmeno dirmi dove andava;

passarono due mesi senza che io sapessi se egli fosse vivo o morto,

buddista o maomettano, re di un'isola deserta o fotografo. Finalmente

si è degnato scrivermi una pagina da Madrid, poi mezza pagina ancora

da Madrid, poi cinque righe, poi una, poi niente, e sempre da Madrid!

Poi, silenzio continuato. Non par vero, ma sono sette mesi che è

partito, e da tre non so più nulla e torno a cadere nella inquietudine

di prima. Che si sia fatto frate in qualche convento spagnolo?»

Così soliloquizzava l'amico Tibaldo.

E non aveva torto. Egli aveva creduto fermamente che la prova tentata

da Westford sarebbe fallita, e si aspettava di vederlo tornare in capo

a un mese. Sette invece ne erano passati, e non solamente Giorgio non

tornava, ma non scriveva nemmeno più. Ciò provava chiaramente a

Tibaldo che il suo amico si divertiva; se si fosse annoiato, avrebbe

scritto. E non impediva del resto che se qualcuno gli domandasse nuove

del duca, Tibaldo prendesse un'aria d'importanza e desse delle

risposte sibilline e oracolari, poco soddisfacenti, ma di uno che sa

tutto e non vuol dir nulla. Intanto egli stesso si perdeva in vane

congetture.

Egli pensò che Giorgio girasse le montagne in cerca di emozioni, che

avesse organizzato qualche caccia di nuovo genere, che si fosse dato

agli studi scientifici, che facesse delle indagini storiche sulla

Inquisizione, che stesse raccogliendo dei disegni del Goya, che

imparasse la nobile professione del torero, che passasse le giornate

intere con le castanette fra le dita, persino che si fosse implicato

in qualche agitazione rivoluzionaria. Gli venne anche più volte, a

dire il vero, il sospetto ch'egli si fosse incapricciato di una

qualche strana zingara--dalla tinta dorata, dall'occhio fosco e

magnetico, e regalmente avvolta nelle sue vesti cenciose--ma egli

conosceva Giorgio abbastanza per sapere che un capriccio di tal genere

sarebbe stato breve, che presto sarebbe subentrata la sazietà, e che

una tale avventura lo avrebbe anzi spinto più presto sulla via del

ritorno.--Quale dunque, fra tutte codeste ipotesi, poteva essere la

vera?--Nessuna, come sa il lettore. L'idea stravagante, inammissibile,

ch'egli fosse innamorato per davvero, se gli passò come un lampo per

il capo, altrettanto rapidamente sparì.

In questo non possiamo a meno di dichiarare, che Tibaldo era

pienamente giustificato. Com'era possibile infatti che un giovane, il

quale appena fuori dell'infanzia era stato affatto indipendente, che

aveva amato ed era uscito incolume dalla battaglia, si avesse ad

innamorare come un eroe da romanzo?--Difficile com'era poi e per le

doti dello spirito e per la bellezza fisica--per questa specialmente!

Egli ch'era vissuto, per così dire, nell'intimità dei capolavori

dell'arte, egli troppo amante delle statue greche e dei quadri antichi

per poter giudicare belle le signore alla moda, egli che oltre di

essere stato assai fortunato in amore, aveva in casa sua tutto un

_harem_ di donne dipinte--la miglior medicina contro l'amore per chi

ha occhio d'artista--egli avrebbe dovuto per innamorarsi trovare una

donna bella più di tutte le donne conosciute in carne ed ossa, in

marmo e in tela, appassionata come Saffo, affascinante e côlta come

Aspasia. Era questo possibile?

Ah, Tibaldo, chi lo direbbe, chi lo avrebbe detto, chi lo crederà?

Paquita ha bastato.--Ella non ha nè la maestà di Cleopatra, nè la

bellezza di Frine, nè fascino di spirito, nè sapienza di alcuna sorta,

nè ricche vesti o collane di perle, nè profilo classico, nè portamento

da regina--non ha che uno sguardo di fuoco, un sorriso tutto suo,

solamente suo, ed un cuore nuovo. Le sue perle non le mostra che

quando ride, non stende il suo manto che quando si scioglie i

capelli.--Eppure...! O fralezza umana!

Malgrado la sua riputazione, Westford non era un don Giovanni. Piaceva

assai e sapeva piacere, ma non era nè attento, nè ipocrita, nè freddo

abbastanza. Nella vita ordinaria era di una indolenza senza pari e di

una strana indifferenza; dimenticava un appuntamento come un altro

avrebbe dimenticato un debito. Si esaltava difficilmente; la bellezza

non sembrava mai bella ai suoi occhi guastati. Ma, curiosa

contraddizione, egli sentiva molto; dimodochè se un capriccio lo

afferrava, abbastanza forte per farlo uscire dalla sua indifferenza,

subito, oltre l'imaginazione, il cuore vi entrava un tantino, e tutti

sanno che il cuore è un elemento contrario al successo.

Provava per Paquita una passione capricciosa, ma forte e non mai

provata. Se Mefistofele gli fosse stato vicino, egli avrebbe detto

come Faust: «Vedi quella fanciulla? io la voglio». La bramava

intensamente, pazzamente, con una forza di cui egli stesso non si

credeva capace.--Intanto viveva una vita nuova; più non si curava

delle altre cose, non aveva ancor veduto l'Alhambra, non pensava più a

correr pei monti in cerca di avventure, non aveva più curiosità per le

opere d'arte, abbandonava i suoi amici di un giorno, tranne il cugino,

non guardava più le belle signore ai balconi dei palazzi, non andava

più al Prado. Ma tutti i giorni, o quasi, trovava modo di vedere

Paquita, nella cui casa era altrettanto bene ricevuto dalla nonna

quanto dalla nipote.

Non era necessario affermare la virtù di Paquita; bastava guardarla,

per convincersi ch'ella era pura. Sebbene Westford fosse creduto un

pittore, pure era in posizione sociale già un po' troppo al di sopra

della loro, perchè la vecchia credesse ch'egli potesse sposare la

fanciulla. Una tale idea non l'era mai passata per la testa, e lo

vedeva volontieri sovente perchè non pensava che vi fosse alcun

pericolo e anzi credeva che con la sua influenza potesse far decidere

il cugino, e perchè era tanto buono, cortese e simpatico.

E Paquita? Ella l'amava. L'amava come si ama a diciott'anni, a Madrid.

Finalmente aveva trovato quello pel quale aveva rifiutato tutti gli

altri, compreso il cugino, addolorando la nonna. Ella amava la

_distinzione_, e questa non l'aveva trovata che nel pittore Giorgio.

Ben inteso che non s'illudeva e che resisteva alla passione da cui era

invasa, sapendo benissimo che un bel giorno egli sarebbe partito. Pure

l'amava.

Giorgio non ne dubitava, se n'era prestissimo accorto. Ma, lo

ripetiamo, non era un don Giovanni, e andava già da mesi in casa della

fanciulla, senza esser molto avanzato. Quel tempo gli era trascorso

con una velocità sorprendente; quei mesi gli erano sembrati settimane.

Non aveva un'idea ben precisa di quando era cominciato quel tempo, non

sapeva del tutto quando sarebbe finito. La sua vita era chiara e

limpida come il cielo che aveva sul capo, ma un forte desiderio lo

rodeva.

A Paquita egli sembrava la realizzazione di un ideale lungamente

atteso. Nei primi sogni dei quindici anni ella aveva travisto una

figura che non aveva riscontrato che il giorno in cui Giorgio si era

affacciato all'uscio. Ella era nata con un sentimento di eleganza e di

distinzione tale che nessuno dei rozzi pretendenti che le si erano

presentati avevano potuto piacerle. All'istesso tempo ella non gettava

mai uno sguardo agli eleganti vestiti alla parigina, che incontrava al

passeggio della domenica, perchè la nonna, sapendo da che parte

stessero i pericoli, li aveva tutti mostrati sotto l'aspetto di

canaglia ben vestita e di seduttori infami. In Giorgio trovava ciò che

in quelli che la corteggiavano mancava, senza che fosse nella

categoria proibita. Allo stesso tempo però non si faceva alcuna

illusione e cercava di soffocare la passione nascente.

Vi era in lei molta di quella fierezza spagnola che in quel paese si

riscontra spesso anche nelle classi meno elevate. Senza avere alcuna

delle vane affettazioni di convenienza tanto comuni in questo secolo

stranamente morale, vi era in lei la purezza della donna sicura di sè.

Non le sembrava possibile di poter essere mai di altri che dell'uomo

che l'avrebbe amata profondamente e che le avrebbe dato tutto quello

che possedeva. Ella rideva volontieri di tutto, non si scandalizzava

facilmente, non teneva gli occhi bassi, non portava il velo sul viso,

non si turava ad ogni momento le orecchie, non arrossiva tutti i

cinque minuti; ma per lei diventare la favorita di un re era

abbassarsi quanto per una figlia di re sposare un poeta.

Westford capì subito dunque che il partito cui si sarebbe appigliato

un Lovelace qualunque, di svelarle il suo vero nome, far scorrere su

di lei un torrente di diamanti e offrirle un palazzo principesco, era

precisamente il peggiore di tutti. Per quanto ciò gli ripugnasse un

poco, era necessario continuare a fingere e tentare di alimentare

sempre più l'amore che aveva già inspirato, sembrandogli, e

giustamente, che se fosse possibile vincere, la vittoria non gli

poteva essere accordata che dal piccolo Dio dagli occhi bendati, i cui

strali qualche volta rendono le sue vittime cieche quanto lui. Quando

considerava pacatamente la sua condotta e comprendeva a cosa veniva

spinto, la sua coscienza protestava contro il suo progetto, il rimorso

lo assaliva e prendeva i più fermi proponimenti di lasciare ogni cosa,

di partire all'indomani, di essere forte e generoso. Ma quando la

vedeva, restava. Cercava di persuadersi che questo amore in fine non

era che un capriccio e nulla più, che se avesse avuto il coraggio di

troncare e partire, dopo un mese non se ne sarebbe forse più

ricordato, ed ora si sentiva il bisogno di tornare alla sua vita

solita, come prima si era sentito quello di cambiarla; aveva le stesse

aspirazioni verso le noie parigine, che prima aveva avuto verso la

libertà dell'incognito, e cominciava davvero a pentirsi di aver posto

il suo piano in esecuzione. Ma come prevedere una così strana cosa,

ch'egli avesse ad amare veramente? Stupiva di sè stesso quanto avrebbe

stupito Tibaldo. Talvolta ne rideva. Intanto continuava a decidere

tutte le mattine di partire, ma se vedeva Paquita nella giornata,

decideva di restare.

Ed ogni giorno s'innamorava di più perchè ogni giorno capiva più

chiaramente di essere amato. Ella tentava di fingere ancora, ma

dissimulava con la sublime disadattaggine della passione, e quando la

sua bocca taceva o negava, lo sguardo, il gesto, il sorriso, tutto

affermava; ogni cosa la tradiva, l'amore traspariva da ogni suo

movimento. Vi era in lei quella stanchezza derivante dalla lotta con

la passione che invade, la sua voce si raddolciva sempre più, la sua

mano pareva accarezzare qualunque cosa toccasse, il suo velo sembrava

cascarle sul viso in pieghe più molli.

Giorgio la vedeva spessissimo; la sua vita si era fatta monotona e

calma; il suo tempo si divideva in due parti; quello in cui la vedeva

e quello in cui non la vedeva; questo era la tenebra, il nulla; quello

era la vita. La nonna era però quasi sempre presente, ed essi non si

erano mai confessato completamente i loro sentimenti; ma in ambedue il

labbro solo taceva. Essi erano avvolti da quell'aura profumata e

inebriante, sembravano circondati da quel nimbo luminoso con cui

l'amore corona la gioventù e la bellezza nell'esordio della passione,

il loro silenzio era di una eloquenza strascinante, un fluido

magnetico passava nei loro sguardi; e quando si toccavano la mano non

dubitavano più.

Qualche volta, spesso anzi, il duca pensava, quanto i suoi amici

avrebbero riso dei suoi scrupoli. Evocava l'ombra dei Lauzun e dei

Richelieu; accusava sè stesso di essere, quanto un poeta qualunque,

affetto dalla malattia del secolo, che snerva, che ammollisce, che

rende tenero e indeciso. Pensava a mille modi per ottenerla, non

rifuggiva davanti a nulla, gli sembrava ridicolo di non osare, pensava

quanti non sarebbero stati per un sol momento nemmeno toccati dai

rimorsi che lo arrestavano. Altre volte invece temeva, si accusava,

disperava, voleva partire, giurava a sè stesso di non aver nulla da

rimproverarsi. Essi si amavano, senza quasi esserselo detto, come due

fanciulli; vedendoli insieme sembrava impossibile che l'amore non li

avesse a riunire.

Quando la nonna era nella stanza vicina e che essi si trovavano soli

nella povera cameretta di Paquita, allora che il duca di Westford,

l'uomo alla moda, l'impareggiabile, l'inimitabile, sembrava uno

scolaro, quando i loro sguardi s'incontravano ogni volta che si

sfuggivano, quando le mani si univano involontarie, quando la sedia di

Giorgio come inavvertitamente si avvicinava a poco a poco a quella

della fanciulla, quando le labbra pronunziavano una parola e

l'orecchio ne udiva un'altra, quando il loro silenzio li tradiva ed il

cuore palpitava, erano una di quelle imagini come ben di rado si

presentano tanto vaghe alla fantasia dell'artista.--La modesta

cameretta sorrideva, rallegrata dal raggio di sole vivissimo che,

penetrando dalla finestra, illuminava quelle due teste che pendevano

l'una verso l'altra; i vecchi mobili, l'oscura alcova, lo specchio

annerito, gli angoli rimasti nell'ombra, tutto pareva più lieto, vi

era nell'aria qualcosa di fluttuante e di misterioso. Era una di

quelle scene che devono costringere gli angeli stessi a sorridere, pur

celando il viso purissimo fra le ali azzurre--e che i piccoli spiriti

astuti, in agguato di tali cose, certo osservano con attenzione,

ridendo a bassa voce di un riso sonoro, argentino, un po' beffardo,

come esperti abbastanza della fralezza umana per sapere quanto siano

inutili certi proponimenti. Gli augeletti che cantavano dal loro nido

della gronda, sembravano irridere al loro turbamento, l'aura estiva

susurrava negli alberi che a lor volta parevano dir loro: «noi ci

abbandoniamo alle ondulazioni che il vento c'imprime, perchè volete

resistere?»

La gran rivale · 第 20 / 53 题