«Mia madre sta un poco meglio, comincia a mangiare e fra qualche
giorno potrà forse alzarsi un tantino, ben inteso che questo
miglioramento pur troppo non diminuisce per nulla la gravità del male;
i medici al solito non vi capiscono molto. Di aspetto non è male, chè
si è molto rialzata di morale dopo il mio arrivo; la povera donna si
era ostinata a non volermi vedere, ma faceva uno sforzo; ora non può
fare a meno della mia compagnia ed io non la posso abbandonare; se
sapessi quanto la sua accoglienza mi ha commossa, bisognerebbe perciò
capire tutto il bene che mi ha fatto il suo perdono. Mio padre è
giunto da Napoli; davanti al pericolo tutti i rancori cessano e le
affezioni rifioriscono; egli col suo solito modo strano mi ha ricevuto
non calorosamente, ma come niente fosse; zia Paolina e Giulia sono
pure qui; capisco che la mia presenza non li soddisfa molto, ma faccio
finta di non accorgermene e cerco tutti i modi per strappare loro un
poco di simpatia.--Vedendo la mamma relativamente così bene, non mi so
persuadere che non vi abbia ad essere rimedio e non so tralasciare di
abbandonarmi qualche volta alla speranza; ma la è una ben piccola
speranza, poichè i progressi del male sono lenti ma sicuri. Non puoi
imaginarti la terribile sensazione di freddo che mi passa per le ossa
all'idea di perderla presto. Dio volesse conservarla; ora che la
malattia ha servito a riunirci, potrei vederla ancora di tanto in
tanto.... comprendi dunque che ho motivo di essere triste senza
contare la tua lontananza. Quella poi mi affligge e un poco mi
spaventa. Oh! se tu potessi esser qui con me!.... In ogni modo la
nostra separazione sarà lunga certo; è necessario dirti quanto ne
dovrò soffrire, a te che conosci il mio amore?--E poi ti sei ancora
allontanato maggiormente; sei a Parigi.... Mi amerai lo stesso? Come
rideresti forse se ti avessi a dire tutte le mie paure e i pensieri
tristi e pazzi insieme che molte volte mi assalgono e che non so
respingere. Se avessi il coraggio di scriverteli qui ad uno ad uno, mi
parrebbe già vedere il sorriso che spunterebbe sulle tue labbra, quel
sorriso che tu solo possiedi e che mi ha rassicurata tante volte, e
tante volte mi ha fatto tremare. È per me un supplizio il non poter
parlare di te; ma nessuno ti nominò e sembra che per un tacito accordo
tutti fingano d'ignorare quasi la tua esistenza; nessuno m'interrogò
sul passato che hanno voluto obliare, e per ciò, silenzio! Alberto è
una parola esiliata dalla casa e forse è meglio, ma ne soffro ancora
più. Mi sfogo scrivendo dei volumi in folio a Maria, la cui amicizia è
la mia seconda gioia quaggiù; a lei dico tutto, sì signore, forse più
di quello che dico a te, perchè ella non sorride; ma tu non ne sei
geloso, non è vero? Già, te lo dico in confidenza, è anzi una delle
cose che qualche volta mi spaventa che tu non sei geloso, e non lo sei
affatto, ma proprio niente.... A lei dico tutto come vien viene; ed
ella m'intende e ha la pazienza di rispondere e di rassicurarmi e
spinge l'adulazione fino a farmi incessantemente i tuoi elogi. Ben
inteso che non scrivo a lei che dopo d'aver scritto a te, e a te
voglio scrivere il più che sia possibile, anche tutti i giorni se ne
ho tempo; non ti annoiano tutte le mie chiacchiere, non è vero?--Sai
che qualche volta ho un po' vergogna a mettermi a scrivere? Chi sa
come sono queste mie povere lettere che non ho nemmeno tempo di
rileggere. Ma già con te non so fare altrimenti, lascio che la penna
vada come vuole, basta che ti abbia detto almeno cento volte che ti
adoro con tutta l'anima e che ti supplico di pensare a me il più che
puoi.... quando hai tempo.
«Scrivi?--Già tu lavorerai con furore e frenesia e tanto che ti farà
male. Bada a quello che fai, non stancarti troppo, abbiti cura, te lo
chiedo per me. Non puoi imaginarti con quanta beatitudine penso che
finalmente il tuo ingegno ha trovato la sua vera strada, che per te
sono finiti i giorni dello scoraggiamento, che il successo nella nuova
via ti compenserà fra poco del disinganno nell'altra, che la tua
fronte si è rialzata e il raggio della speranza ritorna ad illuminare
il tuo sguardo; il pensare che quando ci rivedremo non avrai più
quelle lunghe ore di tristezza e di abbattimento provenienti dall'ozio
al quale ti eri tu stesso condannato, e che il tuo genio non oserai
più negarlo quando tutti l'avranno proclamato! Non posso fare a meno
che sentire riconoscenza per chi ti ha mostrata la via che ti stava
dinanzi e che tu non vedevi; per quello cui dovremo la tua gloria
futura. _Dovremo_, quanto è dolce una tal parola! Io ti amo con tutte
le forze dell'anima e ti amo con tutto l'orgoglio che deve avere la
donna che tu hai prescelto.--Come vorrei esserti vicina ora che il
sorriso della sicurezza è spuntato nuovamente sul tuo labbro, ora che
tu non ti rinneghi più. Tu certo non sentirai troppo la separazione
che mi riesce tanto penosa; perchè le nuove idee ti occuperanno,
perchè sarai tutto assorto nel lavoro e troppo consolato dalla
speranza. E mentre tu vivrai nella capitale del mondo, distratto dallo
studio e dai divertimenti, io starò qui sola, al letto di mia madre,
pensando a te, invocando la sua guarigione e il tuo ritorno. Oh abbi
pietà di me, non dimenticarmi, amami e cerca di dirmelo il più presto
che puoi!
«Non voglio più annoiarti, nè stancarti; mi sono promessa di non
parlarti più della mia gelosia, nè delle mie paure; ti dirò ora
solamente che, se non avessi il dovere che mi trattiene qui e se il
mio tempo non fosse tutto occupato dall'assistenza che ho la
consolazione di poter prestare a mia madre, questi che passano per me
non sarebbero giorni, sarebbero un tempo senza limite, senza scopo,
senza vita. Lo sai che la mia esistenza è dove tu sei.»
Quanto piacere e quanta tristezza insieme si trova nel conforto che le
lettere portano all'assenza! Esse ne diminuiscono l'effetto e
rallentano la inevitabile azione del tempo, ma non la impediscono nè
l'arrestano. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto fa il suo lavoro, ogni
spazio di tempo che passa aumenta la distanza. Alberto che sulle prime
si sentiva isolato, triste, affranto, a poco a poco si abituò
all'assenza, come abbiamo visto, e passava la vita tra il lavoro e le
lettere che riceveva da Emilia, di cui abbiamo voluto dare un saggio.
Sul principio egli le aspettava ansiosamente, con impazienza
delirante; se tardavano s'inquietava, se mancavano non poteva più
mettersi al lavoro, ma poi cominciò a riceverle come una cosa di
abitudine e, internato nel suo lavoro che occupava ogni sua facoltà,
molte volte non si accorgeva più del ritardo o della mancanza d'una
lettera. Dobbiamo confessare tutto? Dapprima gli parevano dolci,
ineffabilmente buone, adorabili, inimitabili, poi non poteva negare a
sè medesimo che un poco si ripetevano, ch'erano motivi sulla stessa
nota, e talvolta inquiete e paurose senza ragione, e interrogative
senza scopo. Qualche volta il dover interrompere il suo lavoro per
rispondere gli riusciva di peso; e allora la sua risposta era corta,
frettolosa, ed Emilia per tutto il giorno seguente restava triste ed
abbattuta.
Alberto scriveva con una facilità, con una ispirazione di cui non si
sapeva capace; una quantità d'idee nuove, lucenti gli si affacciavano
in folla alla mente, la tessitura del suo lavoro egli se la vedeva
tutta dinanzi allo sguardo, nell'insieme e nelle sue singole parti.
Gli sembrava impossibile fermarsi; tutte le sue facoltà erano rivolte
al suo manoscritto e il contento ch'egli risentiva gli sembrava
superiore a tutti gli altri. Il suo volto s'impallidiva un poco stando
tante ore rinchiuso, ma un sorriso di una soddisfazione sconosciuta
spuntava sulla sua bocca dopo una lunga giornata di lavoro. Egli
leggeva ciò che scriveva di volta in volta all'amico e questi doveva
confessare ch'erano superate le sue proprie speranze. Dopo qualche,
tempo gli parve che vi fosse una distanza incalcolabile tra la sua
nuova vita e quella di prima, e la casetta lungo l'Arno gli sembrava
di averla lasciata da un gran pezzo.
Le vaghe speranze di Emilia non si avverarono, e molti mesi dopo le
cose narrate la ritroviamo ancora seduta tristamente al letto di sua
madre. Sono terribili quelle malattie in cui la morte è l'unica
soluzione possibile; così lunghe e dolorose, ch'essa è aspettata come
un angelo luttuoso ma liberatore. Ritroviamo Emilia assai mutata; la
freschezza ha abbandonata la sua guancia e la vivacità il suo sguardo,
che ha preso oramai una espressione di stanchezza rassegnata e una
fissazione che fa male a chi la osserva. Persino nella posa vi è
qualche cosa di più affievolito che in quella che le conoscevamo, e
nel suo passo si osserva quella pesantezza propria di coloro che
domandano a sè medesimi perchè si debba camminare. Nella lunga
malattia di sua madre, nella inutilità dei soccorsi prestati, in
quella lassitudine profonda che ne afferra quando sappiamo che la
disgrazia temuta è inevitabile, vi è una sufficiente fonte di
tristezza per giustificare il cambiamento che constatiamo--pure questi
motivi non n'erano l'unica causa, nè la principale.--Il dubbio che da
tanto la rodeva (se non quello di essere sacrificata, per lo meno
quello di essere dimenticata) si era fatto certezza, e il suo cuore
stava morendo in lei.
Sentiva che i giorni lieti erano finiti. Fra la sua vita presente e
quella di qualche mese prima vi era un abisso; allora ella viveva in
pieno sole, respirando con delizia l'aura della gioventù; tutto le
piaceva, tutto la divertiva, tutto aveva uno scopo ed ella sorrideva a
tutto. La sua giornata era tutta occupata; l'amore illuminava ogni
cosa con il suo raggio immortale; tutte le persone che l'avvicinavano
l'erano simpatiche; dovunque si trovava nel proprio elemento. Ora
invece, ad ogni nuovo mattino che veniva a risvegliarla doveva aprire
gli occhi dolorosamente, domandando a sè medesima a che serve la vita;
si alzava, si vestiva macchinalmente; parlava e le sembrava che il
linguaggio che udiva non fosse il suo, si sedeva al letto di sua madre
e quasi non se ne moveva che per andare a pranzo con gli altri, il che
era un piccolo supplizio quotidiano. Poi, alla sera, appena lo poteva,
si chiudeva nella sua stanza, scriveva tristamente ad Alberto, non più
con l'espansione dei primi tempi, ma nascondendogli le sue pene per
non annoiarlo inutilmente, e poi cercava il sonno. Si vestiva alla
mattina e si svestiva alla sera, nè più si curava di quella eleganza
sua propria che era uno dei distintivi del suo carattere; non le
rimaneva che quella parte che nulla poteva toglierle. Se qualcuno di
coloro che l'avevano incontrata a caso sulle montagne della Svizzera,
con la veste grigia sollevata sopra la sottana rossa, l'occhio pieno
di luce e di allegrezza, il piede fermo e il passo agile, la guancia
rosea di gioventù e di salute--l'alpenstock alla mano e il cappellino
tutto coperto di rose selvatiche; o nella sua piccola villa, di
estate, tutta avvolta in una mussola fresca, leggera, che scorreva
sveltamente sulla minuta sabbia dei viali, mentre si metteva le due
mani alla bocca per chiamare Alberto dalla sua stanza del primo
piano--la rivedesse ora, crederebbe avere dinanzi agli occhi qualcosa
di somigliante alla visione di prima come l'ombra alla realtà.
Scriveva alla contessa:
«Non sono più quella che tu conosci; se mi avessi a vedere, saresti
forse spaventata dal mio aspetto; le mie lettere ti mostreranno quanto
si sia mutato il mio carattere e come ogni coraggio mi abbia lasciato.
Il vuoto si fa intorno e dentro di me; capisco che in me stessa come
nella mia vita c'è qualcosa che si rompe, sento che nulla più mi
appartiene, fuorchè il passato. Ti ringrazio mille volte per le tue
buone parole; e per la tua amicizia che è sempre la stessa, ti sono
sempre egualmente riconoscente: ma che vuoi? da quando ci parlammo ad
ora sono passati dieci anni per me. Come vorrei vederti!--Le mille
paure che mi agitavano una volta non le sento più, e la gelosia non mi
rode; ma sono certa che oramai sono qualcosa di ben secondario nella
sua vita. Doveva essere così, ma è orribile saperlo. Non credo ch'egli
sia _cambiato_, ma so di non essergli in alcun modo necessaria; egli
mi ama forse ancora, ma è impossibile che pensi molto a me e l'oblio è
ben vicino all'indifferenza. Essere dimenticata! il peggio di tutto.
«Le sue lettere mi fanno un male indescrivibile; sono dolci e buone
come sempre, ma scritte per _coscienza_; talvolta cortissime e
frettolose; si vede ch'egli ruba a stento il quarto d'ora dedicato a
provarmi che si ricorda di me; so che lo fa per abitudine e per pietà;
glie ne sono grata malgrado tutto, ma ciò mi sembra ben crudele. Io lo
amo come sempre e non lo incolpo affatto. Non poteva io sperare di
riempiere la sua vita. Non m'interesso più a nulla, non leggo, parlo
poco e vorrei non pensare. Vegeto, e ringrazio il cielo di essere
utile nell'assistere mia madre. Oh! Dio, quanta tristezza mi circonda!
Non so cosa succederà di me, ma credo che sarà ben poco. La primavera
si avvicina; ieri era una giornata magnifica e stamane vedo dalla mia
finestra la gente che va a spasso per godere del bel sole. Oggi voglio
uscire anch'io tanto per distrarmi un tantino, ma non mi sento bene da
un pezzo e la più corta passeggiata mi stanca. Talvolta un'idea fissa
s'impadronisce di me e non me ne so più distaccare; questa notte per
esempio mi ricordava gli spropositi e la figura grottesca d'un
cicerone che ne condusse per il castello di Heidelberg e che non ho
mai potuto rammentare senza ridere, e mi sentii nel cuore un'amarezza
indicibile. Mi sento invecchiata e mi pare di essere lontana da tutto
ciò che mi rese felice; pure sono i miei ricordi più recenti. Eppure
sono calma; non vi è alcun mutamento nelle mie maniere, non mi accorgo
quasi io stessa di soffrire, e quelli che mi avvicinano certo non se
ne accorgono affatto. Il mio è un dolore purissimo, poichè non so
darne a lui alcuna colpa e mi ci ero da un pezzo preparata; mi ritiro
tutta in me stessa e non oso misurarlo. La malattia di mia madre
intanto fa progressi incessanti; tutte le mattine il medico crolla il
capo e non sa fare altro.»
Alla morte di sua madre, Emilia pianse lungamente e quelle lagrime fu
lenta a poterle rasciugare; ma d'un tratto si sentì estranea in quella
famiglia, ch'era stata riunita solo per prestare assistenza a colei
che non era più; ripassò per la medesima strada che aveva percorsa
pochi mesi prima e ritornò nella casetta dei giorni felici. La prima
impressione fu strana. Una serenità blanda e profonda la invase tutta
e con essa una malinconia meno triste; ma la casa le sembrava il
fantasma di quella che aveva abitato.
Alberto aveva quasi terminato il suo lavoro. In breve avrebbe potuto
cogliere il frutto delle sue fatiche. Il momento tanto atteso era
vicino. Si sentiva circondato da un'aura di speranza. Tutto il resto
scompariva dinanzi al suo sguardo. Lavorava indefessamente--quando,
una sera, ricevette una lettera di Emilia con la data di Firenze e una
larga riga nera all'intorno. Era una lettera breve, triste, calma; tra
l'altre cose diceva: «non avendo oramai più nulla che mi tenesse colà,
sono tornata qui per preparare e stabilire ogni cosa», ma non diceva
«ti aspetto».--Alberto era occupatissimo e come preso in un vortice;
non gli era possibile partire da un'ora all'altra, ma affrettò ogni
cosa per poter presto raggiungere colei che certo lo aspettava con
impazienza. Non poteva negare a sè medesimo che non l'amava più come
una volta; desiderava molto rivederla, ma allo stesso tempo non si
sapeva togliere ai novelli vincoli possenti e soavi che lo
trattenevano. Oh s'egli fosse stato in una simile circostanza in altri
tempi! Anche se trattenuto da un interesse fortissimo, come avrebbe
lasciato ogni cosa, per correre da quella che tutta gli riempiva la
vita! Ora invece voleva partire, ma quasi inconsciamente esitava a
togliersi all'atmosfera inebriante in cui si trovava. E d'ora in ora
ritardava, senza quasi rendersene conto. Benchè, partendo, andasse
verso l'amore, verso il sole, pure provava uno strazio nel lasciare la
sua nuova esistenza; l'attrazione lontana, sebbene non osasse
confessarselo, era meno forte di quella vicina.
L'amico indovinava tutto, ma non osava dirgli: «Non l'ami più come una
volta», essendo certo di ricevere una smentita; calcolando però quanto
Emilia fosse ansiosa di rivederlo e come dovesse soffrire del più
piccolo ritardo, lo esortava a partire.
Ella lo aspettava infatti. Non faceva altro. Vi erano dei momenti in
cui le sembrava che non dovesse più venire. L'aprile s'inoltrava ed il
giardino era tutto verde e fresco; ma in quella dimora piena di luce e
di fiori ella era ben triste. La solitudine è terribile quando non è
rischiarata dalla speranza. Ogni ora trascorsa le sembrava una nuova
prova che Alberto non l'amava più: non aveva però alcun risentimento;
nessuna di quelle idee volgari che agitano in tali casi la toccavano,
ma soffriva. Non sapeva cosa non avrebbe dato perchè quell'uscio sul
quale dal suo angolo vicino alla finestra volgeva sempre lo sguardo,
avesse ad aprirsi. Aspettare qualcuno che non viene perchè dimentica è
una delle grandi miserie della vita. Avrebbe compito qualunque
sacrificio per affrettare di un'ora il suo arrivo. Al tempo stesso gli
scriveva: «Puoi credere quanto desidero riabbracciarti, vieni appena
puoi, ma non ti affrettare per me: fa tutto quel che devi fare».
Ella soffriva intanto atrocemente. Trascinava penosamente i giorni
lunghissimi in un'agonia di aspettazione. Era piena d'impazienza, di
paura; le pareva che Dio la sottoponesse ad una prova superiore alle
sue forze--ed interminabile.
Il momento dell'arrivo ella se lo imaginava sempre. Egli aveva
scritto: «Questa sarà la mia ultima lettera; non avrò tempo di
scrivere in questi ultimi giorni, in cui affretto tutto per essere con
te al più presto. Spero in breve di poter finire ogni cosa e verrò a
sorprenderti». E la sorpresa ella l'aspettava sempre. Dal suo posto
favorito guardava il cancello e diceva fra sè: «Ecco, io sentirò la
carrozza e correrò ad incontrarlo nel giardino». E a un tale pensiero
una gioia inenarrabile le rigonfiava il cuore. E ogni volta che
passava una carrozza, si alzava per vedere e il cuore le batteva....
ma la carrozza tirava dritto. «E se invece venisse di sera?» pensava
invece talvolta. Io sarei qui vicina alla lampada, ed egli entrerebbe
d'improvviso senza che io me ne accorga....
Quando finalmente giunse davvero, fu ben altra cosa; era un minuto in
cui meno se l'aspettava, quando a un tratto udì la sua voce; egli
parlava col giardiniere, entrando. Impallidì e un tremito l'assalse,
volle moversi, ma restò paralizzata sulla sedia. Egli entrò ed ella
non seppe che stendere le mani, poichè le parole non venivano.... Fu
uno di quei momenti che compensano di molti dolori. Egli era un po'
diverso, ma di bellissimo aspetto e lo sguardo contento.
Vedendola tutta pallida con le sue vesti di lutto capì ogni cosa. Non
ebbe bisogno di domandarle la causa del suo pallore e del suo
decadimento. Scorse con uno sguardo tutto quello che aveva sofferto e
come lo aveva aspettato. Ebbe rimorso di ogni ora che aveva perduto
nel venire e si sentì nel cuore un'amara ed immensa pietà. Inoltre gli
parve abbellita nel suo pallore.
Oh! quelle prime ore come passarono veloci! come si sentì ristorata
quando potè avvolgergli il collo con le braccia e piangere sul suo
petto! Gli disse piano piano come se alcuno potesse udire: «Non sei
più mio, ma mi vuoi ancora un po' di bene, non è vero? ne ho tanto
bisogno. Sai che ero così gelosa, ma come non te ne puoi fare un'idea!
Ne vedevo tante di più belle, di migliori di me. Avevo torto e te ne
chiedo perdono; nessun'altra è venuta a frapporsi fra noi due. Ora non
lo sono più. Comprendo che non ne ami alcuna, ma sento che quel mondo
che hai in te ha fatto piccolo il mio posto nel tuo cuore. Tu mi dirai
che mi ami ancora; lo credo, ma so che non sei più mio. Tutto è
finito; io temeva le altre ed avevo torto, ma in qualche modo doveva
finire, e dopo che non hai più bisogno di chi ti consoli, che vuoi far
di me? Non ti sono più necessaria».
Egli la rassicurò lungamente, dolcemente; le parlò a bassa voce come
ai primi tempi, la consolò con tutto l'amore che potè trovare, ed ella
gli fu ben riconoscente per il suo tentativo pietoso.
Tutti coloro che hanno perduto prematuramente una persona cara, sanno
quali siano le angoscie, la disperazione prodotta da una malattia
mortale che inaspettata, inesorabile piomba su di una casa come un
uccello di rapina. L'anima si rivolta contro la Providenza, si fatica
a trattenere la bestemmia che l'ingiustizia del dolore spinge sul
labbro e la ragione la più sana è momentaneamente sconvolta dinanzi
alla calma e tremenda inesorabilità del fato. Dio appare spietato;
l'uomo crassamente ignorante nel non saper mettere un argine al
prematuro lavoro della natura; i medici sembrano imperdonabili nella
loro impotenza, e a un tratto tutto ne appar falso, bugiardo quaggiù.
Allora il sole che irradia i campi e illumina l'azzurro del cielo con
la sua luce tranquilla, l'aspetto trionfante della natura, l'immenso
sorriso del firmamento, tutte quelle inenarrabili bellezze che prima
ne consolavano il cuore, e ridonavano allo sguardo il raggio della
speranza e dell'allegrezza, ne sembrano invece la più amara ironia; nè
sappiamo con la terribil guerra che ne agita internamente perdonare al
mondo la sua divina inalterabilità.
Pochi mesi erano passati dal ritorno di Alberto, quando la sventura si
abbattè d'improvviso sulla piccola villa ridente, ch'era stata
spettatrice di tanta serena felicità. Sebbene ella avesse perduta la
fede, pure la riunione dopo una sì dolorosa assenza aveva ridonato in
parte ad Emilia la salute e le sue guance cominciavano a tingersi
ancora di rosa; quando si mise un brutto giorno a letto con una febbre
ardente. Dapprima fu creduta cosa passeggera, ma dopo prese il
carattere tifoideo. Nei corpi indeboliti, e quando il morale ha avuto
una troppo forte azione sul fisico, tali malattie perdonano raramente.
Alberto non si mosse una sola ora dal suo letto; una tristezza
incommensurabile s'impadroniva di lui dinanzi a quella vita tanto
amata che si spegneva avanti sera; una tristezza profonda--ma calma.
N'era addolorato sin nel fondo del cuore, sentiva che quella morte
doveva porre il velo del lutto su tutta la sua vita, pure era il suo
un dolore diverso da quello che avrebbe provato se una sì grande
sventura gli fosse calata addosso prima che il nuovo scopo che ora si
era prefisso l'avesse occupato.
Quando veniva la sera, e i passi domestici finivano di farsi udire e
ch'egli rimaneva solo vicino al letto di dolore dell'unica donna
ch'egli avesse mai amato davvero; in quella stanza solo rischiarata
dalla luce vacillante del lumicino da notte, mentre vegliava guardando
tristamente quei capelli tanto baciati che soli non si confondevano
nell'ombra con il cuscino su cui posava il volto impallidito, in mezzo
alla stranezza di un dolore tanto inaspettato che talvolta gli pareva
un orribil sogno, mille nuovi pensieri lo agitavano. Ripassava la sua
vita; si ricordava quel tempo quando Emilia era tutto per lui, si
ricordava la felicità dei primi istanti, tutte le cento note del
magnifico concerto d'amore, e i giorni cattivi, e la risoluzione e la
fuga, e la pienezza della vita giovane che ora finiva per lui, e i
viaggi e i rumorosi divertimenti, e le allegre serate con gli amici e
le serate a due vicino al focolare o nascosti in un palco mentre
migliaia e migliaia di cuori palpitavano, ma non come i loro, dinanzi
al duetto degli Ugonotti o del Faust--e la suprema dolcezza con la
quale ella lo sapeva consolare dell'arte perduta; e poi il gaudio
dell'ingegno che ritrova la via e la nuova speranza che sorge. Questa
gli rimaneva. Pensava poi all'amico che ora stava occupandosi delle
cose sue e alla probabilità di successo che lo aspettava, ma tutto gli
sembrava bruno dinanzi a quel lutto.
Quanto è triste quella serena dolcezza con cui parlano i moribondi, e
quell'occhio sereno con cui vi guardano! Tutte le volte che Emilia
parlava egli si sentiva morire con lei. Nell'ardore della febbre
delirò qualche volta; in quelle parole disordinate tornava frequente
l'idea: ora è finito: quell'ultima rivelazione del suo amore gli
faceva male. I medici venivano ogni giorno e tentavano tutto
inutilmente: Alberto loro faceva i discorsi più stravaganti, offriva
loro tutto ciò che possedeva se la potessero salvare, li supplicava
con le lagrime agli occhi, li strapazzava, come se essi potessero
portare soccorsi là dove la potenza dell'arte finisce. Essa peggiorò
sempre. Negli ultimi giorni ebbe ancora qualche momento di calma e
potè parlare; i suoi discorsi erano amorosi come quasi non l'erano
stati mai, ed egli piangeva ascoltando quelle cose dolci ch'ella
trovava ancora per lui e tentava di dire col filo di voce che le
restava: ma sempre tornava quell'idea che a lui riusciva amarissima:
tutto è finito.
Le conoscete le indimenticabili sensazioni di chi assiste agli ultimi
istanti di qualcuno che porta via con sè la vostra gioventù e il
vostro cuore?--I pianti, la tetra solennità della religione,
l'angoscia suprema.....
Poco dopo il funerale giunse ad Alberto una lettera in cui l'amico gli
dava le migliori notizie e le più grandi speranze. La via si apriva
bella dinanzi a lui; le difficoltà non mancavano, ma un po' di fortuna
e molto vigore le fanno sormontare.
Quando si trovò solo e che potè riaversi un poco dall'orribile
sbalordimento di un colpo così rapido, così violento, così
inaspettato, si sentì tutto invaso da un immenso dolore, calmo e
durevole.
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. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Si sentì diverso. Dei pensieri che mai gli erano venuti li ebbe ora,
nuove e più profonde voci gli si svelarono nel concerto del mondo, il
suo occhio rattristato vide chiaramente molto che prima poteva solo
intravedere, la sua fantasia si aumentò di una parte estraumana,
ignota fino allora, la sua imaginazione prese un volo più vasto;
quelle ali invisibili che tutti si sentono coloro che tentano di
creare, d'improvviso se le senti più possenti--d'un tratto si
risvegliò poeta.
IL VIAGGIO
DEL DUCA GIORGIO