I.

Tra le nove e le nove e mezzo tutti gli invitati si accomiatarono l'un

dopo l'altro e il duca rimase solo con Tibaldo, il suo intimo amico.

Questo amico dal nome shaksperiano era un giovane di origine mezzo

asiatica, dalla tinta olivastra, dai capelli neri, dai lineamenti

irregolari ma espressivi e dal corpo esile, che per una singolare

comunanza di gusti e d'idee insieme ad una certa facilità nel piegare

alla volontà del più fermo, per la versatilità del suo ingegno, per la

passione irreprimibile che lo spingeva verso i capolavori dell'arte e

verso tutte le cose belle in generale, era diventato l'assiduo

compagno del duca e--sebbene non del tutto--meglio di qualunque altro

si poteva vantare di conoscerlo.

Nella sua casa ai _Champs Elysées_ dove il duca viveva solo, ma dove

si vedeva circondato a suo cenno ed a sua scelta dalla società più

alta o dalla più intelligente--o dalla più divertente--(dalla

_migliore_ insomma in qualunque senso si voglia prendere la

parola)--vi era stato gran pranzo quella sera. Questa volta egli aveva

riunito alla sua tavola una decina d'uomini soltanto, tutti celebri o

vicino ad esserlo per motivi più o meno futili o meritevoli; ad un

gran pranzo, se si badasse alla sontuosità della mensa, alla raffinata

squisitezza dei cibi; ad un pranzo molto intimo, se invece al

discernimento con cui si era fatto l'invito. La sala da pranzo era di

un lusso severo, incomprensibile per qualunque arricchito da ieri; il

legno di quercia, gli ornamenti in bronzo, il cuoio di Cordova, vero;

le cesellature inapprezzabili al punto di vista artistico, dove le

dorature avevano una parte squisitamente sobria; le alte credenze

massiccie abbastanza per sostenere il peso degli enormi piatti, dei

cristalli eleganti, dei vasi ingenti di ogni sorta che le coprivano,

il tappeto turco dai colori vivaci--formavano un insieme assai

armonioso, ma un po' triste ed oscuro. A questo contrastava la tavola

che nel mezzo della vasta sala, coperta da una magnifica tovaglia di

Fiandra, tutta scintillante di cristalli e d'argento, rallegrata dai

fiori e illuminata da quattro candelabri simili a mazzi di luce,

ravvivava tutto intorno a sè e rendeva simpatica la severità delle

pareti. Il pranzo era stato lungo, non essendo dappertutto seguita la

moda di pranzare come se la locomotiva vi aspetti per partire, i

piatti contenenti gli ultimi risultati dell'arte gastronomica avevano

girato e rigirato, i bicchieri di Boemia avevano tinte le loro

faccette talora del color del rubino, talora di quello del topazio a

infinite riprese; la conversazione era stata svariatissima, persino

seria talvolta. Come si usa in simili casi, si eran sfiorati quasi

tutti gli argomenti possibili ed impossibili; ma verso la fine

l'anfitrione era rimasto un po' sopra pensiero, come gli accadeva

talvolta.

Dalla sala sontuosa adiacente a quella da pranzo, i due amici rimasti

soli passarono nell'appartamento privato, composto di tre stanze: una

da letto, un gabinetto per vestirsi ed uno studio. Entrarono in

quest'ultimo. Era una stanza molto alta in proporzione della sua

grandezza, dalle pareti e dalla volta ricoperte di velluto celeste,

circondata su tutti gli angoli da una cornice nera intrecciata che

seguendo poi l'arco della vôlta si riuniva nel mezzo al punto più alto

in un rosone. Due pareti erano ornate da quattro magnifici dipinti di

maestri della scuola Veneta; una larga finestra s'apriva sulla terza

parete e su quella del fondo ammiravasi uno specchio circondato da una

cornice in legno nero scolpita di un magnifico disegno barocco; sotto

a questo un camino in marmo nero con un gran fuoco, una scrivania

coperta di libri e carte, una libreria d'ebano intarsiato d'avorio,

dei mobili di velluto celeste, bassi, soffici, orientali, una gran

tavola coperta di mille ninnoli, di fiori, di miniature; qua e là

qualche bronzo squisitamente elegante, in un angolo un ingente vaso

del Giappone dal quale uscivano le foglie smisurate di una begonia

rara, autorizzata dalla temperatura da serra, sul suolo un tappeto

persiano, soffice come un prato a primavera.....

Fuori nevicava--le poltrone stendevano le loro braccia di velluto, e

una volta adagiati sopra di esse era difficile rialzarsi. Il duca si

levò l'abito, si avvolse in una casacca di seta a colori smaglianti,

accese il _narguilhé_ che posava per terra, e appoggiati i piedi sulle

sbarre del camino cominciò ad aspirare voluttuosamente il fumo

odorante, mentre nel vaso il fuoco profumato crepitava.

--Uscire stasera? egli disse, ma perchè si deve uscire? Pensa,

Tibaldo, se sia possibile imaginare qualcosa di più stupido, di più

insulso che mettersi in una carrozza fredda, e rotolare un quarto

d'ora per andare in un teatro troppo caldo, dove si sta molto mal

seduti ad ascoltare della cattiva musica, e di là passare in un _club_

a dire e farsi dire delle bestialità e a perdere del denaro, oppure in

qualche orribile sala male ammobigliata e fetente di gas a bere del

cattivo vino e cenar male con delle donne brutte e vecchie, vestite

con una eleganza falsa e coperte di profumi insopportabili.

--Non hai del tutto torto e anch'io mi sento troppo pigro per movermi,

e trovo che qui si sta piuttosto bene, rispose Tibaldo, pure mi sembri

molto invogliato questa sera a volgere sopra le cose un occhio troppo

malevolo ed a cercare il lato brutto della vita. Ma dico anch'io: chi

deve uscire? Penso quasi di non tornarmene nemmeno a casa mia e di

passare la notte su questa poltrona.

Così dicendo appoggiò la testa come volesse dormire e stendendo le

gambe sopra quelle del duca, aprì la bocca ad un semi-sbadiglio, segno

piuttosto di pigro benessere che di noia. Il duca taceva; Tibaldo

proseguì:

--Sei però ingiusto verso le donne, ve ne sono ancora per l'Europa una

dozzina di belle. Oggi vidi la Ximena a cavallo e ti assicuro che con

quel busto di statua antica, con quell'occhio di fiamma e quei capelli

d'oro era un'apparizione da far fermare chiunque, mentre passava di

galoppo, stando in sella con quella suprema eleganza che in tutto la

distingue e guidando con le sue mani di fata il magnifico morello che

le ha dato Federico.

--Peuh! fece il duca, non la posso soffrire! Oramai di donne belle non

ne conosco più; dipenderà forse da ciò che non mi pare possibile di

amarne alcuna, e che rimango affatto indifferente dinanzi a loro. Ma

se avessi a fare una eccezione, mi trasporterei nell'alta società e

nominerei Lady Isabella.

Lady Isabella era una inglese appena giunta, giovanissima, sposa di un

ex-ammiraglio assai maturo, donna di una bellezza più che ideale,

troppo ideale: di materia non vi era in lei che quanto è necessario a

contenere l'anima che ammaliava, visibile nei suoi grandi occhi

azzurri; era una bellezza languente, vi era nel suo portamento qualche

cosa di stanco e d'indeciso, il corpo lasciava a desiderare ed il

pallore delle sue guance e l'estrema finezza del suo profilo

bellissimo non sarebbero piaciuti a molti.

--Lady Isabella! Tu sei un ammiratore di Lady Isabella! Chi lo avrebbe

mai supposto! Ma non ti accorgi d'essere in aperta contraddizione con

tutto quello che hai detto fino ad oggi? Tu, così pagano nei tuoi

gusti, che non potevi capire altre bellezze che quelle delle statue

greche o delle cortigiane della scuola veneta, confessi ora di trovar

bella la più immateriale, la più eterea creatura ch'io abbia mai

veduto; e che è bella soltanto di quella bellezza malaticcia e che si

potrebbe chiamare moderna, essendo quasi sconosciuta prima di questo

nostro secolo, ammalato esso pure e capriccioso.

--Mi sono persuaso che qualunque bellezza è la bellezza. Il tipo

maestoso delle epoche primitive e serene non esiste più, o assai

raramente; la bellezza di Lady Isabella è come tu dici moderna, ma è

vera bellezza. Tutto è imperfetto in lei, ma ella forma una

perfezione. Il suo sguardo stancato, il suo languore, la guancia

pallida, quell'aspetto di pianta che non ha potuto raggiungere lo

sviluppo completo; quel sorriso mesto e strano, quella fiamma che

traluce dai suoi occhi un istante per subito spegnersi, ne fanno la

personificazione dell'epoca nostra piena di aspirazioni e di

scoraggiamenti, che vede l'avvenire, ma dubita di avere forza

sufficiente a raggiungerlo. Se d'un tratto una Venere greca avesse ad

animarsi, se nel suo occhio senza pupilla d'improvviso sfavillasse lo

sguardo e lasciando la sua posa immortale mi aprisse le braccia

bianchissime volendo scendere dal piedestallo, certo la preferirei; ma

dacchè il sorriso della Gioconda non sarà mai realizzato in una donna,

dacchè le cortigiane del Tiziano non abbandoneranno mai, qualunque

collare di perle loro avessi ad offrire, lo strato di velluto purpureo

sul quale la loro bellezza sfida il tempo, capisco che Lady Isabella

può far battere il cuore a quelli che s'innamorano. Il suo sguardo è

ammaliante; esso contiene un po' di quelle cose che tutti sentono, ma

che nessuno dice e che perfino i poeti non sanno e forse non vogliono

esprimere. Ciò che dissero i più grandi poeti è certo ammirabile, ma

quanto più stupende erano certo le cose che sentirono e non dissero

forse perchè la lira di quaggiù non avrebbe saputo resistere a quelle

note! Nell'occhio di Lady Isabella si legge qualcuna di queste cose.

Vi fu una pausa. Il duca sembrava riflettere sulle parole stesse che

aveva pronunziate, e Tibaldo sognava, guardando fissamente uno dei

tizzoni che stava sperdendosi in bragia. Un sorriso passò sulle labbra

del duca, e come accade spesso, quando interruppe di nuovo il

silenzio, i suoi pensieri avevano deviato, talchè soggiunse:

--Non è vero, Tibaldo, che cotesta impotenza che provano i poeti ad

esprimere i loro sensi più arcani, i pensieri reconditi che

germogliano misteriosi e vergognosi talvolta nei più reconditi recessi

dell'anima, noi comuni mortali--la proviamo a dire completamente le

cose le più semplici; a svelare per esempio lo stato in cui ci

troviamo in una fase della vita piuttosto che nell'altra?

--Credo che non ti sarebbe però molto difficile il farlo adesso. Io lo

saprò esprimere per te, conoscendoti forse più ancora di quello che lo

immagini. Sei stato giovane troppo presto, e giovane come sei ancora

ti senti vecchio, hai vissuto troppo e sei stanco ed annoiato di quasi

tutto, sei andato troppo in fondo alle cose ed hai trovato che il

fondo non è bello. La è una vecchia storia.

--Ti sbagli, Tibaldo, ti sbagli profondamente. Porti su di me un

giudizio, che, ne sono certo, è il comune; credo che il mio calzolaio

dica di me quello che tu hai detto ora. Davvero, scusa, ma ne sono

umiliato per te.

Tibaldo non potè a meno di ridere, ma rispose:

--Puoi negarlo, ma ti assicuro, mio caro, che c'è molta verità in

quello ch'io ti ho detto, e fossi anche d'accordo col tuo

palafreniere, il tuo palafreniere ha ragione.

--Avete tutti torto. Nessuno è meno stanco e meno annoiato di me, e in

un certo senso--spalanca pur gli occhi--lo sono meno di te. Sono

annoiato a morte se vuoi dal complesso di questa vita arcimonotona

nella sua varietà, ma nessuno quanto me sa gustare--se scendiamo al

particolare--la più piccola cosa. Il divertimento più raffinato mi

annoia spesso, ma in contraccambio sono divertito, più di qualunque

altro, dal più volgare. Tutto mi interessa, tutto attira ancora la mia

attenzione, il nemico più grande della noia, la curiosità, mi agita

sempre, a proposito di tutto. Sono, come è naturale, abbastanza

satollo di balli, di cene, di corse, di cavalli e di attrici, di

ricevimenti ufficiali e di brutte copie delle orgie antiche; ma in

mezzo al più noioso divertimento d'un tratto una piccola cosa mi

attrae, mi occupa, mi rallegra. Pure qui, sono obbligato a condurre

questa vita; per cambiarla davvero, non basterebbe nemmeno viaggiare

come ho già provato, bisognerebbe partire cambiando di nome, di tutto,

e vivere lasciando che la vita scorra come vuole in un paese ove mi

fosse possibile l'uscire senza essere additato da tutti.

Come si vede, la conversazione aveva subito--come accade

spessissimo--una sensibile deviazione; dalla bellezza delle donne in

generale e di Lady Isabella in particolare, si era passati a delle

considerazioni sulla vita--e il duca, cosa per lui rarissima, era

quasi sul punto di fare a Tibaldo delle mezze confidenze. Questi che

lo conosceva abbastanza per sapere come la più piccola interruzione

sarebbe stata sufficiente ad arrestarlo su quella via nella quale

certo non s'impegnava che quasi involontariamente, si guardò dal

fiatare. Infatti il duca riprese:

--E ti confesso, Tibaldo, che da qualche tempo questa idea mi frulla

spesso nel capo. Ma le abitudini sono un vincolo ben tenace; tutta

quella gente cui non so perchè si dà il nome di amici, indifferenti

affatto come mi sono, ho però l'abitudine di vederli; le sale noiose e

i gabinetti più noiosi ancora, il club, i viali del bosco, i ridotti

dei teatri, tutti quei luoghi che mi sono diventati uggiosi a forza di

starvi, mi attirano, oserei quasi dire, per le stesse ragioni, per le

quali mi respingono. Voglio bene a questa casa, mi rincresce di

abbandonare i miei quadri, le mie coppe cesellate e i miei vasi

rarissimi; talvolta, perfino non so risolvermi a lasciare i miei

cavalli. Poi avrei qualche rincrescimento a star molto tempo senza

vederti, mio carissimo.

--Grazie del posto che mi assegni, disse Tibaldo ridendo: ma come!

nemmeno io ti potrei accompagnare?

--No. Altrimenti sarebbe come le altre volte. Ho già viaggiato, ma

sempre seguìto da una parte delle mie abitudini di qui. Ora non si

tratterebbe di viaggiare per viaggiare; vorrei provare, come ti dissi,

di andare a vivere sotto un altro nome in un paese nuovo per me, e

dove io fossi nuovo per tutti e sconosciuto. Se tu venissi il progetto

sarebbe rovinato.

--Se non mi vuoi, non verrò. Sarò del resto assai curioso di vederti

al ritorno. È difficile supporre che tu possa diventare più

stravagante di adesso, ma in te tutto è possibile.

--Fuorchè possa stare molto tempo senza bere. Così dicendo, il duca

agitò un campanello e poco dopo entrò un moretto vestito di giallo

portando sul palmo della mano all'altezza del capo un piccolo vassoio

d'argento con un'anfora piena di vino color d'ambra ed alcuni

bicchieri.

Il colloquio dei due amici durò ancora tanto che il fuoco era

pressochè spento, il lume della lampada cominciava a vacillare, il

_narguilhè_ non susurrava più e l'anfora era vuota mentre parlavano

ancora. Se qualcuno avesse potuto star nascosto dietro le tende ad

ascoltare, non avrebbe certo pensato che i loro discorsi mancassero di

varietà. La conversazione scendeva e saliva come i raggi di un fuoco

d'artifizio; talvolta languiva e sembrava si addormentasse, poi,

ravvivata da una parola gettata a caso, riprendeva nuovo vigore,

entrando in un'altra via. Parlarono d'arte e di donne, dell'ultima

commedia e della vita futura, dell'India e delle caccie alla volpe, di

corse e di musica, di cento altre cose e del progetto del duca. La

pendola di lapislazzuli segnava già le prime ore del mattino, quando

finalmente Tibaldo prese congedo dall'amico, giurando di non avere

sprecato la sua sera, e questi, accompagnato dal moretto che faceva

lume, passò nella stanza ove il letto lo aspettava--un letto

bassissimo all'orientale.

La gran rivale · 第 15 / 53 题