LA GRAN RIVALE

Quando essi passavano dandosi il braccio, guardandosi con occhi che

ben si vedeva erano senza segreti l'un per l'altro, con quell'armonia

di andatura che indica l'armonia dei pensieri, era impossibile che in

quelli che comprendono non destassero involontariamente un senso

d'invidia. Si seguivano con lo sguardo e dopo non si poteva a meno

che, fantasticando, seguire col pensiero nella loro vita quei due

esseri che davvero sembravano eccezionalmente felici. Tornavano a

mente allora tutte le scoraggianti elegie che negano ogni felicità in

questa valle di miserie e non si poteva a meno di pensare quanto quei

due ch'erano passati ne fossero una vivente contradizione, e ciascuno

sentiva persino le proprie idee tristi e tetre svanire come la neve al

sole, e insieme all'amaro dell'invidia sorgere in cuore il dolce della

speranza.

Essi erano una bella coppia davvero. Ella era una fra le donne che non

si dimenticano facilmente e la cui bellezza, se non fulmina a primo

aspetto, commove però fortemente ogni volta che si rivede. Imaginatevi

un ovale di volto non perfettissimo, ma espressivo e caratteristico al

sommo grado; dei capelli bruni a riflessi più chiari, finissimi e

folti; degli occhi grandi, tagliati in forma di mandorla, dallo

sguardo buono e penetrante; una bocca che attira, fresca e purissima,

un nasino non greco e forse un po' cosmopolita, ma talmente fatto per

quel viso da non sembrare possibile in qualunque altro, una fronte

perfetta, delle sopracciglia d'un arco purissimo, e sparsa sopra tutto

ciò una tinta di malinconia consolata che riempiva l'anima di chi

guardasse di pensieri sereni. Seduceva il suo corpo, benchè non

ricordasse la maestà dei modelli antichi; piuttosto alta, con una vita

flessibile da cui si allargava un busto perfetto di forma. Il suo

piccolo piede era affascinante per la forma e il movimento e per

l'aristocratica attaccatura. Egli era un bel giovane di trent'anni,

con una di quelle fisonomie espressive in cui è impresso

indelebilmente il marchio dell'intelligenza e dove ogni linea esprime

una tendenza o un sentimento; la bocca, forse un po' grande, aveva un

sorriso pieno di bontà e d'ironia al tempo istesso, e fra li occhi

apparivano quelle due piccole rughe perpendicolari, segno di una

volontà feconda. Nell'insieme era una di quelle figure che a primo

aspetto invogliano a stendere la mano.

Tutti quelli che viaggiano molto li vedevano spesso quando meno se

l'aspettavano; si scorgevano passeggiare sui _boulevards_ e non era

difficile incontrarli una settimana dopo sulle ghiacciaie o sul Righi;

nella sala del casino di Baden o a Nizza sulla _promenade des

Anglais_--ed essi erano una macchietta simpatica per qualunque scena.

Certo li avrete veduti qualche volta in una barchetta qualunque, di

autunno sul lago di Como e mirandoli stretti l'un contro l'altro il

cielo vi sarà sembrato più azzurro e la brezza più soave. Era bello

vedere--quando correvano per i monti--la tenera sollecitudine con la

quale egli la sorreggeva nei passi difficili e le dava la mano per

saltare da qualche macigno e la serena confidenza con la quale ella si

appoggiava al suo braccio! E allora il sorriso abbozzato sulla bocca

dell'uno si disegnava su quella dell'altro.

Ma la loro dimora abituale era Firenze, e tutti i giorni

s'incontravano sul Lungarno e alle Cascine, e spesso quando il sole

era tramontato e l'ombra scendeva, la loro carrozza s'internava nel

folto delle piante, e allora la testa di lei si appoggiava sulla

spalla dell'amante.

Questa parola s'è pur dovuto scriverla, poichè nemmeno la più piccola

apparenza di cerimonia civile o religiosa li aveva uniti. Ed essi si

permettevano pel momento di assaporare tutta la felicità che può

essere concessa quaggiù.

La loro storia, il loro romanzo se si vuole, era una prova di più che

molto spesso in questa vita le circostanze ne obbligano a seguire una

strada assai diversa da quella che si voleva percorrere. Si erano

parlati per la prima volta in una di quelle fiere di beneficenza, dove

le signore fanno salire ad una cifra arbitraria il prezzo degli oggetti

più insignificanti, a seconda del sorriso con cui li accompagnano.

Alberto aveva già veduto molte volte la bella signora O***, come tutti

chiamavano la nostra eroina, e l'aveva ammirata--tanto più ch'egli era

particolarmente attirato da quel genere di bellezza moderna il cui

fascino principale sta nell'espressione indefinibile; ma non la

conosceva. Quel giorno una signora che si trovava allo stesso banco lo

presentò. Non furono scambiate che poche frasi di circostanza,

accompagnate dall'inevitabile: «Spero che avrò il piacere di vederlo

qualche volta» che una signora dice sempre quando parla con qualcuno che

conosce da molto tempo di nome. Alberto vi andò pochi giorni dopo, ma,

dobbiamo dirlo col massimo dispiacere e chiedendone scusa alle lettrici

amanti dei colpi di fulmine nella passione, essi non si amarono il primo

giorno che si conobbero, e nemmeno il secondo, e nessuna scintilla passò

dallo sguardo di lui in quello di lei. I loro cuori non cozzarono l'un

contro l'altro come due proiettili e non ebbero sul principio

vicendevolmente che una di quelle frivole simpatie come se ne possono

avere per dieci persone a un tempo.

La famiglia di lei era assai ristretta finanziariamente, quasi povera.

Erano in molti e i danari pochi, dimodochè quando il signor O*** si

presentò e chiese la sua mano, la proposta fu accolta con l'entusiasmo

di una felicità «ch'era follia sperar». Quando ella era giunta ai

sedici anni e che le vesti corte si erano dovute allungare dello

strascico, all'affacciarsi di quel problema inquietante ch'è il

matrimonio per le fanciulle che hanno per sola dote la freschezza

verginea della guancia, la povera madre aveva sentito l'angoscia che

tutte le madri in simili circostanze provano, e sebbene quando quella

fortuna inaspettata si presentò, ella le dicesse: «Emilia, pensaci

bene prima di accettare e fa solo quello che il tuo cuore ti

consiglia,» lo disse però con una paura terribile di un rifiuto, e

udendo la risposta affermativa della fanciulla le gettò le braccia al

collo con uno slancio irreprimibile di riconoscenza materna.

O*** era un negoziante di seta, assai ricco, generoso, volgare.

Giovane ancora, benchè cominciasse ad impinguare un tantino, egli era

stato il sogno di moltissime fanciulle, e la sua scelta per l'Emilia,

che «non aveva un soldo,» fu causa di rabbioso stupore per tutte.

Rideva di un riso forte, spontaneo, inatteso; amava le donne, i

cavalli e i romanzi di Ponson du Terrail, del resto un buon diavolo

nel significato più elastico della parola, e capace perfino di una

buona azione. Concesse a sè medesimo il lusso di sposare una bella

giovane senza dote, perchè ciò era nei suoi mezzi; inoltre perchè

Emilia gli piaceva assai ed era una donna come la voleva lui, «senza

pretesa.» Il corredo fu magnifico e dopo sei mesi di matrimonio,

Emilia era ancora «felicissima.» Un anno però era appena trascorso,

che già le cose cominciarono a mutare. O*** aveva una dopo l'altra

riprese molte delle sue abitudini di scapolo; gli affari lo occupavano

nella giornata; prima di pranzo andava a fare un giro a cavallo e dopo

accompagnava sua moglie in teatro o in qualche casa, ove la lasciava e

non ritornava a casa che al mattino. Del resto, sempre gentilissimo

con lei, preveniva i suoi desiderii, non diceva una parola per i conti

piuttosto lunghi e era raramente di cattivo umore. Un piccolo erede

era apparso all'orizzonte.

Emilia lo aveva sposato perchè non sperava trovar meglio; ma capì in

brevissimo che non lo avrebbe mai amato. Pure soffriva alcun poco

nell'amor proprio vedendo quanto facilmente egli avesse riprese le sue

abitudini di prima.

Ella era un novello astro sorto nel mondo elegante (come dicono i

giornalisti), e non tardò molto ad attirare gli sguardi. Tutti

aspirarono al piacere di conoscerla, e in breve ebbe ogni giorno dopo

le quattro la visita d'un certo numero di uomini che tutti si

credevano in obbligo di farle la corte o di far credere che gliela

facessero. Qualche signora dell'altissima società si degnò di

accordarle la sua amicizia; fu di tutte le feste, di tutti i

divertimenti. Cominciò per lei quella vita che comincia per tutte le

donne in simile posizione; fece parlare di sè in modo vago senza però

che nè le dicerie nè i pettegolezzi potessero appoggiarsi su alcun che

di sicuro, suscitò qua e là qualche passione, eccitò molte rivalità

che riuscirono dolci al suo orgoglio muliebre, divenne di una certa

abilità nella diplomazia femminile.

Quando ella conobbe Alberto, qualche anno era passato e le cose erano

in parte cambiate. Finanziariamente eransi piuttosto abbassati, poichè

O*** sul principio aveva speso un po' troppo, e aggiungendosi a ciò

qualche speculazione fallita, era stato necessario restringere le

spese. Inoltre un vero dolore l'aveva colpita, la perdita del suo

bambino, morto a due anni, e ciò faceva sì che la vita relativamente

ritirata ch'era ora costretta di condurre, non le riusciva gravosa;

cominciava a sentire un po' di quella stanchezza che si sente quando

manca uno scopo alla vita e quando all'istesso tempo si ha conosciuto

l'amarezza. Ella amava quel suo bimbo con tutte le prepotenze

dell'amore materno, sì che fu per lei un intenso dolore quando con la

calma desolante di quell'età se ne ritornò d'onde era venuto.

Altre ragioni di minor peso, e composte di una tal quantità di piccoli

incidenti da rendere malagevole il particolareggiarle, vennero a

rattristarla. Sul principio, appena maritata, il poter sodisfare la

maggior parte dei suoi capricci, l'accoglienza benevola e quasi

festosa che le venne fatta da ogni parte, i divertimenti molteplici a

cui era stata fin allora così poco abituata, tutte insomma le

piacevoli novità del suo nuovo stato valsero a renderle la vita lieta

ed occupata; poi vi erano state le gioie della maternità; ma quando

queste l'erano state tolte crudelmente, quando i capricci era stato

forza moderarli, quando la società si era occupata meno di lei, e i

divertimenti avevano perduto a poco a poco il brio della novità, la

vita l'era apparsa vuota e triste.--Si trovava sola, con un marito che

non amava e che si curava poco di lei, a cui ora le preoccupazioni di

danaro e le difficoltà toglievano l'allegria, con molte frivole

conoscenze e quasi senza amici, un po' abbandonata dalla sua famiglia,

e sentendosi calare addosso lentamente il peggiore dei nemici, il più

stupido dei mali--la noia. Vi era però, come si potrà ben credere,

nell'anima sua una corda che non aveva ancor vibrato e che chiedeva di

vibrare; quella voce segreta ed insistente che tutti ne commove a un

momento o l'altro, ella l'udiva, e comprendeva che vi è qualcosa di

più di quello che le veniva concesso. Per una donna che trovandosi

nella posizione di Emilia finisce col cedere al desio di cui sentesi

ricolma e che cade, tutto è complice della sua caduta; dovrebbero i

moralisti accusarne tutto e tutti, incominciando pure dalle leggi

sociali, ma annoverando perfino la brezza della sera che le accarezza

i capelli. Pur troppo, spinta dalla brama di bere qualcosa di più

saporito che la tazza insipida della vita abituale, correndo

pazzamente alla ricerca di quella dolcezza sublime e sconosciuta,

molte volte scambia l'apparenza per la realtà, la copia abbietta per

l'originale fulgente, e si accorge più tardi con una fitta terribile

al cuore, causa di guai infiniti, che ciò ch'ella ha cercato non lo ha

trovato ancora, e allora le restano più violente che mai e meno pure

le aspirazioni di prima, con le illusioni di meno, e spesso il rimorso

di più.

È presso a poco lo stato d'animo in cui ella si trovava quando conobbe

Alberto. Avvolta nella tristezza di una vita vuota ed annoiata, aveva

tentato fare come le altre che parevano trovare la felicità

nell'amore, ma subito aveva rigettata la prova, scoraggita.

Alberto era un giovane com'ella non ne aveva conosciuto

ancora--abituata a non vedere altro che i soliti tipi d'uomini di

società, come si trovano dappertutto. Egli era solo al mondo; non

avendo quasi conosciuta sua madre ed essendo il padre morto

prematuramente, gravissima perdita per lui. Appena incominciati, aveva

abbandonato gli studi classici per darsi alla pittura, sentendosi da

fortissima vocazione spinto verso quell'arte. Frequentò assiduamente

le scuole, studiò, ebbe l'illusione prodotta da una facilità

sorprendente di esecuzione che viene molte volte scambiata con

l'ingegno--ma la riuscita non fu proporzionata all'attesa.--Si ostinò,

lottò gagliardamente, ma fallì e dovette persuadersi che ciò ch'egli

aveva creduto ispirazione era soltanto prestezza di mano, che la via

che gli pareva gli venisse additata dalla forza, del genio non era più

sua che un'altra, che la vocazione reputata irresistibile e profonda

era una vocazione falsa. Dovette convincersi ch'egli era uno dei

centomila illusi che inciampano tutti i giorni e si staccano e

spossano sulla via ch'essi avevano sperato potere percorrere correndo

e quasi volando.--Eppure spesse volte qualcosa si ribellava in lui

contro a questo crudele giudizio ch'egli aveva avuto il coraggio di

pronunziare; sentiva che malgrado tutto egli era artista, sentiva che

se non riesciva a concretare i sogni che gli passavano per la mente,

però erano suoi ed unicamente suoi; che se non sapeva tradurre sulla

tela i sentimenti, i pensieri, le fantasie, avrebbe forse potuto

estrinsecarli in qualche altro modo; ma questo modo non lo trovava. La

realtà gli stava intanto amaramente, inesorabilmente davanti; non

poteva in alcun modo negare che i suoi progetti giovanilmente

ambiziosi fossero sogni e nulla più. Egli era naturalmente di un

carattere vivace, sempre tentato di guardare le cose dal loro lato più

ridente; ma quel primo disinganno che gli era piombato addosso sul

mattino della vita, aveva fatto una forte impressione sul suo

carattere e lo aveva modificato. Egli dipingeva ancora, ma piuttosto

per il bisogno di un lavoro qualunque che per altro, non lo faceva più

con quella speranza dolce ed acre ad un tempo di chi si sente chiamato

a creare, con quella febbre per cui l'artista è innamorato dell'arte

più che di qualunque donna; l'ambizione, la sete sublime di gloria,

l'invidia salutare dinanzi alle opere dei maestri, tutto questo era

distrutto in lui, come cadono le spighe dorate della larga messe a

terra sotto la sferza spietata della grandine. Lavorava ora piuttosto

con la mano che con la mente; egli che aveva sperato un istante di

poter rivaleggiare con gli altissimi, si accontentava ora del

mediocre; ma la lode che le sue tele--in cui certo l'ingegno non

mancava--attiravano, non riesciva che a fargli spuntar sul labbro un

sorriso ironico pieno di amarezze. Fortunatamente non doveva lottare

con la povertà, suo padre avendogli lasciato un piccolo capitale,

modicissimo per molti, ma sufficiente per lui. Il suo cuore era

giovane e largo, il suo spirito buono e vivace, il suo sorriso franco;

aveva un'anima squisita d'artista, una mente aperta a tutte le grandi

idee. La sua conversazione era simpatica, allegra, saltellante, varia,

talora profonda, talora pazza, sempre vera: si vedeva che diceva ciò

che pensava, e che pensava ciò che sentiva. Ispirava la confidenza e

l'abbandono; ognuno capiva che si poteva dirgli tutto; che ridendo

così fragorosamente per nulla, non avrebbe però mai sorriso

beffardamente dinanzi a un sentimento vero, di qualunque natura esso

fosse. Emilia lo vide subito e dopo qualche volta che gli ebbe

parlato, si sentì attirata verso di lui, perchè lo giudicava migliore

e diverso da quelli che aveva conosciuto fino allora. Dopo qualche

tempo comprese che aveva in lui un amico--e un giorno incominciò il

capitolo che le donne amano tanto, il capitolo delle confidenze che

non finisce mai, ma in cui non si dice mai tutto. Era una di quelle

giornate che invogliano il cuore ad aprirsi e le parole recondite ad

uscire dal labro, uno di quei giorni in cui le simpatie si ritrovano,

in cui involontariamente una lagrima che pare senza causa spunta

nell'occhio. Il cielo era grigio, l'aria pesante, si soffocava

fisicamente e moralmente; ed era impossibile non essere invogliati,

dopo aperte le finestre, a socchiudere il cuore.--Nell'uscire, Alberto

sentì qualcosa che non aveva sentito ancora e la conseguenza fu che

pensò ad Emilia tutta la notte--e che non l'andò più a trovare per un

mese.

Egli aveva un po' paura. Anch'egli era stato colpito da quelle punture

d'ago che ripetute fanno quasi peggio che una buona coltellata una

volta tanto, ed era venuto alla conclusione di chi si trova nel caso

suo, che cioè l'amore come distrazione e sollievo è la miglior cosa

che vi sia sotto al sole, ma che quando minaccia di prendere un posto

troppo grande nella vita non può diventare che una noia o un dolore, e

che bisogna perciò sfuggirlo.

Quel mese in cui tralasciò di far visita ad Emilia, ora ch'era

diventato in lui un'abitudine l'andarvi, in lei un'abitudine il

vederlo, fu noioso per lui, e per lei fecondo di nuove idee e causa

che un nuovo orizzonte le si schiudesse dinanzi. Dopo quindici giorni

cominciò a trovare la cosa piuttosto strana, poi dispiacente, poi capì

che un poco ne soffriva. Fu in collera contro di lui, lo trovò

maleducato e ridicolo; poi si fece inquieta sul suo conto: «che gli

sia successo qualcosa, ch'egli abbia un qualche motivo per non

venire?» Poi credette di averlo in qualche modo involontariamente

offeso, ma non trovò nulla. Finalmente un giorno che suo marito

essendo di cattivo umore le aveva parlato bruscamente, pensò: «Ma

perchè mi abbandona?» e si mise a piangere e singhiozzare. Allora un

sospetto che non l'era mai venuto, l'afferrò, e rasciugandosi gli

occhi dinanzi allo specchio, si vide pallida pallida con due punti

rossi sulle guancie e mormorò: «Dio mio! l'amo forte?»

La casa di Emilia essendo alla dritta, quando Alberto doveva passare

per quella via stava sempre a sinistra, per poter resistere alla

tentazione di entrare. Un giorno che si felicitava più che mai in un

serio soliloquio della decisione presa, misurando quanto male potrebbe

derivare dall'abbandonarsi alla corrente, si trovò senza saperlo nella

via della casa proibita; passò al solito a sinistra, ma quando fu in

faccia alla casa, abbassò d'improvviso la testa come un uomo vinto, e

quasi ubbidisse fatalmente all'impulso delle sue gambe traversò la

strada ed entrò.

La passione era calata su di loro lentamente; si era loro aggirata

intorno con un fare ipocrita e li aveva circondati. È necessario

raccontare ogni fase della loro battaglia; dire come di giorno in

giorno lottarono più debolmente, finchè non lottarono più, narrare la

disfatta più gaia di una vittoria?

Emilia aveva finalmente trovato qualcosa quaggiù: le pareva di

cominciare a vivere in quel momento. Cosa vi può essere di più dolce

che una illusione che ritorna?--Prima di conoscere Alberto, la sua

ultima fede terrena, l'amore, scemava in lei d'istante in istante, e

si sentiva sul punto di negarlo, come aveva negato i divertimenti, le

gioie mondane. Il suo sogno roseo si era infrante le ali contro ciò

ch'ella credette la realtà, ed ora si accorgeva, col cuore traboccante

di un'ebrezza indicibile, che la prosa della realtà poteva essere

falsa e vera invece la poesia del sogno. Per un momento si era sentita

vecchia e le era sembrato che i sentimenti e i pensieri

contraddicessero con la seta dei capelli e la limpidezza dello

sguardo; ora invece si sentiva il cuore pieno di una gioventù

indomabile.--E davvero provava ora più che mai il bisogno di una fonte

pura dove estinguere la sua sete ardente, di trovare qualcosa su cui

appoggiarsi, qualcuno per cui temere e sperare.--Gli affari di suo

marito non andavano meglio ed egli diventava meno sopportabile in

proporzione diretta. Presto fu necessario persino cambiare di

appartamento, e come accade sempre, scendendo nella scala sociale fu

d'uopo salire di piano. Intanto egli conduceva una vita sempre più

sregolata cercando di distrarsi dallo spettacolo triste della sua

sostanza vacillante sempre più. Ed ella che qualche mese prima

soffriva quanto lui del loro cambiamento di posizione, ora non se ne

curava più, quasi non se ne ricordava. L'amore riempie tutto, tiene

luogo di tutto; ella si sentiva ora noncurante delle vanità sociali

come non avrebbe mai creduto di poterlo diventare. Aveva finalmente

trovato la possente distrazione che aveva prima cercato invano, si era

finalmente attaccata ad uno scopo; il suo cuore palpitava,

l'espressione del suo occhio aumentava di dolcezza e di profondità, la

sua intelligenza pareva s'innalzasse; non aveva mai come ora compreso

la natura ed i poeti, Per un momento la sua felicità fu così completa

da parerle che se, per incantesimo, tutte le ricchezze, tutti i

godimenti fossero piombati su di lei, non avrebbero potuto aumentarla

in alcun modo.

Alberto l'amava più intensamente; ora non la fuggiva, ma la temeva

forse più di prima. Si sentiva pesare addosso una responsabilità,

aveva paura del legame. Felice nella pienezza della sua passione, pure

non vedeva sicura la via dinanzi. Si sarebbe potuto continuare a

vivere in quel modo? Era egli certo di sè? Ora non mentiva quando

seduto ai suoi piedi, coprendo di baci le sue mani bianchissime,

giurava che l'amava di tutto l'amore che un uomo può sentire e che

l'avrebbe amata sempre. Non mentiva perchè ora sentiva così; ma era

sicuro di non cambiare? Sincero, diceva ora forse meno di quel che

sentiva, ma chi può rispondere dell'avvenire, chi si può credere forte

abbastanza per resistere alla lenta, ma incessante azione micidiale

del tempo? E se un giorno egli non l'avesse amata più e se in quel

giorno appunto ella avesse avuto bisogno maggiore del suo amore e del

suo appoggio? E se..... e così mille tristi supposizioni, di quelle

che impediscono di dormire, venivano spesso a turbare la serena

felicità del suo cuore. Egli aveva delle teorie sue intorno all'amore,

egli pensava che all'infuori dei capricci, delle frivole relazioni che

si snodano con la facilità con cui si sono annodate, l'amore

illegittimo è cosa triste. Secondo lui dev'essere leggiero per non

essere pericoloso, e le conseguenze che una profonda passione poteva

avere lo spaventavano. Egli era sempre stato lontano da tali

situazioni, e si stupiva ancora talvolta di esservi caduto. Molte

volte Emilia gli faceva pietà; ella era profondamente buona, ed egli

soffriva solo pensando alla possibilità che un giorno le potrebbe far

del male. Altre volte tutte queste paure sparivano, egli pensava che

per la sua posizione, Emilia era al sicuro da qualunque burrasca. Suo

marito non si occupava di lei, se ne curava meno tutti i giorni, e

sembrava quasi la trovasse antipatica ora ch'ella più non poteva pel

suo posto in società, per la sua eleganza, sodisfare all'amor proprio

coniugale--pareva quasi che se avesse potuto l'avrebbe (ci si scusi la

frase) smessa, come avrebbe smesso carrozza.

Sul principio O*** pareva innamorato di sua moglie; ma poi le

preoccupazioni d'interesse lo avevano tutto intiero rivolto agli

affari; egli si sforzava lavorando ostinatamente di riparare al male,

e perciò la lasciava libera. Ella vedeva Alberto tutti i giorni.

Il cielo era senza nubi sulla loro testa; la gioia riempiva talmente i

cuori da non lasciare posto per alcun altro sentimento. I rimorsi

ch'ella poteva avere erano scemati assai dal modo con cui suo marito

la trattava; la situazione era molto semplificata dalla mancanza di

figli. Ogni cosa si accordava nell'impedire che sentissero le pene

dell'amore colpevole, lasciando invece loro complete e dolcissime le

gioie. Inoltre non erano costretti a nessuna di quelle piccole

menzogne, di quei perpetui sotterfugi, di quelle diplomazie private

che d'ordinario accompagnano e amareggiano l'amore in simili casi.

Essi si vedevano quotidianamente senza noie, senza misteri, senza

paure. Molto tempo passò così; ed i giorni succedevano ai giorni

chiari, pieni, felici. Sentivano ambedue ch'essi attraversavano una di

quelle rare stagioni luminose della vita, che poi nei ricordi dell'età

matura restano come un punto lucente fra le tenebre, come un'oasi nel

deserto, come un faro in mezzo ai flutti oscuri, al quale però non n'è

più concesso tornare. In quei momenti di imperturbata beatitudine si

giunge ad un punto culminante in cui perfino la tema per l'avvenire

scompare; allora si è arrivati al massimo della felicità umana.

La luce in cui si è avvolti e che ha già potuto col suo raggio

illuminare il passato e farne scordare le noie trascorse, comincia a

gettare pure un raggio dorato sulla strada che ne si stende dinnanzi e

crediamo allora l'avvenire fulgente di chiarore proprio, mentre è solo

rischiarato dall'irradiazione dell'ora presente. Venne dunque anche

per essi il momento in cui credettero di poter vivere sempre come

vivevano, di poter continuare e vedersi ogni giorno come facevano, e

più non prevedevano alcuna scossa, alcuna tempesta. E pareva infatti

che non vi fosse nulla a temere, che nessun cambiamento fosse

possibile.

Poco dopo avvenne che Alberto dovette assentarsi per qualche giorno,

essendo chiamato a Modena per raccogliere la piccola eredità di una

vecchia zia.--Gli addii furono lunghi e tristi; pareva partisse per il

giro del mondo. Nei momenti di felicità, si teme sempre che una

interruzione possa essere fatale; pare che si creda di essere stati

obliati in un angolo dalla sorte, che il male non sappia più la strada

e che sia d'uopo stare quatti quatti per non essere ancora notati.

Dovette stare assente un po' più di quel che credeva, e allora

comprese quanto amasse Emilia, sentendo come gli fosse dura la

separazione. Finalmente giunse il giorno del ritorno, gli parve che la

locomotiva fosse più lenta di un ronzino di vettura, e appena giunto,

senza frapporre indugio, si buttò in una carrozza, gridando al

cocchiere l'indirizzo d'Emilia. Egli era inquieto non avendo mai

ricevuto lettera, ma non dubitava ch'ella lo stesse aspettando;

avendogli scritto che arrivava. Passò dal portinaio come al solito

senza chieder nulla, ma la consorte di quell'illustre personaggio,

ch'era sola nello stanzino, gli fu dietro sulla scala.

--«Ehi, ehi, signore, la signora è partita.»

Alberto si arrestò di colpo.

--«Partita?!»

--«Sì, signore, e senza dire per dove, ma credo che sia in campagna.»

Egli era annichilito e mistificato, ma non volle farsi scorgere

dinnanzi alla portinaia. Escì e corse a casa, ove trovò una lettera

che certo gli era stata indirizzata credendosi che la sua assenza

dovesse essere più breve. Prendendola, il cuore gli batteva

violentemente; temeva di aprirla. La guardò da tutte le parti; era

proprio la scrittura di Emilia, fina, eguale, scorrevole, nè vi era

nei caratteri alcun segno di agitazione, ma non potè leggere il nome

del luogo d'onde veniva. Finalmente stracciò la busta e appena lette

le prime righe impallidì:

«Alberto, piango scrivendoti e non so come incominciare a dirti tutta

la disgrazia che ne colpisce. Mi pare quasi che sia impossibile e vi

sono dei momenti in cui mi abbandono alla speranza che tutto sia un

sogno. Ti scrivo da una casa di campagna della famiglia di mio marito.

Come sai, egli era da lunghissimo tempo in poco buona armonia con

essi, al punto che io quasi non li conosceva: vi era sempre stato

disparere fra di loro su tutte le quistioni possibili, inoltre la vita

che mio marito conduceva non garbava punto alla madre, nè ai fratelli,

ed essi temevano sempre ciò che infatti avvenne. Da un giorno

all'altro tutto cambiò. La riconciliazione fu fatta senza che io ne

sapessi nulla, essendo forse preparata già da qualche tempo senza che

nulla trapelasse; il fatto stà che O***, il quale da alcuni giorni mi

teneva spesso compagnia, pareva volesse mettersi meco in migliori

termini e mi parlava con un tono dolce che non gli conoscevo,

d'improvviso mi annunciò ch'egli era perfettamente riconciliato sotto

tutti i rapporti con casa sua, dicendomi che da molto tempo lo bramava

ardentemente, essendo insopportabile al suo cuore tale separazione

(del che non mi ero mai accorta). Soggiunse poi: «la bella stagione

comincia e andremo a star con loro in campagna; ho bisogno di

riposarmi da tutte queste noie.»--Io impallidii e non seppi dire una

parola. Cercai prestamente una scusa, un pretesto, un motivo, un

rifiuto possibile, lo cercai come un naufrago cerca un pezzo di legno

per attaccarsi--non trovai nulla. E risposi delle parole incoerenti in

senso affermativo, non sapendo quello che mi dicessi, e cercando di

dissimulare la mia confusione. Capisci tutto il male che questo

cambiamento racchiude per noi? Capisci quanto l'avvenire si fa buio,

quanto la strada diventa ardua e difficile? Io era come pazza; mi

rinchiusi nella mia stanza e piansi, ma poi dovetti fingere, perchè

non gli venga il sospetto che non gli è mai venuto finora. Qui fui

accolta freddamente da mio suocero e dalle mie cognate, tutta gente

che detestai cordialmente al primo vederli: e dovetti fingere e

fingere sempre, ed esser gentile e sorridere e ascoltare delle

conversazioni stupide, noiose, interminabili, rispondere affabilmente,

e rendermi amabile e interessarmi a delle cose di cui non m'importa

uno zero--e non mi resta quasi che la notte in cui posso pensare a te

e scriverti e piangere. Chi sa quando questo esilio finirà, ma e dopo?

Ah! sento che i tempi felici sono passati! Mio marito è sempre con me

e parla di stare tutti insieme, ora che la pace è fatta, dicendo:

«staremo assai meglio e spenderemo meno». Ma e tu allora? Non potrai

più venire come prima. Chi lo avrebbe detto? Già, quando sei partito,

ho avuto una specie di presentimento. Mi sento mancare le forze quando

penso quanto tempo dovremo stare ancora senza nemmeno vederci. Se

sapesti come ti voglio bene! Tu mi hai salvato da me stessa, mi hai

tolto a tutte le mie tristezze, a tutte le mie noie, mi hai consolata

di tutto. Hai per un momento irradiato di felicità la mia vita, ed ora

tutto ritorna nelle tenebre. Mi amerai sempre, a qualunque costo, di

faccia a qualunque avvenimento? Non posso ancora dirti di scrivere,

non sapendo come tu lo possa fare senza svegliare i sospetti; ma ti

avviserò appena avrò saputo combinare qualcosa. Addio, scusa

l'incoerenza delle mie parole, sono abbattuta e istupidita. Eravamo

troppo felici. Chi sa che avverrà di noi! Ricordati però che non

m'importerebbe nulla se fossi sicura che tu non cambierai mai. Ti

mando tutto l'amore di cui ho il cuore pieno per te.»

La lettura di queste righe produsse in Alberto quell'effetto di

prostrazione che segue la notizia d'una sventura inattesa. Avere

travisto una felicità che gli sembrava completa, avere diffidato e

temuto, poi irresistibilmente attirato non aver potuto più lottare, e

appena accortosi che il disinganno aspettato e temuto non giungeva,

rallegrandosi della propria debolezza, veder d'improvviso cadere tutto

l'edifizio di felicità come un mazzo di carte al primo urto! Cosa era

stato necessario per interrompere la sua vita? semplicemente che al

signor O*** venisse l'idea suggerita dall'interesse di riconciliarsi

con casa sua.

A che serve lusingarci sui particolari, a che serve raccontare giorno

per giorno come furono condotti a poco a poco all'alternativa o di

dover rinunziare al loro amore o di dover perder tutto il resto per

conservarlo? Per qualche tempo sperarono che la separazione finirebbe,

che una volta ritornata si potrebbe ripigliare la vita di prima. Ma il

progetto esposto nelle lettere di Emilia fu da suo marito posto in

esecuzione, e tornando in città continuarono a stare insieme. O***

subaffitò il proprio appartamento e andò a stare in casa de' suoi.

Vedersi come prima era impossibile, ed ora dovettero conoscere tutte

le amarezze, tutte le noie, tutte le paure della passione contrastata.

Qualche tempo passò così e allora compresero quanto si amavano; poichè

se il loro amore fosse stato vincibile e passeggero, a poco a poco la

loro nuova vita sarebbe diventata abitudine, e gettando pure un occhio

triste verso il passato, avrebbero potuto continuare così. Ma non si

abituarono mai alle dure esigenze del cambiamento. Per di più, com'era

inevitabile, O*** cominciò a sospettare qualcosa e la situazione

divenne davvero intollerabile.

Allora--come d'un tratto uno spostamento di nubi cambia l'aspetto del

cielo--tutte le idee preconcette di Alberto svanirono, tutti i suoi

proponimenti caddero, tutte le sue teorie cambiarono. Capì che non si

può fare una casistica della passione, e che se l'amore ci ha

afferrato, egli è il padrone talvolta e ne può condurre dove meglio

gli aggrada. Ciò che prima gli pareva il più grande degli errori, gli

sembrava invece l'unica verità, il partito peggiore si era fatto

subitamente il migliore ai suoi occhi, considerava ora la sola via che

gli rimanesse quella che prima gli appariva coperta di triboli. Tutti

i partiti estremi dinanzi ai quali--trovandoli nei libri--soleva prima

crollare il capo o sorridere di un sorriso triste, ora capiva che

talvolta è forza l'appigliarvisi.

Ed Emilia?--Ella pure non avrebbe mai creduto potere in una occasione

qualunque prendere una di quelle risoluzioni supreme che cambiano

l'aspetto della vita: per quanto amasse Alberto, non l'era mai venuta

l'idea che lo amasse abbastanza per sacrificargli tutto, perfino le

apparenze. E ora capiva invece che, sebbene non avrebbe certo avuto

mai il coraggio di pronunciare la prima parola, se egli le avesse

detto: «fuggiamo da tutto e tutti, lasciamo ogni cosa, cerchiamo di

farci dimenticare dal mondo e di dimenticarlo, e rinchiudiamoci nel

nostro amore senza il quale non possiamo vivere», ella non avrebbe

saputo resistere un solo istante e avrebbe perfino passato l'oceano

senza esitare.

E la tentazione di pronunziarle quelle parole era in lui fortissima e

di momento in momento si faceva più insistente. Pure le vecchie idee

combattevano sempre e una lotta gagliarda s'impegnò tra il cuore e la

ragione, quelli eterni antagonisti. Fosse ancora stato ai tempi quando

credeva alla sua vocazione, avrebbe saputo forse resistere; ma la fede

era sparita da un pezzo. Egli non aveva legami, amava Emilia come non

aveva mai amato fino allora, come non avrebbe creduto di potere amare

mai. Egli cercava invano di trovar buone le ragioni che sempre gli

erano sembrate eccellenti; egli tentava di persuadersi che l'amore non

è l'unico scopo della vita, che non si deve tutto giuocare su di una

carta, che le situazioni false, al di fuori di ciò che le leggi di

ogni maniera comandano, se talvolta tollerate, sono però condannate

sempre in massima. Il cuore gli rispondeva che non lo si poteva

obbligare a morire.

Inoltre la vita si era fatta per Emilia ben dura e triste. Condannata

a stare continuamente con gente antipatica e stupida, cui ella era

naturalmente uggiosa, legata ad un marito che oramai odiava, e che con

la maggior calma possibile l'aveva sempre resa infelice, tutte le

tristezze le calavano addosso ad un tempo; si sentiva più desolata,

più abbandonata che prima di conoscere Alberto.

Una goccia basta a far traboccare la tazza. Un giorno che a tavola suo

marito, avendole parlato brutalmente dinanzi al servitore, le aveva

fatto montare al viso il rossore della vergogna e dell'ira, gli altri

in massa le diedero torto, mormorando. Il suo orgoglio nativo si

risvegliò in lei, si alzò bruscamente da tavola, mise un velo sulla

testa ed escì per non più tornare. Fece quello che non avrebbe mai

creduto di fare, andò da Alberto. Quando entrò egli capì tutto. Le sue

idee, le sue teorie scomparvero affatto, la lotta che da tanto tempo

lo agitava fu vinta dalla lagrima che silenziosa rigava la guancia di

Emilia, e quando ella stanca, affranta, abbattuta dallo sforzo fatto

fino allora si gettò singhiozzando tra le sue braccia, egli se la

strinse forte contro il petto e disse: «Ora sei mia, e nulla ne potrà

separare».

In casa O*** Emilia era detestata. Ella era di abitudini, di sentimenti,

d'idee, in tutto affatto opposta ad essi ed ogni più piccolo suo moto

riesciva loro insopportabile e antipatico. Cercarono di farle del male

in ogni modo, e tra le altre cose, insinuarono al marito il sospetto che

non aveva mai avuto. Parlavano continuamente dinanzi ad Emilia di tutto

ciò che O*** avrebbe potuto fare se non ci fosse stata lei, e pareva

davvero volessero farle capire ch'ella era un impedimento a tutti i

progetti di suo marito, una noia e nulla più. Avevano un'arte

d'insinuare chetamente le cose più abbominevoli. Parlavano talvolta dei

«tempi infelici» che erano trascorsi, ma le cui conseguenze duravano

ancora, come se Emilia fosse stata la causa principale della rovina

della casa: volevano dare ad intendere che ai loro occhi ell'era un

mostro di leggerezza, di vanità, d'insensibilità, «noncurante nè della

sua famiglia, nè di suo marito, e capacissima del resto di.... molte

cose». Fu per questo che si contentarono di lanciare l'ultima

maledizione sul capo di Emilia che fuggiva dicendo: «Quelle lì è meglio

perderle che trovarle». Se ne parlò «dappertutto» e continuamente per

una ventina di giorni, poi se ne parlò meno; poi non se ne parlò più.

Essi partirono; partirono lasciando tutto, dimenticando tutto, senza

paura, senza rimorsi. Tutte le nebbie, tutte le esitazioni erano

scomparse; la battaglia era stata vinta, il cuore aveva persuaso la

ragione; le teorie prestabilite, le idee che avevano prima comuni, in

ambedue erano svanite contemporaneamente; il soffio della passione

aveva bastato. Era oramai troppo tempo ch'erano separati, che vivevano

una vita di noia e di dolore, perchè in quel primo momento di riunione

potessero sentire altro che l'ebbrezza della felicità riconquistata.

L'amore vince. Se un anno prima qualcuno avesse profetizzato quello

che avveniva quella sera all'uno o all'altro, ciascuno l'avrebbe

giudicato impossibile. Essi avevano creduto di poter amare con

restrizione, ma l'amore non lo ammette sempre, non è sempre possibile

farlo stare entro certi confini. L'amore può far cambiare chiunque:

siete un uomo pratico, positivo, posato; credete di aver amato e di

aver vinto e di non aver più nulla a temere; un bel giorno l'amore

vero vi afferra, e allora dimenticate completamente tutto ciò che non

avrete mai creduto poter dimenticare, le convenienze, le esigenze

sociali di cui vi eravate fatto un culto, non vi ricordate nemmeno più

che esistono, e ciò che prima era la follia ora vi sembra la saggezza.

Partirono: e quando furono soli nel _coupè_ della diligenza,

appoggiati l'un contro l'altro, sentirono un'immensa gioia che loro

inondava il cuore. Attraverso ai larghi vetri che avevano dinanzi,

vedevano i cavalli che trottavano vigorosamente agitando in monotona

cadenza i loro sonagli, animati dall'allegro vociare del conduttore e

dallo scoccare della frusta; più in là la strada che serpeggiava come

un nastro bianco svolto sul suolo, a sinistra la montagna che

s'innalzava quasi a picco, tutta coperta di una vegetazione bruna e

selvatica; a destra la valle profonda e umida, attraversata da

torrenti e ruscelli, sparsa di capanne e di pascoli; più in là li alti

monti spogli di vegetazione e coperti di rocce e di scogli; più in

alto ancora le cime bianche di perpetua neve che i raggi morenti del

sole tingevano di rosa, e che disegnavano nettamente i loro contorni

taglienti e bizzarri sul fondo grigio del cielo, sparso solo qua e là

di grandi nubi leggere, Il sole calava lentamente dietro le cime della

parte opposta, e mentre l'ombra invadeva tutto tristamente a poco a

poco, la gioia si alzava e cresceva nei loro cuori. Miravano lo

spettacolo sublime di quel tramonto in quel luogo superbamente e

selvaggiamente bello con l'occhio pieno di visioni degli amanti, e le

cose bellissime e illusorie dei sogni che loro attraversavano la mente

si univano alla splendida realtà di ciò che vedevano davvero. Essi si

sentivano felici di una felicità inapprezzabile e profonda; si

sentivano liberi come gli augelli che vedevano svolazzare qua e là tra

il cielo e le cime. Aspiravano con delizia quell'aura vivificante e

vibrata delle Alpi, come inebriati dal profumo acre e selvaggio delle

eriche e dei pini, che il vento della sera agitava e contorceva. Erano

pieni di benevolenza verso tutti; avevano perfino simpatia pel

conduttore che ad ogni fermata stendeva loro la ruvida mano con un

sorriso, chiedendo la mancia. E i cavalli trottavano, e i sonagli

sonavano, e la frusta scoccava, e il conduttore saliva, scendeva,

gridava, cantava, e nel tramonto le cime bianche si confondevano col

cielo, l'aria si faceva di momento in momento più fredda e più

vibrata, il silenzio diventava profondo e quasi solenne, i loro

sguardi mandavano una luce ignota, i loro cuori palpitavano di un

gaudio sconosciuto--e nella valle non si vedeva più che l'ombra.

Quella immensa gioia del primo momento, che da nulla poteva esser

turbata, durò per qualche tempo e poi cessò; e allora tutti i tristi

pensieri che infallibilmente la dovevano assalire, l'assalirono in

folla. Era infatti naturale che in quel primo momento di ebrezza non

vi fosse posto nel suo cuore nè per i rimorsi, nè per le paure

dell'avvenire, nè per le riflessioni amare; ma queste non tardarono a

giungere. Non è possibile perdere di un tratto la propria posizione,

diminuire inevitabilmente nella stima di molti, farsi quasi maledire

dalla propria famiglia, sentirsi dai più indulgenti compianta, senza

che ne scaturisca un senso di dolore e di scoraggiamento bastevole a

imbrunire la felicità raggiante dell'ora presente. E siccome tanto è

più dolorosa la caduta quanto più dall'alto si cade, così dopo quei

primi tempi di gaudio imperturbato, subentrò una tristezza profonda.

Ma a poco a poco questa diminuì a sua volta e dopo le brusche

oscillazioni tra la gioia ed il dolore, tra la pienezza della speranza

ed il vuoto dello scoraggiamento, finalmente vi fu equilibrio e nel

suo cuore entrò la pace; il gaudio dell'animo suo fu mitigato dalla

umiltà della coscienza e sul suo viso si posò stabilmente quella

espressione di malinconia consolata di cui parlammo al principio.

Essi viaggiarono molto nei primi tempi, e, come dissi, era facile

incontrarli da tutte le parti, ma scelsero poi per loro dimora

Firenze. Presero una piccola villa poco lontana dalla città; una

piccola casa modesta, tranquilla, piena d'ombra e di mormorio, che

loro offriva la pace e la solitudine della villeggiatura, e al tempo

stesso tutte le distrazioni di una città a pochissima distanza.

Qualche amico di Alberto veniva a trovarli talvolta, e più raramente

qualche conoscenza che avevano fatto. Ella accettava coraggiosamente

ed umilmente la sua posizione falsa, e non si curava senza

affettazione della società dalla quale ora era bandita. Il mondo che

giudica male e capisce così poco, questa volta giudicò meglio e capì

qualche cosa; ed era tanta la simpatia ch'ella ispirava

involontariamente che venne rispettata. Il piccolo circolo di amici

che venivano ammessi nell'intimità della villa l'ammiravano, le

volevano bene, e quelli che non la conoscevano credevano al bene che

ne veniva detto. Le antipatie ingiuste e preconcette cadevano al primo

vederla, poichè il suo sguardo disarmava ed il suo sorriso vinceva.

Ella aveva preso il suo posto francamente, ma senza baldanza e senza

orgoglio; chiedeva solo d'essere perdonata, e riconoscente

dell'indulgenza che trovava.

La villa fu il ritrovo di una piccola società speciale, eccezionale,

principalmente artistica.

Se si fossero conservati i ritratti di Emilia alle diverse epoche

della sua vita, come lo si usa con le persone illustri, un fino

osservatore avrebbe trovato un importante mutamento tra i suoi primi

ritratti e quelli fatti dopo la sua fuga dal marito; senza parlare del

carattere di volontà ferma, leggermente adombrato da una tristezza

dolce che la sua fisonomia aveva preso, e di una certa piega

lievissima del labbro che prima non aveva, e della sua bellezza per

così dire completata--forse dall'aver saputo fare risolutamente il

passo fatto--vi era un cambiamento sensibile nell'insieme della sua

persona, nell'atteggiamento, nel modo di lasciar cadere le mani, nella

posa della testa, nel vestirsi, e più ancora nel modo di portare ciò

che vestiva. Prima la era una giovane elegante, come ve ne sono cento;

si vedeva che i suoi vestiti erano della prima sarta, i suoi cappelli

della prima modista, ma nulla più. Vedendola passare l'avrebbe

osservata chiunque ha l'abitudine di guardare le donne che incontra

per strada. Ora invece al senso elegante si era aggiunto il senso

artistico, al taglio sapiente della sarta il disegno del pittore; si

vedeva che alla ricerca della moda passeggiera era successa la ricerca

di ciò che fosse bello per sè, di ciò che fosse meglio adatto a dar

risalto al suo genere di bellezza. Allo studio dell'ornamento era

subentrato lo studio della linea. Vedendola passare chiunque l'avrebbe

guardata, ma un artista l'avrebbe certo seguita lungamente con lo

sguardo. Elegante, nel senso volgare della parola, non lo era più, e

le ragioni prosastiche non vi mancavano; era sempre vestita con una

semplicità purissima e senza lusso; ma tutto quel che indossava aveva

un carattere squisito. In parte il merito di questo, com'era facile

indovinarlo, ricadeva sopra Alberto, il quale, sempre artista, non

potendo fare dei capolavori, disegnava le pieghe armoniosamente

cadenti delle vesti d'Emilia.

Qualche volta ella s'attristava volgendo indietro lo sguardo ai belli

anni della sua vita di fanciulla. Si ricordava quel tempo, fuggevole

quanto il resto, ma che sembra più lungo poichè lascia più durevole

ricordo di sè, che passa tra la fine dell'infanzia e il principio

della giovinezza, quel tempo color di rosa e d'argento quando ogni

gioia è un gaudio e si chiamano dolori le piccole contrarietà. Pensava

ai suoi sogni primieri, al modo con cui l'idea del matrimonio--quella

magica idea che sempre riempie la mente delle giovanette--le frullava

pel capo; alle amiche d'allora che non potevano più rispondere a tal

nome, a sua madre, alla famiglia, alle rumorose domeniche e ai tristi

lunedì, ai giochi ed agli studi, alla prima veste da ballo e al primo

filo di perle. E la malinconia giungeva inevitabile, confrontando le

sue aspettazioni giovanili, le promesse dell'adolescenza con la realtà

presente. Passava poi col pensiero ai primi anni di matrimonio, quando

le belle acconciature e le piccole galanterie banali erano il suo

passatempo, quando la vanità le pareva bastevole a riempirle la vita:

poi di là seguiva mestamente la china fino a quel momento, e vedeva

come l'amore, che un giorno aveva negato, fosse ora diventato ad un

tempo scusa, consolazione e necessità. E riflettendo come quelle che

avevano tutte le apparenze della felicità, tutti gli splendori della

società, fossero certo meno felici di lei, mancando spesso della vita

del cuore, si consolava di tutte e capiva ch'era ancora invidiabile,

purchè Alberto le rimanesse.

Ma ne era certa? Spesse volte veniva assalita da dubbi di ogni

maniera; e l'idea che avesse a stancarsi di lei, ch'egli avesse ad

amarne un'altra la facevano soffrire atrocemente. Se alla fine egli

prendesse a noia la vita calma e monotona che conducevano, se gli

venissero d'improvviso di quei bisogni di distrazione ai quali non si

può resistere, se la sua gioventù si facesse impaziente di ogni freno

e s'egli volesse vivere la vita giornaliera e vivace di coloro che non

hanno legami? Se, cosa tristissima, egli non le stesse più vicino che

per pietà; se dovesse giungere un giorno in cui l'amore si avesse a

spegnere a poco a poco e ch'egli restasse al suo posto solo per

un'idea di dovere, fingendo una passione che non poteva più sentire,

cercando di far rivivere in fiamma ciò che si era mutato in cenere?

Guardandosi nello specchio, ella pensava: «Quante ve ne sono più belle

di me!» E allora si sentiva gelosa di tutte le donne che passavano

sotto la sua finestra in quel momento. L'avvenire la spaventava.

Quando vedeva una nube sulla fronte di Alberto o un sorriso amaro

passargli sulle labbra, ella s'inquietava e credeva scorgere in quei

segni passeggeri i sintomi della noia vicina. S'egli era preoccupato,

il cuore di lei palpitava ansioso, poichè temeva che qualcun'altra

l'avesse colpito; se talvolta egli le parlava tristamente, si

rimproverava di non saperlo consolare.

Un giorno ebbe una sorpresa. Una sua amica d'infanzia, che passava per

caso da Firenze, venne a trovarla. Quando l'aveva lasciata era una

fanciulla di qualche anno maggiore di lei, timida, impacciata, con le

mani rosse; ora la ritrovava bella, elegante, contessa, e vedova.

Emilia ne fu commossa, non rifiniva dall'abbracciare e riabbracciare

la sua amica; poi le raccontò tutto, tutto quello che aveva passato e

sofferto e gioito, la sua felicità presente mista alle memorie del

passato e alle paure per l'avvenire. Le disse quanto Alberto fosse

elevato di animo e di cuore, e come le sue qualità stesse aumentassero

in lei la tema di saperlo un giorno trattenuto vicino a lei solo dalla

pietà e dall'idea del dovere; parlò del suo ingegno, ch'egli negava

tristamente, ma ch'ella aveva travisto col suo istinto di donna e che

pure un po' le faceva paura, poichè l'ingegno ha di ogni maniera

esigenze e abbisogna spesso di una vita variata e avventurosa.--«Io

sono tanto al disotto di lui», ella aggiungeva.

La fu una bella giornata, quella che passarono insieme le due amiche,

l'una indulgente e pietosa, l'altra riconoscente. Si raccontarono

tutto a vicenda, si esortarono, si ammonirono, piansero, risero,

parlando ad un tempo di cose serie e di leggere, del passato e del

presente, d'amore e di vestiti. Ma la contessa doveva partire e fu

forza dirsi addio.--Allora si promisero di scriversi, e spesso, e

dirsi ogni cosa. «Nei dolorosi momenti avrai qualcuno cui potrai

confidare le tue pene, se avrai bisogno di una mano amica in qualunque

occasione, ve ne sarà una sempre stesa verso di te». Gli occhi di

Emilia le si velarono involontariamente e abbracciò la sua amica con

uno slancio pieno di affetto e di gratitudine.

Se qualcuno avesse potuto vederle in quel giorno o sedute vicino

all'ampia finestra del salotto d'Emilia o passeggiando per li ombrosi

viali del giardino, avrebbe certo veduto un bel quadro, se artista; se

osservatore, uno studio difficile, poichè era arduo l'indovinare cosa

fossero quelle due donne. La contessa per il modo di vestire, per la

camminatura, per i gesti, per il portamento era _una gran dama_ e

nulla più, giovane, allegra, bella, distinta. L'altra invece col suo

vestire modesto e artistico, con la sua fronte ove si scorgeva

ch'erano passati i pensieri in copia non comune, con quell'aspetto

distintissimo alla sua maniera, ma diverso assai da quello della

compagna, con la quasi impercettibile distanza ch'ella stessa poneva

fra loro due, sarebbe forse rimasta un enigma anche per il più arguto

spettatore.

Emilia fu mesta per la partenza dell'amica, e quella breve apparizione

talvolta quasi le sembrava un sogno. Pure pensava con un senso di

profonda contentezza come ella, costretta a troncare ogni relazione

con la propria famiglia, aveva ora almeno qualcuno cui ricorrere in

una circostanza difficile, un cuore in cui gettare ciò che traboccasse

dal suo.

La prima a scrivere fu la contessa. Erano già passati due mesi dal

giorno in cui si erano vedute, ed Emilia, timida, non aveva osato

mantenere la propria parola. Le cose fanno un effetto ben diverso a

una certa distanza, ed ora che non vedeva l'occhio pieno di bontà

dell'amica indulgente, che non sentiva la pressione affettuosa della

sua mano, benchè fosse persuasa che le volesse bene assai, non sapeva

risolversi a confidare a un foglio di carta tutto ciò che avrebbe

tanto volentieri versato all'orecchio dell'amica. La contessa, forse

intravedendo un po' tutto questo, si decise a scrivere per la prima;

Emilia allora, incoraggita, rispose subito. Ecco la lettera: meglio di

qualunque parola, può mostrare lo stato di animo in cui ella si

trovava:

«Quanto sei buona, mia cara Maria, di avermi scritto per la prima.

Sai, che io quasi non osava?--Lo confesso, ora che non sei qui a farmi

diventare rossa con i rimproveri tuoi affettuosi; e lo faccio perchè

mi conosci abbastanza per comprendere ch'era una stupida falsa

vergogna (forse qualcosa di un po' diverso, ma che non ti so spiegare)

e nulla più. Grazie, grazie, per tutto quello che mi dici; se sapessi

quanto le tue parole mi fanno bene!.... Non credere che io abbia mai

dubitato di te; tu sei troppo buona ed intelligente perchè un simile

sospetto ti possa afferrare, benchè il mio silenzio mi accusi un po'

in apparenza, ma il sentirmelo ripetere, con quei detti che solo

l'amicizia profonda e vera sa trovare, mi riesce dolcissimo--tanto più

che ne ho davvero bisogno. Sì, Maria, ho bisogno che qualcuno mi

voglia bene, mi faccia coraggio! La lotta contro tutti è ben dura per

una povera donna come io sono; e quando si ha concentrato tutto sopra

un punto solo, quando un solo vi deve consolare di quanto avete

perduto, vi deve rendere forte a proseguire il cammino in cui si è

voluto avventurarsi--se un dubbio vi assale, quel dubbio basta ad

avvelenarvi la vita. Oh il dubitare sempre! Oh, Maria, la certezza

sarebbe meno male! So quanto gli sono inferiore, e sebbene, vada

orgogliosa di esser amata da lui, sento che forse non ne sono

meritevole; se dunque egli mi dicesse che è stanco di me, che ne ama

un'altra, non mi rimarrebbe che a morire tutta sola nel mio angolo, ma

sarebbe forse meno male che il dubbio atroce ch'egli non mi ami più e

non abbia il coraggio di dirlo, che io cessando d'ispirargli amore

gl'ispiri pietà, oh! questa idea è troppo crudele!.... e pure non mi

vuole abbandonare. Perchè egli è buono, sai, profondamente buono, e se

non mi ama, mi ha amato assai e dunque potrà dire fra sè: «Povera

Emilia mia, non ti amo più, ma non te lo saprò mai dire», e avere il

triste coraggio di sopportare quella tortura orribile che è la

finzione in amore--senza capire che fa soffrire sè stesso inutilmente,

poichè non s'inganna una donna che ama.

«Ma tu mi dirai: questi dubbi, queste paure su che cosa son fondate?

Su niente. E malgrado ciò esistono e mi straziano. Vorresti negare

l'istinto di donna? Abbiamo talvolta dei presentimenti che ne fanno

tremare, delle superstiziose paure che non riusciamo a scuotere, ma,

pur troppo, quei presentimenti si avverano quasi sempre, quelle paure

lontane si fanno terribili e reali. Non ti par vero? Malgrado che

scoraggito e disingannato nell'arte sua egli voglia negare il suo

ingegno, pure ne ha e molto, del genio oserei quasi dire; e so anch'io

che non posso bastare a riempire la sua mente di artista, che devo

perdonargli le lunghe ore in cui mi accorgo di esser lontana mille

miglia dal suo pensiero; ma queste, che una volta erano rare, si fanno

ora di giorno in giorno più frequenti. Oh Maria, s'egli ne amasse

un'altra?

«Io dissi che tutte le mie paure sono affatto prive di motivo; ed è

vero, pure c'è una data nella mia mente alla quale non posso a meno di

porre il principio del suo cambiamento a mio riguardo. Tre giorni dopo

la tua partenza, al giovedì, eravamo alle Cascine; era tardi, il mondo

elegante aveva già abbandonato i viali, e noi silenziosi guardavamo i

riflessi di luna, che penetravano a stento qua e là tra le fitte

foglie, rischiarando magicamente la solitudine che si era fatta

intorno a noi. Io mi sentiva in uno di quei momenti, quando la poesia

delle cose esterne pare filtri in noi a poco a poco, finchè ci

sentiamo il cuore traboccante. Pensava al passato e all'avvenire,

guardavo Alberto il cui sguardo era fisso nella semi-oscurità che ne

avvolgeva; lo guardavo con inquietudine, poichè mi sembrava in uno di

quei momenti di abbattimento invincibile che tanto mi spaventano, e

che ora si fanno, Dio mio! ben frequenti; egli pareva ben lontano da

me, ed io era gelosa de' suoi pensieri. Talvolta un sorriso triste e

forzato gli passava sul labbro, uno di quei sorrisi che fanno male a

vedere--e la mia idea fissa mi faceva soffrire orribilmente, l'idea

ch'egli non mi ama più. D'un tratto udiamo una voce: «Alberto,

Alberto!» e vediamo un giovane, che a piedi correva dietro alla nostra

carrozza. Questo incidente improvviso distrasse me dai miei pensieri e

svegliò Alberto dai suoi sogni--fecemmo fermare--e in un attimo lo

sconosciuto era giunto alla carrozza, e appena che si furono

ravvisati, Alberto e lui si strinsero le mani e si abbracciarono.

--«Da quanto tempo sei qui?

--«Da ier l'altro.

--«Ti fermi?

--«Credo di sì.

--«Verrai a trovarmi?

--«Certo. Dove stai?

Alberto gli diede il nome della villa.

--«Hai fatto parlar di te. Ho letto le tue cose e credo inutile dirti

che sono entusiasta.

--«E tu, cosa fai?

--«Io?--Niente--» Poi con un sospiro: «Se vieni a trovarmi, parleremo

a lungo.--Vieni domani.

«--Domani non posso, ma posdomani certo».

Si strinsero ancora la mano. Alberto soggiunse:

--«Non ti puoi imaginare quanto son felice di vederti! ne avevo

bisogno,» gli diede un'altra volta la mano, che l'altro strinse nel

mentre alzava il cappello lentamente, guardandomi fisso, e partì.

--«Chi è? io chiesi.

--«Non ti ho mai parlato di un giovane di straordinario ingegno, ch'è

primo fra i pochi cui do veramente il nome di amico? È lui. Non puoi

capire che gioia sia per me l'averlo incontrato. Io non credo molto ai

presentimenti, ma devo confessare che da qualche giorno pensava a lui

continuamente.

--«Perchè non me lo hai presentato? io domandai.

--«Come, non l'ho fatto?--Mi sembrava di sì.»

«Non si era accorto dell'omissione; il fatto sta che quella sera

l'incontro con l'amico aveva scacciato dalla fronte di Alberto la nube

che ora vi sta così sovente; ma è da quell'incontro che il suo

contegno verso di me si è cambiato davvero, che il suo modo

m'inquieta; è d'allora che i dubbi crudeli che mi straziano si sono

fatti insopportabili, è d'allora che ho spesso quella inesplicabile

sensazione, nuova e terribile, che mi fa dire: «Non è più mio».

«Al giorno stabilito, quando l'amico d'Alberto venne, si rinchiusero

in stanza e vi stettero quasi tutto il giorno. Alla sera partirono

insieme e non tornarono che tardi. Talora mi pare perfino di odiarlo,

quel suo amico, che viene a portarmelo via; mi pare certo che Alberto

ne ama un'altra; ch'egli confida tutto al suo amico, e forse questi lo

consiglia ad abbandonarmi, forse lo spinge nella passione cui ha

resistito finora. Oh! che mi dicessero almeno subito la mia sentenza,

ma questo dubbio incessante è quasi un'agonia!--Dimmi che sono pazza,

dimmi che tutte queste brutte idee non sono che le allucinazioni

dell'amore. Il nuovo venuto fu gentilissimo con me, e lo troverei

simpatico, se non mi sembrasse che mi distacca Alberto;--mi parlò

benissimo di lui, mi raccomandò d'incoraggiarlo, di fargli animo,

disse che non bisogna permettergli di negare il proprio ingegno; disse

tutte queste belle cose, come se le avesse scoperte lui!--E adesso

intanto che scrivo lì vedo che passeggiano là nel giardino sotto il

pergolato, dove abbiamo tanto passeggiato quel giorno, ti ricordi? e

parlano, parlano, e gesticolano e sono ben certa che io non c'entro

nei loro discorsi. Forse c'entra un'altra.

«O mia buona Maria, aiutami. Ti sembro diventata pazza?--Quanto, sarei

contenta di ricevere una tua lettera che me lo dicesse! Ma pur troppo,

temo di aver tutta la mia ragione; è vero che giudico con l'istinto,

ma l'istinto va dritto alla verità. Non so comprendere cosa sia

avvenuto; non so se davvero ne ami un'altra come sospetto sempre, non

ho nessuna prova positiva, non so nulla, non posso lagnarmi di lui,

pure, Maria, sento, sento ch'egli non è più mio. Addio, addio.

Scrivimi presto, confortami tu che sai confortare.--Te ne sarà ben

riconoscente la tua Emilia.»

Sembrerà forse una cosa triste a molti, ma che ben pochi fra coloro

che pensano vorranno negare, che nell'amore le cause più indirette in

apparenza, le circostanze esterne possono acquistare una grande

importanza. Se Alberto non fosse stato costretto a confessare che la

sua vocazione per la pittura era una illusione, se la passione non

avesse trovato nel suo cuore e nella sua mente il campo devastato,

avrebb'egli fatto ciò che abbiamo raccontato? Non lo crediamo. L'amore

in tal caso non avrebbe potuto vincere la ragione, poichè questa

sarebbe stata rafforzata da un altro sentimento, o piuttosto perchè

non avrebbe potuto invaderlo completamente, una gran parte di lui

essendo già occupata da un'idea egualmente alta e profonda, egualmente

piena di emozioni bastevoli esse pure a riempire una vita. Era la sua

una natura superiore e non gli era certo possibile vivere senza

qualche cosa di gagliardo e di dolce a un tempo, di strascinante e

d'inebriante che potesse occupare tutte le sue facoltà in una volta,

ed estinguere quella sete di cose grandi e belle e gentili che tutti

sentono coloro cui Dio impartì vastità d'intelletto, e con essa

desideri irrequieti e superbi. S'egli fosse stato occupato, contento

di sè per quanto possibile, ardente nel proseguire il suo ideale reso

visibile, animato dall'amore assorbente dell'arte--quanta maggior

forza avrebbero avuto i consigli freddi contro le aspirazioni vaganti

del cuore, quanto sarebbe stata più viva la lotta e meno pronta la

vittoria; come avrebbe acquistato vigore, con quel possente ausiliare

dell'arte, la voce che accennava al pericolo, alla dura responsabilità

che stava per assumere, alla possibilità di un cambiamento, alle

difficoltà e alla lunghezza della via che l'amore gli consigliava

d'intraprendere. Ed è certo che l'amore vinse perchè era solo. Tutto

quel bisogno di azione ch'era in lui, le forti aspirazioni ch'era

stato costretto di togliere dal campo dell'arte, ogni suo desiderio

s'era rivolto nella via che unica gli si era aperta trionfalmente

dinanzi cosparsa di rose, una di quelle vie alle cui attrattive

maliarde è ben difficile resistere--specialmente quando non se ne vede

un'altra. Perfino la sua ambizione, la brama di gloria, si era

tradotta in amore. Tutti quei sentimenti che non sapevano farsi strada

ne avevano trovata una qualunque e vi erano precipitati. Come poteva

essere diversamente? Senza Emilia che avrebbe fatto egli, avendo già

dovuto rinunziare al resto? Era libero, solo, indipendente, l'amore

gli consigliava una via, egli vi scorgeva pericoli, dolori, ma al

tempo stesso infinite dolcezze; altrimenti si vedeva orbo di tutte le

sue speranze, capace di nulla, pieno d'una tristezza indicibile, e

sicuro di rimpiangere poi la propria viltà nel non aver saputo seguire

la via fiorita che si vedeva dinanzi piena di tentazioni, solo perchè

sotto i fiori si potevano nascondere le spine. E certo è spesso più

amaro il rimorso per ciò che si è omesso che per ciò che si è fatto.

Aveva rinunziato ai sogni di vocazione artistica, perchè aveva dovuto

piegare dinanzi alla verità crudele, ma come si è già detto altrove,

qualche cosa protestava in lui: il suo ingegno, benchè impotente fino

allora a manifestarsi, esisteva però, ed egli lo sentiva, e non era

possibile che lungamente si rassegnasse alla condanna d'inazione

dettatagli dal primo disinganno. Non si potrà dubitare ch'egli amasse

Emilia, e che l'amasse profondamente, dopo quello che aveva fatto per

lei, dopo di averle sagrificato le sue idee da lungo tempo fisse, la

sua indipendenza. Doveva pure essere stato forte quel sentimento che

aveva tutto vinto, che aveva annichiliti gli ostacoli insormontabili,

in apparenza, e che lo aveva deciso, lui, figlio di questo secolo

pieno d'irresoluzione e di dubbio, ad una forte e grave

determinazione. Pure, malgrado tutto ciò, era forse esagerazione di

scetticismo il dubitare che quell'amore potesse solo bastargli nella

vita o anche che potesse durare fresco e roseo come il primo giorno?

Il suo carattere era troppo vivace e vario, perchè l'amore solo gli

potesse riempire l'esistenza. L'amore per alcuni è tutto; per altri,

per coloro specialmente che in qualunque modo si meritano il nome di

artisti, non è che il possente ausiliare della vita: nei primi tutte

le occupazioni servono l'amore, nei secondi l'amore coopera

fortemente, è la molla che fa agire il resto, ma invece di farsi

servire, serve; serve d'ispirazione e d'incitamento, è a un tempo

sprone e conforto, stanca ma riposa anche. Molte volte fu detto che

gli uomini superiori, gli artisti, i pensatori, amano più e meglio

degli altri, e che tutta la loro vita rimane rischiarata dall'incendio

prodotto da quella scintilla della loro gioventù. Ciò è vero; ma non

totalmente e non sempre, e sebbene gli artisti trovino certo

nell'amore qualche cosa di più di ciò che tutti vi trovano, sebbene

amino meglio e con maggiore raffinatezza, pure l'amore non è lo scopo

esclusivo della loro vita, e appunto perchè mettono e trovano l'amore

in tutto, l'amore non può essere tutto per loro. Nella consolazione

divina che l'arte ci presta vi è inevitabilmente una parte di oblìo.

Ciò che vi è nella mente può fare obliare ciò che fa battere il cuore.

L'arte è passione come l'amore, è la gran rivale, e la sua signoria è

dolce quanto quella dell'amore, ma più severa, poichè mette un po' al

disotto di lei tutto che non è lei. Quando l'idea è sorta e con essa

la brama irresistibile di estrinsecarla, quando l'artista si è sentito

vicino a creare, vicino a quel sublime e terribile momento, tutta

l'anima sua, tutte le sue forze sono rivolte verso il suo lavoro; si

sente invaso dal fuoco sacro, innalzato al disopra delle altre cose

tutte; si raccoglie, si rinchiude per lunghe ore, e tutte le sue

facoltà morali, intellettuali, fisiche, tendono ad uno scopo solo:

tutto allora scompare intorno, nulla esiste più per lui; nulla lo può

distrarre, egli si dedica tutto al dolce e faticoso colloquio tra il

suo spirito e la sua idea, dal quale deve nascere l'opera. L'amore e

l'arte creano ambedue, ed è forse per ciò che uno dei due sovente è

assorbito dall'altro. Ed è difficile che chi si sente animato e pieno

della forza creatrice, ricolmo di fantasie che ha bisogno di

espandere, possa dedicarsi interamente all'amore. Tutte le forze che

prima si consumavano nella passione si rivolgono all'arte, e le

voluttà che empivano la vita sembrano ora quasi insipide in confronto

alle austere e ineffabili voluttà del lavoro che crea. E da tutte le

forze negate all'amore e rivolte all'arte esce il capolavoro.

Nell'arte vi è una parte di oblìo, poichè vi è l'estasi, vi è la

negazione di ogni altra gioia, poichè è la gioia senza pari. Inoltre

essa utilizza tutto, sottopone tutto a sè, si fa da tutto servire. Le

gioie e i dolori passati servono al lavoro che s'intraprende, le

lagrime hanno un'utilità, il dolore viene egoisticamente adoperato

come elemento. Per creare bisogna aver sentito e sofferto, ma bisogna

esser calmi. Tutte le tristezze si fondono in quella immensa gioia,

dal dolore trascorso può uscire il gaudio segreto e qualche volta il

trionfo.

Nei primi tempi che vivevano insieme, com'era naturale dopo le vicende

per cui erano passati, l'amore riempì tutta la vita di Alberto. Egli

non pensò più a null'altro, non gli parve possibile quaggiù un'altra

felicità. Che gli importava dei suoi sogni d'arte svaniti, o della

lunghezza della via da percorrere, o dei pregiudizi invincibili che si

sarebbero rivoltati in folla contra di lui? Aveva tutto dimenticato.

Era cullato dal dolce canto della gioventù e si addormentava in una

beatitudine serena e piena di oblìo. Il suo cuore giovane viveva in

tutta la pienezza della vita, ma l'anima sua d'artista si assopiva.

L'amore ha generato molte opere d'arte, ma la sua influenza

vivificante non si sente che quando il cuore è libero; per ispirare

bisogna che abbia finito di regnare. E regnava despoticamente e

dolcemente nel cuore d'Alberto, che aveva dimenticato tutto il resto e

a Raffaello non invidiava più che la Fornarina. Nella lotta della loro

rivalità, l'arte alla lunga finisce quasi sempre col vincere l'amore

nei veri artisti; malgrado ciò, bisogna ammettere in un certo senso

che la loro potenza è pressochè uguale, poichè finchè l'amore esiste

l'arte non ha potenza; alcuna è d'uopo che passi, finisca da sè, e se

allora l'arte subentra stabilisce la sua superiorità assorbendo tutto

e non lasciando più che nessun'altra passione diventi padrona del

campo. Alberto dimenticava dunque tutto il resto e preferiva carezzare

i lunghi capelli di Emilia anzi che oscurare la fama di Michelangelo.

Ma tutto passa quaggiù, e più ancora tutto diminuisce. A poco a poco

la felicità si fece, come doveva, più calma e allora la passione non

bastò a colmare da sè il vuoto delle ore. Le antiche idee lentamente

ritornarono, la vecchia brama ricominciò a mordergli il cuore e sentì

di nuovo l'amarezza del disinganno ch'era stato dimenticato.

Lentamente l'anima sua si rivolse verso un altro ideale, l'ideale di

prima, l'amore sembrò ancora dolcissimo, ma non bastevole, e un

irresistibile bisogno di azione lo invase tutto. A questo dovevansi

attribuire le lunghe ore di distrazione e di pensiero che turbavano la

tranquillità di Emilia e le mettevano nel cuore il terribile

presentimento che la funestava. Egli passava delle giornate rinchiuso

leggendo e studiando, e coltivandosi così lo spirito ed obbligandolo

ad un'attenzione seguita per un argomento speciale lo distraeva dai

pensieri scoraggianti e mesti che lo invadevano. E talvolta delle

vaghe speranze lo agitavano, che sebbene tenui, erano sufficienti a

commovergli ogni fibra del cuore, a farlo tutto piegare con brama

intensa verso l'avvenire--poi ricadevano ed egli si trovava avvolto

più che mai in una tenebra fitta che adesso lo sguardo di amore di

Emilia non riusciva più ad illuminare. Egli non poteva più sopportare

quella vita vuota. La sua immaginazione aveva bisogno di correre, le

sue mani di afferrare un pennello, uno scalpello, una penna, qualche

cosa con cui tradurre i mille pensieri, con cui rendere reali i sogni

di cui sentivasi la mente traboccante. La sua fantasia batteva le ali,

bramosa di ergersi al volo, il suo corpo voleva sentire la dolce

stanchezza di aver molto lavorato, non poteva più vivere senza provare

una volta la più grande soddisfazione della vita: quella di vedersi

dinanzi l'opera delle proprie mani, il parto del proprio cervello, la

traduzione dei palpiti del proprio cuore. L'ebrezza del primo momento

d'amore era passata, ed ora sentiva il bisogno di raccontarla sulla

tela o sulla carta o nel marmo. Si ricordava che tutti gli artisti

hanno amato, ma si sono resi immortali per il loro amore, hanno

utilizzato la passione servendosi di quella luce che aveva brillato

nella loro vita per farne un'aureola intorno al nome inciso sulla loro

tomba. L'artista mette sempre nelle sue opere (anche dove non appare)

qualcosa della propria vita, ed egli abbisognava ora di far sosta per

ripensare al passato, rigioirlo per così dire traducendolo col mezzo

dell'arte e farne qualcosa su cui fondare il proprio avvenire. Ma egli

rimaneva intanto in una inazione irrequieta e triste che tentava

invano d'ingannare costringendosi a studi seri nei quali non riusciva

che mediocremente ad interessarsi.

Fu allora che rivide quell'amico di cui l'incontro è stato raccontato

da Emilia nella sua lettera alla contessa. Si erano lasciati

giovanissimi ed ora si trovarono con quella gioia che si ha di

rivedere qualcuno con cui si sono vissuti i primi anni pieni di sole,

e di potersi raccontare a vicenda i fiori e gli sterpi della via

percorsa. E, cosa strana, quando poterono capire quali erano state dal

tempo della loro separazione le loro vite reciproche, ciascuno invidiò

l'altro. L'amico dei primi anni d'Alberto era stato più fortunato di

lui, poichè, malgrado fosse circondato da maggiori difficoltà

materiali e crudelmente attaccato dalla povertà, pure riuscì. Fin da

fanciullo egli era poeta, ed essendosi coraggiosamente avviato a

scrivere, si era reso colpevole in breve tempo di due volumi di prosa

e persino di uno piccino di versi che avevano subito messo il suo nome

ad un posto d'onde non poteva più scendere, ed altresì assicurato una

_mediocritas_, più o meno _aurea_, ma insomma sufficiente a impedire

ch'egli avesse a morire realisticamente di fame. Suo padre, che

travolto nelle sfortune politiche aveva dovuto emigrare, aveva scelto

Parigi per dimora, ed egli aveva avuto perciò una educazione italiana

in famiglia, ma si era resa al tempo stesso tanto propria la lingua, e

con essa lo spirito francese, che si trovò naturalmente per questa

doppia educazione molto avanzato in letteratura, potendo abbracciare

l'antica e la moderna, la classica e la nuova. La Francia è ora

incontestabilmente ciò che fu la Grecia ed è stata l'Italia. Tutto il

movimento è là, l'impulso parte da lei, cammina luminosamente

all'avanguardia nella luce dell'avvenire. Ecco perchè l'amico di

Alberto, il cui primo romanzo, scritto in italiano, venne letto da

diciassette persone e gli fruttò qualche centinaio di lire di spesa,

si decise all'orrendo misfatto di scrivere il secondo in francese.

Egli aveva vissuto una vita varia, divertente, fortunata; aveva

provato la felicità del lavoro compreso e ricompensato, dell'ingegno

apprezzato al suo valore; aveva avuto il successo e l'applauso, le

distrazioni e l'ebrezza; pure quanto invidiò con tutta l'anima ad

Alberto il suo amore e come avrebbe rinunciato a tutto per un giorno

solo della vita dell'amico!--Ma questi, cui ora l'amore più non

bastava e ch'era pieno di desideri insoddisfatti di lavoro, lo

invidiava a sua volta ben più profondamente.

Quel giorno in cui Alberto ricevette l'amico in casa sua, in quelle

lunghe ore in cui stettero insieme rinchiusi e che tanto inquietarono

Emilia, non fu questione, come la poveretta credeva, di alcuna donne;

solo si raccontarono tutta la loro vita, si dissero le mille e due

cose che si hanno a narrare due amici che tengono comuni sentimenti,

idee ed aspirazioni, e s'invidiarono un poco a vicenda. Udendo le

parole d'incoraggiamento, piene di vita e di entusiasmo dell'amico,

Alberto sentiva una sensazione di benessere indicibile, e una lieve

speranza, tutta verde e rosea, cominciava a rendere meno bruni i

pensieri che da tanto tempo l'opprimevano. Ascoltava rianimato le

parole robuste della confidenza e della fede, gli riuscivano

dolcissime le frasi brusche che lo rimproveravano fortemente di

ostinarsi a rinnegare il proprio ingegno. Ma l'amico fece più che

incoraggirlo e rimproverarlo: gli additò una nuova via. Gli disse che

le pagine ch'egli aveva ricevuto spesso, in cui Alberto parlava con

l'eloquenza vera dell'anima, erano migliori che tutti i suoi quadri e

che se si era dovuto persuadere a gettare il pennello, come impotente

a tradurre con essi i propri pensieri e le proprie fantasie, poteva

prendere la penna e tentare ancora una volta. A questa idea la

speranza si fece reale e gagliarda ed empì tutto il cuore d'Alberto, e

di un tratto vide aprirsi l'avvenire dinanzi a sè. Si mise al lavoro.

Fu allora che Emilia scrisse alla contessa: «non so perchè, ma sento

che non è più mio». Aveva torto?

Molto tempo passò ancora così. Alberto si accorgeva di giorno in

giorno che i consigli dell'amico erano buoni e la sua scoperta vera,

ed ora incominciava per lui la luna di miele dell'arte. La via che

prima aveva scelto gli riusciva aspra e difficile, non essendo la sua;

questa gli era facile ed incantevole. Il suo pensiero si allontanava

da Emilia, sebbene continuasse ad amarla; ma egli stesso, senza

volerselo confessare, si accorgeva che l'amava meno. A qualcuno parrà

forse che il nostro giovane protagonista non fosse giovane, che le

illusioni ch'è obligo di avere alla sua età egli si prendesse

sfacciatamente la licenza di non averle, e che, malgrado la sua natura

poetica ed ardente, fosse ben positivo e ben calcolatore persino nei

suoi momenti di slancio. E qui come al solito è necessario fare la

distinzione tra il rimanente dei mortali e coloro che tentano di

creare: questi, per la maggior parte (e Alberto fra essi), sentendosi

fin da fanciulli spinti più degli altri all'osservazione, allo studio

della natura e dell'anima umana, meditano e si guardano attorno e

leggono e pensano e riflettono molto più e molto prima degli altri, e

perciò sino a un certo punto, se ci si permette l'espressione, hanno

l'esperienza innata. Si parla sempre dei disinganni, delle

disillusioni cui specialmente vanno soggetti i poeti e gli artisti; ma

non è sempre vero: ben sovente in essi l'illusione muore mentre nasce,

e il disinganno arriva prima dell'inganno. Essi, giovani, sono

preparati a tutto; hanno già quasi sempre acquistato quella serena

inalterabilità che difficilmente viene turbata; conoscono troppo

presto la vita perchè qualcosa li possa ingannare e sono presto

vecchi, conservando però, ci spieghi l'enigma chi vi riesce, tutta la

forza e l'incanto della gioventù e persino qualcuna delle ingenuità e

delle leggerezze dell'infanzia. Ecco perchè Alberto, fin da quando era

partito con Emilia, aveva travisto la possibilità che un giorno si

potrebbe dirigere verso un'altra meta; egli si era reso troppo certo

della brevità e della varietà delle cose umane, perchè tali pensieri

non avessero a tormentarlo.

Dacchè erano insieme e specialmente dacchè Alberto aveva cominciato ad

allontanarsi un poco da lei, volgendosi tutto a quella grande speranza

che lo invadeva, Emilia era molto cambiata. La sua salute non era mai

stata perfetta, la sua bellezza era fragile; le forti emozioni

provate, il dolore d'essere divisa da' suoi, da tutto che prima amava,

l'amarezza segreta di essere discesa dinanzi agli sguardi altrui, la

vita nomade e inquieta, tutto l'aveva impallidita, stancata,

affievolita, e già sul suo giovane viso, qualche piccola ruga

cominciava a raccontare la storia della sua vita. Egli, malgrado la

sua distrazione, se ne accorgeva--e una pietà, figlia di un nuovo

amore arcano e dolcissimo, l'assaliva tutto, e circondava per qualche

tempo Emilia di cure tali da fare momentaneamente rinascere la

confidenza in quel cuore titubante.

Un giorno giunse ad Emilia una nuova inattesa. Sua madre era

gravemente ammalata e chiedeva di vederla. Questa notizia la commosse

fortemente e risvegliò nel suo cuore sentimenti da lungo forzati ad

assopirsi. Ella non aveva veduto più nessuno de' suoi dopo la fuga,

eppure aveva conservato una profonda affezione a sua madre, che,

sebbene severa e dura, era stata però buona a suo modo per lei.--La

notizia improvvisa fu una fortissima scossa. Risentiva un immenso

dolore, non affatto scevro di rimorso per la malattia di sua madre, e

le pareva che se avesse a perderla si troverebbe come sola in un

abisso; tanto è vero che l'affetto di una madre è così forte e

possente che oltre a non poter essere sostituito da alcun altro, si

esercita anche a distanza ed ha una influenza misteriosa anche quando

circostanze speciali hanno sciolto il nodo della natura;--ed al tempo

stesso provava una gran gioia ed una indicibile commozione all'idea di

rivederla, prevedendo che all'istante di riabbracciarla sentirebbe una

voluttà santa. Ma pensava con terrore che forse dovrebbe lasciare

Alberto per molto tempo, ed allora i presentimenti che da tanto tempo

l'agitavano diventavano fantasmi reali e di una forma orribile e le si

avvicinavano spaventevolmente.

Si era allora alla fine dell'autunno, ed era una triste e piovosa

giornata quella in cui Emilia partì. Disse ben mestamente addio ad

Alberto, come se non avesse a rivederlo più. Si sentiva il cuore

gonfio, vedeva tutto nero, le pareva che un velo funebre calasse su

tutto. Per la prima volta dopo molto tempo palpitava per qualche cosa

che non era Alberto, ed il dolore, all'idea della probabilità di

perdere sua madre ch'era già in età avanzata, era in lei terribile;

pure questo sentimento di dolore acerbo rinforzava, esaltava il suo

amore, e capiva più che mai ch'egli era tutto per lei, ch'era la sua

vita, l'unica sua meta. Quando fu in vagone, mentre la locomotiva

fischiò, mandò con la mano un ultimo saluto ad Alberto, e in quel

momento si sentì una fitta tremenda al cuore. Si appiattò nel suo

angolo, alzò il vetro, si strinse nel mantello e guardando distratta

le campagne mestamente lavate dalla pioggia e gli alberi che si

correvano dietro veloci, lasciava che i suoi pensieri egualmente

s'inseguissero; ma non erano verdi, e spesso uno nero veniva a

cacciarne uno bruno. Era in uno di quei momenti serii in cui molte

cose ne si presentano sotto un aspetto nuovo ed improvviso. I suoi

pensieri si dividevano tra quello che aveva lasciato dietro di sè e

quella cui andava incontro, tra l'affetto della sua infanzia e l'amore

della sua gioventù; tra il tavolo di studio dove vedeva colui al quale

si era data tutta e per sempre, e il letto ove stava una morente che

le perdonava, perchè i rancori di questa terra non si possono portare

altrove. Si sentiva la testa debole. Era seduta davanti ad un vecchio

elegante il quale portava una grossissima catena d'oro da cui non le

riusciva di togliere lo sguardo. D'un tratto, senza accorgersene,

interruppe i suoi pensieri per osservare le piante che si vedeva

sfilare davanti. Qualche volta le pareva che tutto fosse un sogno,

oppure si scordava perchè era in viaggio, e poi il doloroso motivo le

ritornava dolorosamente d'improvviso alla memoria con una fitta nel

cuore. L'era stata una consolazione la parte che Alberto aveva preso

al suo dolore--ma al tempo stesso l'idea di una separazione che poteva

prolungarsi la spaventava; tanto più che Alberto aveva deciso di

andare, durante la sua assenza, a Parigi con l'amico. Senza ch'ella

sapesse troppo il perchè, quel nome «Parigi» le diventava odioso--ella

temeva la maggiore lontananza. In quelle poche ore di ferrovia, tutta

la sua vita le passò davanti alla memoria, sfilando anno per anno,

come il paese variato che le si stendeva dinanzi allo sguardo. Fu uno

di quei viaggi che non si scordano. Tutti abbiamo così delle ore in

cui si discende nel passato e si ricapitola, in cui l'anima nostra

somiglia ad un viandante che si arresti a mezzo la collina per

volgersi indietro a riguardare ad uno ad uno i sassi, i fiori, i

torrenti e i ruscelli della via già scorsa. Finalmente giunse; fu

ricevuta affettuosamente dai suoi e si accorse ch'erano impressionati

dal cambiamento che scorgevano in lei, benchè nulla ne dicessero.

Rivedendo la casa ove aveva passati gli anni dell'ignoranza, si sentì

soffocare da un'emozione non mai provata prima. Fu condotta subito

nella camera dell'ammalata, il cui viso, malgrado tutto, s'illuminò,

vedendola, di un sorriso di beatitudine; baciò piangendo quel volto

forse impallidito per colpa sua, e si assise al suo posto, a' piedi

del letto, con l'intenzione di non lasciarlo più finchè la sua

presenza fosse necessaria. La malattia era gravissima, ma si sperava

ancora.

Alberto fu triste per la partenza di Emilia, come non avrebbe creduto

di esserlo. Egli che si era messo con tanta lena al nuovo lavoro che i

consigli dell'amico gli avevano fatto intraprendere, ora tornava di

nuovo a trovar tutto vano ed inutile, dacchè la sua stanza di studio

non poteva più essere illuminata di tanto in tanto dal sorriso di

Emilia. Egli che da qualche tempo la trascurava un poco, ora si

sentiva talmente pieno d'amore per lei, che non si ricordava un'ora

cotanto triste quanto quella in cui aveva udito il fischio della

locomitiva che la rapiva. La sala, il posto ch'ella occupava vicino

alla finestra, il ricamo mezzo finito sul telaio, il tagliacarte

lasciato nel libro, le sbarre del focolare dove i suoi piedini si

appoggiavano, i fiori che ora appassivano nei vasi, tutti cotesti

segni della sua assenza lo riempivano di malinconia. Il profumo di lei

ch'empiva tutta la casa e che gli era sempre stato dolce, ora lo

rattristava. Ed era contento della decisione presa di partire, poichè

dovendo separarsi da lei, non poteva sopportare di essere

continuamente circondato da mille cose che la rammentavano; si sentiva

il bisogno di variare tutto intorno a sè, di una vita affatto nuova in

mezzo ad oggetti non soliti. Giunto a Parigi infatti queste

impressioni si affievolirono; le lettere che riceveva quasi

quotidianamente da Emilia gli parevano quasi lei e quasi gli

bastavano; le distrazioni, il contatto di quella società letteraria

così divertente in cui venne subito introdotto dall'amico, gli

aprivano la mente a nuove idee, si vedeva dinanzi gli orizzonti dorati

della soddisfazione e del successo. Le speranze che da qualche tempo

gli apparivano vaghe e lontane ora si avvicinavano e si facevano

reali. Il suo spirito di osservazione, il suo ingegno penetrante che

certa ne dovevano fare uno squisito narratore, gli consigliarono

un'idea, e allora la febbre del lavoro lo prese. Non escì più che

raramente e dimenticò tutto nell'opera che lentissimamente prendeva

una forma.

La gran rivale · 第 13 / 53 题