[753] σημεῖον “segno,” probabilmente l'_'alâma_, ossia motto e titolo

scritto da un segnatario a capo dei dispacci, che tenea luogo della

soscrizione nostra.

[754] Op. cit., p. 120.

[755] Metterò le citazioni alla fin del fatto, e qui le accennerò

soltanto. La data della venuta a Benevento e Salerno si trova nella

_Cronica di Santa Sofia_ e la confermano i diplomi citati dal Muratori

negli _Annali_.

[756] Ditmar.

[757] _Annali di San Gallo_.

[758] Ibn-el-Athîr.

[759] E senza ciò Abu-l-Kâsem non passava in Calabria a rischio di far

unire a' suoi danni le genti d'Otone e i Bizantini.

[760] Ditmar. Gli _Annales Lobienses_ presso Pertz, _Scriptores_, tomo

I, p. 211, dicono nel 982 che Otone celebrò il Natale a Salerno e la

Pasqua a Taranto. La data si vede anco dai diplomi citati dal De Meo.

Secondo gli _Annali di San Gallo_, Otone volea occupare l'Italia fino al

_mare Siculum et portum Traspitam_ (var. _Traversus_) che potrebbe

essere falsa lezione di Taranto. E Taranto si dèe correggere, o Rossano,

il nome che Ibn-el-Athîr scrive Mileto, e Ibn-Khaldûn Rametta.

[761] Si veggano i nomi alla fine del racconto.

[762] Ibn-el-Athîr.

[763] Ditmar. _Quos primo infra urbem quondam clausos fugavit devictos,

postque eosdem in campo ordinato fortiter adiens_ etc. Il riscontro con

Ibn-el-Athîr mostra che la prima fu avvisaglia contro una picciola

schiera e la seconda giusta giornata contro l'esercito.

[764] Ibn-el-Athîr. Aggiungo io Rossano perchè quivi era rimasta la

imperatrice e la corte quando Otone si messe a inseguire Abu-l-Kâsem.

[765] Ibn-el-Athîr. Ditmar dice similmente di avvisi dati ad Otone dagli

esploratori.

[766] Secondo Ibn-el-Athîr il venti di moharrem che risponde col conto

astronomico al 14 e col civile al 15. Ditmar, _tertio idus julii_, cioè

il 13; le necrologie date da Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 765, nota

59, hanno _secundo idus julii e idibus julii_; e Lamberto _idibus

julii_, cioè il 14 e il 15.

[767] Presso il mare, secondo tutti. Lupo Protospatario ha nei varii MS.

Cotruna, Columnæ, Colupna etc.; Romualdo Salernitano dice Stilo, alla

qual voce greca risponde Colonna. Mi appiglio a questa tradizione perchè

Rossano giace a 45 miglia da Cotrone. Il campo di battaglia dovette

essere assai più lontano, secondo i particolari della ritirata

d'Abu-l-Kâsem e della fuga di Otone.

[768] _Annali di San Gallo_.

[769] Ibn-el-Athîr.

[770] Ibn-el-Athîr. La morte di _Bulcassimus_ è ricordata da Lupo

Protospatario.

[771] Ditmar, come Ibn-el-Athîr, dice vinta la battaglia dalla schiera

sbaragliata che si rannodò. Gli _Annali di San Gallo_ ricorrono al

trovato antichissimo d'un agguato e delle miriadi di nemici che ne

sbucassero.

[772] Ibn-el-Athîr. Il MS. di Lupo Protospatario aggiugne un zero alla

cifra dei morti e la raggira all'esercito siciliano.

[773] _Annali di San Gallo_.

[774] Si confrontino _Chronicon Sancti Benedicti_, presso Pertz,

_Scriptores_, III, p. 209, e Leone d'Ostia, lib. II, cap. 9.

[775] _Lamberti Annales, Annales Ottemburani_.

[776] Si confrontino Ditmar, Lamberto e le croniche minori presso Pertz,

_Scriptores_, III, p. 124, 143, e le necrologie citate quivi a p. 765,

nota 59.

[777] Ditmar.

[778] Ibn-el-Athîr, il quale dice che il caval d'Otone si fermò, senza

far menzione del mare. Ma Ditmar scrive che Otone si gittò a nuoto col

cavallo del giudeo.

[779] Ditmar.

[780] Ibn-el-Athîr. Il nome dato da Ditmar farebbe supporre questo

giudeo calabrese o pugliese, parteggiante contro i Greci dei quali

parlava probabilmente la lingua.

[781] Ditmar dice: _ab Heinrico milite ejus qui szlavonice zolunta

vocatur agnitus intromittitur_. Più sotto parlando dello stesso lo

chiama _binomius_. Però lo credo schiavone.

[782] Ditmar: _et perdiu et pernox ad condictum pertingere locum

properavit_. Sembra almeno una intera giornata. Giovanni Diacono di

Venezia dice che Otone fu ritenuto su la nave tre giorni.

[783] Gli _Annali di San Gallo_ danno la somma del fatto, dicendo che

Otone “a mala pena scampò in nave ad un castello de' suoi.”

[784] Arnolfo, Giovanni Diacono di Venezia, dice espressamente che si

salvò sa due Zalandriæ greche.

[785] Hermanno Contratto, Sigeberto, ec.

[786] Pratilli, nelle Interpolazioni alla Cronaca della Cava.

[787] Muratori, _Annali d'Italia_; e Saint-Marc, _Abregé chronologique

de l'histoire d'Italie_.

[788] Ibn-el-Athîr.

[789] Ditmar. Si veggano in Muratori, _Annali_, le leggi promulgate in

questa dieta. Sul soggiorno a Capua si riscontri il De Meo.

[790] _Annali di San Gallo_, Arnolfo.

[791] Le autorità arabiche sono: Ibn-el-Athîr, anno 371, MS. A, tomo

III, p. 33 recto; il compendio che ne fa Ibn-Khaldûn, _Histoire de

l'Afrique et de la Sicile_, p. 173, 174; e i cenni di Abulfeda, _Annales

Mosl._, anno 336, tomo, II, p. 446, seg.; _Baiân_ testo, tomo I, p. 248,

anno 372; Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 20; Ibn-abi-Dinâr,

MS. di Parigi, fog. 38 recto; Hagi Khalfa, _Cronologia_, versione del

Carli, anno 372, p. 66. Notisi che Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn chiamano

l'imperatore franco, in vece di Otone, _Berdwîl_, dal nome di Baldovino

che suonò tanto nelle Crociate.

Le autorità latine: Theitmari, _Chronicon_, lib. III, cap. 12, presso

Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 765, 766 (Ditmar dei conti di Waldeck,

vescovo di Mersebourg, nacque il 976 e morì il 1018); _Annales

Sangallenses Majores_, presso Pertz, op. cit., tomo I, p. 80 (l'autore

di questa parte dice aver veduto tornare varii prigioni riscattati);

Joannis Diaconi, _Chronicon Venetum_, presso Pertz, op. cit., tomo VII,

p. 27 (l'autore finì di scrivere il 1008); Richari _Historiarum_, presso

Pertz, op. cit., t. III, p. 561 (l'autore scrisse tra il 996 e il 998,

ma fa un brevissimo cenno); Lamberti, _Annales_, presso Pertz, op. cit.,

tomo III, p. 65 (l'autore visse alla metà dell'XI secolo); Herimanni

Aug., _Chronicon_, presso Pertz, op. cit., tomo V, p. 117. (Ermanno

Contratto, come fu soprannominato, nacque il 1013, morì il 1054.) A

queste croniche vanno aggiunti i cenni di altre minori presso Pertz, op.

cit., tomo I, p. 211, 242; III, p. 5, 64, 124, 143; V, p. 4. Dei

cronisti latini d'Italia dell'XI e XII secolo, Lupo Protospatario, e

l'anonimo di Bari, presso Pertz, op. cit., tomo V, p. 55, dicono

meramente che Otone combattè con Bulcassimo re dei Saraceni, il 981, e

l'uccise e vi perirono 40,000 uomini; Amato, _L'Ystoire de li Normant_,

lib. VI, cap. 22, ricorda per le generali la sconfitta di Otone; Leone

d'Ostia, lib. II, cap. 9, presso Pertz, op. cit., tomo VII, p. 635, ne

dice breve ed esatto; e più largamente Arnolfo, _Gesta Episcopor.

Mediol._, presso Pertz, op. cit., tomo VIII, p. 9. In fine Romualdo

Salernitano, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V,

anno 981, squadernò nella seconda metà del XII secolo che Otone vinse a

Stilo e poi prese Reggio.

Il Pratilli nelle interpolazioni alla Cronica della Cava, tomo IV della

sua raccolta, pose una lunga favola su questa impresa nel 982; ed

un'altra nel tomo III nella Cronica dei Duchi di Napoli, anno 981,

fingendo una battaglia navale a Malta.

Queste sono le autorità tra buone e triste; nè ho pur notato tutte le

compilazioni dall'XI secolo in poi. Tra i compilatori assai male

rabberciò cotesta guerra di Otone II il Sigonio, _Historia de Regno

Italico_, lib. VII, il quale suppose una prima vittoria del 981, ed una

sconfitta del 982 alla città di Basentello in Calabria; dove da un lato

combattessero Greci e Saraceni; e dall'altro lato i Romani e i

Beneventani per vendetta abbandonassero Otone. Questi due fatti li

imaginò; e si capisce. Ma non so in quale istoria o geografia abbia

trovato Basentello. Il Basente, il quale forse diè luogo all'errore, è

grosso fiume di Basilicata che sbocca nel golfo di Taranto, tra la città

di questo nome e Rossano. Il Muratori cominciò a raddrizzare così fatti

errori negli _Annali d'Italia_, 982, e il De Meo, _Annali del Regno di

Napoli,_ tomo VI, p. 158, seg., 171, 174, seg., notò molte utili date.

Nondimeno l'errore è durato dopo la correzione; e fin oggi si vanno

ricantando le due giornate, la fuga dei Greci al primo scontro della

seconda battaglia e il nome di Basentello.

[792] Ibn-el-Athîr, e Ibn-Khaldûn, ll. cc.

[793] Abulfeda, e Ibn-Abi-Dinâr, ll. cc.

[794] Nowairi, l. c.

[795] Ibn-Khaldûn, l. c.

[796] Si vegga per questo Mohammed il Cap. V del presente libro, p. 291.

[797] Abulfeda, l. c. È mio il supposto dei richiami dei Siciliani in

Egitto. Abulfeda non ne fa motto; ma Ibn-Khaldûn dice di più, come si è

potuto vedere.

[798] Si riscontrino: Abulfeda, Nowairi, Ibn-Khaldûn e Ibn-abi-Dinâr,

ll. cc. La morte di Abd-Allah e successione del figlio si legge anche

nel _Baiân_, testo, tomo I, p. 254.

[799] Si confrontino: Iehîa-ibn-Sa'îd, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131,

A, p. 138, seg.; Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 33 recto, anno 386, e

le autorità citate da M. De Sacy, _Chréstomathie Arabe_, 2ª ediz., tomo

I, p. 137, 138, ed _Exposé de la Religion des Druses_, p. CCLXXXIII,

seg. La corte fatemita par che fino allora non avesse dato di

somiglianti titoli onorifici che a Bolukkin, vicario d'Affrica. Si vegga

Ibn-el-Athîr, citato qui innanzi a p. 288, e Ibn-Khaldûn, _Histoire des

Berbères_, versione, tomo II, p. 10.

[800] Abulfeda, _Annales Moslemici_, anno 336, tomo II, p. 450, il quale

trascrive Ibn-Sceddâd, e questi probabilmente alcun più antico cronista.

[801] Nowairi e Ibn-Khaldûn; ll. cc.

[802] _Baiân_, testo, tomo I, p. 254.

[803] Nowairi presso Di Gregorio, op. cit., p. 20.

[804] Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione, p.

178.

[805] Nakl son le frutta secche e i confetti che gli orientali sogliono

mangiare centellando col vino.

[806] Sâheb-es-sciorta. Si vegga il Lib. III, cap. I, p. 9 di questo

volume.

[807] Dico così, perchè cercando di chi fossero cotesti due emistichii,

li ho trovati in Motenebbi, entrambi in una _Kasida_ indirizzata a

Bedr-ibn-'Ammâr. Si vegga il diwano coi comentarii, MS. della Biblioteca

di Parigi Suppl. Arabe, 1485, fog. 448 recto. Motenebbi, che suona il

_profetastro_, chiamato così per aver voluto fare il profeta, è dei più

celebri poeti arabi ai tempi dell'islamismo. Morì il 351 (965).

[808] _Robâ'i_. Altri MS. hanno _dinâr_. Il _rebâ'i_ è ricordato come

moneta corrente in Sicilia nel XII secolo, e valeva un quarto di _dinâr_

d'oro; al qual proposito si vegga il testo d'Ibn-Giobair, edizione di

Wright, p. 329, 335, e la nota dell'editore a p. 23 della Introduzione.

[809] Si confrontino: Ibn-Khallikân, edizione del Wüstenfeld, fasc. X,

p. 28; e il _Mesâlik-el-absâr_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1372, fog.

120 verso.

[810] Il testo nol dice, ma lo sappiamo d'altronde, come si dirà a suo

luogo.

[811] Ciò si dee supporre dal fatto stesso, ancorchè non si legga nel

testo.

[812] _Montezeh_, luogo di diletto, casino, villa, talvolta loggia. Il

nome di Gia'far mi fa pensare al casino reale dei Normanni detto della

Favara o di Maredolce, presso Palermo; il quale par che fosse chiamato

dai Musulmani _Kasr-Gia'far_ fino ai tempi di Guglielmo il Buono. Si

vegga Ibn-Giobair, nel _Journal Asiatique_, serie III, tomo VII (1846),

p. 76.

[813] Tigiani, _Rehla_, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 911 bis, fog. 16

recto. L'autore tolse questo squarcio da Ibn-Rescîk.

[814] Quell'anno Iûsuf paralitico surrogò il figliuolo al dir delle

croniche. Ma dalla misura delle lodi che si dispensano a lui ed a

Gia'far, mi sembra che Iûsuf, senza lasciare per anco il governo, si

fosse associato il figlio nel titolo soltanto.

[815] Il 10 del mese di dsu-l-higgia, grande solennità appo i Musulmani

di rito malekita. È anche delle feste che si celebrano alla Mecca alla

fine del pellegrinaggio, e però nel poema si dice tanto del

pellegrinaggio.

[816] _Kodhâ'a_ è un dei ceppi della schiatta himiarita, alla quale

appartenea la tribù di Kelb.

[817] Così chiamano i poeti le lance sottili e dritte, dal nome di

Rodeina, moglie d'un celebre armaiuolo di Bahrein.

[818] I devoti greci del medio evo, per falsa interpretazione d'un

testo, teneano a peccato di tosarsi, onde i Longobardi e i Franchi li

derideano fino al XII secolo, come qui fa il poeta musulmano.

[819] Ibn-Khallikân, edizione del Wüstenfeld, fasc. X, p. 28, seg.

Questa _Kasîda_ ha 61 versi più che doppii de' nostri endecasillabi.

Come ognuno comprende, non ho fatto la traduzione litterale nè anche di

tutti i versi che giovano all'argomento nostro; ma ho raccolto le frasi

più significative, trasponendole talvolta, troncando molte imagini, e

nessuna aggiugnendone. Debbo avvertire che il passo “gli è forza

smettere l'idolatria” risulta da una bella correzione che ha fatta il

professore Fleischer alla p. 640 della mia _Biblioteca Arabo-Sicula_

dove occorre il verso: “Tu li hai percosso in lor famiglie, sì che li

hai fatto rimaner soletti; e nei loro riti, sì che _hanno lasciato il

culto degli idoli_.” La frase che ho messo in corsivo è espressa da una

sola voce che avea varianti, e nessuna plausibile, nei MS.

d'Ibn-Khallikân.

[820] Benedicti Sancti Andreæ Monachi _Chronicon_, presso Pertz,

_Scriptores_, tomo III, p. 700. Su l'età e l'autorità del cronista si

vegga la prefazione dell'editore a p. 695.

[821] Nella detta prefazione si nota che questo Benedetto sembri il

primo o tra i primi che abbiano scritto il supposto viaggio di Carlo

Magno in Terrasanta. Siam dunque precisamente nei romanzi di cavalleria,

coi trovatori, le cortesie e i cavalieri erranti.

[822] Op. cit., p. 713.

[823] Corruzione di _capitaneus_, come avvisa il Ducange; o derivato da

κατὰ e πὰν, come pensano altri dotti ellenisti.

[824] Si vegga qui sopra a p. 333. Tra il 982 e il 998, poichè Iusûf non

avea per anco lasciato il governo al figliuolo.

[825] Lupo Protospatario, anno 986. Cito qui e appresso la edizione di

Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 55, 56.

[826] Romualdo Salernitano, anno 987. Qui ed appresso da Muratori,

_Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V.

[827] Lupo Protospatario, 988.

[828] Lupo Protospatario, 991, e Anonimo di Bari nella stessa pagina del

Pertz. Il nome ha le varianti Asto, Otho, Azzo.

[829] Si riscontrino: Lupo Protospatario, 994; Anonimo di Bari, 996;

Romualdo Salernitano, 994.

[830] Lupo Protospatario, e Anonimo di Bari, 998. Busito è intitolato

_caytus_, cioè kâid, condottiero.

[831] Si riscontrino le varie lezioni della _Cronica di Santa Sofia di

Benevento_, l'una delle quali porta precisamente la data di agosto 1002,

XVª indizione, presso Muratori, _Antiquitates Italicæ_, tomo I, p. 257;

e le altre presso Pertz, _Scriptores_, III, p. 177. Si vegga anche

Romualdo Salernitano, 1001.

[832] Lupo Protospatario ed Anonimo di Bari, 1003.

[833] Si riscontrino: Giovanni Diacono di Venezia, contemporaneo, presso

Pertz, _Scriptores_, tomo VII, p. 35; Anonimo di Bari, anno 1003, presso

Muratori, _Antiquitates Italicæ_, tomo I, p. 33; Lupo Protospatario,

anno 1001 (var. 1002). La data del 1004 si trova presso Giovanni

Diacono, al par che i particolari dell'impresa. Si vegga anche il

Dandolo, lib. IX, cap. I, parte 44, presso Muratori, _Rerum Italicarum

Scriptores_, tomo XII, p. 233, con data erronea.

[834] _Chronica Varia Pisana_, presso Muratori, _Rerum Italicarum

Scriptores_, tomo VI, p. 107 e 167; Marangone, nell'_Archivio Storico

Italiano_, tomo VI, parte II, p. 4. La data ch'è in tutti del 1006 si

dee scemare d'un anno, cadendo in agosto e contandosi l'anno alla

pisana.

[835] Lupo Protospatario, anno 1009.

[836] _Chronicon Barense_, presso Muratori, _Antiquitates Italicæ_, tomo

I, p. 33, anno 1011, e le varianti del Pertz nella edizione messa a

riscontro di Lupo Protospatario.

[837] Così pensa De Meo, _Annali di Napoli_, tomo VII, p. 12, 13, an.

1010.

[838] Lupo Protospatario, ediz. di Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 57,

an. 1015. “Apparuit stella cometæ mense februarii et Samuel rex obiit et

regnavit filius ejus.... 1016. Occisus est ipse filius præfati Samuelis

a suo consobrino filio Aronis et regnavit ipse.... 1020 Descenderunt

Sarraceni cum Rayca et obsederunt Bisinianum et apprehenderunt eam et

mortuus est ipse admira (amira, amita etc.) et Melis dux Apuliæ.”

L'abdicazione di Iûsuf innanzi il 1015; il fratricidio di Gia'far nel

1015; e la cacciata di costui nel 1019 che si leggeranno nel capitolo

seguente, rispondono a un di presso ai fatti accennati da Lupo: nè monta

la inesattezza dei particolari, nè lo sbaglio dei nomi. Ritengo pertanto

che la cronica intenda dire dei Kelbiti di Sicilia, non di qualche

avventuriere musulmano che avesse tentato di farsi signore in Calabria,

che sarebbe supposizione senza alcun fondamento.

[839] Si confrontino: Lupo Protospatario e Anonimo di Bari, anno 1016, e

gli _Annali del Monastero di Santa Sofia di Benevento_, nella edizione

del Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 177, stesso anno.

[840] Si confrontino: Amato, _L'Ystoire de li Normant_, lib. I, cap. 17,

18, 19; Leone d'Ostia, lib. II, cap. 37, presso Pertz, _Scriptores_,

tomo VII, p. 651, 652; nei quali è da notare che Amato, scrittore più

antico, pon meno episodii da romanzo di cavalleria: del resto si vede

che entrambi attinsero ad unica fonte. Delle circostanze importanti il

divario è questo, che Amato dice giunti i Normanni durante l'assedio e

Leone d'Ostia prima; che l'uno suppone i Saraceni venuti a riscuotere il

solito tributo il quale _cessò per sempre_ dopo quell'impresa, e l'altro

reca il fatto come un dei soliti assalti che finivano pagando una

taglia. Si accordano a un di presso nella data, dicendo l'uno _avan

mille_ e l'altro circa sedici anni avanti il 1017. Ma come entrambi

riferiscono agli allettamenti dell'ambasciatore salernitano la venuta

dei venturieri che comparvero in Italia il 1017, così mi è parso di

seguir la data di Lupo Protospatario e della Cronica di Santa Sofia di

Benevento; la quale, oltre l'autorità di que' cronisti, convien meglio

ad una pratica di questa fatta che non potea durare sedici anni.

D'altronde la data del principio del secolo poteva essere vagamente

indicata nei ricordi su i quali scrisse Amato verso il 1080, e Leone

d'Ostia nei principii del XII secolo.

Non ho fatto menzione dei compilatori successivi, per esempio Odorico

Vitale (morto il 1141), il quale dà 20,000 ai Saraceni e 100 ai

Normanni, e son tra questi Drogone ec. Al contrario, i critici moderni

mi par abbiano negato troppo facilmente l'episodio de' quaranta

pellegrini, il quale, tolti gli ornamenti della Tavola Rotonda, non ha

nulla che discordi dall'indole degli uomini e dei tempi.

Debbo avvertire che nella edizione della _Cronica di Santa Sofia di

Benevento_, Pertz, _Scriptores_, III, p. 176, 177, si leggono le altre

scorrerie qui appresso notate, cavate da aggiunte della edizione di

Pratilli, tomo IV, p. 358, che non si trovano negli altri MS. Si vegga

nel detto volume del Pertz, p. 173, l'avvertimento dell'editore tedesco,

il quale parmi non siasi ricordato che le aggiunte veniano dalle stesse

mani che interpolarono la Cronica della Cava, fabbricarono quelle di

Calabria e dei Duchi di Napoli ec. Però non accetto quelle notizie come

genuine:

Anno 982. Dopo la sconfitta di Otone, i Saraceni saccheggian tutta

la Calabria. (Noi sappiamo che se ne tornarono in fretta in

Sicilia.)

Anno 1002. Prima della marcia sopra Benevento (che è nelle altre

edizioni), vengono a Bari e prendono e ardono Ascoli e il Castel

di Santangelo.

Anno 1007. Nuova infestagione di Capua.

Anno 1009. Presa di Bitonto e del Castrum Natii.

Anno 1016. Durante l'assedio di Salerno, dato il guasto fino ad

Agropoli e Capaccio.

[841] Lupo Protospatario, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 57.

[842] Ibidem. Il nome è scritto _Iaffari_, _Zaffari_ etc. Si aggiugne

_criti_ che par da leggere _caiti_.

[843] Ahmed-ibn-Iûsuf, soprannominato Akhal, è chiamato sempre da

Cedreno _Apollofar_. Da un'altra mano gli annali musulmani ci dicono che

il suo figliuolo Gia'far rimaneva al governo in Sicilia quand'egli

andava a far guerra in Terraferma. E però il suo _keniet_, come lo

chiamano gli Arabi, par sia stato Abu-Gia'far, “il padre di Gia'far.”

[844] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr sotto l'anno 484, MS. A, tomo IV,

fog. 134 recto, seg.; Abulfeda, _Annales Moslemici_, tomo III, p. 274,

seg.; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 22.

[845] Lupo Protospatario, l. c.

[846] Lupo Protospatario, l. c.

[847] Amato, _L'Ystoire de li Normant_, lib. V, cap. XI.

[848] Si veggano quelle di San Nilo, lib. IV, cap. VI, p. 317, seg., di

questo volume; e di San Vitale, San Luca di Demena e San Giovanni

Therista, lib. IV, cap. XI.

[849] Leandro Alberti, _Descrittione di tutta Italia_, Venezia 1588,

fog. 245 verso, la dà per fatta, aggiugnendo: “Insino ad oggidì si

vedono le sepolture nel sasso cavate secondo i loro malvagi riti et

profane cerimonie.” Ma i “malvagi riti” dei Musulmani portano dì inumare

i cadaveri, non già di chiuderli in avelli dì pietra. Perciò non son

questi al certo i vestigii che lasciarono sul monte Gargano.

[850] Nowairi afferma la sostituzione conceduta prima della rinunzia di

Iûsuf. N'è prova anco la poesia di Abd-allah-Tonûki della quale abbiam

fatto parola nel Cap. VII, pag. 335, della quale si vegga la nota 4.

[851] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 484, MS. A, tomo IV, fog. 134

recto, e seg.; Abulfeda, _Annales Moslemici_, anno 336, tomo II, p. 446,

seg., ed anno 484, tomo III, p. 274; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum

Arabicarum_, p. 20; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la

Sicile_, p. 178; Ibn-abi-Dînar; MS., fog. 37 verso, seg.

[852] Si vegga qui appresso, pag. 356.

[853] Si vegga la poesia citata nel cap. VII, p. 335, seg.

[854] Drappo di seta, sul quale si vegga la nota 1, pag. 54, del

presente volume.

[855] Imâd-ed-din, _Kharîda_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1376, fog. 40

verso, ed Ibn-Khallikân, edizione del Wüstenfeld, fascicolo X, p. 32,

vita 803.

[856] Ibn-Giobair, nel _Journal Asiatique_, serie IV, tomo VII (1846),

p. 76, chiama _Kasr-Gia'far_ il sito regio di Maredolce. Dei tre emiri

che portarono tal nome, non veggo altri che il figliuolo di Iûsuf che

abbia avuto genio e tempo da fondare questa villa regia, della quale

terremo proposito nel libro VI.

[857] Secondo Ibn-el-Athîr “un giund” e secondo Nowairi un _'Asker_

ossia “esercito,” voce generica la quale può comprender anche le milizie

municipali oltre quella della nobiltà.

[858] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Nowairi e Ibn-Khaldûn, ll. cc.; il

passo d'Ibn-Khaldûn: “mais il epargna ses partisans” vien da una lezione

erronea del testo, e va corretto “cacciò i Berberi e gli schiavi negri.”

È da avvertire che Nowairi dice seguita la battaglia il mercoledì sette

di scia'bân 405; il qual giorno risponde, nel conto astronomico, alla

domenica 30 gennaio, e nel conto civile al lunedì 31 gennaio 1015. Il

giorno della settimana è dunque sbagliato nel testo; o l'errore vien

dall'uso ortodosso di contare il primo del mese arabico dal dì che si

fosse vista con gli occhi la luna nuova, checchè ne notasse il

calendario.

In ogni modo, la data del 16 febbraio che si legge nel Martorana ed è

fedelmente copiata dal Wenrich, vien da un errore corso nella edizione

del Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 21, nota c. Secondo il Martorana

e il Wenrich i ribelli furon parte Affricani e parte servi di Ali; ma

pei primi i testi dicono precisamente Berberi, e pei secondi _'Abîd_,

ossia Schiavi negri; nè s'aggiugne che fossero schiavi di Ali, anzi il

fatto li mostra soldati stanziali.

Non merita esame il fatto recato dal Rampoldi, _Annali Musulmani_, 1002,

che l'emiro “_Thajo dawla_ per la sua iniquissima amministrazione e le

enormi sue crudeltà” fu deposto e sostituitogli il fratello Ahmed. È

anacronismo della rivoluzione del 1019, che l'annalista senza

accorgersene replica poi a suo luogo.

[859] Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc.

[860] Città su la catena degli Aurès; oggidì in provincia di Costantina.

[861] _El-zeug-el-baker_ “Coppia di buoi.” Senza dubbio la superficie da

lavorarsi in una stagione con un aratro. Si vegga il Lib. I, cap. VI,

primo volume, p. 153, nota 1.

[862] Si riscontrino Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc.; il primo dei quali

adopera la voce generica _ghallat_ “prodotti del suolo,” e il secondo le

due voci _te'âm_ e _themr_, delle quali l'una qui significa frumento e

l'altra il frutto degli alberi o arbusti, e però comprende le olive e le

uve.

[863] Ciò si ritrae chiaramente da Mawerdi, ediz. di Enger, p. 259 e

260. Quest'autore particolareggia i casi nei quali era permesso

d'accrescere o diminuire il _kharâg_: cioè l'aumento o diminuzion di

valore che non venisse da fatto del proprietario. Per esempio si

accresceva il _kharâg_, se un'acqua inopinatamente sorgesse da inaffiare

il podere, e si diminuiva se un'acqua venisse meno; ma non si mutava, se

la industria del possessore migliorasse, o la sua incuria facesse andar

a male la coltura. Si vegga anche ciò che ne abbiam detto, Lib. III,

cap. I, pag. 18, 19, del presente volume. Non si trattava al certo di

terreni decimali ossia libera proprietà di Musulmani, nel qual caso la

violazione sarebbe stata assai più grave. Non di poderi demaniali,

poichè i nobili del giund non andavano al certo a coltivarli da

affittaiuoli. Non di poderi dei Cristiani, poichè que' che se ne

risentiron furono i Musulmani.

[864] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowairi e Ibn-Khaldûn, ll.

cc. Il primo dice che Gia'far “oppresse i suoi fratelli (in islam) e li

trattò con superbia.” Nowairi che “vilipese i Siciliani e gli sceikhi

del paese, e li trattò con superbia.”

[865] _Akhal_ (le lettere _k_ ed _h_ qui rendono non una ma due lettere

diverse) significa uom da' cigli negrissimi da parer tinti col _kohl_.

S'intenda dei cigli propriamente detti, non delle sopracciglia.

[866] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowairi, Ibn-Khaldûn e

Ibn-abi-Dinâr, ll. cc. Il palagio nel quale fu assediato Gia'far non

sembra la cittadella detta la Khâlesa, ma l'antico castello degli emiri

nel sito della reggia attuale, ovvero un palagio nella Khalesa. È da

notare inoltre che Nowairi dice seguíto il tumulto il lunedì sei di

moharrem; ma quel giorno risponde secondo il conto astronomico al

mercoledì 13, e secondo il conto civile al giovedì 14 maggio. Il Di

Gregorio tradusse male nel Nowairi, p. 21: _“et omnia pessum dabat. Tum

etiam Giafaro imputabatur quod universas populi siciliensis opes

diriperet_;” e p. 22: “_ab conspectu eorum non abscessurum_.” Questi due

passi van corretti: “accadesse che che accadesse (nel raccolto). Inoltre

Gia'far mostrò dispregio pei Siciliani....... che non si allontanerebbe

dai loro consigli.” Infine nella stessa p. 22 la frase “_ego

administrationis suæ rependi vicem_” va spiegata più precisamente “Vi

risponderò io dei fatti suoi e lo punirò io.”

[867] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anni 361, 365, 379, 386, MS. C, tomo

V, fog. 10 verso,.... 27 verso, 34 verso; _Baiân_, testo arabico, tomo

I, p. 222, 238, 240, seg.; Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_,

versione di M. De Slane, tomo II, p. 9 a 16.

[868] _Baiân_, testo, tomo I, p. 249.

[869] Ibn-el-Athîr, anno 386, MS. C, tomo V, fog. 34 verso.

[870] Ibn-Khallikân, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 248.

[871] Si riscontrino Ibn-el-Athîr, anno 389, MS. A, tomo III, fog. 100

recto; e Tigiani, _Rehela_, MS. di Parigi, fog. 74 recto, e 88 verso, e

traduzione nel _Journal Asiatique_, serie V, tomo I, (février-mars

1853), p. 104 e 132; nel primo dei quali luoghi Tigiani riferisce la

battaglia come Ibn-el-Athîr al 390, e nel secondo al 389.

[872] _Baiân_, testo, tomo I, p. 266, anno 392. La variante “Reidan

Saklabi” si legge nei testi citati da M. De Sacy, _Exposé de la Religion

des Druses_, tomo I, p. CCXCIII, dove per altro non si dice dei fatti di

Tripoli.

[873] Si veggano i particolari in Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 40

recto, anno 393; e nel _Baiân_, l. c.

[874] Si vegga in generale l'_Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_,

più volte citata, e in particolare il tomo II, p. 17 e 44.

[875] Il testo ha le due voci _webâ_ e _tâ'ûn_, che indicano al certo

due pestilenze diverse.

[876] _Baiân_, testo, tomo I, p. 267, anno 595.

[877] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anni 406, 413, 432, MS. C, tomo V,

fog. 46 verso, 56 verso e 74 recto; e _Baiân_, testo, tomo I, p. 280,

anno 409 ec.

[878] Ibn-el-Athîr, anno 406, vol. citato, fog. 46 recto e verso.

[879] Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, testo, tomo I, p. 222, e

versione di M. De Slane, tomo II, p. 44.

[880] Gli atroci particolari del regno di Hâkem si leggano nello _Exposé

de la Religion des Druses_, di M. De Sacy, tomo I, p. CCXCII, seg. Il

cominciamento dell'apoteosi del tiranno nel 407 si legge a p.

CCCLXXXIII, seg.

[881] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 407, MS. C, tomo V, fog. 53

recto; _Baiân_, anni 407 e 425, testo, tomo I, p. 279 e 285; Nowairi,

_Storia d'Affrica_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 702, fog. 36 verso; e

Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo II,

p. 20; i quali non differiscono in altro che nei particolari.

[882] _Baiân_, testo, tomo I, p. 280.

[883] Si veggano nel presente volume il Lib. III, cap. II, VI. Coi

Fatemiti vennero d'Oriente a poco a poco i partigiani loro e gli

affiliati alla setta, ai quali è probabilissimo che oltre gli oficii

pubblici siano state concedute pensioni militari. In Affrica gli Sciiti

erano chiamati ordinariamente _Orientali_.

[884] Bekri, nelle _Notices et Extraits des MSS._, tomo XII, p. 462 e

511. Si vegga il Lib. I, cap. V, nel 1º volume, p. 105, nota 1.

[885] Bekri, _Notices et Extraits des MSS._, tomo XII, p. 472. Questa

città, altrimenti detta Sabra, fu fondata e prese il primo nome dal

califo fatemita Mansûr, che vi trasferì la corte da Mehdia nel 947. Si

vegga anche il _Baiân_, testo, tomo I, p. 222.

[886] Sul commercio e industria dell'Affrica propria abbiamo le

relazioni d'Ibn-Haukal, che viaggiò quivi nella seconda metà del X

secolo; e di Bekri che scrisse nel 1067. Il primo dice del commercio di

Tripoli coi porti dei Rûm (Italia e Grecia); di Tenès ed Orano con la

Spagna; di tutta l'Affrica propria con l'Oriente, ove si mandavano

schiave mulatte e schiavi negri, Rum e Schiavoni, ambra grigia, e seta;

delle manifatture di lana ad Agdabia e Tripoli; della pesca del corallo

a Tenès, Ceuta e Mersa-Kharez (_Journal Asiatique_, III^e série, pag.

362, seg.). Il secondo (_Notices et Extraits des MSS_., tomo XII) fa

menzione, oltre i prodotti ordinarii del suolo, delle canne da zucchero

a Kairewân, p. 484; del cotone a Malla, p. 515; dell'indago a San, o

Sanab, p. 455; dei gelsi coltivati e la seta prodotta a Kabes, p. 462.

Ricorda altresì le manifatture di panni e tele di Kairewân, Susa, Kafsa,

p. 488, 503; il commercio dell'olio di Sfax con la Sicilia e paesi di

Rûm, p. 465; le navi mercantili siciliane e d'altre nazioni che

ingombravano il porto di Mehdia, p. 480.

[887] Il _Baiân_ ci dà minuti ragguagli di questo lusso, ritratti da

Ibn-Rekîk, cronista contemporaneo; il quale spesso allega i detti di

mercatanti sul valore dei corredi nuziali etc. Si veggano i particolari

nel testo arabico, tomo I, p. 249 a 284, anni 373 a 415. Per darne

qualche esempio: mandati il 373 in presente al califo di Egitto,

cavalli, arnesi, e altre robe, del valsente d'un milione di dinâr, p.

249; il 415, nelle nozze d'una figliuola di Badîs, i gioielli, gli

arredi, i vasi d'oro e d'argento e le ricche tende recati dalla sposa

furono stimati un altro milione di dinâr, p. 284; nel 406, in una

sconfitta dei Beni-Hammâd, si trovarono addosso a tal prigione 50,000

dinâr, a tal altro 8,000 ec. Ancorchè alcune somme siano esagerate di

certo, nol sembran tutte. Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, tomo II,

p. 19, riferisce altri esempii, tolti da Ibn-Rekik, i quali non si

trovano nel _Baiân_.

[888] _Baiân_, testo, tomo I, p. 256 e 258, anni 382 e 387, nel primo

dei quali luoghi si dice d'una giraffa mandata dal Sudân con gli altri

doni. Donde sembra che alla fine del decimo secolo si tenesse già un

commercio diretto di caravane tra l'Africa propria e il Sudân.

Ibn-Haukal verso la metà dello stesso secolo parla solo del commercio

del Sudân con Segelmessa nello Stato odierno di Marocco, la quale fu

occupata talvolta dagli Zîriti ma non rimase in poter loro. L'abbondanza

dell'oro, che secondo i tempi ci fa tanta maraviglia, veniva forse dal

commercio col Sudân.

[889] Si veggano i particolari del regno di Moezz in Ibn-el-Athîr, an.

415, 417, 427, 432, MS. C, tomo V, fog. 56 verso, 59 recto, 69 verso, 74

recto; _Baiân_, testo, tomo I, p. 286 e 287; e ibn-Khaldûn, _Histoire

des Berbères_, vers. franc., tomo II, p. 18 a 20.

[890] _Baiân_, testo, tomo I, p. 282, anno 414.

[891] Ibn-el-Athîr, Abulfeda e Nowairi, copiando tutti, com'è evidente,

una stessa cronica, scrivono “che ubbidirono ad Akhal tutte le rôcche di

Sicilia possedute dai Musulmani.” Da ciò argomento che alcune nei

principii non gli avessero ubbidito. In questo tempo non era in Sicilia

alcuna terra che non fosse tenuta da Musulmani.

[892] Ibn-el-Athîr, anno 484, MS. A, tomo IV, fog. 134 recto; Abulfeda,

_Annales Moslemici_, anno 484, tomo III, p. 274, seg.; Nowairi, presso

Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 22; Ibn-Khaldûn, _Histoire de

l'Afrique et de la Sicile_, versione, p. 179.

[893] Si vegga il capitolo VII del presente Libro, p. 345, 346.

[894] Si riscontrino: Cedreno, ediz. di Bonn, tomo II, p. 479, sotto

l'an. 6354 (1025-6); Anonimo di Bari, presso Pertz, _Scriptores_, tomo

V, p. 53, dove il 1027 senza il menomo dubbio va corretto 1025. Il

Cedreno dà il nome e la misera condizione d'Oreste; l'Anonimo i nomi

delle genti che si notavano nell'esercito, alle quali aggiugne i

Vandali, che si dee leggere probabilmente Varangi. Il nome del capitano

vi è detto _Ispo chitoniti_ e peggio in altre edizioni _Despotus Nicus_,

etc.; ma la giusta lezione è quella di Lupo: _Oresti chetoniti_, ossia

Oreste ciambellano (κοιτωνίτης). Il titolo di protospatario, ossia

aiutante di campo dell'imperatore, è dato dal Cedreno a p. 496.

Ci è occorso più volte di notare che accozzaglia di genti diverse

fossero gli eserciti bizantini. Nel comento delle poesie di Motenebbi,

un autore arabo dice che l'esercito mandato del 343 (954) contro

_Seif-ed-dawla_ della dinastia di Hamdan, si componea di Armeni, Russi,

Slavi, Bulgari e Khozari. Presso Sacy, _Chréstomathie Arabe_, tomo III,

p. 5, seconda edizione.

[895] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 416, (1025-6), MS. A, tomo III,

fog. 193 verso, pubblicato da M. des Vergers in nota a Ibn-Khaldûn,

_Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 180; e Anonimo di Bari, l.

c. Il nome di Reggio è nell'Anonimo. Ibn-el-Athîr parla della cacciata

dei Musulmani da quelle parti d'Italia e della costruzione delle stanze

per l'esercito bizantino: il che si deve intendere manifestamente di

Reggio; e conferma nell'Anonimo la lezione: _Et Regium_ restaurata _est

a Vulcano catepano_. Delle varie edizioni di cotesta cronica, alcuna ha

al contrario che Reggio fosse distrutta; e sembra ignorante correzione

di qualche copista. In generale son pessimi i MSS. degli Annali o

Anonimo, come che voglia chiamarsi, di Bari. Il nome del catapano ha le

varianti Bulcano, Bugiano, Bagiano. Baiano, nelle quali si riconosce il

Βοϊωάννις, che sotto Basilio II governò felicemente la provincia, come

narra Cedreno, tomo II, p. 546, parlando d'un suo figliuolo o nipote

dello stesso nome, sconfitto in Puglia dai Normanni il 1041. Questo

Boioanni, trasmutato in Vulcano, parve ad alcuni eruditi non uomo ma

_vulcano_ che vomitasse lave sopra Reggio; della cui distruzione indi

accusarono il Vesuvio, ch'è lontano anzi che no. Si vegga un

avvertimento del Martorana, _Notizie Storiche dei Saraceni Siciliani_,

vol. III, p. 2 a 6.

[896] Ibn-el-Athîr, l. c., dice “il figliuol della sorella

dell'imperatore,” nel che v'ha anacronismo col patrizio Stefano mandato

il 1038, o si tratta di qualche figliuolo di Giovanni Orseolo che

dovesse capitanare l'armata veneziana. Giovanni Orseolo, fratel cognato

dell'imperatore Romano Argirio, era morto nel 1006.

[897] Cedreno, tomo II, p. 479.

[898] Ibn-el-Athîr, l. c., il quale parla di 400 _kat'a_, che appo gli

Arabi sembra nome generico, come noi diremmo vele. Nondimeno parmi la

stessa voce _cattus_ e _gattus_ che nelle cronache di Pisa e nel

Malaterra (XI secolo) denota una sorta di navi.

[899] Cedreno, tomo II, p. 496, 497, senza data precisa tra il 6537 e il

6539 (1029-31).

[900] Si vegga il Cap. VIII, pag. 346.

[901] Cedreno, tomo II, p. 499.

[902] Cedreno, tomo II, p. 500.

[903] Cedreno, tomo II, p. 513 e 514, il quale scrive la data di maggio

6543, per la scorreria di Tracia, poi accenna l'ambasceria di Giorgio

Probato ed altri fatti, e tra gli ultimi avvenimenti dell'anno la

scorreria di Licia che torna così all'agosto.

[904] _Baiân_, testo, tomo I, pag. 286, anno 426 (15 novembre 1034 a 3

novembre 1035).

[905] Questa ultima parola sì grave è nel solo Nowairi. Ibn-el-Athîr non

la dà.

[906] Ibn-el-Athîr, anno 484, MS. A, tomo IV, fog. 134 recto, e Nowairi

presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 22, trascrivono entrambi

questo, come par manifestamente, squarcio di cronica. La sola variante

che rilevi è la voce “possessioni” aggiunta da Nowairi nel luogo che

notai. Abulfeda, _Annales Moslemici_, 484, tomo III, p. 276, e

Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione, p. 179,

accennano appena il successo.

[907] Cioè che si fossero concedute anche a loro le terre da dividersi

ai combattenti e il dritto di occupare le terre inculte; soli modi di

concession di terre leciti ad un principe musulmano. Ma questi non

poteano aver luogo o erano rarissimi nel X secolo, quando vennero le

nuove famiglie d'Affrica; perchè il conquisto era fatto, e le terre

prese nella costiera orientale che allora fu occupata, si tennero in

_fei_, cioè demanio pubblico, per espressa testimonianza degli annali.

Non mi valgo del significato tecnico che potrebbe darsi al verbo,

_scerek_, adoperato qui alla terza forma, il quale denoterebbe, non che

“partecipazione,” ma “promiscuità.” Il professor Dozy, nelle sue sagaci

investigazioni su la Spagna Musulmana, ha notato che nella prima

costituzione della proprietà territoriale verso il 719, i conquistatori

si posero nelle terre dei vinti lasciandole loro a coltivare, e si

chiamarono gli uni e gli altri _scerîk_, ossia “comproprietario.” Si

vegga il _Baiân_, tomo II, p. 16, nel glossario. Applicato quest'esempio

al nostro caso, troncherebbe ogni dubbio; e “i Siciliani” sarebbero i

vinti, ai quali i vincitori avrebbero preso una porzione di terre, come

in Italia si tolse “la parte dei Barbari.” Ma su questo solo argomento

non si può affermare un ordine così contrario alla legge e pratica dei

Musulmani; il quale in Spagna fu eccezione, se pur non va interpretato

altrimenti che il faccia il dotto professore di Leyde.

[908] _Amlâk_ plurale di _milk_ e di _molk_. Tra queste due voci,

derivate entrambe dalla stessa radice, si è preteso adesso porre una

distinzione proveniente dall'idea di alcuni orientalisti francesi, che

il dritto musulmano non ammetta vera proprietà fuorchè nel principe, e

che ai privati, o almeno alla più parte, non dia altro che il possesso.

La quale distinzione è giusta, ma applicata troppo facilmente e

largamente; come accennai nel Lib. III, cap. I, p. 13 seg., del presente

volume. Quanto alla diversa denominazione, mi pare arbitraria, ovvero

nata di recente in Turchia, che non è la Toscana degli Arabi, nè il

modello del dritto pubblico. I pubblicisti arabi del decimo secolo non

fanno differenza nella denominazione; e Mawerdi, il quale sapea la

lingua e il dritto, non distingue altrimenti i due modi di possesso che

chiamando “proprietà della repubblica musulmana” quella delle terre il

cui possessore fatto musulmano debba pagare tuttavia il _kharâg_, e

“proprietà d'infedeli” quella delle terre che tornano decimali, ossia

libere di _kharâg_, se pervenute in man di Musulmani. Dunque la voce

_amlâk_ ci lascia al punto donde movemmo.

[909] Akhal potea pretendere di rivendicare un dritto usurpato; cioè

sostenere che al conquisto quelle terre fossero state appropriate alla

repubblica musulmana e lasciate ai Cristiani sotto censo, e che poi,

divenuti musulmani i possessori, per abuso fosse stato rimesso loro il

_kharâg_, e levata la sola decima legale.

[910] Si veggano le belle osservazioni del Dozy, nella Introduzione al

_Baiân_, § 1, p. 6. _Mowalled_ significa propriamente “nato in casa” e

indi “arabo di sangue misto” nato di padre arabo e madre straniera, o di

madre libera e padre schiavo. Indi la voce nostra _Mulatto_.

[911] Si vegga il capitolo XIII del presente Libro.

[912] Non occorre avvertire che cotesti nomi non hanno che fare con

quelli simili che dà il Cedreno ai corsari dei due stati Zîrita

d'Affrica e Kelbita di Sicilia, i quali andavano a infestare i dominii

bizantini di Levante.

[913] In fatti nelle rivoluzioni del 1042, la Sicilia orientale restò ai

nobili, la centrale ed occidentale ai popolani, come si vedrà nel

capitolo XII di questo Libro.

[914] Cedreno, tomo II, p. 514.

[915] Ibn-el-Athîr e Nowairi, Abulfeda e Ibn-Khaldûn, ll. cc.

Non ho bisogno di avvertire che su questa novazione d'Akhal, principio

della rovina della Sicilia musulmana, ho tenuto presente il concetto del

Martorana, tomo I, cap. IV, p. 128, seg., al quale si conformò il

Wenrich, Lib. I, cap. XVI, § CXL. Ma ben altra mi è parsa l'indole

generale, altri i particolari del fatto; della quale interpretazione ho

spiegato largamente le ragioni.

Il Martorana e con lui il Wenrich non so perchè riferiscano ad

Hasan-ibn-Iûsuf, soprannominato _Simsâm-ed-dawla_, la pace con l'impero

bizantino che seguì in principio della guerra civile, e che però fu

stipolata di certo da Akhal. In vero il Cedreno, che ne fa parola, dà

all'emiro di Sicilia il nome di Apolafar Muchumet il quale non risponde

nè al soprannome Akhal, nè al nome proprio Ahmed. Ma Apolafar sembra

alterazione d'Abu-Gia'far (si vegga il Cap. VII del presente Lib., p.

345); e in ogni modo la data del Cedreno è sì precisa da non lasciar

luogo a dubbio. La _Vita di San Filareto_, presso Gaetani, _Sanctorum

Siculorum_, tomo II, p. 114, seg., e presso i Bollandisti, 1º aprile, p.

605, seg., conferma pienamente così fatto sincronismo.

[916] ’Απόχαψ è trascrizione esattissima nel modo che usavano i Greci.

Con le medesime lettere diedero il nome di Abu-Hafs (Omar-ibn-Scio'aib)

conquistator di Creta. Si vegga il Lib. I, cap. VI, vol. I, p. 162. Il

Rampoldi, che non badava a queste minuzie, trascrisse Abu-Kaab, e così

l'han ripetuto il Martorana e il Wenrich.

[917] Cedreno, tomo II, p. 513, 514.

[918] Ducange, _Glossario greco, alla voce Μαγίστερ, e Gloss. Lat._, 2^e

ediz. alle voci _Magister militum_ e _Magister officiorum_.

[919] Ducange, op. cit., _Magister militum_.

[920] Per esempio, il titolo di patrizio fu dato il 788 ad Arigiso

principe di Benevento; il 916, al duca di Napoli e al principe di

Salerno; il 999, a Giovanni figliuolo e socio in oficio di Pietro

Orseolo doge di Venezia.

[921] Si confrontino le due narrazioni arabica e greca, la prima delle

quali si legge in Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowaîri e Ibn-Khaldûn e

l'altra in Cedreno, ll. cc. Il fatto è senza ombra di dubbio lo stesso,

poichè Cedreno dice che restando vincitore Apolofar, l'altro fratello

chiamò in aiuto l'emir degli emiri d'Affrica, stipolando di dargli parte

dell'isola.

[922] Cedreno, tomo II, p 503, 516, 517, nell'anno 6545 (1º sett. 1036 a

31 agosto 1037), il quale dice i 15,000 prigioni _romani_, ossia

bizantini. O si dee togliere un zero, o supporli vassalli cristiani da

Sicilia.

[923] Si confrontino Cedreno, e gli annalisti arabi, ll. cc.

[924] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowairi, e Ibn-Khaldûn, e

il cenno d'Hagi-Khalfa, anno 427, ch'è mal reso nella versione del

Carli, p. 70. Ibn-Khaldûn, op. c., p. 180, della versione francese,

guasta fatti e date, aggiugne nomi e cambia cifre. Un errore, com'io lo

credo, del MS. di Parigi ha portato poi M. Des Vergers a tradurre: “et

citèrent en leur présence l'émir El-Akhal, qui fut décapité par leur

ordre;” in vece di: “ed assediarono il loro emiro Akbal, il quale poi fu

ucciso.” La _Vita di San Filareto_, dianzi citata, della quale abbiam la

sola versione latina, dice che Michele Paflagone mandò l'esercito da

Sicilia “_tum ab ejus provinciæ Toparca, tum a Siculis nonnullis sæpe

rogatus_;” e porta il fatto come gli Arabi: “_Interim vero Barbarorum

tyrannus, eo qui in Sicilia dominabatur per dolum sublato, bona illius

omnia depredatus et in regnum quod ille administrabat invadens, nemine

omnino obsistente, Panormi totiusque Siciliæ potitur_;” e poi narra

l'impresa di Maniace. La voce _Toparca_, come ognun vede, è generica e

bene appropriata secondo il linguaggio greco a designare un principe di

picciolo stato.

[925] Nilo Monaco, _Vita di San Filareto il giovane_, presso Gaetani,

_Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 114. Il biografo intese i fatti da

San Filareto che in questo tempo avea 17 o 18 anni e morì di 50. La

quale testimonianza non ebbe sotto gli occhi il Martorana nè il Wenrich;

e toglie ogni dubbio sul sincronismo delle due serie di fatti riferite

l'una dagli Arabi e l'altra da Cedreno. Notai sopra come fossero certe

d'altronde le date della prima chiamata dei due stranieri cioè Bizantini

e Zîriti. Adesso aggiungo che va cancellata, come raddoppiamento di

racconto, la chiamata dei Bizantini per Simsâm-ed-Dawla e la seconda

degli Zîriti per Abu-Kaab; e che l'emirato di Simsâm va messo, non

prima, ma dopo la guerra di Maniace. Il Martorana fu tratto in errore un

po' da Rampoldi; e il Wenrich al tutto da Martorana. Rampoldi, anni 1035

e 1036, avea mescolato e alterato come in sogno d'infermo i racconti di

Nowairi e di Cedreno e aggiuntivi fatti di capo suo.

[926] Cedreno, tomo II, p. 494, 500, 504, seg., 512, 514.

[927] Gli _Annales Barenses_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 54,

anno 1041, dicono di schiere russe tornate in Puglia dalla impresa di

Sicilia.

[928] I Varangi, famosi pretoriani della corte bizantina dal X secolo in

poi, erano venturieri di schiatta scandinava che capitavano a

Costantinopoli per la via di Russia. La venuta loro a questa impresa si

ricava da altre autorità che quella citata nella nota precedente, la

quale accenna forse ad ausiliari sudditi dei principi russi. Su i

Varangi si vegga Gibbon, _Decline and Fall_, cap. LV, con le aggiunte

del Milman, ed una nota di Samuele Laing, nella versione

dell'_Heimskringla_ di Snorro Sturleson, tomo III, p. 4. Il nome,

derivato dalle voci scandinave _Wehr_, _vaer_, o _Ware_, è tradotto dal

Laing “the defenders.”

[929] Si confrontino Amato, _L'Ystoire de li Normant_, lib. II, cap.

VIII, p. 38, Malaterra; lib. I, cap. VII; Guglielmo di Puglia, lib. I,

_Plebs Lombardorum Gallis admixta quibusdam_ ec.; Cronica di Roberto

Guiscardo presso il Caruso, _Bibliotheca Sicula_, p. 830, presso il

Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V, e nella versione

francese, lib. I, cap. IV, p. 266, del volume stesso di Amato. Il

Cedreno, tomo II, p. 545, dice circa 500 i Normanni e lor condottiero

Ardoino. Secondo Amato, e Leone d'Ostia, eran 300, capitanati da

Guglielmo di Hauteville. All'incontro Guglielmo di Puglia, come s'è

veduto, attesta che ve ne fosse picciol numero nella compagnia, e mi

pare il più verosimile.

[930] Σφόνδιλος, il _verticillum_ dei Latini.

[931] Si confrontino: Lupo Protospatario presso Pertz, _Scriptores_,

tomo V, p. 58, anno 1038; Cedreno, tomo II, p. 520, anno 6546, VIª

indizione (1037-38), _Cronica di Roberto Guiscardo_, ll. cc.; Nilo

Monaco, _Vita di San Filareto_, presso il Gaetani, _Sanctorum

Siculorum_, tomo II, p. 115, e presso i Bollandisti, 6 aprile, p. 608.

[932] Si confrontino: Amato, Malaterra, e _Cronica di Roberto

Guiscardo_, i quali non sono d'accordo nei particolari. Il primo non dà

nè anco il nome di Messina, ma dice solo: “et ont combatu à la cité et

ont vainchut lo chastel de li Sarrazin;” ma per _cité_ par voglia

significare Siracusa. Malaterra non fa cenno della porta occupata.

Cedreno non dice nè punto nè poco di questo combattimento.

[933] Cedreno, tomo II, p. 520, il quale dà ai Cartaginesi 50,000 uomini

e dice espressamente seguíta la battaglia κατὰ τὰ λεγόμενα ‘Ρήματα.

Questo nome risponde al _Rimetta_, _Rimecta_ etc. dei diplomi dell'XI e

XII secolo e alla _Rimète_ di cui parla _l'Ystoire de li Normant_, lib.

V, cap. XX, nelle prime imprese del conte Ruggiero. Il sito e i ricordi

delle guerre precedenti fanno comprendere che gli Affricani abbiano

amato a decider la sorte delle armi a Rametta più tosto che a Messina.

Si spiega con pari agevolezza il silenzio di Cedreno sul combattimento

di Messina, e dei cronisti normanni su la battaglia di Rametta; poichè

il primo scrivea delle giornate campali, senza particolareggiare le

fazioni minori; e i secondi scriveano de' trofei di lor gente, senza

curarsi del resto, o trascurandolo a bella posta. In ogni modo i due

combattimenti son distinti.

[934] Cedreno, l. c.

[935] Debbo alla cortesia del signor F. P. Broch, erudito orientalista

di Cristiania, la cognizione di questa impresa di Aroldo il Severo, e di

quelle sorgenti che io ho potuto studiare, come tradotte in latino o in

inglese. Il professore P. A. Munch, autore d'una Storia di Norvegia

dettata nell'idioma nazionale, mi ha poi favorito qualche schiarimento

per mezzo del signor Broch.

I fasti di Aroldo il Severo (Harald Haardraade) si leggono nella

raccolta delle Saghe intitolata: _Scripta Historica Islandorum_, tomo

VI, (Copenhagen, 1835, in 8º), p. 119 a 161, e nell'opera di Snorro

Sturleson, autore islandese della fine del XII e principio del XIII

secolo, intitolata: _Heimskringla_ or _Chronicle of the Kings of

Norway_, versione inglese di Samuele Laing, Londra 1844, in 8º, tomo

III, pag. 1 a 16, saga IX, cap. I a XV. Aroldo, fratello uterino di Olaf

il Santo re di Norvegia, combattè con valore, giovanetto di 15 anni,

nella battaglia di Stiklestad (1030), ove il re fu morto ed egli

gravemente ferito. Nascoso da fedeli partigiani, andò a corte di

Iaroslaw 1º principe di Russia, dal quale umanamente accolto, militò con

lode su i confini di Polonia. Chiesta in isposa Elisabetta figliuola del

re, Iaroslaw gli fece intendere che forse gliela darebbe quand'avesse

acquistato terreno e danaro. Aroldo pertanto andossene a cercar ventura

con la spada. (Tuttociò sembra di buon conio. S'allega l'autorità

d'Aroldo stesso e de' contemporanei; un dei quali dicea averlo visto

giovanetto con un bel saio rosso, sembiante regio e marziale, volto

pallido, folte sopracciglia, gesti un po' violenti ma rattenuti.)

Andò a combattere in Polonia, Germania, Francia e Italia; donde passò a

Costantinopoli con una compagnia di ventura, sotto il mentito nome di

Nordbrikt; perchè gli imperatori non volean tra i Varangi uomini di

sangue reale. (Autorità vaghe o non citate. La peregrinazione da

venturiere in Germania, Francia e Italia sembra favolosa.)

Regnavano a Costantinopoli Zoe e Michele Catalacto (volean dire Calafato

e si dee correggere Paflagone, senza che vi sarebbe anacronismo), dai

quali fu mandato a combattere nel mar di Grecia. (Forse il 1035 contro

gli Affricani e Siciliani che infestavano l'Arcipelago; ma non si può

affermare.)

Aroldo indi fu fatto capo dei Varangi (non generale in capo che

s'intitolava _Acolutho_, ma della divisione mandata in Italia), e partì

con Girgir (Giorgio Maniace) il quale girava le isole greche: e sovente

combattè coi corsali. (Maniace non v'era per certo.) Sta per venire alle

mani con Girgir perchè facendo alto l'esercito una notte, Aroldo si era

attendato sur una collina evitando i luoghi bassi insalubri in quel

paese, e Girgir volea mettersi nel medesimo sito. Finisce che si tira a

sorte il luogo ed Aroldo per scaltrezza o frode resta dov'è. (Fatto

verosimile, forse vero, incorniciato di favole.)

Aroldo guerreggiando insieme coi Greci non fa mai dar dentro i Varangi;

ma quand'è solo, combatte disperatamente, e sempre riporta la vittoria.

Girgir biasimato del non guadagnar mai nulla, scarica la colpa su i

Varangi; alfine l'esercito si separa in due: Girgir coi Greci ed Aroldo

coi Varangi e i Latini; questi riporta infinite vittorie, e quegli se ne

torna scornato a Costantinopoli, abbandonato anche dai giovani greci che

vogliono rimaner con Aroldo. (La prima parte si riscontra un po' con le

memorie normanne. Le altre son favole intessute su la disgrazia di

Maniace.)

Aroldo allora passa con l'armata in Affrica, detta la terra dei

Saraceni; ove conquista ottanta città o castella; vince in campo il re

d'Affrica; guerreggia parecchi anni; fa gran bottino d'oro, gioielli e

altre cose preziose, e il manda in Russia, com'abbiam detto; poi assalta

la costiera meridionale di Sicilia. (Citati varii squarci di poesie. La

immaginaria impresa in Affrica è tolta dal combattere in Sicilia contro

gli Affricani. Gli ottanta castelli son la più parte in aria; il re

d'Affrica può dinotare Abd-Allah figliuolo di Moezz, alla battaglia di

Traina.)

In una battaglia navale guadagnata da Aroldo sopra gli Affricani, i

cadaveri degli uccisi son buttati su l'arena alle spiagge meridionali

della Sicilia che son tinte di sangue. (Citata una poesia.

Quest'episodio non si può affermare nè negare.)

Aroldo va con l'armata in Blaland (questo nome danno le saghe al paese

dei Negri d'Affrica a mezzodì della Serkland, ossia Affrica

Settentrionale), ove riporta altre vittorie e torna a Costantinopoli.

Zoe gli domanda una ciocca di capelli, e che ricambio ei ne vuole si

legga nella versione latina. Guarisce poi per miracolo una pazza; libera

il paese vicino d'un gran dragone; va a combattere un'oste di Pagani ai

confini dell'impero; vince con l'aiuto di Sant'Olaf che appare sopra un

cavallo bianco; e per voto fabbrica una chiesa a Costantinopoli. (Non

occorre notare che son tutte favole. Il caval bianco di Sant'Olaf, è lo

stesso di Sant'Ignazio di Costantinopoli alla battaglia di Caltavuturo

nell'882, Vol. I, p. 420, Lib. II, Cap. X, e di San Giorgio alla

battaglia di Cerami nel 1063.)

Mandato su l'armata con Girgir a saccheggiare la Sicilia, prendevi

quattro città. La prima, scavatavi sotto una mina, per la quale sbucò

nel bel mezzo d'un palagio dove allegramente si banchettava. La seconda,

molto più forte, non si potea avere per battaglia. Perciò Aroldo, visto

che tanti stormi di uccelletti volassero dalla città al bosco vicino, fa

impiastrar di bitume certi alberi, e presi gli uccelli lor fa attaccare

addosso schegge di pino sparse di zolfo e cera, e messovi fuoco lascia

gli innocenti animali; sì che tornandosi a lor nidi nei tetti di strame,

appiccarono l'incendio per ogni luogo della città e la fu obbligata ad

arrendersi. (Lo stesso tiro è attribuito nelle saghe alla granduchessa

Olga, ai re di Danimarca Hadding e Fridleif ed a Gurmund pirata.)

Un'altra città più grossa, lungamente assediata, cadde con questo

stratagemma: che Aroldo s'infinse malato e poi morto, e volle farsi

seppellire con sontuoso funerale in città; dove i frati fecero a gara

per averlo ciascuno in sua chiesa. Armati di sotto e coperti di lunghe

gramaglie egli e pochi Varangi recavan la bara; mettean mano alle spade

quando furono in su la porta, ed aprivano il passo a tutto l'esercito.

(Somigliante strattagemma è attribuito a Roberto Guiscardo in Calabria,

a Frode I, re di Danimarca ed a molti altri condottieri.) Infine

stringendo un castello inespugnabile, i Varangi fingono di avvicinarsi

senz'arme e giocar tra loro per beffarsi del presidio; i soldati del

presidio, per non parer da meno, fan lo stesso; e replicato lo scherzo

parecchi dì, i Varangi una volta traggono lor coltellacci nascosi ed

occupano al solito la porta, con aspro combattimento, nel quale Aroldo

fece andare innanzi con la bandiera un Haldor che fu gravemente ferito e

rinfacciò il re di codardia. (Questo pare men favoloso; oltre Haldor che

tornò con una cicatrice alla guancia, v'è nominato un Ulf-Ospaksson

etc.)

Dopo diciotto battaglie vinte in Sicilia, raccolto gran bottino, Aroldo

e Girgir, che fa sempre la parte dell'Arlecchino in commedia, se ne

tornano. Aroldo poi va a conquistare coi soli Varangi Gerusalemme, a

bagnarsi nel Giordano; è imprigionato a Costantinopoli per dispetto

amoroso di Zoe o gelosia del novello suo marito Costantino Monomaco; è

liberato per virtù di Sant'Olaf, apparsogli in sogno; fuggendo rapisce e

poi lascia una principessa greca, e dopo altre avventure, sposa la

Elisabetta di Russia a Novogorod, si collega col re di Svezia per torre

la corona di Norvegia a Magnus figliuol di Sant'Olaf, e alfine regna

insieme col nipote (1047).

Or il finto conquisto di Terrasanta, la Sicilia non ricordata mai come

paese musulmano, e tanti altri indizii, mostrano che la Eneide di Aroldo

nel Mediterraneo fu inventata dopo le Crociate. Dunque non è nè anco

contemporanea; nè possiam su la sua fede accettar quegli episodii che

somiglian meno a menzogna: per esempio il combattimento navale su le

costiere meridionali di Sicilia, e l'ultimo dei quattro stratagemmi

narrati di sopra. Del resto, le due autorità c'ho citato non s'accordan

tra loro nei particolari, e questi variano nelle altre saghe non

tradotte, come ritraggo dal signor Broch.

Ho fatto parola delle monete musulmane trovate nel Baltico al par che

molte dell'impero bizantino. Su la presunta origine di esse gli eruditi

sono d'accordo. Si vegga la nota del signor Laing, op. cit., tomo III,

p. 4.

[936] Si confrontino: Malaterra, lib. I, cap. VII, e la _Cronica_ di

Roberto Guiscardo, testo e versione, ll. cc. La voce _Archadius_, data

per nome proprio del condottiero, è titolo, come tutti sanno, di grado

militare, _Kâid_, più tosto che di magistrato, _Kâdhi_.

[937] Così Malaterra. Il monaco Nilo dice 100,000; Cedreno fa supporre

molto più, portando a 50,000 il numero degli uccisi. Da un'altra mano

l'Anonimo par non giunga al vero dando ai Musulmani soli 15,000 uomini.

Il nome della città non è dubbio: Traina in Malaterra e nell'Anonimo;

Δραγῖναι in Cedreno. Il campo in pianura è ricordato altresì da Cedreno

e dal monaco Nilo; se non che questo non dà il nome della città,

leggendosi nella versione _non longe ab urbe_, sia che i copisti

avessero saltato il nome, sia che San Filareto fosse di Traina stessa.

La voce πόλις che dovea essere nel testo non si può intendere capitale,

e però Palermo, contro le testimonianze di Cedreno e dei cronisti

Normanni citati di sopra.

[938] Nilo Monaco, l. c.

[939] Cedreno non parla qui dell'assedio di Siracusa, anzi dice aver

Maniace soggiogato tutta l'isola. La posizione dei Musulmani a Traina lo

smentisce.

[940] Il nome basta a provare che vi stanziò Maniace, e conferma che il

campo di battaglia fosse stato nelle pianure tra quel luogo e Traina. La

terra che s'addimandò Maniace è descritta da Edrisi, di cui si vegga il

testo nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, cap. VII, pag. 64, la versione

francese del Joubert, tomo II, e il compendio presso il Di Gregorio,

_Rerum Arabicarum_, pag. 123. Portava l'altro nome, al certo anteriore,

di _Ghirân-ed-dekîk_ ossia “Le grotte della Farina.” Al tempo di

Fazzello ne avanzavan ruine e si chiamavano il Casalino; _De Rebus

Siculis_, deca I, lib. X, cap. 1. Su l'abbadia che fu in parte distrutta

dai tremuoti del 1693, si veggano, oltre il Fazzello, i diplomi del XII

secolo presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 396, 456, 977, 1004. Si

riscontri D'Amico, _Lexicon Siciliæ Topograficum_, tomo II, alla voce

_Maniacis_.

[941] Si confrontino: Cedreno, tomo II, p. 522, _Vita di San Filareto_,

l. c.; Malaterra, lib. I, cap. 4; _Cronica di Roberto Guiscardo_, presso

Caruso, _Bibliotheca Sicula_, p. 832, lib. I, cap. V, p. 266, della

versione francese. Questa Cronica dà molto diversa, e manifestamente

imaginaria, la postura dei luoghi e le circostanze della battaglia. Al

par che Malaterra la dice guadagnata dai soli Normanni. La data si

scorge dall'ordine in che pone questo fatto il Cedreno nel 6548

(1039-1040) e dal ritorno del Catapano Doceano in Terraferma di novembre

1040.

Secondo il monaco Nilo, il tiranno de' Barbari (Abd-Allah), dopo la fuga

a cavallo, se ne tornò in Africa su picciolo legno e ridusse a casa le

reliquie dell'esercito. Cedreno narra che il capitano cartaginese

fuggendo giunse alla spiaggia, donde, montato sur una barchetta riparò

in Affrica; facendo mala guardia su la costiera l'ammiraglio bizantino,

cui Maniace avea raccomandato d'impedir la fuga. Chi suppose così fatta

precauzione di Maniace, ignorava al certo che Traina giace a più di

trenta miglia dal mare e che sorgevi di mezzo l'altissima giogaia di

Caronia. Da un'altra mano, gli annali arabi portano che Abd-Allah fu

cacciato in Affrica per sollevazione dei Musulmani di Palermo, come si

narrerà nel seguente Capitolo. Indi è chiaro che il biografo di San

Filareto, e molto più la tradizione bizantina riferita dal Cedreno,

confusero in un solo due fatti distinti, cioè la sconfitta di Traina che

costrinse Abd-Allah a rifuggirsi in Palermo e il tumulto di Palermo che

lo cacciò in Affrica.

[942] Amato lo dice: “Arduyn servicial de Saint-Ambroise archevesque de

Milan;” Leone d'Ostia “Arduinus quidam Lambardus (cioè della Lombardia

d'oggidì) de famulis scilicet Sancti Ambrosii;” Malaterra “Arduinum

quendam Italum;” Lupo Protospatario “Arduinus Lombardus;” Cedreno

“Arduino.... signore independente di un certo paese (Ἀρδουῖνον.... χώρας

τινὸς ἄρχοντα, καὶ ὑπὸ μηδενὸς ἀγόμενον).” In questo medesimo passo,

tomo II, p. 345, Cedreno dice positivamente che la compagnia normanna

era capitanata da Ardoino, talchè si riscontra con Guglielmo di Paglia,

lib. I, _Inter collectos erat Hardoinus_ etc. e col _Chronicon Breve

Northman._, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V, p.

278, che dice assalita la Puglia il 1041 dai Normanni, _duce Hardoino_:

Tutte le circostanze dei presente fatto e dell'ordinamento a Melfi,

provan lo stesso. Amato, Malaterra e gli altri scrittori di parte

normanna aman meglio a far capitano della compagnia Guglielmo Braccio di

ferro, che nel 1038 conducea probabilmente uno squadrone e che arrivò al

sommo grado nel 1043.

[943] Amato, lib. II, cap. XVI e Leone d'Ostia, lib. II, cap. 66, quasi

con le stesse parole di lui, scrivono che Ardoino, preposto dai

Bizantini al governo di varie città di Puglia dopo la ingiuria ricevuta

in Sicilia della quale si volea vendicare, accarezzasse e suscitasse

occultamente i popoli alla rivoluzione. Il fatto si dee tener vero, ma

si dee porre innanzi l'impresa di Sicilia; perchè è impossibile, con

tutta la corruzione del governo bizantino, che fosse stato affidato

quell'oficio ad Ardoino dopo la diserzione; e d'altronde non lascia

luogo a tal fatto il breve tempo che corse tra la fuga della compagnia

dall'esercito di Sicilia e la occupazione di Melfi. Amato, che ignorava

le date e i particolari, cadde facilmente in quest'anacronismo. Ardoino

sembra della nobiltà minore che si sollevò il 1035 contro l'arcivescovo

di Milano e fu vinta. È verosimile parimenti ch'egli ed altri rifuggiti

e stranieri avessero fatto una compagnia di ventura, e che innanzi il

1038, trovandosi ai soldi dei Bizantini, gli fosse stato affidato il

comando militare di qualche città di Puglia.

[944] Si confrontino: Malaterra, lib. I, cap. VIII; Amato, lib. II, cap.

XIV a XVIII; Guglielmo di Puglia, lib. I, _Cumque triumphato_ etc,

Cronica di Roberto Guiscardo presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, p.

832, e nella versione francese, lib. I, cap. V; Leone d'Ostia, lib. II,

cap. LXVII; Cedreno, tomo II, p. 545. Queste autorità differiscono molto

nei particolari del torto fatto alla compagnia, ed altri ne dà la colpa

a Maniace, altri a Michele Doceano, succedutogli nel comando in Italia.

Ho seguito a preferenza il Malaterra, la cui narrazione è più verosimile

e s'incatena meglio con gli altri fatti.

[945] Cedreno che narra più distinto questo fatto, suppone fuggito il

capitan musulmano a dirittura verso l'Affrica, e che Maniace si adirò

tanto con l'ammiraglio perchè appunto gli avea commesso di guardar ben

la costiera che nessuno campasse da quella via. La postura di Traina, la

testimonianza del monaco Nilo e quella degli annalisti arabi che ho

notato di sopra (pag. 388, nota 1), dimostrano che la colpa fu d'averlo

lasciato imbarcare in qualche punto della costiera e navigare verso

Palermo. Indi ho notato i due luoghi nei quali più probabil è ch'egli

entrasse in nave. Evidentemente Cedreno e il monaco Nilo presero il

principio e la fine della fuga d'Abd-Allah e trascurarono i fatti

intermedii, che soli possono spiegare la collera di Maniace.

[946] Cedreno, tomo II, p. 522, 523.

[947] Fazzello, deca I, lib. IV, cap. I, afferma senz'altra prova, che

Maniace edificò il castello, e aggiugne ch'ei fe' gittare in bronzo i

due arieti i quali stettero in su la porta del castello fino al 1448,

quando piacque ad un marchese di Geraci d'adornarne un suo palagio a

Castelbuono. Confiscati per ribellione d'un altro marchese di Geraci,

gli arieti vennero in Palermo; si tramutarono d'uno ad altro edifizio; e

fino al 1848 si videro in una sala della reggia. Ma, presa questa dal

popolo, un degli arieti si trovò spezzato, com'e' par da una palla di

cannone; e il Comitato di governo collocò l'altro nel Museo

dell'Università. La fattura mi sembra antica più tosto che bizantina.

[948] Amato, lib. II, cap. IX; Leone d'Ostia, lib. II, cap. LXVI.

[949] Cedreno, tomo II, p. 523.

[950] Secondo gli Annali di Bari, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p.

54, Doceano, reduce di Sicilia, entrò in Bari di novembre 1040. (Scritto

1041, perchè il nuovo anno si contava dal 1º settembre.)

[951] Erroneamente si è inferita la occupazione di Palermo dal verso di

Guglielmo di Puglia, lib. I, _Premia militibus_ Regina _solveret urbe_.

Il cronista vuol dire Reggio, non “la città regia.”

[952] Annali di Bari, l. c.

[953] Cedreno, tomo II, p. 523.

[954] Si confrontino gli _Annali di Bari_, e Lupo Protospatario presso

Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 54, 58, con Cedreno, tomo II, p. 525.

[955] Κεκαμένος.

[956] Cedreno, solo autore di questa tradizione, dice aggiunti rinforzi

cartaginesi alla leva in massa di Sicilia e capitanata l'oste dall'emiro

Apolofar. Mi sembrano sbagli di parole: che ignorando la morte di Akhal

e sapendo lì l'emir di Sicilia, i Bizantini abbiano scritto il nome di

Apolofar; vedendo i disertori berberi, li abbiano deffinito ausiliarii

cartaginesi. Leggeransi nel cap. XII i fatti seguíti tra i Musulmani dal

1040 al 1042, pei quali credo si possa accettare dalla tradizione di

Cedreno la qualità del capitano emir di Sicilia, mutare la persona e

sopprimere la uccisione. Il Martorana, tomo I, p. 141, ben s'appose al

nome di Simsâm; se non che lo fece andare in Egitto e tornare con

rinforzi del califo fatemita, che sono sogni del Rampoldi, _Annali

Musulmani_, 1040.

[957] Cedreno scrive positivamente la Pentecoste; ma voltata qualche

pagina (tomo II, p. 538), lo dimentica, narrando che Catacalone portò

egli stesso a Costantinopoli il nunzio della vittoria di Messina,

nell'atto che il popol s'era levato a romore contro il nuovo imperatore

Michele Calafato. Or, secondo lo stesso Cedreno, la sedizione che tolse

il trono al Calafato, cominciò il lunedì della seconda settimana dopo

Pasqua del 1042, e però innanzi la Pentecoste. Della Pentecoste del 1041

non si può ragionare al certo, la quale cadde il 10 maggio, cioè quando

non eran partite per anco di Sicilia le schiere dei Macedoni, Pauliciani

e Calabresi. D'altronde l'_annunzio_ della vittoria sarebbe stato un po'

tardo. Perciò suppongo sbagliata la festa e che debba dir la domenica

delle Palme o altra.

[958] Cedreno, tomo II, p. 523, 524. Lascio da canto Apollofar, ucciso

nella tenda in mezzo al vino; i soldati che non si reggeano in piè

dall'ebrezza; le valli e i letti dei fiumi pieni di cadaveri; l'oro,

argento, perle e altre gemme che si trovarono nel campo musulmano,

divise a moggia (μεδίμνοις) tra i vincitori.

[959] Cedreno, tomo II, p. 546, dice di cotesti aiuti degli Italiani

della regione tra il Po e le Alpi.

[960] Si confrontino: Cedreno, tomo II, p. 541, 547 a 549; Michele

Attallota, _Historia_, pubblicata da M. Brunet-de-Presle, p. 11, 18, 19;

Guglielmo di Puglia, lib. I, _Interea magno Danaum_ etc., sino alla fine

del libro; _Annali di Bari_ e Lupo Protospatario, presso Pertz,

_Scriptores_, tomo V, p. 54, 58, anni 1042, 1043; _Chronicon Breve

Northman._, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V, p.

278, anni 1042, 1043. Cedreno dà ad intendere che Maniace ripigliò sopra

i Normanni tutta l'Italia all'infuori di poche città, il che è falso.

[961] Si vegga la nota 1 della pag. 387, nel capitolo precedente. I

particolari della battaglia e del seguito che ebbe, portano a credere

presente il narratore a Traina.

[962] Nilo Monaco nella _Vita di San Filareto_, presso Gaetani,

_Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 115, e presso i Bollandisti, tomo I,

di aprile, p. 609. San Filareto avea allora diciott'anni. Il tiranno era

Abd-Allah figliuolo di Moezz.

[963] Così la famiglia di San Filareto; la quale non si può supporre

sola a prendere tal partito.

[964] Mettendo da parte le memorie dei cospiratori cristiani di Messina,

più probabili che autentiche, delle quali tratteremo nel seguente libro,

si veggano pei Cristiani di Traina, Malaterra, lib. II, cap. XVIII, e la

_Cronica di Roberto Guiscardo_, presso Caruso, p. 838, e versione

francese, lib. I, cap. XV; e per lo rimanente del Valdemone stesso,

Amato, lib. V, cap. XXI e XXV, e Malaterra, lib. II, cap. XIV.

[965] In un diploma di Tancredi conte di Siracusa, dato del 1104, si

legge che il conte Ruggiero nell'istituire il vescovato di Siracusa

(1093) gli aveva assoggettato tutto il clero greco e latino. Il primo

non era venuto al certo coi Normanni. Il poeta siracusano Ibn-Hamdîs,

ricordando le sue scappate giovanili, _Biblioteca Arabo-Sicula_, cap.

LIX, § 1, p. 549, dice di un monistero di donne, ov'egli ed altri

scapestrati andavano a bere il vino “color d'oro.”

[966] Malaterra, lib. II, cap. XLV, dice dell'arcivescovo che si

sforzava a mantener la fede in Palermo pria che v'entrassero i Normanni.

Avea nome Nicodemo, secondo una bolla di Calisto II, presso Pirro,

_Sicilia Sacra_, pag. 53.

[967] Si vegga il diploma del 1098 pel monastero di Santa Maria di

Vicari, che citiamo nel capitolo seguente.

[968] Malaterra, lib. II, c. XX, narra che gli abitatori fossero parte

Cristiani e parte Musulmani.

[969] Malaterra, lib. I, cap. XVII, narrando una scorreria del conte

Ruggiero da Messina a Girgenti nota che gli si fecero incontro i

_Christiani provinciarum_, che deve intendersi del Valdemone e Val di

Mazara. Si vegga anche il cap. XIII di questo libro.

[970] Si vegga il Cap. III del presente Libro, pag. 257, seg., del

volume.

[971] Si veggano i luoghi di Malaterra e d'Amato, testè citati. Le

condizioni ritratte dal primo nel lib. I, cap. XIV, s'adattano appuntino

agli dsimmi.

[972] Si vegga il Libro V, ch'è il luogo proprio di trattarne, poichè le

prove di coteste due condizioni compariscon dopo il conquisto normanno.

[973] Libro II, cap. XI, pag. 484 del primo volume.

[974] Malaterra, lib. I, cap. XIV, XVIII e XX, citati di sopra, parla di

Cristiani di Valdemone, di Traina e delle _province_ (tra Messina e

Girgenti); e cap. XXIX, dei Greci di Traina che sembran _parte_ della

popolazione cristiana di quella città. Il Di Gregorio, _Considerazioni

sopra la Storia di Sicilia_, lib. I, cap. I, ritiene la stessa

distinzione di schiatte e allega, note 2, 3, la stessa autorità.

Aggiugne, nota 4, un esempio di Geraci tolto dal lib. II, cap. XXIV, di

Malaterra; sul quale non voglio fare assegnamento, non essendo certo se

si tratti di Geraci in Sicilia o della città dello stesso nome in

Calabria.

[975] Nilo Monaco, _Vita di San Filareto_, presso il Gaetani, _Sanctorum

Siculorum_, tomo II, p. 113, e presso i Bollandisti, 6 aprile, p. 607.

[976] Si vegga qui appresso la vita di San Vitale di Demona.

[977] Non v'ha un sol rigo nè un sol nome latino tra i ricordi della

dominazione normanna che possano riferirsi all'epoca precedente.

[978] Si vegga il Lib. III, cap. XI, p. 213, 214 di questo volume.

[979] Si veggano nel cap. III del presente Libro i ragguagli cavati

dalla _Vita di San Niceforo vescovo di Mileto_, e il cenno che do di

questa agiografia alla fine dello stesso capitolo, p. 273 del volume.

[980] _Vita di San Vitale abate_, presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum

Siculorum_, tomo II, p. 86; e presso i Bollandisti, 9 marzo, p. 26.

[981] _Vita di San Luca di Demona_, presso Gaetani, op. cit., p. 96; e

presso i Bollandisti, 13 ottobre, p. 337.

[982] Si vegga il testamento del Prete Scolaro del 1114 presso Pirro,

_Sicilia Sacra_, p. 1005. Costui lasciò al Monastero del Salvatore in

Messina trecento codici greci e “bellissime immagini coperte d'oro.” Ma

è da avvertire che avea fatto viaggi in Grecia e che solea comperare da

mercatanti di quella nazione.

[983] Malaterra, lib. II, cap. XIV. Si vegga anche Amato, lib. V, cap.

XXI.

[984] Si vegga il Lib. II, cap. XII, nel primo volume, p. 485 e 486,

nota 2.

[985] Alla fin del IX secolo sembrano anche vescovi _in partibus_, o

fuggitivi, que' di Cefalù, Alesa, Messina e Catania, che si trovarono al

Concilio di Costantinopoli (870). Non conto nel X secolo San Procopio

vescovo di Taormina che incontrò il martirio nel 902. Non parlo del

vescovo di Camerino nelle Marche (963-967) che altri suppose di Camerina

in Sicilia. Leone vescovo di Catania è soscritto in una decretale del

patriarca di Costantinopoli del 995, di cui il Pirro, _Disquisitio de

Patriarca Siciliæ_, § VII, nº 5. Umberto monaco in Lorena, è

sottoscritto col titolo di arcivescovo di Sicilia nel concilio romano

del 1049; sul quale si vegga il Pirro, p. 51, e le autorità citate dal

Martorana, _Notizie Storiche dei Saraceni Siciliani_, tomo II, p. 217,

note 133, 134.

[986] Si vegga il Lib. III, cap. VIII, p. 172 di questo volume. Non

facciamo parola del vescovo Ippolito, non sapendosene appunto il tempo.

[987] Si veggano le autorità citate poc'anzi, p. 396, nota 5. I Normanni

non fecero conto dell'arcivescovo greco più che d'un _imam_ di moschea;

e certo non gli dettero un titolo ch'ei non avesse. La corte di Roma non

solo lo riconobbe a Nicodemo ed agli arcivescovi normanni, ma n'avea già

investito a modo suo Umberto.

[988] Si vegga il Lib. III, cap. XI, p. 214 di questo volume.

[989] San Luca di Demona e San Vitale di Castronovo, dei quali or or

discorreremo le vite, presero entrambi l'abito monastico a San Filippo

d'Argira; e morirono in Calabria, l'uno il 993, l'altro, come si

suppone, il 994. Dall'agiografia di San Vitale si scorge che in gioventù

egli con altri frati dal monastero di San Filippo andò a Roma, e che,

tornando dopo due anni in Sicilia, visse da romito su l'Etna rimpetto

l'antico suo chiostro. San Luca di Demona era uscito dallo stesso

monastero il 959 o poco prima. Però la cagione della partenza di

entrambi par lo sgombero del monastero, il quale risponderebbe a un di

presso ai fatti del Valdemone che narrammo nel cap. III di questo Libro,

p. 255, seg., del volume.

[990] Questo mi sembra il valore del testo ἀδηλωθείσαν (μόνην), Diploma

del 1098 pubblicato con versione italiana da Niccolò Buscemi, nel

giornale ecclesiastico di Palermo che s'intitolava _Biblioteca Sacra_,

tomo I, p. 212, seg. Il Martorana in una risposta al Buscemi, estratta

dal _Giornale di Scienze_ ec. _per la Sicilia_, p. 39, si sforzò invano

a distruggere l'attestato che contien questo diploma. Il conte Ruggiero

vi dice chiaramente _avere confermato_ (ἐπέκυρω) le possessioni. Dunque

il monastero esisteva, e non vivea di limosine avanti il conquisto

normanno.

[991] Non occorre citare tutti i diplomi normanni che lo attestano in

varie guise. Fra gli altri uno del 1093 presso Pirro, _Sicilia Sacra_,

p. 1016, prova che restava in piè la chiesa soltanto nel monastero di

San Michele Arcangelo in Traina.

[992] Diploma del 1144 nel quale re Ruggiero accenna il decreto del

padre, presso Pirro, _Sicilia Sacra_; p. 1021. Il Martorana nella

risposta citata vuole inforsare l'attestato; ma non può cancellare quel

_tenebant et possidebant tempore impiorum Saracenorum_, come tradusse il

Lascari, e gli si può credere ancorchè non si conosca l'originale greco.

[993] Testamento di Gregorio categumeno del monastero di San Filippo di

Demona. Il testo greco con altri diplomi del monastero fu pubblicato dal

Buscemi, op. cit., p. 381 a 388, e più correttamente dal Martorana, op.

cit., p. 60 a 64 con novella versione italiana di monsignor Crispi,

valente ellenista siciliano, morto non è guari.

[994] Si ricordi il fatto del vescovo Leone nel 925.

[995] Si vegga il cap. XI del Lib. III, e il cap. III del Lib. IV, p.

214 e 264 del presente volume.

[996] Antica sede del vescovato di Tricarico.

[997] Presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 86, e

presso i Bollandisti, 9 marzo, p. 96. I soli dati cronologici, oltre

l'anno della versione, sono la contemporaneità con San Luca di Demona,

il titolo di Catapano di Calabria che occorre nel racconto, e il nome

del monastero di Armento, il quale si sa fondato nella seconda metà del

decimo secolo. La morte _septimo idus martii feria sexta_ ha portato i

Bollandisti a notare l'anno 994. Si vegga anche De Meo, _Annali di

Napoli_, tomo VI, anno 994. I nomi dei luoghi in Calabria ove si dice

soggiornato San Vitale in romitaggio dopo il ritorno dalla Sicilia, son

Liporaco presso Cassano, Pietra di Roseto, Rappaco presso San Quirico,

Misanelli, Armento, Sant'Adriano presso Basidia, una cella presso Turi,

e infine Rapolla.

[998] Otone I, come notaron bene il Gaetani e i Bollandisti. E però

torna al 968 o 969 nelle scorrerie che abbiamo accennato al cap. VI del

presente Libro, p. 311 del volume.

[999] _Vita di San Luca di Demona_, versione dal testo greco che sembra

perduto, presso il Gaetani, op. cit., tomo II, p. 96, e presso i

Bollandisti, 13 ottobre (tomo VI), p. 332. Questa seconda e recente

edizione è illustrata di erudite annotazioni. Il sant'Elia di Reggio

primo maestro di San Luca, fu, al dir dei Bollandisti, lo Speleote che

dimorava a Melicocca presso Seminara, op. cit., p. 333, § V. Per error

di stampa nel Gaetani è recata quest'agiografia il 13 settembre, quando

vi si legge _tertio idus octobris_, l'anno dell'Incarnazione 993 e del

mondo 6493 secondo l'èra alessandrina.

[1000] Si vegga il capitolo precedente, p. 387.

[1001] Si vegga il Lib. II, cap. XII, 517 del primo volume.

[1002] L'agiografo sclama: Ov'era in quelle solitudini il soffice letto,

la pulita stanza, il tappeto, le stuoje, i bagni, le brigate di amici,

il pan fino, i pesci, l'olio, i condimenti, le frutte, il vino, la

lettura del Vecchio e del Nuovo Testamento? Ma par ch'ei voglia

accennare il contrasto con la vita di qualche prelato di Calabria,

piuttosto che con quella di San Filareto stesso in gioventù.

[1003] _Vita di San Filareto_, presso il Gaetani, _Vitæ Sanctorum

Siculorum_, tomo II, p. 112, seg.; e presso i Bollandisti 6 aprile (tomo

I), p. 605, seg., versione d'un testo greco che sembra perduto.

[1004] Si vegga il Gaetani, op. cit., tomo II, p. 109, che se la bevve;

e i Bollandisti, 17 luglio (tomo IV), p. 288.

[1005] Presso il Gaetani, op. cit., tomo II, p. 107; e presso i

Bollandisti, 24 febbraio (tomo III), p. 479: il primo dei quali lo fa

morire il 1054; e i secondi il 1129. Figliuolo d'un conte calabrese che

fu ucciso nelle scorrerie dei Musulmani di Sicilia, nacque in Palermo

dalla madre condotta in schiavitù, e sposata da un Musulmano; andò in

Calabria a battezzarsi e trovare i tesori nascosi del padre; si fece

monaco sotto San Nilo (morto il 998), operò in vita molti miracoli, e

morendo risanò d'un'ulcera Ruggiero Guiscardo nipote di Roberto, il

quale diè in merito grandissimi beni al monastero. Questo Ruggiero

Guiscardo, che la storia non conosce, questo sbalzo dalla fine del X

alla fine dell'XI secolo, convengon bene alle avventure favolose che

abbiamo appena accennate.

[1006] La vita di San Simeone da Siracusa fu scritta per ordine

dell'arcivescovo di Treveri da un Eberwin abate del monastero di San

Martino, il quale avea praticato con Simeone nella torre e l'aveva

assistito a morte. Si vegga presso il Gaetani, _Vitæ Sanctorum

Siculorum_, tomo II, p. 101; o meglio presso i Bollandisti, 1 giugno, p.

87, seg. Si riscontri la _Cronica di Sigeberto_, anno 1016, presso il

Pertz, _Scriptores_, tomo VII, p. 555.

[1007] Si cominci dai Cristiani che compiangeano i prigioni di Siracusa

(878) nelle strade di Palermo, Lib. II, cap. IX, p. 408 del primo

volume; si scenda via via nel X secolo ai patti di Hasan in Reggio, alla

guerra di Taormina e Rametta, al segretario cristiano d'Abu-l-Kâsim,

Lib. IV, cap. II, III, VI, p. 247, 257 e 320 di questo volume; e si

arrivi nel presente capitolo ai fatti dell'XI secolo, e si vedrà durar

sempre il cristianesimo.

Di questa opinione sono stati quasi tutti gli scrittori delle cose

ecclesiastiche di Sicilia, come si può vedere del Mongitore, _Opuscoli

d'Autori Siciliani_, tomo VII, p. 119, seg. Il Di Gregorio tenne la

stessa sentenza, _Considerazioni su la storia di Sicilia_, lib. I, cap.

I.

La sentenza contraria è stata di recente sostenuta dal Martorana,

_Notizie Storiche dei Saraceni Siciliani_, tomo II, p. 43 a 75; al quale

rispose il sacerdote Niccolò Buscemi, _Biblioteca Sacra per la Sicilia_,

(Palermo 1832), vol. I, p. 195 seg., 373 seg., ed egli replicò in varii

articoli del _Giornale di Scienze e Lettere per la Sicilia_ del 1834,

raccolti poi in un volumetto, p. 17 seg., 133 seg. Io ho citato di sopra

alcuni documenti allegati dall'uno e dall'altro, e, com'è naturale, ho

tenuto presenti le ragioni pro e contra, ma non posso qui esaminarle

partitamente.

[1008] Nel _Mo'gem-el-Boldân_ di Jakût, _Biblioteca arabo-sicula_,

testo, p. 117.

[1009] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 617, nella notizia della Chiesa

siracusana. Il comento si trova non solo nei fatti che abbiamo esposto,

ma anche in un diploma di re Ruggiero dato il 6642 (1134), il quale

attesta la sollecitudine del padre a liberare dagli Agareni la Sicilia e

_i suoi abitatori cristiani_; presso Pirro, p. 975.

[1010] Questo supposto è del Martorana, _Notizie storiche_, tomo II, p.

68 a 73; il quale non so se vi sia stato condotto dal Rampoldi che sognò

una tregua di tre anni tra i Musulmani e i Bizantini di Sicilia, dopo la

partenza di Maniace. Si vegga la risposta del Martorana, p. 16, nota. Il

Martorana cadde in errore, credendo che l'appellazione di Greci, sì

frequente in Sicilia nello XI e XII secolo, non dinotasse i Siciliani di

linguaggio greco, ma necessariamente si dovesse riferire a gente venuta

di fresco dalle province bizantine.

[1011] Si vegga il Lib. II, cap. XII, p. 476 seg. del primo volume.

[1012] Questa cronica in forma di lettera di Fra Corrado, priore del

convento domenicano di Santa Caterina in Palermo, ha una data che

risponde al 1290. Si vegga presso Caruso, _Bibliotheca Historica regni

Siciliæ_, tomo I, p. 47, questo cattivo compendio di fatti dal 1027 al

1282, del quale non conosciam tutte le sorgenti ed alcuna si potrebbe

supporre versione inesattissima dall'arabico. Oltre gli errori madornali

su i fatti e i nomi, vi si nota l'anacronismo d'un secolo nella

scorreria dello spagnuolo Meimûn-ibn-Ghania in Sicilia, ch'è messa il

1027 in vece del XII secolo. In ogni modo, ancorchè la storia sembri più

tosto alterata da errori di compilazione o di copia che falsata a

disegno, non si può fare alcuno assegnamento su l'attestato di Fra

Corrado.

[1013] Girio.

[1014] La versione latina di questo diploma fa pubblicata dal Di

Giovanni, _Codex Siciliæ diplomaticus_, nº CCXCVIII, p. 347; il testo

greco dal Morso, _Palermo antico_, p. 321, e dal Garofalo, nel

_Tabularium... capellæ collegiatæ.... in regio panormitano palatio_, p.

1, seg.; e tutti han creduto si trattasse d'una confraternita in

Palermo; massime il Morso, il quale vi fabbricò sopra la strana

conghiettura da noi accennata nel cap. V del III Libro, p. 298 di questo

vol. in nota.

Ma quella preghiera pel patriarca e per gli imperatori (βασιλεῶν) mal

conveniva ad un corpo morale esistente in Palermo nell'XI e XII secolo.

Il Martorana, _Notizie_ ec., tomo II, p. 219, pensò doversi riferire la

fondazione ai Greci bizantini ch'ei suppone occupatori di Palermo nella

guerra di Maniace; e mise anco in forse l'autenticità del diploma. Il

Mortillaro in un'aspra critica contro Garofalo, _Opere_, tomo II, p. 67,

seg., rincalzò cotesto sospetto.

A me non par luogo di credere apocrifa la pergamena; ma tengo certo che

la confraternita delle Naupactitesse non sia stata mai in Palermo.

Dapprima i nomi dei confratelli sottoscritti, greci la più parte, mi

avean fatto pensare ad alcuna delle città ed isole di Grecia assalite

dai Normanni di Sicilia; ma consultatone M. Hase, ha notato che tra que'

nomi ve n'abbia di forma italiana, e che il nome di un Ruggiero Nanainà

ci richiami alla Puglia. Però debbo all'autorità del maestro il pensiero

che segno nel testo. Aggiungo che la voce _imperatori_, al plurale, fa

credere rinnovati gli statuti mentre sedea più d'uno sul trono di

Costantinopoli; e ciò, dopo il 1048 data del primo diploma, tornerebbe

al regno di Costantino Duca (1060-67), il quale si associò i figliuoli,

o di questi e della madre (1068); e sarebbe appunto prima della

occupazione di Bari per Roberto Guiscardo.

[1015] Ibn-el-Athîr dà i fatti in ordine cronologico infino agli

armamenti dei Bizantini, il 416 (cap. IX di questo Libro a p. 365 del

volume); e indi salta al 484 raccogliendo in un capitolo tutti gli

avvenimenti dalla abdicazione di Iûsuf, il 388 (998), al compiuto

conquisto dei Normanni (1091); nel quale capitolo la data e' particolari

scarseggiano da Iûsuf alla occupazione di Moezz (1037), e mancano al

tutto d'allora infino alla chiamata dei Normanni (1060). Or appunto alla

fine del X secolo, cioè al tempo di Iûsuf, giugne la cronica d'Ibn-Rekîk

(Introduzione, p. XXXVII del primo volume). Ibn-Rescîk supplì forse i

primi quarant'anni dell'XI secolo, ibid. I cenni su la seconda metà

sembrano cavati da Abu-Salt-I-Omeîa o da Ibn-Sceddâd (Introduzione, p.

XXXVIII), i quali scrivendo nel XII secolo, quando era giù la

dominazione musulmana di Sicilia, o non conobbero o non vollero

raccontare tutti i particolari della caduta.

Questo concetto si conferma a legger Abulfeda, Nowairi e Ibn-Khaldûn,

nei quali si vede manifestamente la stessa lacuna, ancorchè non abbian

sempre copiato o compendiato Ibn-el-Athîr, ed abbiano avuto in originale

alcune sorgenti. Abulfeda muta un po' la divisione della materia. D'un

fiato ei dà nell'anno 336 tutta la storia degli emiri kelbiti di

Sicilia, trascritta da un autore ch'è al certo Ibn-Sceddâd: capitolo

aggiunto dopo la prima copia o edizione, poich'è scritto di mano

d'Abulfeda stesso in margine del MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 750. Poi

nel 484 fa un capitolo compendiato, com'ei pare, sopra Ibn-el-Athîr,

dov'ei viene a ripetere alcuni fatti del capitolo del 336, non avendo

badato a cancellarli quando aggiunse lo squarcio d'Ibn-Sceddâd. Nowairi

e Ibn-Khaldûn, dividendo loro storie generali per dominazioni, non per

anni, fanno capitoli apposta su le cose di Sicilia; ma vi allogano gli

stessi fatti d'Ibn-el-Athîr, più o meno particolareggiati e sempre

interrotti nel periodo che notammo. Tutti par abbiano ignorato le storie

particolari della Sicilia scritte da Ibn-Kattâ' e da Abu-Ali-Hasan

(Introduzione, p. XXXVII, nº I, V).

[1016] Nel 1052. Si vegga Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione

di M. De Slane, tomo I, p. 34, 35; e Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, fog.

81 verso, e 82 recto, che particolareggia molto più i fatti.

[1017] Sapendosi di certo dagli autori cristiani che lo sconfitto a

Traina fu Abd-Allah-ibn-Moezz, il tumulto che lo cacciò avvenne di

necessità dopo la battaglia, non immediatamente dopo la uccisione di

Akhal.

[1018] Traduco quasi litteralmente da Ibn-el-Athîr dove si legge “Per

dio _la fine_ dell'opera vostra, ec.;” la qual voce fa supporre un

recente e grave caso.

[1019] Alcuni autori portan trecento; ma è differenza di copia,

potendosi scambiare facilmente le due voci arabiche che significano quei

due numeri. Qual dei due sia il vero nol so.

[1020] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 484, MS. C, tomo V, fog. 109,

recto, seg.; Abulfeda, _Annales Moslemici_, stesso anno, tomo III, p.

274, seg.; Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 23; Ibn-Khaldûn,

_Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 181; Ibn-Abi-Dinâr, MS.,

fog. 37 verso, seg. Quest'ultimo è il solo che aggiunga il compimento

_ed-dawla_ al soprannome _Simsâm_ e mi sembra però più corretto.

[1021] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, e Ibn-Khaldûn, ll. cc., i

quali copiano con varianti unico testo. Nowairi, l. c., non dice degli

uomini di vilissima condizione. E forse copiando come gli altri, saltò

quelle parole perchè gli parvero contraddittorie al fatto trovato nel

medesimo testo, o altrove, e dato da lui solo; cioè il governo degli

Sceikhi in Palermo. Abulfeda, in fin del capitolo su i Kelbiti ch'ei

trascrive da Ibn-Sceddâd, dice che s'impadronirono della Sicilia i

_Kharegi_, ossia ribelli.

[1022] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Ibn-Khaldûn e Nowairi,

ll. cc. I primi tre aggiungon al novero dei regoli Ibn-Thimna; ma

Nowairi, ch'è il più diligente di tutti in questo periodo, dice costui

surto appresso: e ciò si accorda meglio con gli altri fatti.

Ibn-Menkût sembra di schiatta arabica. Questo nome che in un

sol MS. di Nowairi si legge con la variante Metkût, non può

essere diverso da quell'Ibn-Menkud da cui si addomandò un

castello appunto in Val di Mazara, ricordato da Edrisi, presso

Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 119 della versione latina.

Nacque di certo della famiglia e probabilmente fu predecessore d'un Kâid

Abu-Mohammed-Hasan-ibn-Omar-ibn-Menkûd, poeta siciliano ricordato da

Imâd-ed-dîn nella _Kharida_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 43

recto. Un Kaid Abd-Allah-ibn-Menkût, della stessa tribù e forse della

stessa famiglia, si vede alla corte di Tamîm, principe zîrita di Mehdia,

il 481 (1088-9) presso Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 106 verso, con

la variante Menkûr nel _Baiân_, tomo I, p. 310 del testo arabico. E con

le varianti Metkûd, Medkûr, si trova lo stesso nome in Affrica nel XIII

secolo presso Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De

Slane, tomo II, p. 103, 222. Le dette varianti son dei copisti, nè

montano. Quella tra Menkût e Menkûd potrebbe venir dal suono similissimo

che hanno quelle due lettere finali nella pronunzia degli Arabi. Infine

è da avvertire che l'una e l'altra voce ha significato in arabico.

Quanto ad Ibn-Hawwâsci (le ultime tre lettere corrispondenti al _ch_

francese e _sh_ inglese), questo nome si legge anche Hawâs e Giawâs; e

li credo errori di copie. _Hawwâsci_ significherebbe “l'agitatore, il

demagogo,” e ben converrebbe a quegli che Ibn-Thimna diceva appo i

Normanni “servo suo rivoltato” (Leone d'Ostia, lib. III, cap. 45); un

che _esmut lo peuple et lo chacerent de la cite et se fist amiral_

(Amato, lib. V., cap. 8).

È da avvertire infine che in Ibn-Khaldûn leggiamo Abd-Allah-ibn-Hawwâsci

signor di Mazara e Trapani, e non si vede il nome di Ali-ibn-Ni'ma, nè

si parla di Castrogiovanni e Girgenti. Viene probabilmente da un rigo

saltato nella copia in questo modo: “a Mazara e Trapani

Abd-Allah-ibn-Menkût _ed a Castrogiovanni Ali-ibn-Ni'ma detto

Ibn-Hawwâsci_ ec.”

[1023] All'assalto dei Normanni, il 1062, era venuto in soccorso di

Messina il navilio palermitano. Diremo a suo luogo del navilio del

principe di Sicilia che si trovò il 445 (1053-4) a Susa rivoltata contro

gli Zîriti.

[1024] Nei due MSS. di Nowairi si trova Kelâbi e Meklâbi, ma la giusta

lezione data da Ibn-Khaldûn è Meklâti, che differisce dall'ultima pei

punti diacritici d'una sola lettera, e dalla prima per questi e per un

picciol nodo che segna la _m_, e che facilmente sfugge alla vista in una

scrittura frettolosa. D'altronde Ibn, o Ben, Meklâti, risponde al

_Benneclerus_ di Malaterra (lib. II, cap, 2, 3), il quale scrisse

probabilmente _Benmecletus_.

Nella _Kharida_ d'Imâd-ed-din, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog.

36 verso, abbiamo tre lamentevoli versi del poeta siciliano, il Kâid

Abu-l-Fotûh figliuolo del Kâid Bedîr (o Bodeir) _Sened-ed-dawla_,

Ibn-Meklâti ciambellan del sultano. Trovandosi nel capitolo tolto da

Ibn-Kattâ', erudito e filologo siciliano che morì nel principio del XII

secolo, Bedîr o il figliuolo è probabilmente il signor di Catania. Il

sultano del quale egli si intitolò _Hâgib_, (ciambellano) col soprannome

di “Base dell'Impero,” pare Simsâm, che in sua misera condizione tenesse

corte e desse titoli.

In ogni modo Meklâta era tribù berbera e forse ramo di Kotâma, come si

legge in Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane,

tomo I, p. 172, 227, 294, e tomo II, p. 237.

[1025] Nowairi, l. c. Gli altri tacciono questo fatto importante.

[1026] Hagi-Khalfa, compilatore assai moderno, è il solo che porti

questa data nel _Takwim-et-Tewârîkh_ (Cronologia), edizione di

Costantinopoli, p. 60. Pur si adatta benissimo in mezzo a quel tratto di

venti anni che gli annalisti lasciano sì oscuro. S'aggiunga che

Ibn-el-Athîr, Abulfeda e Nowairi, i quali non scrivono la data della

elezione nè della deposizione di Simsâm, pongono appunto nel 444

(1052-53) il primo passaggio dei Normanni con Ibn-Thimna, che seguì nove

anni dopo (1061). Sembra dunque che le croniche lette da loro abbiano

confuso la caduta dei Kelbiti con la chiamata dei Normanni. Ibn-Khaldûn

s'allontana da ogni probabilità, dando Simsâm cacciato di Palermo e poi

ucciso il 431 (1039-40).

[1027] Cosmografia di Kazwîni, intitolata _Athâr-el-Bilâd_, testo

arabico, p. 383. Il compilatore che visse nel XIII secolo, dice avvenuto

il caso dopo il 440 (15 giugno 1048 a 3 giugno 1049). Il cronista di cui

trascrive le parole ma non dà il nome, fu al certo contemporaneo, perchè

visse avanti l'occupazione normanna del 1091. Forse Abu-Ali-Hasan,

autore d'una storia di Sicilia, citato altrove da Kazwini.

[1028] Prima da Akhal; poi dalle due parti nella guerra civile e in

ultimo da Abd-Allah-ibn-Moezz. Nol dicono gli annalisti, ma non cade in

dubbio.

[1029] Si vegga il cap. X di questo Libro, p. 393, 394.

[1030] Litteralmente significa “Il figlio del Demagogo.” La citazione è

a p. 420, nota 2.

[1031] Si vegga il cap. XV del presente Libro.

[1032] A Siracusa, come si scorge dalle poesie d'Ibn-Hamdîs.

[1033] Si vegga la nota 2, p. 421.

[1034] Si vegga il capitolo IX di questo Libro, p. 373 del volume.

[1035] Si vegga il Lib. III, cap. VIII e X, p. 146 seg., e 248 seg., di

questo volume.

[1036] È da fare eccezione per poche città marittime come Mazara,

Marsala, Trapani, le quali per la vicinanza con l'Affrica e l'antichità

delle colonie, sopratutto Mazara, doveano serbare ordini e tendenze

politiche analoghi a que' di Palermo. Il dritto non si trascurò di certo

a Mazara, dove sorse il più celebre giureconsulto del tempo.

[1037] Imâd-ed-dîn, nella _Kharîda_, MS. di Parigi, A. F., 1375, fog.

133 recto, lo pone tra i poeti egiziani, notando pure che si dovrebbe

noverar tra quei di Sicilia. Il titolo che gli dà di _Sâheb-Sikillia_,

mi porta alla conghiettura che annunzio nel testo. Pure si potrebbe

supporre dimenticata qualche parola, dopo _Sâheb_, per esempio,

_Sciorta_, nel qual caso sarebbe stato prefetto di polizia in Sicilia.

[1038] Lo scoliasta è Ibn-Scebbât. Gli estratti di Bekri, sono

pubblicati nella mia _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 209, seg., del testo,

secondo un MS. di M. Alphonse Rousseau.

[1039] Quest'opera di Iakût è la principale raccolta di notizie di

geografia descrittiva che ci rimanga su i paesi musulmani del medio evo.

Si veggano i ragguagli che ne dà M. Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_,

Introduzione, p. CXXIX, seg. Ormai ve ne ha in Europa varii MSS., si che

si può sperar quanto prima una buona edizione del _Mo'gem_. Ritraggo la

data della pubblicazione dal MS. del British Museum, 16,649.

_Prolegomeni_, fog. 3, recto.

Gli articoli su la Sicilia e sue città e terre, che io ho dato nella

detta _Biblioteca_, p. 105 a 126 del testo, son tratti dai due soli MSS.

di Oxford e British Museum. I nomi stessi leggonsi nel Compendio del

_Mo'gem_ intitolato _Merasid-el-Ittilâ'_, pubblicato recentemente a

Leyde dal professor Juynboll; ed io li ho posti nella _Biblioteca_, p.

127 a 132. Iakût non conobbe forse l'opera di Edrisi, e di certo non la

usò trattando della Sicilia: la sola notizia che s'accordi un po' con

Edrisi, è quella di Catania, di cui diremo più innanzi. Oltre

i nominati nel testo, Iakût cita in due articoli Ibn-Herawi ed

Abu-Hasan-Ali-Ibn-Badîs. Infine i versi ch'ei trascrive da una satira

d'Ibn-Kalakis, venuto in Sicilia al tempo di Guglielmo il Buono; gli

fornirono un sol nome geografico novello, cioè Oliveri; e nessuna

notizia importante: D'Ibn-Kalâkis diremo nel Libro VI.

[1040] _Mo'gem_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 115.

[1041] Ibidem: ecco il passo di Iakût: “Ho veduto scritto di propria

mano d'Ibn-Kattâ' su la coperta del _Târîkh-Sikillîa_ (Storia di

Sicilia) queste parole: Trovo in alcuna copia della _Sîrat-Sikillia_ la

nota marginale che sono in quest'isola ventitrè città ec.” La voce

_sirat_ significa “Memoria, cronica,” ma non sappiamo se qui sia nome

generico o titolo speciale del libro.

[1042] _Dhia'_ che vuol dir propriamente “podere demaniale” e in

generale podere, possessione rurale. Come ogni podere avea i suoi

proprii coloni o agricoltori, così il nome si estendeva agli abituri

pochi o molti; e però il significato può variare da Masseria o villa

infino a Villaggio.

[1043] Questo fatto fu generale in Europa nel medio evo. Ma in Sicilia,

tra istituzioni e configurazione del suolo, dura fin oggi. All'infuori

di alcune regioni dove l'agricoltura è progredita per eccezione, gli

abitatori battuti e impoveriti non hanno avuto alacrità che basti a

scender dalle loro vette per avvicinarsi alle terre da coltivare e alle

strade.

[1044] Il numero dei comuni attuali è di 352, cominciando da Palermo e

terminando a San Carlo che ha men di 300 anime. Secondo Abu-Ali, nell'XI

secolo si contavano almeno 340 tra città e rôcche. Spiegherò nei VI

libro la osservazione che qui accenno su la diminuzione dei villaggi.

[1045] Ibn-Haukal, del quale copiò tanti squarci l'autore del _Mo'gem_,

non dicea forse d'altra città che Palermo.

[1046] Il _Mo'gem_ e il _Merâsid_ hanno Ads”n”t che si dovrebbe leggere

Otranto. Ma anzichè supporre l'errore di trasferirsi quella città in

Sicilia, parmi si debba mutare la t finale in w e leggere _Adsernô_.

[1047] Il _Mo'gem_, citando Abu-Ali, dice che _el-B”iâw_ era “città”

importante anzi che no, sol promontorio occidentale, nel luogo “men

coltivato e men ferace dell'isola.” Senza dubbio dunque Lilibeo, al

quale già gli Arabi davano l'attuale forma di Boèo mutando in articolo

arabico le prime due sillabe. Occorrendo intanto il nome di Marsa-Ali

(Marsala) nei fatti storici del 1040, come dicemmo nel capitolo

precedente, p. 420 di questa volume, è da supporre che quella città,

nella prima metà del secolo avesse già doppio nome, il nuovo di Porto

d'Ali e l'antico mutato in Boèo, ovvero che coesistessero le due terre,

l'una crescente, e l'altra in decadenza.

[1048] Così addimandasi tuttavia il monte che sovrasta ad Alcamo, nel

quale il Fazzello, Deca I, lib. VII, cap. IV, afferma che sorgea

l'antica Alcamo, tramutata nel sito attuale per comando di Federigo

d'Aragona il 1332. Potrebbe darsi che Alcamo fosse stata sempre dove è

oggi. Edrisi (1154) la chiama _menzîl_ ossia stazione, e Ibn-Giobair

(1184) _beleda_ ossia terra: il che prova che non era fortezza nel XII

secolo. Da un'altra mano il castello sul monte si chiama tuttavia

Bonifato, e nel XII secolo era lì presso un villaggio dello stesso nome,

con 600 salme di territorio, come si scorge da un diploma del 1182

presso Del Giudice, _Descrizione del Tempio di Morreale_, appendice, p.

14. Posto ciò, non abbiam ragione di supporre che Iakût dia, come due

città, due nomi diversi della stessa. Rivedendo i diplomi citati dal

Fazzello e dal D'Amico nel _Dizionario topografico_, ricercandone altri,

ed esaminando con occhio d'archeologo i ruderi di Bonifato e le vecchie

mura d'Alcamo attuale, si potrà sciogliere il nodo.

[1049] Nel testo è K”r”b”na. Non dubito che sia da aggiugnere un punto

alla _b_ arabica, e leggere _Karîn_a.

[1050] Nel testo si legge in due articoli _Katâna_ e _Katânîa_, date

entrambe come città, ed è probabile che le due notizie vengano da fonti

diverse.

[1051] Manca in Edrisi; e i diplomi del XII secolo non ne parlan come di

città esistente. Ragione di più per supporre che Iakût abbia preso

questo nome da Abu-Ali o da Ibn-Kattâ'. Si vegga il Lib. II, cap. XII,

p. 468, seg., del I volume.

[1052] Il _Mo'gem_ ha _Giâlisuh_; e un diploma arabo e latino del 1182

per la chiesa di Morreale, ha nell'arabico _Giâlisû_, e nel latino (al

genitivo) _Jalcii_: che pare trascrizione di alcun dei chierici francesi

che in quel tempo venivano a mettersi in prelatura in Palermo. Il vero

nome sembra l'italiano “Gelso” che ritien tuttavia quel podere. Nel

secolo XII si noverava tra i villaggi, come si vede dal detto diploma.

Qual maraviglia dunque che nell'XI fosse stata, come dice Iakût, “città

nello interno della Sicilia?” Il sito risponde a tramontana di Corleone.

[1053] Nel X secolo era cittadella o città distinta da Palermo e

contigua, come si vede da Ibn-Haukal, p. 296 del presente volume. Gli

Arabi d'Affrica teneano città distinte Mehdia e Zawila, Kairewân e

Mansuria, poco più o poco men distanti che Palermo e la Khalesa nel X

secolo. La distinzione era ragionevole, sì per la importanza delle

popolazioni, e sì per l'agevolezza di mantenersi in una città, quando

l'altra fosse occupata dal nemico. Iakût avverte che ai tempi suoi, al

dir d'un Abu-Hasan-ibn-Bâdis, la Khalesa era quartiere dentro la città

di Palermo.

[1054] Messina nello stesso articolo del _Mo'gem_ è detta prima

_boleida_ e poi _medina_. Quest'ultimo in un libro attribuito falsamente

a Tolomeo; il primo senza citazione. Se si riferisse ai tempi in cui

Messina par mezzo abbandonata? Si vegga il Lib. II, cap. X, p. 427 del

volume I.

[1055] _Mîlâs_ nel _Mo'gem_ è data come villaggio; nel _Merâsid_ come

città. Vi si legge inoltre _Milâs_ “forte rôcca su la spiaggia” che

potrebbe essere l'attuale Mili nello Stretto di Messina, o piuttosto

variante d'ortografia, come Katâna e Katânîa.

[1056] In oggi è nome d'una tonnara nel golfo di Castellamare. La

ricorda come terra abitata un diploma del 1098 presso Pirro, _Sicilia

Sacra_, p. 294: ed è detta villaggio in due del 1170 e 1251 che cita

D'Amico, _Dizionario topografico_, agli articoli _Cetaria_ e

_Scupellum_. Cetaria, città antica secondo Tolomeo, forse detta così

dalla pesca dei tonni che vi si facea come oggi. Scopello fu colonia di

ghibellini lombardi rifuggiti in Sicilia, ai quali poi l'imperatore

Federigo II concedette la città di Corleone.

[1057] Per manifesto errore, Trapani è messa due volte con ortografia

diversa, e la prima volta, con la forma _Itrâbinisc_ è data come

_beleda_ (terra).

[1058] Si noti il gran divario con la geografia di Edrisi, nella quale

si dà il nome di città alle sole: Castrogiovanni, Catania, Girgenti,

Marsala, Mazara, Messina, Noto, Palermo, Randazzo e Siracusa. Si vede

bene che v'era passato per lo mezzo il conquisto normanno e la

immigrazione italiana.

[1059] _Billanoba_, patria del poeta siciliano Billanobi, sembra

distrutta pria del conquisto normanno; non leggendosi nei tanti diplomi

che abbiamo dal fine dell'XI secolo in qua. Billanobi fiorì alla metà di

quel secolo, come innanzi diremo.

[1060] Si vegga la nota 7 della pagina precedente.

[1061] _Giattîn_ fu patria, secondo Iakût, di un dotto musulmano. Un

diploma arabo-latino del 1182 dà il nome in arabico _Getîna_ e in latino

_Jatina_.

[1062] _S”m”ntâr_, patria d'un altro dotto, secondo Iakût. Samanteria

era _massa_, ossia podere, della chiesa romana in Sicilia secondo

un'epistola di San Gregorio, lib. VII, ep. 62, presso il Pirro, _Sicilia

Sacra_, p. 32.

[1063] _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 124 del testo e variante del MS. di

Oxford nelle aggiunte, p. 41 della Introduzione. Iakût scrive _Kerkûr_,

che ho corretto secondo Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione,

tomo I, p. 274. Il testo del _Mo'gem_, dice: “Kerkûr una delle ville di

Sfax in Sicilia.” Si potrebbe intendere villaggio popolato da uomini di

Sfax o meglio correggere “delle ville di Sfax _ed altra_ in Sicilia.”

[1064] Oltre a ciò nell'articolo “Sardegna” Iakût aggiugne che _secondo

alcuni_ era anche nome di città in Sicilia; nota Saklab, quartiere di

Palermo; e, con manifesto errore, pone Taranto in Sicilia.

[1065] Io ho raccolto con pazienza i nomi dei villaggi nel dizionario

topografico del D'Amico, nel Pirro, nella _Sicilia nobile_ del

Villabianca, nei diplomi delle chiese di Palermo e Morreale, in que'

della Commenda della Magione, in que' dati dal Di Gregorio in appendice

agli scrittori dell'epoca aragonese, e in altri pubblicati qua e là. Mi

propongo di porli in appendice alla versione della _Biblioteca

Arabo-Sicula_.

[1066] Tali per esempio Godrano (_ghidrân_, palude), Baida (la Bianca),

Abdelali (_Abd-el-Ali_ nome proprio), Zyet (_Zeid_ nome proprio), Chadra

e Cadara (_Khadra_, la verde) ec.

[1067] Si vegga il Lib. III, cap. I, p. 33, seg. di questo volume.

[1068] “Fonte, grotta, capo, posata, stazione, rôcca, torre.” La voce

_rahl_ entra in cento sette nomi topografici di Sicilia. La voce _kala_,

o _kala't_, in venti; la voce _menzîl_ in diciotto.

[1069] Tra i nomi delle 24 città riferiti di sopra v'ha di origine

arabica le sole Alcamo, Khalesa, Marsala e Sciacca.

[1070] Per esempio _Wadi-Musa_ (il fiume di Mosè) il Simeto; Dittaino

(_Wadi-t-tîn_ il fiume fangoso) il Chrysas degli antichi;

_Marsa-s-scegira_ (Porto dell'albero) la Punta di Circia presso il

Pachino; Rasigelbi (_Ras-el-kelb_ o _ghelb_, la Punta del Cane) presso

Cefalù; _Oiûn-Abbâs_ (le fonti d'Abbâs) le Tre Fontane presso Selinunte;

_Ras-el-Belât_ (il capo degli archi o del lastricato) il capo Granitola

ec.

[1071] Questa è, secondo gli ultimi dati geografici, 4025 miglia

quadrate di Sicilia per le province di Palermo, Trapani, Girgenti e

Caltanissetta, che rispondono a un di presso al Val di Mazara; 2220 per

quelle di Catania e Noto, che rispondono quasi al Val di Noto; e 1180

per la provincia di Messina, che torna all'antico Val Demone. Il quale

dopo il XIII secolo fu ingrandito a mezzodì infino a Catania ed a

ponente oltre Cefalù. La proporzione dunque della superficie dei tre

valli è di 0,52, 0,31 e 0,17; e i 328 luoghi arabici vi stanno alla

ragione di 0,64, 0,30 e 0,06. La popolazione attuale (1853) è

distribuita così:

Val di Mazara { Palermo. 541,326

{ Girgenti. 250,795

{ Trapani. 202,279

{ Caltanissetta. 185,531

———————

1,179,931

Val di Noto. { Catania. 411,822

{ Noto. 254,593

———————

666,415

Val Demone. { Messina. 384,664

—————————

Totale. 2,231,020

Donde la proporzione della popolazione in oggi torna a 0,52, 0,30 e

0,18.

[1072] Si vegga il cap. XI, del lib. III, e i cap. III e XI di questo

Libro, p. 213, seg., 258 e 398, seg., del volume.

[1073] Da Ibn-Scebbât, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 211, 212 del

testo.

[1074] _Mo'gem_, nella _Biblioteca Arabo Sicula_, aggiunte al testo, p.

40 della Introduzione. Quest'Ibn-Herawi, pare lo stesso che

Ali-ibn-Abi-Bekr da Mosûl detto Herawi come oriundo di Herat: il quale

fu in Sicilia dopo il 1175. Iakût dà come dubbia questa tradizione dei

sepolcri dei _Tabi'_, ossia Musulmani della generazione dopo Maometto.

[1075] Da Iakût,_ Mo'gem_ e _Merâzid_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_,

p. 123 e 131. La notizia precedente è data con la lezione di _Katânîa_ e

la presente di _Katâna_, delle quali d'altronde il compilatore riconosce

l'identità. Ei non dice da chi abbia cavato questa seconda notizia; non

copiata al certo da Edrisi. Questo autore nota il doppio nome di Città

dell'Elefante, che venia dal simulacro di pietra “messo anticamente in

un eccelso edifizio, e adesso trasportato dentro la città nella chiesa

dei Monaci” (benedettini). Edrisi in vece delle chiese lastricate di

marmo, dice delle _giami'_ e moschee, del fiume intermittente

(l'Amenano), del porto frequentato, e di altri particolari ignoti a

Iakût. Su l'elefante di lava si vegga il Lib. I, cap. IX, p. 219 del 1

volume.

[1076] _Mo'gem_ e _Merâsid_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 111, e

128 del testo.

[1077] _Mo'gem_, op. cit., p. 116, 123 e 130. Qui Iakût non cita

Abu-Ali, ma par che tolga le notizie da lui. Aggiugne che la giusta

ortografia fosse Kasr-ianih e che il secondo fosse nome rûmi (latino o

greco) d'un uomo. Già era avvenuta la trasformazione di cui dissi Lib.

II, pag. 280 del 1º vol.

[1078] Si vegga Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_, Introduzione, p.

CXXXII.

[1079] _Mo'gem_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 112, 117, e 126 del

testo. Le longitudini, sembrano prese dalla “cupola d'Arîn” al modo di

alcuni antichi geografi arabi, su la quale si confrontino Reinaud, op.

cit., p. CXL, seg.; e Sédillot, Mémoire _sur les systèmes géographiques

des Grecs et des Arabes_, Paris 1842, in 4º.

Il falso Tolomeo dà a Palermo 40° di longitudine e 35° di latitudine,

oroscopo la Vergine e casa di regno a dieci gradi dell'Ariete ec.; a

Messina, 39° longitudine, 38° 40′ latitudine, oroscopo il Sagittario,

casa della vita a 9° 27′ di quel segno; a Siracusa, 39° 18′ longitudine,

39° latitudine, oroscopo la Zampa del Lione, casa della vita a 13° del

Cancro, casa del regno ad altrettanti dell'Ariete ec.

Gli errori degli Arabi su la posizione geografica di Palermo giunsero

fino ai tempi d'Abulfeda, come si vede nella costui Géographie, versione

di M. Reinaud, tomo II, p. 273, seg., dove la longitudine è notata 35°

dall'isola del Ferro; e la latitudine, 36° 10′ ovvero 36° 30′. Nondimeno

Abu-Hasan-Ali, astronomo di Marocco, segnava più correttamente

latitudine 37° 30′, e più scorrettamente longitudine 45° 20′; presso

Sédillot, _Instruments astronomique des Arabes_ tomo II, p. 204.

Per comprendere od po' il gergo del _Kitâb-el-Melhema_, dirò, a chi non

sta saputo in astrologia, che la posizione si determinava su i segni del

zodiaco. Quello che spunta all'orizzonte in faccia al luogo n'è

l'oroscopo principale, il _tâli'_ come dicono gli Arabi. Le “case” della

vita del regno e degli altri destini, rispondono ai punti

dell'ecclittica divisa in dodici parti uguali facendo capo dal _tâli'_,

in un MS. d'astrologia intitolato Kitab-en-Nogiûm, Biblioteca di Parigi,

Ancien Fonds, 1146, fog. 13 recto, la casa della vita è appunto

all'oroscopo, e quella del regno al quarto scompartimento a sinistra; il

che non risponde al sistema del falso Tolomeo. Anche le denominazioni

son alquanto diverse; e il campo al sistemi era libero in vero agli

astrologi.

[1080] Trecento miglia.

[1081] _Marûg-ed-Dseheb_ e _Tenbîh_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_,

testo, p. 1, 2. Masudi alle altre favole aggiugne che perì nell'Etna

Porfirio, autor dell'Isagoge.

[1082] Il testo ha _Arzen_ che i dizionarii arabi definiscono vagamente

albero di legno durissimo da far bastoni, ma è precisamente il cedro.

Non si noverano tra gli altri alberi le querce.

[1083] Questo personaggio par favoloso. Edrisi chiama Tûr il monte di

Taormina, santuario famoso; e questo ricorda la falsa etimologia di

πόλεν Ταύρου καὶ μενύας, su la quale facea sì gravoso scherzo

l'arcivescovo Teofane Ceramèo.

[1084] Kazwini, trascrivendo questo passo come nel Mo'gem, aggiugne la

voce “sulfurei,” ch'è giudizio forse suo proprio e non d'Abu-Ali.

[1085] È il plurale di _khebeth_, scoria. Questa voce, non è rimasa nel

dialetto siciliano, nel quale la lava impietrata si chiama “sciara:” e

parmi bella e buona la voce arabica _scia'râ_ che significa propriamente

“irsuta” e in sostantivo “luogo coperto di piante” e “bosco”.

[1086] Presso il _Mo'gem_, p. 118, 119 della _Biblioteca Arabo-Sicula_,

testo arabo. Il medesimo passo di Abu-Ali è trascritto da Kazwini,

_nell'Agiâib-el-Mekhlûkât_, p. 166; e nello _Athâr-el-Bilâd_, p. 143,

seg., dei testi pubblicati dal Wüstenfeld.

[1087] Iakût e Kazwini pongono questo fatto in fin della citazione

d'Abu-Ali, dopo le parole “e dicesi esser quivi (nell'Etna) miniere

d'oro; ond'è che i Rûm lo chiamavano il monte dell'oro.” Quel “dicesi”

potrebbe interrompere la citazione; il che gli Arabi dinotano

ordinariamente con la voce “finisce” ma spesso la dimenticano.

[1088] _Vita di San Filareto_ presso il Gaetani, _Sanctorum Siculorum_,

tomo II, p. 113, e presso i Bollandisti, tomo I, di aprile, pag. 607.

[1089] Presso Ibn-Scebbât, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p.

210.

[1090] _Mo'gem_, op. cit., p. 116. L'autore non cita in questo luogo. Si

vegga anche Kazwini, _'Agiâib_, p. 166, seg., e nell'_Athâr_, p. 143,

seg.

[1091] Abu-Hâmid si trovò in quell'anno a Bagdad. Si vegga Reinaud,

_Géographie d'Aboulfeda_, introduzione, p. CXII.

[1092] _Tohfet-el-Albâb_ di Gharnati, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_,

testo, p. 74, 75. Il passo del Corano a che allude l'autore è nel verso

22 della sura II.

[1093] _Kitâb-el-Asciârât_ di Herawi, ibid., e se ne vegga la versione

inglese del professor Samuele Lee, in appendice allo _Ibn-Batuta's

Travels_, Londra, 1829, in 4º, p. 6. Herawi venne in Sicilia dopo il

1173, e morì ad Aleppo il 1215. Si vegga Reinaud, _Géographie

d'Aboulfeda_, Introduzione, p. CXXVII, seg.

[1094] Si vegga in questo periodo la _Storia critica delle eruzioni

dell'Etna_ del canonico Giuseppe Alessi.

[1095] _Tenbîh_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 2.

[1096] Il nome è guasto in tutti i MSS. La buona lezione mi sembra

_iascf_ (in francese _yachf_) variante di _iascb_ che adopera Masûdi.

Come ognun vede, l'una e l'altra è il latino _jaspis_, d'origine

semitica, del quale i Francesi han fatto _jaspe_. Gli Arabi rendono

indistintamente con una _f_ o una _b_ la _p_ che manca in loro alfabeto.

Ognun sa la copia, mole e qualità dei diaspri e soprattutto delle agate

di Sicilia. Gli antichi favoleggiavano su le proprietà mediche

dell'agata, più o meno, come Masûdi.

[1097] _Mo'gem_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 118.

[1098] Si vegga a p. 439.

[1099] _Notices et Extraits des MSS._, tomo XII, p. 463.

[1100] _Mo'gem_, op. cit., p. 116, 118. L'etimologia sembra piuttosto

confusa col Πλοῦτος che ai tempi dei Pagani, come ai nostri, era il Dio

dell'oro e dell'inferno.

[1101] _Mo'gem_, op. cit., p. 116 e 118. Si ricordi anche la miniera di

ferro presso Palermo, di cui Ibn-Haukal.

[1102] Presso Gaetani, _Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 113, e presso

i Bollandisti, tomo I, di aprile, p. 607.

[1103] _Mo'gem_, op. cit., p. 118.

[1104] Ibn-Hamdîs in una poesia che ho pubblicato nella _Biblioteca

Arabo-Sicula_, testo, p. 565, dice de' fuochi lanciati dall'armatetta

siracusana in una impresa contro i Cristiani.

[1105] Iakut non ne fa parola, nè Edrisi. Il primo che li accenni è

Ibn-Scebbât, _Biblioteca Arabo Sicula_, testo, p. 210, negli estratti

non già di Bekri, ma del continuatore per nome Ibn-Ghalanda.

[1106] _Mo'gem_, op. cit., p. 115.

[1107] I fiumi di Lentini, Ragusa e Mazara.

[1108] I diplomi dell'XI e XII secolo dicono di foreste e boschi or

distrutti, come la foresta del monte Linario presso Messina, il bosco

Adrano tra Prizzi e Bivona ec. L'Etna perde molto dei suoi da un secolo

in qua. Il Monte Pellegrino di Palermo fu terreno boschivo fino al XV

secolo. Edrisi dice della _Benît_ (Pineta) a ponente di Buccheri ec.

[1109] _Mo'gem_, op. cit., p. 111.

[1110] _Vita di San Filareto_, l. c.

[1111] Squarcio dato da Ibn-Scebbât, _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo,

p. 210.

[1112] _Mo'gem_, op. cit., p. 116.

[1113] Si vegga il cap. V di questo Libro, p. 295 del volume, e un altro

squarcio d'Ibn-Haukal trascritto nel _Mo'gem_, op. cit., p. 119, ove

leggiamo “La più parte del terreno di Sicilia è da seminato.”

[1114] _Mo'gem_, op. cit., p. 116. Il testo dice: “e la terra di Sicilia

produce lo zafferano.” Tutto questo squarcio par si debba attribuire ad

Abu-Ali.

[1115] _Mo'gem_, op. cit., p. 110.

[1116] Ibn-Haukal dice del cotone coltivato a Cartagine ed a Msila.

_Descrizione dell'Affrica_, versione di M. De Slane, nel _Journal

Asiatique_, serie III, tomo XIII.

[1117] Si vegga sopra, cap. V del presente Libro, p. 299 a 307.

[1118] Si vegga il Lib. I, cap. IX, p. 206 del volume I, nota 2; e il

Lib. II, cap. X, p. 415 dello stesso volume. Per l'XI secolo l'attesta

Bekri; pel XII i diplomi.

[1119] Le poesie arabiche a lode del re Ruggiero, delle quali si

tratterà a suo luogo, descrivono le piantagioni di agrumi nella villa

regia di Favara o Maredolce presso Palermo. Un diploma del 1094 presso

Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 770, dice di una _Via de Arangeriis_ presso

Patti.

Da un'altra mano si sa che varie sorta di melarance vennero dall'India

in Siria ed Egitto dopo il principio del quarto secolo dell'egira e

decimo dell'era cristiana. Veggasi una nota di M. de Sacy

all'Abdallatif, _Relation de l'Egypte_, p. 117. Probabilmente la

Sicilia, la Spagna, e con esse gli altri paesi in sul bacino occidentale

del Mediterraneo ebbero gli aranci e i cedri in questo medesimo tempo

dalla Siria e dall'Egitto.

[1120] La canna da zucchero, secondo Ibn-Haukal, e però nel X secolo, si

coltivava in Affrica (versione di M. De Slane, nel _Journal Asiatique_,

III serie, tomo XIII); secondo Ibn-Awwâm, e però nell'XI, era notissima

in Spagna; un diploma del 1176, parla di un molino da _cannamele_ in

Palermo; e però non è dubbio che cotesta industria risalisse in Sicilia

all'XI o anche al X secolo.

[1121] La piantagione di datteri a San Giovanni dei Leprosi fuori

Palermo, posta accanto a un oliveto, è ricordata in un diploma del 1249

presso Mongitore, _Sacræ domus Mansionis... Monumenta_, cap. IV. Fu

tagliata nel XIV secolo dall'esercito angioino che assediò Palermo.

[1122] Edrisi dà il nome di _Nahr-Tût_ “fiume Gelso” al fiume detto oggi

Arena a mezzogiorno di Mazara, e dice dell'abbondanza della seta

prodotta a San Marco in Val Demone.

[1123] Si scorge da due diplomi del 1284, e dalla Cronica di D'Esclot,

cap. CX, dei quali ho fatto cenno nella _Guerra del Vespro Siciliano_,

edizione di Firenze, 1851, cap. X, p. 209.

[1124] _Mo'gem_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 116.

[1125] _Vita di San Filareto_, presso Gaetani, _Sanctorum Siculorum_,

tomo li, p. 113, e presso i Bollandisti, tomo I, di aprile, p. 607.

[1126] _Mo'gem_, l. c.

[1127] _Vita di San Filareto_, l. c. La versione latina del Padre

Fiorito ha: _ad vehicula trahenda aptissimi_; ma mancando il testo

greco, non siam certi se si tratti di carri o di lettighe.

[1128] _Mo'gem_, l. c.

[1129] _Mo'gem_ e _Vita di San Filareto_, ll. cc. Si ricordin anco i

grandi armenti dell'emiro Iûsuf, cap. VIII del presente Libro, p. 354

del volume.

[1130] _Vita di San Filareto_, l. c.

[1131] _Mo'gem_ e _Vita di San Filareto_, ll. cc.

[1132] _Vita di San Filareto_, l. c.

[1133] _Mo'gem_, op. cit., p. 116 a 118. In Sicilia le vipere e gli

scorpioni sono assai più rari e men letali che in Affrica, Egitto ed

Oriente.

[1134] _Libro de Agricultura, su autor.... ebn el Awam Sevillano_,

versione spagnuola di Banqueri, col testo arabico, Madrid, 1802, in

folio, tomo II, p. 193 e 231. Si tratta d'una specie di popone, detta in

arabico _Nefâq_, credo quel che in Sicilia si dicono meloni da tavola,

ovvero i meloni d'inverno.

[1135] “Nuara” (in arabico _nowâr_, secondo Ibn-'Awwâm, tomo II, p. 213)

si addimanda l'aja di poponi, zucche, cocomeri; “vaitali” (ar. _batîl_)

il rigagnolo dei giardini: “gebbia” (ar. _giâbia_), un gran serbatoio

d'acqua per irrigare gli orti ec.

[1136] La malvetta rosata, come la chiamiamo in Sicilia, è il

_Pelargonium radula roseum_ dei botanici.

[1137] Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 296.

[1138] Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 418.

[1139] Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 104.

[1140] _Kitab-el-Felaha_, d'Aba-abd-Allah-Mohammed-ibn-Hosein, citato da

M. Cherbonneau in una Memoria su la _Culture arabe au moyen-âge_ negli

_Annales de la Colonisation algérienne_, giugno 1854.

[1141] Diploma del 1140, pel quale si concedono alla Chiesa di Catania

“duas terras ad bombacea” presso De Grossis, _Decacordum_, tomo I, p.

77. Edrisi nota che il cotone si coltivava in gran copia a Partinico.

[1142] Ibn-Sa'id, _Kitâb-el-Badi_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_,

testo, p. 137, e _Mokhtaser Gighrafia_, op. cit., p. 134, con la

correzione a p. 43 dell'introduzione, ove si tratta di Pantellaria.

[1143] Fazzello, Deca I, lib. I, cap. 1.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 60 / 62 题