[333] Op. cit., cap. LII.

[334] Il diploma di Gregorio duca di Napoli tratta anco di altri patti

internazionali con Benevento, come per esempio le leggi secondo le quali

giudicarsi le liti tra sudditi dei due Stati. È dato la 14ª indizione, e

trascritto in un diploma del duca di Napoli Giovanni, presso Pratilli,

_Historia Principum Langobardorum_, tomo III, p. 228.

[335] Oggi Manfredonia.

[336] _Chronicon comitum Capuæ_, l. c. Questo Alliku è quel che la

cronica dice califo degli Agareni di Traietto e Garigliano.

[337] Ibidem.

[338] _Chronicon Vulturnense_, presso Muratori, _Rerum Italicarum

Scriptores_, tomo I, parte II, p. 418. La cronica dice avvenuto questo

fatto verso il 916.

[339] _Chronicon Farfense_, presso Muratori, _Rerum Italicarum

Scriptores_, tomo II, parte II, p. 454.

[340] Benedicti Sancti Andreæ monachi _Chronicon_, cap. XXVII, presso

Pertz, _Scriptores_, ec., tomo III, p. 713.

[341] Liutprando, op. cit., lib. II, cap. XLIV, XLV.

[342] _El-mugawer_ in arabico significa scorridore, o, come or dicesi,

_guerrigliero_.

[343] Liutprando, ibid., cap. XLIX, L.

[344] _Civitatis vetustate consumpta_, (il monaco Benedetto non è

scrupoloso in fatto di concordanze) _nomine Tribulana_.

[345] _Benedicti Sancti Andreæ monachi_, op. cit., cap. XXIX.

[346] Si confrontino: Liutprando, _Antapodesis_, lib. II, cap. XLIX e

LIV, presso Pertz, _Scriptores_, ec., tomo III, p. 297, 298; _Chronicon

comitum Capuæ_ presso Pertz, stesso vol., p. 208; _Annales

Cassinatenses_, ibid., p. 171; _Annales Beneventani_, ibid., p. 174;

_Chronicon Benedicti Sancti Andreæ etc._, ibid., p. 713, 714; _Chronicon

Farfense_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II,

parte II, p. 455; _Chronicon Pisanum_, presso Muratori, ibid., tomo VI,

p. 107, seg., an. 917; Lapo Protospatario, presso Pertz, _Scriptores_,

ec., tomo V, p. 53; Marangone, nell'_Archivio Storico Italiano_, tomo

VI, parte II, pag. 4, an. 907; Leonis Ostiensis, lib. I, cap. LII. Le

autorità principali sono Liutprando e Benedetto di Sant'Andrea,

contemporanei; e Leone d'Ostia, ch'ebbe alle mani ricordi contemporanei.

La data varia; ma si determina con l'incoronamento di Berengario.

[347] I fatti de' Musulmani di Frassineto sono stati con molta critica

ricercati e lucidamente esposti da M. Reinaud nell'opera: _Invasions des

Sarrazins en France_ etc., parte III.

[348] Si vegga il lib. II, cap. XI.

[349] Si vegga il capitolo precedente.

[350] Cedreno, ediz. Niebuhr, tomo II, p. 355, 356.

[351] Su gli stanziali ed eunuchi slavi comperati dai principi musulmani

in cotesti tempi, si vegga Reinaud, _Invasions des Sarrazins en France_

etc., parte IV, pag. 233, seg. — I nostri antichi non son mica esenti di

biasimo nel commercio degli schiavi. Nell'ottavo secolo i Veneziani ne

cavavano gran guadagno e ne teneano mercato anche a Roma. Il papa

Zaccaria lo vietò nel 748. Veggasi Anastasio Bibliotecario presso

Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo III, p. 164. Carlomagno

riprese Adriano I nel 785 di tollerare questo scandalo; e il papa si

scusò dicendo che lo faceano i Greci e i Longobardi. Veggasi _Codex

Carolinus_, ediz. Gretser, epist. 75. Altri divieti simili ai Veneziani

nell'887 e 960 sono notati dal Muratori, _Annali d'Italia_, 960.

[352] Leonis imperatoris, _Tactica_, cap. XVIII, presso Meursius,

_Opera_, tomo IV, e versione francese di Maizeroi.

[353] Su questa promiscuità di schiatte che si menavano al mercato,

veggansi le autorità allegate da M. Reinaud, op. cit., p. 235, 236.

[354] Constantini Porphyrogeniti, _De administrando imperio_, cap. 29,

31, 49, 50. Si confronti con l'importante studio di Lelewel, _Géographie

du moyen age_, Bruxelles 1852, tomo III, capitolo _Slavia_.

[355] Con queste bande di schiavi, la più parte forse non Musulmani, si

poteva eluder la legge che accorda quattro quinti della preda ai

combattenti. Si vegga più innanzi l'aneddoto del bottino d'Oria.

[356] _Chronicon Cantabrigiense_ presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_,

p. 45, an. 6246 (1º settembre 917 a 31 agosto 918). Debbo qui accennare

altre fazioni che si sono supposte. Il Rampoldi, _Annali Musulmani_,

919, 921 (tomo V, p. 148, 150), fa occupare da Salem-ibn-Râscid, emir di

Sicilia, prima Lipari, pei vari luoghi sul Volturno e sul Garigliano; e

lo fa combattere a capo d'Anzio contro Giovanni X. Quest'ultima è

ripetizione gratuita del fatto del 916 del Garigliano. Il nome di Salem

è tolto da Nowairi; quel di Lipari non so donde; il resto è accozzato di

fantasia su qualche cenno degli annalisti italiani. Il Martorana, tomo

I, p. 84, ed il Wenrich, lib. I, cap. XII, § 104, replicano cotesti

fatti, citando Rampoldi, che ne dee rispondere veramente, e il Giannone,

lib. VII, cap. IV; il quale non recò tutte quelle favole, ma

confusamente vi accennò e v'aggiunse una novella banda saracena

afforzatasi al Gargano. Così gli parve correggere la voce Garigliano e

con essa l'anacronismo di Liutprando, _Antapodesis_, lib. II, cap. XLV.

Si legge nel Muratori, _Annali d'Italia_, e indi in quei che l'hanno

compendiato o anche combattuto. Che nel 919 Landolfo e Atenolfo

riportassero non poche vittorie sopra i Saraceni a i Greci. La sorgente

è un passo della Cronica del monastero al Volturno, presso Muratori,

_Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 418, nel quale si fa

quel vago cenno senza data, dopo un documento del 916. Ma il testo si

riferisce in generale al regno di que' due principi, e però allude alle

vittorie che riportarono contro i Musulmani del Garigliano il 916 e

innanzi, e contro i Bizantini dopo il 920.

Finalmente le interpolazioni alla Cronaca della Cava e la falsa Cronica

di Calabria, portano tanti scontri dei paesani coi Musulmani; di che il

Martorana ha accettato alcuni e altri no.

[357] Questo è dei nomi che i Musulmani solean porre agli schiavi.

[358] In Calabria sola v'ha tre luoghi di tal nome.

[359] Confrontinsi: _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., an. 6432 (1º

settembre 923 a 31 agosto 924), e _Baiân_, tomo I, p. 192, an. 310 (30

aprile 922 a 19 aprile 923).

[360] _Baiân_, tomo I, p. 194, an. 312 (8 aprile 924 a 27 marzo 925).

[361] _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., an. 6433. Il nome è scritto

senza punti diacritici; ma Bruzzano par la lezione più plausibile.

[362] _Chronicon Barense_, presso Muratori, _Antiquitates Italicæ_, tomo

I, p. 31; e Lupo Protospatario, presso Muratori, _Rerum Italicarum

Scriptores_, tomo V, p. 38; dei quali il primo attribuisce l'impresa ai

Saraceni, e parla di uccisi e di prigioni; il secondo la riferisce agli

_Sclavi_, l'anno 924.

[363] Sciabtai (o Sabbathai) Donolo, prefazione al libro _Hakmoni_,

nella raccolta di Miscellanee ebraiche, intitolata _Melo-Sciofnayim_, e

pubblicata dal signor Geiger, rabbino di Breslau, Berlino 1840, p. 31;

da confrontarsi col MS. ebraico della biblioteca imp. di Parigi, Ancien

Fonds, 266. Il nome della città, scritto senza segni vocali _aur s_,

fece supporre una volta che si trattasse di Aversa; ma non è dubbio che

vada letto _Aurias_. Il giorno della occupazione è il lunedì 9 di tammuz

dell'anno ebraico 4685. Debbo cotesti ragguagli al dotto orientalista

signor Derembourg, che ha esaminato il MS. di Parigi.

Donolo (Δόμνουλος) ricomparisce medico famoso in Calabria verso la metà

del decimo secolo, e rivaleggia in sua arte col taumaturgo San Nilo il

giovane. Veggasi _Vita sancti patris Nili junioris_ etc., greco-latina,

pubblicata da Gio. Mat. Caryophilo, Roma 1624, in-4, p. 88.

[364] _Baiân_ e 'Arîb, tomo I, p. 195.

[365] Il _mithkâl_ è nome di peso, e in oro equivale al dinar, ch'io

ragiono a un di presso a lire 14,50.

[366] _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum

Arabicarum_, p. 46, an. 6434 (1º sett. 925 a 31 agosto 926). La

testimonianza concorde di Lupo Protospatario, del _Baiân_ e di Sciabtai

Donolo ci fa supporre che la Cronica di Cambridge abbia registrato il

fatto nel settembre, quando forse arrivò in Palermo Gia'far con la preda

e i prigioni. Il _Baiân_ e la detta Cronica mi è parso che accennassero

a due patti diversi; l'uno per la città d'Oria, l'altro per tutta la

Calabria; sotto il qual nome andava anco la terra d'Otranto. Di quale

diocesi in Sicilia fosse vescovo Leone non si ritrae. Non era egli al

certo lo stratego di Calabria, come ha supposto il Wenrich (lib. I, cap.

XII, § 105, p. 141), male interpretando la Cronica di Cambridge, e non

riflettendo che l'impero bizantino non affidò mai governi ai vescovi.

[367] Il 25 rebi' secondo del 313. _Baiân_, l. c. Il testo dice

positivamente che Gia'far _arrivò in Sicilia_ quel giorno. Le altre

autorità citate mi portano a correggere che _partì per la Sicilia_ quel

giorno.

[368] Sciabtai Donolo, l. c.

[369] Nel testo, _dibâg_, che è corruzione della voce greca δίβαφος,

pervenuta agli Arabi per mezzo dei Persiani, i quali la scrivono

_dibâh_.

[370] _Baiân_, l. c.

[371] Lupo Protospatario, l. c.

[372] Cedreno, ediz. di Parigi, tomo II, p. 650; ediz. di Bonn, II, 356,

seg.

[373] Il nome nel testo è φατλοῦν; forse dovea dire φατμοῦν, perchè il

Mehdi non ebbe tra i suoi nomi questo di Fadhl; e, da un'altra mano, le

lettere λ e μ si scambiano assai facilmente nei manoscritti greci. Le

Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXXIII, § 53, pone questa

negoziazione nel 923, ch'è la data d'una delle tante imprese di Simeone

contro Costantinopoli. Ma la narrazione del Cedreno si può ben applicare

ai tre anni seguenti, fino alla morte di Simeone. D'altronde, la pratica

di Simeone col Mehdi precedette forse di parecchi anni la conchiusione

della pace tra il Mehdi e Romano.

[374] Liutprando, _Antapodesis_, lib. II, cap. LXV, presso Pertz,

_Scriptores_, tomo III, p. 296. Si sa che l'autore cominciò a scrivere a

Francfort verso il 958. Pertz, vol. cit., p. 264.

[375] Romano Lecapeno salì al trono il 919; regnò solo dal 920; perdè la

Calabria il 921. I Musulmani si afforzarono ai Garigliano verso l'882, e

ne furono scacciati il 916.

[376] Il monaco dello stato romano Benedetto di Sant'Andrea, che scrisse

negli ultimi anni del decimo secolo una rozza cronica infiorata di

romanzi, accenna (presso Pertz, _Scriptores_, ec., tomo III, p. 713); le

ambascerie dei _Romani_ a _Palarmo et Africe_, perchè venissero a

pigliare il _regno d'Italia_, e dice ch'essi andarono per tal cagione ad

Amalfi e al Garigliano. Ma ciò si riferisce evidentemente alle pratiche

d'Atanasio vescovo di Napoli (879-882), e non avvalora le parole di

Liutprando, nè porta ad anacronismi.

[377] Non ci dee ritenere la grande autorità del Machiavelli, il quale

accettò il racconto di Liutprando in un quadro generale (_Istorie

fiorentine_, lib. I, nel paragrafo che principia “Era intanto morto

Carlo imperatore”). Ognun sa che ai tempi del Segretario Fiorentino le

sorgenti della storia d'Italia erano la più parte ignote o incerte. La

stessa ragione non vale a favor del Giannone, lib. VII, cap. IV; e molto

meno del Martorana, tomo I, p. 84, cap. III, e del Wenrich, lib. I, cap.

XII, § 104, p. 139, 140.

[378] Confrontinsi: Lupo Protospatario e la _Cronaca di Bari_, presso

Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 54; _Chronicon Sanctæ Sophiæ Beneventi_,

presso Muratori, _Antiquitates Italicæ_, tomo I, p. 253; _Romualdo

Salernitano_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V,

an. 926. L'indizione 15ª corregge lo sbaglio della Cronica di Bari che

dà l'anno 928. Il nome d'Istachael scritto in alcune edizioni di Lupo,

va letto Michael.

[379] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, an. 313, MS. A, tomo II, fog. 234

verso; e MS. C, tomo IV, fog. 304 recto; _Baiân_, tomo I, p. 199, an.

315 (7 marzo 927 a 23 febbraio 928); Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum

Arabicarum_, p. 13, 14, an. 316; Lupo Protospatario, e _Cronica di

Bari_, l. c., an. 927; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la

Sicile_, p. 162. Nella _Cronologia historica_, di Hazi Halife (Hagi

Khalfa), versione del conte Carli, Venezia 1697, p. 59, si legge questa

impresa di Taranto, che manca nel testo persiano di Parigi.

Debbo avvertire che la discrepanza delle croniche mi sforza ad ordinare

i fatti alla meglio, senza la certezza ch'io soglio ricercare. Per

esempio, un dice che Sâin venne con 44 navi; un altro gli dà 33 navi da

guerra; chi parla delle forze unite di Sâin e dell'emir di Sicilia, chi

di Sâin solo; chi sbaglia evidentemente le date; chi confonde in un sol

anno tutte le imprese; chi pone i nomi geografici, e chi no; chi li

scrive in guisa da doversi indovinare la giusta lezione. Ciò sia detto

per tutte queste fazioni dal 927 al 929.

[380] Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc. Prendo la data dalla _Cronica di

Cambridge_, l. c., an. 6436 (1º settembre 927 a 31 agosto 928), ove

credo si debba leggere _Otranto_ in vece di _Zarniwah_, che fu messo a

caso nelle edizioni precedenti. _Otranto_ si legge chiaramente negli

altri due autori citati.

[381] Si vegga la nota 3, a pag. 173 di questo volume.

[382] Il _Baiân_, sola sorgente di questo fatto, adopera la voce

_thiâb_, plurale di _thaub_; e significherebbe vestimenta, in generale,

ovvero, secondo l'uso moderno d'Egitto, un camicione che le donne

soglion mettere sopra tutti gli altri abiti quand'escono fuor di casa:

una specie di _dominò_. Si vegga Dozy, _Dictionnaire détaillé_ etc., p.

106. Ma Ibn-Haukal parlando appunto di Napoli, come si vedrà nella nota

seguente, usa la stessa voce al singolare e al plurale, nel significato

certissimo di tela di lino in pezza. Le pezze che valean da cinque a

secento lire ciascuna non faceano ingombro: e così interpretato parrà

più verosimile questo passo del _Baiân_.

[383] Ibn-Haukal, testo arabico, nella mia Biblioteca Arabo-Sicula, p.

10, 11, cap. IV, § 2. Probabilmente questo infaticabile viaggiatore andò

a Napoli poco prima o poco appresso di Palermo, ove si trovò l'anno 362

dell'egira (972-3). Ibn-Haukal dice aver veduto egli stesso a Napoli

questi bellissimi tessuti di lino, che da un'altra espression del testo

possiam supporre anco ricamati ovvero operati a damasco. Ogni _thaub_,

lungo 100 _dsira'_ e largo da 10 a 15, si vendea più o meno 150

_ribâ'i_, o vogliam dir quarteruoli d'oro. Cotesta moneta usata in

Sicilia dal X al XII secolo torna in peso di metallo a lire 3,80. La

_dsira'_, o _dra_, come pronunzian oggi, vuol dir braccio; e tra le

varie maniere, che ve n'ebbe e ve n'ha in Oriente, è probabilissimo che

Ibn-Haukal abbia ragionato con quella chiamata “negra” ch'era a un di

presso 0,48 metri. S'aggiunga questo agli altri copiosi materiali che

abbiamo per la storia dell'industria italiana nel medio evo. Spieghin

poi gli eruditi il lavorío di cotesta tela sì fina, larga da 5 a 7

metri, che si vendea 570 lire la pezza di 48 metri, e dicano se si debba

supporre errore nei numeri scritti da Ibn-Haukal.

[384] Confrontinsi: _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., an. 6437 (1º

settembre 928 a 31 agosto 929), e Nowairi, l. c. La prima dice che in

Lombardia non fu espugnata da Sâin alcuna “città;” e ciò si accorda con

la tradizione del _Baiân_, citata di sopra. La data posta nella Cronica

di Cambridge par quella del ritorno fin Palermo sul finir della state, è

però nel 928.

[385] Confrontinsi: _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., an. 6436 (1º

settembre 929 a 31 agosto 930); _Baiân_; tomo I, p. 201, an. 317 (13

febbraio 929 a 1 febbraio 930). Le due croniche notano concordemente

essere stata questa la terza espedizione di Sâin. Ho scritto così il

nome secondo la lezione della Cronica di Cambridge, e di quella di

Gotha. Il Nowairi ha Sâreb. Il dotto editore del _Baiân_ corresse Sâber.

[386] Ibn-Haukal nella descrizione di Palermo dà questo nome

topografico. In oggi si chiama il Quartier del Capo.

[387] Nowairi, l. c.

[388] Dsehebi. Mi par bene dì accennare distintamente la origine dei

particolari che sappiamo di questo fatto importante della storia

italiana.

[389] Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn. Nel confuso racconto di Dsehebi si fa

anche cenno d'un assalto anteriore a quello in cui fa presa la città.

[390] Dsehebi.

[391] Liutprando: _Cunctosque civitatis et ecclesiarum thesauros_. Non

credo si debba intendere del comune e della chiesa, ma de' cittadini

etc.

[392] Così chiaramente nel manoscritto di Dsehebi. In que'

d'ibn-el-Athîr si legge chiaramente Karkesia, e così in uno de' due

squarci d'Ibn-Khaldûn, ove si aggiugne “su le spiagge di Siria.” Ciò ha

spinto l'erudito baron de Slane a correggere “Cesarea;” sendo grossolano

errore Karkesia. Ma ibn-Khaldûn, o il copista, par che abbia aggiunto

quella spiaggia di Siria, appunto perchè non gli venne a mente che si

trattava della Corsica. Ciò mi par certo dalla narrazione

d'Ibn-el-Athîr, il quale parla di unica espedizione a Genova, in

Sardegna e in quel terzo paese.

[393] Dsehebi.

[394] Si confrontino: _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio,

_Rerum Arabicarum_, p. 46, an. 6442 (lº settembre 933 a 31 agosto 934);

Ibn-el-Athîr, MS. B, tomo I, p. 149 e 163, e MS. C, tomo IV, fog. 321

verso e 325 verso, anni 322 (21 dicembre 933 a 9 dicembre 934), e 323

(10 dicembre 934 a 28 novembre 935); _Baiân_, tomo I, p. 216; Nowairi,

presso Di Gregorio, op. cit., pag. 14; Dsehebi, _Tarîkh-el-Islâm_, an.

323, manoscritto di Parigi, Ancien Fonds, 646, fog. 505 verso;

Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique_ etc., p, 162, 163, e _Storia dei

Fatemiti_, manoscritto di Parigi 742 quater, tomo IV, fog. 18 verso, con

la versione datane da M. De Slane nella _Histoire des Berbères_ dello

stesso Ibn-Khaldûn, tomo II, p. 529, appendice.

[395] Liutprando, _Antapodesis_, lib. IV, cap. V, presso Pertz,

_Scriptores_ ec., tomo III, p. 316.

[396] Iacopi de Varagine _Chronicon_, presso Muratori, _Rerum Italicarum

Scriptores_, tomo IX, p. 10.

[397] Il Martorana, tomo I, p. 86 e 215, nota 115, seguito dal Wenrich,

crede personaggi diversi Salem emiro del 917 e Salem del 937, fondandosi

in su questo, che Nowairi aggiunga nel primo caso il nome patronimico

Ibn-Ased; e Abulfeda nel secondo, Ibn-Rescîd. Tal supposto or si dilegua

con l'autorità degli altri compilatori citati nel capo VII, p. 160, e

soprattutto d'Ibn-el-Athîr, il quale scrive Sâlem-ibn-Rescîd sì nel 313

e sì nel 325 dell'egira.

[398] Si vegga il Capitolo precedente, p. 170, seg., 176.

[399] Eutichii, _Patr. Alexandrini annales_, tomo II, p. 508, 509.

Questo scrittore, poco men che contemporaneo, è il solo che narri

l'episodio dei prigioni risparmiati; tra i quali pone in primo luogo i

Siciliani. Ei riferisce la battaglia al 307 dell'egira; ma Ibn-el-Athîr,

MS. C, tomo IV, fog. 298 recto e verso, la scrive nel 306 (13 giugno 918

a 1 giugno 919); e la Cronica di Cambridge nota nel 6427 (1 settembre

918 a 31 agosto 919) la spedizione dei Fatemiti in Alessandria.

[400] _Taglieggiare_ è versione litterale del testo arabico. Donde

sappiamo questo dazio insolito e gravoso, ma non di che natura el fosse.

[401] Così la Cronica. _Sceikh_, vecchio, indi anziano, senatore, capo

d'una frazione di tribù, capo d'un villaggio, o semplicemente preposto o

dottore.

[402] Cioè il primo di Belezma, città d'Affrica che abbiam citato

altrove; il secondo, di Kalesciana a 12 miglia da Kairewân, della quale

il Bekri, _Notices et Extraits des MSS._, tomo XII, 479.

[403] _Cronica di Cambridge_, op. cit., p. 45.

[404] Si vegga al Capitolo VIII, p. 172, 173.

[405] _Cronica di Cambridge_, op. cit., anno 6427.

[406] Si vegga il Capitolo I di questo Libro III, p. 3 in nota.

[407] Confrontinsi: _Cronica di Cambridge_, op. cit., p. 46, anno 6442;

Ibn-el-Athîr, anno 322, MS. B, p. 149, MS. C, tomo IV, fog. 321 verso;

_Baiân_, tomo I, p. 216. Questi due ultimi dicono occultato il caso più

a lungo.

[408] _Cronica di Cambridge_, op. cit., p. 47, anno 6442. Il nome

somiglia a quel di Randazzo, grossa città surta in Sicilia nel medio

evo, che in Edrisi leggiamo _Rendag_. Sembra di origine greca, poichè la

_Storia Miscella_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo

I, parte I, p. 150, ricorda un patrizio Sisinnio soprannominato

_Rendacium_, sotto Leone Isaurico; e la Continuazione di Teofane nel

regno di Romano Lecapeno, § 4, parla di un ‘Ρεντάκιος uom dell'Attica, e

forse ateniese, parente del patrizio Niceta; il qual nome è scritto con

le stesse lettere da Giorgio Monaco, e ‘Ρεντάκης da Simeone (ediz. Bonn,

p. 399, 891, 732). Nulla toglie che il governatore di Taormina fosse

appartenuto alla medesima famiglia, e che da lui o da altri fosse venuto

il nome di Randazzo. Che il caso seguisse in Palermo non mi par dubbio,

Quantunque la Cronica dica: “innanzi il palagio (_Kasr_) di Sâlem.” Non

v'ha memona di terra in Sicilia chiamata _Kasr Sâlem_ (il nome attuale

di Salemi è corruzione dell'arabico _Senem_, idolo o statua); e la

stessa Cronica, notando poi la morte dell'emiro, aggiugne che seguì nel

suo _kasr_. Probabilmente il palagio vecchio, al quale rimase il nome di

Salem, per essere stato l'ultimo emiro che vi soggiornò; tramutati poi

gli ofici pubblici ecc. nella Khalesa.

[409] Confrontinsi: _Cronica di Cambridge_, ann. 6443, presso Di

Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 47; Nowairi, op. cit., p. 14.

[410] _Cronica di Cambridge_, l. c., anno 6444.

[411] Il testo ha _N rd barîn_, che non dà significato. I primi editori

lessero _Brediaræos_. Probabilmente è la voce persiana _Bardadâr_,

guardie palatine.

[412] Il nome non sarebbe molto diverso da Asaro, l'antica Assorus; ma

l'a scritta con un'_ain_ indica origine arabica; e il sito di Asaro

presso Leonforte si allontana troppo a levante dalla via tra Palermo e

Girgenti. Mancando di vocali il MS., questo nome si potrebbe leggere

_Osra_, che significherebbe “asilo, riparo,” e sarebbe nome di luogo

oggi sconosciuto.

[413] La Cronica di Cambridge, la sola che fornisca questo e gli altri

particolari della guerra, dà il secondo vocabolo in guisa da potersi

anco leggere Tâlis, Nâlìs, Iâlis e Mâlis. Il primo è suscettivo della

ottima lezione _Mosciaiad_, che significherebbe “edifizio, monumento.”

Non mi sovviene di nomi topografici antichi o moderni di Sicilia che ci

aiutino a trovare il vero nome e il sito preciso, che dovea essere molto

vicino a Palermo. Ma Bâlîs è nome d'una provincia tra il Sind e il

Segestân, _Geografia_ d'Edrisi, versione francese, I, 444, 449. Bâlis o

Bâles era picciola città su la sponda occidentale dell'Eufrate.

Veggansi: Ibn-Haukal., MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 885, fog. 85 recto;

Edrisi, op. cit., I, 335; Jakût, _Merâsid_, ediz, di Leyde, I, 122;

Abulfeda, _Geografia_, testo arabo, ediz. di Parigi, p. 268. In Ispagna

era città (Velez Blanco?) nella provincia di Begiâia e porto tra

Alicante e Cartagena. (Edrisi, op. cit., tomo II, p. 14, 39.).

[414] Lo stesso MS. ha _M r nuh_, Marineo, a 17 miglia da Palermo,

sovrasta al fiume di Misilmeri, appunto su la strada per la quale

doveano ritirarsi i Girgentini. Le due battaglie senza particolari di

leggono in Ibn-el-Athîr, anno 325; e in Nowairi, presso Di Gregorio, p.

14, 15. Abulfeda, anno 325, dà appena un cenno della rivoluzione.

[415] Così la _Cronica di Cambridge_. Il Nowairi ha invece Ishâk-Bostâni

(ossia il giardiniere) e Mohammed-ibn-Hamw. Probabilmente son le

medesime persone. Ibn-Sebâia potrebbe essere il nome patronimico d'Ishâk

soprannominato Il Giardiniere; ed Abu-Târ, il soprannome di Mohammed.

Quanto al nome patronimico di quest'ultimo, forse va corretto Hammoweih,

e sarebbe d'origine persiana. Il Martorana, tomo I, p. 88, e con lui il

Wenrich, arbitrariamente danno i due primi come capi del tumulto del 17

settembre, e i due secondi di quello del 7 ottobre.

[416] _Cronica di Cambridge_, op. cit., p. 48, anno 6446, e ve n'ha un

cenno in Ibn-el-Athîr, anno 325, e in Nowairi, op. cit., p. 15.

[417] Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc. Il secondo, che par abbia copiato

qui la cronica primitiva, dice: “con un esercito e parecchi kâid.”

Perciò questa voce non sembra adoperata nel significato generale di

capitani d'esercito, ma in quel di condottieri di corpi minori.

[418] Confrontinsi: Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi,

fog. 104 recto; e _Baiân_, tomo I, p. 225, anno 325.

[419] _Riadh-en-Nofûs_, fog. 60 recto. Iehia era morto verso il 290.

Però ho supposto che si tratti di questa impresa o dell'altra del 916.

[420] Così la _Cronica di Cambridge_, op. cit., p. 48, anno 6446.

Nowairi, op. cit., dice alla fine del 325; il che torna allo stesso con

poco divario.

[421] Si vegga qui appresso, Lib. IV, Cap. 1, p. 236. Sâlem rimase al

certo in autorità insieme con Khalîl. Senza questo non si può trovare

ragione plausibile dell'abboccamento coi Girgentini, nè dell'essere lui

rimaso in palagio vecchio; nè del titolo di emir che gli si dà alla

morte.

[422] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, Nowairi e Ibn-Khaldûn, ll. cc.

[423] Fazzello, Deca I, lib. VIII, cap. II, scrive del palagio reale di

Palermo: _Hanc_ (arcem) _a Sarracenis primum Panormum adeptis, super

veteris arcis ruinis excitatam literæ in eo incisæ indicant_. Ma nè egli

dà, nè si è mai trovata la iscrizione, e però non allego tal

testimonianza.

[424] Ibn-Haukal, _Description de Palerme_, nel _Journal Asiatique_,

IV^e série, tomo V, p. 95.

[425] Makkari, _Mohammedan dynasties in Spain_, versione di Gayangos,

tomo I, p. 220; Edrisi, _Géographie_, vers. di Jaubert, tomo II, p. 58

seg.

[426] Bekri, versione di Quatremère, _Notices et Extraits_, tomo XII, p.

473.

[427] Bargès, descrizione della Moschea principale d'Algeri al 1830, nel

_Journal Asiatique_, série III^e, tomo XI, p. 182. Quivi non si dice in

vero che di una porta di comunicazione col palagio del governatore.

[428] Veggasi il cap. VII di questo Libro, p. 157, 158.

[429] Ibn-Haukal, _Description de Palerme_, nel _Journal Asiatique_,

série IV^e, tomo V, p. 22, 23; Nowairi, _Enciclopedia_, ibid., p. 104,

Edrisi, _Géographie_, versione di Jaubert, tomo II, p. 77.

[430] Ibn-el-Athîr, anno 325, scrive che “la gente fu molto aggravata

nella costruzione della cittadella.” I pubblicisti musulmani,

principalmente Mawerdi, ci danno il comento. Veggasi il cap. I di questo

Libro, p. 10, nota 4.

[431] _Cronica di Cambridge_, Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc.

[432] Cotesti nomi dalla sola _Cronica di Cambridge_. La sillaba _wa_

entra in parecchi nomi berberi in vece dell'arabico _ibn_, figlio.

_Modû_ sembra dello stesso conio; non arabico al certo. Si trova in

Edrisi con ortografia poco diversa il nome d'un castelletto tra Randazzo

e Castiglione, che risponderebbe a Mojo d'oggidì.

[433] Risponde a Collesano d'oggidì secondo le distanze notate da

Edrisi, il quale la dà con questo nome istesso di Kalat-es-Sirât.

[434] L'ordine delle operazioni militari di Khalîl è dato dalla _Cronica

di Cambridge_ e sta bene a martello. Il nome che scrivo Mazara è

_””lb”ra_, letto dai primi traduttori Kalbara, arbitrariamente nella

prima sillaba. Correggendo Mazara non si viene ad alterare alcun dei

tratti principali e si trova la importante città nominata da

Ibn-el-Athîr. Quanto a Kalbara, o come che si legga la prima sillaba,

non v'ha nome noto da potervisi adattare; e non è da pensare nè anco per

ombra alla Calabria.

[435] Il fatto e il nome nella sola _Cronaca di Cambridge_, ove il

secondo è scritto senza vocali _Fkh_ e si potrebbe legger Foca, o con

altra vocale che fu preferita nella version latina, e non è bello

ripeterla in Italiano. Ancorchè _Fikh_ significhi in arabico la scienza

del dritto, qui è nome d'uomo e d'un luogo che il prese da lui; nè credo

abbian gli Arabi tal nome proprio. Al contrario è noto ad ognuno nelle

istorie bizantine il casato Foca, illustre in que' tempi: e ciò mi ha

suggerito la prima lezione. Nondimeno il latino e (perchè no?)

l'italiano potean anco fornire il soprannome d'alcun cristiano di

Sicilia, il cui braccio avessero accettato i ribelli musulmani, sì come

avean chiesto gli aiuti di Costantinopoli. E in vero presso il Capo di

San Marco è un luogo detto Ficana. Questo appunto, e la coincidenza del

sito presso Mazara e Caltabellotta, mi ha persuaso che si tratti della

penisola del Capo San Marco. Ho interpretato penisola la voce _gesîra_

del testo, che vuol dire anche isola.

[436] Si vegga pel XII secolo la geografia d'Edrisi; pel XIII e XIV, i

diplomi accennati da Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 136, e da

Huillard-Breholles, _Historia diplomatica Frederici II imperatoris_,

tomo I, p. 118, 194; Mortillaro, _Catalogo dei diplomi della Cattedrale

di Palermo_, p. 90; e pel XVI, la descrizione di Fazzello, Deca I, lib.

X, cap. III.

[437] La _Cronica di Cambridge_ accennando sola questo fatto, usa la

espressione _sebi_, che vuol dir propriamente le donne e fanciulli

prigioni. Parmi qui adoperata in significato più largo.

[438] Il nome etnico di 'Attâf è dato dal solo Ibn-Khaldûn, _Histoire de

l'Afrique et de la Sicile_, p. 165.

[439] Quest'ultimo periodo della rivoluzione si ricava in parte dalla

Cronica di Cambridge, anni 6447 a 6450, presso Di Gregorio, _Rerum

Arabicarum_, p. 48, 49; in parte da Ibn-el-Athîr, anno 325. Si veggano

anche il _Baiân_, ediz. Dozy, tomo I, p. 223; Abulfeda, anno 325;

Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione, p. 164,

165. Il Nowairi, presso Di Gregorio, p. 15, accenna la venuta e la

partenza di Khalîl, senza far motto della guerra. Il Rampoldi, _Annali_,

tomo V, p. 213, 217, 221, 223, 230, anni 937, 938, 939, 940, 941,

aggiugne di capo suo una ribellione in Palermo in questo secondo

periodo, aiutata dai Bizantini; e che il governo d'Affrica mandasse

grani in Sicilia.

[440] Era modo familiare il chiamare col _keniel_, ossia primo

soprannome, anzichè col nome proprio o col titolo di dignità.

[441] Confrontinsi: _Baiân_, l. c., e Ibn-Abbâr, MS. della Società

Asiatica di Parigi, fog. 104 recto.

[442] Peccato, poichè i pubblicisti più accreditati non permetteano di

uccidere i ribelli presi con le armi alla mano, nè di tenerli in

prigione finita che fosse la guerra, nè di prendere i loro beni, nè di

far cattive lor donne e figliuoli. Veggasi Mawerdi, _Ahkâm Sultanîa_,

ediz. Enger, p. 98 e seg.; _The Hedaya_, versione inglese di Hamilton,

lib. IX, cap. IX, nel tomo II, p. 250. Nell'impero ottomano prevalsero

poi dottrine più tiranniche, le quali si ricerchino in D'Ohsson,

_Tableau de l'Empire Ottoman_, tomo VI, p. 253.

[443] Confrontinsi: Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi,

fog. 104 recto; _Baiân_, tomo I, p. 223; Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo IV,

fog. 343 recto, anno 333.

[444] Significa, “Que' che dicono: _Non vogliam saperne nulla_.” Proprio

come i _Know-nothings_ d'America.

[445] Veggasi: Tigiani nel _Journal Asiat._, série IV^e, tomo XX, p.

171, seg.; Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, passim.

[446] È voce arabica che significa “buona nuova;” un de' nomi che

volentieri si davano alli schiavi. Andrebbe meglio trascritta in

francese _Bochra_, che non si può rendere col nostro alfabeto. Tigiani

dice costui siciliano (sikilli); il testo d'Ibn-Khaldûn pubblicato da M.

De Slane porta Schiavone (saklabi); nè so determinar la vera lezione. La

critica storica ci ricorda che tra gli schiavi e mercenarii dei Fatemiti

vi fossero al paro e Siciliani e Slavi. La differenza tra coteste due

voci in scrittura arabica è lievissima, e però il merito dei MSS. non

può servire di argomento decisivo. Nondimeno, Tigiani fu erudito più

diligente che Ibn-Khaldûn, e i MSS. delle sue opere, copiati assai men

sovente che quelli d'Ibn-Khaldûn, sembrano men sospetti d'errore.

[447] Queste due battaglie sono raccontate da Tigiani, _Journal

Asiatique_, série IV^e, tome XX, p. 101, seg. Si vegga anche

Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, testo arabo, tomo II, p. 18, 19.

[448] I dotti e la cittadinanza di Kairewân seguirono con molto zelo

Abu-Iezîd all'assedio di Mehdia. Chi mai scriverà questo bel tratto di

storia, non dimentichi le notizie che ne dà il _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 89

verso a 91 verso. Quivi si narra la deliberazione presa dai _fakih_

nella Moschea giami' di Kairewân; i dotti che s'armavano; le

corporazioni che veniano in arnesi di guerra con lor bandiere di varii

colori scritte con varie leggende; i martiri caduti in battaglia ec. Il

dotto Abu-l-Arab, ch'era dei capi rivoluzionarii, sclamava all'assedio

di Mehdia: “Ho scritto di mia mano 1500 trattati; ma il combatter qui

val meglio che tanta dottrina!”

[449] Il cenno che do di questa grande rivoluzione è tolto da

Ibn-el-Athîr, anni 333, 334; MS. C, tomo V, fog. 343 recto a 346 recto;

_Baiân_, tomo I, p. 200 a 228; Tigiani, _Journal Asiatique_, série V^e,

tomo I, p. 178, seg.; Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, testo, tomo II,

p. 16 a 23; Ibn-Hammâd, _Journal Asiatique_, série IV^e, tomo XX, p.

470, seg. Per le date, seguo a preferenza Ibn-el-Athîr. Si veggano anche

il _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 89 verso, seg.; Iehia-ibn-Sa'îd,

_Continuazione di Eutichio_, fog. 87 verso; Ibn-Khallikân, versione di

M. De Slane, tomo I, p. 218, seg., e III, p. 185.

[450] Ibn-Hammâd, op. cit., p. 497.

[451] _Cronica di Cambridge_, op. c., p. 49, an. 6450.

[452] ’Ο Κρηνίτης Χαλδίας τῆς Καλαβρίας γεγόμενος στρστηγὸς. Nella

edizione di Parigi fu aggiunto tra parentesi παρὰ dopo il nome proprio;

e fu tradotto _Crenita Chaldiæ in Calabria prefectus_; la quale versione

non è mutata nella edizione di Bonn, ancorchè sia stato ridotto a

miglior lezione il testo, Chaldia era nome d'un _tema_ bizantino, che

avea per capitale Trebisonda nell'Armenia minore; e qui indica la patria

di quel barattiere, non la sua sede in Calabria, ove non fu mai luogo di

tal nome. Si vegga per Caldia, Costantino Porfirogenito, _De

Thematibus_, p. 30, e _De administrando imperio_, p. 199, 209, 226,

ediz. di Bonn.

[453] Cedreno, ediz. di Bonn, tomo II, p. 357.

[454] Cedreno, l. c. Costantino riprese il comando dell'impero in

dicembre 944.

[455] _Cronica di Cambridge_, l. c. Il cronista avea ben dato il titolo

di emir a tutti i precedenti infino a Sâlem; e nol dimentica parlando

poco appresso del kelbita Hasan-ibn-Ali.

[456] Nowairi, presso Di Gregorio, p. 15, senza nominare Ibn-Kufi. Il

Nowairi direbbe secondo la versione: “_Anno 334, præfectus electus fuit

Mohammed ben el Aschaat, qui usque ad annum 336 leniter gessit

imperium;_” ma va corretto secondo il testo: “Fu wâli in Sicilia l'anno

334 Mohammed-ibn-Asci'ath; e resse gli affari infino al 336

(Ibn)'Attâf.” L'oscurità di questo passo, che mosse M. Caussin a

considerare, fuor d'ogni regola grammaticale, il nome proprio 'Attâf

come sostantivo o aggettivo, viene appunto dalla dubbiezza del

compilatore; il quale, trovando due nomi di governanti nello stesso

tempo, impiastrò l'uno essere stato wâli fino al 34, e l'altro avere

tenuto la somma delle cose fino al 36. Ibn-el-Athîr, incontrata, com'ei

pare, la stessa difficoltà nelle croniche, se ne cavò col silenzio. Non

disse degli altri; non disse del tempo in cui Ibn-'Attâf prendesse il

governo; ed occorrendogli di nominarlo, non gli diè alcun titolo. Se si

volesse seguire il Nowairi senza badare all'ambiguità delle sue parole

nè al silenzio della Cronica di Cambridge e d'Ibn-el-Athîr, si potrebbe

supporre che nel 34 fu fatto emiro Ibn-Asci'ath; e dal 35 al 36 governò

di nuovo Ibn-'Attâf. Il Rampoldi, tomo V, p. 256, anno 945, citato dal

Martorana, tomo I, p. 217, nota 13, dice che Mohammed-ibn-Asci'ath fosse

stato precettore di Mansûr. Non credo che i compendii ch'egli ebbe alle

mani gli abbian potuto fornire tal notizia. Al suo modo di compilare

supporrei piuttosto un enorme anacronismo che l'abbia portato a

confondere questo Ibn-Asci'ath con l'autore della setta dei Karmati, del

quale ho fatto cenno nel Libro III, cap. V, p. 116 di questo volume.

[457] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, anno 336; Ibn-Khaldûn, _Histoire de

l'Afrique et de la Sicile_, p. 165, 166, e il breve cenno del Nowairi

presso Di Gregorio, p. 15. Il passo di quest'autore che Di Gregorio

tradusse: “_De perturbato rerum Siciliensium statu, et quod in earum

administratione nonnulla vitia irrepsissent;_” e M. Caussin: “_La peine

que lui donnaient les habitants et le mauvais état des affaires;_” si

renderebbe più correttamente: “Che i Siciliani rimbaldanzivano, e

piegavano al male;” cioè si disponeano alla ribellione.

[458] Ibn-el-Athîr; da cui tenghiamo i particolari di questi fatti e di

quei che seguirono all'arrivo di Hasan in Sicilia, non segna altre date

che il tumulto di Palermo a 1º scewâl 335, e la elezione di Hasan il 336

(22 luglio 947 a 9 luglio 948). La _Cronica di Cambridge_ non porta

altra data dell'arrivo di Hasan che il 6456 (1 sett. 947 a 31 ag. 948);

ma un fatto che racconta dopo, ci porta a supporre l'arrivo verso la

fine dell'anno costantinopolitano. Da un'altra mano si sa (Ibn-Hammâd

citato di sopra ap. 202) che Mansûr sino alla fine di giumadi 2º del 333

(gennaio 948) facea condurre per le strade di Kairewân la pelle

imbottita di Abu-Iezîd; che poi volea mandar in Sicilia quella e la

testa di Fadhl con Hasan; e che la barca fece naufragio, ec. Infine

Ibn-el-Athîr nota che dopo l'uccisione di Fadhl, figliuolo di Abu-Iezîd,

il califo tornava a Mehdia, di ramadhan 336 (marzo ed aprile 948); ed è

da supporre ch'ei non abbia pensato alle cose di Sicilia prima di

questo. Però credo che l'arrivo di Hasan in Sicilia si debba protrarre

fino a giugno o luglio 948.

[459] Ibn-el-Athîr, solo narratore in questo luogo, scrive: la gente

d'Affrica. Senza il menomo dubbio accenna agli Arabi venuti di recente

dall'Affrica. I coloni si chiamavano Siciliani; i Berberi, i Kotamii,

ciascuno col suo nome.

[460] Così Ibn-el-Athîr. Palermo avea un cadi; onde il titolo di _Hâkim_

è generico qui in significato di magistrato, ovvero è adoperato perchè

vacasse l'oficio in quel tempo, e, invece di cadi eletto dal principe,

rendesse ragione un supplente. Hâkim si addimandò, dopo il conquisto

normanno, il capo della municipalità di Malta; ma mi sembra fatto

eccezionale, nato dalla dominazione cristiana.

[461] Ibn-el-Athîr, anno 336; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de

la Sicile_, p. 166. Quivi si legga sempre “Tabari” invece di “Matîr,”

ch'è errore del MS. sul quale fece la versione M. Des Vergers.

[462] Questo riscontro mi è suggerito dal bello studio del professore

Dozy, su le fonti della storia de' Musulmani Spagnuoli, _Histoire de

l'Afrique_ etc., _intitulée Al-Bayano-'l-Moghrib_, Introduction, p. 16,

seg.

[463] La _Cronica di Cambridge_, che sola porta la data e il supplizio,

dice: “Venuto il giorno di _mila_” che fu un lunedì, l'emiro etc.” La

voce che ho trascritto dall'arabico e che è chiara nel MS., significa il

Natale de' Cristiani, sol che vi si aggiunga un d alla fine ove ho messo

le virgolette. I primi editori supplendo invece un'altra lettera

scrissero _Mi'âd_ “giorno prefisso” come si potrebbe tradurre. Ma questa

voce oltrechè sarebbe insolita, imbroglierebbe il fatto or che

Ibn-el-Athîr ci racconta l'ordine del tradimento palatino, e farebbe

mancar la data del giorno; la quale non è probabile che il cronista

avesse trascurata, mentre designava il giorno della settimana. Il Natale

del 948 cadde appunto in lunedì.

[464] Debbo avvertire che Ibn-el-Athîr dal quale tenghiamo i nomi, narra

il tradimento, la cattura, la confiscazione, non il supplizio: il casato

che dovrebbe trovarsi dopo il nome di Mohammed è lasciato in bianco in

uno dei MSS., e manca al tutto negli altri due. La _Cronica di

Cambridge_ al contrario dice della uccisione dei “côlti alla rete, tra i

quali un Marisc (in inglese sarebbe Marîsh) e i suoi compagni.” Questo

nome fu scritto dal traduttore inglese, Coreish; ma il codice dà

chiarissima la iniziale _m_. Non l'ho scritto nel testo, parendomi

soprannome e che debba indicare il capo della fazione, cioè

Ismaele-ibn-Tabari; e ciò sembra confermato dai significati della voce

_Marîsc_ dati dal Meminski, cioè “saetta impennata” e una specie di

pomo. _Marîs_ sarebbe dei nomi che si danno ai leone.

[465] Confrontinsi: _Cronaca di Cambridge_, ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn,

ll. cc.

[466] Si vegga il Libro IV, capitolo III.

[467] Capitolo X del presente Libro, p. 203-204 di questo volume.

[468] Non va in questo periodo l'autore anonimo della Vita di San

Niceforo vescovo di Mileto di cui or or si dirà. Questo autore,

probabilmente siciliano, visse nella seconda metà del decimo secolo. Il

testo greco è nella Biblioteca imperiale di Parigi, Nº 1181; e M. Hase

ne ha pubblicato uno squarcio in nota a Leone Diacono, edizione di Bonn,

p. 442.

[469] Leonis Diaconi Caloensis, l. c. L'anonimo dice che i Veggenti per

virtù divina abbondavano in Sicilia com'ogni altro prodotto del suolo.

Τὸ δὲ καὶ απὸ τινος τῶν ὲν τῇ χώρα δεοπτικῶν (πλεονεκτεῖ γὰρ καὶ τῇ

τοῦτων φορᾷ τῆς ἄλλης εὺδηνιας οὺκ ἔλαττον.)

[470] Liutprandi _Legatio_, presso Muratori, _Rerum Italicarum

Scriptores_, tomo II, parte I, p. 485. “_Hippolytus quidam Siciliensis

episcopus._” La _Cronica di Cambridge_ citata al capitolo VIII di questo

Libro, p. 172, ha: “Leone vescovo della Sicilia;” nè la costruzione

arabica permette d'interpretare “uno dei vescovi di Sicilia.”

[471] Si vegga il cap. VII del presente Libro, p. 173.

[472] _De Thematibus_, p. 58, ediz. di Bonn, tomo III, delle opere di

Costantino: καὶ τὰς λοιπὰς πόλεις τὰς μὲν ἠφημωμένας, τὰς δὲ κφατουμένας

παφὰ τῶν Σαρακηνῶν.

[473] Costantino Porfirogenito, op. cit., p. 60, e _De administrando

imperio_, p. 225.

[474] Libro II, cap. XII, p. 470, 471 del primo volume.

[475] Libro II, cap. VI e IX, vol. primo, p. 323, 325, 407.

[476] _Journal Asiatique_, série IV^e, vol. V, 1845, p. 105, nota 9.

[477] Veggasi il Libro IV, cap. III, su la popolazione musulmana al 962.

[478] V'era in Palermo un borgo di Giudei. Ibn-Haukal, nel _Journal

Asiatique_, vol. cit., p. 97.

[479] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 71 recto. Sa'îd morì il 302. Il biografo

aggiugne che costui toccò i danari per favore di Ibrahim-ibn-Ahmed; non

sappiamo se per aver tolto qualche difficoltà fiscale, ovvero per

avergli fatto pagare i 400 dînar con tratta sul tesoro di Kairewân.

Sa'îd, avvezzo a vita peggio che frugale, spese 200 dînar a fabbricarsi

una casa; 50 in vestimenta; 50 in tappeti, stoviglie e altre masserizie;

e ne serbò 100 per mantenimento del resto della sua vita. Di che

riprendendolo gli amici, rispose che avea a ufo dei 100 dînar, poichè il

quarto d'un rotolo di carne gli bastava una settimana. Il primo giorno,

dicea, mangio il brodo delle ossa; il secondo quel dei tendini; dal

terzo al sesto certi piatti di bietole mescolati or a fave, or a ceci,

or a pastinache; e il settimo dì la carne!

[480] Ibn-Haukal, _Journal Asiatique_, vol. cit., p. 93.

[481] Squarcio della vita di Ibn-Giolgiol (in francese Djoldjol) per

Ibn-abi-Oseibia, testo e versione di M. Sacy, in appendice alla

_Rélation de l'Egypte par Abdallatif_, p. 549, seg., e 493, seg.

[482] Veggasi il Libro I, cap. VI, e Libro II, cap. II, nel volume

primo, p. 149, seg., 253, seg.

[483] Questo era soprannome. Il nome intero Abu-Sa'îd-Abd-es-Selâm-ibn-

Sa'îd-ibn-Habîb-ibn-Hasân-ibn-Helâl-ibn-Bekkâr-ibn-Rebia',

della tribù arabica di Tonûkh. Così il _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 39 verso.

Confrontisi Ibn-Khallikân, versione inglese, tomo II, p. 131.

[484] Si vegga il cap. IX di questo III Libro nel presente volume, p.

188. La data della morte si argomenta dal posto dato a questa biografia

nel _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 57 verso. Iehia-ibn-Omar spese seimila dînar

per lo studio della giurisprudenza. Andò in Spagna, donde fu detto

Andalosi; e in Oriente, dove fece, come tutti coloro che il poteano, un

corso di lingua e poesia, dimorando nelle tende dei Beduini in Arabia.

In cotesta peregrinazione scientifica, durata sette anni, consumò quasi

il suo avere. _Riâdh-en-Nofûs_, l. c.

[485] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 79 recto.

[486] Intendo non solamente copista, come suonerebbe tal voce nel medio

evo, ma uom dotto che sovente compilava sul dettato dei maestri. Costui

segnalavasi tra gli editori d'Affrica per tenace memoria e scrupolosa

esattezza.

[487] Il testo dice che costui, per nome Ahmed-Kasri (ossia del Castel

vecchio presso Kairewân), non avendo da comperar carta, si vendè il

giubbone e col prezzo acquistò dei _rokûk_. Tal voce secondo i

dizionarii è plurale di _Rekk_, “carta o pergamena.” La definizione è

vaga, o il senso variò coi tempi e i paesi. Ma leggiamo in Masudi,

_Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 2, che la pomice di Sicilia si adoperava a

radere lo scritto nei _difter_ e nei _rokûk_. Indi mi par manifesto che

quest'ultima voce significava, nel X secolo, “pergamena vecchia.” La

voce che ho reso _carta_ è _wark_. Si comprende poi benissimo che la

carta nuova dovesse costare in Affrica assai più cara che i codici

latini e greci, merce inutile, da ripassarsi con la pomice prima di

adoperarli. Quanti preziosi Manoscritti antichi dovettero perire in

questa guisa!

[488] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 79 recto.

[489] Ce ne fornisce un esempio curioso il MS. della Biblioteca di

Parigi, Ancien Fonds, 277, fog. 100 recto, seg. In questa compilazione

legale del secolo XVI si tratta tra le altre cose delle acque stagnanti

delle quali fosse lecito far uso nelle abluzioni. Come la traduzione

vuol che queste acque abbian certo volume, così il compilatore si crede

obbligato a indicare i modi geodetici di misurar la superficie delli

stagni, e fa a quest'effetto un lungo trattato con figure geometriche.

[490] Aggiungo questo perchè Ibn-Haukal parla del papiro di Palermo, nel

_Journal Asiatique_, série IV^e, tomo V, p. 98.

[491] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 77, verso. Ancorchè cotesta biografia si

legga nel 316, sembra errore da correggersi 312, secondo l'ordine

cronologico che comincia poco innanzi nel _Riâdh_. Secondo Dsehebi,

_Kitâb-el-'iber_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 646, tomo I, anno 320,

seguì in questo anno la morte di Meimûn, ormai centenario, paralitico e

rimbambito.

[492] _Baiân_, testo arabico, tomo I, p. 160.

[493] Op. cit., p. 138. Marwazi è nome etnico che si riferisce a Merw in

Khorassân, ad un borgo di Bagdad, e fors'anco ad un villaggio. Veggasi

il _Lobb-el-Lobbâb_ di Soiuti, ediz. di Leyde, p. 242, con la nota _t_.

[494] Makrizi, _Mokaffa_, MS. di Leyde 1366, al nome Mohammed; Soiuti,

_Tabakât-el-Loghawîn_, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 681, e MS. del

dottor John Lee, allo stesso nome. L'epoca e la qualità di liberto degli

Aghlabiti, fan supporre nato costui in Sicilia, ove si fossero rifuggiti

i genitori. La famiglia par di origine persiana a cagion di quel nome di

Korassân, quantunque non abbia la forma di aggettivo patronimico che

sarebbe Khorassânî. I Beni-Korassân furon signori di Tunis nel XII

secolo.

[495] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 60 recto. L'autore Maleki, il quale non

visse di certo innanzi la fine del X o principii dell'XI secolo, cita

qui con la frase: _Narra Abu-Bekr_ etc. Da ciò argomentiamo che Maleki

avea sotto gli occhi uno scritto, non un racconto inserito da autore più

moderno, il cui nome avrebbe citato com'ei suole.

[496] Costui non è detto siciliano nel _Riâdh_; ma lo sappiamo

d'altronde. Si vegga a p. 224, nota 3.

[497] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 107 verso.

[498] Si vegga la p. 222.

[499] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 73 verso.

[500] Si vegga il Libro II, cap. X, p. 420, del primo volume.

[501] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 79, verso. È da avvertire che la biografia

di Abu-Hasan-Harîri è messa il 316, ma trovandosi tra il 322 e il 323, è

da supporre uno sbaglio nella data.

[502] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 61 recto. La morte di Wâsil è riportata al

294. Ho scritto il soprannome Sari, secondo Dsehebi, MS. di Parigi,

Ancien Fonds, 802, il quale avverte che un altro nome scritto in arabico

con le stesse consonanti si pronunzia Sorri.

[503] Si vegga il Libro II, cap. V, VII, IX, X, vol. I, p. 300, 342,

seg., 352, 391, 423, 427; Libro III, cap. III, VI, vol. II, p. 63, 64,

124.

[504] Ibn-Haukal, _Journal Asiatique_, IV serie, vol. V, p. 99, parla

d'una miniera di ferro presso Palermo, ch'era stata posseduta da un di

casa d'Aghlab.

[505] Veggasi Libro III, cap. II, p. 58 di questo volume, e Ibn-Abbâr,

MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto, 36 recto, 148

verso. Da quest'ultimo luogo Casiri trasse la notizia ristampata dal Di

Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 237, lin. 6, la quale non appartiene

propriamente alla storia letteraria di Sicilia.

[506] Th'âlebi avverte (MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1370, sezione

prima, lib. X, fog. 66, recto) che del Maghreb (Affrica e Spagna) non

avea alle mani antologie, ma poesie volanti raccolte qua e là. Pure è

notevole ch'ei ne dia di molti Spagnuoli, di pochi appartenenti alla

corte fatemita d'Egitto e di nessun Affricano nè Siciliano. Un sol

tripolitano che vi si trova è di Tripoli di Siria.

[507] Tigiani, _Rehela_, MS. di Parigi, fog. 97 Terso, seg. Traduzione

francese, p. 190, seg.

[508] Ibid.

[509] Si vegga in questo Libro III, cap. X, p. 199.

[510] Si vegga il Libro II, capitolo X, p. 420 del primo volume.

[511] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 79 verso.

[512] _Kattân_ significa tessitore o mercatante di cotone.

[513] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 79 verso.

[514] Zaccaria.....el-Cazwîni's, _Cosmographie_, testo arabico

dell'_'Agiâ'ib-el-Mekhlûkât_ pubblicato dal prof. Wüstenfeld, p. 125.

L'autore dice un pesce lungo una spanna, e che la nave era presso B

rtûn; il quale non so a che luogo risponda.

[515] _Kelb_, vuol dir “cane.” Questo nome d'un dei progenitori della

tribù fu dato forse, come usavano gli Arabi avanti Maometto, pel caso

d'essersi visto, o sentito abbaiare, un cane alla nascita del fanciullo.

[516] Libro I, capitolo VI, p. 135, nota 1, e p. 136 del primo volume.

Si vegga anche Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_,

versione di M. Des Vergers, passim; Conde, _Dominacion de los Arabes en

España_, parte I, cap. 22, 32, 33, 35; Makkari, _Mohammedan dynasties in

Spain_, versione del prof. Gayangos, tomo II, p. 41, 66.

[517] Libro I, capitolo VII, p. 171 del primo volume.

[518] Nowairi, _Storia d'Affrica_, in appendice alla _Histoire des

Berbères par Ibn-Khaldoun_, versione del baron De Slane, tomo I, p. 391.

[519] Makrizi, citato da Sacy, _Chrestomatie Arabe_, tomo I, p. 137.

[520] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 15. La

versione “_tum quod de majoribus suis optime meritus fuisset_,” si

corregga: “ed anche per essere stati i maggiori di Hasan, fedeli

servitori degli antenati di Mansûr.” Così evidentemente si risalisce al

Mehdi.

[521] Veggasi il Libro III, cap. IX, p. 191.

[522] Sapendo male l'arabico e peggio il diritto musulmano, Marco

Dobelio Citeron tradusse: “_dedit insulam Siciliæ_ in feudum ec.,” negli

estratti di Scehâb-ed-dîn-Omari, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_,

p. 59. Il Di Gregorio sospettò l'errore, ibid., nota _f_; e con minore

incertezza lo ha condannato il Wenrich, lib. II, cap. 230, p. 270, 271.

Il fatto di cui nè l'uno nè l'altro si accorsero, è che il compilatore

copiava Abulfeda, e che però abbiamo il testo arabico, quantunque siasi

perduto il MS. di Scehâb-ed-dîn. Or Abulfeda dice meramente che Mansûr

diè il _waliato_ (ossia oficio d'emir) di Sicilia ad Hasan. _Annales

Moslemici_, tomo II, p. 446, anno 336. Il Martorana scansò l'errore

senza confutarlo.

[523] _Notizie storiche dei Saraceni Siciliani_, tomo I, p. 92, II, p.

15.

[524] L'ho accennato, Libro I, capitolo IV, p. 147, del primo volume, e

Libro III, cap. I, p. 5, del presente. _Wâli_, in rapporto di annessione

con altri titoli di magistrato, significa altro. _Emir_, legato alla

voce “esercito,” significa meramente “capitano.” In tempi più recenti si

son chiamati _emir_ tutti i discendenti di famiglia principesca ed anche

que' di Maometto.

[525] Nè anco la _Cronica di Cambridge_, scritta al tempo dei Kelbiti.

Pur fu questa che suggerì la distinzione al Martorana, poichè Hasan è il

primo emiro di cui noti la elezione (948). Ma degli altri il cronista

non la disse, ignorando forse la data; e in ogni modo ei ben dà il titol

d'emiro a Sâlem (917-937).

[526] Veggansi: Libro II, cap. V, VI, VII, IX, X, e tutto il libro III.

Prendendo a caso qualche esempio in Ibn-el-Athîr, si trova il titolo di

emir di Sicilia negli anni 835, 851,882, 895, 925; frammessovi talvolta

il titolo di _wâli_, e chiamandosi sempre l'oficio _waliato_. Così negli

altri annalisti musulmani. Il _Bâian_ dà nell'835 il titolo di _Sâheb_,

del quale si è detto a suo luogo.

[527] Wenrich, _Commentarii_, lib. I, § 229, p. 269. I passi ch'ei cita

dell'opera del barone De Hammer su la Costituzione dell'impero musulmano

doveano farlo accorto del vero; tanto più che De Hammer gli forniva il

nome di un emir di Sicilia nell'880; e che egli stesso ne avrebbe potuto

vedere molti altri nei testi arabici. Ne uscì scrivendo: _Utcumque vero

rex se habuerit, id certe constat dignitatem illam in Hasani Calbitæ

familia, hereditario quasi jure postmodum remansisse._ E col _quasi_

sdrucciolò su quell'altro intoppo dell'oficio rimaso per un secolo nella

medesima famiglia.

[528] Lo stesso punto di diritto pubblico si trattò per l'Affrica

propria nel 361 (971-72), allorchè Moezz, trapiantando la sede in

Egitto, dovea non ristorare ma instituire l'emirato nella provincia.

Proffertolo ad un Gia'far-ibn-Ali di schiatta arabica, questi domandò

pien potere nella elezione dei magistrati, nell'amministrazione della

finanza e in ogni altro atto di governo; senza obbligo di render conto

dell'azienda nè di aspettare l'approvazione del califo per mandare ad

effetto i provvedimenti. Moezz gli rispose in collera che volea farsi

principe in vece di lui. Accomiatatolo, si volse al berbero Bolukkin,

fondatore della dinastia zirita; il quale domandò al contrario che il

califo eleggesse i magistrati, gli amministratori della finanza, i

capitani delle milizie; che gli affari più rilevanti si trattassero in

un consiglio degli oficiali pubblici; e ch'egli, Bolukkin, facesse

eseguire le decisioni del Consiglio. Moezz scelse lo Zirita; dicendo

pure a un suo fidato, che quegli andrebbe per via più lunga allo stesso

scopo al quale Gia'far volea giugnere d'un salto. Makrizi,

_Kitâb-es-Solûk_, versione presso Quatremère, _Vie da calife fatimite

Moezz_; _Journal Asiatique_, (novembre 1836 e gennaio 1837), estratto,

p. 87, 88.

[529] Adopero indistintamente _Sultano_ e _Soldano_ che son varianti di

trascrizione; l'una secondo l'uso nostro d'oggi, l'altro come suonava

agli orecchi dei nostri padri al tempo che le repubbliche italiane

teneano i commerci del Levante. I principi ottomani seguendo le

tradizioni dei principi turchi dell'Asia Minore e delle varie dinastie

d'Egitto dopo Saladino, preferiscono tuttavia il titol di Sultano a quel

di califo, ch'ebbero per cessione, al certo illegale, della seconda

dinastia abbassida.

[530] Si veggan queste nell'opera di Domenico Spinelli principe di San

Giorgio, _Monete cufiche_ etc., Napoli 1844, un vol. in-4, p. 1, seg. Ma

dubito di alcune, delle quali non mi sembrano ben trascritte le

leggende.

[531] Si vegga la lista in Mortillaro, _Opere_, tomo III, p. 377, seg.

Se ne aggiungano altre 14 che ve n'ha nella collezione del Cabinet des

Médailles, a Parigi, e tre altre pubblicate dal sig. Federigo Soret,

_Extrait des Mémoires de la Societé imp. d'Archéologie_,

Saint-Petersbourg, 1851, p. 50, 51, n^i 122, 124, 125.

[532] Cedreno, ediz. di Bonn, tomo II, p. 358.

[533] Ibn-el-Athîr, anno 336, MS. C, tomo IV, fog. 350 verso;

Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 167; i quali

autori parlano di _Rûm_, e si deve intendere di que' soli di Sicilia,

poichè Costantino ricusò di pagare il tributo per la Calabria.

[534] Ibn-el-Athîr, anno 340, C., tomo IV, fog. 353, verso. L'annalista

qui dice Rûm di Sicilia; ma par si debba intendere di Calabria e di

qualche città più forte di Sicilia, come Taormina e Rametta.

[535] Cedreno, l. c. È da credere, per men vergogna delle armi

bizantine, che le dette forze fossero venute parte innanzi e parte dopo

la state del 950. Cedreno, come ognun sa, non ricorda mai le date.

[536] Confrontinsi: _Cronica di Cambridge_, anni 6459-6460, presso Di

Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 49, 50; Ibn-el-Athîr, anni 336 e 340,

MS. B, p. 263, seg., MS. C, tomo IV, fog. 350 verso, seg., e 353 verso;

Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des

Vergers, p. 167, 168, dove in vece di _Sire Doghous_ si legga

_stratego_; e _Storia dei Fatemiti_, MS. arabo di Parigi, Suppl. Arabe,

742 quater, tomo IV, fog. 18 verso, con la traduzione di M. De Slane in

appendice alla _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo II, p.

529. È da avvertire che Ibn-el-Athîr narra i medesimi fatti con

circostanze diverse, nei due capitoli del 336 e del 340. Così anche

Ibn-Khaldûn nei due luoghi ch'io cito, il secondo dei quali contien

parecchi errori. Ho tradotto _salmerie_ la voce che la versione latina

della _Cronica di Cambridge_ rende _cameli_, aggiugnendo al testo un

punto diacritico che non v'ha. In vero questa voce arabica non ha la

forma che apparterrebbe al plurale di nave oneraria, o salmeria. Ma che

andavano a fare i cameli nelle montagne e selve di Calabria?

[537] La _Cronica di Cambridge_ dice di soli statichi, Ibn-el-Athîr di

solo danaro; nè l'una nè l'altro particolareggiano i patti.

[538] La presa d'Ascoli è registrata da Lupo Protospatario, presso

Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 54. La data ch'è del 950 par si debba

correggere 951.

[539] Cedreno, l. c. Si vegga la nota 1 della pagina 242.

[540] Cedreno dice che il capitan musulmano, innanzi la battaglia,

confortò i suoi a non temere un esercito ove i soldati erano maltrattati

dai condottieri; alludendo alle taglie e ingiurie con che il patrizio e

lo stratego aveano offeso i sudditi. Mi è parso di accettare il fatto

morale, non il materiale del discorso di Hasan; il quale sembra dettato

al Cedreno dall'arte rettorica con che si è scritta la storia per tanto

tempo.

[541] Confrontinsi: _Cronica di Cambridge_, anno 6461, op. cit., p. 50;

Cedreno, Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, ll. cc; Lupo Protospatario, anno 951

presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 54, dove si legge: “_Malachianus

fecit prælium in Calabria cum Saracenis et_ cecidit.” Il giorno della

battaglia si ricava da Ibn-el-Athîr, il quale lo dice diverso nei due

racconti del 336 e del 340; che son d'origine evidentemente diversa. Nel

primo è la festa di _Aráfat_ ossia il 9; nel secondo quella del _Dhohâ_

ossia il 10 di _dsu-l-higgia_; il qual divario vien forse dal conto

astronomico che precede il civile di mezza giornata. Il nome del

patrizio Μαλακένος, dato dal Cedreno, è trascritto nella Cronica di

Cambridge M””l”gên o M””l”gân e in Lupo _Malachianus_. Novella prova del

fatto da noi già notato, che in Sicilia il _x_ si pronunziava _c_ ovvero

_g_, almen dal IX secolo in poi. In Puglia si rendea con l'antico suon

latino _ch_.

[542] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, e Cedreno, ll. cc. Ho notato sopra che

Ibn-el-Athîr dia due narrazioni diverse di questa impresa dal 952. Le

narrazioni differiscono anche sul modo della tregua; leggendosi nel cap.

del 336 che entrato l'anno 341 (28 maggio 952), e stando Hasan tuttavia

all'assedio di Gerace, venne a trovarlo un ambasciatore di

Costantinopoli, col quale fece la tregua e passò indi a Reggio. Lo

stesso autore, nel capitolo del 340, scrive che, assediata Gerace, _fu

fatta_ composizione per danaro, e che Hasan poscia _mandò_ uno stuolo

alla _città_ di Petracucca. La tregua di Gerace fu dunque per la sola

città, e si estese poi alla provincia; ovvero si fermò a Gerace per

tutta la Calabria? In quest'ultimo caso si potrebbe supporre che

Pietracucca fosse stata assalita, sia contro i patti, sia perchè non

obbediva all'imperatore e però non entrava nella tregua.

[543] Il fatto è indubitabile, leggendosi nella Cronica di Cambridge e

in Ibn-el-Athîr. Il nome nella Cronica è _B tra”ûka_, dove si potrebbe

porre un _f_. ovvero un _k_ al luogo che ho segnato con virgolette,

mancandovi i punti diacritici. In ogni modo è inesatta la trascrizione e

versione latina, dove le prime tre consonanti furono attribuite al nome

geografico e delle altre si compose un avverbio, molto inopportuno. 1

MSS. d'Ibn-el-Athîr hanno _B tr kûka_. La stessa lezione si trova nel

_Mo'gem-el-Boldân_ di Iakût, il quale trascrive un passo d'Ibn-Haukal,

che pone appunto _B tr kûka_ tra Gerace e Reggio; e la menzione fattane

in suo breve cenno prova che nel X secolo fosse terra importante per

popolazione o commercio. Due secoli dopo Ibn-Haukal, Edrisi ha _B tr

kûna_, secondo i MSS. di Parigi, i quali sendo di scrittura africana, vi

si può leggere un altro k in vece della n senza far violenza al testo.

Ed è nome, dice Edrisi, d'un fiumicello che mette foce a tre miglia dal

capo Gefira (Zephyrium) e sei miglia da Bruzzano: come va corretta la

versione di M. Jaubert, tomo II, p. 116, che salta queste e altre cifre

di distanze. Invano ho cerco nelle carte e descrizioni della Calabria il

nome moderno di questo luogo. Il sito risponde a Pietrapennata o

Brancaleone, e si dèe supporre in monte, atteso quel nome di Petra.

Cocca, cucco, e simili son voci di bassa latinità e bassa grecità,

passate nell'idioma nostro e nei dialetti di Calabria e di Sicilia dove

_cucca_ significa civetta, coccoveggia.

[544] Nella sola _Cronica di Cambridge_ troviamo dopo _B trakûka_

l'altro nome geografico _Rm t sa_. Rametta in Sicilia non può essere;

poichè la stessa Cronica scrive il nome altrimenti. Roseto e Tremiti mi

sembrano le lezioni più probabili; la seconda delle quali s'accorderebbe

con l'assalto al Gargano.

[545] _Chronicon Sanctæ Sophiæ_ presso Muratori, _Antiquitates Italicæ

Medii Ævi_, tomo I, p. 253. Gli assalitori poteano esser Cretesi; ma

sembra più probabile che l'armata siciliana, dopo la tregua coi

Bizantini, abbia infestato i dominii di Benevento

[546] _Cronica di Cambridge_, l. c., la quale porta questi fatti nel

6461 (1 sett. 952 a 31 agosto 953) quando forse Hasan fece ritorno in

Sicilia. Il Rampoldi, tomo V, p. 284, anno 954, fa _sequestrare_ il

navilio siciliano, e condurlo in Affrica, cioè applica ai legni ciò che

la cronica scrive del Capitano. Martorana e Wenrich lo seguono. È da

avvertire che gli Annali arabici dan sempre Hasan come capitan supremo

nelle due imprese del 951 e del 952. Coteste vittorie de' Musulmani in

Calabria sono ricordate in termini generali da Iehia-ibn-Sa'îd, MS. di

Parigi, Ancien Fonds, 131 A, fog. 87 verso.

[547] Il testo dice _fabbricò_; par si debba intendere che _acconciò_ ad

uso di moschea qualche edifizio della città.

[548] Ibn-el-Athîr, anno 336, MS. B, p. 263; Ibn-Khaldûn, _Histoire de

l'Afrique et de la Sicile_, p. 168, 169, dove per errore di stampa è

detto: “El Haçan retourna alors à Kharadja où il bâtit etc.” In luogo di

Kharadja, dèe dire Reggio, come nel testo arabico. Terminando il

racconto di queste imprese di Hasan in Calabria, avverto averne escluso

i fatti che si leggono dal 948 al 952 nella Cronica di Arnolfo e nelle

interpolazioni alla Cronica della Cava, pubblicate l'una e le altre dal

Pratilli, tomi III e IV; della quale impostura non diffidò sempre il

Martorana, nè prima di lui il De Meo, _Annali... del Regno di Napoli_,

tomo V, p. 288 a 325.

[549] Ibn-el-Athîr, anno 340, MS. C, tomo IV, fog. 353 verso, ed

Ibn-Khaldûn, l. c., scrivono chiaramente che Hasan _lasciò in luogo suo_

il figlio; ma è certo più esatto il linguaggio di Abulfeda, _Annales

Moslemici_, tomo II, p. 446, anno 336, e di Ibn-Abi-Dinar, MS. di

Parigi, Suppl. Arabe, 851, fog. 37 verso, dei quali il primo aggiugne

che Moezz confermò Ahmed e il secondo, più precisamente, che lasciato da

Hasan a reggere la Sicilia in sua vece Ahmed, il califo _rinnovò l'atto

di elezione_ in persona di costui. Abulfeda trascrive le parole

d'Ibn-Sceddad, autore del XII secolo. Nowairi, presso Di Gregorio,

_Rerum Arabicarum_, p. 15, dice: “E Hasan chiese a Moezz _che onorasse

suo figlio_ Abu-Hasan col titolo di wali di Sicilia etc.;” come si dèe

leggere la vece dell'erronea versione “_a quo cum nobilissimus filius

ejus_ etc.” La data esatta si trova anche in Abulfeda; secondo il quale

Hasan era rimaso in Sicilia cinque anni e due mesi; e però la partenza

per l'Affrica va posta in giugno o luglio 953.

[550] _Cronica di Cambridge_, presso Di Gregorio, op. cit., p. 50, anno

6462 (1 sett. 953 a 31 agosto 954).

[551] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, anno 344, MS. B, p. 286; Abulfeda,

_Annales Moslemici_, stesso anno, tomo II, p. 462; Ibn-Khaldûn, _Storia

dei Fatemiti_, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quater, tomo IV, fog. 20

verso; Conde, _Dominacion de los Arabes_ etc., parte II, cap. 85;

Quatremère, _Vie de Moezz_ nel _Journal Asiatique_, novembre 1836, serie

III, tomo II, p. 404, dove è citato un altro luogo di Ibn-Khaldûn.

L'armata che assalì la Spagna è detta siciliana da Ibn-Khaldûn nel primo

dei passi citati. Conde scrive che vi fossero navi d'Affrica e di

Sicilia, e dà altri particolari, cavati forse da autori spagnuoli; ma

non ci possiam fidare alla sua critica nè alle sue versioni.

[552] _Cronica di Cambridge_, anno 6462 (953-54) presso Di Gregorio, op.

cit., p. 50. Il nome è _Asur b l s_ con la prima _s_ del suono della _ç_

francese. Sembra composto da Ασσύριος e ποῦλος che in greco moderno è

desinenza patronimica; e però la voce intera sarebbe nome di persona o

famiglia discendente da quella che i Bizantini s'ostinavamo a chiamare

classicamente Assiria.

[553] La data del 955, che va corretta 956, si trova in Lupo

Protospatario. Veggasi Muratori, _Annali d'Italia_.

[554] Confrontinsi: _Theophanes continuatus_, ediz. di Bonn, p. 453,

454; e Cedreno,. tomo II, p. 359; delle quali la prima, è cronica di

corte e contemporanea; la seconda, compilazione del XII secolo e

differente dalla cronica in molti particolari, non si sa dove attinti.

Nè l'una nè l'altra metton date o riscontri cronologici. Quanto alla

guerra coi Musulmani di Sicilia, gli annali arabi tacciono; nè abbiamo

altra guida sicura che qualche cenno della _Cronica di Cambridge_, con

che potremo interpretare la vaga rettorica e spesso bugiarda, de' due

bizantini.

[555] _Cronica di Cambridge_, anno 6464 (956-7), op. cit., p. 50;

Ibn-el-Athîr, anno 345 (14 aprile 956 a 2 aprile 957), MS. B, p. 289,

scrive: “Quest'anno Hasan-ibn-Ali, sâheb di Sicilia, usci con grosso

navillio contro il paese dei Rûm.”

[556] Ibid. Suppongo dai fatti seguenti la dimora di Ammâr in Calabria e

la ritirata di Basilio dall'isola.

[557] Confrontinsi: _Theophanes continuatus_, ediz. di Bonn, p. 454,

455, e Cedreno, stessa edizione, tomo II, p. 359, 360; _Cronica di

Cambridge_, l. c., anni 6466, 6467 (1 settembre 957 a 31 agosto 959). La

Continuazione di Teofane dà evidentemente il rapporto oficiale del

patrizio, con reticenze e confusione di tempi. Cedreno ci ha conservato

l'altra tradizione, che non si trova nei cronisti contemporanei

conosciuti da noi.

[558] _Cronica di Cambridge_, l. c.

[559] De Meo, _Annali del Regno di Napoli_, tomo V, p. 358, anno 958. Il

solo mallevadore è l'autore anonimo degli Atti di Sant'Agrippino. Se il

fatto si può ammettere, parmi abbia ragione il De Meo a porlo il 958

piuttosto che il 961, com'altri avea pensato.

[560] _Cronica di Cambridge_, l. c, anni 6468 e 6469 (i settembre 959 a

31 agosto 961). Il nome che trascrivo Afrina coi primi editori, è

scritto senza punti: onde può esser composto delle lettere seguenti: 1.

_a_ _o_ _i_; 2. _f_, _k_; 3. _b_, _t_, _th_, _n_, _i_; 4. idem; 5. _a_

ovvero _h_ aspirata.

[561] Cedrone, l. c.

[562] Ibn-Sceddâd, dal quale è tolto questo passo d'Abulfeda, _Annales

Moslemici_, tomo III, p. 446, seg., anno 336. Vi si accorda

Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 37 verso. Entrambi pongono il fatto

nel 347 (24 marzo 958 a 12 marzo 959), e dicono solo dell'andata di

Ahmed coi trenta, senza nominare Hasan.

[563] _Cronica di Cambridge_, anno 6469 (1º sett. 960 a 31 ag. 961),

presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 50, dicendo di Hasan e non di

Ahmed. Il divario della data non monta, o accenna viaggi diversi.

[564] Il Martorana, tomo I, p. 100, e il Wenrich, lib. I, cap. XIV, §

128, p. 164, interpretano che i trenta fossero iti a far professione di

rito sciita. Ma le parole della Cronica che ho citato portano piuttosto

ad affiliazione alla setta ismaeliana. Il giuramento non occorrea per la

esaltazione del principe, riconosciuto in Sicilia da parecchi anni. Nè

giuramento poi, nè solenne professione si facea del rito sciita; il

quale, differiva dall'ortodosso in una frase dell'appello alla preghiera

e in pochi punti di dritto, e però la pratica di quello dipendea dagli

oficiali del governo, nè i privati ci avean che fare. D'altronde si è

già notato quanto agognasse la novella dinastia a far proseliti alla

setta ismaeliana. Veggasi Libro III, cap. VI, p. 136, 137.

[565] _Cronica di Cambridge_, l. c. La voce che traduco “stipendii

militari” si potrebbe leggere in altro modo, e significherebbe

“acquisti.” Ma qui tornano a sinonimi; perchè, non essendovi per anco

terre da dividere, il principe non potea donarne di quelle dello Stato,

ma solo assegnare temporaneamente le entrate di esse. Veggasi il Libro

III, cap. I, p. 16, seg., di questo volume.

[566] _Cronica di Cambridge_, l. c.

[567] Abulfeda, e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc. S'intende ch'essi non fanno

motto dei pensieri ch'io attribuisco a Moezz, ad Hasan ed ai nobili

Siciliani.

[568] Nowairi citato da Quatremère, _Vie de Moëzz_ nel _Journal

Asiatique_, III^e série, tomo II, p. 420.

[569] D'Ohsson, _Tableau de l'empire ottoman_, libro II, cap. 17.

[570] Abulfeda e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc.

[571] Secondo le tavole di popolazione di Francia e di qualche provincia

d'Italia che ho avuto alle mani, i fanciulli maschi di 7 anni sono il

centesimo della popolazione. Supponendo metà dei 15,000 di sette anni e

metà oltre gli otto, la popolazione musulmana di Sicilia nel 972

tornerebbe a 750,000 il qual numero non discorda dai computi che abbiam

fatto con altri dati, Libro III, cap. XI, pag. 216 di questo volume. Il

Palmieri, nella _Somma della Storia di Sicilia_, Palermo 1834, vol. I,

p. 376, su questo medesimo dato ragiona i Musulmani dell'isola a

300,000. E sbaglia; perchè suppone istituita allora la circoncisione dai

Fatemiti, e che si fosse praticata in Sicilia per la prima volta, e però

su tutti i fanciulli di ogni età.

[572] Nowairi dice 1570. Nel supposto che fosse la quinta del principe

si ragionerebbe a 9000 anime la popolazione di Taormina. Ma forse non

era luogo ad osservare la proporzione legale, perocchè Moezz potea aver

mandato soldatesche di schiavi, e prender come sua propria la parte che

lor toccava dei prigioni e del bottino.

[573] Si confrontino: _Cronica di Cambridge_, anno 6470-71, op. cit., p.

51; Ibn-el-Athîr, anno 351, MS. B, p. 302; Abulfeda, _Annales

Moslemici_, anni 336 e 351, tomo II, p. 446, seg., 478; Nowaîri, presso

Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 15, 16; Ibn-Khaldûn, _Histoire de

l'Afrique et de la Sicile_, p. 170, e _Storia dei Fatemiti_, MS. di

Parigi, Supl. Arabe, 742 quater, vol. IV, fog. 20 verso, e traduzione di

M. De Slane in appendice alla _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_,

tomo II, p. 542; Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 37 verso, seg.; Lupo

Protospatario, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 54.

[574] Si vegga per Siracusa nel 964, il séguito del presente capitolo, e

nel 969 il capitolo V di questo Libro IV. Per altre città non ho testi

da poter citare.

[575] Si vegga il Libro II, cap. X, pag. 426 del primo volume.

[576] Si confrontino: _Cronica di Cambridge_, anno 6471 (962-3), op.

cit., p. 51, e Nowairi, op. cit., p. 16.

[577] Cotesta voce e il fatto si trovano nel solo Nowairi. Le _'arrâde_,

macchine da gitto più picciole del mangano, come le spiegano i

dizionarii, erano già in uso nel decimo secolo appo gli Arabi, facendone

menzione Mawerdi, ediz. Enger, p. 75.

[578] Nowairi, l. c.

[579] Secondo gli autori bizantini citati da Le Beau, _Histoire du Bas

Empire_, Libro LXXIV, cap. 46, ambo i califi, abbassida e fatemita,

abbandonarono i Cretesi, visto non poterli aiutare. Presso alcuni

annalisti musulmani corse l'errore che Moezz avesse mandato forze che

liberaron Creta; il qual fatto M. Quatremère notò in una compilazione

persiana, e giudiziosamente lo suppose dato per anacronismo invece della

sconfitta di Costantino Gongile del 958. Veggasi il _Journal Asiatique_,

III^e série, tomo II, p. 420, 421. Ma mi è avvenuto di trovare appunto

lo stesso racconto in Ibn-el-Athîr, anno 351 (962), MS. C, tomo IV, V, e

nell'altro MS. di Parigi, Supl. Arabe, 741 bis, fog. 228 verso; se non

che in un MS. si legge ben Creta, e nel secondo “l'isola di....”

lasciando il nome in bianco. Indi si potrebbe supporre che, in vece

d'anacronismo, lo sbaglio fosse nel nome. E mi è parso di farne

menzione, perchè l'isola potrebbe per avventura esser Malta.

[580] Ibn-el-Athîr.

[581] Nowairi.

[582] Nowairi. Questo compilatore scrive Magi. Il Di Gregorio tradusse

Persis; M. Quatremère, op. cit., notò in parentesi _Normands_. Senza il

menomo dubbio si tratta de' Pauliciani, ai quali l'eresia manichea potea

ben meritare appo i Musulmani la volgare appellazione di Magi. Noi

sappiamo che le legioni di Tracia erano composte di Pauliciani e che

aveano trionfato a Creta. Si veggano Le Beau, op. cit., libro LXXIV,

cap. 14, e Gibbon, _Decline and Fall_, cap. LIV, nota 4.

[583] Le Beau, l. c.

[584] Leone Diacono Caloense.

[585] Ibn-el-Athîr.

[586] _Vita di San Niceforo vescovo di Mileto_.

[587] Leone Diacono, e _Vita di San Niceforo_.

[588] _Vita di San Niceforo_.

[589] Leone Diacono.

[590] Liutprando. Ognun sa la sua rabbia contro i Bizantini, come

lombardo; e contro Niceforo Foca perchè l'accolse freddamente o peggio,

quando Otone primo il mandò oratore a Costantinopoli.

[591] Ibn-el-Athîr, Nowairi e gli altri Arabi. Il nome di Berberi si

ricava dalla sola Cronica di Cambridge, dove fu franteso dai primi

editori e con essi dal Di Gregorio; talchè tradussero in latino: “_cum

copiis Ben-Aber_.” In vece di questo nome proprio, si dèe leggere senza

il menomo dubbio Berâber, ch'è il plurale di Berbero.

[592] Ibn-el-Athîr, Nowairi, e gli altri Arabi.

[593] Coteste fazioni sono accennate dal solo Leone Diacono, in mezzo a

luoghi comuni di rettorica, che mi fecero stare in forse se lo scrittore

ci avesse anche ficcato, come luogo comune di erudizione, tutti i nomi

classici che gli sovvenivano della geografia di Sicilia. Ei dà a Termini

l'antico nome d'Imera, nè fa parola di Rametta. I Siciliani non potendo

difendere le città, si ritraggono sui monti e nelle selve. I Romani,

inseguendoli là dove i fronzuti rami togliean la vista del sole,

sciolgono la falange, onde son côlti dai barbari in un agguato tra

greppi e caverne, ec. Pur tra coteste frasi da scuola, le fazioni delle

quattro città nominate hanno sembianza di vero; tantopiù che sappiamo da

altre fonti che i Musulmani dopo le vittorie di Rametta e del Faro,

ebbero a combattere in varii luoghi. Perciò ammetto la testimonianza.

[594] Θεοπτικῶν.

[595] Credo così render meglio che con versione litterale il testo

ἀναγωγίαν πλείστην τῶν στρατηγῶν. _Vita di San Niceforo vescovo di

Mileto_.

[596] Veggasi Libro III, cap. X, pag. 427 del primo volume.

[597] Si vegga il Libro II, cap. XII, vol. I, pag. 468, nota 4, ed il

Libro III, cap. IV, pag. 85, nota 1. I nomi topografici son dati qui dal

solo Nowairi; nei due MS. del quale, Demona si riconosce con certezza.

Non così l'altro nome che ha le lettere _””Ksc_ ovvero _””Ks_, rimanendo

molto dubbie le prime due. Preferisco la lezione del migliore tra i MSS.

di Edrisi.

[598] Nowairi; ma non dice se per terra o per mare. È più probabile il

primo, e che Ahmed abbia dovuto allungare il cammino per iscansare

Termini, occupata dal nemico.

[599] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr e Nowairi. Questi, come dicemmo, non dà

il nome della strada che tenne Manuele; ma la sola che gli restava, e la

più breve delle due praticabili, era quella di Spadafora. Tal

conseguenza necessaria è confermata dal fatto della schiera posta su la

via di Palermo.

[600] Ibn-el-Athîr, e Nowairi.

[601] I compilatori dicono che Ibn-'Ammâr andò incontro a Manuele, senza

particolareggiare il luogo dove si combattesse avanti la ritirata nel

campo. Ma è evidente che fu nella gola di Spadafora. Ibn-'Ammâr non

poteva aspettar nel piano un nemico sì superiore di numero e di cavalli.

[602] Ibn-el-Athîr, Nowairi ec.

[603] Cotesti versi, dati dal solo Ibn-el-Athîr, sono di

Hosein-Ibn-Homâm della tribù di Morra, e si leggono nell'antologia

poetica intitolata _Hamasa_ ossia “della virtù in guerra,” testo arabico

pubblicato dal Freytag, p. 92, 93. Hosein visse avanti l'islamismo; il

poco che sappiam di lui, si vegga nel Commentario dell'_Hamasa_, l. c.,

e in Ibn-Doreid “Libro etimologico,” testo pubblicato a Gottinga dal

Wüstenfeld, p. 186. I versi recitati dai combattenti provano che questi

fossero Arabi, e però della colonia siciliana; poichè Moezz avea mandato

d'Affrica soldatesche berbere. Il _giund_ arabico d'Affrica, se pur ne

rimaneva in questo tempo, era ridotto a picciol numero e niente disposto

a venire in Sicilia.

[604] Nowairi scrive: fin dopo la prece del _Zohr_, che si fa passato

mezzodì; Ibn-el-Athîr all'ora dell'_'Asr_, che in quella stagione

tornerebbe a ventun'ora e mezza, a modo dei nostri antichi.

[605] Ritraendosi cotesti particolari dagli Arabi, non v'ha il menomo

sospetto di fattura rettorica. Non è al certo in lor annali che gli

Arabi dan volo all'immaginazione.

[606] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowairi, Ibn-Khaldûn. Il

Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 18, tradusse l'ultima parte della

leggenda incisa su la spada “multum is sanguinem fadit in manibus

Apostoli Dei,” scostandosi dalla versione francese di M. Caussin; il

quale (_Histoire de Sicile... du Nowairi_, pag. 34, in appendice a

Riedesel, _Voyages en Sicile_ ec.) gli rimbeccò che la frase arabica

“nel mezzo delle mani” significa non già “nelle mani” ma “in presenza.”

E ciò è verissimo; quantunque si potrebbe allegare a difesa del Di

Gregorio qualche raro esempio ch'egli non conoscea di certo, nel quale

la detta frase ha il significato litterale “nelle mani” ovvero “per le

mani.” Ma nel caso nostro parmi dubbio essere stata cotesta spada in

pugno non che di Maometto, ma d'alcun dei primi guerrieri

dell'islamismo. Litteralmente abbiamo: “lungo (è) quanto fu percosso con

esso (brando) nel mezzo delle mani ec.;” il che si può intendere in

presenza di Maometto, dalla parte sua o dalla parte contraria. E mi

appiglierei a quest'ultimo supposto anzi che ai primo, per l'ambiguità

che pare studiata, e sopratutto perchè manca la formola (ferì) “nella

via di Dio” cioè in difesa della religione. Il peso della spada torna da

sette ad ottocento grammi, variando il mithkal secondo i tempi e i

luoghi.

[607] Nowairi. L'appellazione _'Ilg_ non si dava ordinariamente ai

Bizantini (_Rûm_) nè ai Persiani (_'Agem_). Il compilatore, o forse il

cronista, adoperò la stessa voce _'ilg_ per designare il Palata

alemanno, o piuttosto armeno, di cui nel Libro II, cap. I, p. 247 del

primo volume.

[608] Confrontinsi: Abulfeda, Nowairi, Ibn-Khaldûn. La data della morte

si trova soltanto nel primo e nella _Cronica di Cambridge_, secondo

l'uno del mese di dsu-l-ka'da (8 nov. a 8 dic.), secondo l'altra in

novembre.

[609] Ibn-Khaldûn, sì come il nostro Vico, notò che tentava una scienza

novella. Si vegga la Introduzione nel primo volume della presente

Storia, pag. LIV.

[610] Ibn-el-Athîr e qualche particolare da Nowairi.

[611] Nowairi.

[612] I cronisti bizantini, cominciando da Leone Diacono, son sì mal

informati, che dicono preso il navilio bizantino nel porto di Messina

dal nemico che inseguiva gli avanzi delli sbaragliati di Rametta. La

nuova corse al par confusa nell'Italia di mezzo, poichè Liutprando dice

ucciso Manuele e preso Niceta nella stessa battaglia tra Scilla e

Cariddi.

[613] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, Nowairi, Ibn-Khaldûn.

[614] Liutprando.

[615] Ibn-el-Athîr, e in due luoghi Ibn-Khaldûn. Il professore

Fleischer, rivedendo le stampe della _Biblioteca Arabo-Sicula_, ha

proposto di leggere qui “sfondare” invece di “ardere;” i quali due verbi

non differiscono in scrittura arabica che per un punto diacritico su la

prima lettera. Ma i MSS. sono uniformi nella lezione che io seguo. E la

probabilità, in una battaglia navale, mi par maggiore per l'effetto di

appiccare l'incendio gittandosi a nuoto con una fiaccola di fuoco greco,

che per quello di tuffare con un palo di ferro e lavorar su i fianchi di

una grossa galea.

[616] Nowairi.

[617] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn. Entrambi dicono

espressamente che la battaglia dello Stretto seguì nel 354.

[618] Leone Diacono, Liutprando, lo scrittore anonimo della _Vita di san

Niceforo_, e Cedreno.

[619] MS. greco, Ancien Fonds, 497, proveniente dalla biblioteca di

Colbert. La soscrizione è pubblicata dal Montfaucon, _Paléographie_, 45

A, e meglio da M. Hase, in nota alla pagina 67 del testo di Leone

Diacono. La soscrizione a p. 444, data nella prigione di Africa, come si

chiamava anche Mehdia ἐν τὸ δεϚμωτηρίῳ ’Αφρικῆς, è di settembre

indizione decima (967). Niceta non vi dimenticò i titoli di

protospatario e drungario dell'armata.

[620] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn che dicono entrambi cittadi dei Rûm. Ma

questi non poteano essere di Sicilia ove i Musulmani non si contentavano

al certo di tributo che pagasse il municipio.

[621] Si confrontino: Leonis diaconi Caloënsis, ec., ed. di Bonn, p.

65-67; _Vita di San Niceforo vescovo di Mileto_, d'anonimo siciliano o

calabrese, MS. greco di Parigi, Ancien Fonds, 1181, squarcio dato da M.

Hase in nota a Leone Diacono, op. cit., p. 442; Cedreno, tomo II, p. 353

e 360, ediz. di Bonn; Liutprando, _Legatio_, presso Pertz, _Scriptores_,

tomo III, p. 355, 356; Lupo Protospatario, anno 965, presso Pertz,

_Scriptores_, tomo V, p. 55; _Cronica di Cambridge_, presso Di Gregorio,

_Rerum Arabicarum_, p. 51, la quale è interrotta appunto al principio di

questa impresa; Ibn-el-Athîr, anno 353, MS. B, p. 308 seg., C IV, fog.

361 verso; Abulfeda, _Annales Moslemici_, anno 336, tomo II, p. 448;

Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 16 a 18; Ibn-Khaldûn,

_Histoire de l'Afrique_ ec., p. 170, 171, e _Storia dei Fatemiti_, MS.

di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quater, tomo IV, fog. 21 recto, con la

versione di M. De Slane, in appendice alla _Histoire des Berbères_ dello

stesso Ibn-Khaldûn, tomo II, p. 529 seg.; Hagi-Khalfa, _Cronologia_,

anno 353, nella versione italiana del Carli, p. 63; Ibn-abi-Dinâr, MS.

di Parigi, Supl. Arabe, 851, fog. 26 verso, e 37 verso, seg. Il

Rampoldi, _Annali Musulmani_, tomo V, p. 306, 311 e 314, con incredibile

sbadataggine, fa sbarcare e morire Manuele il 963; lo fa tornare in

Sicilia il 964, e inventa nel 965 una guerra dei Cristiani di Girgenti,

che sembra replica della rivoluzione del 938. Il Quatremère, nella Vita

di Moezz, _Journal Asiatique_, III^e serie, tomo III, p. 65 a 68, fa il

racconto di questa impresa su i testi di Abulfeda e di Nowairi. Una

lezione erronea del secondo, portò l'illustre orientalista a tradurre

“Les Musulmans étaient animés par le sentiment de l'honneur” in vece di

“entrarono nel proprio campo” come si ha di certo, confrontando il testo

d'Ibn-el-Athîr.

[622] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 19. Se avessi

più osato, avrei tradotto “preposti all'inurbamento,” che sarebbe

proprio la voce del testo: _'imâra_. Avvertasi che la cronica copiata da

Nowairi dice “fabbricare.” Ma le mura di Palermo erano al certo più

antiche. Si deve intender anco “riattare” là dove parla delle città di

provincia.

[623] _Journal Asiatique_, IV^e série, tomo V, p. 92 a 95.

[624] Il Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 167, diè il disegno ridotto

d'una iscrizione del castel di Termini, nella quale si leggono

certamente i nomi di Moezz-li-dîn-Allah e di Ahmed. Ma la data del 340,

anche aggiuntavi una cifra d'unità, ed anche supposta tal cifra di nove,

sarebbe anteriore al fatto nostro; e in ogni modo mancano altri

compartimenti che doveano contenere “fabbricato per comando ec. per le

cure dell'emiro ec.” Pertanto questa iscrizione, come tutte le altre, è

da rivedersi sul monumento, se si potrà; e per ora accerta soltanto che

il castel di Termini fu edificato nel regno di Moezz.

[625] Schivando, per genio di lor lingua, due consonanti in principio di

parola, premessero a κλίμα una _alef_ con la vocale _i_.

[626] Ibn-Haukal, Geografia, capitolo dell'Affrica, MS. di Parigi,

Suppl. Arabe, 885, p. 36, 45, 48, 51, 52, dice degli _iklîm_ della

penisola Bâsciu (oggi Dakhel), di Susa, Setfura, Laribus, Ascîr, e

Cafsa.

[627] Edrisi, Geografia, nel capitolo di Sicilia, dice degli _iklîm_ di

Siracusa, Noto, Mazara, Marsala, Trapani, Cefalà, Rahl-Menkûd; chiama

Sciacca la metropoli degli _iklîm_ (al plurale), che prima dipendeano da

Caltabellotta; anche al plurale accenna quei di Castrogiovanni e quei di

Pietraperzia: e infine dice che da Caronía cominciasse l'_iklîm_ di

Demona. Tolto quest'ultimo, che pare risponda al Val Demone, gli altri

sono o distretti o circondarii, non mai province.

[628] Presso Sacy, _Description de l'Egypte par Abdallatif_, appendice,

p. 586 seg. Il titolo è appunto “Dei luoghi (che si comprendono) negli

_iklîm_ d'Egitto.” Percorrendo la lista, si trova il solo _iklîm_ di

Nesterawa, e le altre circoscrizioni sono denominate talvolta _'am_l

(governo), talvolta _thaghr_ (frontiera). _'Aml_ sembra, anche in

Edrisi, sinonimo di _iklîm_, se pur non indica meramente la

circoscrizione del governo civile, quando _iklîm_ sia riserbato alla

circoscrizione militare; il che suppongo senza poterlo affermare.

_Thaghr_ avea il valore che diamo oggidì a “piazza,” in linguaggio

d'amministrazione militare. È da notare che nel detto documento di

Egitto v'ha 21 divisioni; che gli _'aml_ racchiudono un numero di luoghi

molto diverso, da 383 a 150 ed anche meno. I _thaghr_ di Alessandria,

Rosetta e Damiata ne hanno molto meno; e l'_iklîm_ di Nesterawa _sol

cinque_.

[629] Il testo ha la voce _Ahl_, popolo, famiglia, gente in generale.

[630] Veggasi, Libro III, capitolo I, pag. 28 seg., di questo volume.

[631] Nei primi tempi dell'islamismo oravano dal pulpito i califi o gli

emiri delle province. Poi si ebbero _khatîb_ (predicatori) stipendiati.

[632] Non solo per la diversa ubertà del territorio; ma anche perchè lo

Stato in alcuni possedeva le terre, in altri riscoteva il dazio solo.

[633] Per esempio, il territorio di Giato giugnea da una parte a Sagana

presso Palermo e dall'altra presso Calatafimi: che sono circa venti

miglia siciliane di lunghezza. Il territorio di Mazara prendea quasi

tutto il distretto odierno di tal nome e metà di quello d'Alcamo,

confinando col territorio di Giato; cioè avea da trenta miglia di

lunghezza. Si vegga il diploma del 1182 presso Del Giudice, _Descrizione

del real tempio.... di Monreale_, appendice, p. 8, 9, 10. All'incontro

il territorio di Palermo e molti altri erano brevissimi.

[634] Si vegga il capitolo VI di questo Libro.

[635] Veggansi per questa epoca gli _Annali Musulmani_ d'Abulfeda, e la

_Storia del Basso Impero_ di Le Beau.

[636] Ibn-abi-Dinâr, che narra quest'aneddoto, dice precisamente “andare

e venire più volte.”

[637] La data della pace e i doni che recò l'ambasciatore si ritraggono

da Nowairi, presso di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 19. Al dir di

Liutprando, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 356, Niceta fu

riscattato con tant'oro, che niun uomo di senno ne avrebbe dato mai per

un eunuco. Mi sembra più probabile che Moezz l'avesse reso senza

riscatto, come afferma il Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXXV,

cap. XI. Ma le autorità che cita il compilatore francese nol dicono nè

punto nè poco, nè parlano della spada di Maometto che avesse mandata

Niceforo a Moezz; la quale mi par la stessa presa a Rametta, e che Le

Beau abbia confuso il fatto o rabberciatolo a modo suo.

[638] Questo lungo aneddoto, tolto al certo da antica cronica affricana,

si trova intero in Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 28 recto, dal

quale io traduco, saltando molte parole qua e là, ma senza aggiungerne

alcuna. Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo III, fog. 7 verso, 8 recto, lo dà

quasi con le stesse parole, se non che vi mancano l'andata in Sicilia ed

a Susa. La versione dello squarcio di Ibn-el-Athîr si vegga presso

Quatremère, _Vie de Moezz-li-dîn-Allah_, nel _Journal Asiatique_, III^e

série, tomo II, 1836, p. 131 dell'estratto.

[639] Ibn-Khallikan, _Vita di Giawher_, versione inglese di M. De Slane,

tomo I, p. 340, seg.; Quatremère, op. cit., p. 37 seg.

[640] Quatremère, op. cit., p. 22, seg., che cita Makrizi.

[641] Quatremère, op. cit, p. 134, 135, anche da Makrizi.

[642] Khodhâ'i, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 761, fog. 116 recto;

Ibn-el-Athîr, anno 338, MS. C, tomo V, fog. 7 recto; Ibn-Khallikân,

versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 340, seg. e il _Baiân_,

testo, tomo I, pag. 229, dicono espressamente Giawher _Rumi_, che

significa, come ognun sa, di schiatta greca o latina. Nella moschea

el-Azhar al Cairo, fondata da Giawher il 361 (971) è, o era, una

iscrizione trascritta da Makrizi e posta probabilmente dal conquistatore

medesimo, il quale non vi s'intitola altrimenti che “Giawher il

segretario siciliano.” Perchè si legge chiaramente _Sikîlli_ nei quattro

MSS. di Parigi, ch'io ho citato nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo,

p. 669, 670, e lo stesso nella recente edizione di Bulak in Egitto che

ho notato nelle aggiunte. Però non posso accettare la conghiettura di M.

Quatremère, op. cit., p. 75, il quale tradusse “Esclavon;” leggendo

_Saklabi_, perchè tanti Slavi si trovavano negli eserciti fatemiti. Ho

avvertito altrove che questa voce in scrittura arabica si confonde

facilmente con _Sikîlli_, ma nel presente caso non è luogo a dubbio;

perchè un _Rumi_ poteva ben essere Siciliano, e non mai Slavo.

[643] Khodhâ'i e _Baiân_, ll. cc.; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau,

fog. 8 recto.

[644] Si confrontino Ibn-Khallikan, l. c, e gli altri autori arabi

citati da M. Quatremère, op. cit., pag. 9 ad 11, e 35. Il capitolo

d'Ibn-el-Athîr su le imprese di Giawher fino all'Oceano è stato

pubblicato da M. Tornberg in nota agli _Annales Regum Mauritaniæ_,

(Kartâs), tomo II, p. 382. Abulfeda, _Geografia_, versione di M.

Reinaud, tomo II, pag. 204, indica precisamente la linea di operazione

disegnata da Moezz.

[645] Confrontinsi: Ibn-Khallikan, l. c, e le autorità date da M.

Quatremère, op. cit., p. 40 seg.

[646] Il testo ha qui la voce _milla_, “credenza religiosa.”

[647] Ibn-Hammâd, MS. di M. Charbonneau, fog. 8 verso e 9 recto.

Quest'atto è segnato di scia'bân 358 da “Giawher segretario, schiavo del

principe dei Credenti ec.” E l'amân è accordato a tutto il popolo del

Rîf e del Sa'îd, ossia basso ed alto Egitto. Credo che il testo risponda

a quello che M. Quatremère ha tolto dal MS. Leyde del Nowairi e datone

il principio nell'op. cit., p. 41 a 43; quantunque manchino nella

versione i patti importanti di cui io fo parola. Da questi si vede che i

Fatemiti non vietavano affatto il rito sunnita, e che si limitavano ad

innovare la formola dell'appello alle preghiere, sì come ho notato in

questo volume, p. 131, 136, lib. III, cap. VI.

[648] Ibn-Hammâd, fog. 8 verso; Quatremère, op. cit., p. 51, 56.

[649] Quatremère, op. cit., p. 48.

[650] Ecco, secondo Makrizi, l'iscrizione in giro della cupola sul primo

portico: “In nome di Dio ec. Edificata per comando del servo e amico di

Dio Abu-Temîm-Ma'dd-Moezz-li-din-Allah principe dei Credenti (sul quale

e sugli egregi suoi progenitori e discendenti siano le benedizioni di

Dio), e per opera del servo di esso principe, Giawher il segretario

siciliano, l'anno 360.” _Biblioteca arabo-sicula_, p. 669-670.

[651] Quatremère, op. cit., p. 57, 82, seg.

[652] Quatremère, op. cit., p. 51, 63, 69, seg.

[653] Si veggano i molti fatti che provan questo, nel _Riâdh-en-Nofûs_,

fog. 92 verso, 93 verso, 98 verso ec., e le altre citazioni di questo

MS. che ha fatte M. Quatremère, op. cit., p. 13 seg. Non intendo dire

delle cagioni del trasferimento della sede in Egitto, su la quale il

concetto mio è al tutto diverso.

[654] Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, anno 358, fog. 367 recto. Il nome del

capo era Abu-Kharz o Abu-Kherez della tribù di Zenata, e i suoi seguaci

delle due sètte sifrita e nakkarita. Nei MSS. d'Ibn-Khaldûn è chiamato

Abu-Gia'far: _Histoire des Berbères_, versione, tomo II, pag. 548,

Appendice. Si vegga anche Quatremère, op. cit., p. 62.

[655] Per Sanhâgia si vegga Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, anno 361; per

Kotama, Makrizi, citato da M. Quatremère nella detta opera, p. 30.

[656] Ibn-el-Athîr, l. c.; Bekri e Ibn-Khaldûn citati da M. Quatremère,

stessa opera, p. 86, nota 1. Indi è venuto, come avverte questo dotto

orientalista, l'errore di un supposto viaggio di Moezz nell'isola di

Sardegna. Si vegga anche Wenrich, _Commentarii_, lib. I, cap. XIII, §

113.

[657] Ibn-Khallikan, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 340,

seg.

[658] Quatremère, op. cit., p. 87, da Makrizi. Si vegga nel presente

volume, pag. 237, nota 2.

[659] Ibn-el-Athîr, anno 361, MS. C, tomo IV, fog. 370 recto e verso, e

tomo V, fog. 10 verso.

[660] M. Quatremère, op. cit., p. 88, secondo Makrizi, dice _i capi_.

Parmi si debba intendere di _qualche capo_; poichè si trattava

certamente dei mercenarii e delle milizie arabe; non già della vera

forza, cioè la tribù di Sanhâgia, la quale avea gli ordini militari suoi

proprii.

[661] Quatremère, l. c., da Makrizi.

[662] Ibn-el-Athîr, l. c., e Ibn-Khaldûn, _Storia dei Fatemiti_, in

appendice alla _Histoire des Berbères_ del medesimo autore, versione,

tomo II, p. 550. Il primo aggiugne che Moezz comandò ai due direttori di

_carteggiarsi_ con Bolukkîn. Certamente per la forma, e per aver mano

forte all'uopo. Si noti la distinzione delle amministrazioni del

_kharâg_ e delle tasse diverse. La distinzione parmi fatta non solo

perchè eran diversi i modi di riscossione, cioè l'uno tassa invariabile

e diretta, com'oggi diciamo, e gli altri tasse mutabili e in parte

indirette, ma anche per la diversità dei territorii e delle genti. Il

_kharâg_ principalmente si dovea trarre dall'Affrica propria, nè credo

sia stato mai consentito dalle più forti tribù berbere. Kotama nè anche

volea pagare la decima musulmana. Si vegga Quatremère, op. cit., p. 30.

[663] Il _Baiân_, testo, tomo I, p. 238, narra, l'anno 366 (976-7) e il

seguente, che 400,000 dinâr raccolti a Kairewân furono mandati in Egitto

dal direttore. Questo fatto tronca ogni dubbio.

[664] Lo dice espressamente Ibn-el-Athîr. È da notare che su questi

primi ordini del governo zîrita i compilatori orientali differiscono

dagli affricani. Ibn-el-Athîr, e più di lui l'egiziano Makrizi,

ristringono l'autorità di Bolukkîn. Ibn-Khaldûn, nel luogo testè citato,

riferisce in compendio gli stessi fatti; ma nella _Histoire des

Berbères_, versione, tomo II, p. 10, dice quasi lasciato assoluto potere

a Bolukkîn. Indi è manifesto che i primi compilavano sui cronisti

egiziani, e che Ibn-Khaldûn nella Storia dei Fatemiti copiò

Ibn-el-Athîr, e in quella dei Berberi seguì le autorità affricane, senza

curarsi della contraddizione: il che gli avvien sovente. Ognun poi vede

che i cronisti d'Egitto sotto i Fatemiti sosteneano il dritto della

dinastia, e quei d'Affrica sotto gli Zîriti, già scioltisi

dall'obbedienza all'Egitto, voleano fare risalire l'independenza fino ai

primi principii del governo zîrita.

[665] Ibn-el-Athîr, anno 361, MS. C, tomo IV, fog. 370 recto, e tomo V,

fog. 10 recto, con le varianti che ho notato nella _Biblioteca

Arabo-Sicula_, p. 267 del testo.

[666] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 19.

[667] Nowairi, l. c. La frase che il Di Gregorio stampò erroneamente nel

testo, e tradusse _ut earum edificia disficerent_, va corretta “onde

entrambi (Abu-l-Kasem e Gia'far) posero il campo tra le due città.” Così

anche l'ha spiegato M. Quatremère, op. cit., p. 68. È supposizione mia

che si attribuisse tal provvedimento ai doni dei Bizantini; ma se no,

perchè accoppiar quei due fatti?

[668] Nowairi, l. c.; Abulfeda, _Annales Moslemici_, an. 336;

Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 38 recto.

[669] Abulfeda e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc.

[670] Quatremère, op. cit., p. 84.

[671] Makrizi, _Mokaffa_, MS. di Leyde, tomo I, sotto il nome di

Mohammed-ibn-Hasan-ibn-Ali etc., detto il Siciliano. Il biografo

aggiugne che ammalatosi costui al Cairo, Moezz l'andava a visitare, e

che venuto a morte del 363 (973-4) lo compose egli stesso nel feretro, e

recitò la prece sul cadavere. Questo Mohammed era nato il 319 (931), e

però prima della venuta del padre in Sicilia.

[672] Si confrontino: Nowairi, Abulfeda, Makrizi e Ibn-abi-Dinâr, ll.

cc., ma l'ultimo sbaglia la data. Tutti dicono Ia'isc surrogato dallo

stesso Ahmed. Ma convien meglio alla ragion del fatto la narrazione

d'Ibn-el-Athîr, anno 359, MS. C, tomo IV, fog. 368 verso, e tomo V, fog.

9 recto, che Ia'isc fosse stato eletto da Moezz. Ibn-Khaldûn, _Histoire

de l'Afrique et de la Sicile_, versione, p. 172, segue questa

tradizione, ma erroneamente dice che Ahmed fosse stato eletto dai

Siciliani alla morte del padre. Si confronti il presente volume, Libro

IV, cap. II, pag. 249, nota 1.

[673] Ibn-el-Athîr, anno 359, MS. C, tomo IV, fog. 368 verso, e tomo V,

fog. 9 recto. Il testo ha _kabâil_, plurale di _kabîla_, che significa

una delle suddivisioni della tribù arabica. Gli scrittori arabi del

decimo secolo che parlan dell'Affrica usano cotesto nome generico per

designare le tribù sia d'Arabi, sia di Berberi, ed in oggi nelle

province d'Algeri e di Orano (non già in tutta l'Algeria nè in tutto il

resto dell'Affrica) si chiamano Kabili, come ognun sa, i soli Berberi.

Nondimeno nel presente passo d'Ibn-el-Athîr, copiato da croniche del X o

XI secolo la voce _kabâil_ non si può intendere altrimenti che tribù di

Arabi Siciliani; primo perchè è messa assolutamente senza appellazione

etnica che la determini; e secondo, perchè in Sicilia a quei tempo la

lite non potea nascere se non che tra i coloni arabi ed i pretoriani. I

Berberi della Sicilia meridionale non contan più dopo la guerra del 940,

e non fecero mai parte della popolazione di Palermo.

[674] In novembre 969 partirono i Kelbiti, e in giugno 970 tornarono.

[675] Ibn-Haukal, _Description de Palerme_, nel _Journal Asiatique_,

IV^e série, tomo V, p. 93.

[676] Così litteralmente il testo: parti, contrada, vicinanza. Forse si

tratta del distretto o _iklîm_.

[677] Il testo ha un vocabolo analogo e derivato dalla stessa radice che

il _ra'ia_, che tutti sentiamo ripetere nei fatti dei paesi musulmani

d'oggidì. È però si deve intendere principalmente dei sudditi cristiani.

[678] Questo importantissimo fatto della rivoluzione contro Ia'isc è

riferito dal solo Ibn-el-Athîr, l. c., e appena accennato da

Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione, p. 172.

[679] Secondo Ibn-el-Athîr, anno 358, MS. C, tomo V, fog. 367 recto, il

capo di questa ribellione si sottomesse di rebi' secondo 359 (febbraio e

marzo 970). Sul nome si vegga qui innanzi la nota 2 della pag. 287.

[680] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 359, MS. C, tomo IV, fog. 368

verso; Ibn-Khaldûn, l. c.; Abulfeda, _Annales Moslemici_, tomo II, anno

336; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 19;

Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 38 recto. Il giorno della venuta

d'Abu-l-Kasem in Palermo risponde esattamente al computo degli anni del

suo governo che fa Ibn-el-Athîr, narrando la sua morte seguíta il 20

moharrem 372. Egli avea tenuto l'oficio, al dir dell'annalista, 12 anni,

5 mesi e 5 giorni, che sono secondo il calendario musulmano 4405 giorni.

Si vegga Ibn-el-Athîr, anno 371, che citeremo in fin del capitolo VI del

presente libro. Abulfeda dà la stessa cifra di Ibn-el-Athîr;

Ibn-abi-Dinâr dice in numero tondo 12 anni; e il _Baiân_ con errore 11.

[681] Si confrontino: Abulfeda, _Annales Moslemici_, an. 336, tomo II,

p. 446, seg. Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 19;

Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione, p. 172.

Secondo il primo, Ahmed morì negli ultimi mesi del 359 (fino al 2 nov.

970), e Moezz scrisse al fratello il 360 (dal 3 nov.).

[682] Ibn-Khaldûn, l. c. La versione ha “integro” invece di “generoso,”

come ho tradotto appigliandomi alla variante di un MS. di Tunis.

[683] Questo capitolo della geografia d'Ibn-Haukal fu pubblicato da me

con versione francese nel _Journal Asiatique_ del 1845, IV^e série, tomo

V, p. 73, seg.; poi in italiano nell'_Archivio Storico_, appendice XVI

(1847), p. 9, seg., con le varianti ricavate dal MS. di Oxford. Adesso

due articoli del _M'ogem-el-Roldân_, di Iakût, che do nella _Biblioteca

Arabo-Sicula_, p. 107 e 120 del testo arabico, mi abilitano a correggere

alcuni luoghi e supplire altre notizie le quali mancano nelle copie

d'Ibn-Haukal, che abbiamo in Europa; ma si trovavano al certo nella

edizione ch'ebbe per le mani Iakût. Le differenze che si vedranno tra

quel che scrivo adesso e le mie versioni del 1845 e 1847 vengono in

parte dalle dette correzioni e in parte da migliore riflessione, e, se

mi si voglia concedere, da un poco più di pratica nella lingua. Oltre a

ciò debbo avvertire che nella versione italiana e più nelle note corsero

moltissimi errori di stampa. La citazione d'Ibn-Haukal e Iakût valga per

tutto il resto del presente capitolo.

[684] Su la vita e le opere d'Ibn-Haukal si veggano: Uylenbroek, _Iracæ

persicæ descriptio_, Leyde, 1822, in-4º; e Reinaud, _Géographie

d'Aboulfeda_; introduzione, p. LXXXII, seg.

[685] Si vegga il Libro III, cap. VIII, pag. 178, nota 2, di questo

volume.

[686] L'autore, ne' MS. che abbiamo in Europa, accenna il primo opuscolo

in fin della descrizione della Sicilia. Il titolo e qualche altro

particolare si leggono nel citato passo del _Mo'gem-el-Boldân_, di

Iakût, il quale ebbe certamente alle mani il secondo opuscolo su la

Sicilia, o altra edizione più copiosa della _Geografia_.

[687] Così nel testo che abbiamo. Nell'altra edizione di cui Iakût ci

serba i frammenti, par che Ibn-Haukal abbia chiamato anche cittadi le

altre tre regioni.

[688] Ibn-Haukal dice di proposito dei soli mercatanti; ma venendo a

toccare la superbia dei cittadini, come innanzi si vedrà, confessa senza

volerlo che soggiornassero nel _Kasr_ le famiglie ragguardevoli che

avean moschee proprie e vi si davan lezioni di dritto; cioè i membri

della _gema'_, la nobiltà cittadina, come noi diremmo.

[689] Ibn-Haukal non dice la condizione e nazione degli abitatori, ma

che quivi era il porto: il che basta. D'altronde sappiam che fossero in

quel quartiere gli stabilimenti dei Genovesi, infino al XVII secolo; e

vi rimane tuttavia la Chiesa di San Giorgio detta dei Genovesi. Quivi

anche giacea nel XII secolo la contrada detta degli Amalfitani, come

ritrasse dai diplomi il Fazzello, il quale aggiugne che del suo tempo

v'era una chiesa di Sant'Andrea degli Amalfitani.

[690] Ibn-Haukal scrive _beled_, che è vago quanto _paese_. Par che

voglia dire di tutte le cinque regioni, non delle due sole murate.

[691] Lo fu di certo nel XII secolo, onde il nome che portava di

_halka_, in cui la prima lettera si trascrivea in modi diversi nei

diplomi; sì come dirò a suo luogo. Ibn-Haukal, senza notarlo

espressamente, parla del _Me'sker_ come di contrada fuor la città

vecchia.

[692] Si vegga la pag. 68 di questo volume.

[693] Nel XVII secolo un Giambattista Maringo, su vaghe autorità,

disegnò una carta dell'antica Palermo, copiata poscia a colori in certi

quadri, uno dei quali passò nella Biblioteca Comunale. Il Morso fe'

ridurre e incidere così fatta pianta e vi fabbricò sopra la sua Palermo

dei tempi normanni, nella quale le navi veleggiano troppo dentro terra

d'ambo i lati della città vecchia. L'attestato d'Ibn-Haukal tronca

adesso ogni lite, poich'ei ci dice quali acque separavano la città

vecchia dalli Schiavoni, e che dall'altro lato si usciva nella regione

della Moschea e dei Giudei, delle quali sappiamo il sito attuale, cioè

l'oficio della posta, la strada dei calderai, ec. Ma in vero i diplomi

dell'XI e XII secolo non concedeano al Morso di tirar sì in alto il

mare. Ei lo fece arrivare fino alla Biblioteca Comunale odierna,

supponendo che gli statuti di una confraternita della Madonna delle

Naupactitesse, i quali si leggono in una pergamena greca della cappella

palatina, 1º appartenessero alla città di Palermo; 2º che vi fosse fatta

menzione di un quartiere di Naupactitessi, anzichè di un monastero di

Naupactitesse (ἐν τῇ τῶν ναυπακτιτησσῶν μονῇ); e 3º che questa voce

significasse “costruttori di navi” non già “donne di Lepanto”

(Ναύπακτος). A suo luogo dirò più particolarmente di cotesto diploma,

ch'è stato allegato per provare la fondazione di detta confraternita

prima del conquisto normanno.

[694] Ibn-Haukal precisamente dice: ottime piantagioni di zucche.

[695] Bulle de Tournus, litografiata per uso dell'École des Chartes,

Paris 1835. Si vegga anche Marini, _Papiri Diplomatici_, p. 26, 27, 222,

223. Questo papiro è lungo parecchi metri, e largo 58 centimetri. La

leggenda arabica, tramezzata di qualche linea rossa, si scorge in capo

del ruolo in caratteri corsivi grandi e franchi, tratteggiati con un

pennello a colore in oggi bruno, anzichè nero d'inchiostro; ma sendo

molto frusto il papiro in quella estremità, vi si può leggere appena

qualche congiunzione e preposizione, qualche sillaba interrotta, la voce

_allah_, ed un brano di nome _Sa'îd-ibn_.... Il commercio della Sicilia

musulmana con Napoli, e le note relazioni di Giovanni VIII con quella

città e coi Musulmani, dan valido argomento a supporre palermitano

cotesto papiro, il quale per altro sembra più grossolano che quei

d'Egitto.

[696] Abbes in un diploma del 1164, presso Mongitore, Sacræ _domus

Mansionis.... Monumenta_, cap. V; _Habes_ in un diploma del 1206 presso

Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 129, e _Audhabes, Avedhabes_, o _Leudhabes_

in altri del 1207 e 1211, op. cit., p. 130, 136, con le note del

D'Amico. Non occorre di spiegare che _Aud, Aved, Leud_, sieno

trascrizioni della voce arabica _Wed_, fiume. _Abbâs_ è nome proprio

d'uomo.

[697] Il nome agevolmente si riconosce nel _Bulchar_ di Fazzello, Deca

I, libro VIII, cap. 1, e nel _Segeballarath_, ibid., come un tempo si

chiamava, al dir dello stesso autore, la piazza odierna di _Ballarò_.

Senza dubbio era corruzione di _Sûk-Balharâ_, “il mercato di Balharâ,”

il quale villaggio appunto s'accostava da quel lato alla città.

[698] Si vegga il Libro III, cap. I, p. 34 del presente volume.

[699] _Ghirbâl_, “cribrum,” oggi Gabrieli. Il nome arabico potea ben

essere il latino del quale ha la significazione.

_Fawâra_, “polla d'acqua,” oggi La Favara.

_Ain-Abi-Sa'îd_ “fonte di Abu-Sa'îd,” che fu un tempo, al dir

d'Ibn-Haukal, governatore del paese. Si vegga il Libro III, cap. VII, p.

157 di questo volume. Il Fazzello trovò nei diplomi _Ain-Seitim_; oggi

_Annisinni_ o _Dennisinni_.

[700] _Garraffu_ e _Garraffeddu_, diminutivo siciliano del primo.

_Gharrâf_ è aggettivo “abbondante (d'acqua).” Il sito era laguna o

padule al tempo d'Ibn-Haukal, giacendo fuor la punta settentrionale del

Kasr. E però queste due fonti, o almen la prima, furono scoperte tra il

X secolo e la metà del XII, pria che si cominciasse a dileguare il

linguaggio arabico.

[701] Si potrebbe aggiugnere a questa cagione la mutata o trascurata

coltura delle montagne che accresce le piene del torrenti, ma fa

menomare le acque perenni. La valle di questo fiume, là dove fa grotta

nel sasso, mostra che un tempo il letto dovea essere assai più largo e

profondo del presente.

[702] Ibn-Scebbât, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 210.

[703] I fatti delle chiese e moschee di Damasco e di Cordova sono noti a

tutti. Sa anche ognuno che nel medio evo principi musulmani onorarono e

credettero ecclesiastici cristiani famosi per sapere o pietà o arcana

vista dell'avvenire; e similmente principi cristiani i dotti o astrologi

musulmani. Secondo l'autorevole testimonianza di Lane, _Modern

Egyptians_, Londra 1837, vol. I, p. 322, i Musulmani e i Giacobiti

d'Egitto fan tuttavia fraterno scambio di superstizioni.

[704] Ibn-Haukal nomina, 1 _Bâb-el-Bahr_ “la porta del mare;” 2

_Bâb-es-scefâ_ “la porta della Medicina” così detta da una fonte vicina;

3 _Bâb-Scian-taghâth_ “la porta di Sant'Agata;” 4 _Bab-Rûta_ “la porta

di Rûta” dal nome d'un'altra fonte (_Rût_ in arabico “fiume” dal

persiano _Rûd_ e si trova il nome in Spagna); 5 _Bab-er-riâdh_ “la porta

dei giardini” fabbricata in vece di quella, 6, detta _Bab-ibn-Korhob_

dal nome del noto ribelle; 7 _Bab-el-ebnâ_ “la porta dei figli;” 8

_Bab-el-Hadî_ “la porta del Ferro;” 9 una porta nuova senza nome. La più

parte di cotesti nomi si trova nei diplomi del XII secolo, come ho detto

nelle annotazioni ad Ibn-Haukal nel _Journal Asiatique_ e nell'_Archivio

storico italiano_.

[705] La porta dei Patitelli fa demolita nel 1564, e andò a male la

iscrizione che vi si vedea al tempo di Fazzello, il quale errò, credo

io, a supporla diversa dalla Bebilbachal (Bab-el-Bahr) di cui avea

trovato il nome nelle scritture antiche. La torricciuola vicina che si

addimandava di Baich, divenuta, di minaretto di moschea, abitazione d'un

cittadino, fu intaccata dal lato occidentale nel 1534 per farvi certe

ristaurazioni; e si cominciò allora a dislocare le pietre nelle quali

correa l'iscrizione in unica linea al sommo dell'edifizio; se non che

Fazzello, accorse, gridò, le fece rimettere, e copiò fedelmente, ma

confusi, ed alcun capovolto, i gruppi di tre quattro lettere, ch'erano

intagliati in ciascuna pietra. Ei pubblicò il disegno, in picciolo,

nella sua Storia, deca I, lib. VIII, cap. I, credendo serbare il testo

caldaico scritto poco dopo il Diluvio. Nel 1564, il vicerè spagnuolo che

prolungò il Cassaro e gli diè il nome di Toledo, abbattè senza riguardo

la torricciuola; ma per le cure dell'erudito Marco Antonio Martinez si

trasportò la più parte delle pietre scolpite nel palagio di città, e se

ne trassero i disegni: ottantaquattro pietre, delle quali mancavano

ventuna. Così rimase la iscrizione, a un di presso ordinata al modo d'un

lungo rigo di caratteri da stampa che sian caduti a terra e un

analfabeta li abbia rimessi insieme in cinque o sei linee, dopo averne

gittate via la quarta parte. Così la pubblicò due secoli appresso, per

la prima volta, il Torremuzza (_Siciliæ etc. Inscriptionum_, 2ª

edizione) e indi il Di Gregorio (_Rerum Arabicarum_) e il Morso

(_Palermo Antico_). L'Assemanni accertò la natura dei caratteri; ma

pochi ne lesse. Il Tychsen vi ritrovò una cifra cronologica e il

frammento d'un versetto del Corano. Io ve n'ho letto un altro; è il

resto M. Reinaud; il quale, com'io lo consultai su la mia lezione, la

confermò, e incontanente la proseguì. Ecco la traduzione della data e

dei versetti, nella quale il carattere corsivo mostra le parole che si è

arrivato ad accozzare. Accenno le linee secondo la copia di Martinez:

Linea 3. _Trecento_, — Tychsen; aggiugnendo con dubbio _trentuno_. Mi

parrebbe più tosto, ma non lo affermo, _sessanta_.

Linea 4. (Corano, sur. XXIV, v. 36.) in edifizii [i quali] permesse _Dio

che fossero innalzati_.

Linee 5, 6, 7, 8, 9: e che si _ricordasse in quelli il suo nome, lodan

lui mattino e sera_ (v. 37) _uomini_ [cui] _non distoglie traffico nè

vendita dal ricordare Dio_, far la preghiera e _pagar la limosina;

tementi_ quel giorno in cui saranno confusi i _cuori e le viste_. —

Reinaud.

Linea 12. (Sur. II, v. 256.) _Non_ [v'ha] _Dio se non Lui, il Vivente,

il Sempiterno_. — Tychsen.

Varie parole delle linee 4, 6, 7, 8, di Martinez rispondono alle linee

6, 7, 8, 9 di Fazzello; e mostrano viemeglio quanto i disegni di questo

storico sieno più esatti che quelli del Martinez.

[706] In numeri tondi, i beccai, i loro garzoni, gli impiegati nei

macelli, e i venditori di interiora, con le famiglie, ragionate a cinque

teste per casa, sommavano nel 1844 a 2000. La popolazione era circa

200,000. Ma la cifra di 700,000 che avremmo con tal proporzione nel 972

dèe scemarsi per le cause seguenti: 1º la istituzione dei macelli

pubblici, che diminuisce oggi il bisogno di molte braccia; 2º la

maggiore consumazione di carne da supporsi nella capitale della Sicilia

musulmana, mentre le classi meno agiate, nelle presenti condizioni

lagrimevoli della città, mangian carne poco o punto; 3º i giorni di

magro ai quali non erano astretti i Musulmani; 4º la poligamia, la

quale, se a lungo andare fa più mal che bene, pure in un periodo di

ricchezza crescente poteva aumentare la proporzione da 5 a 6 o 7 a

famiglia, però dare minor numero di capi di casa ossia minor numero di

botteghe a numero uguale d'individui. Per queste considerazioni pongo

che il numero d'anime dell'arte, stesse al numero d'anime della città

come uno a cinquanta, non come uno a cento ch'è in oggi; e metto in

conto dalle 5 teste a famiglia anche i bambini lattanti che Ibn-Haukal

di certo non vide nelle 32 file (i numeri sono scritti non già accennati

in cifre) di circa 200 persone ciascuna, che assisteano alla preghiera.

Se dunque pecca il mio computo, non è di eccesso. L'area dell'abitato,

che ha guadagnato un poco su le acque e perduto molto dentro terra,

conferma tal giudizio. Debbo avvertire che nelle note alle due versioni

italiana e francese, posi la popolazione di Palermo 170,000 anime. Il

censimento che si fe poco appresso la mostrò molto maggiore, e così l'ho

corretto a dugentomila.

[707] Gayangos nelle note a Makkari, _Mohammedan Dynasties in Spain_,

tomo I, p. 492.

[708] D'Ohsson nel XVIII secolo contava più di 200 moschee nell'ambito

di Costantinopoli e 300 nei subborghi, aggiugnendo che non ve ne fossero

più nelle case dei nobili: quello appunto che faceva il gran numero

delle Moschee in Palermo. _Tableau général de l'empire ottoman_, tomo

II, p. 453, seg., edizione di Parigi 1788, in-8.

[709] Questo è il significato della voce _wethâiki_, che si legge

trascritta altrimenti e non tradotta nelle mie due versioni francese ed

italiana. Si vegga Hagi-Khalfa, ediz. Flüegel, VI, p. 423. N. 14, 174.

[710] Ei le narrava, ma Iakût le troncò in questo passo del testo che ci

ha conservato.

[711] I medici arabi del medio evo credono fermamente che la cipolla

offenda il cerebro a chi se ne cibi. Iakût, nel _Mo'gem-el-Boldân_,

Biblioteca Arabo-Sicula, cap. XI, p. 107 del testo, mette per comento a

questo passo d'Ibn-Haukal l'estratto d'un libro arabico di medicina, ove

si spiega appunto con l'indebolimento del cervello e dei sensi, il fatto

che bevendo acqua salmastra dopo aver mangiato cipolle, uom non senta il

mal sapore dell'acqua.

[712] L'opera anonima intitolata _Geografia_, compilata di certo nel X

secolo ma interpolata appresso, cava da Ibn-Haukal alcune notizie su la

Sicilia, e aggiugne che i cittadini di Palermo si segnalassero su tutti

i popoli vicini per eleganza di arredi e di vestimenta e urbanità nel

tratto ec. Ma è dubbio se la fonte di questo passo sia del X secolo

ovvero dei due seguenti. Il testo si legge nella _Biblioteca

Arabo-Sicula_, cap. V, p. 12 e 13.

[713] Ibn-Haukal, _Geografia_, MS. di Leyde, p. 69, e fog. 97 della

copia di Parigi, Suppl. Arabe, 885.

[714] Op. cit., p. 71 del MS. di Leyde e fog. 98 verso della copia di

Parigi.

[715] Del 962. Otone andò a Pisa, ove rimasero alcuni nobili tedeschi:

Sardo, _Cronaca Pisana_, nell'_Archivio Storico italiano_, tomo VI,

parte II, p. 75. Del 971 furono in Calabria i Pisani: Marangone,

_Cronaca Pisana_, nello stesso volume dell'_Archivio_, p. 4, ovvero nel

969 secondo la _Chronica Pisana_, presso Muratori, _Rerum Italicarum

Scriptores_, tomo VI, p. 107, seg.

[716] Si confrontino, la Cronica anonima Salernitana presso Pertz,

_Scriptores_, tomo III, p. 554, che non porta date precise, e Lupo

Protospatario, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 55, anno 969, dove

il passaggio d'Otone in Calabria è riferito all'ottobre dello stesso

anno in cui fu una ecclisse di sole in dicembre. Lo stesso troviamo

negli _Annales Casinatenses_, Pertz, _Scriptores_, III, 171. L'ecclisse

seguì il 22 dic. 968. Romualdo Salernitano autore del XII secolo dà i

medesimi fatti con qualche divario presso Muratori, _Rerum Italicarum

Scriptores_, tomo V, anno 967.

[717] Si vegga Muratori, _Annali d'Italia_, 968 a 970.

[718] _Chronica Sancti Benedicti_, presso Pertz, _Scriptores_, III, p.

209, nel cenno su Landolfo l'Ardito che cominciò a regnare il 958 (si

corregga 968).

[719] Lupo Protospatario, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 55. Ei

dà il titolo di _Caytus_ (Kaîd) a questo Bucoboli, forse Abu-Kabâil, con

40,000 Saraceni, o secondo altri MS. 14,000. Atto avea secondo alcuni

MS. 60,000 uomini. Queste cifre non sono da attendere nè punto nè poco;

e certo si tratta d'una piccola schiera, poichè non fan memoria di

questa impresa gli annali musulmani d'Affrica nè di Sicilia. Si vegga

anche De Meo, _Annali di Napoli_, tomo VI, p. 90, il quale s'affatica a

mostrare che questa battaglia seguisse il 973. Lascio indietro le

fazioni di Saraceni in Calabria interpolate nella Cronica della Cava,

edizione del Pratilli, anni 970, 973.

[720] _Chronicon Salernitanum_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p.

556, anno 970. Si vegga anche Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib.

LXXV, § 51.

[721] I Fatemiti sul fine del 974 e il principio del 975 presero Tripoli

di Sira e Beirût, cacciati i presidii bizantini. Si vegga Quatremère,

_Vie de Moezz_, estratto dal _Journal Asiatique_, p. 126 e 128.

L'ambasciatore Niccolò era tornato a corte di Moezz poco avanti la

costui morte, ma si è visto già come gli parlava.

[722] Lupo Protospatario, anno 975, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V,

p. 55.

[723] _Vita di San Nilo il giovane_, testo greco e versione latina di

Giovan Matteo Caryophilo, Roma 1624, in-4, p. 112, seg. Questo Niceforo,

che primo e solo ebbe titolo di μάγιστρος in Calabria si dice mandato

dai pii _imperatori_, e però da Basilio e Costantino, e dopo la morte di

Zimisce. D'altronde la data s'adatta alla età che avea allora San Nilo,

la cui vita l'agiografo tratta con ordine cronologico; e gli avvenimenti

mostrano che dal 963 sino alla fine del secolo i Bizantini non poteano

avere il ticchio di assalir la Sicilia che nel 976.

[724] In Ibn-el-Athîr, solo che dia il fatto, si legge _b”r bûla_. Ciò

mi fece pensare a Paola di Calabria; e sì proposi questa lezione nella

_Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 268 del testo. Poscia ho considerato che

la prima voce sia da leggere _barr_ “terra,” però la seconda _bûlia_,

ossia Puglia, aggiugnendo una lettera dopo la _l_. A ciò mi conduce

anche la fazione di Gravina.

[725] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 365; MS. A, tomo III, fog. 9

verso; MS. B, pag. 375; MS. C, tomo V, fog. 16 recto ec.; Abulfeda,

_Annales Moslemici_, 365, tomo II, p. 524, ed Hagi-Khalfa, _Cronologia_,

versione italiana del Carli, p. 65. Dei MS. Ibn-el-Athîr, B, ha con le

vocali _Kosenta_; gli altri e Abulfeda non pongono vocali e sbagliano i

punti diacritici. L'altra città è scritta _Gelwa_ in B, e nell'autografo

d'Abulfeda, MS. della Biblioteca di Parigi, Suppl. Arabe, 750, fog. 163

verso; degli altri MS. dei due annalisti, quale ha G“lwa, quale H“lwa.

Lo scambio tra la _w_ e la _r_ che si vede sovente nei MS. arabi

sopratutto in caratteri affricani, ci dà animo a leggere Cellara: chè la

_g_ arabica risponde alla nostra _c_, e la doppia _l_ non si dovea

scrivere ma accennare soltanto con un segno ortografico. Cellara è

picciol comune dell'odierno distretto di Cosenza tra questa città e

Rogliano. In ogni modo non si può assentire a M. Des Vergers la lezione

Caltagirone ch'ei vien proponendo nel dare questo squarcio

d'Ibn-el-Athîr, in nota a Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la

Sicile_, p. 175.

Marco Dobelio Citerone nella versione di Scehab-ed-dîn-'Omari, o alcuni

degli eruditi siciliani che la stamparono, lessero in vece di _Cosenza_,

Catania; e in vece di _Gelwa_, Avola. Indi il Wenrich, _Commentarii_,

lib. I, cap. XV, § 131, a supporre una rivoluzione in Catania ed Avola

di Sicilia. Ma nè il testo di Abulfeda copiato da Scehad-ed-dîn, nè il

complesso dei fatti permettono questo supposto, tanto meno perdonabile

quanto il Martorana, tomo I, p. 225, nota 155, avea mostrato la dritta

strada.

[726] Si riscontrino Lupo Protospatario, anno 976, e Romualdo

Salernitano, stesso anno, nei citati volumi di Pertz e Muratori.

[727] Ibn-el-Athîr e Abulfeda, ll. cc.

[728] Si riscontrino Ibn-el-Athîr, l. c., e Nowairi presso il Di

Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 19.

[729] Ibn-el-Athîr, l. c.

[730] Abulfeda, _Annales Moslemici_, tomo II, p. 450, sotto l'anno 336,

trascrivendo Ibn-Sceddâd. Perciò si deve intendere del XII secolo.

Risponderebbe per avventura al significato di _Monakh-el-Bakar_ il nome

di Vaccarizzo nella Calabria citeriore, distretto di Rossano. Ma v'ha

Bova, Bovino e tante appellazioni della stessa etimologia nel regno di

Napoli, che non si può fare conghiettura ben fondata. Lo stesso si dica

del nome topografico: Le Torri.

[731] Ibn-el-Athîr, l. c.

[732] Si riscontrino Lupo Protospatario, anno 977, e Romualdo

Salernitano, 976, nei citati volumi di Pertz e Muratori.

[733] Il fatto è nel solo Ibn-el-Athîr, e in tutti i MS. questo nome è

quasi senza punti diacritici. M. Des Vergers nella nota che citai

propone di leggere Gravina. Ma v'ha la differenza del tempo e del luogo,

poichè Gravina fu assalita il 976 e giace in Puglia. Oltre a ciò si

dovrebbe mutare di forma qualche lettera. Leggendo _Garipoli_ non

aggiungo altro che i punti diacritici, e posso ben supporre che i

Musulmani del X secolo pronunziassero in questo modo Gallipoli, come i

Siciliani d'oggidì. Va avvertito qui che si potrebbe trattare per

avventura d'un casale presso Catanzaro chiamato Garopoli nel XVIII

secolo. Veggasi Sacco, _Dizionario geografico del regno di Napoli_,

Napoli, 1795-6, in-8.

[734] Ibn-el-Athîr e Abulfeda, ll. cc.

[735] Nowairi, l. c., novera cinque imprese d'Abu-l-Kâsem in Terraferma,

delle quali l'ultima il 372, e la prima il 365.

[736] Vita citata di San Nilo il giovane, p. 4. Il testo ha φυλακτὰ ed

ἐξορκισμούς.

[737] Il De Meo, _Annali di Napoli_, tomo V, p. 257, anno 938, spiega

che il monistero di San Nazario, poi detto di San Filareto, ad un miglio

da Seminara e sei da Palma, apparteneva allo stato di Salerno e quel di

San Mercurio ai Bizantini.

[738] _Vita di San Nilo_, pag. 5 a 37.

[739] Op. cit., passim.

[740] Vita di Sant'Adalberto, _Acta Sanctorum_, 23 aprile.

[741] _Vita di San Nilo_, p. 124 a 155, e si confrontin le citate

agiografie di Sant'Adalberto.

[742] Op. cit., p. 63.

[743] Op. cit., p. 88, seg.

[744] Si vegga il presente volume, p. 171-172, Libro III, cap. VIII.

[745] φακιόλια.

[746] _Vita di San Nilo_, p. 54.

[747] Op. cit., p. 117, 118.

[748] Op. cit., p. 123.

[749] Op. cit., p. 120.

[750] ἑκατὸν χρυσίνων.

[751] νοτάριον.

[752] È versione litterale della voce arabica walî “eletto, amico, santo

ec.”

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 59 / 62 题