fog. 103 recto, facendo parola di Rascida e Abda figliuole di Moezz,
nate innanzi il 972 e morte sotto il regno di Hâkem (996-1021), dice
aver la prima lasciato il valsente d'1,700,000 di dinâr, in drappi di
varie sorte e profumi, e la seconda un moggio di smeraldi, tanti
quintali d'argento ec., e trentamila _scikke_ (o sciukke) siciliane.
Questa voce significa taglio d'abito, nè sappiam se sia nome generico
ovvero appellazione speciale di questo drappo. Se in quelle cifre si
sente l'odor delle mille e una notte, il cronista ch'ebbe alle mani
Abu-Mehasin, non inventò quella maniera di drappo. D'altronde abbiam
fatto cenno del gran lusso degli Zirîti in Affrica: e le ricchezze dei
despoti son talvolta di quelle verità verissime che han sembiante di
favola.
[1145] Si vegga il cap. XI del Lib. III, p. 230 di questo volume.
[1146] Si chiama volgarmente Calatrasi. Tirazi vuol dire artefice del
_tirâz_, ossia opificio regio delle vesti di seta ricamata. Si vegga su
questo indizio di _Kalat-et-Tirazi_ una nota nell'erudita opera di M.
Francisque-Michel, _Récherches sur les étoffes de soie au moyen âge_,
Paris, 1852, in 4º, tomo I, p. 77, al quale io ho dato questa notizia e
in cambio ne toglierò cento, spigolate nelle antiche poesie francesi,
che serviranno a illustrare questa industria siciliana nel XII e XIII
secolo.
[1147] Si vegga la p. 443.
[1148] Bekri, _Notices et Extraits des MSS._, tomo XII, p. 463.
[1149] Op. cit., p. 480, 488.
[1150] Si vegga il cap. II di questo Libro, p. 247, seg.
[1151] Ho dato il testo di quel paragrafo nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 10.
[1152] Edrisi, _Géographie_, versione di M. Jaubert, tomo II, pag. 266 e
69. In quest'ultimo luogo M. Jaubert non so perchè abbia preferito la
variante _Fîlâna_.
[1153] _Keitûn_ nel dialetto, arabico di Siria ed Egitto, vuol dire,
_ripostiglio_ o _magazzino_. Viene dal greco Κοιτὼν che, dal significato
primitivo di _letto_, passò a quelli di _camera_, _albergo_, e, presso i
Greci del medio evo, _guardaroba_ e _stazione di navi_: i quali si
veggano nella nuova edizione del _Thesaurus_ di Enrico Etienne.
[1154] Si vegga il fine del presente capitolo.
[1155] Presso Gaetani, _Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 113, e presso
i Bollandisti, tomo I, d'aprile, p, 607.
[1156] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 842.
[1157] Io pubblicai questa iscrizione nella _Revue Archéologique_ di
Parigi, del 1851, p. 669, seg. Alcuni eruditi palermitani vorrebbero
mantenere alla Cuba un altro secolo o due d'antichità, supponendo
l'iscrizione più moderna dell'edifizio. Ma non riflettono che la non è
incisa in lapide, ma proprio scolpita in giro delle mura, senza vestigie
di racconciamenti.
[1158] Girault de Prangey, _Essai sur l'architecture arabe_, Paris 1841,
tavola XIII, nº 3, 4.
[1159] In una colonna della cattedrale di Palermo, presso il Di
Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 137.
[1160] In due iscrizioni sepolcrali presso Di Gregorio, op. cit., p.
146, 152.
[1161] V'ha l'eccezione delle effigie d'uomini e animali in qualche
monumento, come i lioni dell'Alhambra ec. Ma in Sicilia non se ne vede
alcun esempio. I mosaici d'animali nella sala della Zisa in Palermo,
appartengono ai tempi normanni.
[1162] Si vegga il cap. V di questo Libro, p. 302, seg., del volume.
[1163] Si vegga il cap. IV di questo Libro, p. 274.
[1164] Il Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 188, ne diè un disegno
preso ad occhio, come si usava al suo tempo, e ridotto, nel quale ei
confessò non poter leggere che qualche sillaba; ed io stento anche a
questo. Si vegga, del resto, la nota della pagina precedente. Il disegno
di poche lettere che veggiamo nell'opera citata di Girault de Prangey,
_Essai_ ec., mostra la bellezza dei caratteri e la trascuranza di chi li
avea ritratti prima. L'amico Saverio Cavallari che mi ragguagliò qualche
anno addietro della distruzione dei caratteri, n'avea fatto altra volta
un disegno che fin qui non ci è riuscito di trovare.
[1165] Si ricordi che il miglior disegno è quel pubblicato dal Fazzello.
[1166] Il conte Annibale Maffei vicerè di Sicilia li tolse di Palermo e
recò a Verona. Scipione Maffei pubblicò le iscrizioni nel _Museo
Veronese_, p. 187, e indi il Di Gregorio nel _Rerum Arabicarum_, p. 146
a 149. Alla interpretazione attesero G. S. Assemani e il Tychsen. Son le
solite formole e brani del Corano, coi nomi proprii; l'uno dei quali mi
par vada letto _Ibrahim-ibn-Khelef-Dibâgi_ (in vece di _Ibrahimi
filii Holaf Aldinagi_), morto il 464 (1072); e l'altro è
Abd-el-Hamîd-ibn-Abd-er-Rahman-ibn-Scio'aïb, morto il 470 (1078).
Secondo il _Lobb-el-Lobâb_ di Soiuti, l'appellazione _Dibagi_, vuol dire
“operaio di seterie,” ed era anche nome patronimico nella discendenza
del califo Othoman-ibn-'Affân.
[1167] Presso Di Gregorio, op. cit., p. 144 e 152, il quale tolse
l'interpretazione da quelle pubblicate dall'abate De Longuerue e da
Adriano Reland. La prima dà il nome dello _sceikh e giurista sagacissimo
Ahmed-ibn-Sa'd-ibn-Mâlek_-(ibn-Abd?)_el-'Azîz bisognoso_ (dell'aiuto)
_del Signore_ (_non Gubernatoris jurisperiti sapientis Ahmedis filii
Saad ben el Malak potentissimi qui pauperis instar est erga dominum
suum_), morto il 413, (1023); e la seconda di _Mohammed-ibn-Abi-Se'âda_
(non _filii ebn Saadh_) morto il 444 (1052 non 471, ossia 1079). Le
quali iscrizioni non ben disegnate nè ben trascritte in caratteri
arabici, e però male interpretate, o furon tolte di Sicilia o Reggio, o
provano il soggiorno e morte nei dintorni di Napoli di due Musulmani di
Sicilia, Affrica o Spagna, che vi fossero andati, il primo forse per
faccende pubbliche o rifuggito, e il secondo per mercatura.
[1168] Presso di Gregorio, p. 164, 165, 166. I due primi non si possono
interpretare senza più esatti disegni. Nell'ultimo, il secondo rigo, mal
deciferato dal Di Gregorio, nè ben corretto da Fraehn, _Antiquités
Mohammed._, tomo I, p. 15, va letto: (Iddio vivente) “stante” e poi la
sentenza del Corano, sura XXXII, v. 21, (voi avete) “nell'inviato di
Dio, un bel conforto. Questo è il sepolcro d'Abu-Bekr...”
[1169] Presso Di Gregorio, p. 171, il quale sbagliò tutto, fuorchè una
formola e la data. Va letta così: ... (Benedica) Iddio al profeta
Maometto e sua schiatta..... (Chi spende il proprio avere in servigio)
di Dio, fa come l'acino di frumento, dal quale germoglian sette
spighe....... (Iddio prospera) cui vuole: immenso egli è e sapiente
[sura II, verso 263]........ (sepolcro di)...... ibn-Hosein, Rebe'i (?),
Fâresi.... morto.... l'anno 417 (1026).
[1170] Presso il Di Gregorio, p. 141. La leggenda mal trascritta dal Di
Gregorio è “Nè (spero) aiuto che in Dio,” sentenza tolta dal Corano,
sura XI, verso 90.
[1171] Pubblicata da Lanci, _Trattato delle simboliche rappresentanze_,
tomo II, p. 25.
[1172] Un lucido di questa iscrizione ch'era messa da architrave in una
finestra, mi fu mandato il 1853 dai signori Agostino Gallo e Saverio
Cavallari. Sendo inedita, mi par bene darne la versione: “In nome del
Dio clemente e misericordioso; che Iddio benedica al profeta Mohammed e
sua schiatta. “Ogni anima assaggerà la morte, nè avrete vostro
guiderdone che il dì della Risurrezione. Chi sarà campato dal fuoco e
introdotto nel Paradiso, sarà allor felice: perchè la vita di quaggiù
non è altro che roba d'inganno.” [Sura III, v. 182.] Questo è il
sepolcro di Oma-er-Rahman (cioè la _serva di Dio_) figliuola di
Mohammed, figlio di Fâs; la quale morì il primo.....”
[1173] Presso Di Gregorio, op. cit., p. 138 e 140.
[1174] Op. cit., p. 141. Il Di Gregorio lesse male l'ultima frase, nè
credo ben l'abbia corretta il Lanci, _Trattato delle simboliche
rappresentanze_ ec. Parigi, 1845, tomo II, p. 24, tavola XV. Parmi si
debba leggere _thikati Allah_, “La mia fidanza (è) Dio.”
[1175] Presso Di Gregorio, op. cit., p. 131. Non si può deciferare sul
rame che ne pubblicò il Di Gregorio con la interpretazione di Tychsen.
Ma di certo non v'ha una sillaba del verso 55 (si corregga 52) della
sura VII, che credette leggervi il professore di Rostock.
[1176] Mi fu mandata a Parigi il 1844 dal principe di Granatelli. Il
lato leggibile è a dritta di cui guardi. Nei due primi righi son le
formole; nel terzo, un frammento della sura XXXVIII, verso 67; nel
quarto “.... sepolcro del cadi Kkidhr...;” il quinto e sesto non si
scorgono bene; nel settimo “.... di Dio sopra di lui (morto) il venerdì
cinque...;” nell'ultimo: “quattro e novanta e....” mancando il secolo
che sarebbe il quarto o quinto della egira (1003, o 1100). A destra e
sinistra corrono due righi perpendicolari a mo' di cornice, che non ho
potuto leggere.
[1177] Presso il Di Gregorio, op. cit., p. 154. La lezione e
interpretazione di Tychsen, date dal Di Gregorio, difettano in molte
parti, e sbagliano la data ch'è pur chiarissima. Ecco come leggo questa
iscrizione, mettendo tra parentesi le parole da supplirsi, e indicando
con punti le altre che mancano: “(In nome di Dio) clemente e
misericordioso, (e benedica Iddio ec.) (Dì loro: Grave annunzio; e voi
ne ri-)fuggite [sura XXXVIII, verso 67, 68]. Questo è il sepolcro dello
sceikh........ il Kâid egregio Abu-Hasan-Ali figliuolo del....... il
giusto, e benedetto il trapassato Abu-Fadhl........ (figlio del).... e
benedetto il trapassato Abd-Allah, figlio di Moha(mmed).... (figlio
del).... e benedetto il trapassato Ali, figlio di Tâher.... (che sia
benigno) Iddio a lui. Il quale morì la notte del giovedì, cinque del
mese........ (e fu sepolto?) il venerdì, l'anno trecento cinquantanove
(969-70)... (morì attestando non esservi altro Dio) che Allah ed essere
Maometto l'inviato di Dio.” L'errore che notai nel testo è di porre il
nominativo _Abu_ in luogo del genitivo _abi_ nei due luoghi dove
occorre.
[1178] Si ricordi l'avvertenza fatta nella Introduzione, p. XVI e XXIV.
[1179] Si vegga il Lib. I, cap. III, V e VI, ed il Lib. III, cap. I, p.
283, 284, 296, 297, 321 del volume I, p. 5, 6 di questo volume, e
s'aggiungano le seguenti:
Oro, anno 268, (881-2) di grammi 1,05 nel Museo di Parigi. In fin
della leggenda del rovescio parmi leggere la voce _robâ'i_. Si
confronti con quella simile pubblicata da Castiglioni e notata da
Mortillaro, _Opere_, tomo III, p. 352, nº IX.
Oro, anno 295, (907-8) di grammi 4,25 nel Museo di Parigi col nome
del parricida Abu-Modhar-Ziadet-Allah.
In queste monete non si legge il nome di Sicilia, ma i dotti le credono
siciliane dall'opera. Le altre monete aghlabite di Sicilia notansi dal
Mortillaro, _Opere_, tomo III, p. 343, seg., nº I a XII.
[1180] Si vegga il catalogo nelle opere di Mortillaro, tomo III, p. 357,
seg., dal nº XIII all'LXXXIX. Quivi l'ultima con data dell'anno e del
paese è del 439, (1047-8).
A queste 77 monete sono da aggiugnere le seguenti:
Oro, anno 343 (954-5) di grammi 1,05 nel Museo di Parigi.
id. ” 344 (955-6) ” 1,05 ibid.
id. ” 1,05 } ibid. senza data,
id. ” 1,05 } col nome del
id. ” 1,05 } califo Moezz.
id. ” 396 (1005-6) indicata come quarto di dinâr da M.
Soret, _Lettre à S. E. etc. de
Fraehn_, Saint-Pétersbourg,
1851, p. 50 nº 121.
id. ” 414 (1023-4,
ovv. 424) di grammi 1,00 nel Museo di Parigi.
id. ” 421 (1030) ” 1,00 }
id. ” 422 (1031) ” 1,00 } ibid.
id. ” 423 (1031-2) ” 1,00 }
id. Altre otto senza
nome nè data ” 1,00 ibid.
id. ” 422 indicata come _triens_ da M. Soret,
p. 50, nº 122.
id. ” 437 (1045-6) id. p. 51, nº 124.
id. ” 445 (1053-4) id. p. 51, nº 125.
[1181] Il Mortillaro, vol. cit., p. 176, seg., 339, 340, citando il
Tychsen ed altri, ha sostenuto quest'uso dei vetri improntati; e mi par
s'apponga al vero. Ei nota, anche a ragione, la mancanza assoluta di
monete arabiche di rame battute in Sicilia; alla quale non credo si
possa opporre la moneta pubblicata dal principe di San Giorgio Spinelli,
_Monete cufiche dei principi longobardi_ ec., p. 31, nº CXXX. Prima,
perchè non v'ha data di anno nè di luogo; e secondo, per essere molto
dubbia la leggenda _Emir-el-Mumenîn_ che l'autore credè scoprirvi. Resta
a trovare il paese e l'età in che fu coniata questa e altre monete di
rame, certamente musulmane, che il principe di San Giorgio dà nella
tavola IV.
[1182] Nei varii MSS. questa voce è scritta senza mozioni. È da leggere
_o_ la prima vocale, come in aggettivo numerale distributivo che nel
nostro caso significa “di quei che vanno a quattro” (in un dinâr)
proprio il latino _quaterni_. Ho fatto già parola di questa sorta di
moneta siciliana, nel cap. VII del presente libro, p. 334 del volume. Le
autorità sono, in ordine cronologico: 1º Ibn-Haukal, _Geografia_, nella
_Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 11, secolo X; 2º Ibn-Khallikân nel
luogo che cito al cap. VIII, p. 334, il qual autore trascrive le parole
d'Ibn-Rescik, che visse nell'XI secolo, ma riferiva un fatto del X; 3º
Ibn-Giobair, stessa citazione, XII secolo; 4º diploma arabico di Sicilia
del 1190 presso Di Gregorio, _De supputandis apud arabes temporibus_, p.
40, 42.
Una trentina di dinâr d'oro, tra omeiadi e abbassidi, che ho pesati nel
Museo di Parigi, sono per lo più di 4 grammi traboccanti. Dieci _dinâr_
fatemiti d'Egitto mi han dato lo stesso risultamento: il migliore arriva
a grammi 4,35, e il più scadente a grammi 3,45.
[1183] Ne diremo più distesamente nel sesto Libro.
[1184] Il singolare nei detti diplomi è _tare_.
[1185] _Regii Neapolitani Archivii Monumenta_, Napoli, 1845, seg., in
4º. Il tari vi occorre per la prima volta in un diploma di Gaeta del
909, tomo I, parte I, p. 9, dove si vegga l'erudita nota degli editori.
Poi negli atti privati stipolati a Napoli infino al mille, i prezzi son
pagati per lo più in _tari_ d'oro. Nel documento CCXL, anno 996, dato di
Napoli, tomo II, p. 143, si legge “auri solidos XIII de tari ana
quadtuor tari per unoquoque solidos,” la quale proporzione è replicata,
con più o meno errori di grammatica, nei documenti CCXXXIII, anno 993,
p. 129, e CCLV, anno 977, seg., 178. Si vegga anche il diploma del 1076
dell'Archivio della Cava, citato da M. Huillard-Breholles, nelle
_Recherches sur les Monuments et l'histoire des Normands_ etc. _dans
l'Italie Méridionale, publiées par les soins de M. le duc de Luynes_, p.
166, dove si fa menzione di soldi d'oro, ciascun dei quali tornava a
quattro tari di moneta d'Amalfi.
[1186] _Monete cufiche battute dai principi longobardi_ ec.
_interpretate.... dal principe di San Giorgio Domenico Spinelli._ Nella
prefazione dell'erudito signor Michele Tafuri, p. XXII, seg., si accenna
la lega inferiore a quella di Sicilia; e in una nota, p. 227, la
differenza dei caratteri. Le monete di cui trattiamo son le prime trenta
della raccolta. Il peso varia da 18 a 23 acini di Napoli, cioè da 0,80
ad un grammo. Debbo aggiugnere che, accettando le conchiusioni generali
dei dotti editori, non son d'accordo in tutti i particolari. Per
esempio, varie leggende non mi sembrano ben trascritte; non tengo punto
provata la cronologia che distribuisce coteste monete ai principi di
Salerno; nè che tutte sieno state coniate in Salerno. Ve n'ha forse
d'Amalfi; e forse è di Napoli il nº XXVII.
[1187] Il _dal_ arabico è suono partecipante della _d_ e della _t_; e
trascrivendolo in latino o greco, si rendea sempre con la _t_: per
esempio da _dâr-es-sen'a_, “tarsianatus,” donde noi abbiam fatto
“arzana' e arsenale.”
[1188] Il _dirhem_, peso, parte aliquota dell'_ukîa_ (uncia) e
differente secondo i paesi, si adoperava esclusivamente per l'argento.
Dal peso in argento nacque la denominazione di moneta ch'era usata fin
dai tempi di Maometto; e rimase sola moneta _nisâb_, ossia legale, in
che si ragionava la decima, il prezzo del sangue ec. Il dirhem, moneta
effettiva, fu poi diverso.
Or il _robâ'i_ tornava a tre dirhem _nisâb_, poichè il dinâr si ragionò
dodici. Naturalmente gli Arabi di Sicilia, nel commercio, chiamavan
quella moneta d'oro “un tre dirhem,” e nell'uso bastava dire _trâhîm_ al
plurale. Il vocabolo _tari_, introdotto in tal modo presso gl'Italiani
di Napoli e poi presso i Normanni e Italiani di Sicilia, restò
denominazione di moneta d'oro; mentre da un'altra mano i Normanni di
Sicilia, usando il sistema degli Arabi, ebbero il dirhem moneta ed anche
il dirhem, o _tari_, peso di argento. Indi la voce _tari-peso_ o
_trappeso_. Spariti con la dinastia normanna i tari d'oro, la voce
_tari_ restò come denominazione di peso e moneta d'argento. Gli eruditi
del secolo passato arrivarono, dopo molti errori e ricerche, a
distinguere i _tari_ dei diplomi antichi da quei che aveano alle mani e
che valeano quasi la quarta parte dei primi, cui chiamarono per questo
tari d'oro. Il dotto Conte Castiglioni sbagliò, come parmi, negando
cosiffatta etimologia della voce _tari_.
[1189] _Tarîkh-el-Hokemâ._ Ho accennato nel Libro III, cap. V, p. 100
del volume, l'articolo sopra Empedocle. Il testo di tutti gli estratti
di Zuzeni è ormai pubblicato nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 613,
seg. Nella biografia d'Archimede, si riferisce al gran Siracusano il
disegno delle dighe e ponti che dettero abilità a coltivare gran tratto
della valle del Nilo nelle inondazioni di che fecero cenno gli antichi
(veggasi Harles, _Bibliotheca Græca_, tomo IV, p. 172); e gli si
attribuiscono molte opere genuine o spurie, e tra le seconde, credo io,
un “Discorso su gli orologi ad acqua con soneria” che Casiri
erroneamente suppone significare il bindolo, (_Bibliotheca
Arabico-Hispana_, tomo I, p. 383.) Di Corace si dà il noto aneddoto col
discepolo non trascrivendo il nome, ma traducendolo _Ghorâb_ (Corbo,
Κόραξ), e aggiugnendo che egli fu greco dell'Isola di Sicilia. Archimede
ed Empedocle si dicono greci senz'altro.
[1190] _Kitâb-el-Mewâ'iz_, ediz. di Bulâk, tomo I, p, 127, e nella
_Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 669. Una versione di questo squarcio, per
M. Caussin de Perceval si legge nelle _Notices et Extraits des MSS._,
tomo VIII, p. 33, segg.
[1191] Estratto della _Dorra-Khalíra_ (Perla Egregia ec.) d'Ibn-Kattâ',
inserito nella Kharîda d'Imâd-ed-dîn, _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo,
p. 596. I versi leggonsi nel MSS. della _Kharîda_, di Parigi, Ancien
Fonds, 1375, fog. 43 verso, e del British-Museum, Rich. 7593, fog. 35
recto. Ecco i tre dell'elegia ch'io cito, scritta non sappiamo per quale
personaggio.
“Alla morte (_appartien_) ciò che nasce, non alla vita: l'uomo non è che
ostaggio di essa.
Diresti gli anni suoi (_foglio_) di cui si spieghi un lembo, finchè
sopravvien la morte e sel ravvolge.
Chi impreca al tempo non l'intacca, no; ma quand'esso scocca (suo
strale) non fallisce mai il colpo.”
[1192] Ovvero Kerni. L'uno e l'altro è nome di tribù; e il secondo anche
etnico, da un villaggio presso Bagdad.
[1193] _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 395.
[1194] _Mo'gem_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 149. Questo passo
serbatoci da Iakût, manca, come tanti altri, nei MSS. d'Ibn-Haukal che
abbiamo in Europa. La carta di Istakhri lo conferma pienamente.
[1195] Si vegga la tavola delle longitudini e latitudini pubblicata da
Lelewel nell'Atlante della _Géographie du moyen-âge_, Bruxelles, 1850.
Ibn-Iûnis, nella lista delle posizioni geografiche (p. 4) segna le
seguenti:
Sicilia (forse a Palermo) long. 39° lat. 39°
Tunis 29° 33°
Kairewân 31° 31° 40′
Tripoli d'Affrica 40° 40′ 33°
[1196] _Mo'gem_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 115 del testo dove
si dà allo Stretto il nome di Faro.
[1197] Op. cit., p. 114.
[1198] Ibn-Haukal, op. cit., p. 119, il qual passo si trova soltanto nel
_Mo'gem_. Ibn-Haukal non conoscea forse le carte greche rifatte dagli
Arabi dopo Mamûn, poichè l'opera geografica ch'egli aumentò e corresse
con le proprie osservazioni era quella d'Istakhri; della quale abbiamo
il MS. pubblicato in _fac-simile_ dal Dottor Moëller col titolo di
_Liber Climatum_, Gothæ, 1839, in 4º. Quivi, a p. 39, si trova il
disegno più primitivo che si possa immaginare del Mediterraneo: lo
spaccato di un orciolo, nel quale il collo affigura lo stretto di
Gibilterra e la pancia è piena di tre palle che rappresentano la
Sicilia, Creta e Cipro. Il circolo della Sicilia s'avvicina alla curva
che significa la costiera d'Affrica, ad un punto ove è scritto
“Tabarca.” Questa figura ridotta alla metà, si ritrova anche
nell'Atlante della _Géographie au moyen-âge_, del dotto Lelewel, tavola
terza. Un'altra figura vieppiù strana, a p. 25 dell'edizione di Gotha,
spinge la Sicilia a levante verso Tripoli.
[1199] _Journal Asiatique_, IV^e serie, tomo V (1845), p. 91, e
_Archivio Storico Italiano_, App. XVI, p. 21.
[1200] Squarcio riferito da Ibn-Scebbât, il cui testo si vegga nella
_Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 210.
[1201] _Mo'gem_, op. cit., p. 114.
[1202] Op. cit., p. 115. La _merhela_, “cavalcata” ossia quel tratto di
strada che si percorre d'un fiato, è misura itineraria degli Arabi, un
po' vaga, e diversa secondo i luoghi. Edrisi nella descrizione
dell'isola, _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 48 del testo, ragiona la
_merhela_ leggiera a diciotto miglia in circa. Così gli 11 rilievi da
Messina a Trapani secondo il miglio di Sicilia del tempo di Edrisi che
risponde al miglio romano e all'attuale di Sicilia, tornerebbero a 198
miglia. Ma ragionando la _merhela_ a venti miglia, quella misura sarebbe
quasi esatta, poichè gli itinerarii della posta di Sicilia del 1839,
portavano 172 miglia a cavallo da Messina a Palermo per le Marine, e 68
da Palermo a Trapani per via rotabile, ch'è necessariamente più lunga.
Secondo lo stesso Edrisi, la giornata di cammino, diversa dalla
_merhela_, era da 24 a 36 miglia, e in media 30. Il miglio attuale di
Sicilia risponde a 1487 metri; il romano si ragiona 1481 o 1475.
[1203] Catalogo della Bodlejana, nº DLXIV (Marsh. 173), MS. del 1034
dell'egira (1624-5). La voce che traduco “Ausiliare” significa
propriamente “Colui che rende prospero un successo.” La voce “acciacchi”
è trascritta, non che tradotta. Il testo ha il plurale di _Sciakwa_, con
l'articolo _as-sciakwa_, donde parmi derivato _acciacco_.
[1204] Trascrivo anche questa voce. _Takwîm_, in arabo vuol dire
designazione di prezzo, annotazione precisa e indi libretto di appunti.
Questo MS. anche moderno, ma senza data, è segnato nella Biblioteca
Parigina, Ancien Fonds, 1027. Di certo s'è perduto nella nuova legatura,
una trentina d'anni fa, il titolo che si legge nel catalogo stampato e
in un foglio di mano del maronita Ascari: “_Takwîm al Adouiat al
Mofredat._” Il nome dell'autore è scritto diverso da quello di Oxford:
_Ibrahim-ben-abi-Said-al-Magrebi-al-Olaij_; ma forse portava Ibn-Ibrahim
e Sikilli in vece di Olaij, come lesse Ascari.
Del rimanente non solo i due MSS. sono identici al modo di prima e
seconda edizione corretta, ma la seconda edizione corse anche sotto il
titolo di “Ausiliare pei medicamenti semplici,” poichè Hagi-Khalfa,
edizione Flüegel, tomo IV, p. 182, nº 13, 145, dà appunto questo ad
un'opera di cui ignorava l'autore, la quale comincia con le stesse
parole del MS. di Parigi. Il principio dell'introduzione con le varianti
dei due MSS. si legge nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 694, seg., del
testo.
[1205] _Abbicci_ o meglio il greco α, β, γ, δ, che era l'ordine antico
degli Arabi, e in fatti presero da quello le notazioni numerali in
lettere.
[1206] Ecco le rubriche delle colonne verticali nel MS. di Parigi. — 1.
Nome del medicamento. — 2. Qualità (se vegetabile ec.). — 3. Specie
diverse. — 4. Quale specie sia da scegliere. — 5. Natura (se caldo,
freddo, secco ec.). — 6. Forza. — 7. Indicazione nelle malattie del
capo. — 8. Id. degli organi respiratorii. — 9. Id. degli organi
digestivi. — 10. Id. generali del corpo. — 11. Modo di adoperare il
medicamento. — 12. Dosi. — 13. Effetti nocivi. — 14. Come ripararvi. —
15. Surrogati. — 16. Numero progressivo. — Le colonne 7, 8, 9, 10, sono
molto più larghe che le altre. Nel MS. di Parigi le sedici colonne
prendono ambe le facciate del libro aperto e v'ha cinque semplici, ossia
cinque divisioni orizzontali, in ciascuna. Il MS., che finisce al fog.
122 recto, ha l'ultima pagina in bianco, sì che vi manca la conchiusione
e forse alcuno degli ultimi articoli.
[1207] Si vegga la bellissima edizione d'Avicenna fatta a Roma il 1593,
coi caratteri Medicei, p. 124, segg. Avicenna dà 800 semplici, Abu-Sa'îd
545. Entrambi li pongono nell'ordine alfabetico dell'_Abuged_; ma
l'ordine secondario in ciascuna lettera iniziale è diverso. Del resto
Avicenna compose questo capitolo in tavole, come Abu-Sa'îd, ancorchè
nella edizione romana, per guadagnare spazio, i cenni ch'erano in
colonne sian messi in continuazione.
[1208] MS. della Biblioteca pubblica di Leyde, dell'anno 899 dell'egira,
(1493), nº 41, segnato nel Catalogo del 1716, nº 727, p. 440. Il titolo
in arabico che leggiamo nel catalogo non si trova più nel MS. Io l'ho
pubblicato con la introduzione e la tavola dei capitoli nella
_Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 697 del testo.
Ecco la tavola dei capitoli: 1. Medicamenti semplici giovevoli contro la
cefalgia; 2.... contro le malattie degli occhi; 3.... degli orecchi;
4.... del naso; 5.... della bocca; 6.... della gola e del collo; 7....
del fegato e dello stomaco; 8.... degli intestini e purgativi; 9.... del
sedere e tumori che vi nascono; 10.... delle reni; 11.... della vescica;
12.... degli organi maschili; 13.... della matrice; 14.... delle
articolazioni; 15.... ferite; 16.... tumori e pustole (_buthûr_, donde i
_butteri_ del vaiolo); 17.... malattie polmonari; 18.... Febbri e
mal'aria; 19.... Veleni e morsicature di animali; 20.... Sostanze
proficue alla sanità generale della persona.
[1209] Hagi-Khalfa, _Dizionario Bibliografico_, edizione di Flüegel,
tomo V, p. 75, nº 10,057.
[1210] Il mecenate ricordato da Hagi-Khalfa non si trova tra i principi
d'Affrica nè di Spagna; ma quel soprannome e quel nome proprio,
spesseggiavano nella dinastia hafsita di Tunis che surse in principio
del XIII secolo. Si potrebbe dunque supporre uom di quella famiglia che
non avesse regnato nè lasciato memoria di sè negli annali politici.
[1211] Imâd-ed-dîn, _Kharîda_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 589,
del testo. Questa notizia trovandosi nell'Antologia d'Ibn-Kattâ', il
poeta fu anteriore al principio del XII secolo.
[1212] Soiuti, _Tabakât-el-Loghewîn_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_,
testo, p. 674. Almanzor tenne l'oficio di primo ministro o piuttosto lo
scettro della Spagna dal 976 al 1001.
[1213] Ognun sa che molte consonanti non si distinguono altrimenti che
pei punti messivi sopra o sotto; e che la scrittura monumentale chiamata
Cufica non ha punti, il che la rende spesso sì incerta. Ma il carattere
_neskhi_ punteggiato si usò fin dal primo secolo dell'egira, com'or lo
provano varii monumenti; nè par che negli esemplari del Corano sia
caduto mai equivoco su le consonanti.
[1214] Questi si accennano con vocali e anche consonanti. Ma molte
consonanti prescritte dalle forme grammaticali non si notavano allora,
come il provano gli antichi esemplari del Corano. Si veggano i lavori di
M. De Sacy, _Notices et Extraits des MSS._, tomo VIII, p. 290 segg., 355
seg., e tomo IX, p. 76, seg. La lista delle lezioni arcaiche o erronee
che voglian dirsi, delle copie primitive del Corano, è molto più lunga,
come si vede nei frammenti su Pergamena che possiede la Biblioteca di
Parigi, Suppl. Arabe.
[1215] Si riscontrino: Imâd-ed-dîn, _Kharîda_, squarcio tolto da
Ibn-Kattâ', nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 598; Dsehebi,
_Anbâ-en-Nohâr_, op. cit., p. 645, ed Hagi-Khalfa, edizione di Flüegel,
tomo II, p, 209, nº 2472, tomo VI, p. 36, nº 12,632, e p. 70, nº 12,752.
Il nome è dato diversamente, ma si vede l'identità della persona.
Nella _Kharîda_ troviamo dodici versi di questo autore. I primi quattro
son cavati da una elegia d'ignoto argomento; se non che vi leggiamo:
“Ed entra (_il nemico o l'esercito_ ec.) in un deserto che ha abitatori:
entra come il mare; se non che gli manca l'onda amara.
“Vedresti lor lettighe da camelo piene di nemici che portan via la
preda, navigar quasi galee su le teste degli abitatori.” MS. di Parigi,
Ancien Fonds, 1375, fog. 49, v. 7, e del British Museum, fog. 37, v. 7.
[1216] “Le gitto uno sguardo furtivo, temendo per lei gli appuntatori e
le spie.
“E vorrei lamentarmi seco di questo immenso affetto, ma non oso; tanto è
il mio pudore!
“Quantunque ella sembri avara dell'amor suo, tutto io le dono il mio e
la candida amistà.
“E nasconderolle, quand'anco ne dovessi morire, l'incendio di dolore che
m'ha messo (_in seno_).” MSS. cit.
[1217] “Non domandar agli uomini del secolo che operino secondo
giustizia: da ciò li scusano i costumi del secolo e degli uomini.
“E se vuoi che duri l'amistà col tuo compagno, studiati a chiudere gli
occhi su quel ch'ei fa.” MSS. cit.
[1218] _'Irâb_, è la dottrina delle mutazioni grammaticali dei vocaboli,
astrazion fatta della sintassi che si chiama _Nakw_.
[1219] Si confrontino: Soiuti, _Tabakât-el-Loghewîn_ nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, testo, p. 673, 674; Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo
I, p. 356, nº 926, e IV, p. 284, nº 8398; e Ibn-Khallikân, edizione del
Wüstenfeld. Avvertasi che Ibn-Besckowâl, secondo il MS, della _Société
Asiatique_ di Parigi, il solo che io abbia potuto consultare, nol dice
di Saragozza, ma soltanto spagnuolo; nè fa menzione dell'origine di
Medina. Potrebbero esser dunque due Ismail-ibn-Khelef, l'uno spagnuolo e
l'altro siciliano.
[1220] Così la chiamano gli Europei. Si pronunzierebbe più correttamente
_Amr_.
[1221] Si confrontino: Dsehebi, _Anbâ-en-Nohâ_ nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, testo, p. 647, e Soiuti, _Tabakât-el-Loghewîn_, op. cit.,
p. 676. Ho corretto secondo Soiuti il nome che in Dsehebi si legge
Omar-ibn-Ali ec. Argomento l'età da quella del suo maestro Ibh-Fehhâm,
lodato di sopra, e del celebre tradizionista Silefi, morto il 1180, il
quale al dir di Dsehebi conobbe Omar-ibn-Ali al Cairo Vecchio.
[1222] Casiri, _Bibliotheca Arabico-Hispana_, tomo I, p. 501, trascritto
dal Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 237. Ma Casiri non dà in arabico
nè il nome dell'autore, nè il titolo del libro. Dice il primo oriundo
siciliano e nato a Ceuta, avendo letto al certo _Sikilli_ e _Sibti_; che
potrebbe significare “Siciliano stanziato a Centa” o al rovescio. Duolmi
che le difficoltà dell'Escuriale e le mie, mi abbian tolto di andare a
studiar questo Manoscritto, come ho fatto di tutte le altre opere
d'Arabi siciliani.
[1223] Op. cit., p. 644.
[1224] Imâd-ed-din, _Kharîda_, estratti dalla _Dorra_ d'Ibn-Kattâ',
nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 597 e 592. Del primo abbiam due
versi tolti da un'elegia ed un epigramma in altri due versi; del secondo
due soli versi; ed altrettanti del terzo.
Ecco l'epigramma di 'Atîk, nella _Kharîda_, MS. di Parigi, fog. 46
verso, e del British Museum, f. 35 verso.
“Non temer (_il soggiorno_) di un poderetto presso picciol paese; chè là
dove si respira, si mangerà.”
“Iddio scompartisce il nutrimento a tutte le creature, e il tribolarsene
è da stolto.”
[1225] Ibn-Besckowâl, op. cit. all'articolo: Khelef-ibn-Ibrahim-
ibn-Khelef, soprannominato Ibn-Hassâr, il quale nacque il 427 e
morì il 511 (1036-1117).
[1226] Ancorchè le due sorgenti della sua biografia lo chiamino entrambe
Sikilli, pure Imâd-ed-dîn lo mette tra i poeti dell'Africa propria,
senza spiegare il perchè.
[1227] Si riscontrino: Imâd-ed-dîn, _Kharida_, estratto della _Dorra_
d'Ibn-Kattà', nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 604 del testo, e
Dsehebi, _Anbâ-en-Nohâ_, op. cit., p. 647. Il primo dà il nome di
Mohammed Ibn-Abi-Bekr, il secondo di Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Abd-Allah; ma
la supposta causa della morte, raccontata da entrambi con poco divario,
non lascia dubbio su l'identità della persona. I versi, che son sette,
si leggono nella _Kharîda_. Il misero pazzo dice che versava a un tempo
lagrime e sangue; e finisce così:
“Oh! sventura, amici miei, fui ferito; e non v'accorgeste che mi fiedean
le spade di due pupille.”
“Il fegato mi si è versato nel petto. E fino a quando vedrò alternar la
mattina e la sera, cruciato sempre dall'amore?” MS. di Parigi, fog. 133
recto, e del British Museum, fog. 100 recto.
[1228] Si vegga la pregevole monografia malekita di M. Vincent,
intitolata _Études sur la loi musulmane_, Paris, 1842, in 8º.
[1229] _Mo'gem-el-Boldân_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p.
123, ed Aggiunte a p. 40 della Introduzione. Iakût, non so su qual
fondamento, vuol che il nome “Calabria” si legga in arabico _Killawria_.
[1230] Makrizi, _Mokaffa'_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p.
663, il quale non porta data; ma ce l'additano i nomi di Gioneid e Nûri,
ricordati da Giami nelle Vite dei Sufiti. Abu-l-Kasim-Gioneid da Bagdad,
tenuto in suo tempo il primo veggente o visionario dell'Irâk, sagace al
certo e sentenzioso, morì il 297, 298 o 299 (909-911); ed
Abu-Hosein-Ahmed-ibn-Mohammed-Nûri, che si credea secondo solo a
Gioneid, era trapassato pochi anni innanzi. Si vegga la biografia di
Gioneid, tradotta dal persiano di Giami per M. De Sacy, _Notices et
Extraits des MSS._, tomo XII, p. 426 a 429 con le note corrispondenti.
[1231] Par desso l'Abu-Bekr Sikilli che Giami pone in lista, op. cit. p.
409. D'altronde Makrizi nel cenno biografico non dimenticò
l'appellazione di Sufita.
[1232] Perchè Makrizi lo chiama Misri e Sikilli. Non è mica probabile
ch'ei fosse nato in Egitto e venuto in Sicilia.
[1233] Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo IV, p. 474, nº 9271.
[1234] Ibn-Besckowâl, op. cit., al nome: Derrâg. L'età si scorge da
quella d'un suo maestro in Spagna, per nome Abu-Gia'far-Ibn-'Awn-Allah,
che andò in pellegrinaggio il 342 (953).
[1235] Ibn-Besckowâl, op. cit. a questo nome. Un discepolo di Râik, per
nome Sa'Id-ibn-Iûsuf da Calatayud, morì il 395 (1004).
[1236] Imâd-ed-dîn, _Kharîda_, estratto dalla _Dorra_ d'Ibn-Kattâ nella
_Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 595. Il titol di emiro si diè per
cortesia a tutti i rampolli di famiglie principesche. Mi par bene
tradurre tutti i versi che abbiamo di lui, alle allusioni dei quali non
troviamo riscontro nelle croniche; ma vanno naturalmente tra
l'abdicazione di Iusûf, 998, e la caduta della dinastia.
“Ella mi dicea: Ho visto uomini prodi, ma nessuna (_spada_) del Iemen
agguagliò mai la tua.
“Uso tanto ai tumulti della plebe, che ormai ti credi invulnerabile a
lor sassi.
“Ma fino a quando affronterai temerario i fati, offrirai il petto alle
lance?
“Ed io le risposi: Di tutto ho sentito parlare fin qui, fuorchè d'un
Kelbita vigliacco.”
E scrisse ad un suo cugino questo rimbrotto:
“Ti credei spada ch'io sguainassi contro il nemico, non che volgessila
contro me medesimo.
“Mi affaticai ad innalzarti ed onorarti; ed eccomi alfine sgarato
(_chiuso_) in un carcere, non lungi dalle tue stanze.”
[1237] Homaidi, _Geswat-el-Moktabis_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_,
testo, p. 578. L'autore, che nacque il 1029 e morì il 1097, trascrive
due versi di Ahmed-ibn-Abi-Mokâ ch'eran passati per la bocca di
Abbas-ibn-Amr nel seguente modo: 1 Abu-Mohammed-Ali; 2 il cadi
Ibn-Soffâr; 3 Abbas-ibn-Amr; 4 Thâbit da Saragozza, ec. Però il
soggiorno di quel Siciliano in Spagna par si debba riferire ai primi
trent'anni del secolo.
[1238] Ibn-Besckowâl, _Silet_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo,
p. 578. Le cagioni che lo avessero distolto dal tornare in Sicilia e dal
rimanere in Granata, non son dette dal biografo ma supposte da me.
[1239] Makrizi dà il nome d'Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Mosallim,
(secondo, altri, aggiugne, Moslim) ibn-Mohammed, Koreiscita. Degli altri
scrittori che facciano parola di lui, Hagi-Khalfa segue il nome dato da
Ibn-Khallikân, Soiuti quel che ai trova in Makrizi, i rimanenti lo
chiamano Mazari, o Abu-Abd-Allah-Mohammed-Mazari.
[1240] Il testo d'Ibn-Khallikan dice “la memoria delle tradizioni e il
_Kelâm_, sopra quelle.” _Kelâm_, come abbiam notato altrove, era la
“scolastica” il metodo delle scuole teologiche. Però mi sono discostato
dalla versione di M. De Slane “the Manner in which be lectured on that
subject.”
[1241] Qui anche mi è parso che la voce “dottrine” renda il testo
_fewâid_, più precisamente che la versione litterale inglese “good
passages.” Di quest'opera fan parola Ibn-Khallikân, e Makrizi; e la nota
Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo II, p. 545, nº 3908.
[1242] Ibn-Khallikân e Makrizi, il quale la dice positivamente di
subietto teologico.
[1243] Makrizi.
[1244] Iakût, nel _Moseterik_, edizione di Wüstenfeld all'articolo:
“Mazara.”
[1245] Appendice anonima ad Hagi-Khalfa, nella edizione di Flüegel, tomo
VI, p. 650, nº 93.
[1246] _Adab_, dicono gli Arabi in una parola. _L'Encyclopédie des Gens
du monde_, sarebbe appo loro un'opera di _Adab_, la qual voce racchiude
la buona educazione.
[1247] Ibn-Khallikân lo dice _Motefennin_, ossia dotto in varii rami di
sapere; il furioso teologo Ibn-Mo'allim, MS. di Parigi, Suppl. Arabe,
200, fog. 100 verso, aggiugne: “e primeggiò nella scienza del detto e
dello speculato.”
[1248] Kharesci, _Comento_ al Compendio di Khalîl-ibn-Ishak, Ms. di
Parigi, Sup. Ar. 405. foglio 5 verso. Debbo avvertire che simile
notizia, con poco divario, mi è stata data dall'erudito e svegliato
Soleiman-Kurdi da Tunis, che ho conosciuto a Parigi, il quale ricordava
benissimo il fatto della sepoltura di Mazari a Monastir, cavato, credo
io, da Ibn-Khallikân.
[1249] Kharesci, l. c. Si vegga anche la versione del Khalîl, _Précis de
jurisprudence musulmane_ etc., traduit par M. Perron, tomo I, p. 5, e la
nota del traduttore a pag. 511. Della _Modawwana_ abbiam fatto cenno nel
Libro III, capitolo XI, p. 222 di questo volume.
[1250] Makrizi.
[1251] Makrizi, il quale dà nomi d'un Ahmed-ibn-Ibrahim-Razi, maestro
suo al Cairo vecchio, e di parecchi discepoli ch'ebbe Mazari ad
Alessandria.
[1252] Zerkescl, _Storia degli Almohadi_, nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, testo, p. 522. Argomento la data del soggiorno a Mehdia
da quella che si assegna al passaggio del giovane Ibn-Tûmert in detta
città, cioè la fine del quinto secolo dell'egira. Si veggano
Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo II,
p. 163, e il _Kartâs_, versione del professore Tornberg, intitolata
_Annales Regum Mauritaniæ_, tomo II, p. 150. Ibn-Tûmert comparve più
zelante asci'arita che il suo maestro Mazari; ma il maestro era dotto e
galantuomo; il discepolo spezzava strumenti di musica, sgridava nobili
donne per le strade, architettava miracoli; e suscitò nella schiatta
berbera una delle più importanti rivoluzioni che mai vi fossero
avvenute.
[1253] Ibn-Khallikân dice che alcuni riferissero la morte di Mazari il
18 rebi' primo del 536, altri il lunedì 2 dello stesso mese. Questo
giorno di settimana non va bene secondo i nostri calendarii. Nel conto
civile, rebi' primo di quell'anno cominciò di sabato, e nel conto
astronomico di venerdì; il che s'aggiunga alle tante prove che i
Musulmani nel medio evo contavano i mesi non sul calendario, ma su le
testimonianze legali di chi avesse vista primo la luna nuova.
Il _Baiân_, testo, tomo I, p. 322, dà la morte di Mazari il 536; Makrizi
il 530, Kâresci, l. c., il 536.
[1254] Villaggio ad otto miglia, O. S. O., da Tunis.
[1255] Penisola alla estremità meridionale del Golfo di Hammamet, non
lungi da Mehdia. Sapendosi che Mazari morì in Mehdia, e che il cimitero
di questa città era in _Monastir_, non ho dubbio a leggere così in vece
di _Menasciin_, che nella edizione dei Wüstenfeld si dà come luogo della
sepoltura di questo insigne giurista.
[1256] Si confrontino: Ibn-Khallikân, _Biographical Dictionary_,
versione di M. De Slane, tomo III, p. 4, e testo, tomo I, p. 681, e
nella edizione del Wüstenfeld, fascicolo VII, p. 12, biografia 628;
Makrizi, _Mokaffa'_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 667,
668; Soiuti nel cenno biografico di Abd-el-Kerîm-Iehia-ibn-Othman,
_Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 676; Zerkesci, Hagi-Khalfa ed
Ibn-Mo'allim, ll. cc. Il libro di quest'ultimo, venutomi alle mani dopo
la pubblicazione della _Biblioteca Arabo-Sicula_, fu scritto tra il 701
e 708 dell'egira (1302-1308) a Damasco: una furibonda polemica
asci'arita, nella quale son levati a cielo gli ortodossi e s'invoca la
spada dei principi contro chi differisse d'un pelo dalla loro credenza.
Il titolo dell'opera d'Ibn Mo'allim è _Stella del ben diretto_, e
_lapidazione del traviato_.
Debbo avvertire in ultimo che si potrebbero supporre due scrittori
contemporanei nati a Mazara entrambi e nominati Mohammed; cioè il figlio
di Alì e li figlio di Mosellim; Makrizi non solamente dà al suo Mazari
questo nome patronimico ma anche altro nome di tribù, e lo dice morto di
scia'bân 530 (maggio 1136); le quali particolarità tutte differiscono da
quelle che leggiamo in Ibn-Khallikân e negli altri autori citati.
Makrizi avrebbe dunque confuso il Mazari tradizionista domiciliato in
Alessandria con quello assai più rinomato che morì in Affrica.
[1257] Zerkesci, l. c.
[1258] Si vegga il cap. XI del Lib. III, p. 219, segg.
[1259] Karesci, l. c., il quale aggiugne che secondo altri Ibn-Iûnis
mori allo stesso giorno di rebi' secondo, cioè 20 giorni appresso.
Probabilmente è questi lo _Sceikh Siciliano_ che veggiamo nell'antica
compilazione malekita anonima, intitolata _Sciarh-el-Ahkâm_, MS. di
Parigi, Ancien Fonds, 480, fog. 85 verso; e il _Siciliano_ citato da
Agihûri nell'altro Commentario sopra Khalîl, MS. di Parigi, Suppl.
Arabe, 397, vol. I, fog. 390 recto. Secondo una lista messa a capo delle
glose di Ahmed Zurkani all'opera di Khalîl, MS. di Parigi, Suppl. Arabe,
402, fog. 1 recto, la citazione _Sikilli_ indicava sempre
Mohammed-ibn-Iûnis.
[1260] Si vegga sopra la nota a pag. 478.
[1261] Ibn-Besckowâl, op. cit., nell'articolo di Soleiman-ibn-Iehia.
Costui, tornato a Cordova, vi professava dritto malekita nel 478 (1085).
Credo Abd-el-Hakk discepolo d'Ibn-Iûnis, perchè lo _Sciarh-el-Ahkâm_, dà
su l'autorità sua una sentenza d'Ibn-Iûnis, l. c.
[1262] Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo II, p. 479, nº 3785.
[1263] Makkari, _Analectes sur l'histoire_ ec. _d'Espagne_, testo
arabico, tomo I, p. 917. I _Detti arguti_ son tra le venti opere celebri
che accennò in cinque versi il letterato spagnuolo Ibn-Giâbir, morto in
Aleppo il 780 (1378), delle quali Makkari dà i titoli compiuti.
[1264] Ibn-Besckowâl, op. cit. all'articolo: Thâbit, Sikilli.
[1265] Makrizi, _Mokaffa'_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p.
664. Rebe'i è nome etnico che si riferisce a famiglie di varii ceppi
arabici: Nizâr, Azd, Temîm, Kelb, ec. V'ha nella raccolta del Di
Gregorio, p. 171, la iscrizione sepolcrale d'un Rebe'i, morto il 1026.
[1266] Ibn-Besckowâl, op. cit., al nome d'Ali-ibn-Othmân: Il titolo
dell'opera è _Loma'-fi-Asl-el-Fikh_. Il nome etnico dell'autore forse va
letto “Adserbi” e significherebbe “oriundo dell'Aderbaigiân.” Ali
potrebbe per avventura essere il medesimo di cui rimanea nel Museo di
Daniele l'iscrizione sepolcrale citata nella nota precedente; dove la
voce Rebe'i è preceduta da altre che mancano, fuorchè la sillaba _an_,
ch'è appunto la desinenza del nome patronimico Othmân. In tal supposto,
l'andata in Spagna tornerebbe nei primi venticinque anni dell'XI secolo;
nè parrebbe inverosimile che l'erudito mercatante fosse ito a morire a
Napoli, o Salerno.
[1267] Ibn-Besckowâi, op. cit., a questo nome. Il titolo dell'opera è
_Tebsira-fil-Fikh_; la quale manca in Hagi-Khalfa, al par che la
precedente.
[1268] Makrizi, citato da Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo I, p. 196.
Su l'officio di _mohtesib_, si vegga qui sopra la p. 8, Lib. III, cap.
I.
[1269] _Kharîda_, d'Imâd-ed-dîn, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo,
p. 604. Un giorno il cadi entrando nella stanza del primo ministro
Afdhal, vistogli dinanzi un calamaio d'avorio intarsiato di corallo,
improvvisò:
“Per divina possanza si ammollì il ferro nelle mani di David, sì che il
filò in maglie come gli piacque.
“Ed ecco arrendevole a te il corallo, pietra che l'è, forte e schiva al
tratto.”
Un'altra volta, avendo fatto Afdhal condurre un canale infino al
villaggio di Karâfa presso il Cairo, il cadi che possedea quivi una casa
ed un orto, gli domandò l'acqua per la casa. Il fece in sette versi, nei
quali descrivendo gli alberi intristiti del suo giardino, conchiude
così:
“All'udire il lamento del bindoli (_sul canale, gli alberi_) dicono con
favella d'afflitto innamorato:
“Veggo l'acqua ed ardo di sete, ma ahimè non ho modo di andarvi a bere.”
V'han di lui pochi altri versi erotici.
[1270] Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo IV, p. 398, nº 8978. Ibn-Ge'd
è chiamato _sceikh_, cioè dottore, e _imâm_, cioè principe, onoranza che
già dai capi di scuola scendeva ai dotti di minor nota.
[1271] _Mo'gem_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 114.
[1272] Hagi-Khalfa, edizione di Flüegel, tomo VI, nº 13,437, p. 265.
[1273] Si vegga il cap. XIII di questo Libro, p. 433, nota 6.
[1274] _Mogtehid_, come si è detto altrove, significa “dottore che cava
dall'analogia e dalla ragione novelli assiomi o corollarii dì
giurisprudenza.”
[1275] Così traduco _rekâik_, plurale di _rekîka_, litteralmente
“sottilità.” Il significato tecnico è: “virtù di intelletto, di studio e
di costumi che innalza l'uomo sì che s'avvicini alla divinità.”
[1276] Citato da Iakût, nel _Mo'gem_, articolo _Sementâr_ che si vegga
nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 113, 114. Oltre Ibn-Kattâ',
l'autore del _Mo'gem_ si riferisce ad un Mohibb-ed-dîn-ibn-Niggiâr, che
alla sua volta allegava Abn-Hasan da Gerusalemme.
[1277] _Mo'gem_, l.c.
[1278] “Discordie civili incalzanti; popolo dimentico (_di sè stesso_);
secolo che infierisce sul genere umano:
“Quelle soggiornano in questo a lor agio; nè accennano d'andar via:
coprono (_il mondo_) tutto d'iniquità e d'errore.
“O sconsigliato procacciator di male, seguace d'ogni colpa, che mi dirai
tu?
“Hai venduto la tua casa dell'eternità a vilissimo prezzo, di ben
mondano che svanirà quanto prima.”
Si vegga il testo di Oxford nella _Bibl. Arabo-Sicula_, p. 36 della
Introd.
[1279] _Mo'gem_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 114.
[1280] Il biografo scrive che costui _ietekallam_, cioè litteralmente
“ragionava;” ma il significato proprio è “ragionava secondo la scuola
teologica detta degli Arabi _Kelâm_, che torna quasi alla nostra
teologia scolastica.” Si vegga Renan, _Averroës et l'Averroïsme_, p.
79-80.
[1281] Homaidi aggiugne ch'ei “trattava anche le scienze” (_olûm_): si
deve intendere dunque d'altre scienze che la teologia, e però legge, o
matematiche o filosofia.
[1282] Il breve cenno biografico di costui si legge nel
_Gedswet-el-Moktabis_ di Homaidi, MS. della Bodlejana, estratto, nella
_Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 578. Ibn-Besckowâl, Ms. della Società
Asiatica di Parigi; al nome di Alî-ibn-Hamza, copia il cenno di Homaîdi.
[1283] Si vegga la bella prefazione di M. De Sacy agli estratti delle
Vite de' Sufiti di Giâmi, dei quali diè il testo persiano e la
traduzione francese, aggiungendovi il testo arabico e versione d'un
capitolo dei Prolegomeni d'Ibn-Khaldûn, _Notices et Extraits des MSS._,
tomo XII, p. 287, segg.
Ibn-Khaldûn sembra molto proclive alla dottrina sufita, di che riferisce
l'origine ai compagni di Maometto; e si sforza a spiegare l'estasi
sufita con la doppia sorgente delle percezioni umane dalle sensazioni
esteriori e da disposizioni interne che gli parea non dipendessero da
quelle, come gioia, tristezza ec.
M. De Sacy nota la somiglianza con alcuna setta indiana, e la
probabilità che i Musulmani avessero conosciuta questa in Persia, li
primo che abbia preso nome di Sufita si crede un Abu-Hâscim, verso la
metà del secondo secolo dell'egira ed ottavo dell'èra cristiana; ma la
dottrina si sviluppò più tardi, l'ordine forse nel X secolo, e la
vestizione della _Khirka_ alla fine, com'ei pare, dell'XI. Argomento ciò
dal trattato sufita di Sadr-ed-dîn-Kunewi, morto il 673 (1274), MS. di
Parigi, Ancien Fonds, 426, poichè il mistico mantello era pervenuto a
costui, per una seguenza di nove superiori, da un Mohammed Scîli, dal
quale in su non si ricordava vestizione, ma soltanto “Sodalizio e
insegnamento;” e questo risaliva ad Ali. Giâmi, che visse nel XV secolo,
riferiva la vestizione ad Ali stesso: ed è naturale che con l'andar del
tempo crescessero le imposture della setta.
[1284] Si vegga la p. 480.
[1285] Il titolo del _Dalîl-el-Mokâsidin_ “Guida dei Cercatori” sa di
sufismo; poichè “cercare”, nel gergo della setta, accennava alla
perfezione spirituale, allo spirito divino che si dovea trovare in fondo
dell'anima.
[1286] Si vegga il Lib. III, cap. XI, p. 228 e segg. di questo volume.
[1287] Nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 590 del testo, tolti dalla
_Kharîda_ d'Imâd-ed-dîn, il quale alla sua volta li avea presi da
Ibn-Kattâ'. Questo ibn-Tazî è tra i primi nella raccolta d'Ibn-Kattâ'.
[1288] Abu-Hâmid da Granata, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p.
74; e Pseudo-Wakidi, op. cit., p. 199. Abu-Hâmid si trovò a Bagdad il
1122, come notammo nel Lib. I, cap. IX, p. 85 del primo volume.
[1289] Pag. 477 e 482
[1290] Ibn-Besckowâl, MS. della Società Asiatica di Parigi, al nome:
Musa.
[1291] MS. di Leyde, Nº 366 dell'antico catalogo arabico. Ho pubblicato
la prefazione nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 698, 699.
[1292] Lib. III, cap. XI, p. 229 di questo volume.
[1293] Si vegga il Lib. III, cap. XI, p. 223 di questo volume.
[1294] Soiuti, _Tabakât-el-Loghewîn_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_,
testo, p. 674. Tralascio i nomi dei maestri e discepoli di questo
Hasan-ibn-Ali, ricordati dal biografo.
[1295] Op. cit., nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 678. Il
biografo dice senz'altro il _Mobtedâ_.
[1296] Quest'opera si trova ad Oxford, nei MSS. arabici, nº DCCCXLI.
Catalogo, tomo I, p. 182. Si vegga anche D'Herbelot, _Bibliothèque
Orientale_, all'articolo _Mobteda_.
[1297] Si vegga la citazione a p. 472.
[1298] Si confrontino: ibn-Khallikân, versione inglese di M. De Slane,
tomo I, p. 632; Dsehebi, _Anbâ-en-Nohâ_; Sefedi, _Wafi-fil-Wefîât_; e
Soiuti, _Tabakât-el-Loghewîn_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo,
pagine 644, 659, 675.
[1299] Si confrontino: Dsehebi, _Anbâ-en-Nohâ_, e Soiuti, op. cit.,
nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 648, 678. Il secondo lo
chiama Ibn-Debbâgh (il figlio del Conciatore). Ibn-Kattâ, citato da
Soiuti, dice che “costui osservava con molta cura i libri degli antichi,
e indagava ogni più riposta notizia degli scrittori.”
[1300] Si vegga la p. 475, nota 3.
[1301] Si vegga la citazione a p. 477.
[1302] Soiuti, _Tabakât-el-Loghewîn_, nella biografia di Omar-ibn-Ieîsc
da Susa, _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 678. Omar, che fu
discepolo del Siciliano, dava a sua volta lezioni nel 498 (1104); la
qual data mi serve di guida. V'ebbe in Oriente al medesimo tempo un
poeta siciliano dello stesso nome, del quale diremo innanzi.
[1303] Dsehebi, _Anbâ-en-Nohâ_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo,
p. 646. Potrebbe essere lo stesso che il Segretario Ibn-Kûni, che ebbe
il medesimo nome, soprannome e nome patronimico. Si vegga la p. 464.
[1304] Lascio indeterminato il male che gli abbian fatto. Il testo dice:
“Gridarono contro di lui, e indi non prosperò.”
[1305] Il primo, perchè il padre e il figlio di Sem'âni, entrambi
scrittori conosciuti, soggiornavano in Mêrw. Si vegga Reinaud,
Introduzione alla _Géographie d'Aboulfeda_, p. CX; e d'Herbelot,
_Bibliothèque Orientale_, all'articolo: Samaani. Suppongo la cattedra di
teologia, perchè Soiuti in progresso del racconto usa la voce _Kelâm_.
[1306] Cioè: “di Ponente:” Africa, Sicilia e Spagna.
[1307] Soiuti, _Tabakât-el-Loghewîn_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_,
testo, p. 673.
[1308] _Rûmi_.
[1309] Ibn-Khallikân e Dsehebi, i quali aggiungono che altri il dicea
nato a Mehdia. Fu nominato anche Azdi, dalla tribù di Azd, dalla quale
nasceva il padrone del padre divenuto dopo l'affrancamento patrono della
famiglia; ed anche Kairewâni dalla città dove fece soggiorno.
[1310] Ibn-Abbâr, _Hollet-es-siarâ_, MS. della Società Asiatica di
Parigi, fog. 108 verso.
[1311] _Diwân_ di Bellanobi, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p.
681. Ecco i due versi d'Ibn-Rescîk, scritti probabilmente in Sicilia,
che attestano questo fatto e insieme l'orgoglio dei liberti delle corti
musulmane.
“Segretario io già fui dell'esercito dell'emir; e condussi le faccende
(_pubbliche_) dirittamente:
“Non tenni bottega, no, in un mercato d'arti, il cui nome conviene alla
(_viltà della_) cosa.”
Qui si scherza sulle voci _sûk_ “mercato e plebe” e _Mihâl_ “arte ed
astuzia.”
[1312] Scehab-ed-dîn-Omari, dà quest'aneddoto in tre o quattro pagine,
notando ch'ei l'abbrevia dal testo d'Ibn-Bassâm. Io l'ho pubblicato
nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 651, 652, stralciandone molte
lamentazioni erotiche, se tali possan dirsi, in prosa e in verso.
Ibn-Seffâr autore del racconto afferma che in realità non c'era stato
nulla di male: e ciò scolpi non Ibn-Rescîk, ma l'opinione pubblica che
condannava, come ognun vede, quelle sozzure.
[1313] Ibn-Khallikân e Scehâb-ed-dîn-Omari. La data ch'essi non notano
si legge in Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De
Slane, tomo II, p. 21, 22, e più precisamente in Ibn-el-Athîr, MS. C,
tomo V, fog. 81 verso, e seg., sotto l'anno 442; il quale pone in
ramadhan 449 (novembre 1057), il saccheggio di Kairewân, che seguì poco
dopo la partenza di Moezz.
[1314] Ibn-Bassâm, squarcio inserito da Scehâb-ed-dîn-Omari nel
_Mesâlik-el-Absâr_, _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 650, 651. Il
testo ch'è in prosa rimata, gonfio e voto, dice: “Non andò guari che
venne un'armata di Rûm, ed all'alba il mare apparve tutto colline
minaccianti estremi fati e poggi carichi di morte repentina ec.;” ma non
aggiugne il successo dell'impresa, nè dice appunto la nazione che avea
messo a galla le terribili colline. I Bizantini da tanto tempo non
comparivano nel bacino occidentale del Mediterraneo. All'incontro i
Pisani il 1034 aveano assalito Bona e Cartagine, e nella seconda metà
del secolo osteggiarono Palermo; poi Mehdia insieme coi Genovesi ec.
[1315] Imad-ed-dîn, _Kharîda_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p.
591. Il nome dell'uno è: Abu-Hasan-Ali-ibn-Ibrahîm-ibn-Waddâni, e
dell'altro Abu-Adb-Allah-Mohammed-ibn-Ali-ibn-Sebbâgh, il Segretario. I
tre versi si leggono nel MS. di Parigi, fog. 35 recto; e sembrano
scritti dal Maggi o dallo Zappi.
[1316] Ibn-Bassâm, op. cit., p. 651.
[1317] Si confrontino: Ibn-Khallikân, _Dizionario Biografico_, versione
inglese di M. De Slane, tomo I, p. 384; Dsehebid, _Anbâ-en-Nohâ_, nella
_Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 644; Scehâb-ed-dîn-Omari, op. cit.,
p. 649 a 653. I due primi riferiscono come meno autorevoli altre
tradizioni che recavano la morte d'Ibn-Rescîk nel 450 o nel 456. Si
vegga anche il _Baiân_, edizione del Dozy, testo, vol. I, p. 307.
Abbad-ibn-Mohammed soprannominato Mo'tadhed-billah, regnò dal 433 al 461
(1041-1069).
[1318] Si vegga sopra a p. 490.
[1319] _Le Pagliucce d'oro_, Ibn-Khallikan ed Hagi-Khalfa, op. cit.,
tomo IV, p. 509, nº 9394, ed i “_Neologismi_;” Ibn-Kallikan, l. c.
[1320] Il _Tipo_, Hagi-Khalfa, op. cit., tomo I, p. 468, nº 1302. È
citato anche da Ibn-Kallikân, nella detta biografia, e in un altro luogo
relativo all'aneddoto dell'emiro kelbita Iusuf raccontato da noi nel
cap. VII di questo Libro, p. 333 del volume. Si vegga anche Makkari,
_Analectes de l'histoire d'Espagne_, testo arabico, tomo I, p. 904, e il
_Mesâlik-el-Absâr_, MS. di Parigi, fog. 77 recto.
[1321] _La bilancia delle geste_, Hagi-Khalfa, op. cit., tomo VI, p.
285, Nº 13,497.
[1322] Hagi-Khalfa, _Dizionario Bibliografico_, edizione di Flüegel,
tomo II, p. 142, Nº 2285.
[1323] Spesso occorrono versi d'Ibn-Rescîk nelle antologie, biografie
ec. Molti se ne trovano nel _Diwân_ di Bellanobi, che sembrano raccolti
in Sicilia, come diremo trattando di quel poeta. E quivi ho letto i
versi d'Ibn-Rescîk, ai quali alludo, nei quali le parole sono brutte
quanto l'argomento.
[1324] Di quest'opera, che citano Ibn-Khallikân, ibid., ed Hagi-Khalfa,
edizione Flüegel, tomo IV, p. 263, nº 8338, abbiamo due MSS. in Europa,
l'uno a Leyde (22 Golius, catalogo del Dozy, tomo I, p. 121, nº
CCXXXVII), e l'altro al British Museum, (nº 9661, Catalogo CCXXXIX E).
Io ho percorso il MS. di Londra. In principio, chè non notai il numero
del foglio, Ibn-Rescîk dice che la ragione poetica dei Iunân (Greci
antichi), era fondata tutta “su gli obbietti morali o fisici; poichè i
Greci non pensarono mai a ciò che fa il principale vanto dei poeti
arabi;” con che vuol significare gli scherzi di parole, gli enigmi, le
tumide metafore ec. Non ho tradotto letteralmente, perchè non son certo
della lezione di alcune voci. Il MS., in parte è di moderna e pessima
scrittura africana, e in parte di buon neskbi del 644 dell'egira.
[1325] Hagi-Khalfa, l. c.
[1326] Questi due versi sono dati da Ibn-Scebbât, a proposito della
supposta etimologia della voce _Sicilia_, e da Soiuti, nella biografia
del Siciliano Ibn-Abd-el-Berr, _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 212 e 672.
“Sorella di 'Adîna in un nome del quale non partecipò altro paese (_del
mondo_), e cerca (se ne trovi),
“Nome cui Dio illustrò, accennandovi in forma di giuramento; — segui
(_dunque o principe_) gli avvisi dei dotti; e, se nol vuoi, va pure a
tentoni.”
Soiuti aggiugne che le parole “cui Dio illustrò ec.” si riferiscano a
quel verso del Corano (Sura XCV, vers. I), “(_Giuro_) per l'olivo e pel
fico” deve, al dir di alcuni comentatori, quei due alberi sono nominati
per eccellenza tra tutti i vegetabili; e secondo altri il primo allude a
Gerusalemme, e il secondo a Damasco.
Quanto a 'Adîna, parmi si debba intendere Atene. Egli è vero che gli
eruditi arabi sogliono scrivere altrimenti questo nome; egli è vero che
la prima lettera del nostro testo, cioè l'_ain_, sia esclusivamente
semitica e non soglia adoperarsi dagli Arabi nelle voci straniere. Ma la
geografia arabica non offre altro nome che soddisfaccia al caso; ed
Atene vi si adatta appuntino: nome dato ad onore di Minerva che recò
l'olivo, onde quest'albero, in greco, si dice anco Αθηναις.
Debbo qui avvertire che nel tradurre î due versi ho seguito la felice
interpretazione del professore Fleischer e la correzione sua al testo
della _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 212. Non così la lezione “Medina”
ch'egli propone in vece di 'Adîna; parendomi che le condizioni supposte
dal poeta non convengano punto all'antica _Jathrib_, poi detta
_Medinet-en-Nebi_, ossia la città del Profeta.
[1327] _Græce Sîcalea quod latine est ficum el olivam_, leggesi
nell'_Anonymi Chronicon Siculum_, presso Di Gregorio, _Biblioteca
Aragonese_, tomo II, p. 121, e in Bartolomeo de Neocastro, op. cit., l,
115. Questa etimologia di Σικελία da συκῆ ed ἐλαία, non si trova negli
scrittori greci nè anco dei bassi tempi. Mostra grande ignoranza non
solo della storia ma anche della lingua confondendo il ι e l'υ l'ή e
l'ε, come l'orecchio le rendea simili a chi non le avesse mai lette nei
libri. E però si può supporre trovato dei liberti siciliani che
sapessero dall'infanzia il greco volgare e non avessero studiato
profondamente altra letteratura che l'arabica.
[1328] Si confrontino: Ibn-Scebbat, di Dsehebi e Soiuti, nella
_Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 212, 648, e 671, 672. L'ultimo cita a
proposito della detta etimologia un passo di Ibn-abd-el-Berr, non
sappiamo di quale opera, trascritto da Ibn-Dehia, autore spagnuolo
(1153-1235) nelle storie del poeti Maghrebini intitolata il _Matreb_. Il
primo dà l'etimologia sul _Tethkîf-el-lisân_, opera d'Ibn-Kattâ', che
naturalmente l'avea tolta dal maestro Ibn-Abd el-Berr. Il nome
d'Ibn-Menkût, data dal solo Dsehebi, è scritto Medkûd; su di che si
vegga il cap. XII di questo Libro, p. 420 del volume.
[1329] Si vegga il Lib. III, cap. XI, e il cap. XIII di questo Libro, p.
219 e 439 del volume.
[1330] La voce _Kattâ'_, che non è nei dizionarii, si trova nella
continuazione di Bekri, ove significa i picconieri di zolfo in Sicilia;
squarcio dato da Ibn-Scebbât, _Biblioteca Araba-Sicula_, p. 210. L'ho
trovata anche col significato di “tagliator di pietra” in una leggenda
cristiana, MS. arabo di Parigi, Ancien Fonds, 66, fog. 175 recto.
Ibn-Khallikân, comincia la vita di Ali-ibn-Gia'far Ibn-Kattâ' con una
genealogia che si rannoda a quella degli Aghlabiti, risalendo fino ai
primi progenitori della tribù di Temîm. Egli dice averia scritta così
nella bozza del suo dizionario biografico senza sovvenirgli onde fosse
tolta; ma aver sotto gli occhi altro albero di parentela di propria mano
d'Ibn-Kattâ' nel quale non entrano punto gli Aghlabiti.
Noi ci appigliamo, com'è naturale, a questo, che porta:
Abu-l-Kasem-Ali-ibn-Gia'far-ibn-Ali-ibn-Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Hosein,
Sciantareni, Sa'di; onde si vede che corsero quattro generazioni tra
l'emigrato di Santarem, e il nato in Sicilia il 1041. Si corregga
conforme a ciò la notizia data nella Introduzione, vol. I, p. XXXVII. nº
I.
[1331] Dsehebi, _Anbâ-en-Nokâ_ nella _Biblioteca Arabo Sicula_, testo,
p. 643.
[1332] _Kasr-Sa'd._ Si vegga il viaggio d'Ibn-Giobaîr, nel _Journal
Asiatique_, serie IV, tomo VII (1846), p. 42. La conghiettura è fondata
su l'identità di nome della tribù e del villaggio. D'altronde Ibn-Kattâ'
essendo detto meramente Sikilli era cittadino della capitale.
[1333] Si confrontino: Imad-ed-dîn, Ibn-Khallikân, Dsehebi e Soiuti.
[1334] Lo Dsehebi, nella vita di Nasrûn-ibn-Fotûh-ibn-Hosein Kherezi, e
'l Soiuti in quella d'Isma'il-ibn-Ali-ibn-Miksciar, _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 618 e 674, notano di quei due grammatici che fossero
stati _compagni_ d'Ibn-Kattâ'; e del secondo si dice essere divenuto
celebre la mercè del letterato siciliano. Soiuti nelle biografie di
Ased-ibn-Ali-ibn-Mo'mir, Hoseini, lo ricorda discepolo in tradizione
d'Ibn-Kattâ'; e lo stesso in quella di Ali-ibn-Abd-el-Gebbâr-ibn-Abdûn,
gran filologo e tradizionista, _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 673, 677.
[1335] Soluti, l. c. Ogni libro si leggea in pubblica scuola con licenza
scritta dall'autore o di chi il tenesse da lui; e così successivamente.
Or i letterati d'Egitto, a proposito del Dizionario di Gewhari,
spacciarono che Ibn-Kattâ', vedendolo mal noto e molto desiderato nel
paese, avesse fabbricato la serie della licenza: onde le sentenziarono
nom di coscienza “troppo sciolta” in questa materia. Così Soiuti; il che
spiega quell'accusa di “troppa scioltezza nel riferire” che leggiamo più
vagamente in Ibn-Khalikân. Il Dizionario di Gewhari era stato pubblicato
a Nisapûr in Khorasân il 390 (1000), e l'autore morto il 393 o 398.
[1336] La biografia di Ali-ibn-Kattâ' è data da: Ibn-Khallikân,
_Dizionario biografico_, versione inglese di M. De Slane, tomo II, p.
265, 266; Dsehebi, _Anbâ-en-Nohâ_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p.
646; Soluti, _Tabakât-el-Loghewîn_, op. cit., p. 676. Imad-ed-dîn, nella
_Kharîda_, op. cit., p. 589, ne fa anche un breve cenno, aggiugnendo
aver conosciuto in Egitto chi lo avea veduto vivente; e aver trovato una
tavoletta scritta da lui il 509. Si vegga anche Abulfeda, Annales
Moslemici, anno 515, tomo III, p. 462.
[1337] Soluti, op. cit., p. 677.
[1338] Hagi-Khalfa, _Dizionario Bibliografico_, edizione Flüegel, tomo
II, p, 135, nº 2243; e Soluti, op. cit., nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, testo, p. 677. L'autografo par che fosse venuto alle mani
di Iakût. Si vegga la _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 115.
[1339] Si veggano nel capitolo precedente, la pag. 430; e in questo
capitolo, p. 490 ec. Ibn-Kattâ' par che abbia dato l'ortografia di tutti
i nomi topografici dell'isola. Oltre quel di Sicilia citato dianzi, v'ha
quel di Kosîra (Pantellaria), nella, _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo,
p. 124.
[1340] Kharîda, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, cap. LXIII, § 3, p. 589
a 598.
[1341] Hagi-Khalfa, op. cit., tomo II, p. 135, nº 2243. Ne fa menzione
lo stesso autore, tomo III, p. 203, nº 4935, e Ibn-Khallikân, e Soiuti,
ll. cc.
[1342] Makkari, _Analectes sur l'histoire d'Espagne_, tomo I, p. 634 del
testo arabico, trascrive un passo dello storico Ibn-Sa'id, il quale
dando l'autobiografia si scusava con l'esempio di tre scrittori, tra i
quali nomina Ibn-Kattâ'.
[1343] Ibn-Khallikân e Soiuti, ll. cc., Hagi-Khalfa, op, cit., tomo I,
p. 373. Nº 1025. Par che sia esemplare di quest'opera il MS.
dell'Escuriale DLXXIII, che Casiri tradusse “_Liber Verborum
tripartitumque_”, ma si tratta forse dei “verbi triliteri”; e quivi
afferma essere stato Ibn-Kattâ', _Domicilio Cordubensis_. Notando poi
l'opera di versificazione, della quale or or faremo parola, Casiri lo
spaccia _origine siculus patria Hispalensis_, ed anche trascrive male il
nome. Indi gli Ebn-al-Kattaa ed Ebn-Cataa del Di Gregorio, _Rerum
Arabicarum_, p. 239. Il Casiri non avea punto fatto equivoco tra il
padre e il figliuolo, ma avea reso con lettere diverse lo stesso nome.
Io non so, non avendo veduto i due MSS., se vi sia qualche parola da far
supporre il soggiorno d'Ibn-Kattâ' a Cordova e Siviglia; nè sarebbe
impossibile che prima d'Egitto ei fosse andato in Ispagna. Ma Casiri
suol troppo facilmente far dono alla Spagna di scrittori che non le
appartengano per niun conto.
[1344] Ricordato da Ibn-Khallikân e da Soiuti. Hagi-Khalfa ebbe alle
mani quest'opera, poichè ne trascrive le prime parole, com'ei suole. Dà
anche uno squarcio della introduzione, dove Ibn-Kattâ' ricorda le 308
forme di nomi, tra sostantivi e aggettivi, date dal celebre grammatico
Sibûweih, le aggiunte d'altri, e in fine le sue proprie. Dei _masdar_,
ossia infiniti adoperati sostantivamente come noi diciamo l'andare., il
fare ec., si erano notate 36 forme, e Ibn-Kattâ' le condusse a 100.
Compi questo trattato in regeb del 513. Hagi-Khalfa, op. cit., tomo I,
p. 146, nº 31.
[1345] Soiuti, l. c. Hagi-Khalfa, op. cit., tomo IV, p. 94, nº 7714.
[1346] Hagi-Khalfa, op. cit., tomo II, p. 190, nº 2429. Nondimeno
Nawawi, _The Biographical Dictionary_, testo arabico, pubblicato dal
Wüstenfeld, p. 126, attribuisce quest'opera all'altro siciliano
Abu-Hafs-Omar-ibn-Khelef-ibn-Mekki. Ibn-Scebbat la cita a proposito
della Sicilia, _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 212, senza dar il nome
dell'autore.
[1347] Hagi-Khalfa, op. cit., tomo V, p. 102, nº 10, 207.
[1348] Op. cit., tomo V, p. 151, nº 10, 492.
[1349] Op. cit., tomo V, p. 44, nº 9853.
[1350] L'uno intitolato: _Il Salutifero nella scienza della
versificazione_, si trova in Hagi-Khalfa, op. cit., tomo IV, p. 7, nº
7384. L'altro è all'Escuriale col titolo di: _Eloquente prosodia in
compendio che_ (tutto) _abbraccia_. Si vegga Casiri, _Biblioteca
Arabo-Hispanica_, tomo I, p. 82, cod. CCCXXIX.
[1351] Catalogo dei MSS. arabi del British Museum, Parte II, p. 281, nº
DXCVII.
[1352] Hagi-Khalfa, op. cit., tomo V, p. 136, nº 10,395. Il dotto
editore traduce “Liber de Palatiis eorum nominibus et naturæ
descriptione, alphabetice dispositus,” supponendo così un errore nel
pronome _loro_ ch'è replicato due volte nel testo, e che non si può dire
se non di persone; e tenendo _Kisâr_ come plurale di “palagio,” la qual
forma se pur si può ammettere, è inusitata. Inoltre una descrizione di
palagi, senza dire di qual paese, mi sembra opera troppo aliena dagli
studii d'Ibn-Kattâ'. Però mi è avviso di ritenere la lezione _loro_, che
trovo altresì nel MS. di Parigi, e di considerare _Kisâr_, come plurale
di _Kasîr_, “breve, corto, nom corto d'ingegno e di qualità, imperfetto”
che si legge nel Dizionario di Meninski. Sarebbe allora un dizionario
biografico di “Scrittori minori,” come noi diremmo. Del resto avverto
che il più delle volte è impossibile di tradurre con certezza i titoli
dei libri arabi, quando non si sappia l'argomento, o non si abbia alle
mani tutta l'opera, per comprendere quegli enimmi.
[1353] Hagi-Khalfa, op. cit., tomo IV, p. 145, nº 7901, e tomo VI, p.
109, nº 12,867. Lo cita anche l'autore del _Mesâlik-el-Absâr_, nella
_Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 656. Mi è parse bene rendere la
prima voce col significato proprio di Sali. Gli Arabi l'adoperarono a un
dipresso come noi al traslato, per significare “bellezze letterarie,
espressioni vivaci ec.”
[1354] Ibn-Khallikân, l. cit., e tomo III, p. 190 della medesima
versione inglese. Ma Hagi-Khalfa attribuisce ad altri l'opera così
intitolata, e nelle altre notizie biografiche di Ibn-Kattâ' non se ne fa
parola.
[1355] Si vegga il Dizionario arabico di Freytag, tomo III, p. 170.
[1356] Ibn-Khallikân, l. c., afferma che Ibn-Kattâ' lasciò molte poesie;
e ne dà per saggio tre squarci, un dei quali non si trova negli estratti
che ce ne serba. Imâd-ed-dîn nella _Kharîda_, MS. di Parigi, Ancien
Fonds, 1375, fog. 20 verso a 22 recto, e MS. del British Museum, Rich.
7593. Il Soiuti, nel _Tabakât-el-Loghewîn_, in fin della biografia
d'Ibn-Kattâ', dà altri 13 versi, che ho copiati dal MS. del Dottor John
Lee, ma non si trovano in quel di Parigi. Abbiamo nella _Kharîda_ il
primo verso d'una sua Kasîda a lode di Afdhal, e frammenti di cinque
altre.
[1357] A ciò parmi che alludano i tre versi trascritti da Ibn-Khallikân,
op. cit., “Consume not this life ec.” nella versione inglese di M. De
Slane, tomo II, p. 266.
[1358] Dalla _Kharîda_, MS. citato di Parigi, fog. 21 verso.
“Somigliante a cotesta nostra, l'età degli antichi popoli che perirono,
sfoggiava di colori e sembianti (_affé_) non spregevoli.
“La diresti scatola d'oro, piena di rubini, così alla rinfusa, non
legati.”
A comprender meglio l'allusione, è da sapere che le due voci che ho
tradotto “alla rinfusa” e “legato” sono _Nethr_ e _Mensûm_, le quali
hanno anche il significato, l'una di “prosa” e l'altra di “poesia.”
[1359] La citazione a p. 464.
[1360] Id., p. 477, 478.
[1361] Dsehebi, _Anbâ-en-Nohâ_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 647.
Si vegga per costui l'altra citazione qui innanzi a p. 471.
[1362] Id. 474.
[1363] Id. 476. Il nome di Omar con la stessa genealogia e condizioni è
dato da Dsehebi, _Biblioteca Arabo-Sicula_, 647; quello di Othman da
Makrîzi e Soiuti, p. 663, 676.
[1364] Dsehebi, op. cit., p. 645.
[1365] Id. p. 646.
[1366] Id. p. 648.
[1367] Ibid.; e Soiuti, p. 673, citando Iakût.
[1368] Dsehebi, op. cit., p. 647.
[1369] Id. p. 646; e Soiuti, p. 677. Ho corretto il nome secondo Soiuti.
[1370] Soiuti, p. 675.
[1371] _Mo'gem_, nella Bibl. Ar. Sic. p. 124.
[1372] _Mo'gem_, op. cit. p. 110.
[1373] In un Diwan di Motenebbi, copiato il 1184 dell'èra volgare, si
notano in appendice i comentatori, e tra quelli si legge il nome d'un
Sikilli-ibn-Fûregia, (_Mines de l'Orient_, tomo IV, p. 112.) Una delle
copie di quel diwano con simile appendice che possiede il British Museum
(Catalogo orientale, parte II, p. 281, nº DXCVII) dà tra i comentatori.
Abu-Hasan ec. Seîkillî (corr. Sikîlli) ed Ibn-Fûregia, senza aggiugnere
il nome di Siciliano. Costui scrisse a difesa di Motenebbi due opere:
_L'accusa contro Ibn-Ginni_, e _La vittoria sopra Abu-l-Feth_.
Abu-Hasan-Abd-er-Rahman, potrebbe essere il medesimo ricordato a p. 497,
col nome proprio di Ali.
[1374] Pag. 482 e 488.
[1375] Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione de
M. Des Vergers, p. 183.
[1376] Si vegga la p. 509. La _Correzione della lingua_, d'Ibn-Mekki è
citata da Nawawi, _Biographical Dictionary_, testo arabico, p. 126, a
proposito delle varianti del nome proprio Abraham, Ibrahim ec. È
attribuita anche ad Ibn-Mekki da Ibn-Khallikân, versione di M. De Slane,
tomo I, p. 435, e da Soiuti; e con una variante da Hagi-Khalfa, edizione
Flüegel, tomo III, p. 604, nº 7189.
[1377] _Kharîda_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 597.
Imad-ed-dîn non solamente cita Ibn-Kattâ', ma par che trascriva da lui
questo squarcio di prosa rimata. Abd-er-Rahîm-ibn-Mohammed-ibn-Nobâta,
fiorì in Mesopotamia nella seconda metà del decimo secolo. Gli Arabi
citano il vescovo Kos e questo Ibn-Nobâta, come noi faremmo di Demostene
e Cicerone: e in vero, serbate le proporzioni tra l'eloquenza arabica e
la greca e latina, Ibn-Nobâta si può dir felicissimo oratore. Così parmi
dalle sue _khotbe_, che ho percorso nel MS. della Biblioteca Parigina,
Ancien Fonds, 451. Si vegga la biografia d'Ibn-Nobâta in Ibn-Khallikan,
versione inglese, di M. De Slane, tomo I, p. 396.
[1378] Dsehebi, _Anbâ-en-Nohâ_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo,
p. 646, 647. A' cenni biografici di Dsehebi e della _Kharîda_, si
aggiunga quello di Soiuti, _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 677.
[1379] Nella _Kharîda_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 45 recto
e seg., v'hanno dodici epigrammi d'Ibn-Mekki; su i quali è fondato il
mio giudizio.
[1380] _Kharîda_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 595. Ho
tradotto “racconti” la voce _riwâiât_. Credo che già nell'XI secolo
prevalesse appo gli Arabi l'uso dei finti racconti in prosa, chiamati
_riwâiât_ al par dei racconti di fatti veri.
[1381] _Kharîda_, MS. citato, fog. 40 verso, seg. Sono nove d'una
Kassida; undici d'un'altra, spezzati a due o tre versi, una stanza di
sette versi brevi, e l'epigramma che fè incidere in un pugnale.
[1382] Si vegga sopra, p. 471 e 494.
[1383] _Mo'gem-Boldân_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, Correzioni ed
aggiunte che fan seguito alla Prefazione, p. 43.
[1384] _Iakût-Moscterik_, edizione del Wüstenfeld all'articolo Waddân;
_Kharîda_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 591.
[1385] _Kharîda_, estratti dalla _Dorra_ d'Ibn-Kattâ', nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 592.
[1386] Ibid.
[1387] Ibid.
[1388] Op. cit., p. 591.
[1389] _Karîda_, ecc. nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 595.
[1390] Ibid. Si vegga il presente capitolo, p. 464.
[1391] Op. cit., p. 595.
[1392] Op. cit., p. 596. Si vegga il presente capitolo, l. c.
[1393] Op. cit., p. 598.
[1394] Ibid.
[1395] Ibid.
[1396] Op. cit., p. 590.
[1397] _Cronica di Cambridge_. Si vegga l'Introduzione mia nel primo
volume, p. XL, nº VII; e il cap. X del Lib. III, p. 210 dei presente
volume.
[1398] Pag. 507.
[1399] Si veggano i particolari nel Capitolo XIII di questo libro, p.
429, seg.
[1400] Capitolo XII di questo Libro, p. 422. Kazwini, che dà questo
fatto senza citazione, allega in altro luogo (_Agiâib-el-Mekhlûkât_,
edizione del Wüstenfeld, testo, p. 166) la Storia di Sicilia di
Abu-Ali-Hasan-ibn-Iehia; nè par n'abbia conosciuta alcun'altra. Si
potrebbero anzi supporre entrambi que' passi tolti di peso da Iakût, il
quale allega sovente quella istoria nel _Mo'gem-el-Boldân_, _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 109, 111, 115, 118. Nelle tre copie a me note del
_Mo'gem_, manca in vero l'articolo di Malta; ma si dee supporre che
Kazwini l'abbia avuto sotto gli occhi in esemplari migliori.
A prima vista parrebbe che Abu-Ali-Hasân potesse identificarsi con
Ibn-Rescîk, il quale portò quei due primi nomi. Ma distruggono tal
supposto il nome patronimico Ibn-Iehia, la qualità di giureconsulto e la
celebrità stessa d'Ibn-Rescîk, poichè tra le sue opere notissime niuno
annovera la storia di Sicilia. Abu-Ali-Hasan-ibn-Iehia, s'egli è, come
sembra, il narratore del caso di Malta, scrisse tra il 1049 e il 1091,
come notai a suo luogo.
[1401] Hagi-Khalfa, ediz. di Flüegel, tomo II, p. 135, nº 2243.
[1402] Si vegga qui innanzi a p. 511, 512.
[1403] Hagi-Khalfa, ediz. di Flüegel, tomo II, p. 124, nº 2196.
[1404] Cap. VII di questo Libro, p. 333 e seg. del volume.
[1405] Nome derivato dal castello Tûb nell'Africa propria, del quale
fosse stato oriundo il padre, alcuno degli avi. Questo nome di luogo si
trova nel _Riâdh-en-Nofûs_, p. 191 della _Biblioteca Arabo-Sicula_, ed
anche nel _Lobb-el-Lobâb_ di Soiuti, edizione di Leyde.
[1406] Pag. 516.
[1407] Nel cenno d'Imad-ed-dîd, tolto probabilmente da Ibn-Kattâ', è
detto, tra le altre lodi, “Sostegno di sultani.”
[1408] Luogo citato.
[1409] Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 30 recto.
[1410] _Kharîda_, MS. citato, fog. 30 verso.
“L'incantesimo non sforza altrimenti che le grazie di costei; l'ambra
grigia non (_olezza_) altrimenti che l'alito suo.
“Ignoravamo il suo soggiorno, quando ne venne fuori una fragranza che ci
fe dire: ella è qui ec.”
“La morte, oh bramo la morte, s'io non debba mai stringerla al seno: chè
la virtù, onde ho vita, è il suo sembiante.
“Se mai sitibondo bevesti dell'acqua a lunghi sorsi, (_sappi_) che ciò è
nulla al (_paragone del_) mio (_contento a_) baciarla in bocca.”
[1411] Non potendo lasciare addietro le accuse contro la società di cui
ricerchiamo la storia, ho pubblicato nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p.
590, quest'epigramma; e qui, a malgrado mio, lo traduco. Ma non si può
affermare che Ibn-Tûbi lo avesse scritto piuttosto in Sicilia, che in
Oriente o in Affrica.
“Con questi versi descrisse un r....... eccellente in suo mestiere:
“Quel dai grandi occhi negri che torcea lo sguardo da me, mandaigli a
dire l'intento mio per un mezzano;
“Ed ecco che questi il mena seco sotto mano, cheto cheto, come flamma
(_di lampada_) si tira l'olio.”
[1412] Si vegga qui sopra a p. 515. Ecco i versi che troviamo nella
_Kharîda_, tolti probabilmente da una Kasîda, dei quali ho dato il testo
nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 591.
“I miei son tal gente, che, quando l'unghia di destrieri leva sotto le
nubi (_del cielo_) nubi di polvere,
“I brandi loro lampeggiano e mandano sangue dal taglio, come scroscio di
pioggia.
“Terribili altrui, difficili a maneggiare, or s'avventano ad Himiar ed
or a Cesare:
“Difendono lor terra, ch'altri non entri a pascervi; troncano ogni mal
che sopravvenga.”
Himiar, come ognun sa, è il supposto progenitore della schiatta del
Iemen, alla quale appartengono i Kelbiti. La gente del poeta sono i suoi
partigiani o i concittadini. Lo credo palermitano, perchè è chiamato
Sikilli senz'altro e perchè Ibn-Rescîk, sbarcando a Mazara, gli scrisse
una breve epistola in versi che abbiamo nella _Kharîda_, MS. di Parigi,
Ancien Fonds, 1375, fog. 34 verso.
[1413] _Kharîda_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 593, 594. Lasciando
il principio di una Kasida data da Imâd-ed-dîn, ch'è pur bello, tradurrò
i soli versi che alludono ad avvenimenti politici. Il poeta, dopo la
finzione obbligata del viaggio d'una bella (se fosse Meimuna?) e
dell'arrivo di lei alla collina, ov'era forte proteggitore un bel
cavaliero, continua così:
“Un da' grandi occhi negri, tinto le palpebre di kohl: il quale mi
strappa dalla paziente (_rassegnazione_) poich'è caduto in dure strette:
“Che Dio guardi le piagge dell'isola, se il principe d'un alto monte
avrà in guardia gli armenti scabbiosi che pascono in quella!
“(_Principe_) i cui nemici edificano castella inaccesse. Ma forse i
baluardi di Babek respinsero Ifscîn?
“Io reco la verità in mie parole, nè oso penetrare i segreti di Dio;
“Io il vidi che già s'era recata in mano la somma delle cose, il vidi un
dì bersaglio a una furia di sassi, ed ei sorrideva.
“Lioni in una guerra che faceva ardere nel loro costato una fiamma
accesa già dagli (_antichi_) odii.”
Qui finisce inopportunamente lo squarcio della Kasîda, della quale ci si
dà, in grazia delle antitesi, quest'altro verso che descrive, dice
Imâd-ed-dîn, i morti in battaglia.
“Redhwân li sospingea lungi dal dolce soffio del Paradiso, e Malek li
avvicinava al fiato del fuoco (_infernale_).”
Non ho bisogno di avvertire che questi ultimi sono dei ministri
dell'eterna giustizia, a credere dei Musulmani. Il Babek nominato nel
primo squarcio è il ribelle comunista al quale accennai nel Lib. III,
cap. V, p. 113 di questo volume; e Ifscîn, il capitano turco che il
vinse. La lezione “un alto mente” è la sola che mi par si possa
sostituire ad una voce del testo che non dà significato (_Biblioteca
Arabo-Sicula_, testo, p. 593, nota 8), e si adatterebbe al signore di
Castrogiovanni. Infine i guerrieri caduti nelle mani di Redhwân e Malek,
dovrebbero essere i Cristiani.
[1414] _Akhbâr-el-Molûk_, di Malek-Mansûr principe di Hama, nella
_Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 612, 613. Il nome compiuto di questo poeta
si ha da Nowairi. Il Nâsir-ed-dawla, citato qui è il secondo della casa
di Hamadân, che portò quel titolo; il quale, costretto a fare il
capitano di ventura in Egitto, rinnovò al Cairo gli esempii degli emir
el-Omrâ di Bagdad, e d'Al-mansor a Cordova, e in fine fu ucciso il 465
(1072).
[1415] Nowairi, _Storia d'Egitto_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, l.
c., in nota. Ibn-Modebbir entrò in officio il 453 (1061). Il riscontro
del nome e del tempo mi fan supporre che il poeta sia il grammatico del
quale parla Soiuti, e il dice maestro dello egiziano Omar-Ibn-Ie'isc, il
quale alla sua volta diè lezioni in Alessandria il 498 (1104).
_Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 678.
[1416] _Akhbâr-el-Molûk_, l. c.
[1417] Cioè degli Arabi di Medina.
[1418] _Mawkifi_, vuol dire oriundo di Mawkif borgata di Bassora. Delle
due Kasîde, ove si ricorda questa famiglia, la prima fa le lodi d'un
Mohammed, (fog. 2 recto), e la seconda d'un Abu-l-Fereg (fog. 10 recto),
che ben potrebbe essere la stessa persona. Cito la copia del MS.
dell'Escuriale che mi fu donata dal conte di Siracusa.
[1419] Degli eruditi Arabi, i soli che faccian parola di Bellanobi, sono
Iakût, _Mo'gem_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 108,
all'articolo _Billanoba_, e l'editore dei dugentotrentasei versi di
questo poeta che si trovano nel codice dell'Escuriale, CCCCLV del
catalogo di Casiri. Questi lesse il nome etnico Albalbuni, e suppose
scritti i versi a lode di principi siciliani e in particolare
d'Ibn-Hamûd. Si vegga il di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 237, e la
nota scritta a capo del codice dell'Escuriale, ch'io ho pubblicato nella
_Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 680, dove il detto nome è dato con tutti i
segni ortografici, Bellanobi. Quivi anche si legge che il giurista
Abu-Mohammed-Abd-Allah-ibn-Iehia-ibn-Hamûd, Hazîmi, avea recitato in
Alessandria all'editore, l'anno 513 (1119), que' versi di Bellanobi
sentiti di sua propria bocca, e varii squarci d'Ibn-Rescîk e d'altri
poeti non siciliani. Questo Ibn-Hamûd non era della famiglia Alida di
tal nome che regnò in Spagna e ne venne un ramo in Sicilia, ma della
tribù d'Hazîma ch'apparteneva a quella di Nahd, e però alla schiatta di
Kahtân.
Ecco alcuni versi della citata elegia:
“Ottima e santissima delle madri, m'hai gittato in seno un'arsura, che
il fuoco non l'agguaglia.
“Tra noi si frappone la distanza dell'Oriente all'Occidente; e pure
giaci qui accanto, la casa non è lungi da te!
“Oh che s'irrighi la tua zolla, ad irrigarla scendanvi perennemente nubi
gravide di pioggia,
“E mentr'esse spargeranvi stille di pianto, sorridan lì i più vaghi
fiori.
“Dite all'Austro: Costei mori musulmana; accompagnaronla le preci della
sera e della mattina;
“Sosta tu dunque su la moschea Akdâm, e tira su a settentrione senza
torcere a manca _ec._“
La moschea Akdâm a Karâfa presso il Cairo, è ricordata da Makrîzi nella
_Descrizione dell'Egitto_, testo arabico, stampato di recente a Bulâk,
tomo II, p. 445, dove si fa parola del cimitero di Karâfa, della incerta
etimologia di quella denominazione d'Akdâm, ec.
[1420] Pag. 510.
[1421] _Kharîda_, capitolo dei poeti egiziani, nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 605 e seg. Secondo Imad-ed-dîn, questo poeta morì
avanti il 544 (1149-50); onde mal reggerebbe il supposto che il
Kâid-Mamûn fosse alcuno dei regoli di Sicilia, i quali si intitolavano
Kâid, come s'è detto. Che che ne fosse, io ho pubblicato nella
_Biblioteca Arabo-Sicula_ tutto lo squarcio di questa Kasîda, serbatoci
da Imâd-ed-dîn. Similmente si leggono nel luogo citato e nella
prefazione, p. 77, i versi contro il poeta Moslim, il quale, non
contento dei cinque dînar, domandò un'altra pensione in merito della
poesia; e gli accrebbero il sussidio di mezzo dînar al mese. Imad-ed-dîn
dà quasi un centinaio di versi di Megber.
[1422] _Mesalik-el-Absar_, nella _Biblioteca arabo-Sicula_, testo, p.
654, 655.
[1423] Squarcio di poema dato da Imad-ed-dîn nella _Kharîda_,
_Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 609. I primi tre versi e il
settimo, riferiti anco da Tigiani, si leggono nella _Historia
Abbadidarum_ del Dozy, tomo II, p. 146, dei quali si può vedere la
traduzione del dotto editore. Gli altri son del tenore seguente:
“Su, alma, non tener dietro all'accidia, i cui lacci allettano, ma l'è
trista compagna.
“E tu, o patria, poichè mi abbandoni, vo' fare soggiorno nei nidi delle
aquile gloriose.
“Dalla terra io nacqui, e tutto il mondo sarà mia patria, tutti gli
uomini miei congiunti.
“Non mi mancherà un cantuccio nello spazio; se nol trovo qui, lo cerco
altrove.
“Hai tu ingegno? abbi anco cuore: chè l'assente non conseguì mai suo
proposito appo colui che nol vede.”
[1424] Ibn-Bassâm narra che un giorno sedendo Mot'amid a brigata,
recatogli un carico di monete di argento, ne donò due borse ad
Abu-l-Arab; il quale vedendo innanzi il principe tante figurine d'ambra,
e tra le altre una che fingea un camelo ingemmata di pietre preziose,
sclamò: “A portar coteste monete, che iddio ti conservi, ci vuol proprio
un camelo.” E Mot'amid, sorridendo, gli regalò la statuetta: onde il
poeta lo ringraziava con versi estemporanei. Dal _Mesâlik-el-Absar_,
nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 656, e da Tigiani, nella
_Historia Abbadidarum_, del Dozy, l. c.
[1425] Oltre i versi di risposta all'invito di Mot'amid, che si trova
nelle biografie d'Abu-l-Arab, la _Kharîda_, MS. di Parigi, Ancien Fonds,
1376, fog. 35 recto, e Sappi. Arabe 1411, fog. 8 recto e verso, dà
squarci di altri due poemi, dei quali il primo sembra, e il secondo è di
certo, indirizzato a Mo'tamid. Quivi si accenna ad una impresa in terra
nemica, alla quale si trovava il poeta, poich'ei dice: “Notti
(_gloriose_) che tutte le notti tornassero a noi con le medesime
speranze ec.”
[1426] La biografia di Abu-'l-Arab si ricava da: Imad-ed-dîn, _Kharîda_
nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 606; Ibn-Khallikân,
_Dizionario Biografico_, versione inglese di M. De Slane, tomo II, p.
277 nella vita di Ali-ibn-Abd-el-Ghani-el-Husri; Scehâb-ed-dîn-Omari,
_Mesâlik-el-Absâr_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, 655 e seg.
Fa cenno di lui _Melik-Mansur_, op. cit., p; 613. Hagi-Khalfa, edizione
di Flüegel, tomo III, p. 314, nº 5678, nota il diwano delle sue poesie.
Non trovo in alcun autore il titolo dell'opera di arte poetica alla
quale par che voglia alludere Scehâb-ed-dîn-Omari.
[1427] Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique_ ec., versione di M. De
Vergers, p. 87, 88, e citazione di Nowairi, ibid., nota 96. Al dir di
Nowairi, questo Hamdîs discendea della tribù di Kinda, che sarebbe
collaterale a quella di Azd, entrambe del Iemen, ossia del ceppo di
Kahtân. Suppongo Ibn-Hamdîs nato il 447 (1055-1056), poichè morendo il
527 (1132-3) avea circa ottant'anni, leggendosi nel suo diwân,
_Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 573, i versi seguenti, un po'
senili:
“Ecco un bastone ch'io non strascino nel sentiero della vergogna; mi
regge ansi a scostarmene.
“O vogliate dir che l'impugno per correr meglio all'ottantina, non per
battere (_gli alberi e raccorre_) foglie al mio gregge. [Si vegga il
Corano, Sura XX, verso 19.]
“Io sembro un arco, e il bastone la corda; l'arciere v'incocca canizie e
caducità.”
[1428] Le allusioni a questo fatto si raccapezzano da due Kasîde, la
prima delle quali ho data nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 552 e
seg., e comincia così:
“Le sollecitudini della canizie hanno scacciato l'allegrezza della
gioventù. Ah! la canizie quando comincia a splendere la t'abbuia!
“Per un'ombra d'amore il destino mi spinse lungi; e l'ombra fuggì da me
e sparve.
. . . . . . . . . . . . . . .
“Una brezza vespertina mormora, rinfresca, e sospinge soavemente (_la
barca_).
“Ella sciolse. Evviva! E la morte facea piangere il cielo sugli estinti
che giaceano in terra.
“Il mugghio del tuono incalzava le nubi come il camelo che freme contro
la compagna ribelle.
“D'ambo i lati di lei avvampano i baleni, col lampeggiare di spade
brandite.
“Passai la notte nelle tenebre. O bianca fronte dell'aurora, arrecami la
luce!
. . . . . . . . . . . . . . .
“In quella (_terra_) è un'anima amante, che alla mia partita, mi infuse
questo sangue che scorremi nelle vene;
“Luoghi ai quali corrono furtivi i miei pensieri, come i lupi si
rinselvano nella (_natia_) boscaglia.
“Quivi fui compagno dei lioni alla foresta; quivi in suo covile visitai
la gazzella.
“O mare! dietro da te è il mio giardino, del quale mi ascondi le delizie
non già le miserie!
“Lì vidi sorgere una bella aurora, e lungi di quello mi coglie il
vespro.
“Ahi se non m'era data la speme, quando il mare mi vietò di porvi il
piede,
“Io montava, in vece di barchetta, l'arcione, e correva in quelle piagge
incontro al sagrifizio.”
Ho dovuto tradurre liberamente le strane metafore che ha il testo
nell'ultimo verso. L'altra Kasîda, è scritta in risposta ad un amico che
par abbia profferto ad Ibn-Hamdis, dopo molti anni, di rappattumarlo con
possente famiglia perch'ei tornasse in Sicilia, ove i Musulmani, com'e'
parmi, volean tentar qualche sollevazione. La difficoltà di ridurre a
lezione plausibile alcuni versi di questo lungo componimento, mi
distolse dal pubblicarlo nella raccolta dei testi. Nondimeno vi si
scorge manifesta la cagione della fuga; e la famiglia nemica par si
chiamasse dei Beni-Hassân. Il poeta, già maturo e collocato a corte di
Mo'tamid, ricusa di tornar di presente nella Sicilia soggiogata dai
Normanni; ma perdona a tutti, e finisce la Kasîda sclamando:
“Lode ai viventi, lode a coloro le cui ossa giacciono nelle tombe, lode
sia a tutti!
“Lode, perchè non dura quivi il letargo; e grandi eventi ne riscoteranno
anche me.”
[1429] Si vegga la descrizione ch'ei fa di costoro e il paragone con gli
Arabi di Sicilia in una Kasîda che comincia: “Pascon la bianca foglia il
cui frutto è sangue (lo stipendio dei mercenarii ec.)” nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 561 e segg.
[1430] Ibn-Khallikân. L'Autore dell'_Akhbar-el-Molûk_ intitola
Ibn-Hamdîs _dsu-l-wizâratein_ (quel dal doppio officio) che solea dirsi
a vizir investito di comando civile e militare: ma qui mi sembra
allusione al genio poetico e valor guerriero d'Ibn-Hamdîs.
Tra i molti componimenti indirizzati a Mo'tamid ve n'ha uno, nel quale,
ricordando la patria e i parenti, conchiude con effusione di
gratitudine:
“Nè tu mi chiudesti la via dell'andar appo loro; ma ponesti il dono a
vincolo che mi ritenesse;
“Ed una generosa amistà, la cui dolcezza spandendosi nel mio cuore lo
rinfrescò, arso ch'esso era dal cordoglio.”
Di questa Kasîda ho dato uno squarcio nella _Biblioteca Arabo-Sicula_,
testo, p. 554. Si veggano le altre poesie indirizzate a Mo'tamid ed al
costui figliuolo Rescîd, delle quali ho dato le rubriche nella stessa
raccolta, p. 567, 569, 570.
[1431] _Diwân_ d'Ibn-Hamdîs, nell'op. cit., p. 569. Il poeta tornando a
Siviglia, fece questi versi al figliuolo che avea nome Abu-Hâscim.
Suppongo si tratti di Talavera, poichè il testo dice, per antonomasia,
“la battaglia.”
“Oh Abu-Hâscim! le spade m'hanno sminuzzolato: ma, lode a Dio, non
voltai faccia dal taglio loro.
“Ricordaimi, in mezzo a quelle, il tuo sembiante, mentre non mi
prometteano riposo alle fresche ombre.”
[1432] Questi versi riferiti da varii annalisti e biografi, si leggono
presso Dozy, _Historia Abbadidarum_, tomo I, p. 246, tomo II, p. 44.
Altri ve n'ha nel Diwan d'Ibn-Hamdîs, accennati nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 571.
[1433] Nowairi, _Storia di Beni-Abbâd_, presso Dozy, op. cit., II, 138,
e _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 459.
[1434] Makkari, _Analectes sur l'histoire etc. d'Espagne_, testo
arabico, tomo I, p. 321 e seg., dà in tre squarci 48 versi di questa
Kasîda. Mansûr-ibn-Nâsir-ibn-'Alennâs, regnò dai 1088 al 1104, nello
stato hammadita, che già avanzava per territorio e forze il reame del
ceppo zîrita di Mehdia. Si vegga Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_,
versione di M. De Slane, tomo II, p. 51 e seg., dove si fa menzione dei
sontuosi palagi edificati a Bugia da Mansûr e dal padre.
[1435] Diwân d'Ibn-Hamdîs. Le rubriche si leggono, op. cit., p. 572.
[1436] Ibn-el-Athîr, anno 509; nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo,
p. 280.
[1437] Ve n'hanno squarci nella Kharîda, le cui rubriche si leggono
nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 608.
[1438] Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo II, p. 124, nº 2196.
[1439] _Diwân_, op. cit., p. 572, 573. Ibn-Hamdîs diceva al raccoglitor
del diwan, aver letto nelle opere di Storia Naturale questa filial pietà
delle aquile, e che la non si notasse in alcun altro animale.
[1440] Le notizie d'Ibn-Hamdîs, si ricavano da: Ibn-Khallikân,
_Biographical Dictionary_, versione di M. De Slane, tomo II, p. 160
seg.; Imad ed-dîn, _Kharîda_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p.
607 e seg.; Malek-Mannu, _Tabakat-el-Scio'arâ_, op. cit., p. 612.
Scehab-ed-dîn-Omari, _Mesalik-el-Absâr_, op. cit., p. 653 e seg.; e
soprattutto dagli avvertimenti premessi a varie poesie, nel _Diwân_ di
Ibn-Hamdîs dal raccoglitore anonimo, il quale lo conobbe di persona e
conversò con lui, come si ritrae da una glosa, op. cit., p. 573. Gli
estratti cominciano dalla p. 547. Il _Diwân_ pur non contiene tutte le
poesie; mancandovi la Kasîda pel palagio di Mansûr, dianzi citata, e
altre di cui si leggono squarci nella _Kharîda_, in Ibn-el-Athîr,
Nowairi ec.
[1441] La giraffa, il cavallo, lo scorpione, le melarance, gli anemoni,
i doppier di cera ec. Parte di coteste descrizioni, mancanti nel Diwân
d'Ibn-Hamdîs, son date da Nowairi in un volume della Enciclopedia, MS.
di Leyde, nº 273, e ne occorrono sovente in varie raccolte
enciclopediche, per esempio il _Giâmi'-el-Fonûn_, di Ahmed Harrâni,
autor del XIII secolo, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 367, fog. 18 verso e
39 recto.
[1442] “Come se scaldi specchio di pece, (_vedi_) il rosso del fuoco
camminar su quella negrezza.” Da Scehâb-ed-dîn-Omari nel
_Mesâlik-el-Absâr_, volume XVII, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1372, fog.
76 verso.
[1443] La Kasida dedicata a Iehia-ibn-Temîm, principe di Mehdia,
comincia con questo verso:
“È fiamma questa che squarci le tenebre della notte, o la lampade il cui
fuoco (_si alimenta con_) l'acqua dell'uva?
“Ovvero sposa che comparisca alta sul seggio ec.” _Diwân_, nella
_Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 572.
[1444] Nella parafrasi di queste ed altri squarci d'Ibn-Hamdîs non
aggiugnerò nulla del mio. Tradurrò fedelmente, ma scorcerò, e trasporrò,
studiandomi a rendere il manco male che io possa il colorito
dell'originale.
[1445] Questo vocabolo furbesco si usa tuttavia in Sicilia; e chi sa se
venne dagli Arabi? Forse nacquero da quella espressione figurata i nomi
di moscato e moscatello.
[1446] _Dinân_, plurale di _denn_, orcio lungo che finisce aguzzo.
[1447] Cioè l'otre di pelle di gazzella che serviva a portar l'acqua.
[1448] _Diwân_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 548 e seg.
Questa Kasîda comincia coi versi:
“L'anima sfogò tutte voglie in gioventù, e la canizie le ha recato suoi
ammonimenti.
“La fortuna non la piantò come virgulto in buon terreno, nè poi ne
raccolse i frutti,
“No; fui sorteggiato alle passioni che mi divisero in pezzi tra loro:
“Logorai le armi in guerra; fornii molti trascorsi alla pace ec.”
[1449] Razza di cavalli rinomata nelle antiche poesie degli Arabi. Si
vegga una nota di M. De Slane nel _Journal Asiatique_, Serie III, tomo
V, (1838), p. 467, 477.
[1450] Ibn-Hamdîs, adopera altrove la stessa figura. Gli Arabi odierni
d'Affrica, come ognun sa, dicono del combattere che “parli la polvere.”
[1451] Antimonio o altra polvere negra con che le donne d'Oriente (ed
oggi anche ve n'ha in Europa) tingono i lembi delle palpebre e le
occhiaie.
[1452] _Diwân_ di Ibn-Hamdîs nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 563 e
segg.
[1453] _Mesâlik-el-Absâr_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 151.
[1454] _Diwân_ d'Ibn-Hamdîs, op. cit., p. 553, dalla Kasida che abbiam
testè citato a p. 526, nota 2.
[1455] Stesso Diwân, _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 562.
[1456] Nella Kasîda, della quale or or darò cinque versi nel testo,
ripiglia dopo il biasimo del popolo le lodi dei guerrieri: “uomini che
quando li vedi in furore, ameresti meglio il ratto dei lioni....
Galoppanti su snelli corsieri, a' cui nitriti fanno eco in terra di
nemici le nenie delle piagnone.... Li vedi caricare or con la lancia or
con la spada; ferir d'ambo i lati non altrimenti che il re nel giuoco
degli scacchi.... Muoion della morte del valore in mezzo alla mischia,
quando i vigliacchi spirano in mezzo alle donne dal turgido petto.
Imbottiscon della polvere de' campi i cuscini che lor si pongono sotto
gli omeri nella sepoltura.” Quest'ultimo era costume dei devoti
guerrieri.
[1457] _Diwân_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 554.
[1458] Litteralmente “le falangi, delle dita, ec.” op. cit., p. 558.
Questa lunga Kasîda, scritta, com'e' pare, in Affrica, lagnandosi di
qualche principe zîrita, comincia, p. 554, col verso:
“Ho vestito la pazienza com'usbergo contro i colpi della sorte. O tristo
secolo, poichè non vuoi la pace, su combattiamo.”
[1459] Ibn-Bassâm, Imâd-ed-dîn, Scehâb-ed-dîn-Omari, Malek-Mansûr ec.,
ll. cc.
[1460] Nella _Karîda_, _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 608.
[1461] _Kharîda_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 608. L'autore lo
pone al par che il padre tra i poeti Spagnuoli; Ibn-Bescirûn, tra quei
del Maghreb di mezzo, che risponde presso a poco all'Algeria.
[1462] Iakût nel _Mo'gem_, Homaidi nella _Gedswa_, Ibn-Kattâ' nella
_Dorra_, Scehâb-ed-dîn-Omari nel _Mesâlik_, estratti, nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, testo, p. 122, 377, 594, 653. Ibn-Bescowâl, Ms. della
Società Asiatica di Parigi, copia il cenno di Homaidi.
[1463] _Kharîda_, da Ibn-Kattâ', nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p.
597. Una Kasîda è indirizzata a Mo'tasim, sui quale si vegga il Dozy,
_Recherches sur l'histoire d'Espagne_, tomo I, p. 116.
[1464] Si vegga sopra a p. 514, 516.
[1465] _Kharîda_, da Ibn-Kattâ', nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p.
596.
[1466] Si vegga a p. 511, in questo capitolo.
[1467] Imâd-ed-dîn, _Kharîda_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 589,
loda i suoi versi come “di buon gitto e intessuti con gusto.” Si vegga
anche Dsehebi, Anbâ-en-nokâ, op. cit., p. 647. I versi si trovano nella
_Kharîda_ e somman quasi a dugento.
[1468] Si vegga la p. 494, in questo capitolo.
[1469] _Kharîda_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 24 verso, e
altrove.
[1470] Ibid., e 25 verso. Di cotesti barbuti, l'uno chiamavasi
Gia'far-ibn-Mohammed, e l'altro Hamdûn, nomi che non troviamo nelle
memorie del tempo. Del secondo ei diceva: “La barba d'Hamdûn, è una
casacca che gli serve a ripararsi dal gran freddo. O piuttosto, quand'ei
vi s'asconde in mezzo, la ti pare un mantello da letto addosso a una
scimmia.”
[1471] Op. cit., fog. 24 recto, 26 recto ec. Ve n'ha non men che otto,
un dei quali è di lode. A fog. 26 verso, lode d'una ballerina.
[1472] _Kharîda_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 26 recto.
“Andai a fargli visita per novellare, che alla sua borsa io non pensava
per ombra.
Ma suppose che venissi a chieder danaro, e fu lì lì per morir di paura.”
[1473] _Kharîda_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 590:
“Con le parole ti avvicina ogni cosa; richiedilo, ed ecco ch'è lontano
(_cento miglia_).
“L'amico non faccia assegnamento su la sua promessa; il nemico non tema
mai la minaccia.”
[1474] _Kharîda_, MS. cit., fog. 29 recto:
“Gran pezza sopportai la mal indole di costui e dicea tra me: s'emenderà
forse.
“Ma or che ha tolto moglie, alla larga! ho paura delle cornate.”
[1475] Ad un butterato di vaiolo, e a due di fiato puzzolente, op. cit.,
fog. e 27 recto e 28 recto.
[1476] Op. cit., fog. 24 verso: “O tu che mi biasimi del fuggire gli
uomini e viver solitario,
“(_Sappi_), ch'io non so star con le vipere.”
Ed a fog. 29 recto: “Quand'uom ti dice villania, lascialo andare, che
Dio ti aiuti! Abbaieresti forse contro il can che t'abbaia?”
[1477] _Kharîda_, estratto d'Ibn-Kattâ', nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 592. Ecco i versi che leggiamo nel MS., fog. 37 verso:
“Le indoli e costumi degli uomini, variano come le qualità d'acqua che
tu conosci.
“Qui la limpida e pura, e puoi gustarla un sol giorno; e qui la torbida
e puzzolente.
“Negli uomini il bene è pozzetta invernale che (_la estate_) si
corrompe; il male è pozzo ridondante e inesauribile.”
[1478] Dal _Mesâlik-el-Absâr_, estratto, nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 154.
[1479] _Kharîda_, estratto d'Ibn-Kattâ', nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 592. Sendo messo da Ibn-Kattâ' immediatamente prima
d'Abu-Mohammed-Kasîm-ibn-Nizâr, sembra anche dei Kelbiti che sgombrarono
di Sicilia con Ahmed, come notammo nel cap. IV di questo Libro, p. 291.
[1480] _Kharîda_, estratto d'Ibn-Kattâ', op. cit., p. 592. Nel MS. son
questi versi:
“Se l'amico mi fa ingiuria, regalo alle sue ciglia un allontanamento,
“Vieto all'occhio mio di vederlo: mi sia cavato l'occhio se il guarda!
“Gli ficco negli occhi il suo proprio tratto come uno stecco;
“Lo pongo giù nell'infima abside, quand'anche ei sedesse su le due
stelle polari;
“La rompo con lui, foss'egli pure Ahmed-ibn-Abi-Hosein.”
[1481] Si veggano il cap. VII ed VIII di questo Libro, p. 334 e 349 del
volume.
[1482] Si vegga il cap. IX di questo Libro, p. 368, e la _Kharîda_,
estratto d'Ibn-Kattâ', nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 596. È
chiamato emiro. Il titolo di Thiket-ed-dawla, sarebbe lo stesso che avea
portato l'avolo Iûsuf.
[1483] Si vegga in questo capitolo la p. 481.
[1484] Dal _Mesâlik-el-Absâr_, nella _Bibl. Arabo-Sicula_, p. 154, 155.
[1485] _Kharîda_, estratto da Ibn-Kattâ', nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 598. Ecco tre versi che troviamo nel MS. di Parigi,
fog. 48 verso.
“M'ange un dolore ch'io ignorava: un padrone che tiranneggia me debole,
ed io pur gli servo.
“Una sua perfida parola mi fa bramar sempre chi promette e non attende.
“Oh Dio! accresci in me il desiderio dell'amor suo, e serba sempre nel
mio cuore gli affetti che lo struggono!”
[1486] _Kharîda_, estratto d'Ibn-Kattâ', nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 506. Questa famiglia tenne la signoria di Mazara; ma
non sappiamo se Hasan fu di quei che regnarono, nè se fu quel medesimo
Ibn-Menkût, di cui abbiam detto in questo capitolo, p. 504.
[1487] Op. cit., p, 592. Si vegga il cap. XII di questo Libro, p. 421. I
versi di costui nella _Kharîda_, MS., fog. 37 recto, sono:
“Non v'ha letizia al mondo; il mondo è tutto angosce,
“Che se letizia appare, è poca e non durevole.
“La eletta degli uomini lascia il mondo; chè l'una e l'altro non possono
stare insieme.”
[1488] Si vegga il cap. XII di questo Libro, p. 427 del volume.
[1489] _Kharîda_, estratto d'Ibn-Kattâ', nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 595.
[1490] Ibid.
[1491] Op. cit., p. 598.
[1492] In questo cap., p. 489.
[1493] _Kharîda_, p. 597.
[1494] Op. cit., p. 592.
[1495] Ibid.
[1496] Op. cit., p. 597.
[1497] Op. cit., p. 591.
[1498] Op. cit., p. 592. Questi e il precedente sì segnalano per
elegante gravità nei pochi versi che ne abbiamo. Ahmed, come ognun vede,
era fratello d'Abu-Abbâs-ibn-Mohammed citato poc'anzi.
[1499] Pag. 513.
[1500] Pag. 477.
[1501] Ibid.
[1502] Pag. 474.
[1503] Pag. 477.
[1504] _Kharîda_, op. cit., p. 591.
[1505] _Kharîda_, op. cit., p. 598.
[1506] Op. cit., p. 597.
[1507] Op. cit., p. 595.
[1508] Potrebbe essere per avventura il Bellanobi o altro Abu-Hasan. Ne
abbiamo soli cinque versi, senza cenno biografico nella Enciclopedia di
Nowairi, MS. di Leyde 273, p. 747 e 749.
[1509] Iakût, _Mo'gem_, estratto, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p.
108.
[1510] _Kharîda_, estratto d'Ibn-Kattâ', nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 598.
[1511] Ibid.
[1512] Op. cit., p. 597.
[1513] Ibid.
[1514] Op. cit., p. 595.
[1515] Pag. 476, 477, in questo cap.
[1516] Pag. 504, in questo cap.
[1517] P. 505, in questo cap.
[1518] Pag. 512, in questo cap.
[1519] Ibid.
[1520] Ibid.
[1521] Ibid.
[1522] Pag. 511.
[1523] Pag. 512.
[1524] Pag. 476 e 511, in questo cap.
[1525] Pag. 477, in questo cap.
[1526] Pag. 412, in questo cap.
[1527] Pag. 464, in questo cap.
[1528] Pag. 478, in questo cap.
[1529] Salix Ægyptiaca.
[1530] Ciò si dee pensare _a priori_. Lo conferma il _Diwân_
d'Ibn-Hamdîs, che abbiamo intero, dal quale Imâd-ed-dîn, Ibn-Khallikân,
Scehâb-ed-dîn-Omari, scelsero qualche bello squarcio e parecchi mediocri
e lasciarono i migliori, quasi sempre a rovescio del gusto nostro.
[1531] _Kharîda_, estratti d'Ibn-Kattâ', nel MS. di Parigi, Ancien
Fonds, 1375, fog. 27 verso, e altri epigrammi d'Ibn-Tazi dal fog. 24
recto; altro di Moscerif-ibn-Râscid, a fog. 30 recto; e la descrizione
d'una festa d'Ibn-Hamdîs, qui innanzi a p. 531.
[1532] Ibn-Abbâr, presso Dozy, _Historia Abbadidarum_, tomo II, p. 62,
ed estratto nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 329.
[1533] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, anni 435, 442, 448,
453, 455; Abulfeda, stessi anni; _Baîan_, testo, tomo I, p. 288 e segg.;
Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo I,
p. 31 e seg., e II, p. 21; Tigiani nel _Journal Asiatique_, d'agosto
1852, p. 84 a 96; Leone Africano, presso Ramusio, _Navigatione et
Viaggi_, vol. I, fog. 3 recto e verso, edizione di Venezia 1563.
[1534] Marrekosci, _The history of the Almohades_, testo arabico,
pubblicato dal professor Dozy, p. 259.
[1535] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 24, dice che
la Sicilia di nuovo “si commosse come le onde del mare.” Il Di Gregorio
pensò correggere il testo, e tradurre “_et solemnis precatio pro eo
fiebat in insula_,” accennando ad Ibn-Hawwasci. Ma il testo è chiaro e
senza mende.
[1536] _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 181 della versione di
M. Des Vergers. Quivi si legge “l'un des principaux chefs des habitants
les plus _turbulents_ de la ville;” e la voce che ho messo in corsivo,
sarebbe traduzione plausibile dell'arabico _awghâr_, come M. Des Vergers
corresse il testo dell'unico e mediocre MS. ch'egli ebbe alle mani.
Quivi si legge _arghâd_, che significherebbe “uomini di viver lieto;” ma
non si adatta alla parola “caporioni” che precede. Ma un MS. di Tunis,
ha la variante _agwâd_, “nobili” che io seguo nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 484. Le lezioni inoltre del MS. e del testo di M. Des
Vergers, darebbero voci arcaiche o neologie; la variante del MS. di
Tunis al contrario è di uso comunissimo, e con la voce precedente fa il
senso preciso “capi dei nobili.”
[1537] Si vegga il passo di Leone d'Ostia che citai nel cap. XII di
questo Libro, p. 421 in nota.
[1538] Questi regnò, o stette sul trono dal 991 al 1031.
[1539] Ibn-Khaldûn e Nowairi.
[1540] Tigiani, versione, op. cit., p. 109, e testo nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 377, 378.
[1541] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 484, nella _Biblioteca
Arabo-Sicula_, p. 275, 276 del testo; Abulfeda, _Annales Moslemici_,
tomo III, p. 274 e seg., anno 484; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique
et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, p. 181 e seg.; Nowairi,
presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 23 e seg.; Ibn-Abi-Dinâr,
_Storia d'Affrica_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 533; i
quali con più o men particolari ripetono unica tradizione. Si veggano
anche Amato, _l'Ystoire de li Normant_, Lib. V, cap. 8; l'_Anonymi
Chronicon-Siculum_, presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, p. 836, e
versione francese nello stesso volume di Amato, p. 278; Malaterra, lib.
II, cap. 3; e Leone d'Ostia, lib. III, cap. 45: dei quali chi dice
d'Ibn-Thimna cacciato di Palermo; chi del cognato d'Ibn-Hawwasci ucciso
da lui; e da lor soli si ritrae che Ibn-Hawwasci fosse riconosciuto
principe in Palermo. I nomi storpiati pur si ravvisano. Ibn-Thimna, è
scritto Bettumenus, Vulthuminus, Vultimino ec.; Ibn-Meklati, Belcamedas,
Bercanet, Benneclerus, e in una variante del Caruso, op. cit., p. 179,
Benemeclerus; d'Ibn-Hawwasci si è fatto maggiore strazio, Belchaoth,
Belchus ec. Sempre della voce _ibn_ rimane la _b_, vi s'aggiugne la _l_
dell'articolo che segue, ed è esatta anche la prima consonante del nome
patronimico; il resto si dilegua.
Debbo aggiugnere che Ibn-Giûzi, autor del XIII secolo, dà seriamente una
favola assurda che non cavò di certo dagli annali musulmani, ma da
qualche tradizione orale o raccolta d'aneddoti. Scrive che i Franchi
conquistarono la Sicilia il 463 (1070-71), chiamati da Ibn-Ba'ba',
governatore dell'isola, per paura del califo d'Egitto il quale gli
domandava il tributo ed ei non potea pagarlo. Si legge nel
_Merat-ez-Zemân_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 326.