[1] Veggasi il Libro I, cap. III, VI.
[2] Oltre il Corano e la Sunna, ossia il supposto precetto divino e lo
esempio del Profeta, la legge si fondava sullo _igtihâd_, che vuol dire
litteralmente “sforzo” degli interpreti ed esecutori ad applicare lo
statuto ai casi non provveduti espressamente.
[3] Mawerdi, _Ahkâm-Sultanîa_, lib. III, edizione di Enger, p. 51.
[4] Mawerdi, op. cit., lib. I, p. 23, enumera così i dritti dello
_imâm_, ossia califo, pontefice e principe: 1º Conservar la fede secondo
i dommi cardinali e le interpretazioni concordi degli imâm precedenti, e
ricondurre all'ortodossia i novatori, con la ragione o con la forza; 2º
Far eseguire le leggi civili e criminali; 3º Vegliare alla sicurezza
interna; 4º Fare osservare i precetti religiosi; 5º Difendere il
territorio; 6º Portar guerra agli Infedeli; 7º Riscuotere le legittime
entrate pubbliche; 8º Pagare gli stipendii e spese pubbliche; 9º
Adoperare capaci e fidati ministri; 10º Trattar dassè le faccende più
rilevanti. Tolti questi due ultimi paragrafi che contengono consigli di
condotta, non ordinamenti di diritto pubblico, gli altri doveri
dell'_imâm_ non differiscono da quei dello emiro, che nella potestà
d'interpretare i dommi.
[5] Mawerdi, op. cit., lib. III, p. 47, 48. Questo autore aggiunge che
l'uficio di emiro poteva essere generale ovvero speciale; sendo lecito
destinare un emiro alle cose di guerra e di polizia, come noi diremmo, e
un altro all'azienda e giurisdizione; op. cit., p. 51. Ma tal caso
sembra avvenuto assai di rado. Mawerdi stesso, p. 54, dice che nelle
province conquistate di recente l'uficio di emir, di dritto, diveniva
generale; nè si potea diminuirne il territorio, nè l'autorità. Le
ragioni che ne allega Mawerdi son fondate su l'assioma, che il ben della
religione e della repubblica musulmana va anteposto al capriccio del
califo.
[6] L'oficio della posta si chiamava appo gli Arabi _berîd_,
trascrizione della voce latina _veredus_. Par che i Sassanidi abbian
tenuto la stessa pratica in fatto di alta polizia; come l'accennai nella
versione del _Solwân_ d'Ibn-Zafer, nota 24 al cap. V, p. 313, 314.
[7] Il _Baiân_, tomo I, p. 75, e Nowâiri, _Storia d'Affrica_, versione
francese di M. De Slane, in appendice a Ibn-Khaldûn, _Histoire des
Berbères_, tomo I, p. 588, fanno menzione del giuramento (_biâ'_)
prestato al nuovo emir di Affrica, Nasr-ibn-Habib (791).
[8] Ibrahim non era al certo independente in dritto più che gli altri
emiri di provincia. Per le monete di Heggiâg non occorre citazione. Su
quelle di Mûsa, va ricordato che la leggenda talvolta fu latina, come si
scorge dalle lettere di M. De Saulcy, _Journal Asiatique_, série III,
tomo VII, p. 500, 540 (1839), e tomo X, p. 389, seg. (1840).
[9] Capitolo V, p. 296.
[10] La numismatica arabo-sicula finadesso può dare scarso aiuto alla
Storia, sendo pubblicate pochissime monete, e la importante collezione
di Airoldi non per anco studiata. A ciò si aggiunga, che rimangono poche
speranze per l'epoca aghlabita, perchè gran copia di monete andò al
crogiuolo per la gelosia dinastica, l'avarizia e il genio burocratico
dei Fatemiti. Delle monete aghlabite di Sicilia alcune sono state
pubblicate da Tychsen, Adler, Castiglioni; alcune dal Mortillaro, il
quale compilò, utile lavoro, una lista di tutte le monete arabo-sicule,
conosciute da lui. Le quattro che io ho accennato nel testo, si trovano
le prime in quella lista (Mortillaro, _Opere_, tomo III, p. 343, seg.);
ed io ne ho dato forse più corretti ragguagli nel Libro II della
presente storia, cap. III, p. 283, cap. V, p. 296, e cap. VI, p. 320,
del primo volume. Le altre monete aghlabite di Sicilia son registrate
dal Mortillaro dal nº 5 al 12.
[11] Fakhr-ed-dîn, presso Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo I, p. 84.
Non ho bisogno di avvertire che la _Khotba_ sia la preghiera pubblica,
in cui si ricorda il nome del principe e pontefice.
[12] Veggasi il Libro II, cap. III, V, VI, VII, IX, X.
[13] Mawerdi, op. cit., lib. III, p. 51, 52, 53; lib. XIX, p. 375, seg.
[14] Come apostasia, empietà, stupro, ubbriachezza ec.
[15] Come omicidii e ferite, furti, calunnie.
[16] Mawerdi, op. cit., lib. III, p. 48, 51, 52, 53; lib. XIX, p. 375,
seg.
[17] Mawerdi, op. cit., lib. VII, p. 128, seg. Veggasi anche Sacy,
_Chrestomathie Arabe_, tomo I, p. 132, seg. Talvolta il principe
delegava alcuno allo esercizio di questa somma giurisdizione. Così
abbiam ricordi di un _wâli-l-mezâlim_ in Affrica sotto gli Aghlabiti,
che poi fu câdi in Palermo.
[18] Mawerdi, op. cit., lib, III, p. 48, 51, 52, 53; lib. VI, p. 107,
seg.; e lib. XX, p. 405 a 408. Si avverta che la giurisdizione non restò
divisa nè in tutti i paesi nè in tutti i tempi nel modo che porta il
Mawerdi. Io ho voluto seguire a preferenza questo scrittore, perchè è
contemporaneo alla dominazione musulmana in Sicilia, e ci mostra
l'ordinamento normale d'allora, meglio che nol farebbero i trattati
relativi all'impero ottomano, all'Affrica ec., al giorno d'oggi.
[19] Mawerdi, op. cit., lib. VIII, p. 164, seg.
[20] Mawerdi, op. cit., lib. XX, p. 404, seg. Veggasi ancora presso
Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo I, p. 468 a 470, uno squarcio dei
Prolegomeni di Ibn-Khaldûn, il quale in parte copia litteralmente
Mawerdi, e in parte aggiugne fatti novelli.
[21] Makkari, presso Gayangos, _The Mohammedan Dynasties in Spain_, tomo
I, p. 105; Lane, _Modern Egyptians_, tomo I, p. 166.
[22] Ibn-Khaldûn, _Prolegomeni_, presso Gayangos, op. cit., tomo I, p.
XXXII; e nello stesso volume, Makkari, p. 104, e nota a p. 398; Sacy,
_Chrestomathie Arabe_, tomo II, p. 184. Al Cairo fu detto
_wâli-l-beled_, prefetto della città; in Spagna, _sâheb-el-medîna_,
preposto della città, _sâheb-el-leil_, preposto della notte, e
_sâheb-es-sciorta_. Gli Omeîadi aveano la grande e picciola _sciorta_,
come noi diremmo alta e bassa polizia.
[23] Ibn-Khallikân, _Wafiat-el-'Aiân_, Vita di Abu-Mohammed-Iahia-ibn-
Akthem, fa menzione del _sâheb-es-sciorta_ di Palermo sotto il
principe kelbita Thikt-ed-daula. MS. di Parigi, Suppl. Arabe,
502, fog. 326 verso; e 504, fog. 234 recto.
[24] Capitolo LVI di Giacomo, e XVII di Federigo di Aragona; Diploma di
Carlo d'Angiò del 24 ottobre del 1269, nella Biblioteca Comunale di
Palermo, MS. Q. q. G. 2, pei _Magistri sorterii_ di Palermo. Dalle
annotazioni di monsignor Testa ai detti luoghi dei Capitoli del Regno,
si vede usata infino ai principii del XVIII secolo in dialetto siciliano
la voce _sciorta_, che latinamente scriveano _sorta_, _surta_, _xurta_,
ec.
[25] Veggansi il Lib. I, cap. VI, p. 133, seg., e p. 148; e il Lib. II,
cap. II, p. 259.
[26] Il Mehdi usava far leggere i suoi rescritti e avvisi di vittorie
nella _gemâ'_ di ciascuna città. _Baiân_, testo, tomo I, anni 296 a 300.
[27] Veggasi Mawerdi, _Ahkâm-Sultanîa_, lib. XX, p. 411 a 414.
[28] Daumas, _Le Sahara Algérien_, p. 72, 290, 293; e il medesimo,
_Mœurs et Coutumes de l'Algérie_, p. 10.
[29] Ricordinsi i _wagih_, _sceikh_ e _fakîh_ del Kairewân, di cui si fa
parola nel Libro I, cap. IV, p. 148. Mawerdi, l. c., adopera il nome
generico di _dsui-l-mekena_, ossia “notabili, o capaci;” i quali par non
fossero i soli possessori e capitalisti, poichè si dice che possano
contribuire alle opere pubbliche, sia con danaro, sia con lavoro. Ei
nota essere così fatto obbligo non individuale ma dell'universale, ossia
_gemâ'_ dei cittadini notabili. Lo stesso autore adopera la voce
_dsui-l-mekena_ per denotare quella classe di persone alle quali furon
date in enfiteusi dal califo Othmân le terre demaniali del Sewâd, lib.
XVII, p. 335.
[30] Ibn-Khallikân, _Wafiât-el-'Aiân_, nella vita di Ibn-Zohr (Avenzoar)
morto a Cordova il 1130, dice che l'avolo di costui avea tenuto alto
grado nella sciûra. Veggasi la versione inglese di M. De Slane, tomo
III, p. 139, ed a p. 140 la nota 12, ove questo erudito orientalista fa
considerare che in Spagna e nell'Affrica settentrionale ogni città aveva
il _counsel or committee_ che aiutasse il governatore (e questa non
parmi espressione esatta) nello esercizio del suo oficio, e si componea
dei capi dei varii quartieri, del câdi, e delle antiche e influenti
famiglie del luogo. Nel tomo II, p. 501 della stessa versione, si parla
d'un Consiglio simile a Murcia.
A Tripoli fin oltre la metà del XII secolo v'ebbe un “Consiglio dei
Dieci” che cessò al conquisto degli Almohadi; come l'afferma Tigiani,
Rehela, versione francese di M. Rousseau, p. 186, 187. (_Journal
Asiatique_, février-mars 1853, p. 135, 136.)
Negli Stati ove è prevalso più il dispotismo, è rimase in vece della
_gemâ'_ un sol oficiale municipale, detto _sceikh-el-beled_, “l'anziano
del paese,” mezzo tra eletto ed ereditario; come si ritrae per l'Affrica
settentrionale da M. Worms, _Recherches sur la propriètè territoriale
dans les pays musulmans_, p. 373, 427; e per l'Egitto, dal Lane, _Modern
Egyptians_, tomo I, p. 171.
[31] Mawerdi, op. cit., lib. XX, p. 411, a 414.
[32] Lane, _Modern Egyptians_, tomo I, p. 170.
[33] Ibn-el-Athîr, anno 336, MS. B, p. 261; MS. C, tomo IV, fog. 350
verso, dice dei Beni Tabari, ch'erano degli _'aiân_, ossia caporioni
della _gemâ'_ in Palermo.
[34] _Riadh-en-Nofûs_, MS., fog. 79 recto, nella vita di
Lokmân-ibn-Iûsuf
[35] Una quarantina d'anni fa, sostenne quest'assioma il barone De
Hammer, oggi consigliere aulico dell'impero austriaco. M. De Sacy lo
confutò, prima nel _Journal des Savants_ del 1818, poi nella terza delle
sue Memorie su la proprietà in Egitto, _Mémoires de l'Académie des
Inscriptions_, tomo VII, p. 55, 56. Il Martorana, _Notizie storiche dei
Saraceni Siciliani_, tomo II, p. 129 e 248, amò meglio seguire il
consigliere aulico, che il dotto professor di Parigi. Il signor
Benedetto Castiglia, in uno articolo di giornale che sopra ho avuto
occasione di lodare, _La Ruota_, Palermo, 30 agosto 1842, si appigliò a
questo paradosso, e scrivendo in fretta lo attribuì a M. De Sacy. A così
fatta teoria rimangono ormai pochi partigiani. La rigetta espressamente
M. Worms nella detta opera, _Recherches sur la constitution de la
propriètè territoriale dans les pays musulmans_. Nè so come M. Du
Caurroi riparli di Messer Domeneddio proprietario universale, _Journal
Asiatique_, IV^e série, tomo XII, p. 13 (1848), senza allegar nuove
autorità.
[36] Mawerdi, _Ahkâm-Sultanîa_, lib. XVI, p. 325; _Hedaya_, libro LXV,
tomo IV, p. 140.
[37] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 341. Traduco “antracite” la voce
_kâr_, che secondo i dizionarii significa “pece liquida.”
[38] Il 10 per cento su la raccolta annuale dei grani, frutta, miele
ec., si ragguaglia al 2-1/2 per 100 su gli armenti, danaro, merci,
masserizie ec., supponendo che coteste maniere di capitali rendessero il
25 per 100. Non arrivando a sì alto segno il fruttato dei capitali
mobili, essi vengono a pagare più che i capitali fissi delle terre.
Avvertasi che il 10 si ragiona su i prodotti del suolo bagnato da
pioggie periodiche o acque sgorganti. Le terre inaffiate con macchine
idrauliche, richiedendo maggiore spesa di cultura, son tassate al 5. Al
contrario, quelle irrigate con acqua di canali che mantiene lo Stato,
pagano il 20; nel qual caso il doppio dazio va per censo dell'acqua.
[39] Seguo l'uso generale nella trascrizione di questa, voce, la quale
secondo il modo tenuto nel resto del mio lavoro andrebbe scritta _zekâ_.
[40] La _zekât_ è dovuta dai soli Musulmani adulti, sani di mente e
liberi, che posseggano oltre un certo valore fissato dalla legge. Si
chiama anche decima. Il ritratto è stato sovente distolto dalla sua
destinazione legale; usurpandolo i governi, che poi si sgravavano la
coscienza in opere di pietà o di carità. Veggansi a tal proposito:
Mawerdi, _Ahkâm-Sultanîa_, lib. XI, p. 195, seg., e lib. XVIII, p. 366,
seg.: questo dottore sciafeita riferisce il dritto come si tenea nella
propria scuola, cita le opinioni delle altre e i fatti fino al tempo e
paese suo, cioè tra il X e l'XI secolo, a Bagdad; _Hedaya_, lib. I,
versione inglese, tomo I, p. 1, seg., che mostra il dritto osservato in
India nel XVIII secolo secondo la scuola di Abu-Hanîfa; D'Ohsson,
_Tableau général de l'Empire Ottoman_, tomo II, p. 403, e tomo V, p. 15,
seg., che riferisce anco il dritto hanefita, osservato alla stessa epoca
in Turchia; Khalîl-ibn-Ishâk, _Précis de jurisprudence musulmane,
traduit par M. Perron_, cap. III, tomo I, p. 328, seg. Quest'autore, di
scuola malekita, visse nel XV secolo. Il suo compendio, brevissimo e
oscurissimo, fa legge in Affrica. Veggasi anche Burckhardt, _Voyage en
Arabie_ (versione francese), tomo II, p. 294, che descrive la pratica
dei Wababiti, puritani dell'islamismo ai tempi nostri. Le varie scuole
ed epoche fan poca differenza nell'applicazione degli statuti su la
_zekât_.
[41] _Mishkat-ul-Masabih_, lib. XII, cap. XI, tomo II, p. 45, seg. Data
la tradizione del Profeta, tralascio di citare i trattatisti, alcuni dei
quali, a dir di Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 330, credettero
necessaria la licenza del principe a confermare il dritto di primo
occupante. Ognun vede che ciò non torna ad esercizio di un supremo
dritto di proprietà, ma a necessaria misura di ordine pubblico, per
evitare che due o più persone si contendessero un podere. È fondato su
la medesima ragione il divieto di occupare il suolo bisognevole a
pascolo comune, strade, mercati ec., di che tratta il Mawerdi, lib. XVI,
p. 322, seg.
[42] _Hedaya_, lib. XLV, tomo IV, p. 132.
[43] Nella sura VIII, verso 42, è detto appartenere la quinta a Dio, e
per lui al Profeta, ai parenti di costui, agli orfanelli, agli indigenti
e ai viandanti. La morte di Maometto diè luogo a cavillare su questa
legge. Dei dottori, chi ha pensato doversi investire tutta la quinta in
utilità pubblica; chi poterne disporre il principe; chi doversi
esclusivamente serbare ai parenti del Profeta, orfanelli ec. Veggasi
Beidhawi, comento al citato verso del Corano, edizione di M. Fleischer,
tomo I, p. 367 e 368; Mawerdi, op. cit., lib. XII, p. 239 a 242. Koduri
vuol che la quinta si divida in tre parti uguali agli orfanelli, poveri,
e viandanti; sostenendo che la quota del Profeta si fosse estinta alla
sua morte; presso Rosenmuller, _Analecta Arabica_, § 34.
[44] Questo importante fatto è riferito da Mawerdi, op. cit., lib. XVII,
p. 334, seg. Avanti la edizione di M. Enger del 1853, che noi citiamo,
questo squarcio era stato pubblicato con una versione francese da M.
Worms, _Recherches sur la constitution de la propriété_, etc., p. 188,
189, e 202, seg. Ma M. Worms non ebbe alle mani che un sol MS. del
Mawerdi; non si servì delle varianti di quello che possiede la
Biblioteca di Parigi; e d'altronde non colse sempre il segno nella
versione.
[45] Mawerdi, l. c.
[46] Il dritto era, secondo Sciafei, che le terre prese con le armi si
dividessero al par che il bottino, a meno di cessione volontaria dei
combattenti. Malek le dicea proprietà perpetua della repubblica.
Abu-Hanîfa rimetteva al principe di scompartirle tra i combattenti,
lasciarle agli Infedeli, con obbligo di pagare il _kharâg_, ovvero
dichiararle proprietà della repubblica, come gli paresse. Così riferisce
Mawerdi, lib. XII, p. 237, seg.; e lib. XIII, p. 254, seg. (anche presso
Worms, op. cit., p. 100, seg.; 103, seg.; 107, seg.). Ma i giureconsulti
vissero quando i conquisti eran cessati; onde la opinione loro non servì
che a lodare o biasimare i fatti compiuti.
[47] Sura, LIX, versi 6, 7, 8.
[48] Mawerdi, op. cit., lib. XIII, p. 254; e presso Worms, op. cit., p.
107 e 110. La prima era opinione di Sciafei; la seconda di Abu-Hanîfa.
_L'Hedaya_, quantunque compilazione hanefita, si appiglia nel presente
caso all'opinione di Sciafei, lib. IX, cap. VII, tomo II, p. 205.
Koduri, autore del decimo secolo, sostiene la prima opinione, presso
Rosenmuller, _Analecta Arabica_, §12.
[49] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 334, 335; e presso Worms, op.
cit., p. 189, e 204. Si vegga anche Koduri, presso Sacy, _Mémoires de
l'Académie des Inscriptions_, tomo V, p. 10.
[50] Mawerdi, op. cit., lib. XII, p. 237; lib. XIII, p. 253; e lib. XIV,
p. 299; i quali squarci si veggano anche presso Worms, op. cit., p. 100,
103, 108, 111; Koduri, presso Sacy, _Mémoires de l'Académie des
Inscriptions_, tomo V, p. 11. Si riscontri col lib. II, cap. XII della
presente storia.
[51] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 330, seg.; e presso Worms, op.
cit., p. 184, seg., e 196, seg.; alla cui versione van fatte molte
correzioni. Ha errato il Martorana, _Notizie storiche dei Saraceni
Siciliani_, tomo II, nota 247, p. 248, sostenendo che tutte le proprietà
musulmane venissero da concessione del principe.
[52] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 335; e presso Worms, op. cit., p.
189, e 205.
[53] Questo ultimo fatto si ricava dall'_Hedaya_, lib. IX, cap. VII,
tomo II, p. 205.
[54] Prima di scrivere queste parole, io ho studiato le dissertazioni di
M. De Sacy, _Mémoires de l'Académie des Inscriptions_, tomo I, V e VII;
l'opera citata di M. Worms, e le compilazioni legali musulmane, come
l'Hedaya, D'Ohsson, Khalîl-ibn-Ishak. Dell'opera di M. De Hammer, ne so
quanto ne dicono M. Sacy e M. Worms.
La conchiusione di M. Sacy, che le terre d'Egitto appartenessero sempre
agli antichi possessori indigeni, e fossero state usurpate in vario modo
dai principi e loro soldatesche, è giusta, a creder mio, ma non
abbastanza provata, nè applicabile a tutti i paesi musulmani.
Quanto a M. Worms, è da commendare il metodo, la sagacità, la
erudizione; non la imparzialità sua. Ponendo un'arbitraria distinzione
tra le terre da seminato e i giardini, o, com'ei dice, terre di _grande
culture_ e di _petite culture_, M. Worms pretende che le prime sian
sempre appartenute allo Stato in tutti i paesi musulmani, fuorchè
l'Arabia. Ed io credo ch'ei si apporrebbe al vero, se parlasse di una
parte, anche della più parte, dei vasti poderi, ma che sbaglia
sostenendo esser tale la condizione di tutte le terre da cereali; e
doversi tener tali per presunzione legale, senz'altre prove. Così ei
viene a negare i dritti certissimi: 1º di dissodamento; 2º di partaggio
tra i soldati; 3º di proprietà di convertiti avanti il conquisto; e 4º
di beni lasciati agli Infedeli in piena proprietà, e indi passati in man
di Musulmani. Se non altro, il numero dei _wakf_, ossia lasciti pii,
ch'è grandissimo in tutti i paesi musulmani, avrebbe dovuto avvertire M.
Worms della esistenza di moltissime terre libere; non potendosi dai
Musulmani fare _wakf_ senza libera proprietà; nè supporre da Europei che
tutte le proprietà private fosser divenute lasciti pii. Qui parlo dei
_wakf_ a moschee o altre opere; non di quello in favor della repubblica
musulmana che costituisce il demanio pubblico.
[55] Si confrontino: Ibn-abd-Hâkem, citato da M. De Slane,
nell'_Ibn-Khaldoun, Histoire des Berbères_, tomo I, p. 312, nota 1;
Ibn-Khaldûn stesso, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, traduzione
di M. Des Vergers, p. 27; e il _Baiân_, tomo I, p. 23. Ho accennato
questo fatto nel lib. I, cap. V, p. 121 del primo volume.
[56] Si confrontino: Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 31, 34; il _Baiân_, tomo II, p. 38;
e Nowaîri, Storia d'Affrica, in appendice a _Ibn-Khaldoun, Histoire des
Berbères_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 159. Ho ferma opinione
che M. De Slane non s'apponga al vero, rendendo in questo luogo la voce
_Khammasa_ “fare schiavo il quinto della popolazione.” Si deve intendere
più tosto “levare il quinto della rendita territoriale” ossia porre il
_kharâg_; come lo mostra con varii esempii il professor Dozy, _Glossaire
al Baiân_, tomo II, p. 16.
[57] Isidoro De Beja, cap. XLVIII, su l'autorità del quale hanno
registrato questo fatto M. Reinaud, _Invasion des Sarrazins en France_,
p. 16; e il prof. Dozy, _Glossaire al Baiân_, tomo II, p. 16.
[58] _Baiân_, tomo I, p. 84. A questo esempio si potrebbe aggiugner
quello delle terre che pagavan decima, su le quali il secondo principe
aghlabita, Abd-Allah-ibn-Ibrahim, comandò (812) che si levasse un tanto
all'anno secondo la misura della superficie, e non più la decima in
derrata. Ibrahim-ibn-Ahmed, che avea continuato o ripigliato tale abuso,
il cessò l'anno 902. _Baiân_, tomo I, p. 87 e 125. Nowairi, in appendice
a _Ibn-Khaldoun, Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo
I, p. 402. Or come decima in derrata significa ordinariamente _zekât_,
così le terre che ne pagavano si dovrebbero credere libera proprietà de'
Musulmani. Nondimeno si può dare che i cronisti abbian voluto
significare la doppia decima, ossia _kharâg_, dovuta sopra terre
tributarie, e che la ingiusta innovazione fosse stata soltanto nel modo
della riscossione in danaro, e a misura di superficie. Mi induce a tal
supposto l'enormezza che sarebbe stata a mutare la _zekât_ in tassa
fondiaria; e mi vi conferma la opinione di alcuni giuristi, riferita da
Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 335, cioè che il _kharâg_ su le terre
da seminato non potea passare il dieci per cento su la raccolta.
[59] _Baiân_, tomo I, p. 125, 175, 184, 273, anni 289 (902), 303 (915),
305 (917), 405 (1014).
[60] Il Martorana, _Notizie storiche dei Saraceni Siciliani_, tomo II,
p. 130, e nota 254 a p. 252, afferma potersi provare la esistenza di
così fatti poderi coi nomi di città e castella che rispondono a quelli
di emiri siciliani. Ma gli esempii ch'ei ne dà son tutti fallaci; e non
lo è meno il supposto che i poderi demaniali dovessero prendere il nome
degli emiri. Nè anco posson servire di argomento i beni demaniali dei
Normanni. Ma la legge, l'interesse dei governanti, e l'uso generale
degli Stati musulmani, danno tal presunzione che val meglio di ogni
prova.
[61] Veggasi il Libro II, cap. XII, p. 474 del primo volume.
[62] Lasciando da parte i molti diplomi del XII secolo che lo attestano,
basti allegare le Consuetudini di Palermo, cap. XXXVI, e gli Statuti di
Catania contenuti in un diploma del 1668 presso De Grossis, _Catena
sacra_, p. 88, 89, citato dal Di Gregorio, _Considerazioni_, nota 21,
cap. IV del lib. I.
[63] Veggasi in questo capitolo la nota 2 a p. 17.
[64] _Ad postremum, capientes panormitanam provinciam, cunctos ejus
habitatores captivitati dederunt._ Johannes Diaconus, _Chronicon
Episcoporum Neapolitanæ Ecclesiæ_, presso Muratori, _Rerum Italicarum
Scriptores_, tomo I, parte 2ª, p. 313.
[65] Veggasi il Libro II, cap. V, della presente storia, vol. I, pag.
294.
[66] Veggasi il Libro IV, cap. VIII sul _kharâg_ aggravato nel 1019, e
il cap. IX su le possessioni dei Musulmani d'origine siciliana e
d'origine affricana.
[67] _Hedaya_, lib. XXXIX, e LII, tomo IV, p. 1, seg.; 466, seg.;
D'Ohsson, _Tableau général de l'Empire Ottoman_, tomo V, lib. IV, V, p.
275, seg.
[68] Si chiamavano in generale _dhiâ'_, come notammo di sopra, e in
Sicilia e Affrica anche _ribâ'_.
[69] Mawerdi, op. cit., lib. XVIII, p. 351, seg. e 355, là dove è detto
che senza ricusa di combattere o altra causa legittima non si potea
togliere lo stipendio, “sendo il giund esercito del popolo musulmano.”
Si confronti col lib. III, p. 50, onde si scorge che lo emir di
provincia potea, senza permesso del califo, accordare lo stipendio ai
figliuoli di militari pervenuti ad età da portar arme.
[70] Mawerdi, op. cit., lib. XII, p. 218, seg.
[71] _Akhbâr-Megmûa'-fi-iftitâh-el-Andalos_, MS. della Biblioteca
imperiale di Parigi, Ancien Fonds, 706, fog. 99 recto. In questa
importante cronica del X secolo si legge: “Quando recavansi ai califi le
entrate (_gebâiât_) delle città e province, ciascuna somma era
accompagnata da dieci personaggi dei notabili del paese e del _giund_;
nè si incassava nel tesoro (_beit-el-mâl_) una sola moneta d'oro o
argento, se costoro non giurassero prima per quel Dio ch'è unico al
mondo, essersi levato il denaro secondo il dritto, ed essere sopravanzo
degli stipendii dei soldati e famiglie loro nel paese, ciascun dei quali
fosse stato soddisfatto di quanto per diritto gli apparteneva. Or
avvenne che si recò al califo il _kharâg_ d'Affrica, la quale di quel
tempo non si tenea come provincia di frontiera; e il denaro era
veramente avanzo, sendosi pria soddisfatti gli stipendii del giund e le
prestazioni dovute all'altra gente. Arrivate con cotesto danaro otto
persone in presenza del califo, ch'era di quel tempo Solimano (715-717),
furono richiesti di giurare; e in fatto fecero sacramento ec.” Questo
fatto dell'VIII secolo risponde perfettamente alla massima di Mawerdi,
op. cit., lib. III, p. 50, che l'emir di provincia mandi all'_imâm_ gli
avanzi del _fei_, “quando ve ne abbia, pagati tutti gli stipendii.”
[72] Secondo Mawerdi, l. c., mancando il danaro del _fei_ in una
provincia, dovea supplire il tesoro del califo. Negli annali dal terzo
al quinto secolo dell'egira credo non si trovi un solo esempio di
stipendii menomati.
[73] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 337 a 341, enumera i varii casi e
i varii pareri dei giuristi, relativamente all'_iktâ'_. Non si tenea
lecito trattandosi di _kharâg_ eventuale, cioè dovuto da Infedeli che
avessero pieno diritto di proprietà, e però andassero sciolti dal
tributo come dalla _gezîa_, facendosi musulmani. Il _kharâg_ perpetuo,
se dovuto in danaro e non variabile secondo il raccolto, si potea
concedere. Pare che gli _iktâ'_ si fossero anco tentati sopra le decime
legali, ossia _zekât_; poichè i giuristi si sforzavano a dimostrarne la
nullità. Questo luogo di Mawerdi è stato tradotto da M. Worms,
_Recherches sur la propriété_ etc., p. 206, seg.; la cui interpretazione
non sempre mi pare esatta.
[74] Mawerdi, l. c., della edizione di Enger, e p. 207, seg., della
versione del Worms, enumera gli uficii pei quali si tenea permesso lo
_iktâ'_ e le condizioni necessarie nei varii casi. La regola generale
che se ne cava, messi da canto i dispareri dei giuristi su i punti
secondarii, è: 1º di escludere le concessioni oltre una vita d'uomo; 2º
permettere le vitalizie ai soli militari; 3º permettere le delegazioni
per parecchi anni agli impiegati permanenti, come _muedsin_ e _imâm_
delle moschee; e 4º limitarle a un anno pei non permanenti, come _câdi_,
_hâkim_, segretarii e impiegati d'azienda.
[75] Su le varie entrate legali e le opinioni dei giuristi, citerò in
generale Mawerdi, _Ahkâm-Sultanîa_, lib. XI, XII, XIII, XIV, XVII,
XVIII. I fatti generali che allego si cavano dalla storia dei primi
cinque secoli dell'islamismo.
[76] Si percorrano nel Libro II le vicende della colonia infino al tempo
di cui si tratta, e si vedrà appena un dono di spoglie e prigioni di
Castrogiovanni fatto dallo emir di Sicilia al principe aghlabita, e da
questi al califo.
[77] Intitolato il _Moscitarik_, opera di Iakût, geografo del XIII
secolo. Il testo arabico è stato pubblicato a Gottinga dal dotto e
infaticabile dottor Wüstenfeld.
[78] Veggasi il _Moscitarik_, alla voce _Mêzar_. È noto a tutti che gli
antichi supposero il nome di Segesta, mutato per eufemismo da Egesta; ma
l'autorità degli antichi è debolissima in fatto di etimologie.
[79] Veggasi il Libro II, cap. IX, p. 407 del primo volume.
[80] Alla prima apparteneano Ibn-Gauth (Libro II, cap. III, p. 285 del
primo volume), un della tribù di Hamadân (Libro II, cap. VI, p. 314 del
primo volume), i Kelbiti, che furono emiri di Sicilia nel X secolo, e
fin nel XII secolo un della tribù di Kinda, che comperò una casa in
Palermo da un Berbero di Lewâta. Della seconda nasceano gli Aghlabiti,
che mandarono molti loro congiunti in Sicilia: e si trovano inoltre i
nomi delle tribù di Kinâna, Fezâra e altre dello stesso ceppo. Tra i
poeti arabi di Sicilia, che fiorirono la più parte nell'XI e XII secolo,
veggiamo tre rami soli di Kahtân e moltissimi di Adnân, non ostante la
signoria dei Kelbiti.
[81] Per gli Spagnuoli veggasi il Libro II, cap. III, p. 264, e cap. IV,
p. 286 e 288 del primo volume. Si potrebbe anco attribuire alli
Spagnuoli il nome di Caltabellotta “la Rocca delle Querce,” identico a
quello di _Kalat-el-bellût_, presso Cordova. Ma ognun vede che il nome
potea nascere dalla condizione del luogo.
[82] Casr-Sa'd chiamavasi secondo Ibn-Giobair (_Voyage en Sicile de
Mohammed-ibn-Djobaïr_, Journal Asiatique, série IV, tomo VI, 1845, p.
516, e tomo VII, 1846, p. 75, e nota 24) un castello nelle vicinanze di
Palermo, fondato fin dai primi tempi della dominazione musulmana. Era
nome di tribù arabica di Adnân, stanziata in Siria e in Egitto, come si
ritrae da Makrizi, _El-Baiân-wa-l-I'râb_, edizione del Wüstenfeld, p. 11
a 14; dalla quale tribù vennero i nomi di quattro diversi luoghi in
Oriente, che occorrono nel _Moscitarik_ di Iakût, p. 447, e d'un
villaggio presso Mehdîa, in Affrica, ricordato nel dizionario biografico
di Sefedi, MS. di Parigi, Suppl. Arabe 706, articolo su Khazrûn; e da
Edrisi, _Géographie_, versione francese, tomo I, p. 277.
_Belgia_, secondo Edrisi, era castello sul fiume, or detto _Belici_, che
scorre tra Gibellina e Santa Margarita, e mette foce presso Selinunte.
Il nome or del castello e or del fiume, nei diplomi latini dall'XI al XV
secolo si vede scritto Belich, Belichi, Belice, Belix, Bilichi. In altra
regione, tra Polizzi, cioè, e Collesano, si ricorda nel XIV secolo un
castel Belici. Veggansi i diplomi presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 695,
736, 842, 843; Di Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo II, p. 469,
489, 492; Del Giudice, _Descrizione del tempio di Morreale_, appendice,
p. 8, seg., dipl. del 1182. Fanno menzione degli stessi nomi: Amico,
_Lexicon Topographicum_, in Val di Mazara e Val Demone; e Villabianca,
_Sicilia Nobile_, tomo I, parte II, p. 23.
Il medesimo nome, sotto la forma di _Belgi_ e _Belgiân_, si trova a
Bassora e presso Marw in Khorassân, secondo il _Merâsid-el-Ittilâ'_.
Inoltre un picciol fiume che si scarica nell'Eufrate presso Rakka,
chiamato anticamente Bileka, porta oggi il nome di _Belich_, o
_Belejich_, secondo la pronunzia inglese, come si nota nel _Journal of
the Royal Geographical Society_, anno 1833, tomo III, p. 233.
[83] Volgarmente _Dennisinni_, fonte presso Palermo, tra i palagi della
Cuba e della Zisa. In un diploma latino del 1213, presso Mortillaro,
_Catalogo dei diplomi della cattedrale di Palermo_, p. 55, questo nome è
scritto _Aynscindi_; e _Aynisindi_ nello _Anonymi Chronicon Siculum_,
opera del XIV secolo, presso Di Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo
II, p. 129. Ibn-Haukal, nel X secolo, dava a questa fonte il nome di
_'Ain-abi-Sa'id. Journal Asiatique_, IV série, tomo V, p. 90 e 99 (20 e
29 dell'estratto).
[84] Del villaggio di _Balharâ_, fa menzione Ibn-Haukal, l. c. Il sito
risponde senza dubbio a quel di Monreale; e il nome par sia rimaso a un
mercato di Palermo, ch'era frequentato probabilmente dagli abitatori di
Balharâ, il quale, nel medio evo, fu chiamato, come attesta Fazzello,
_Segehallaret_, e oggi, tralasciata la voce _suk_ o _sug_, “mercato,” si
addimanda _Ballarò_. Io l'ho avvertito alla nota 33 alla mia versione di
Ibn-Haukal. Or in India avvi un monte detto nel medio evo _Balharâ_, e
scritto dagli Arabi precisamente con la stessa ortografia del testo di
Ibn-Haukal. Ne fa menzione il medesimo autore, e, seguendo lui,
Ibn-Sa'id, _Moktaser-Gighrafia_, MS. di Parigi, fog. 53.
Balharâ era anche titolo di un principe d'India, al dir di Masudi,
_Morûg-ed-dscheb_, versione inglese di Sprenger, tomo I, p. 193, e
Reinaud, _Mémoire sur l'Inde_, p. 129.
[85] _Ságana_, vasto podere, e un tempo feudo, tra le montagne a ponente
di Palermo. Il nome resta tuttavia. Se ne fa menzione in un diploma di
Guglielmo II, del 1176, del quale v'ha una copia in arabico
nell'archivio del Monastero di Morreale, con una versione latina
contemporanea, pubblicata da Del Giudice, _Descrizione del tempio di
Morreale_, appendice, p. 18.
_Saghâniân_ chiamavasi una città della Tartaria independente, al sud-est
di Samarkand; e scriveasi con le medesime lettere radicali che nel
diploma di Morreale, se non che in questo l'accento e la finale son
diversi: in luogo di _Saghâniân_, _Sâghanû_. È superfluo ricordare che
nel IX secolo l'impero arabico si estendeva alla Tartaria fino a
Fergana; e che Bokhara, Samarkand e altre città di quella provincia,
furono patria di dottissimi scrittori arabi.
[86] _Menzîl Sindi_, ricordato da Edrisi, e situato presso Corleone; e
_Gebel-Sindi_, vasto podere presso Girgenti, di cui si fa menzione in un
diploma del 1408, presso Di Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo II,
p. 49. Significano l'uno “la posta o villaggio,” e l'altro “il monte”
del Sindî, o vogliam dire uom del Sind. Il nome di _Sindis_, a levante
di Corleone, occorre di più in un diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_,
p. 764. Mohammed-ibn-Sindi capitanò l'armatetta uscita di Palermo contro
i Bizantini nell'855. Veggasi il Libro II, cap. V, p. 302 del primo
volume.
[87] Dei nomi che presentano tal certezza, sei sono vicinissimi a
Girgenti; due tra questa e Palermo; due presso Palermo; uno nei dintorni
di Messina; uno in quei di Siracusa. Ecco i nomi:
I. _Andrani_, casale tra Sciacca e Girgenti, da un diploma del 1239,
_Constitutiones Regni Siciliæ_, edizione del Carcani, p. 268. _Andrani_
o _Andarani_ è l'aggettivo etnico di Andara, tribù berbera, ricordata da
Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, testo arabico, tomo I, p. 108 e 178,
e versione francese di M. De Slane, tomo I, p. 170, 275.
II. _Kerkûd_, nome di villa in Sicilia secondo il _Merâsid-el-Ittilâ'_ e
il _Mo'gim_ di Iakût, MS. del British Museum, nº 16649 e 16650,
nell'articolo _Kerkeni_ (Girgenti): forse la Karches di un diploma del
1177 a favor del vescovo di Girgenti, negli _Opuscoli di autori
siciliani_, tomo VIII, p. 334. _Kerkûda_ è tribù berbera, secondo
Ibn-Khaidûn, op. cit., testo, tomo I, p. 177; versione, tomo I, p. 274.
III. _Mesisino_, nome di collina nell'antica baronia di Belici presso
Castelvetrano, secondo Villabianca, _Sicilia Nobile_, tomo II, p. 345.
_Meziza_ è tribù berbera, secondo Ibn-Khaldûn, op. cit., testo, tomo I,
p. 153; versione, tomo I, p. 241. La mutazione della _z_ in _s_ non
mette in forse la etimologia.
IV. _Mechinesi_, antico casale sul cui sito sorge in oggi Acquaviva,
secondo Amico, _Lexicon Topographicum_. _Miknas_, o _Miknasa_ è nome
notissimo di tribù berbera.
V. _Minsciâr_, castello, secondo Edrisi, presso il sito presente di
Racalmuto; e _Muxaro_ (Sant'Angelo di) in oggi comune a 14 miglia da
Girgenti, scritti entrambi con varianti nei diplomi del medio evo.
_Minsciâr_ era nome di una montagna in Affrica, appartenente alla tribù
berbera dei Wezdâgia, secondo Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de
la Sicile_, versione di M. Des Vergers, testo arabo, p. 56, e versione,
p. 128. Si vegga anche Edrisi, versione di M. Jaubert, tomo I, p. 275.
Il _Merâsid_, di Iakût, edizione di Leyde, tomo III, p. 159, nota una
fortezza _Minsciâr_ presso l'Eufrate.
VI. _Modiuni_ si addimanda in oggi il fiume detto anticamente Selinus,
presso Selinunte. _Madiûna_ è nome di tribù berbera, secondo
Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, testo, tomo I, p. 109, e versione,
tomo I, p. 172.
VII. _Sanagi_ o _Sinagia_, si chiamò la sorgente del fiume Mazaro, e un
podere nel territorio di Salemi, secondo un diploma del 1408, presso Di
Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo II, p. 489, e Villabianca,
_Sicilia Nobile_, tomo II, p. 396. _Sanhâgia_, o _Sinhagia_, come ognun
sa, è delle principali tribù berbere.
VIII. Notissima al paro quella di _Zenata_. _Hager ez-Zenati_ e _Rahl
ez-Zenati_ che suonan “La rupe,” e “il villaggio” di quel di Zenata,
sono nomi di luogo presso Corleone, ricordati nei diplomi: del 1093,
presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 695 e 842; del 1150, 1155, 1301,
presso Mongitore, _Sacræ Domus Mansionis.... Panormi, Monumenta
historica_, cap. XIII; e del 1182, presso Del Giudice, _Descrizione del
tempio di Morreale_, Appendice, p. 11. Di quest'ultimo diploma avvi una
copia arabica nell'archivio del monastero di Morreale. Negli altri, che
son tutti latini, si legge talvolta _Petra de Zineth_, _Raalginet_,
_Ragalzinet_ ec.
IX. _Magagi_ in latino e _Maghâghi_ in arabico, secondo il diploma del
1182 presso Del Giudice, l. c., è nominata una villa nel territorio
dell'antica Giato, non lungi dall'odierno comune di San Giuseppe li
Mortilli. _Maghâga_, tribù berbera, secondo Ibn-Khaldûn, _Storia dei
Berberi_, testo, tomo I, p. 108; versione, tomo I, p. 171.
X. _Cutemi_, _Cutema_, _Gudemi_, terra presso Vicari, sul confine delle
diocesi di Palermo e Girgenti, ricordata in un diploma del 1244, presso
Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 147. Il nome deriva da _Kotâma_ o _Kutâma_,
tribù berbera, di cui ci occorrerà far parola. Avvertasi che questa e
Sanhagia forse non vennero in Sicilia prima del X l'una, e l'altra dello
XI secolo.
XI. _Cûmîa_, nome di due villaggi vicino Messina, e di una tribù
berbera, di cui Ibn-Khaldûn, op. cit., testo, p. 109 ec., e versione,
tomo I, p. 172 ec.
XII. _Melilli_, nome di città a dodici miglia da Siracusa. _Melila_ e
_Melili_, cittadi d'Affrica, l'una su la costiera del Rif di Marocco,
l'altra nello Zab; e Melila, tribù berbera, di cui Ibn-Khaldûn, op.
cit., testo, tomo I, p. 107 ec., e versione, p. 170 ec. Ma il nome
potrebbe esser pure d'origine latina.
XIII. Mesisino, nel feudo del Landro (val di Mazara), citato da
Villabianca, _Sicilia nobile_, tomo II, p. 345. Meziza era nome di tribù
berbera, secondo Ibn-Kaldûn, _Histoire des Berbères_, tomo I, p. 241
della versione, e I, 153 del testo.
Do la presente lista com'abbozzata appena; perocchè nè si trovan
raccolti, nè io tutti li so, i nomi topografici secondarii della
Sicilia, di monti, poderi, scaturigini d'acqua ec. Da un'altra mano
scarseggiano le notizie su le denominazioni etniche di second'ordine e
su le topografiche relative ai Berberi d'Affrica, e la lingua loro
appena si è cominciata a studiare da Europei; ond'è possibile che siano
berberi molti nomi topografici attuali della Sicilia o di quei ricordati
nelle carte dal XII al XV secolo, la cui origine non pare arabica, nè
greca, nè latina, nè francese. Son certo che si arriverà a scoprirne col
tempo molti altri. Avverto infine che moltissimi dati anco dalla
schiatta berbera non si riconosceranno giammai; perchè gli uomini di
quella prendeano sovente nomi o soprannomi arabici. Occorrono inoltre
parecchi nomi berberi tra i poeti siciliani dell'XI e XII secolo. La
storia ricorda, nell'XI secolo, Ibn-Meklâti, uno dei regoli che si
divisero l'isola, uom della tribù di Meklata, di cui Ibn-Khaldûn, op.
cit., testo, tomo I, p. 108 ec.; versione, tomo I, pag. 172 ec. L'atto
di vendita di una casa in Palermo, dato il 1132, porta il nome del
venditore Abd-er-Rahman-ibn-Omar-ibn....-el-Lewâti, cioè di Lewâta,
notissima tribù berbera; testo arabico presso Di Gregorio, _De
supputandis apud Arabos Siculos temporibus_, p. 44.
[88] _Mœurs et Coutumes de l'Algérie_, par le général Daumas, Paris
1853, p. 148, 166, seg.; 191, seg.
[89] Ibn-Khaldûn, sì veggente in filosofia storica e sì accurato
compilator degli annali dei Berberi, fa una distinzione tra i Berberi
nomadi e gli agricoltori, dei quali i primi taglieggiavano i secondi e
si teneano più nobili di loro, _Storia dei Berberi_, versione francese
di M. De Slane, tomo I, p. 167, seg. Par che i nomadi non solamente
esercitassero quella maggioranza, come più forti, sopra gli agricoltori,
ma anco inclinassero all'aristocrazia nello ordinamento interiore di
loro tribù. Quanto alla democrazia, ancorchè Ibn-Khaldûn non ne parli,
trasparisce dai fatti che io andrò accennando; e fors'anco quello
storico si accorse della diversità del reggimento politico, quando notò
che i Berberi lontani dalle grandi città e però non soggetti alla
dominazione romana, vandala o bizantina, “avean le forze, ordini, numero
di genti, re, capi, reggitori (_akiâl_ plurale di _kâil_) e comandanti
che lor piacessero;” poichè la diversità di cotesti governanti,
scrivendo lo autore in arabico e non in berbero, mostra differenza non
di mero titolo, ma ancora di autorità e natura del magistrato. Veggasi
il testo arabico, vol. I, p. 132; e la versione, vol. I, p. 207, che non
è litterale.
[90] Il califo fatemita Mo'ezz-li-din-Allah, verso il 908, apprestandosi
al conquisto di Egitto, volea porre governatori suoi e riscuotere le
decime legali nel paese della tribù di Kotâma. Rifiutaronli. Chiamati a
corte alcuni sceikhi della tribù, Mo'ezz, non li potendo intimidare, lor
disse che l'avea fatto per prova, e che si rallegrava di avere a' suoi
servigi uomini di sì alti spiriti. Veggasi Makrizi, citato da M.
Quatremère, _Vie du Khalife fatimite Moezz-li-din-Allah_, p. 30, 31.
[91] Queste due tribù sendo state in guerra contro il principe zeirita
d'Affrica, Mo'ezz-ibn-Badis, gli mandarono il 1026 loro sceikhi a
trattare uno accordo con esso lui: Ibn-al-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 59
recto, anno 417. Le milizie di Kotâma, stanziate al Cairo al principio
del regno di Hâkein-bi-Amr-Allah (966), non vollero che si ingerisse
nelle faccende loro altri che un proprio loro sceikh. Veggasi
Iahîa-ibn-Sa'îd, _Continuazione degli annali d'Eutichio_, MS. di Parigi,
Ancien Fonds, 131 A, p. 62.
[92] Veggasi il Libro II, cap. X, p. 424; e cap. XI, p. 440 del primo
volume. Secondo Ibn-el-Athîr, e il _Baiân_, la cacciata dei Musulmani da
Amantea e Santa Severina seguì il 272 (17 giugno 885 a' 6 giugno 886),
la qual data si riscontra con quella degli annali bizantini. La prima
guerra civile tra Arabi e Berberi in Sicilia scoppiò tra l'autunno
dell'886 e la primavera dell'887, secondo la testimonianza della Cronica
di Cambridge, combinata con quella del _Baiân_.
[93] Veggasi il Libro II, cap. X, p. 429, seg., del primo volume.
[94] Citato da Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_,
traduzione di M. Des Vergers, p. 139. Nel testo si legge in caratteri
arabici _Mâlankhûnîa_ (Μελανχολία). Forse attinse alla stessa sorgente
l'autore del Baiân, tomo I, p. 126, il quale, in luogo di trascrivere la
denominazione della malattia, la traduce: “bile negra.”
[95] Litteralmente “la materia onde cresce il re, sono i _rai'a_.”
Questa voce arabica, come ognun sa, vuol dir gregge; ed è passata in
termine tecnico per designare il popol minuto delle città e campagne.
[96] Nowairi, _Storia d'Affrica_, MSS. di Parigi, Ancien Fonds, 702, e
702 A, fog. 23 recto del primo, e 54 del secondo. Mi allontano alquanto
dalle versioni non precise che han dato di questo passo M. Des Vergers,
e M. De Slane, il primo in nota a Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et
de la Sicile_, p. 139, e l'altro in appendice a Ibn-Khaldûn stesso,
_Histoire des Berbères_, tomo I, p. 435.
[97] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 32 verso.
L'autore allega in esempio il distico d'Ibrahim:
“Astri siam noi, figli degli astri; avol nostro la luna del cielo,
Abu-Nogiûm-Tamîm;
“Avola nostra il Sole. Or chi s'agguaglia a noi, discesi di due sì
nobili schiatte?”
A chi non conosce l'arabico è da avvertire che in quella lingua la luna
è di genere maschile, il sole femminino, e Abu-Nogiûm significa “padre
delle stelle.”
Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, parte IIª, cap. LXXV,
riferisce, senza citare sorgente, un aneddoto anacreontico, seguito
forse nella prima gioventù di Ibrahim. Certo poeta, per domandargli non
so che grazia, scrivea due versi in un pelizzino, e il nascondea, come
noi facciamo nei confetti, entro una rosa, presentata a Ibrahim mentre
sedeva in un giardino tra le sue donne. Una lesse e cantò i versi; e
Ibrahim donò al poeta cento monete d'oro.
[98] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 92 recto; e MS. C,
tomo IV, fog. 246 verso, anno 261; _Baiân_, tomo I, p. 110, seg.;
Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, traduz. di M. Des
Vergers, p. 126, seg.; Nowairi, in appendice a Ibn-Khaldûn, _Histoire
des Berbères_, traduz. di M. De Slane, tomo I, p. 424, seg.
[99] Veggansi le autorità citate nella nota precedente; e vi si
aggiungano: Bekri, Descrizione dell'Affrica nelle _Notices et extraits
des MSS_., tomo XII, p. 470; Tigiani, _Rehela nel Journal Asiatique_,
série IV, tomo XX (agosto 1852), p. 99; e tomo XXI (febbraio 1853), p.
133; Ibn-Wuedrân, MS. arabo, § 6; e versione di M. Cherbonneau, nella
_Revue de l'Orient_, decembre 1853, p. 428. Il primo parla soltanto
della Moschea di Kairewân; l'ultimo di quella di Tunis, e del serbatoio
d'acqua.
[100] _Theophanes continuatus_, lib. IV, cap. XXXV, p. 197; Constantinus
Porphyrogenitus, _De Cerimoniis aulæ Byzantinæ_, appendice al Iº libro,
p. 492; Symeon Magister, _De Michæle et Theodora_, cap. XLVI, p. 681. I
posti in tutto erano nove, compreso quello di Costantinopoli. Il numero
diverso dei fuochi indicava diversi casi, come: assalto dei Musulmani,
battaglia, incendio, etc. Leone, arcivescovo di Tessalonica e professore
alla Magnaura, al dire di Symeon Magister, avea perfezionato questo
sistema telegrafico, ponendo a Tarso ed a Costantinopoli due orologi che
si supponeano isocroni (ὲξ ἴσου κάμνοντα). L'imperator Michele
l'ubbriaco fece sopprimere i segnali a vista della capitale, perchè i
sinistri avvisi non lo venissero a sturbare tra i giochi dell'ippodromo.
[101] Questa conghiettura è fondata su gli indizii seguenti. Primo, che
i fuochi di segnali usati in Sicilia fino agli ultimi anni del secolo
passato per dare avviso dei corsali barbareschi che si avvistassero, si
chiamavan _fáni_, appunto la stessa voce φάνος, che troviamo nei citati
scrittori bizantini. Da ciò par che l'usanza risalga ai tempi in cui il
linguaggio oficiale in Sicilia era il greco. Secondo, che la montagna
ove sorgea l'antica Solunto, alla estremità orientale del golfo di
Palermo, si addimanda tuttavia Catalfano, voce scorciata da Calatalfano
e composta dall'arabico kala't (rocca) e da φάνος; il che prova che vi
fosse stata una torre da segnali al tempo della dominazione musulmana, o
anche prima. Terzo, che i segnali con fuochi furono tentati nell'847
durante lo assedio di Lentini, come già narrammo nel Libro II, cap. VI,
p. 317 del primo volume.
[102] Confrontinsi: il _Baiân_, tomo I, p. 215; Nowairi, in appendice
alla _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, versione di M. De Slane,
tomo I, p. 424; Bekri, Descrizione d'Affrica nelle _Notices et Extraits_
des MSS., tomo XII, p. 476, 477; Ibn-Wuedrân, MS. arabo, § 6º. I due
ultimi scrittori riferiscono la fondazione di Rakkâda agli anni 273 e
274. Il nome nacque, secondo alcuni, dall'amenità del sito che
inebbriasse di voluttà e sforzasse al sonno; secondo altri, da un gran
mucchio di cadaveri che vi si trovarono a dormir l'ultimo sonno.
[103] Si pronunziino le ultime due lettere ciascuna col proprio suono,
non unite con quello della _th_ inglese. Il nome vuol dir “Padre della
vittoria.”
[104] M. De Slane, op. cit., p. 425, ha tradotto queste parole del
Nowairi “un certain nombre d'entr'eux parvint à se réfugier en Sicile.”
Ma il testo dice chiaramente “rilegare,” e così lo ha interpretato M.
Des Vergers in nota a Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, p. 127.
[105] Ciò è notato da Nowairi, op. cit., p. 425, e 427. Veggansi per
cotesti fatti: Nowairi, l. c.; e il _Baiân_, tomo I, p. 110.
[106] Tomo I, p. 126.
[107] _Baiân_, tomo I, p. 114. Quivi si fa menzione di due diverse
emissioni di moneta. L'una fu di dirhem _sihâh_, ossiano “schietti,”
come li chiamava il principe. Così ei soppresse le ritaglie d'oro senza
conio, con che si soleano pagare le frazioni di valori, per lo scrupolo
religioso di non cambiar metallo con metallo; onde si tenea biasimevole
pagando, per esempio, una merce del valore di mezzo dinâr, dar al
venditore un dinâr e riceverne mezzo dinâr in altra moneta. Per questa
ragione nei paesi musulmani i cambiatori, _sirâfi_, come li dicono,
erano per lo più giudei. Non sappiamo se desse luogo al malcontento
quello scrupolo di coscienza, ovvero la cattiva lega dei dirhem.
Represso il tumulto, aggiunge il _Baiân_, rimasero abolite per sempre in
Affrica, non solo le ritaglie (_kitâ'_), ma anche i nokûd, che significa
buona moneta in generale, e qui parmi si debba intendere di quella dei
califi, che avea corso in tutti i paesi. Venne dopo ciò la coniazione
dei dirhem e dinâr detti _'asceri_, ossia decimali. La numismatica ci
permette di aggiugnere che Ibrahim coniasse altresì quarte di dinâr in
oro; che ve n'ha pubblicate parecchie, e una ne ho veduto nel Cabinet
des Medailles di Parigi, uscita probabilmente dalla Zecca di Sicilia
l'anno 268, e del peso di un grammo e cinque centesimi, che valea da tre
lire e sessanta centesimi pria della attuale perturbazione nel pregio
dell'oro.
[108] _Baiân_, tomo I, p. 125. Quivi è usato il vocabolo _kabâlât_, al
singolare _kabâla_ o _gabâla_, poichè la prima lettera partecipa del
suon della g. Indi è agevole a riconoscervi la nostra voce gábella.
Etimologicamente significa promessa, offerta, prestazione.
[109] _Baiân_, l. c. Il testo porta che nel 289 Ibrahim, riformando
parecchi abusi del proprio governo “prese le decime in frumento e
rilasciò il _kharâg_ di un anno ai possessori delle _dhiâ'_.” Le varie
significazioni di queste voci, di che abbiamo discorso nel capitolo
precedente, lascian dubbio se le decime fossero _zekâ_t, ovvero tributo
fondiario su i grani, e il _kharâg_ rilasciato, questo medesimo tributo,
ovvero censo; e in fine se si tratti di _dhiâ'_, poderi demaniali,
ovvero beneficii militari.
[110] _Baiân_, tomo I, p. 117, anno 280 (893-894).
[111] Nowairi, in appendice all'_Histoire des Berbères, par
Ibn-Khaldoun_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 426; Ibn-Khaldûn
stesso, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des
Vergers, p. 128. Secondo Ibn-Khaldûn, ebbe infino a 3,000 schiavi
stanziali; secondo il _Baiân_ a 5,000, e Nowairi dice 100,000, forse il
numero totale dello esercito.
[112] _Il Principe_, cap. XVIII.
[113] _Baiân_, tomo I, p. 116; Nowairi nell'opera citata, p. 427, il
quale registra questo fatto due anni prima del _Baiân_, cioè nel 278.
[114] Questa riflessione si legge nel _Baiân_, l. c.
[115] Nowairi, op. cit., p. 498. Veggasi ciò che notai a questo
proposito nel Libro II, cap. X, p. 429 e 430 del primo volume.
[116] Confrontinsi: il _Baiân_, tomo I, p. 117, 123; Nowairi, op. cit.,
p. 428, 429; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_,
versione di M. Des Vergers, p. 130 a 132. — Il _Baiân_, dal quale
tenghiamo la narrazione degli onori resi a Meimûn, dice donategli tre
sorte di vesti di seta: 1º _kherz_, o diremmo noi filosella, seta
grossolana dei bozzoli forati dal baco; 2º _wesci_, credo drappo
intessuto d'oro; e 3º _dibâg_, drappo operato e di varii colori. È
trascrizione dal persiano _dibâh_, preso alla sua volta dal greco
δίβαφος.
[117] Nowairi, op. cit., p. 427.
[118] _Baiân_, tomo I, p. 116.
[119] Confrontinsi: il _Baiân_, l. c.; e Nowairi, op. cit., p. 427.
[120] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiat. di Parigi, fog. 33 recto.
[121] Confrontinsi: il _Baiân_, tomo I, p. 116; Nowairi, op. cit., p.
436; e Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, traduz. di
M. Des Vergers, p. 139.
[122] _Baiân_, tomo I, pag. 127; Nowairi, op. cit., p. 437.
[123] Veggasi il Libro II, cap. XII, p. 476.
[124] _Riadh-en-nofûs_, MS. fog. 55 verso.
[125] Libro II, cap. XII, p. 511.
[126] _Baiân_, tomo I, p. 116. Su questa maniera di supplicio, usata nei
paesi musulmani almeno fino al XVI secolo, si veggano Sacy,
_Chrestomathie arabe_, tomo I, p. 468; Quatremère, arsione dell'opera di
Makrizi, _Histoire des Sultans Mamlouks_, tomo I, pag. 72 e 182; De
Freméry, nel _Journal Asiatique_, série IV, tomo III (gennaio 1844), p.
124.
[127] Mi discosto in questo passo dalla versione di M. De Slane.
[128] Op. cit., pag. 430.
[129] _Baiân_, tomo I, p. 124. Ho seguíto piuttosto la cronologia di
questa compilazione che del Nowairi, il quale reca il fatto nel 281
(894-895).
[130] Confrontinsi: Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi,
fog. 35 recto; _Baiân_, tomo I, p. 281; Nowairi, op. cit., p. 430.
[131] Confrontinsi: il _Baiân_, tomo I, p. 115 a 127; Ibn-Abbâr, l. c;
Nowairi, op. cit., p. 428, 436, 437; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique
et de la Sicile_, fog. 139, il quale accenna appena le crudeltà del
tiranno.
Ibn-el-Athîr, risoluto a lodarlo come principe forte e sostegno
dell'islamismo, salta a piè pari tatti quei misfatti, e narra solo i
principii del regno e la morte di Ibrahim; pur si lascia sfuggir dalla
penna che l'eroe Abu-l-Abbas vivea in continuo terrore della “maligna
indole del padre.” MS. A, tomo II, fog. 92 e 172; MS. C, tomo IV, fog.
246 verso, e 279 recto, anni 261 e 289.
[132] Veggasi in questo medesimo Libro II cap. IV.
[133] _Baiân_, tomo I, p. 115. Aggiugne il cronista che Ibrahim trovò
con maraviglia il cuore confuso (leggo nel testo _fânian_) col fegato, e
irsuto di peli. In Sicilia si dice d'uom tristo e vendicativo ch'abbia
il cuor peloso; il quale pregiudizio o la frase può ben venire dagli
Arabi. Quanto ai movimenti convulsivi che si narrano di Ibn-Semsâma, non
mi sembrano più meravigliosi di quei che la storia ricorda di tanti
altri decapitati; nè parmi strano che vi concorra il proponimento
fermatosi in mente da un uomo nell'atto di ricevere il colpo mortale.
[134] Confrontinsi il _Baiân_, tomo I, p. 126 e 127, e Nowairi, op.
cit., pag. 436 seg. Entrambi citano Ibn-Rakîk, cronista affricano del X
secolo, e il _Baiân_ aggiugne aver trovato cotesti fatti anche in altri
autori. Ibn-Abbâr, MS. citato della Società Asiatica di Parigi, fog. 35
recto, solo narra il fatto delle donne incinte sparate per cavarne il
feto, dicendo che seguì l'anno 283 (896-897) e conchiudendo con la
esclamazione: “enorme peccato contro Iddio, ch'ei sia esaltato.”
Immediatamente appresso cita Ibn-Rakîk per uno aneddoto relativo alla
deposizione di Ibrahim. In generale per la vita di questo tiranno si
veggano i tre scrittori or citati e Ibn-el Athîr, Ibn-Kaldûn, e gli
altri compilatori che più o meno ripetono gli stessi fatti. La più parte
del racconto di Nowairi era stata tradotta, prima di M. De Slane, da M.
Des Vergers, nelle note a Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, pag. 138, seg.
[135] Martirio di San Procopio vescovo di Taormina, cavato dalla
Traslazione del corpo di San Severino alla città di Napoli, presso
Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 60, seg.; e presso
Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 269.
L'autore è lo stesso della cronica dei Vescovi di Napoli, come lo prova
il Muratori nel tomo citato del _Rerum Italicarum_, pag. 287, seg.
L'altra narrazione alla quale alludo è il martirio dei fratelli
siracusani, presso Gaetani, op. cit., tomo II, p. 59.
[136] Confrontinsi: il _Baiân_, tomo I, p. 124, anno 285 (27 gennaio 898
a 15 gennaio 899), e il _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio,
_Rerum Arabicarum_, p. 43, anno 6406 (1º settembre 897 a 31 agosto 898).
Supponendo precise quelle due date, l'avvenimento si ristringe ai sette
mesi che corsero dalla fin di gennaio a quella d'agosto 898. Si noti che
il Baiân non spiega chi fosse il capo dei Berberi, e chi degli Arabi. Ma
vi supplisce il nome di Hadhrami; poichè l'Hadramaut è regione a levante
del Iemen. Se tuttavia rimanesse dubbio, lo toglie la Cronica di
Cambridge dicendo che i Berberi, dopo assalito il giund, consegnarono
agli Affricani Abu-Hosein e i suoi figliuoli. Quegli era dunque il lor
capo. Ho corretto secondo la Cronica di Cambridge il soprannome di
costui, che nel _Baiân_ si legge Abu-Hasan.
[137] Veggasi il Libro II, cap. IX, p. 390 del 1º vol., nota 4. Ho
scritto il nome come si trova in Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II,
fog. 167 recto; e MS. di Bibars, fog. 123 recto. Il Nowairi, _Storia di
Sicilia_, presso di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 11, dà il nome di
Abu-Malek-Ahmed-ibn-Iakûb-ibn-Omar-ibn-Abd-Allah-ibn-Ibrahim-ibn-Aghlab.
Questo compilatore, che in tutto merita minor fede, dice che Ahmed
governò la Sicilia per ventisei anni (correggasi 28), dal 259 al 287
(872 a 900); dimenticando che nella _Storia d'Affrica_ egli stesso avea
nominato in quello spazio di tempo due altri emiri di Sicilia. Perciò
suppongo che Ahmed fosse stato scambiato una prima volta, e rieletto,
dopo molti anni, verso il 287.
[138] _Chronicon Cantabrigiense_, presso di Gregorio, _Rerum
Arabicarum_, p. 43. La versione stampata porta: _Anno 6407 commissum est
prælium in Franco Forth_. Le due parole del testo, nelle quali parve di
ravvisare questo nome geografico, sono sbagliate nelle edizioni di
Caruso e Di Gregorio; poichè nel MS. originale, secondo la collazione
che me ne ha fatto il cortese signor Power bibliotecario dell'università
di Cambridge, si legge chiaramente la seconda voce _mofâreka_; e la
prima, mancante di punti diacritici, si compone delle seguenti lettere:
1º _f_, ovvero _k_; 2º _r_; 3º _b, t, th_, ovvero _i, n_; 4º _h, g,_
ovvero _kh_; 5º a. Badando alle sole radicali, non esito a dire che
siano _f, r, g_ con che si scrive il verbo fereg, “scindere, fendere;” e
son certo che questa parola mal copiata o piuttosto male scritta in
arabico dall'autore, greco di Sicilia, sia il plurale irregolare di un
vocabolo che significasse “scissura;” proprio il greco σχῖσμα. Non
lascia luogo a interpretarla altrimenti la voce precedente _mofâreka_,
che si accorda grammaticalmente con questa, e che è l'aggettivo feminino
cavato dalla terza forma del verbo _ferek_, “separare, disgregare.” Si
corregga dunque la versione: “L'anno 6407 varie fazioni guerreggiaron
tra loro.”
Occorre di aggiugnere che il nome di Francoforte o altro simile non
poteva esistere in Sicilia avanti i Normanni; e che non v'ha in oggi, nè
v'è mai stato. Il comune attuale di Francofonte, e non Francoforte, fu
fondato nel XIV secolo.
[139] Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167; MS. di Bibars,
fog. 123 recto. Il Nowairi, nella _Storia di Sicilia_ presso Di
Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 11, senza fare menzione delle guerre
che seguirono, dice Abd-Allah eletto emir di Sicilia il 287; e nella
_Storia d'Affrica_ data da M. De Slane in appendice a Ibn-Khaldûn,
_Histoire des Berbères_, p. 431, lo fa andare in Sicilia il 284,
sbarcare nel mese di giumadi primo (giugno 897), espugnare Palermo, e
accordare poi l'amân. Da ciò si conferma la incertezza delle sue
compilazioni.
[140] La Cronica di Cambridge dice che Abd-Allah “passò” di Affrica a
Mazara il 24 luglio; Ibn-el-Athîr che “arrivò” in Sicilia il primo di
scia'bân, che risponde al primo agosto.
[141] Questi è Ibn-Khaldûn, nella _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, p. 57 del testo, e 134 della versione di M. Des Vergers. Non so
donde abbia cavato tal particolare l'autore, che nel resto del racconto
compendia Ibn-el-Athîr.
[142] Nei due MSS. di Ibn-el-Athîr si trova il secondo nome senza punti
diacritici. Credo vada letto Bâgi. Questo, a detta del _Lobb-el-Lobbâb_
di Sojuti, edizione del Veth, può esser nome di famiglia persiana, o
nome etnico derivato da Bâgia, chè così addimandavasi una città della
penisola spagnuola (Beja in Portogallo); un villaggio in Affrica (Bedja
nell'odierno reame di Tunis, città dentro terra a poca distanza da
Tabarca); e un villaggio presso Ispahan in Persia.
[143] Traduco “vespro” la voce _'asr_ che indica una delle ore della
preghiera, e risponde a ventun'ora, secondo l'antico modo italiano, cioè
nei primi di settembre, e in Palermo, alle tre e mezza dopo mezzodì.
Veggansi le tavole delle ore delle preghiere musulmane alla latitudine
del Cairo, presso Lane, _Modern Egyptians_, tomo I, p. 302.
[144] Il _Baiân_ dice combattuta la giornata “alle porte della città;”
il che si deve intendere fuori i sobborghi, poichè Ibn-el-Athîr dice
occupati questi dopo la vittoria. È da ricordarsi che la strada da
Trapani a Palermo infino alla metà del XII secolo, e forse più oltre,
passava per Carini, come il mostrano gli itinerarii di Edrisi. Però
dovea correre per una delle valli che fiancheggiano Monte Cuocio, e
uscire alla pianura, sia tra Bocca di Falco e Baida, sia tra questa e la
montagna di Petrazzi, lungo la linea della nuova strada da ruota di
Torretta.
[145] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167,
seg.; e MS. di Bibars, fog. 123 recto, seg.; _Baiân_, tomo I, p. 125;
Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 132, seg.;
_Chronicon Cantabrigiense_, p. 43; Giovanni Diacono di Napoli,
Traslazione del corpo di San Severino, presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum
Siculorum_, tomo II, p. 60, ripubblicato da Muratori, _Rerum Italicarum
Scriptores_, tomo I, parte IIª, p. 269. È maraviglioso lo accordo di
Giovanni Diacono coi cronisti musulmani intorno la importanza dei fatti;
e della Cronica di Cambridge, di origine greca, con Ibn-el-Athîr, su la
data della battaglia di Palermo, che l'uno porta il 10 di ramadhân, e
l'altro l'otto di settembre, che è appunto il riscontro del calendario
cristiano col musulmano.
[146] Questi versi sono trascritti da Ibn-el-Athîr nella notizia
biografica di Abd-Allah, anno 289, MS. A, tomo II, fog. 172 recto; MS.
C, tomo IV, fog. 279 recto; e MS. di Bibars, fog. 129 verso; e con
qualche variante da Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi,
fog. 33 verso. Mettendo nell'ultimo verso un punto diacritico sotto la
_h_ della voce _b hâr_ e leggendola _bigiâr_, che vuol dire accanto, in
vicinanza, traduco così:
“Bevo la salutar bevanda, in terra straniera, lungi da' miei e dalla mia
casa:
“Ahi! soleva altre volte appressarla a'labbri, quand'io tutto olezzava
di muschio e d'aloe;
“Ed or eccomi in mezzo al sangue, tra i vortici del fumo e il polverio.”
Ho reso “salutar bevanda” la voce _dewâ_, medicamento, farmaco.
[147] Iakût nel _Mo'gim el-Boldân_, MS. di Oxford, articolo _Palermo_,
trascrive uno squarcio della descrizione d'Ibn-Haukal, nel quale si dà
questo numero di moschee e si ripete quel di 300 del resto della città,
che si conoscea secondo la descrizione da me pubblicata. Quel passo va
or corretto secondo Iakût, la cui aggiunta ne compie la sintassi che
rimanea sospesa.
[148] Oltre ciò che ho detto su la topografia di Palermo nei capitoli
precedenti, veggasi Ibn-Haukal, _Description de Palerme_, da me
pubblicata nel _Journal Asiatique_, IV série, tomo V, p. 94, 95; e
nell'_Archivio Storico Italiano_, appendice XVI, p. 22. I nomi delle
porte della città antica che troviamo in Ibn-Haukal, ci permettono di
fissare il perimetro. Movendo dalla odierna parrocchia di Sant'Antonio
saliva verso libeccio per l'altura ov'è il monastero delle Vergini,
continuava per la strada del Celso fino a Sant'Agata la Guilia, volgeasi
a scirocco lungo una linea che or si tirasse dalla cattedrale allo
Spedal grande, e, ripiegandosi verso greco, toccava gli attuali
monisteri dei Benfratelli e Santa Chiara, Università degli studii,
Uficio della Posta, Monistero di Santa Caterina, donde tornava alla
chiesa di Sant'Antonio. Figura ellittica, il cui asse maggiore coincidea
con la strada del Cassaro d'oggi presa dalla cattedrale a Sant'Antonio.
A quest'asse correan quasi paralelle, d'ambo i lati, due strade che
agevolmente oggi si riconoscono, anguste e serpeggianti come tutte
quelle del medio evo; l'una dal Monastero delle Vergini alla Beccheria
vecchia (_Ocidituri_); l'altra dal Palagio Comunale al monastero di
Santa Chiara. Non si badi molto alla pianta del Morso, _Palermo antico_,
che si riferisce ai tempi normanni, e d'altronde è inesattissima.
[149] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr; il _Baiân_; e Ibn-Khaldûn ai luoghi
citati nella nota 2 della p. 67 del presente vol. Il _Baiân_ dice
espressamente che Abd-Allah entrava dopo accordato l'_amân_ il venti di
ramadhân.
[150] Johannis Diaconi Neapolitani, Martirio di San Procopio presso il
Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 60; e presso Muratori,
_Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte IIª, p. 269.
[151] Vita di Sant'Elia, presso il Gaetani, op. cit., tomo II, p. 73.
[152] Si trova nel solo Ibn-el-Athîr, in un passo di cui abbiamo tre
MSS. con tre lezioni diverse: _Bartibûa_, _Iartînûa_, e nel MS.
ordinariamente più corretto, _Bartanobûa_. Facendo astrazione delle
vocali non accentuate, il nome si riduce a sette lettere, alcune delle
quali posson variare secondo i punti diacritici. Le lettere sono: 1ª
_b_, _i_, _n_, _t_, _th_, e può anche rispondere alle nostre _p e v_; 2ª
_r_, ovvero _z_; 3ª _t_; 4ª e 5ª stesse lettere che la prima; 6ª _w_,
ovvero _û_; 7ª _a_, la quale potrebbe esser muta, onde la finale è anche
incerta tra _û_ e _wa_. Combinando le consonanti con varie vocali, la
migliore lezione sembra _Neritînû_, che risponde al nome dato dai
geografi antichi ai popoli di _Neritum_ in terra d'Otranto. _Neritum_,
oggi Nardò, città poco lontana dal mare, fu assai importante nel medio
evo, fatta sede vescovile nel XV secolo. Ma la mia conghiettura è tanto
più incerta, quanto sappiamo assai vagamente la regione di cui si
tratti, come diremo nella nota seguente.
[153] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167
verso; e MS. di Bibars, fog. 123 recto, seg.; ed anno 261, MS. A, tomo
II, fog. 92; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars, fog. ...;
Johannes Diaconus, _Translatio corporis Sancti Severini_, presso
Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 60; e presso Muratori,
_Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte IIª, p. 269, seg.; _Baiân_,
tomo I, p. 123, anno 288; _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di
Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 44; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique
et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, p. 137, 138; e il cenno
che ne fa Nowairi, con errore di data, nella _Storia d'Affrica_, in
appendice alla _Histoire des Berbères_, _par Ibn-Khaldoun_, versione di
M. De Slane, tomo I, p. 431; _Chronicon Vulturnense_ presso Muratori,
_Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte IIª, p. 415.
Più che ad ogni altro si badi a Ibn-el-Athîr, e Giovanni Diacono. Nei
MSS. A e di Bibars si legge che le navi musulmane tornavan da Reggio a
Messina cariche di roba e _dakík_, che vuol dir farina, ma credo vada
corretto _rakîk_, schiavi. La battaglia di Reggio è riferita da
Ibn-el-Athîr al mese di regeb (21 giugno a 20 luglio 901), e dalla
Cronica di Cambridge precisamente al 10 giugno; e questa data io ho
seguito, ma forse è erronea, e si dee correggere 10 luglio, mutando una
sola lettera nel testo arabico, e leggendovi _iuliu_ in vece di _iuniu_.
Il _Baiân_ in luogo di _Ríwa_ (Reggio) ha _z la_, che si potrebbe
supporre Scilla, ma è alterazione del primo di questi nomi. Ibn-Khaldûn,
per errore, credo io, di memoria, frettolosamente compendiando questi
annali, scrisse che Abd-Allah, andato da Taormina a Catania, e
trovandola ostinata alla difesa, se ne tornò per ripugnanza a spargere
sangue musulmano. Ciò non si legge in ibn-el-Athîr; nè è probabile che
Catania a questo tempo fosse già divenuta colonia musulmana. Anzi, la
espugnazione del vicino castello di Aci nel 902, ch'era tenuto dai
Cristiani, li fa supporre signori anco di Catania.
Adesso debbo allegar le testimonianze di quell'ultima impresa di
Abd-Allah, dopo la distruzione delle mura di Messina. Ibn-el-Athîr,
abbozzando sotto l'anno 261 una biografia di Ibrahim-ibn-Ahmed, dice che
proponendosi costui il pellegrinaggio e la guerra sacra, andò a Susa
l'anno 289 (902) “e indi passò col navilio in Sicilia, _e pose il campo
a Demona, Assediatala per diciassette giorni, andò a Messina, e passò a
Reggio, ove s'era adunata gran gente dei Rûm. Ei li combatteva alle
porte della città; li sbaragliava; e prendea Reggio, con la spada alla
mano, del mese di regeb. Saccheggiatola, fece ritorno a Messina, di cui
abbattè le mura; e, trovando in porto le navi arrivate da
Costantinopoli, ne prese trenta. Andò poi a Neritînû_ (_Bartîbû_ etc.),
_e se ne insignorì alla fine di regeb. Ei diè esempi di giustizia e di
buona condotta verso i sudditi._ Andò poi a Taormina etc.,” seguendo a
narrare la espugnazione di questa città nel 902. Or lo squarcio che ho
messo in carattere corsivo è compendio esatto, e in molti luoghi
trascrizione, di quello che contiene le imprese di Abd-Allah del 901, il
quale si trova sotto l'anno 287; se non che in quest'ultimo manca la
impresa di Neritînû. E evidente dunque che Ibn-el-Athîr, o il copista,
replicò nella guerra d'Ibrahim parecchi fatti di quella di Abd-Allah
dell'anno precedente. È evidente, dico, per lo assedio di Demona,
vittoria di Reggio, presura delle navi greche a Messina, e distruzione
delle mura di questa città. Mi pare probabile per la occupazione di
Neritînû.
E ciò perchè Ibn-Khaldûn, il quale compendiava gli annali di
Ibn-el-Athîr, e un'altra cronica più antica, dopo tutte le imprese di
Abd-Allah come noi le abbiamo narrato, fino alla distruzione delle mura
di Messina, continua: “Indi tragittò nella vicina parte d'Italia (così
va resa la denominazione di _a'dwet-er-Rûm_); combattè con popoli
Franchi d'oltre il mare; e tornò in Sicilia.” La città dunque il cui
nome leggiam sì male in Ibn-el-Athîr, par che giacesse nella regione
vagamente chiamata _a'dwet-er-Rûm_, che non si può intendere del solo
stretto di Messina, ma di tutta la costiera che guarda la Sicilia, se si
ricordi il valor della denominazione analoga di _Berr-el-A'dwa_ in
Affrica. I Franchi combattuti da Abd-Allah non poteano esser che le
genti dei duchi di Spoleto e Camerino condotti ai soldi di Leone il
Sapiente. Ritraggiamo infatti ch'egli nel 904 abbia mandato danaro ai
_Franchi_ per rinforzare l'esercito destinato contro la Sicilia. Veggasi
il cap. IV del presente Libro, p. 87, 89.
[154] Johannes Diaconus Neapolitanus, l. c.
[155] Nowairi, _Storia d'Affrica_, MS. di Parigi 702 A, fog. 53 verso; e
traduzione di M. De Slane, in appendice a Ibn-Khaldûn, _Histoire des
Berbères_, tomo I, p. 431; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, versione di M. Des Vergers, p. 138 e 139. Avvertasi che M. De
Slane ha saltato il luogo del Nowairi, ove si dice della malattia che
colpiva Ibrahim in questo momento. Quanto alla tradizione, sembra che il
Nowairi l'abbia tolto da Ibn-Rekîk; al par di Ibn-Khaldûn, il quale lo
attesta espressamente. Egli è vero che Ibn-Abbâr, MS. della Società
Asiatica di Parigi, fog. 35 recto, riferisce aver letto nella Storia
d'Ibn-Rekîk, che Mo'tadhed minacciò di deporre Ibrahim e surrogargli,
non il figliuolo, ma il cugino Mohammed; ma questo si dee tenere come
fatto diverso, seguito appunto nell'896, prima della uccisione del detto
Mohammed, della quale abbiam fatto parola nel Capitolo precedente, p.
58. Debbo avvertire che secondo una variante proposta dal prof.
Fleischer nel testo di Nowairi, invece di “malattia biliosa” si dovrebbe
tradurre “gli si fece incontro con vestimenta negre.” _Biblioteca
Arabo-Sicula_, testo, p. 451, e Introduzione, p. 63. Ma non n'è certo
quel dotto orientalista; nè io.
[156] _El-Fâsik_. Questo soprannome si legge in Ibn-Abbâr, op. cit.,
fog. 32 verso.
[157] _Baiân_, tomo I, p. 125 e 126.
[158] Veggasi nel Capitolo II del presente libro la nota 2 a p. 55.
[159] Riscontrinsi: il _Baiân_, l. c.; e Nowairi, _Storia d'Affrica_,
nell'op. cit., p. 432.
[160] Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167 verso; e MS. di
Bibars, fog. 123 recto, seg.
[161] Riscontrinsi: Nowairi, l. c.; Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo
II, fog. 92 recto; e MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; _Baiân_, tomo I, p.
126.
[162] Johannes Diaconus, _Translatio corporis S. Severini_, presso
Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 62; e presso Muratori,
_Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte IIª, p. 209, seg.
[163] Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc. Nella versione di M. De Slane la
data della partenza per Nuba è posta per errore di stampa in vece del 16
il 22 di rebi' secondo, che tornerebbe al 5 aprile.
[164] Trapani certamente, come scrive Ibn-Khaldûn, ancorchè nel testo di
Nowairi si legga Tripoli. Nelle opere arabiche quei due nomi son confusi
spesso. Ma qui il testo di Nowairi non lascia luogo a dubbio, portando
che Ibrahim da Nûba navigò a quella città, e che indi _cavalcò_ per a
Palermo.
[165] In maggio, secondo la diligentissima Cronica di Cambridge. Secondo
il conto di Nowairi lo sbarco sarebbe avvenuto nella seconda metà di
giugno, poichè Ibrahim si intrattenea diciassette giorni a Trapani; ma
questa cifra può essere sbagliata, come lo è di certo quella del
soggiorno in Palermo.
[166] Giovanni Diacono napoletano espressamente nota che Ibrahim
sdegnasse d'entrare in Palermo, come casa propria. All'incontro Nowairi
riferisce tanti particolari da non potersi mettere in forse l'andata. Il
detto che Ibrahim non tenne, ma fece tenere da altri il Tribunale dei
Soprusi, mi fa supporre che il tiranno fosse rimaso fuor la città
vecchia.
[167] Riscontrinsi: Nowairi, _Storia d'Affrica_, MS. di Parigi 702 A,
fog. 53 verso; e traduzione francese di M. De Slane, in appendice a
Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, tomo I, p. 432; Ibn-Khaldûn,
_Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, p.
142; Johannes Diaconus Neapolitanus, _Translatio corporis Sancti
Severini_, presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 61.
Non cito Ibn-el-Athîr perchè il testo è viziato, come dissi nel capitolo
precedente, nota, p. 73. Avvertasi che la versione di M. De Slane in
questo luogo del Nowairi sembra poco esatta, e v'ha qualche error di
stampa nelle date, oltre lo errore del Nowairi che Ibrahim arrivato in
Palermo il 28 regeb (8 luglio), e soggiornatovi _quattordici_ giorni, ne
fosse partito il 7 scia'bân (17 luglio). M. De Slane ha soppresso
quest'ultima data, accorgendosi che fosse sbagliata.
[168] Il nome di Costantino si legge nella Vita di Sant'Elia da
Castrogiovanni, e gli è dato il titolo di patrizio. I cronisti bizantini
scrivon che “fosse In Taormina,” al tempo della espugnazione, Caramalo,
come e' pare, capitano del presidio, quantunque non gli dian titolo di
patrizio, nè altro. Penso io dunque che si tratti d'un medesimo
personaggio per nome Costantino, e di casato Caramalo. I bizantini non
dicono nè anco il grado di Michele Characto, ma ch'egli accusò di viltà
e tradimento il Caramalo, quand'entrambi si rifuggirono a
Costantinopoli. Da ciò la conghiettura che il Characto fosse secondo in
grado, o capitanasse qualche corpo ausiliare, il quale virtuosamente
avesse combattuto contro Ibrahim. Giorgio Monaco fa supporre che
Eustazio, drungario dell'armata, fosse stato inviato a Taormina o
incaricato di recarle aiuto; il che ei non fece, e indi ne fu punito. Ma
par che il cronista supponga questa colpa, confondendola con quella che
certamente commise Eustazio, mandato contro l'armata di Leone da Tripoli
di Siria.
[169] Riscontrinsi: Georgius Monachus, _De Leone Basilii filio_, § 25,
p. 861; _Theophanes continuatus_, lib. VI, § 18, p. 365; Symeon
Magister, _De Leone Basilii filio_, § 9, p. 704; Leonis Grammatici,
_Chronographia_, p. 274.
[170] La versione latina ha: _Quippe lumbare lineum supra lumbos suos
ponere._ Dunque il buon vecchio, gittata la cocolla, si mostrava con le
sole mutande, per imitare, credo io, la foggia degli schiavi. _Vita
Sancti Eliæ Junioris_ presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo
II, p. 73 e 74; e nella collezione dei Bollandisti, 17 agosto, p. 479,
seg.
[171] Corano, Sura XLVIII, verso 1.
[172] Corano, Sura XXII, versi 20 e 21.
[173] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92; MS.
C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars; Nowairi, _Storia
d'Affrica_, testo nel MS. di Parigi 702, A, fog. 53 verso, e traduzione
presso De Slane, op. cit., p. 432, 433; Ibn-Khaldûn, _Histoire de
l'Afrique et de la Sicile_, p. 142; _Chronicon Cantabrigiense_, presso
Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 44; Johannes Diaconus presso
Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 61. Non cito i
Bizantini perchè non portano particolari del fatto, nè date. Nella
Cronica di Cambridge l'anno è sbagliato dal copista che scrisse _sifta_
(sei) in luogo di _sena_ (anno), la qual voce differisce dalla prima per
un sol punto diacritico. Così vi si trova 6416 in luogo di 6410, cioè
908 in luogo di 902. Ma le altre testimonianze storiche non lascian
dubbio su la vera lezione; e a ritrovarla basterebbe anco il calendario,
perchè la Cronica di Cambridge espressamente dice presa Taormina la
domenica primo d'agosto, il qual dì incontrò in domenica il 902, e non
il 908. Il giorno designato da Ibn-el-Athîr, è il 22 scia'bân 289, che
risponde esattamente al 1º agosto 902. La Cronica del Monastero di
Volturno, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte
IIª, p. 415, accenna senza data la espugnazione di Taormina.
[174] Johannes Diaconus, l. c. È verosimile e perciò non l'ho tolto via,
quel vanto da cannibale che Ibrahim forse non intendeva di consumare.
Nel _Baiân_, tomo I, p. 123, leggiamo che il 283 (896) egli avea fatto
uccidere quindici persone a Taurgha nell'odierno Stato di Tripoli, e
cuocerne le teste, come se volesse imbandirle a mensa; il che fu cagione
che la più parte del proprio esercito lo abbandonasse. Un MS. della
Biblioteca di Bamberg, dello XI secolo, citato nell'opera di Pertz,
_Scriptores_, tomo III, p. 548, in nota alla Cronica Salernitana,
accenna il martirio di San Procopio, evidentemente compendiando e
alterando la narrazione di Giovanni Diacono.
[175] Nei varii MSS. d'Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn; e Nowairi questo nome
si legge Bîkesc, Benfesc, Tîfesc, Minisc, Minis, e talvolta è scritto
senza punti diacritici. Edrisi pone tra Messina e Taormina, in luogo
aspro e montuoso, a 15 miglia verso mezzodì da Monforte, una terra
Mîkosc, Mîkos, Minis, secondo i varii MSS. Non trovo in oggi nomi
somiglianti; ma il luogo risponde tra il Capo di Scaletta e il Monte
Scuderi; sia Artalia, o Pozzolo Superiore, o Giampileri ec. Castello par
che non ne rimanesse nè anco al tempo di Edrisi. Il nome mi par latino o
greco, Vicus, Μῦχος Μηκὰς o anche Νῖκος. Mandanici, che darebbe
quest'ultimo nome aggiunto a quel di Μάνδρα, non risponderebbe alla
detta distanza da Monforte, che per altro può essere inesatta o
sbagliata nel MS. di Edrisi.
[176] Veggasi la nota 4 a p. 468 del I Volume, lib. II, cap. XII,
intorno il sito del castel di Demona.
[177] Si pronunzii come _Hodjr_ in francese, e in inglese _Hojr_. Non
l'ho scritto _Hogr_ perchè darebbe un suono diverso.
[178] Certamente _El-Iagi_, quantunque alcun MS. porti _El-Bâgi_,
_Et-Tâgi_ ec., mutando i punti diacritici, e altro dia le lettere senza
punti. Edrisi lo scrive Liâgi, come si legge nei migliori MSS.,
dovendosi negli altri aggiugnere un punto diacritico alla lettera _b_ e
mutarla così in _i_, Liag o Liagi in luogo di Lebag che si è trascritta.
La differenza di ortografia tra Edrisi e le memorie, di certo anteriori
a lui, su le quali compilò Ibn-el-Athîr, dà luogo a una curiosa
osservazione filologica. Nel X secolo, al quale van riferite quelle
memorie, il nome di Ἄκις e _Acis_, pronunziato in Sicilia, com'oggi
_Iaci_, con la prima vocale strisciante nel modo che avvertii per Enna,
era scritto dagli Arabi col loro articolo _el_; probabilmente perchè i
Greci l'usavano anche con l'articolo. Nella prima metà del XII secolo,
in cui visse Edrisi, si dicea _Li Aci_ con l'articolo italiano, il che
può aggiugnersi alle altre prove che la lingua nostra già si parlasse in
Sicilia.
[179] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, e Nowairi, ll. cc. Il
racconto di Nowairi, che in questo luogo è particolareggiato più che gli
altri, dopo aver detto di Bico, Demena e Rametta, continua: “E mandò
sopra Aci, con un'altra schiera, Sa'dûn-el-Gelowi. Tutte le popolazioni
insieme si rivolsero a costui, profferendo la _gezîa_; ma egli non
l'accettò, nè volle altro patto che l'uscita loro dalle fortezze.
Uscironne dunque: ed egli distrusse tutte le rôcche e castella, e ne
gittò le pietre in mare.” Questo passo prova che la denominazione di
Aci, al principio del X secolo, comprendesse parecchie castella; ovvero
che Aci fosse come la capitale di quelle sparse sul fianco orientale
dell'Etna. Tra i due supposti, terrei piuttosto il primo; perchè ai
tempi di Edrisi, Aci par che fosse nominata al plurale, come dissi nella
nota precedente; e in oggi v'ha infino a sette comuni di tal nome, poco
lontani l'un dall'altro. Qual fosse la fortezza principale nel 902, non
so. Forse Castel d'Aci, posto sopra un masso di basalto in sul mare,
rimpetto alli scogli de' Ciclopi, o Faraglioni come or chiamansi: _Le
isole di Aci_ di Edrisi. Castel d'Aci è famoso nelle guerre degli
Angioini contro gli Aragonesi. Potrebbe darsi ancora che la rôcca
principale fosse stata sul vicin “Capo dei Molini” ove si trovano ruderi
antichissimi; ovvero nel quartier della odierna Acireale, detto Patané,
che ha avanzi di un edifizio romano o bizantino, e vi si è scavata una
grossa pietra di lava, col noto monogramma del motto “Gesù Cristo vince”
che si solea porre nelle fortezze e bandiere bizantine. Veggasi su le
antichità dette l'erudito lavoro di Lionardo Vigo, _Notizie storiche
d'Aci Reale_, cap. II.
[180] Veggasi il Libro I, cap. IV, p. 100, seg., e nota 1 alla pag. 102.
L'episodio di Ibrahim appartiene esclusivamente a Pietro Diacono. Si
conserva manoscritto nella Biblioteca di Monte Cassino; come ritraggo
dalla lista messa in appendice al trattato di Pietro Diacono, _De viris
illustribus Cassin._; presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_,
tomo VI. È pubblicato dal Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo I,
p. 181, seg., con note che condannano qualche bugia e mostrano gli
anacronismi sconci della narrazione, compilata, come dice Pietro
Diacono, su la Cosmografia di Teofane, e la “Cronologia dei Pontefici
Romani.”
[181] Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92, seg.; MS. C, tomo
IV, fog. 246 verso.
[182] Georgius Monachus, _De Leone Basilii filio_, § 25, p. 860, 861; e
Leo Grammaticus, _Chronographia_, p. 274, dicono espressamente
condannati a morte, pel fatto di Taormina, il Caramalo ed Eustazio
drungario dell'armata; e nominano i due monasteri diversi nei quali
furono mandati per commutazion di pena. Contuttociò Giorgio Monaco nel §
29, narrando la impresa di Leone da Tripoli che seguì due anni dopo,
dice mandatovi Eustazio con tutte le forze navali; il quale tornò,
allegando non aver potuto trovare il nemico. Pare dunque che la condanna
debba riferirsi a questo secondo fatto; ma non è inverosimile,
trattandosi della corte bizantina, che dopo la prima prova sia stato
tratto Eustazio dal monastero, per affidargli di nuovo l'armata e la
fortuna dell'impero.
[183] Johannis Diaconi Neapol., _Translatio_ etc., presso Gaetani, _Vitæ
Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 62.
[184] Johannes Cameniata, _De Excidio Thessaloniciensi_, esattamente
narra tutti i particolari di cui fu testimone oculare; e tra gli altri,
al § 18, p. 512, la nazione dei soldati capitanati dal rinnegato Leone.
Perciò il Rampoldi grossolanamente sbagliò, _Annali Musulmani_,
scrivendo sotto l'anno 902 che i “Musulmani Aghlabiti, radunata una
flotta in Affrica e in Sicilia, prendeano Lenno, e minacciavano
Costantinopoli, comandati da Leone di Tripoli.” Lo seguì in questo
errore il Martorana, _Notizie dei Saraceni Siciliani_, tomo I, cap. II,
p. 69; e nota 88, p. 20; e scrisse i fatti di Lenno e Tessalonica “tra
le belle gesta che pur fecero i Saraceni Siciliani,” ingannato anche
dalla concisione di Cedreno, il quale suppone Taormina e l'isola di
Lenno occupate nella medesima impresa. Lenno fu presa dai Musulmani di
Cilicia, capitanati da un altro rinnegato per nome Damiano, l'anno 903;
come si scorge dalle autorità che cita il Le Beau, _Histoire du Bas
Empire_, lib. LXXII, § 31; e in particolare da Symeon Magister, _De
Leone Basilii filio_, § 9 e 10, p. 704, il quale porta in anni diversi i
due fatti di Taormina e di Lenno. Oltre Giovanni Cameniata si veggano
per la impresa di Tessalonica, _Theophanes continuatus_, lib. VI, cap.
XX, p. 366, seg.; Symeon Magister, § 13, 14, p. 705; Leo Grammaticus, p.
277; Georgius Monachus, § 20, p. 862.
[185] Cento libbre d'oro secondo Giorgio Monaco, la Continuazione di
Teofane, e Symeon Magister, ll. cc. Giovanni Cameniata accenna prima
vagamente una grossa somma di danaro, e poi due talenti d'oro, op. cit.,
§ 59, p. 569. Il secondo aggiugne che il danaro servisse agli stipendii
e spese dell'esercito in Sicilia (τοῦ κατὰ Σικελίαν στρατοῦ), ma si deve
intendere di quello che si pensava far passare di Calabria in Sicilia.
Symeon Magister dice che le cento libbre d'oro eran chiuse in un
cestellino (κανίσκιος) per recarle ai Franchi. Senza dubbio si tratta
degli stessi Franchi di cui fa menzione Ibn-Khaldûn nel 901; e
probabilmente erano i duchi di Spoleto e Camerino, che nel IX e X secolo
fecero un po' i capitani di ventura. Si vegga sopra a pag. 72, 74.
[186] Johannes Cameniata, op. cit., § 39 e 64, p. 569 e 576; _Theophanes
continuatus_, lib. VI, cap. XX, XXI, p. 366, seg.; Symeon Magister, _De
Leone Basilii filio_, § 13, 14, p. 705, seg.; Georgius Monachus, _De
Leone Basilii filio_, § 29, 30, p. 862, seg.; Leo Grammaticus, p. 277.
Veggasi anche Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXXII, § 32, seg.
[187] Ibn-el-Athîr, l. c.; Nowairi, _Storia d'Affrica_, MS. di Parigi,
702, A, fog. 53 verso; e la traduzione francese presso M. De Slane, op.
cit., p. 433; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p.
143, dice Ibrahim tornato in Sicilia, e morto all'assedio di Cosenza
ch'ei non sapeva essere in Calabria. Il detto ritorno è evidente sbaglio
nato dal confondere questa impresa di Ibrahim con quella del figliuolo
l'anno innanzi.
[188] Giovanni Diacono, testimone oculare ed autor di questo racconto,
dice che la demolizione del castello Lucullano fu compiuta il 12 (quarto
idus) d'ottobre; il corpo di San Severino recato a Napoli il dì
appresso; e le stelle cadenti viste dopo sei dì, che tornerebbe al 18 o
al 19. Il _Baiân_, tomo I, p. 126 e 127, riferisce questo fenomeno al 22
del mese di _dsu-l-k'ada_, cioè dal tramonto del 27 al tramonto del 28
ottobre: e merita maggior fede, non solo per la solita diligenza di
cotesta compilazione, ma anco per l'uso degli Arabi di scrivere i numeri
alla distesa, più tosto che in cifre. D'altronde potrebbe supporsi che
il copista di Giovanni Diacono avesse notato VI in luogo di XVI o di XV
i giorni corsi dal ritrovamento delle ossa di San Severino alle stelle
cadenti. Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso,
ci conduce ad ammettere l'una e l'altra data, poichè fa supporre
replicato il fenomeno più o meno per molte sere, dicendo: “In
_dsu-l-ka'da_ di quest'anno morì Ibrahim-ibn-Ahmed; e da quel momento
furon viste stelle cadenti sparnazzantisi come pioggia a destra e a
sinistra; onde fu chiamato l'anno delle stelle.” Questo squarcio è stato
tradotto inesattamente da Conde, _Dominacion de los Arabes en España_,
parte IIª, cap. 75.
Io mi sono intrattenuto sì lungamente ad esaminare questa data, poichè
gli scienziati osservano un periodo annuale in tal fenomeno, e che sia
più notabile verso il dieci agosto e in novembre. Col medesimo intento
il barone De Hammer ha raccolto nel _Journal Asiatique_, serie IIIª,
tomo III (1837), p. 391, alcuni ricordi d'autori arabi in fatto di
stelle cadenti; e il baron De Slane vi ha fatto qualche correzione nel
tomo IV della medesima serie, p. 291.
[189] _Evangelium secundum Lucam_, XXI, 25. Questa riflessione è
dell'anonimo autore d'un MS. dell'XI secolo, posseduto dalla Biblioteca
di Bamberg, e citato nella raccolta di Pertz, _Scriptores_, tomo III, p.
548, in nota alla Cronica Salernitana. L'anonimo evidentemente ebbe alle
mani la narrazione di Giovanni Diacono, ch'ei compendia e guasta.
[190] _Corano_, Sura XV, verso 18; Sura XXXVII, verso 8, seg.
[191] Così lo chiama Giovanni Diacono.
[192] Il Nowairi dice il fiume. Potrebbero esser due, poichè il Busento
confluisce col Crati sotto Cosenza.
[193] Gli altri particolari della malattia d'Ibrahim si cavano dai
cronisti musulmani. Giovanni Diacono dice Ibrahim morto nella chiesa di
San Michele. In quella di San Pancrazio afferma la Cronica di Bari
presso il Muratori, _Antiquitates Italicæ Medii Ævi_, tomo I, p. 31; e
il Muratori vuol correggere chiesa di San Bertario.
[194] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92,
seg.; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars; _Baiân_, tomo I,
p. 126; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso;
Nowairi, _Storia d'Affrica_, MS. di Parigi, 702, A, fog. 53 verso e 54
recto; e la traduzione francese presso De Slane, op. cit., tomo I, p.
433, 434; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 143,
144; Ibn-Wuedrân, § 6; e versione di M. Cherbonneau, nella _Revue de
l'Orient_, décembre 1853, p. 429; Ibn-Abi-Dinâr (El-Kaïrouani), MS. di
Parigi, fog. 21 verso; e traduzione francese, p. 86; Abulfeda, _Annales
Moslemici_, anno 261; Johannes Diaconus, _Translatio_ etc, presso
Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 62; _Chronicon Barense_
anno 902, presso Muratori, _Antiquitates Italica Medii Ævi_, tomo I,
pag. 31; e presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 52; MS. di Bamberg
citato nella raccolta stessa di Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 548,
in nota.
La data della morte, non scritta precisamente dall'accurato e
contemporaneo Giovanni Diacono, si ritrae dai Musulmani. La recan tutti
nel mese _dsu-l-ka'da_ del 289, ma v'ha divario nel giorno: secondo il
_Baiân_, il lunedì 17; secondo Nowairi, il sabato 18; e secondo
Ibn-el-Athîr, Ibn-Wuedrân, e Abulfeda, il sabato diciannove: che tornano
ai 23, 24 e 25 ottobre 902. Or poichè i giorni della settimana
coincidono nel nostro calendario e nel musulmano, e il 17 _dsu-l-ka'da_
289 cominciò al tramonto del 22 e finì al tramonto del 23 ottobre,
giorno di sabato, è evidente un lieve sbaglio in tutte quelle date. Qual
che fosse stata la cagione dell'errore, mi è parso di ritenere la data
del sabato 23 ottobre.
Nella versione del Nowairi, M. De Slane ha detto “quand la maladie
interne dont Ibrahim souffrait, etc.;” ma confrontando con Ibn-el-Athîr
e Ibn-Abi-Dinâr son certo che si debba sostituire “malattia viscerale.”
[195] Johannes Diaconus, op. cit., presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum
Siculorum_, tomo II, p. 62; e presso Muratori, _Rerum Italicarum
Scriptores_, tomo I, parte IIª, p. 273.
[196] _Vita Sancti Eliæ Junioris_, presso Gaetani, _Vita Sanctorum
Siculorum_, tomo II, p. 74.
[197] _Chronicon Barense_, anno 902, presso Muratori, _Antiquitates
Italicæ Medit Ævi_, tomo I, p. 31; Vita di San Bertario citata quivi in
nota dal Muratori; Lupi, _Protospatæ_ (Protospatarii) _Chronicon_, anno
901, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V; presso
Pratilli, _Historia Princ. Langob._, tomo IV, p. 20; e presso Pertz,
_Scriptores_, tomo V, p. 53; Romualdi Salernitani, _Chronicon_, anno
902, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V.
Non cito la Cronica della Cava, e la Cronica di Calabria pubblicata
nella stessa raccolta di Pratilli, tomo III e tomo IV, perchè la prima è
interpolata, la seconda apocrifa del tutto.
Il Martorana, _Notizie Storiche_, tomo I, cap. II, p. 60, pensò di
impastare in uno tutti i racconti delle croniche. Scrisse che
“annottando l'emiro Ibrahim intorno all'assedio, e accaduto un gran
temporale con frequenti detonazioni, vi fu colpito si malamente da un
fulmine elettrico, che dovè levarsi tosto dall'ossidione; poi morì di
sfracello tra mille dolori entro al suo palazzo, nella città di
Palermo.”
[198] Per cotesti fatti notissimi non occorrono citazioni. I particolari
si possono vedere in Sciarestani e nelle altre opere che mi occorrerà in
breve di ricordare.
[199] Questo fatto mi è occorso per la prima volta nel
_Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi, tomo II, fog. 75 verso. Molti di quei
libri trattavano di veterinaria; e forse l'amor dei cavalli fu la prima
cagione che conducesse gli Arabi nel santuario delle scienze greche.
[200] Veggasi il Libro I, cap. VI, p. 141, 142 del 1º vol.
[201] Veggansi in generale Hagi Khalfa nei _Prolegomeni_; Pococke,
_Specimen historiæ Arabum_; Wenrich, _De auctorum græcorum versionibus_
etc. Il _Kitâb-el-Fikrist_, MS. di Parigi, tomo II, fog. 67 verso, seg.,
fornisce dati importanti a chi voglia approfondire questa epoca della
storia intellettuale dell'umanità.
[202] _Tarîkh-el-Hokemâ_, MS. di Parigi, Suppl. Ar. 672, p. 13.
L'autore, che visse nel XII secolo, afferma aver veduto in una
biblioteca di Gerusalemme, tra i libri provenienti dal lascito dello
sceikh Abu-l-Feth-Nasr-ibn-Ibrahim di Gerusalemme stessa, un trattato di
Empedocle contro la immortalità delle anime, del quale ei non dà il
titolo, e nota soltanto che Aristotile l'avesse confutato, e che altri
avesse voluto scusar Empedocle supponendo allegorico il suo linguaggio;
ma l'autore aggiugne non vedervi punto allegoria. Hagi-Khalfa, ediz.
Flüegel, tomo V, p. 144, 152, n^i 10,448 e 10,500, attribuisce ad
Empedocle: 1º un “Libro della Metafisica,” così intitolato al par di
quello notissimo d'Aristotile, e 2º un “Libro su la resurrezione
spirituale e su l'assurdo che le anime risorgano come (si rinnovano) i
corpi.” Ma il Wenrich, _De auctorum græcorum versionibus_ etc., p. 90,
li crede apocrifi entrambi, non trovandoli in Diogene Laerzio.
Che che ne sia di questo argomento negativo, par che appartengano ad
Empedocle, o almeno ad alcun di sua scuola, i libri col nome del
filosofo agrigentino, dei quali gli Arabi possedeano le versioni. Penso
così perchè le opinioni fondamentali attribuite ad Empedocle dal
_Kitâb-el-Hokemâ_, e più distintamente da Sciarestani, testo arabico, p.
260, seg., ben si accordano col panteismo che ritraggiamo dai frammenti
di questo filosofo e dalle notizie che ce ne danno gli scrittori
antichi. Al dir de' due eruditi arabi, la Divinità d'Empedocle era
l'astrazione della scienza, volontà, beneficenza, potenza, giustizia,
verità ec.; non già un essere reale dotato di dette qualità e chiamato
con que' varii nomi. La nota dottrina di Empedocle su l'amore e l'odio,
ossia l'attrazione e repulsione, si vede anco chiaramente nella
cosmogonia che gli attribuisce Sciarestani.
Il filosofo spagnuolo che al dire del _Kitâb-el-Hokemâ_
tolse sue dottrine da Empedocle, ebbe nome Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-
Mesarra-ibn-Nagîh, nato in Cordova l'883 e morto il 931. Costui, dopo
avere studiato alla scuola del proprio padre e di due altri dotti
spagnuoli, fu perseguitato come zindîk, per troppo zelo di spargere
le dottrine d'Empedocle; talchè si rifuggiva in Oriente. A capo di
lunghi anni, tornato in Spagna, ricominciò a insegnare la stessa
filosofia più copertamente e cadde di nuovo in sospetto d'empietà.
Un compendio di quest'articolo del _Tarîkh-el-Hokemâ_ si legge in
Ibn-abi-Oseibi'a, MS. di Parigi, Suppl. Ar. 673, fog. 22 recto, e Suppl.
Ar. 674, fog. 40 verso.
[203] Abulfeda, _Annales Moslemici_, an. 449 (1057), notando la morte di
questo gran poeta, inserisce senza scrupolo i versi che cito.
[204] Sciarestani, _Kitâb-el-Milel_ “Libro delle sètte,” testo arabico,
p. 147, seg., nota la differenza che correa tra i Bâteni antichi, ossia
filosofi razionalisti, e i Bâteni moderni, sètte miste, chiamate con
varii nomi in varii paesi.
[205] Makrizi, presso Sacy, _Exposé de la religion des Druses_, tomo I,
p. XIII, attesta questo fatto. La origine arabica si vede anche dai nomi
dei capi di parte riferiti da Sciarestani.
[206] Veggasi il Libro I, cap. III, p. 69 del 1º volume.
[207] Sciarestani, _Kitâb-el-Milel_, testo arabico, p. 85, seg. L'autore
nota tra i principii comuni alle sètte kharegite che il peccato grave
porti infedeltà, ma nol ripete tra le opinioni particolari dei primi
Khâregi del tempo di Ali.
[208] Sciarestani, op. cit., p. 87 a 102.
[209] Sciarestani, op. cit, p. 108, 109.
[210] È plurale dell'aggettivo _Ghâli_, che significa “eccedente,
smoderato.”
[211] Sciarestani, op. cit., p. 109, 132, 133; il quale rintracciando il
cammino di coteste opinioni, e ignorando l'origine indiana della
incarnazione (_Holûl_) la attribuisce ai Cristiani. Si vegga anche
Makrizi, presso Sacy, _Exposé de la religion des Druses_, tomo I, p.
XIII-XIV.
[212] Quest'ultimo fatto da Sciarestani, op. cit., p. 132.
[213] Makrizi, presso Sacy, _Exposé de la religion des Druses_, tomo I,
p. XIII.
[214] Su le sètte del magismo ci danno molto lume Mohammed-ibn-Ishak,
autore del _Kitâb-el-Fihrist_, e Sciarestani ricordato di sopra; i quali
vissero l'uno nel decimo, l'altro nell'undecimo secolo, ebbero alle mani
gran copia di materiali persiani, ed erano entrambi uomini da saperne
cavare costrutto. Ciò non ostante mancaron loro le cognizioni che a noi
fornisce lo studio del buddismo, il quale ebbe tanta influenza su le
varie sètte dei magi. Per quella d'Ibn-Daisân si vegga il
_Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi, Suppl. Ar., 1400, tomo II, fog. 194
recto, e 211 recto e verso; e Sciarestani, op. cit., p. 194, 196. Il
_Kitâb-el-Fihrist_ porta il cominciamento dell'eresia d'Ibn-Daisân una
trentina d'anni dopo quella dei Marcioniti, ai quali assegna il primo
anno d'Antonino imperatore (138), e alla eresia di Mani il secondo anno
di Gallo (252).
[215] Questa teoria sociale è attribuita a Mani nella compilazione turca
della cronica di Tabari, uno squarcio della quale, tradotto in inglese,
è uscito alla luce nel _Journal of the American oriental Society_, tomo
I, p. 443, New-Haven, 1849. Si trova altresì nelle compilazioni
orientali che compendiano Tabari e si copian tra loro. Io presto fede a
tale tradizione per la condizione politica della Persia al tempo di
Mani, e perchè Mazdak, predicatore del comunismo in Persia, seguiva la
sua scuola. Nondimeno debbo avvertire che non ne fan motto il
_Kitâb-el-Fihrist_, tomo II, fog. 192 verso a 212 verso, nè Sciarestani,
op. cit., p. 179 a 196, in lor dottissime analisi della religione
manichea.
[216] Confrontinsi il _Kitâb-el-Fihrist_ e Sciarestani, ll. cc. Questo
passo del _Kitâb-el-Fihrist_ è stato tradotto dà M. Reinaud, _Géographie
d'Aboulfeda_, Introduction, p. CCCLXI.
[217] _Kitâb-el-Fihrist_, tomo II, fog. 203 verso e 209 recto. Quivi si
dice del Râís, ossia capo, e della _Raîsa_, o vogliam dire direzione
centrale, de' Manichei a Bâbel, sotto Walîd I (705-715).
[218] Secondo il _Kitâb-el-Fihrist_ tomo II, fog. 216 verso e 217 recto,
v'ebbe due personaggi nominati Mazdak. Del primo non si dice l'epoca, ma
solo ch'ebbe séguito nel Gebâl, Aderbaigian, Armenia, Deilem, Hamadân e
Fars. I suoi settatori furon detti Khorramii. Il secondo Mazdâk è quelle
di cui si conosce la istoria, e i settatori presero il nome di
Mazdakiani.
[219] Confrontisi: Procopio, _De Bello Persico_, lib. I, cap. V; Tabari,
compilazione turca, versione del barone De Hammer, nel _Journal
Asiatique_, ottobre 1850, p. 344; _Kitâb-el-Fihrist_, l. c.;
Sciarestani, op. cit., p. 192, seg.; Mirkond, presso Sacy, _Antiquités
de la Perse_, p. 353, seg.; _Mogimel-et-Tewârikh_, versione di M. Mohl,
nel _Journal Asiatique_ di luglio 1852, p. 117, e di maggio 1853, p.
398. Nella Introduzione al _Solwân_ d'Ibn-Zafer, io ho toccato questo
punto di storia, mettendo in forse i racconti dei cronisti sul comunismo
di Mazdak; e penso tuttavia ch'ei non abbia mandato ad effetto tutte le
sue teorie nel tempo che tenne lo Stato. Ma la licenza di
quelle teorie non si può negare dopo l'autorevole testimonianza del
_Kitâb-el-Fihrist_, nel quale si cita un trattato speciale di Thelgi su
questo argomento.
[220] Sciarestani, op. cit., p. 187.
[221] Veggasi il Libro I, cap. VI, p. 140 e 141 del 1º volume.
[222] Confrontinsi: il _Kitâb-el-Fihrist_, tomo II, fog. 220 recto, e
Sciarestani, op. cit., p. 194. Entrambi noverano la setta di Abu-Moslim
tra quelle derivate da Mazdak.
[223] Ibn-el-Athîr, anno 141, MS. C,. tomo IV, fog. 125 verso; e
Abulfeda che lo copia, _Annales Moslemici_, an. 141.
[224] Ibn-el-Athîr, anni 159 e 161, MS. C, tomo IV, fog. 148 verso e 150
verso; Abulfeda, op. cit., an. 163. Ma seguo la cronologia
d'Ibn-el-Athîr.
[225] Ibn-el-Athîr, an. 168, MS. A, tomo I, fog. 29 verso.
[226] Ibn-el-Athîr, an. 170, MS. A, tomo I, fog. 39 verso.
[227] Abulfeda, _Annales Moslemici_, an. 166.
[228] Questo soprannome, al dire d'Ibn-el-Athîr, significa “L'Eterno.”
Il nome patronimico era Ibn-Sahl.
[229] Così nel _Merâsid-el-Ittila'_. I cronisti la scrivono con
l'articolo. Dando alla lettera _dsal_ il valore di semplice _d_ si
pronunzierebbe _Bedd_, o _El-Bedd_.
[230] Confrontinsi: _Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi, tomo II, fog. 217
recto, seg.; Ibn-el-Athîr, anni 201, 220, 221, MS. C, tomo IV, fog. 191
recto, 203 verso, 205 recto, seg.; Abulfeda, _Annales Moslemici_, anno
226.
[231] Questo nome si trova nel solo _Kitâb-el-Fihrist_, nè son certo
della lezione di quel mediocrissimo manoscritto.
[232] Così il _Kitâb-el-Fihrist_, che toglie ogni dubbio. Makrizi,
credendo patronimico il nome di Deisâni, scrisse Meimûn figlio di
Deisân; e M. De Sacy sospettò qualche errore nel noto Bardesane; ma nol
chiarì. Veggasi la sua _Chrestomathie Arabe_, tomo II, p. 88 e 94. Ho
detto della setta deisanita a pag. 109.
[233] Nel _Kitâb-el-Fihrist_ si legge _Sce'âbîds_, che significherebbe
“giochi di mano” o di _prestidigitation_, come dicono i Francesi. Mi par
che qui si debba prendere in senso più generale.
[234] I varii racconti che correano su la origine della setta ismaeliana
si leggono, più distintamente che altrove, nel _Kitâb-el-Fihrist_, MS.
di Parigi, tomo II, fog. 5 verso a 9 verso, dove l'autore cita un
trattato speciale sopra questa setta, scritto per combatterla, da
Abu-Abd-Allah-ibn-Zorâm (o Rizâm). Non ostante la diversità delle
tradizioni, date come dubbie nel _Kitâb-el-Fihrist_, mi par che molto
ben si connettano insieme e che si possa accettare il grosso di tutti
que' fatti. Si veggano altresì Makrizi, presso Sacy, _Chrestomathie
Arabe_, tomo II, p. 88; Sacy stesso, _Exposé de la religion des Druses_,
tomo I, p. LXIII e LXX, seg. — Makrizi sostiene, e M. de Sacy ripete con
incredibile semplicità, che Abd-Allah-ibn-Meimûn fabbricasse questa gran
macchina, non ad altro fine che di propagare l'ateismo e il
libertinaggio!
[235] Senza moltiplicare le citazioni mi riferirò al solo Sciarestani,
op. cit., testo arabico, p. 15, 16, 127.
[236] _Kitâb-el-Fihrist_, volume citato, fog. 6 recto e verso. Il nome
proprio Hamdan è dato da Ibn-el-Athîr. La pronunzia di Kirmit è
determinata da Sefedi, _Dizionario biografico_, MS. di Parigi, Suppl.
Ar., 706, articolo sopra Soleiman-ibn-Hasan. Varie etimologie si danno
di questo soprannome che al dir del _Kitâb-el-Fihrist_ si riferisce a un
castello. Su i fatti si vegga anche Makrizi, presso Sacy, _Chrestomathie
Arabe_, tomo II, p. 89.
[237] Ibn-el-Athîr, anno 278, MS. C, tomo IV, fog. 269 verso, dà un
lungo ragguaglio su la origine, dottrine e riti dei Karmati; del qual
capitolo la parte meno importante fu trascritta dal Nowairi e tradotta
dal Sacy, vol. cit., p. 97. Veggasi ancora il Sacy, pag. 126 di esso
volume. Il mio giudizio, formato su la tendenza diversa degli Ismaeliani
e Karmati, si conferma coi particolari d'Ibn-el-Athîr. Notò anche questa
differenza il Taylor nell'opera, _The history of Mohammedism and its
sects_, p. 172, quantunque ei non abbia avuto alle mani tutti i fatti da
poterla provare. L'analogia dei Karmati con gli Ismaeliani era stata
sostenuta da M. De Sacy, _Exposé de la religion des Druses_, p. LXIII,
seg., e da M. De Hammer, _Histoire de l'ordre des Assassins_, p. 47, 48,
su la fede degli autori musulmani citati da loro. Il _Baiân_, che allor
non si conoscea, contiene a pag. 292, seg., del 1º volume, un racconto
sugli Ismaeliani e Karmati; ove si replicano con molti particolari i
fatti già noti, e tra gli altri lo scandalo della notte lor festiva
detta della _Imamîa_, e il nome, troppo significativo, di figliuoli
della fraternità, dato ai fanciulli che nasceano da que' baccanali.
[238] _Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi, tomo II, fog. 6 verso.
[239] Su l'associazione ismaeliana si veggano Sacy, _Esposé de la
religion des Druses_, Introduzione; Quatremère, _Mémoires historiques
sur les Fatimites_, nel _Journal Asiatique_, agosto 1835, e le autorità
musulmane citate da essi. Merita molta attenzione il racconto di
Makrizi, presso Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo II, p. 140, seg., su
gli ordini della setta trionfante nel regno dei Fatemiti.
[240] Confrontinsi: Warrâk, cronista spagnuolo del X secolo, citato nel
_Baiân_, tomo I, p. 117-118; Makrizi, presso Sacy, _Chrestomathie
Arabe_, tomo II, p. 111, seg.
[241] Su questo sito si consulti una nota di M. Cherbonneau, _Journal
Asiatique_, décembre 1852, p. 509.
[242] Confrontinsi: Edrisi, _Geografia_, versione francese di M.
Jaubert, tomo I, p. 246; Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, versione
francese di M. De Slane, tomo I, p. 291; _Cronica di Gotha_, presso
Nicholson, _An account of the establishment of the Fatemite Dynasty_, p.
88.
[243] Confrontinsi: _Baiân_, tomo I, p. 118; Ibn-Khaldûn, _Histoire de
l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, p. 145-147;
Makrizi, presso Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo II, p. 113, seg.;
Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 1 verso.
[244] Credo il 22 rebi' primo del 289 (5 marzo 902) più tosto che a
mezzo giugno del medesimo anno. L'una e l'altra data si legge nei
medesimi autori: ma forse non è errore, e la prima va intesa dello
esercizio del potere supremo, la seconda della solenne inaugurazione per
la quale forse si aspettò il diploma del califo abbassida. Veggansi le
autorità citate qui sopra a p. 77, e Ibn-Abbâr, MS. della Società
Asiatica di Parigi, fog. 33 verso, che porta appunto la data del 22
rebi' primo.
[245] Il mercoledì ultimo, secondo Ibn-el-Athîr, e penultimo giorno,
secondo il _Baiân_, del mese di sciabân 290. Indi si vede che l'uno
segue il calendario astronomico, e l'altro il conto civile, di che si è
fatta parola al cap. III del Libro I, pag. 57, del 1º volume.
[246] Detto _Geziret-el-Kerrâth_, ossia “Isola dei Porri.” Così fu
chiamato dagli Arabi un isolotto a Capo Passaro in Sicilia, che ritien
oggi il nome voltato in italiano. Ma credo qui si tratti della
Geziret-el-Kerrâth in Affrica, a 12 miglia da Tunis.
[247] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 172 recto, seg.,
an. 289, e MS. C, tomo IV, fog. 279, stesso anno, e fog. 286 recto,
seg., an. 296, e MS. Bibars, an. 289, fog. 129 verso; Ibn-Abbâr, MS.
della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso e 34 recto; _Baiân_,
tomo I, p. 128, 138, 139; Nowairi, _Storia d'Affrica_, in appendice alla
_Histoire des Berbères_ par Ibn-Khaldûn, versione di M. de Slane, tomo
I, p. 438 a 440; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_,
versione di M. Des Vergers, p. 146 a 149; Ibn-Abi-Dinâr, testo MS., fog.
21 verso, e traduzione, p. 87; Ibn-Wuedrân, nella _Revue de l'Orient_,
décembre 1853, p. 429, seg.; _Cronica di Gotha_, versione di Nicholson,
p. 51, 74, 75.
[248] Rendo così la voce arabica _tâbia_, donde lo spagnuolo _tapia_ e
credo anco il siciliano _taju_. In quest'ultima voce la _b_ par mutata
dapprima, alla greca, in _v_, e poscia dileguata nell'_j_.
[249] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo IV, fog. 286 recto, seg.,
an. 296; Ibn-Khallikân, _Wefiât-el-'Aiân_, versione inglese di M. De
Slane, tomo I, p. 465; _Baiân_, tomo I, p. 133 a 147, e _Cronica di
Gotha_, presso Nicholson, p. 83 a 91; Ibn-Khaldûn, _Histoire de
l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, p. 150 a 156;
Nowairi, _Storia d'Affrica_, in appendice alla _Histoire des Berbères
par Ibn-Khaldoun_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 441 a 447;
Makrizi, presso Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo I, p. 113 a 115.
[250] Secondo i Sunniti era: “Venite alla preghiera ch'è migliore del
sonno.” Gli Sciiti corressero: “Venite alla preghiera ch'è l'opera
migliore.”
[251] Confrontinsi: _Baiân_, tomo I, p. 137, 141 a 149, e _Cronica di
Gotha_, versione di Nicholson, p. 64, 92, 96, seg.; Makrizi, presso
Sacy, _Crestomathie Arabe_, tomo II, p; 115; Sacy, _Exposé de la
religion des Druses_, tomo I, p. CCLXX, seg.
[252] Veggansi le autorità citate da M. Sacy, _Exposé de la religion des
Druses_, tomo I, p. CCXLVII, seg., e _Chrestomathie Arabe_, tomo II, p.
88 a 92 e 95; e da M. Quatremère, _Journal Asiatique_, août 1836, p. 99,
seg., il primo dei quali sostiene e l'altro confuta le pretensioni dei
Fatemiti. Si aggiungano: _Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi, tomo II,
fol. 6 verso; _Baiân_, tomo I, p. 292, seg.; Ibn-Abbâr, MS. della
Società Asiatica di Parigi, fog. 37 verso. Non cadendo in dubbio che
Sa'îd, o vogliam dire Obeid-Allah, discendesse da El-Kaddâh, i
partigiani dei Fatemiti dovean provare la parentela di El-Kaddâh con
Ali; ma niuno l'ha fatto.
[253] Questo aneddoto è narrato nel _Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi,
tomo II, fol. 7 recto, dove Abu-l-Kasem non è detto figliuolo
d'Obeid-Allah, come questi lo spacciò e come scrivono tutti gli altri
cronisti.
[254] Confrontinsi: Tahîa-ibn-Sa'îd, _Continuazione degli Annali
d'Eutichio_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131 A, fog. 87 verso, seg.;
_Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi, tomo II, fog. 6 verso, seg.;
Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 197 verso, e MS. C, tomo IV,
fog. 290; _Baiân_, tomo I, pag. 149, seg.; _Cronica di Gotha_, versione
di Nicholson, p. 100, seg.; Makrizi, presso Sacy, _Chrestomathie Arabe_,
tomo II, p. 114, 115. Traggo la data del 20 agosto 909 da Ibn-Abbâr, MS.
della Società Asiatica di Parigi, fog. 38 recto.
[255] Confrontinsi: _Riâdh-en-nofûs_, MS. di Parigi, fog. 67 verso;
Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 197 verso, seg.; MS. C, tomo IV, fog.
290, seg., an. 296; _Baiân_, tomo I, p. 158, 159; Makrizi, _Mokaffa'_,
MS. di Parigi, Ancien Fonds, 675, fog. 222 recto; Ibn-Hammâd, MS. di M.
Cherbonneau, fog. 3 recto.
[256] Confrontinsi Ibn-el-Athîr e Makrizi, ll. cc. Veggasi anche nel
_Riâdh-en-nofûs_, fog. penultimo, verso, un curioso aneddoto che si
narra nella iniziazione d'Ibn-Ghâzi.
[257] Iahîa-ibn-Sa'îd, continuatore di Eutichio, scrive _Rûm_, il qual
nome si dava ad ambe le schiatte e comprendea perciò i Siciliani. La più
parte probabilmente erano cristiani di Sicilia, convertiti o no. Uscì da
questi giannizzeri fatemiti Giawher conquistatore del Marocco e
dell'Egitto, ch'è chiamato ora _Rûmi_ ed or _Sikîlli_, ossia siciliano.
[258] Si legge nel _Baiân_, tomo I, p. 175 e 184, che il Mehdi nel 303
(915-16) fece il catasto dei poderi tributarii (_dhi'â_) prendendo la
media tra il massimo e il minimo fruttato; e che nel 305 (917-18) levò
una tassa addizionale sotto pretesto di arretrati. La sottile avarizia
della finanza fatemita si ritrae da tante altre fonti.
[259] Iahîa-ibn-Sa'îd, fog. 89 recto.
[260] _Riâdh-en-nofûs_, fog. 67 verso. Il testo dice: “Prese i beni de'
lasciti pii e delle fortezze.” Quest'ultima voce significa senza dubbio
le città di provincia.
[261] _Riâdh-en-nofûs_, l. c.; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 2
recto.
[262] Iahîa-ibn-Sa'îd, l. c.
[263] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 198
verso, e MS. C, tomo IV, fog. 290 verso; Ibn-Khallikân, nella vita di
Abu-Abd-Allah lo Sciita, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p.
465; _Baiân_, tomo I, p. 158, seg.; Ibn-Abbâr, MS. della Società
Asiatica di Parigi, fog. 38 recto; Ibn-Hammâd, MS. de M. Cherbonneau,
fog. 2 recto e verso.
[264] Iahîa-ibn-Sa'îd, fog. 89 verso.
[265] Non si trovava modo di pesar coteste masse di ferro. Egli usò una
barca da bilancia idrostatica, caricandovi le porte e segnando ove
arrivasse il pel dell'acqua. Alle porte fu sostituita poi tanta zavorra;
e questa si pesò coi modi ordinarii.
[266] Confrontinsi: Bekri, versione di M. Quatremère nelle _Notices et
Extraits de MSS._, tomo XII, p. 479, seg.; Iahîa-ibn-Sa'îd,
Continuazione d'Eutichio, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131 A, fog. 89
verso; Ibn-el-Athîr, an. 303, presso Tornberg, _Annales Regum
Mauritaniæ_, tomo II, p. 373; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di
Parigi, fog. 38 recto.
[267] Ibn-el-Athîr, an. 289, MS. A, tomo II, fog. 172 recto; MS. C, tomo
IV, fog. 279 recto; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, p. 146; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 11.
[268] Nowairi, l. c. I fasti della famiglia Ribbâh si veggano nel Vol. I
della presente istoria, p. 321, 322, 330, 343, 353, principiando da
Ia'kûb-ibn-Fezara, padre di Ribbâh.
[269] Confrontinsi: Nowairi, l. c., e _Chronicon Cantabrigiense_, p. 44,
dove si legga Ibn-Ribbâh, in luogo di Ibn-Ziagi.
[270] Nowairi, l. c.
[271] Si legge nella _Cronica di Gotha_, versione del Nicholson, p. 79,
che nel 294 (906-7) Ziadet-Allah mandò ambasciatori a Costantinopoli ed
accolse onorevolmente a Rakkâda un oratore bizantino.
[272] _Riâdh-en-nofûs_, manoscritto di Parigi, fog. 67 verso.
[273] Abd-Allah-ibn-Sâigh, ultimo vizir di Ziadet-Allah, s'era imbarcato
per la Sicilia quando il principe prese la fuga. Veggasi Nowairi,
_Storia d'Affrica_, in appendice alla _Histoire des Berbères par
Ibn-Khaldoun_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 444. Certamente
Ibn-Sâigh non fu il solo a tentar questa via.
[274] I fatti esteriori si ritraggono riscontrando Ibn-el-Athîr e
Nowairi, ll. cc.; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_,
trad. di M. Des Vergers, p. 158, 159; Abulfeda, _Annales Moslemici_, an.
296, presso Di Gregorio, p. 78; Scehab-ed-dîn, ibid., p. 59.
Il nome compiuto di Ibn-abi-Khinzîr si legge nel _Baiân_, tomo I, p.
148; al par che l'oficio di _wâli_, conferito dallo Sciita, a lui nella
città di Kairewân e ad un altro fratello per nome Khalf nel
Castel-vecchio. Ibn-Khaldûn, l. c., afferma che Ibn-abi-Khinzîr fosse
stato dei notabili della tribù di Kotama. Lo credo, piuttosto dei
principali della setta, ma di schiatta arabica. L'Haftariri che si legge
tra i nomi di questo governatore di Sicilia nella versione latina di
Abulfeda, è falsa lezione di Abi-Khinzîr. Questo soprannome poi del
padre, suona in lingua nostra “Quel dal cinghiale.”
È bene avvertire che il Rampoldi, _Annali Musulmani_, an. 909, tomo V,
p. 119, 123; sognò un viaggio del Mehdi in Sicilia e parecchi aneddoti
della sollevazione di Palermo contro Ahmed-ibn-abi-Hosein-ibn-Ribbâh; i
quali non sembrano errori di compilatori arabi ch'egli avesse avuto per
le mani, ma particolari aggiunti del proprio al Nowairi e agli annali
chiamati di Scehab-ed-dîn.
[275] Il nome di costui si legge nel _Baiân_, tomo I, p. 129.
[276] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[277] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 12.
[278] Idem, p. 13, e _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, p.
44.
[279] Ibn-el-Athîr e ibn-Khaldûn, ll. cc.
[280] _Baiân_, tomo I, p. 158 a 172.
[281] Il solo cronista che racconti questo episodio adopera qui una voce
che può significare: “suppose o diede a credere.”
[282] Al dir dei cronisti, più degni di fede, lo Sciita fu assassinato
di febbraio 911. Il tumulto di Palermo accadde nella state seguente o
più tardi; poichè Ibn-abi-Khinzîr, venuto d'agosto 910, andò all'impresa
di Demona nella primavera o nella state del 911.
[283] _Sâheb-el-Khoms._ Per errore del Caruso (_Chronicon
Cantabrigiense_, an. 6421), seguito dal Di Gregorio, dal Martorana e dal
Wenrich, questo titolo di oficio fu tradotto “Signore d'Alcamo:” ed è
sbaglio da non perdonarsi ad orientalista. M. Caussin, che v'era caduto
anch'egli, cercò di correggerlo nella versione francese del Nowairi,
pubblicata in Parigi, p. 24.
[284] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 198
verso; MS. C, tomo IV, fog. 290; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum
Arabicarum_, p. 12, 13; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, p. 159. I particolari del tumulto e il governo provvisionale di
Khalîl son riferiti dal solo Nowairi. Ho seguíto quest'ultimo per la
data dell'arrivo di Ali-ibn-Omar in Sicilia.
Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 200 recto; e MS. C, tomo IV,
fog. 290 verso, nel capitolo intitolato “Racconto della uccisione di
Abu-abd-Allah lo Sciita,” narra la rivolta di un Ibn-Wahb in Sicilia.
Riscontrandola coi capitoli dei fatti di Sicilia posti sotto la rubrica
del 296 e del 300, si vede che quella narrazione non regge; e che fu
tolta, senza molta critica, da qualche racconto della rivoluzione
d'Ibn-Korhob nel 300, nel quale erano sbagliati il nome e la data.
[285] Così in uno squarcio di A'rib, inserito nel _Baiân_, tomo I, p.
169. Gli altri cronisti, accorciando, scrivono Ahmed-ibn-Korhob.
[286] Veggasi il Lib. II, cap. IX, tomo I, p. 400, nota.
[287] Mohammed-ibn-Sirakusi eletto emir nel 903. Siracusa fu presa,
distrutta e abbandonata nell'878. Il padre dunque non poteva esser nato
in quella città, e dovea il nome di _Siracusano_ alla vittoria.
[288] Ibn-el-Athîr, an. 300, MS. A, tomo II, fog. 206 recto; MS. B, tomo
IV, fog. 293 recto. Il primo MS. in vece della lezione “domi” ha
“disperda.” Questo squarcio fu dato da M. Des Vergers, nello
Ibn-Khaldûn, p. 161, nota.
[289] Ibn-el-Athîr, an. 300, MS. A, tomo II, fog. 205 verso, MS. C, tomo
IV, fog. 293; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 13;
Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 159.
[290] _Baiân_, tomo I, p. 169.
[291] _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, op. cit., p. 44.
[292] _Baiân_, l. c.
[293] Ibn-el-Athîr, _Baiân_, Nowairi, Ibn-Khaldûn, ll. cc. La data
precisa nella sola Cronica di Cambridge, l. c.
[294] Ibn-el-Athîr, l. c.
[295] Ibn-el-Athîr, an. 300, MS. A, tomo II, fog. 205 verso; MS. B, tomo
IV, fog. 293 recto; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, p. 159.
[296] Nè la lettera nè il senso dei testi fan supporre che Ibn-Korhob
abbia preso tal partito _dopo_ l'ammutinamento di Taormina, e _per
rimediarvi_.
[297] Di coteste riflessioni non è risponsabile alcun cronista.
[298] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, _Baiân_, Nowairi, Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[299] Ciò si vede dall'ordine dei fatti presso Ibn-el-Athîr e
Ibn-Khaldûn.
[300] Veggasi il _Baiân_, tomo I, anni 300 e seguenti; Ibn-Khaldûn,
_Storia dei Fatemiti_, in appendice alla _Histoire des Berbères_ etc.
del medesimo autore, versione di M. De Slane, tomo II, p. 524.
[301] Si confrontino: _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., an. 6422;
Ibn-el-Athîr, l. c.; _Baiân_, anni 300 e 301, tomo I, p. 169 e 172;
Ibn-Khaldûn, _Storia d'Affrica_, e _Storia dei Fatemiti_, ll. cc. Le
date si ritraggon dalla sola Cronica di Cambridge.
[302] _Baiân_, tomo I, p. 169.
[303] Ibn-el-Athîr, l. c. senza porre la data a ciascun fatto della
rivoluzione d'Ibn-Korhob, ch'ei narra in un fascio nel 300.
[304] _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., an. 6423. Secondo la cronologia
seguita costantemente in questa cronica, la data torna senza dubbio al
914. Ma supporrei piuttosto uno sbaglio del cronista, che lo armamento
di due navilii siciliani al medesimo tempo, ovvero tale rapidità di
movimenti dell'unica armata, che avesse vinto il 18 luglio a Lamta, poi
osteggiato Sfax e Tripoli, poi toccato il porto di Palermo, e si fosse
trovata finalmente ne' mari di Calabria il lº settembre. Il nome di
luogo è scritto nel testo senza punti diacritici.
[305] Ibn-el-Athîr, l. c., il quale non parla del naufragio in Calabria.
[306] Θαλαμηπόλος.
[307] Nel IX secolo il χρυσίον valea da 13 a 14 franchi in peso di
metallo.
[308] Cedreno, ediz. Niebuhr, tomo II, p. 355.
[309] La guerra coi Bulgari, condotta dopo il trattato con la Sicilia,
fu combattuta il 917; Romano Lecapeno fu coronato a' 17 dicembre 919; la
ribellione di Calabria segui nel 920 e 921. Pertanto il Le Beau,
_Histoire du Bas Empire_, lib, 73, cap. XIII, con buona critica ha posto
il trattato di Sicilia nel 916. Un cenno di Giorgio Monaco, ediz.
Niebuhr, p. 880, porterebbe questo fatto alla 3ª indizione (914-15). Ad
ogni modo, come dalla state del 916 alla primavera del 917 non v'ebbe in
Sicilia alcun governo, così par che il trattato si debba mettere avanti
la ristorazione dell'autorità fatemita, e però al tempo d'Ibn-Korhob.
Posporre non si dee, sapendosi che un'armata del Mehdi assaliva Reggio,
d'agosto 918.
Ma anche lasciato da parte lo esame se il trattato si fosse fermato nel
915 nel 918 e anche 919, prima dell'esaltazione di Romano Lecapeno, egli
è certo che non si può collocare nel 928 come ha creduto il Martorana
(tomo I, p. 86), seguito dal Wenrich (lib. I, cap. XII, § 105). Il
Martorana ha preso i particolari del trattato da Cedreno e la data da
Nowairi. Ma parmi evidente che questa si debba riferire, non al trattato
primitivo, ma alla rinnovazione di quello tra Costantinopoli e i
Fatemiti; come spiegherò a suo luogo, nel capitolo seguente.
[310] Questo nome, dato dal solo Nowairi, è senza vocali nel
manoscritto. Senza dubbio non è patronimico, ma soprannome; e, come io
lo leggo, significa “Quel dal collo e faccia irsuti di peli.”
[311] Veggasi il capitolo seguente. L'assedio incominciò il 14 giugno
916. L'accusa sarebbe stata ingiusta, perchè i ladroni del Garigliano
non ubbidivano all'emir di Sicilia. Ma quando mai l'umor di parte
giudicò giusto i nemici?
[312] La data precisa è nella sola Cronica di Cambridge. Rispondevi con
pochissimo divario il _Baiân_, ponendo l'imprigionamento d'Ibn-Korhob
nell'anno 303, che finì il 3 luglio 916, e l'arrivo a Susa nel mese di
moharrem 304, cioè dal 4 luglio al 2 agosto.
[313] _Bab-es-selm._
[314] Confrontinsi: _Chronicon Cantabrigiense_, an. 6424 (1º settembre
915 a 31 agosto 916), presso Dì Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 44;
_Baiân_, an. 303 e 304, tomo I, pag. 175, 176; Ibn-el-Athîr, an. 300,
MS. A, tomo II, fog. 206 recto, MS. C, tomo IV, fog. 293 recto; Nowairi,
presso Di Gregorio, p. 13; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, p. 160, 161 e _Storia dei Fatemiti_, in appendice alla
_Histoire des Berbères_, etc., tomo II, p. 525. Ibn-el-Athîr,
Ibn-Khaldûn che lo copia e Nowairi, pongono tutti i fatti, con error di
data, nel 300.
[315] _Baiân_, an. 304, l. c.
[316] Iahia-ibn-Sa'îd, continuatore degli annali di Eutichio, MS. di
Parigi, fog. 89 verse, accennando la rivoluzione d'Ibn-Korhob, la dice
domata da un capitano, del Mehdi per nome _Bagana_ o _Bogona_, etc.,
(ch'ei non mette vocali) il quale ridusse anche le città ribelli di
Barca e Tuggurt. Non ostante la inesattezza della narrazione, è evidente
che si tratti di Abu-Sa'îd ch'avea forse quell'altro nome, berbero,
com'ei mi suona all'orecchio.
[317] Confrontinsi; _Chronicon Cantabrigiense_, Ibn-el-Athîr, _Baiân_,
Nowairi, Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, ll. cc.
Il Rampoldi, tomo V, anni 914, 915, 916, 917, rimpastò e trinciò a modo
suo tutti questi avvenimenti, tolti dalla Cronica di Cambridge e da
Nowairi. Il Martorana, tomo I, p. 81, e il Wenrich, lib. I, cap. XI, §
103, han fatto d'un solo due capitani: Musa-ibn-Ahmed, e
Abu-Sa'îd-Aldhaif; e il Wenrich ha fatto venire bi Sicilia il primo nel
913, e l'altro nel 916.
[318] Confrontinsi: _Chronicon Cantabrigiense_, Ibn-el-Athîr, ll. cc.
[319] Si vegga la nota a p. 68, 69, di questo volume. Il mare
dell'antico porto si è ritirato notabilmente in pochi secoli; sia per
sollevamento del suolo, sia per alluvione del fiume Papireto, sia per
l'uno e per l'altro insieme. L'anno 972, quando venne in Palermo
Ibn-Haukal, il gran porto giacea nel quartiere delli Schiavoni (chiesa
di San Domenico, contrada del Pizzuto ec.), e l'arsenale, alla
_Khâlisa_, cittadella fabbricata dai Fatemiti il 937; la quale, dice
Ibn-Haukal, era circondata dal mare, fuorchè dalla parte di mezzogiorno.
Indi è evidente che le acque occupavan quella che si chiama tuttavia
“Piazza della marina” ancorchè più non guardi il mare. Fazzello afferma
che al principio del XVI secolo, tirando gagliardi venti di tramontana,
le onde batteano una porta della città e allagavan la piazza contigua, e
che ciò non avveniva più quand'egli scrisse, cioè verso il 1530. (_De
rebus siculis_ deca l, lib. VII, cap. I.) In oggi il mar grosso di
greco-tramontana, che dà per dritto entro la Cala, manda appena qualche
sprazzo a piè delle case e ricaccia i rigagnoli dentro gli aquidotti
della Piazza-marina. Però io credo che al principio del X secolo i due
bracci fossero stati sì bassi da non potervisi far soggiorno. Alla punta
di quel di Tramontana è in oggi il Castello, fabbricato sopra scogli a
fior d'acqua. Il braccio della _Kalsa_ o _Gausa_, come si chiama
tuttavia questo quartiere ed è la _Khâlisa_ Fatemiti si distingue
tuttavia benissimo a quella schiena che s'alza, tra la passeggiata della
marina propriamente detta e la Piazza della marina. Quivi sono il
palagio Butera, la strada dello stesso nome, la chiesa della Catena (del
porto antico), la Zecca, i Tribunali, dei quali edifizii il più antico
arriva al XIV secolo; e sursevi fino al 1821 la chiesa della Kalsa,
ch'era anche del XIV o XIII.
[320] Ibn-el-Athîr, l. c. Le circostanze locali ch'ei narra stan bene
nell'uno e nell'altro braccio, e la testimonianza d'Ibn-Haukal, che il
porto giacea nel quartier delli Schiavoni, non toglie il dubbio; poichè
la Khâlisa avea pur l'arsenale, o porto militare. Anzi è probabile che
il braccio settentrionale, come più basso dell'altro e però paludoso,
non fosse atto per anco a porvi un campo.
[321] La data e i nomi degli ambasciatori si leggono nella cronica di
Cambridge; il cenno di Girgenti e altre città in Ibn-el-Athîr. Awa o Uwa
par nome proprio berbero.
[322] Questo si legge nella sola Cronica di Cambridge. Il Caruso e gli
orientalisti che lo aiutarono alla pubblicazione, lessero _Tariain_ e
interpretarono _due tari_. Ma oltrechè la voce _tari_ si scriverebbe in
arabico _dirhem_, il manoscritto ha chiaramente _harbatain_, che va
letto _kharrobatain_, e significa due _kharrobe_, maniera di peso e di
moneta, la cui denominazione pare tradotta dal latino _siliqua_. La
moneta torna a 1/40 di _dinâr_; e però 0,36 di lira italiana. L'oncia di
sale costava dunque 0,72: probabilmente l'oncia romana, che fu in uso in
Sicilia fin, dopo la dominazione musulmana e ne fa menzione Edrisi.
Secondo il valore che le dà Edrisi, non molto diverso da quello
dell'antica oncia romana, tornerebbe all'incirca a 30 grammi.
[323] Si confrontino: _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., an. 6425 e
6426; Ibn-el-Athîr, l. c.; _Baiân_, e 'Arîb, an. 304, tomo I, p. 176;
Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 161, 162.
Ibn-Khaldûn erroneamente suppone in Trapani la guerra che fu in Palermo.
Il Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 13, la confonde
coi fatti di Girgenti. Il nome del nuovo emiro è scritto nella Cronica
di Cambridge, Sâlem soltanto; nel _Baiân_, Sâlem-ibn-abi-Râscid; in
Ibn-Khaldûn, Sâlem-ibn-Râscid; nel Nowairi, Sâlem-ibn-Ased-el-Kenâni.
Credo si debba correggere Kotâmi; non essendo verosimile che il Mehdi
avesse posto un arabo della tribù di Kinâna, sopra le soldatesche della
tribù berbera di Kotâma, lasciate in Sicilia.
[324] Veggasi il Lib. II, cap. XI, pag. 440 e 458, seg.
[325] Probabilmente eran di questi drappelli i Musulmani che insieme coi
Napoletani uccisero trenta cittadini di Capua l'anno novecento cinque.
Veggasi _Chronicon Sancti Benedicti_, presso Pertz, _Scriptores_, ec.,
tomo III, p. 206.
[326] Liutprando, _Antapodesis_, lib. II, cap. XLIV, XLV.
[327] Veggasi il primo Vol., p. 113.
[328] _Munitiones_, dice Liutprando; _turres_, il monaco Benedetto di
Sant'Andrea.
[329] Liutprando, l. c.
[330] _Chronicon comitum Capuæ_, presso Pertz, _Scriptores_, ec., tomo
III, p. 208.
[331] _Chronica Sancti Benedicti_, presso Pertz, stesso volume, p. 206.
Probabilmente vuol dire dei Longobardi di Capua e Benevento e dei
Napoletani.
[332] Leo Ostiensis, lib. I, cap. L.