CAPITOLO XIV.

Arrivati a scoprire per quante vie s'era messo lo spirito umano al tempo

dell'antica civiltà, i popoli musulmani le tentaron qua e là con ardore

giovanile; in molte si lasciarono addietro i Cristiani contemporanei;

sovente aggiunsero lor trovati al patrimonio degli antichi; il che non

avveniva allora in Cristianità. Sopra ogni altro lussureggiarono in due

esercizii connaturali a loro società. L'arte della parola in rima e in

prosa, antico vanto degli Arabi, mutando corso nell'islamismo e

allontanandosi dalle forme del bello, si allargò in ogni più sottile

investigazione di grammatica, lessicografia, versificazione, delle quali

parteciparono i popoli conquistati: talchè per tutta Musulmanità fu

studiata la filologia minore quanto nol fecero mai i Greci nè i Latini;

e se le Muse dessero la corona a chi più s'affatica, gli Arabi se

l'avrebbero senza contrasto. Surse dal Corano quella scienza mescolata

di teologia e dritto, la quale, sendo come il pan quotidiano dei

Musulmani, non è maraviglia che attirasse tutti gli ingegni disposti a

così fatte contemplazioni e bramosi di onori e stato. La filologia e le

scienze coraniche, per aver sì profonde radici l'una nella schiatta

arabica, le altre nella società musulmana, occuparono quasi tutto il

campo, rinvigorite dalla metafisica e dialettica dell'Occidente;

rimasero sole dopo la decadenza politica e sociale dagli Arabi; e si

possono dir vegete fino ai dì nostri dovunque regga la legge di

Maometto, dal Gange allo stretto di Gibilterra. Ma le scienze antiche,

come le chiamarono gli Arabi per averle tolte in presto dai Greci,

trovarono ostacolo nella tenacità semitica del popolo dominatore, il

quale se n'era invaghito per ebbrezza di nuovo acquisto, e d'un subito

s'arretrò, spaventato, dal cammin che credea lo menasse all'inferno. Poi

prevalendo genti più grossiere, in Levante i Turchi, in Occidente i

Berberi; irrompendo Cristiani d'ogni banda nell'impero musulmano,

esacerbaronsi le passioni religiose, rinnegòssi il secolo di Harûn

Rascîd, e quelle sospette scienze sparvero ad una ad una tra le tenebre

ricadenti sul mondo musulmano.

Le ristorate dottrine dunque d'Aristotele, d'Euclide, d'Ippocrate, non

solo ebbero minor tratta di seguaci al tempo della civiltà arabica, ma

sendo ite in bando dalla terra d'islam, dileguavasi dal decimoquarto

secolo in poi la memoria di cui le coltivò. I biografi tuttavia

s'affaticarono a rintracciare nomi e aneddoti di grammatici, retori,

lessicografi, interpreti del Corano, tradizionisti, giureconsulti,

teologi e mistici d'ogni maniera, e vennero a capo di trovarne molti

sfuggiti alle ricerche dei predecessori; ma fecero guarda e passa nelle

altre scienze. Similmente si smettea di copiarne i libri. Ho voluto

notare cotesta disuguaglianza nelle proporzioni della storia letteraria

e le due cause da che venne, perchè la non sembri difetto peculiare

degli Arabi Siciliani. Un pugno d'uomini, del resto, datisi alla cultura

intellettuale per qualche secolo e mezzo, soggiogati quando coglieano il

frutto, perseguitati e dispersi entro un altro secolo: meraviglia è che

ce ne rimanga qualche brano di memorie letterarie per carità di cui

accolse in casa gli esuli sconsolati. Nei paesi rimasti musulmani,

l'amor di patria o la vanagloria municipale dei tempi di decadenza,

religiosamente ragunò ogni ricordo dei cittadini più o meno illustri. E

i coloni di Spagna, più numerosi assai dei Siciliani, pervenuti

all'incivilimento dopo tre secoli, n'ebber agio altri quattro a compiere

il pio oficio pria che sgombrassero d'Europa.

Il solo autore arabo che appositamente abbia scritto la storia dei

filosofi, matematici e medici, non ricorda altri Siciliani che un del

duodecimo, secolo e tre dell'antichità, Archimede, Empedocle,

Corace;[1189] su i quali dà ragguagli meno scontraffatti che non si

potrebbero aspettare così di rimbalzo; ma non appartengono al nostro

argomento. Del resto, se l'abbiano ignorato Zuzeni al tempo di Federigo

secondo ed Ibn-Khallikân nella generazione seguente, si coltivaron pure

le sciente matematiche in Sicilia sotto la dominazione arabica. Ne fan

fede le memorie dei tempi normanni, delle quali diremo a suo luogo; ed

anco alcun cenno immediato dell'undecimo secolo. Makrizi nella

Topografia dell'Egitto, venendo a parlare dell'osservatorio che fondò al

Cairo il mecenate Afdhal l'anno cinquecento tredici (1119-20),

e il califo Amer spiantò a capo di sei anni, novera tra gli

astronomi che v'erano condotti a stipendio, il geometra siciliano

Abu-Mohammed-Abd-el-Kerîm,[1190] esule ch'ei sembra dopo il conquisto

normanno. Ibn-Kattâ', nell'Antologia dei poeti siciliani, trascrivendo

alcuni versi di Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan-ibn-Kûni con due righi di cenno

biografico, gli diè lode anco di geometra ed astronomo. Il titol che

aggiugne di Kâtib, ossia segretario; mostra che quest'Omar il fu in

alcun oficio pubblico, forse nella segreteria di Stato. Del quale se i

versi d'amore son troppo geometrici, v'ha uno squarcio d'elegia che

direbbesi scritto da stoico romano anzi che da credente arabo: sì

sdegnoso il pensiero, alto senza puntello di religione; ed anco semplice

e grave nella forma; se non forse per due bisticci che il poeta incastrò

nell'ultimo verso.[1191] Ibn-Kattâ' similmente fa ricordo del Segretario

Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Hasan-ibn-Kereni,[1192] astronomo, aritmetico

e poeta.[1193]

Che la matematica e l'astronomia si fossero applicate in Sicilia a

studii topografici, non si può negar nè affermare. In vero scorgiamo una

bella. correzione della postura dell'isola rispetto all'Affrica.

Ibn-Haukal Bel decimo secolo supponea la Sicilia guardare dritto Bugia,

Tabarca e Marsa Kharez (La Calle); cioè la spingea due gradi più a

ponente.[1194] Ibn-Iûnis, il celebre astronomo del Cairo, alla fine del

decimo secolo, con errore contrario la tirava dieci gradi a levante di

Tunis.[1195] Ma una notizia anonima che leggiamo in Iakût e par si debba

riferire a sorgenti siciliane dell'undecimo secolo, pone vicinissima

alla Sicilia tra le terre d'Affrica l'antica Clipea presso il Capo Bon,

aggiugnendo correr tra quella e l'isola cenquaranta miglia, ossia due

giornate di navigazione con buon vento, e, da un altro lato, lo Stretto

del Faro misurarsi due miglia, là dove l'isola più s'accosta alla

terraferma.[1196] Donde parmi che la correzione sopraddetta si debba

riferire ai navigatori siciliani ed affricani, non agli astronomi; tanto

più che lo sbaglio delle longitudini non si potea riconoscere da privati

senza un osservatorio fornito di quegli smisurati stromenti che gli

Arabi furon primi a costruire. Ignoriamo in qual tempo visse chi

immaginò l'isola triangolo equilatero, misurandovi sette giornate di

cammino da un vertice all'altro.[1197] Ibn-Haukal s'avvalse forse delle

nozioni che correano nel paese e avvicinossi al vero quando assomigliò

la Sicilia a triangolo isoscele con la punta rivolta a ponente,[1198] la

base di quattro giornate, e ciascun lato di sette.[1199] Bekri ne fe'

triangolo scaleno, troppo largo alla base, di cencinquantasette miglia,

con censettantasette di lato maggiore e cinquecento di perimetro.[1200]

Altri diè il giro di quindici giornate.[1201] Infine una misura che

sembra oficiale e dell'undecimo secolo, portava undici _merhele_ o

diremmo stazioni di posta, da Trapani a Messina, e tre giornate di

larghezza;[1202] onde s'argomenta che mancassero i rilievi di posta

nella riviera orientale, e le distanze perciò si ritraessero il manco

male che si potea dai viandanti. La somma è che i dotti siciliani

studiarono piuttosto la geografia descrittiva che la geografia

matematica del suolo ov'erano nati.

Lo Sceikh Abu-Sa'îd-ibn-Ibrahim, detto il Maghrebino e il Siciliano,

compilò un libro di terapeutica, del quale v'hanno due codici, ad Oxford

e Parigi. S'intitola il primo _Ausiliare alla guarigione d'ogni sorta di

morbi ed acciacchi_;[1203] e il secondo _Taccuino[1204] dei medicamenti

semplici_: unica opera, della quale il manoscritto bodleiano parmi il

primo dettato, e il parigino la seconda edizione, corretta e

semplificata. Considerato, che vogliansi adattare i medicamenti alle

particolarità degli individui e dei mali; e che fin qui le opere di

materia medica siano state compilate secondo i nomi dei semplici o delle

malattie, l'autore si propone di presentar l'uno e l'altro ordine uniti

insieme a colpo d'occhio per sussidio di memoria al medico. Fa dunque un

volume di tavole sinottiche, notando nelle linee orizzontali ciascun

semplice con sue qualità ed usi, secondo le divisioni che fanno le linee

verticali o vogliam dire colonne. Pon quattro classi di malattie; del

capo, degli organi respiratorii, degli organi digestivi e del corpo

tutto; e poi nota nella linea orizzontale la denominazione tecnica della

infermità. Tratta soltanto dei medicamenti semplici i quali son messi

nell'ordine dell'antico alfabeto detto _Abuged_,[1205] seguíto sempre

dai medici e matematici arabi. Nella introduzione si discorrono con

dotta brevità i principii generali della materia medica.[1206]

Spedito ed utile manuale, il cui linguaggio tecnico, le divisioni, le

teorie e qualche tradizione greca che s'accenna nella introduzione,

rispondono al corpo di dottrine mediche che possedeano gli Arabi

nell'undecimo secolo, qual si vede nella famosa compilazione d'Avicenna.

Il riscontro col Canone ci conduce inoltre a supporre contemporaneo o

anteriore ad Avicenna (980-1037) il Siciliano Abu-Sa'îd, il quale

afferma niuno avere steso prima di lui tavole comparate di rimedii e

malattie; e noi le troviamo appunto nel secondo libro del Canone.[1207]

D'Abu-Sa'îd non avanza alcun cenno biografico. Tuttavia nè menzogna nè

plagio non son da sospettare, quand'ei fa categorie patologiche diverse

da quelle d'Avicenna; e dà un catalogo di semplici molto minore, dove

pur se ne trova di tali che mancano nel Canone, ed è diversa la

disposizione dei nomi identici. Se imitazione v'ebbe, par dunque l'abbia

fatta Avicenna da Abu-Sa'îd, o ch'entrambi abbiano attinto alle medesime

sorgenti, e recato nelle esposizione della materia medica quel genio

simmetrico degli Arabi, senza conoscere i lavori l'uno dell'altro in

regioni si lontane. Se non che il manuale apposito del Siciliano fu

ecclissato dal trattato generale del Persiano, al quale poi si è

attribuito, come a Tolomeo, Averroès ed altri compilatori antichi e

moderni, tutto l'onor delle dottrine ch'egli coordinò ed espose.

Più che Abu-Sa'îd meritò della scienza il Siciliano Ahmed-ibn-Abd-

es-Selâm, sceriffo, ch'è a dir della stirpe d'Ali, autore

d'un trattato di medicina che serbasi a Leyde ed era intitolato: _Il

libro dei medici su tutte le malattie dal capo alle piante_.[1208]

Limitandosi ai medicamenti semplici, chè i composti, dice egli,

difficilmente riescono nè mai n'è certo lo sperimento, Ahmed breve

accenna i rimedii indicati secondo le diagnosi; non tacendo le credenze

volgari e contrapponendovi i dettami dei maestri greci ed arabi e

sovente la propria esperienza. Divide l'opera in venti capitoli; da

alcuno dei quali che ho percorso, specialmente il paragrafo su

l'idrofobia, il Libro dei medici mi sembra ricco di osservazioni,

dettato con quella saviezza sperimentale che si fa scorta delle teorie e

ch'è sola via dritta in quest'arte. Ma pieno giudizio non se ne potrà

dare, se la storia della medicina appo gli Arabi non sia meglio studiata

che al presente, e se eruditi medici non approfondiscano quest'opera, la

quale a prima vista sembra di gran momento. Ahmed ne compose un'altra,

forse d'igiene, intitolata: _Conservazione della salute_; divisa in

ottanta capitoli e dedicata ad un Abu-Fâres-Abd-el-Azîz-ibn-Ahmed; della

quale tanto sol sappiamo da Hagi-Khalfa, e che l'autore si appellava

Siciliano e Tunisino.[1209] Di lui non troviamo cenno nelle biografie

dei medici arabi; talchè dobbiam lasciarlo tra quei d'età incerta, non

potendo affidarci ad un barlume che ci condurrebbe all'ultima

emigrazione dei Musulmani di Sicilia, sotto Federigo secondo

imperatore.[1210] Visse di certo nella dominazione musulmana

Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Hasan-ibn-Tazi, poeta e letterato di gran

fama in Sicilia, al quale Ibn-Kattâ' dà appellazione di medico, senza

dirne altro;[1211] e noi ne riparleremo tra i poeti con l'onore e il

biasimo ch'ei meritò. Del rimanente questo picciol numero di medici, le

cui notizie ci pervengono come per caso, non prova che la scienza fosse

trascurata in Sicilia.

Scarsi al paro i ricordi di cui seguì la filosofia antica, che gli Arabi

chiamarono col proprio nome greco: e diceano _Kelâm_ ossia

“ragionamento,” la metafisica e logica religiosa acconciate a lor modo.

I filosofi, spesso perseguitati in vita e dimenticati dopo morte, non

tornan a galla nella storia letteraria degli Arabi, se non li spinge

su qualche vestimento più leggiero: poesia o filologia. Così ci

vien trovato nelle biografie dei linguisti di Soiuti, un

Sa'îd-ibn-Fethûn-ibn-Mokram da Cordova, della illustre gente dei

Togibiti, grammatico, filologo e scrittor di due trattati di

versificazione; dato anche, dice Soiuti, alla filosofia. Fu costui

contemporaneo del terribil ministro Ibn-Abi-'Amir, detto Almanzor,

protettore delle lettere, persecutore delle scienze antiche; quel che

bruciò i libri di filosofia ed astronomia della biblioteca di Cordova.

Sa'îd, accusato non sappiamo se di scetticismo o ribellione, forse

senz'altra colpa che il nascer di schiatta possente e temuta, fu

chiamato da Almanzor, interrogato severamente e messo in prigione. Poi

lasciaronlo andare in esilio; ed elesse la Sicilia, dove passò il resto

de' suoi giorni, alla fine del decimo o principio dell'undecimo

secolo.[1212]

Primaria scienza sacra appo loro la lettura del Corano, la quale

portando seco interpretazione, riesce a gravi conseguenze legali,

dommatiche e morali. Fu dettato il Corano quando tra gli Arabi contavasi

a dito chi sapesse scrivere; nè a grammatica si pensava pur anco nè ad

ortografia. Poscia Othmân nell'edizione canonica eliminò i luoghi

apocrifi, le frasi estranee al dialetto coreiscita, ma non potè mettere

in carta la sacra parola con segni più perfetti che gli Arabi non ne

possedessero. Cioè che notavano precise tanto o quanto le

consonanti,[1213] e delle vocali sol quelle rinforzate da accento, e non

pur tutte: donde l'ambiguità di tanti vocaboli che non sono distinti se

non dalle vocali, di tanti periodi varii di significato secondo i modi

grammaticali che si accennassero leggendo.[1214] Il testo dunque sendo

scritto, come oggi diremmo, in cifera di stenografia, nè bastando averlo

sotto gli occhi per saperne appunto il tenore, era forza supplirvi con

la tradizione orale e con le regole della grammatica. Indi i Lettori, i

maestri di Lettura, i trattati e anche poemi didascalici, le sette

scuole principali di lettura e non so quante secondarie, gli arabici

assottigliamenti in cotesta novella scienza; e s'arrivò a notare il

Corano con segni più presto musicali che ortografici: lettere, punti,

lineette, sigle che si dipingeano a varii colori intorno gli arcaici

caratteri negri del testo d'Othmân, e prescrivean le pause, le

modulazioni e oficio dell'_a_, le articolazioni da elidere o permutare e

simili.

Fu dei più rinomati Lettori del Corano al suo tempo Abd-er-Rahmân-ibn-

Abi-Bekr-ibn-'Atîk-ibn-Khelef da Siracusa, detto Ibn-Fehhâm

(Il figlio del Carbonaro), nato il quattrocencinquantaquattro

(1062), uscito, com'è probabile, alla presa di Siracusa, l'ottantotto

(1095), e morto il cinquecento sedici (1122-3). Andò cercando in Oriente

i dottori principi della Lettura; praticò con parecchi d'Egitto; e

soggiornò, forse diè studio, in Alessandria, essendo stato chiamato lo

Sceikh Alessandrino. Compose il _Soddisfacimento a chi brami saper bene

le Sette Lezioni_, e _La Gemma Solitaria d'Ibn-Fehhâm su la Lettura_:

com'è vezzo degli scrittori arabi di porre titoli millantatori e

avviluppati, purchè sembrino bizzarri. Si ricorda inoltre un suo

Commentario su i _Prolegomeni Grammaticali d'Ibn-Babesciâds_: che

grammatico ei fu anco e giurista, e poeta. Abbiamo, solo avanzo de' suoi

scritti, qualche verso, elegante di lingua e stile, studiato di

immagini, se il raccoglitore non trascelse appunto gli squarci ampollosi

per dare un bel saggio.[1215] Nella poesia erotica d'Ibn-Fehhâm è

tenerezza e delicatezza d'affetto non comune.[1216] Il disinganno d'uom

battuto dalla fortuna gli dettò un epigramma, contro il suo secolo, ma

la saetta arriva fin qui.[1217]

Segnalossi nella medesima scienza Abu-Tâher-Ismail-ibn-Kelef-ibn-

Sa'îd-ibn-'Amrân, autore d'un trattato in nove volumi su le forme

grammaticali[1218] del Corano, e d'un sommario intitolato _Cenno

su la Lettura_: dov'ei messe a riscontro le _Sette Lezioni_,

con dettato conciso da potersi tenere a mente, facile agli

scolari, bastante anco ai dotti. Libro rinomato ai tempi d'Ibn-Kallikân,

comentato poscia da molti e rimaso in onore fino al decimosettimo

secolo, quando ne fe lode Hagi-Khalfa. Compendiò inoltre questo Ismail

un'opera, credo teologica, intitolata _L'Argomento_, di Faresi. Fu

noverato tra i primi letterati dell'età sua. Ibn-Khallikân, su la fede

dello spagnuola Ibn-Baskowâl, gli dà per patria Saragozza; Soiuti lo

ricorda coi due nomi di Siciliano e Spagnuolo; ed Hagi-Khalfa alterna

l'uno e l'altro. Secondo tutti, fu _Ansâri_, cioè oriundo di Medina, e

morì il quattrocentocinquantacinque (1063), in Spagna, credo io,

dov'egli si fosse rifuggito, lasciando la Sicilia quando caddero i

Kelbiti, o in quel torno.[1219]

Visse nella generazione seguente, e forse uscì di Sicilia al conquisto,

Abu-Amr-Othmân-ibn-Ali-ibn-Omar da Siracusa, discepolo d'Ibn-Fehhâm in

lettura e d'altri rinomati professori in tradizione, uomo di molta

dottrina a giudizio del dotto Silefi che usò con lui; autor di varie

opere di lettura, grammatica e versificazione, linguista inoltre e

poeta, il quale tenea scuola di lettura del Corano nella moschea

d'Amru[1220] al Cairo vecchio, verso la metà del duodecimo secolo.[1221]

L'età non sappiamo di Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Haiun, siciliano, che

scrisse al dir di Casiri un'appendice alla Parafrasi poetica del Corano,

di cui v'ha un codice all'Escuriale.[1222] Vengon poscia i Lettori che

non lasciaron opere, tra i quali si ricorda Kholûf-ibn-Abd-Allah

da Barca, dimorante in Sicilia alla metà del quinto secolo

dell'egira, dotto nelle due parti della grammatica cioè forma

e sintassi, non digiuno delle scienze filosofiche e morali, e

buon poeta al dir di Dsehebi.[1223] Lettore e moralista

Abu-l-Kâsim-Abd-er-Rahman-ibn-Abdel-Ghanî; lettori anco

Abu-Bekr-'Atîk-ibn-Abd-Allah-ibn-Rahmûn della tribù di Khaulân,

passata in Siria e Spagna nei primi conquisti degli Arabi, ed

Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-el-Gebbâr-ibn-Waddâni, il qual nome lo mostra

oriundo d'Affrica. Tutti e tre poeti e vissuti nel decimo o undecimo

secolo; i pochi versi dei quali, che trascrive Imâd-ed-dîn, mi sembran

di pulite forme, e battono su la instabilità delle cose umane e

consolazione delle sventure, tema grato ai Musulmani.[1224] Nella prima

metà dell'undecimo secolo, levò grido il Lettore siciliano

Abu-Bekr-ibn-Nebt-el-'Orûk, sì che un valente giovane spagnuolo, che poi

meritò importanti ofici in patria, tornando dalla Mecca e dall'Egitto

dove avea compiuto gli studii, fermossi in Sicilia a ripigliare

quei di lettura coranica con questo Abu-Bekr, e del dritto con

Abd-el-Hakk-ibn-Harûn.[1225] Si ricorda infine tra i Lettori il

grammatico, linguista e poeta Abn-Bekr-Mohammed-ibn-Abd-Allah che

volentieri direi venuto d'Affrica in Sicilia,[1226] finito pazzo, se ben

m'appongo a quel che ci narran di lui. In sua vita d'austera morale e

uggiosa pietà, gli venne visto un giovanetto figlio d'alcun capitano o

regolo dell'isola; e non osando svelare il brutto pensiero che gli

nacque, trafitto di dolore, si fece pelle ed ossa; il sangue, dirompendo

dal fegato, che gli Arabi tengon sede delle passioni, gli offese il

petto, lo portò via, scrive Dsehebi, da questo all'altro mondo, innanzi

tempo. Con altro giudizio che quel degli Arabi, si direbbe che la

consunzione gli turbò il cervello, il che pur suole avvenire, e com'uomo

nudrito negli scrupoli immaginò tal peccato ch'ei non avea. Nè vale la

sua propria confessione in eleganti versi, degni di men tristo

argomento, i quali incominciano col dubbio ch'ei fosse fuor di sè, e si

chiudono con affrettare la morte.[1227]

I detti e pratiche di Maometto, raccontati con sommo zelo dai

contemporanei, messi in carta da quei che vennero appresso, sono, come

ognun sa, la seconda sorgente della dottrina musulmana nelle scuole

ortodosse; se non che l'ampia raccolta non fu mai compilata in forma

autentica, non porta a quel che i Musulmani chiaman precetto divino, e i

dottori, secondo lor giudizio, ne accettano e ricusano, esercitando la

critica non meno su l'autenticità, che su la interpretazione dei

vocaboli antiquati e frasi oscure. Studio vasto che diè origine a scuole

mal note l'una all'altra, e condusse i tradizionisti a lunghe

peregrinazioni qua e là, dove fosse alcun rinomato dottore o chi aveva

appreso da lui. Fanno le tradizioni importantissimo corpo di dritto

pubblico, civile e penale, e disciplina religiosa; avvegna che

proveggano alla spicciolata a tanti casi non contemplati dal Corano:

onde la tradizione è preparamento necessario, anzi parte integrale della

giurisprudenza.[1228] S'ei fosse da stare ad una conghiettura

dell'erudito Iakût, avrebbe preso soprannome dalla Calabria un

Abu-Abbas, dei più antichi critici delle tradizioni: discepolo

d'Abu-Ishak-Hadhrami, e maestro di Abu-Dâwûd-Soleiman, che dettò il

_Sinan_, autorevole compendio. Ma Abu-Dâwûd morì l'ottocentottantotto di

nostr'èra; onde si dovrebbe supporre che Abu-Abbâs-Kalawri avesse

militato nelle prime squadre musulmane, che d'Affrica, Sicilia o Creta

assaltarono la terraferma d'Italia (842). E non reggendo il supposto di

Iakût altrimenti che su l'analogia del nome etnico, nè accompagnandolo

alcun ragguaglio di biografia, ne rimarremo a questo cenno.[1229]

Oltre i giuristi che preliminarmente apparavano la Tradizione e l'arte

critica di quella, parecchi dotti dell'isola vi attesero

particolarmente. Fin dai primi anni del decimo secolo o poco innanzi, il

siciliano Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Ibrahim-ibn-Musa, della tribù di Temîm,

passò in Irâk per approfondire cotesto studio che fioriva tuttavia nella

capitale abbassida e nelle importanti città vicine. Scrisse molte opere

delle quali non sappiamo i titoli, e diè lezioni a Waset; noverandosi

tra i suoi discepoli alcun tradizionista di nome. Côlto insieme con

l'erudizione il mal vezzo del misticismo che spuntava allora tra i dotti

musulmani, frequentò le accademie di Gioneid e Nûri, barbassori sufiti;

entrò nella setta[1230] e lasciovvi nome onorato.[1231] Dopo l'Irâk par

abbia fatto soggiorno in Egitto, anzichè tornare in Sicilia.[1232]

Ignorasi l'età del cadi Abu-Hasan-Ali-ibn-Moferreg, autor di un'opera

intitolata _Annotazioni del Siciliano su la Tradizione_, citato da

Beka'i, nel decimoquinto secolo, tra i testi ch'egli soleva

adoperare.[1233] Due liberti siciliani, al certo degli schiavi cristiani

venduti in altri paesi, ebbero nome di tradizionisti a Cordova, nella

seconda metà del decimo secolo: dei quali, Derrâg, uom di molta pietà e

dottrina, fu bandito per sospetti politici e morì in Oriente, dopo fatto

il pellegrinaggio;[1234] e l'altro per nome Râik, studiò tradizioni in

Oriente e professolle poscia in Spagna.[1235] S'applicò alla legge ed

alla tradizione, tenuto uom dottissimo al principio dell'undecimo

secolo, l'emir Abu-Mohammed-'Ammâr-ibn-Mansûr dei Kelbiti di Sicilia, di

ramo collaterale ai due che regnarono. I frammenti poetici del quale

spiran l'orgoglio guerriero della nobiltà non mansuefatto dalle

elucubrazioni legali, e ci svelano che l'autore navigasse a golfo

lanciato tra i tumulti e le trame che s'alternavano in Palermo.[1236]

Verso il milletrenta, si trovò in Spagna Abu-Fadhi-Abbâs-ibn-Amr,

siciliano, il quale apprese da Kâsem-ibn-Thâbit di Saragozza la

spiegazione dei vocaboli e modi disusati delle tradizioni ed insegnolla

ad altri Spagnuoli; onde sembra stanziato nel paese.[1237]

Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Sâbik, nella generazione seguente, uscito forse in

pellegrinaggio, apparò tradizione alla Mecca da parecchi dottori, tra i

quali primeggia Karîma figliuola di Ahmed-Marwazi; e in luogo di tornare

in Sicilia ove non era oramai che guerre e stragi, aprì scuola in

Granata; ma sentendovi anco mal fermo il suolo, passò in Egitto; e quivi

morì di gennaio del mille e cento. Lasciò in Granata desiderio di sè, e

fama di gran teologo.[1238] Son anco ricordati com'ottimi tradizionisti

il Sementari, Ibn-Mekki, Ibn-Abd-el-Berr ed Ibn-Kattâ; del primo dei

quali diremo tra i mistici, e degli altri tra i filologi. Sopra tutti

s'innalzò il Mazari.

Così chiamato dalla città nativa e Temîmi dalla tribù, per nome

Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ali-ibn-Omar-ibn-Mohammed,[1239] giurista

malekita, uom sommo, scrive Ibn-Khallikân, nella dottrina testuale e

critica delle tradizioni.[1240] Celeberrimo nelle scuole musulmane il

suo comentario di tradizione intitolato _Il maestro delle dottrine

(contenute) nel libro di Moslim_.[1241] Scrisse anco la _Spiegazione dei

(principii) che occorrono nello “Argomento dei dommi,”_[1242] ed un

commentario sul libro intitolato _Il buon indirizzo_, opere entrambe di

teologia scolastica;[1243] un commentario sul Manuale di Mâlek che si

chiama il _Mowattâ_;[1244] quattro volumi su l'insegnamento del cadi

Abd-el-Wehhâb;[1245] ed altre di erudizione e belle lettere:[1246] ma fu

dotto in varii rami di scienze pratiche o speculative,[1247] fin anco in

medicina. Leggiamo in un comentario malekita come la gente accorresse a

consultar il Mazari da medico al par che giurista, dal tempo ch'ei si

diè con ardore a quello studio, punto da un medico israelita, il quale,

curandolo in grave infermità, gli rinfacciava: “ecco il gran dottore

dell'islamismo in balía d'un povero giudeo, che se il lasciasse morire

farebbe opera meritoria in sua religione e grave danno ai

Musulmani.[1248]” E veramente per tutta l'Affrica Settentrionale i

contemporanei il tennero a luminare di giurisprudenza; si raccontò che

il Profeta gli fosse comparso in sogno, confortandolo a scrivere, i

posteri lo dissero ultimo legista inventore; e Khalîl-ibn-Ishak,

compilator dell'oscuro codice che or si osserva in Affrica, pose il

Mazari e il siciliano Ibn-Iûnis tra le quattro autorità cardinali,

citate dopo la _Modawwana_,[1249] Il Mazari seguì in teologia la

dottrina asci'arita[1250] o vogliamo dire scolastica, la quale soleva

adoprare la filosofia e le interpretazioni per difendere il domma

ortodosso dai duri colpi che gli traeano scismatici e razionalisti con

le medesime armi. Uscito di Sicilia, com'ei pare, al conquisto normanno,

soggiornò al Cairo vecchio, ad Alessandria; a Mehdia; quindi ad

Alessandria di nuovo, dove insegnò tradizioni.[1251] Si narra che a

Mehdia abbia dato, poco appresso il mille, i primi rudimenti della

scienza, a Mohammed-ibn-Tûmert, detto poi il Mehdi: un mezzo Savonarola

berbero, che fondò l'impero almohade:[1252] tra il qual legame col

profeta avventurato, e la dottrina propria e l'acume dell'ingegno e la

serena virtù dell'animo, il Mazari passò tra i beati dell'islamismo.

Morto in Mehdia d'ottantatrè anni lunari, chi dice il quattro e chi il

venti ottobre, del millecentoquarantuno,[1253] fu sepolto sia a Mernâk

presso Tunis,[1254] sia a Monastir;[1255] il qual disparere su le

minuzie biografiche, mostra la grande rinomanza dell'uomo, al par delle

lodi che ne fanno tutti gli scrittori.[1256] Dalla riputazione di

santità nacque una favola, ripetuta in Affrica nel decimoquinto secolo,

la quale dava al Mazari trecento tredici anni di vita.[1257]

Per l'intima connessione che hanno le tradizioni con la giurisprudenza,

si comprende come questa, ben avviata già in Sicilia nella prima metà

del decimo secolo,[1258] sia progredita nel corso dell'undecimo.

Nel confine di que' due, chè l'anno appunto non si sa, nacque, com'e'

pare, in Palermo, Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Iûnis, dottore

principe di scuola malekita, onorato quasi a ragguaglio col Mazari,

citato insieme con lui, come dicemmo, da Khalîl, detto per antonomasia

il Siciliano e famoso altresì per le prodezze fatte di sua persona nella

guerra sacra, quella verosimilmente di Maniace. Trapassò Ibn-Iûnis

il venti rebi' primo del quattrocencinquantuno (5 maggio

1059).[1259] Suo discepolo il giurista malekita siciliano

Abu-Mohammed-Abd-el-Hakk-ibn-Harûn, famoso per le opere e per gli

illustri discepoli spagnuoli, Khelef-ibn-Ibrahim, detto Ibn-Hassâr, e

Soleiman-ibn-Iehia-ibn-Othmân-ibn-Abi-Dunia da Cordova; dei quali il

primo, come s'è detto, lo ritrovò in Sicilia[1260] e l'altro alla Mecca,

in pellegrinaggio, e seguillo in Egitto, studiando sempre con

essolui.[1261] Scrisse Abd-el-Hakk la _Correzione dei Quesiti_, trattato

di casi legali;[1262] e i _Detti arguti_, opera filologica o di

erudizione, rimasa in voga fino al decimoquarto secolo.[1263] Da lui

anco avea appreso il dritto in patria, Thâbit il Siciliano; il quale,

rifuggito poscia in Ispagna, ne diè quivi lezioni nella seconda metà del

secolo.[1264]

Oltre i giureconsulti Ibn-Fehhâm, ed 'Ammar-ibn-Mansur, e

Mazari, ed Ibn-Mekki ricordati di sopra; Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Hasan-ibn-

Ali-Rebe'i, da Girgenti, onorato molto per sapere e virtù, professava

giurisprudenza malekita in Sicilia, indi in Affrica ed Alessandria;

e morì l'anno cinquecentotrentasette (1142-3).[1265] Forse della stessa

famiglia un Ali-ibn-Othmân-ibn-Hosein-Rebe'i, Sikilli, il quale,

mercatando a Cordova, recovvi il libro d'Ibn-Hâtim-Adsrei, intitolato

_Splendori sul fondamento del dritto_; e da lui l'apprese il giurista

spagnuolo Abu-Ali, Ghassâni.[1266] Il dottore siciliano

Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Abd-Allah, recatosi dopo il conquisto

normanno in Granata, dievvi lezioni sul _Lume di giurisprudenza_

d'Abu-Hasan-Lakhmi, e quivi morì il cinquecento diciotto (1124).[1267]

Un Mozaffer, siciliano o schiavone, chè spesso si scambiano nella

scrittura arabica, fu deputato nel quattrocentoquattro (1013-14) a

prefetto di Misr e del Cairo e _mohtesib_, l'ultimo dei quali officii

richiedea scienza. legale.[1268] Tenne in Egitto il sommo magistrato di

_cadi dei cadi_, un Ahmed-ibn-Kâsim siciliano, che Imâd-ed-dîn ricorda

col nome di Giusto, trascrivendo i versi ch'ei compose per Afdhal

(1093-1121). La lindura dei quali non iscuserebbe certi modi

d'adulazione, se non fossero all'usanza orientale e forse dettati da

stretta amistà.[1269] D'età incerta Abu-Mohammed-Hasan-ibn-Ali-ibn-Ge'd,

dottore principe al suo tempo, e diè il proprio nome alle _Porzioni

Ge'dite secondo la scuola di Malek_;[1270] porzioni s'intenda nel

partaggio delle eredità, ch'è ramo importante del dritto musulmano. Ai

giureconsulti son da aggiugnere Kattâni, “il Sottil Grammatico,” del

quale diremo tra i filologi; ed Abu-Omar-Othmân-ibn-Heggiâg da Sciacca

in Sicilia, dimorante in Alessandria, morto il cinquecento

quarantaquattro (1149); il quale era stato dei maestri del rinomato

tradizionista Silefi d'Ispahan, e lasciò parecchi libri malekiti.[1271]

Dettò un comentario sul _Mowattâ_ di Malek il letterato affricano

Ibn-Rescîk, emigrato in Sicilia alla metà dell'undecimo secolo.[1272]

Nel medesimo tempo dava fuori opere di dritto il Sementari, col quale

passiamo a discorrere la nuova edizione di devoti che pullulava

nell'islamismo.

Abu-Bekr-Atîk-ibn-Ali-ibn-Dâwûd del villaggio di Sementara in

Sicilia,[1273] discendente, chi sa? dei coloni che possedeavi un tempo

San Gregorio, fu uomo infaticabile di corpo e d'intelletto. Di quei

devoti Siciliani, scrive Ibn-Kattâ', che faceano autorità in

giurisprudenza;[1274] degli asceti dell'isola, chiarissimi per sapere:

ed usò degnamente la vita di quaggiù, sciolto dalle cure mondane, tutto

intento e fitto nell'altra vita. Partì per l'Hegiâz, compiè il

pellegrinaggio; percorse poi tante regioni, Iemen, Siria, Persia,

Khorasân; praticò quivi coi servi di Dio, tradizionisti ed asceti;

raccolse lor detti e notizie e con eleganza le dettò. Scrisse a mo' di

dizionario suoi viaggi e il frutto del conversare con que' dotti

stranieri; e sul dritto e la tradizione varie opere pregiate per ordine

e lucidità; ed un gran trattato, che niuno agguagliò mai in bellezza di

stile, su la perfezione spirituale[1275] e su gli esempii degli uomini

virtuosi. Così lo giudicava Ibn-Kattâ.[1276] L'ultima delle opere

ricordate s'intitolava: _Guida dei Cercatori_ (_della perfezione

spirituale_), e prendea dieci volumi.[1277] Un componimento di Sementari

su l'ascestismo musulmano, dai pochi versi che ne abbiamo, sembra

anch'oggi nobile sfogo d'intelletto sdegnoso della viltà e tristizia del

secolo, invaghito d'una immagine del giusto e del sublime, ch'uom

abbozzi nella propria coscienza e la dipinga su l'oscura tela

dell'infinito.[1278] Morì costui il ventuno di rebi' secondo del

quattrocento sessantaquattro (15 gennaio 1072).[1279] Contemporaneo di

Sementari, e sembrano usciti entrambi al crollo della dinastia kelbita,

Abu-Hasan Ali-ibn-Hamza, andato in Spagna innanzi il quattrocento

quaranta (1048), al dir d'Homaidi che il conobbe e ascoltò;

sufita, scolastico,[1280] dotto in ogni ramo di teologia e

d'altre scienze;[1281] discepolo del moralista sciafeita

Abu-Tâher-Mohammed-ibn-Ali da Bagdad.[1282]

I Sufiti, non contenti all'abnegazione delle cose mondane, si provarono

a distruggere ogni idea di realità, spegnere il senso, concentrare

l'uomo nella coscienza dell'essere, e farlovi con ostinata volontà

sprofondare a grado, a grado, tanto che gli paresse toccar nel nocciolo

dell'animo la Divinità, immedesimarsi con quella, togliersi dagli occhi

i veli che occultano la scienza e l'avvenire. La qual monomania

artifiziale appresterebbe bell'argomento di studio psicologico e

patologico se si giugnesse a scernere l'allucinazione dalle ciurmerie e

linguaggio allegorico con che si è mescolata in ogni età e paese. La

setta par abbia preso nome e, forme verso la metà del nono secolo,

quando ne pullularono tante nell'islamismo; quando i devoti, incalzati

dalla filosofia greca che li sforzava a ragionar sulla missione di

Maometto, si rifuggirono nel misticismo indiano. Qualche rampollo

brahmanico o buddista, che vegetasse ab antico in Persia, s'innestò con

l'ascetismo dei compagni di Maometto, e ne spuntò questo frutto. Il nome

deriva da _Sûf_ “lana,” perchè gli adetti ne vestivano secondo l'uso dei

primi Musulmani; e quando la setta divenne quasi ordine religioso, il

superiore iniziava il neofito con porgli sulle spalle la _Khirka_,

mantello o straccio di lana. Durano fin oggi i Sufiti insieme con gli

ordini plebei, dervis e simili che copiarono le sembianze più goffe

della setta. In origine fu onesto ritrovo d'animi nauseati di quello

scompiglio politico del califato; teste inquiete, fors'anco intelletti

sani, non soddisfatti dall'islamismo, se non che lor parea peggio mutar

di religione o starne senza; e panteisti o scettici, si gittarono

sovente in quelle ombre mistiche per dare un ganghero ai devoti. Infatti

gli ortodossi formalisti li chiamavan empii tutti in un fascio. Gâzeli,

il terribile teologo, sentenziò atto più meritorio l'accoppare un sufita

che campar dieci uomini dalla morte.[1283]

Se si risguardi all'età del sufita Abu-Bekr-Mohammed,[1284] al quale

tennero dietro Ali-ibn-Hamza e Sementari,[1285] si vedrà che l'ascetismo

primitivo dei Musulmani durato in Sicilia sino alla metà del decimo

secolo,[1286] non tardava guari a prender la novella foggia mistica. Dai

dotti scendea già nel volgo, e la devota commedia era in voga nella

prima metà del l'undecimo secolo, poichè Ibn-Tazi la riprende con questi

versi:

“Non istà il sufismo, no, a vestir lane che rattoppi tu stesso; non ad

intenerire gli sciocchi;

Nè a stridere, saltare, scontorcerti, cadere in deliquio, come se tu

fossi impazzato.

Sta il sufismo nell'animo schietto, immacolato; nel seguir là verità, il

Corano, la fede;

Nel mostrare che temi Iddio, che ti penti di tue colpe, che ne sei

trafitto di rammarico eterno.[1287]”

Tra gli asceti che non trascorressero a così fatte allucinazioni,

si ricorda un Abu-l-Kâsim-ibn-Hâkim, dottissimo, come dicono,

il quale nella prima metà del duodecimo secolo vivea a Bagdad in

casa, non più corte, del califo.[1288] Mohammed-ibn-Sâbik ed

Abd-er-Rahman-ibn-Abd-el-Ghani, nominati di sopra, furono l'un teologo,

l'altro moralista.[1289] Musa-ibn-Abd-Allah da Cufa, della schiatta

d'Ali, teologo, poeta ed erudito, verso la metà dell'undecimo secolo

elesse a dimora la Sicilia; donde poi passò a combattere i Cristiani in

Spagna; ed alfine fu ucciso in

.{495} Affrica (1094).[1290] Lasciò un trattato di teologia

Abu-Mohammed-Abd-er-Rahman-ibn-Mohammed il Siciliano, del quale

ignoriamo l'età, se non che il manoscritto unico in Europa è copiato in

Antiochia il seicentoquarantanove dell'egira (1251). Compilazione

scolastica ed ortodossa, partita in quattro capitoli: teologia naturale,

teologia musulmana, natura e potenza del demonio, condizioni e doveri

degli uomini in società.[1291] Mi sembra nitida ed ordinata; logica,

quel poco che si poteva. Il capitolo sul Tentatore, assai più

particolareggiato che non soglia incontrarsi negli scolastici musulmani,

par si rannodi a quella fissazione dei devoti siciliani ed affricani

sulla fine del nono o principio del decimo secolo.[1292]

Ad un tempo, col progresso dalla cieca divozione al misticismo, si notò

in Sicilia, sì come in ogni altra provincia musulmana, novello fervore

per le lettere, soprattutto gli studii filologici, come s'intendeano da

ciascuno fino al decimottavo secolo; i quali non fecero rinascere in

Oriente quegli antichi poeti arabi nè quel vivo e conciso parlare dei

compagni di Maometto; nè altro produssero che una mediocrità più

generale, uno stile luccicante, ondulante e ridondante; quel che ammiran

da otto secoli in Hariri, e che da nove o dieci secoli avviluppa presso

que' popoli il pensiero e sovente ne tien luogo. Ma tant'è, che il lungo

secento degli Arabi non mancò di pregi, come nè anco il secento europeo

del decimosettimo secolo o del decimonono. Al par che gli Spagnuoli,

Affricani, Egiziani e Sirii, i Musulmani di Sicilia non poteano giugnere

a segno più alto; ma ben toccaron quello nell'undecimo secolo, nè furon

da meno degli Spagnuoli; superarono forse le altre province dette, nelle

quali la natura non sorrideva sì dolcemente, e le schiatte antiche,

Semiti, Copti, Berberi, non eran metallo suscettivo di tempra sì fina.

Dopo Ibn-Khorasân, grammatico siciliano della prima metà del decimo

secolo,[1293] ne comparisce un altro per nome Hasan-ibn-Ali, il quale,

andato, in pellegrinaggio, morì alla Mecca, allo scorcio del

trecentonovantuno (novembre 1001) lasciando onorata memoria di sè nelle

scuole d'Oriente.[1294] Qualche mezzo secolo innanzi, era venuto a stare

in Sicilia Musa-ibn-Asbagh-Morâdi, da Cordova, al ritorno d'un viaggio

in Oriente: linguista, grammatico e, dicono, elegante poeta; ma fece in

ottomila versi una parafrasi del _Mobtedâ_,[1295] ossia “Primordii;”

forse i Primordii del mondo e racconti dei Profeti d'Abu-Hodseifa il

Coreiscita.[1296] All'entrar dello undecimo secolo, visse in Sicilia il

rifuggito spagnuolo Sa'id-ibn-Fethûn che ricordammo di sopra: il quale

fu insieme linguista e compose un trattato di versificazione.[1297]

Le guerre civili della Spagna balestrarono anco in Sicilia

Abu-l-'Ala-Sâ'id da Mosûl, esercitatosi con lode negli studii di

filologia ed erudizione a Bagdad, buon poeta, argutissimo e pronto di

motti, piacevole al conversare, ma cortigiano, menzognero, scroccone,

scialacquatore, beone; il quale, andato a cercare ventura in Ispagna, si

rimpannucciò appo Almansor (990), e lui mancato, venne a provare se i

Kelbiti di Sicilia fossero que' mecenati che portava la fama, e morì il

quattrocento diciassette (1026) o quattrocento diciannove.[1298] Torna

alla stessa età il Siciliano Abu-Iakûb-Iûsuf-ibn-Ahmed-ibn-Debbâgh, buon

poeta, autor di versi didascalici sulla grammatica, il quale, a giudizio

d'Ibn-Kattâ', avanzò ogni contemporaneo in quel che noi diremmo studio

di storia letteraria.[1299] Tornano alla metà dell'undecimo secolo,

Kolûf-ibn-Abd-Allah da Barca, domiciliato in Sicilia, lettor del Corano,

dotto nei due rami della grammatica,[1300] ornato di varia erudizione e

poeta;[1301] Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahman il Siciliano, che

diè studio di grammatica, come sembra, a Susa;[1302] ed

Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan, grammatico di conto, linguista e poeta.[1303]

Più che mai genuino comparisce l'innesto di rampollo arabo

su ceppo siciliano in persona di Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-abi-Fereg-

ibn-Fereg-ibn-abi-l-Kasim, _Kattâni_ o vogliam dire “il Linaiolo,”

soprannominato il “Sottil Grammatico,” nato in Sicilia il

quattrocenventisette (1035-6); dove fece tutti gli studii e ne uscì

armato da capo a piè in giurisprudenza malekita, grammatica, lingua

ed erudizione d'ogni maniera; e nelle due prime fu tenuto uom sommo,

se non che attaccandosi ad appuntar gli errori di questo e di quello,

tutti gli si volser contro e tagliarongli i passi.[1304] Lasciata la

Sicilia, com'e' pare alla caduta di Palermo, andò a Bagdad nel Korasân,

e a Gazna; donde passò, su le orme dei conquistatori turchi, in India:

e per ogni luogo rifaceva il verso ai dottori ed appiccava battaglia.

Avvenne un dì ch'egli entrasse in una scuola, credo a Mêrw in Khorasân

e di teologia,[1305] tenuta da Mohammed-ibn-Mansûr, Sem'âni; il quale

cominciato a dettar la lezione, il Sottil Grammatico lo interruppe:

“Non è com'ei dice; va scritto così e così.” E Sem'âni ai

discepoli: “Correggete a sua posta, ch'ei ne sa più di me:” i

quali obbedirono. Non guari dopo il Siciliano, rivolto a

Sem'âni, “Signor mio,” disse, “ho sbagliato, chè menda non v'era nel tuo

dettato:” e quegli pacatamente: “Si rifaccia dunque come stava:” e

finita la lezione, trovandosi solo con gli amici, ripigliò: “Il

Magrebino[1306] mi sfidava per dirmene un sacco delle sue, com'ha fatto

con gli altri; ma gli uscii di sotto; ed ecco che s'è condannato di

bocca propria.” Kattâni morì a Ispahan, il cinquecento dodici (1148-9.)

Ebbe a maestro in dritto il celebre siciliano Mohammed-ibn-Iûnis, e in

grammatica un Ali-Haiûli, siciliano o dimorante nell'isola.[1307]

Nella gioventù di Kattâni era trapassato in Sicilia un valente filologo

secondo que' tempi, per nome, Abu-Ali-Hasan-ibn-Rescîk. Nacque l'anno

mille a Msila d'Affrica, d'un liberto di schiatta greca o italica:[1308]

il quale apparando al figlio la propria arte d'orafo, il mandò insieme a

scuola; e visto il pronto ingegno alla poesia ed alle lettere, gli

assentì d'andare a quindici anni, a Kairewân, antico emporio della

cultura arabica. Dove Ibn-Rescîk guadagnò dottrina, fama e stato. Un

poema in lode di Moezz-ibn-Badîs lo fece entrare al servigio del

principe;[1309] tenuto poscia tra i poeti di corte,[1310] e fatto

segretario di guerra.[1311] Sino al limitare della vecchiezza, visse

prosperamente a corte, tra gli studii, tra le amistà e nimistà

letterarie ed alcun brutto costume, svelatoci dal Siciliano

Abu-Abd-Allah-ibn-Seffâr, erudito dabbene, il quale trovandosi al

Kairewân, tutto lieto d'esser fatto intimo di Ibn-Rescîk, si trovò terzo

personaggio in una strana commedia.[1312]

Ma al conquisto degli Arabi d'oltre Nilo, quando Moezz era costretto a

chiudersi in Mehdia (1057) e il poeta ve l'accompagnava[1313], la mala

fortuna, come pur suole, accese discordia tra i due vecchi amici.

Un'armata cristiana, di Pisa forse o di Genova, s'era appressata

nottetempo a Mehdia; il principe affaccendato in sul far dell'alba a

provvedere al pericolo, leggea gli spacci a lume d'un doppiere,

quand'ecco Ibn-Rescîk entrare nella stanza, e porgergli un poema che

incominciava: “Fa' cuore; non ti s'offuschino i pensieri nel cimento:

chè già alla tua possanza ognun piega il collo.” — “E come far cuore,”

proruppe Moezz, “quando tu mi vieni tra i piedi ad aiutarmi così? Perchè

mo non stai zitto!” E stracciò il poema, e bruciollo al doppiere.

Ibn-Rescîk, voltate incontanente le spalle, s'imbarcò per la

Sicilia,[1314] dove avea amici; sapendosi di due poeti siciliani che si

carteggiavano con esso, e rimanendoci fino i versi ch'ei scrisse all'uno

arrivando a Mazara e la risposta per le rime.[1315] Raccolto a grande

onore dai principali della terra, lo rappattumarono con Ibn-Scerf, poeta

del Kairewân e della corte di Moezz e però suo mortal nemico; il quale,

avendo riparato in Sicilia prima di lui, s'era messo subito a

lacerarlo.[1316] L'ospitalità siciliana non tolse che venuto per cagion

di mercatare un legno di Mo'tadhed, principe Abbadida di Siviglia,

Ibn-Rescîk si mettesse ai panni al padrone, pregando di menarlo seco a

corte; il quale gliene promesse e poi lo piantò. Rimaso parecchi anni

tra sì e no di far il viaggio di Spagna, venne a morte in Mazara verso

il millesettanta.[1317]

Il cui soggiorno tra il romor delle armi cristiane, non promosse, credo

io, le lettere, nè ad altro giovò che a tramandarci qualche aneddoto

dell'antica corte kelbita e qualche barlume su la cultura

contemporanea. Lasciando addietro le opere perdute d'Ibn-Rescîk, in

giurisprudenza,[1318] lingua,[1319] storia letteraria,[1320] fatti

memorabili della storia,[1321] ed una Cronica del Kairewân;[1322]

lasciando addietro le poesie, facili, vivaci e talvolta oscene,[1323]

noterò un trattato di poetica denominato _La Colonna_, nel quale la

ragion dell'arte è considerata al modo che noi abbiamo appreso dai

maestri greci; e si accenna ad alcun precetto di quelli.[1324] Onde

direi cotest'opera compiuta in Sicilia da Ibn-Rescîk, con que' pochi

lumi di greche lettere che vi rimanessero: un anonimo Siciliano ne fece

poi un compendio col titolo di _Preparamenti_.[1325] Più chiara

apparisce la sorgente in due versi d'Ibn-Rescîk, coi quali il poeta

esortando, com'e' parmi, alcun regolo dell'isola a lasciarsi menare a

guinzaglio dai dotti, ricorda forse il nome d'Atene, e v'appicca quel

della Sicilia, con una etimologia che allor correa tra gli Arabi del

paese.[1326]

La falsa etimologia, dico, da due vocaboli greci che significan fico ed

olivo, ripetuta dai cronisti latini di Sicilia del decimoterzo

secolo,[1327] scritta per lo primo da un filologo arabo che visse fino

al millecinquantotto e fu maestro d'Ibn-Kattâ'. Ebbe nome

Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Ali-ibn-Hasan-ibn-Abd-el-Berr, della tribù di

Temîm; il quale uscito di Sicilia per proseguire gli studii di

tradizioni, grammatica e lessicografia, soggiornò in Oriente, forse a

Bagdad; e tornando in patria, recò il celebre dizionario di Gewhari; fu

accolto e messo in alto stato da Ibn-Menkûd che regnava allor in Mazara,

principe d'austerissima pietà al dir del biografo.[1328] Che

Ibn-Abd-el-Berr abbia tolto da Ibn-Rescîk quella falsa etimologia e la

erudizione che pur vi si richiedeva, non mi par punto verosimile. Un

secolo innanti gli Arabi Siciliani avevano aiutato alla interpretazione

d'opere scientifiche dei Greci; notaron poscia gli avanzi d'antichi

monumenti; raccolsero qualche favola delle colonie greco-sicole;[1329]

vissero con Greci di Sicilia culti tanto o quanto. V'ha cagione dunque

di presumere che si fosse tentato dai Musulmani dell'isola nella prima

metà dell'undecimo secolo qualche studio su la letteratura greca, rozzo

sì, ma da poter mostrare agli scrittori arabi un altro campo come quello

delle scienze filosofiche e matematiche coltivato al tempo di Mamûn. E

la Sicilia offriva ottimo terreno all'esperimento. Se non che molto più

agevole torna a trapiantare da schiatta a schiatta le scienze che le

lettere; ed ormai la virtù degli Arabi mancava da per tutto; la colonia

siciliana era lì lì per cadere sotto il dominio straniero.

Quel soprannome d'Ibn-Kàttâ (Figliuolo del picconiere) si dètte ad una

famiglia del ceppo modharita di Temîm, ramo di Sa'd-ibn-Zeid-Monat, la

quale par venuta in Sicilia da Santarem di Portogallo verso la metà del

decimo secolo.[1330] Gia'far-ibn-Ali di tal gente, filologo di

molta dottrina, rinomato nello stile epistolare, lodato per

proprietà di linguaggio e delicato gusto in poesia, vivea fino al

millecinquantotto,[1331] forse in un villaggio a poche miglia di

Palermo.[1332] Da lui nacque, il dieci sefer del quattrocentotrentatrè

dell'egira (8 ottobre 1041), illustre figliuol d'uomo illustre, scrivono

i biografi, Ali-ibn-Gia'far, detto similmente Ibn-Kattâ', il quale ebbe

a maestri in lettere e tradizioni Ibn-Abd-el-Berr ed i primi eruditi del

paese; fece versi a tredici anni, a andò crescendo di dottrina e fama,

finchè, abbattuto l'ultimo vessillo mussulmano in Sicilia, emigrò in

Egitto: dove non fu onoranza che non gli fosse resa; anzi il tennero

come dittatore nelle lettere; e giuravano su l'Ei così disse. Il

ministro Afdhal, sì benigno agli usciti siciliani, lo volle maestro dei

proprii figliuoli;[1333] scriveasi a vanto nelle biografie chi gli fosse

stato amico o discepolo:[1334] da lui appresero gli Arabi d'Egitto, e

studiaronlo con le sue glose, il dizionario di Gewhari; a dispetto di

qualche saccente che accusavalo di non tenerne il testo autentico, ma

una copia con licenze posticce:[1335] che par calunnia, poichè

Ibn-Abd-el-Berr gli avea potuto insegnare quel libro in Sicilia. Morto

del mese di sefer cinquecentoquindici (aprile e maggio 1121) al Cairo

vecchio,[1336] lo seppellirono accanto al legislatore Sciafe'i.[1337]

Com'egli primeggiò tra i letterati arabi della Sicilia, Ibn-Kattâ' così

fu quel che più scrisse delle cose patrie. Dettò una storia di Sicilia

ch'è perduta;[1338] sparse qua e là cenni biografici, geografici e di

varia erudizione sul paese;[1339] compilò un'antologia siciliana

intitolata _La nobile Perla e l'eletta dei poeti dell'isola_: della

quale ci rimangono gli squarci che piacquero a Imâd-ed-dîn d'Ispahan; e

son di quarantatrè poeti,[1340] tra i censettanta che ne avea trascelti

Ibn-Kattâ',[1341] e di ciascuno par abbia data la biografia, poichè vi

messe la sua propria.[1342] Sortirono maggior fama in Levante e Spagna

le opere di filologia e storia letteraria. Il _Libro dei Verbi_, che al

dire d'Ibn-Khallikân tolse il primato a quel dello spagnuolo

Ibn-Kûtîa;[1343] la _Fabbrica dei nomi, verbi e infiniti_, cioè un

quadro generale delle forme grammaticali, lodato anche da Ibn-Khallikân,

dove l'autore aggiunse forse un centinaio di nuove forme spigolate nei

glossarii e scrittori; e sembra l'ultimo suo lavoro.[1344] In

lessicografia lasciò il comento al Gewhari;[1345] la _Correzione della

lingua_;[1346] il _Libro della Spada_, glossario de' nomi e predicati

che usano dar gli Arabi a quell'arme;[1347] il _Libro dell'Andare e del

Viaggiare_ anche esso in ordine alfabetico, il quale par lista dei verbi

che significan l'uno o l'altro;[1348] e il _Libro delle

Interiezioni_.[1349] Scrisse due trattati di versificazione[1350] ed un

comentario su le poesie di Motenebbi.[1351] Il compendio intitolato

_Kitab-el-Kisár_, sembra dizionario biografico di una classe di

scrittori;[1352] è trattato di storia letteraria il libro dei _Sali

contemporanei_;[1353] quel dei _Luccicanti Sali_, è Antologia de' poeti

Spagnuoli.[1354] Le quali opere quanto fossero tenute in conto appo gli

eruditi musulmani, lo mostrano la lode d'Ibn-Khallikân che lo chiama

“principe delle lettere, massime in fatto di lingua” e le notizie che

tolgono spesso da lui Ibn-Khallikân medesimo, Imâd-ed-dîn, Iakût,

Ibn-Sa'îd lo storico, l'enciclopedista Scehâb-ed-dîn-Omari, Firuzabadi

nel Kamûs,[1355] e varii biografi. Da questi squarci, in vero,

Ibn-Kattâ' sembra accurato e sottile filologo, ed elegante scrittore,

più sobrio che non portassero i tempi. Mediocre poeta comparisce dai

frammenti rimastici delle molte poesie ch'ei dettò; e pur talvolta,

dimenticati i bisticci e le arguzie, si fa a ritrarre le immagini con

semplicità graziosa.[1356] Che se guardiamo ai precetti più che alle

opere, lo diremmo iniziato a que' primi studii delle lettere greche: qua

par che condanni il tipo della _Kasîda_ arabica;[1357] qua rende

espresso omaggio alle bellezze dell'antichità.[1358]

Segnalaronsi in varii rami di filologia i già nominati: Ibn-Kuni

linguista,[1359] Abu-Bekr-Mohammed grammatico e linguista;[1360]

Ibn-Tazi grammatico, scrittore di epistole e poeta;[1361]

Ibn-Fehhâm autore d'un commentario su i Prolegomeni Grammaticali

d'Ibn-Babesciâd;[1362] ed Omar ovvero Othman-ibn-Ali da Siracusa

discepolo d'Ibn-Fehhâm, autore di opere su la lingua, la grammatica e la

versificazione, professore al Cairo vecchio, maestro del filologo

egiziano Abd-allah-ibn-Bera.[1363] Dsehebi, senza notarne l'età, ricorda

un Tâher-ibn-Mohammed-ibn-Rokbâni, della tribù di Taghleb, siciliano,

soprannominato il vizir, l'uom più dotto del tempo suo in lingua

arabica, rettorica ed arte di scrivere in prosa e in verso, al quale

riverenti accorreano, per apprendere, i letterati d'ogni paese e

trovavano un mar di scienza:[1364] ma non ne rimane altro vestigio che

que' quattro righi datigli dal biografo, e due che ne serba al figliuolo

Ali, poeta, erudito in lingua, nelle antiche istorie degli Arabi e in

ogni altro studio che appartenga alle lettere.[1365] Con lode anco

troviamo i nomi di Ia'kûb-ibn-Ali-Roneidi filologo e poeta,[1366]

Abu-Mohammed, detto Dami'a grammatico, poeta e ottimo pedagogo;[1367]

Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Sados, grammatico, segretario e facilissimo

scrittore in prosa e in rima;[1368] Abu-Fadhl-Ali-ibn-Hasan-ibn-Habîb,

gran linguista e buon poeta;[1369] ed Abd-Allah-ibn-abi-Malek-Mosîb

della tribù di Kais, cima di linguista, al dir di Sefedi,

poeta nato e dotto di più in prosodia e versificazione;[1370]

Abu-Hasan-Ali-ibn-Mohammed di Kerkûda erudito;[1371] Ali-ibn-Abd-Allah

di Giattini,[1372] Siciliani tutti e d'epoca ignota. Avvi tra i molti

comentatori di Motenebbi nell'undecimo o duodecimo secolo un Ibn-Fûregia

e un Abu-Hasan-ibn-abi-Abd-er-Rahman, entrambi Siciliani.[1373]

Nel passar dalla didattica e critica al proprio effetto dell'arte,

troviamo, filologo insieme ed oratore, Abu-Hafs-Omar-ibn-Khelef-ibn-Mekki,

ricordato dianzi nei tradizionisti e giuristi.[1374] Il quale,

rifuggito in Affrica quando le continue vittorie dei Normanni, forse

la espugnazione di Palermo, toglieano ogni speranza di salute, conseguì

il magistrato di cadi a Tunis[1375] che allora si governava a repubblica.

È attribuita ad Ibn-Mekki la _Correzione della lingua_ che altri

riferisce ad Ibn-Kattâ',[1376] e potrebbero supporsi due opere col

medesimo titolo, che Ibn-Kattâ' avesse imitato per gareggiare con

quel sommo, “il cui valore, dice egli, celebravano e ripeteano tutte

le lingue per ogni luogo; quel che in eloquenza non cedette il

vanto ad Ibn-Nobâta, e lasciò modelli di poesia.[1377]” Dsehebi

anzi lo antepone al Cicerone degli Arabi, e come raro esempio

aggiugne ch'ei solea porgere dal pulpito un sermone novello

ogni venerdì.[1378] Ma gli squarci dei versi d'Ibn-Mekki san troppo di

predica; ritraggono della natura umana i soli vizii, consigliano la

solitudine e l'egoismo, nè escon di vena poetica;[1379] ond'io dubito

ch'ei n'abbia avuta d'oratore.

All'agrume ascetico d'Ibn-Mekki va contrapposta la spensieratezza

cavalleresca del segretario Hâscem, che argomentiamo al paro dai versi:

i quali due tipi si alternano con poco divario nei poeti arabi di

Sicilia. Abu-l-Kâsim-Hascem-ibn-Iûnis, al dir d'Ibn-Kattâ', fu

lodatissimo scrittore di epistole, motti arguti, racconti e

_mekâme_:[1380] quella maniera di componimento accademico che ha dato

rinomanza ad Harîri. Perdute le prose d'Hascem e la più parte delle

poesie, ci rimangono varii tagli di due e tre versi, e bastano pure a

mostrarlo seguace della scuola classica degli Arabi. Vi cogliamo anco

una bravura, credo io, di guerra civile: il poeta vedendo i suoi

sgomentati senza consiglio, fa testa egli solo ad un fier nemico

Abu-Nasr, e il rinfaccia agli ingrati concittadini. Altrove accenna ad

avventure d'amore, millantandosi che una notte negra come vaga chioma,

viaggiò tutto solo al ritrovo, toltosi per ciambellano il brando

tagliente, e per segretario la lancia rodeinita; e somiglianti

freddure.[1381] Citammo già il nome d'Ibn-Tazi, lodato scrittore

d'epistole.[1382] Porremo in lista coi prosatori i _Kâtib_, o vogliamo

dir Segretarii in oficio pubblico, richiedendosi a questo appo gli Arabi

non comune erudizione letteraria, per compilare quei rescritti

tramezzati di prosa rimata, sì peregrini, sì lambiccati di lingua e

stile, da parer d'altro popolo o d'altra età che gli scritti di storia o

scienze. Levaron grido, com'ei sembra, il segretario Abu-Sewâb da

Castrogiovanni, ricordato da Iakût nella notizia geografica di quella

città;[1383] Abu-Hasan-Ali-ibn-abi-Isâk-Ibrahim-ibn-Waddâni preposto ad

un officio pubblico in Sicilia.[1384] E dei poeti d'Ibn-Kattâ'

son detti Segretarii Abu-Ali-Ahmed-ibn-Mohammed-ibn-Kâf;[1385]

Abu-Ali-ibn-Hosein-ibn-Kalid,[1386] Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Sahl detto

Rozaik;[1387] Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ali-ibn — Sebbâgh amico

d'Ibn-Rescîk;[1388] Abu-Feth-Mohammed-ibn-Hosein-ibn-Kerkûdi,

copioso scrittore in rima e in prosa;[1389] Ibn-Kereni l'astronomo

e computista;[1390] Abd-el-Gebbar-ibn-Abd-er-Rahman-ibn-

Sir'în;[1391] Ibn-Kûni filologo, astronomo e geometra;[1392]

Abu-Hafs-Omar-ibn-Abd-Allah;[1393] il cadi Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-

Kâsim-ibn-Zeid della tribù di Lakhm;[1394] Abu-Abd-Allah-Mohammed-

ibn-'Attâr;[1395] ed Abu-Hasan-Ali-ibn-Hasan-ibn-Tûbi, elegantissimo

prosatore e poeta.[1396]

Tra tanti ingegni che onorarono la Sicilia musulmana, pochi si volsero

alla Storia. La cronica sola che ci rimanga è scritta in arabico sì, ma

pensata in altra lingua da un cristiano o figliuol di cristiano di

Palermo, che visse alla metà del decimo secolo, famigliare forse dei

principi kelbiti; chè le date costantinopolitane, lo stile timido, la

lingua scarsa, la grammatica volgare, la reticenza dei sentimenti

religiosi, la prudenza cortigiana, la brevità in principio (827) e la

diligenza in sul fine (964), ci svelano tutte le condizioni dell'autore,

fuorchè il nome.[1397] La storia di Sicilia d'Ibn-Kattâ' è

perduta.[1398] Corse per le mani di pochi eruditi fino al decimoterzo

secolo quella del giurista Abu-Ali-Hasan-ibn-Iehia, della quale abbiamo

frammenti che illustrano la geografia,[1399] e sembra tolto anco da

quella il caso di Malta nella guerra di Maniace; onde l'autore

tornerebbe alla metà dell'undecimo secolo:[1400] siciliano è da dirsi,

per nascita o soggiorno, all'argomento ch'elesse ed alla

precisione delle notizie locali. L'età nè la patria non si scorge

d'Abu-Zeid-Gomari, d'origine berbera, autore d'un'altra storia di

Sicilia.[1401] Ali-ibn-Tâher, mentovato di sopra, si versò nell'antica

storia degli Arabi, senza la quale mal si poteano comprendere lor poeti

classici.[1402] Scrisse la Storia d'Algeziras Ibn-Hamdîs da

Siracusa.[1403]

Ma venendo ai poeti, il numero e la monotonia ci distoglie dal trattar

di ciascuno partitamente; se non che i maggiori nell'arte o che svelino

le condizioni e costumi del paese. E pria diremo di cui si esercitò nel

componimento eroico degli Arabi, la _Kasîda_, che suona “Trovata:”

adoperata con altro nome negli epicedii ed elegie d'amore; poemetto

sopra una sola rima, ove il poeta intesse le lodi proprie, o di sua

gente o del mecenate, con digressioni erotiche, descrizioni, apostrofe e

macchina ritraente la vita dell'avventuroso cavaliere nomade, sì come la

macchina di nostra epopea s'adatta alle prime imprese nazionali. Nè

l'effimero accentramento del califato generò appo di loro l'epopea,

quando popol arabico propriamente non v'era. La Kasîda antislamitica

pervenne tal quale a quel brulichío di stati musulmani del decimo e

undecimo secolo; e la si udì in Palermo a corte di Iûsuf (990-8) in

bocca di poeti africani.[1404]

La generazione seguente s'illustrò in Sicilia per parecchi

autori di Kasîde, tra i quali va innanzi per età e virtù poetica

Abu-Hasan-Ali-ibn-Hasan-ibn-Tûbi,[1405] lodato altresì per eloquenti

scritti in prosa, come notammo.[1406] Viaggiò in Oriente nei principii

dell'undecimo secolo, si versò in faccende politiche,[1407] e fors'anco

di amministrazione, e fu chiaro a corte di Moezz-ibn-Badîs,[1408] le cui

lodi si leggono in una sua Kasîda.[1409] Altre, e soprattutto i versi

d'amore, danno una fragranza direi quasi della poesia di Grecia e

d'Italia; v'ha un piglio di passione, una naturalezza d'immagini che non

sembrano tolti in prestito dalle muse arabiche.[1410] Suol cantare la

gioventù, le donne, il vino, le stelle, i fiori; piange i diletti

perduti nell'età matura, senza mai trascorrere alla schifa licenza di

tanti altri poeti arabi; poichè un suo epigramma, sì fino da parer de'

tempi d'Orazio o di Giovenale, è satira al certo, non confessione di

vizio.[1411] Gli argomenti, lo stile, fin qualche concetto e qualche

parola d'Ibn-Tûbi, si ravvisano nelle rime d'Ibn-Hamdîs, che di certo il

prese a modello e l'avanzò.

Fioriva in quel torno o qualche dieci anni appresso, Ibn-Sebbâgh il

segretario, amico d'Ibn-Rescîk, forse palermitano, ed intinto nelle

pratiche con Moezz-ibn-Badîs, al certo seguace di parte siciliana nella

rivoluzione d'Akhal, poichè con robusti versi, e talvolta gonfii, loda

il valor di sua gente contro i Bizantini e i Kelbiti.[1412] Armoniose e

gentili le rime d'amore d'un Abu-Fadhl-Mosceref-ibn-Râscid, autore di

tre o quattro Kasîde e altri componimenti; e pur non gli manca vigor di

parola nè altezza di pensieri quand'ei tocca la guerra civile, forse i

principii della normanna, e sospira la unione della Sicilia sotto un sol

capo.[1413]

Non guari dopo, il grammatico siciliano Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-

Rahman-ibn-Biscir, dettava una Kasîda ad onore di Nâsir-ed-dawla-

Ibn-Hamadân, capitano anzi padrone del califo d'Egitto,[1414]

e un'altra a lode del vizir Ibn-Modebbir,[1415] la prima

delle quali sembrò un capo lavoro a Malek-Mansûr, principe erudito del

secolo seguente.[1416] Un altro Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahman,

segretario e grammatico, chiamato Bellanobi dalla patria, Ansâri dal

lignaggio,[1417] uscito di Sicilia nella seconda metà dell'undecimo

secolo, rifuggissi al Cairo; ove perduta la madre, piansela con una

elegia piena d'affetto e d'immagini poetiche. V'hanno inoltre

componimenti, brevi e cinque Kasîde, due delle quali a lode d'una casa

di Beni-Mawkifi, non sappiamo se di Sicilia o d'Egitto,[1418] onde

nasceva un mecenate del Bellanobi: versi studiati, puliti e

mediocri.[1419] Nè passò questo segno in poesia il filologo Ibn-Kattâ',

del quale abbiamo detto.[1420] Par fosse uscito di Sicilia

nell'adolescenza Megber-ibn-Mohammed-ibn-Megber che studiò in Egitto e

vi fece soggiorno, tenuto in gran pregio dai critici arabi, autore di

varie Kasîde, una delle quali al Kâid-Abu-Abd-Allah, soprannominato

Mamûn, ma nol credo dei regoli siciliani. Con altri versi, mordendo un

poeta bisognoso o avaro, ci ragguaglia del sussidio di cinque dînar al

mese che porgea la corte fatemita agli uomini di lettere. Morì costui

pria della metà del duodecimo secolo:[1421] l'ultimo forse dei Siciliani

che dopo il conquisto s'erano affidati alla carità fatemita.

Più franca ospitalità loro offrivano in Spagna da dodici dinastie

gareggianti a bandir corte per mostrar che da vero regnassero; la

miglior parte gentiluomini arabi, usi a far della poesia lusso ed a

tener unica virtù civile la liberalità. Sia la frequenza dei commerci,

sia il gusto delle lettere, si strinse con la Sicilia più che ogni altro

stato spagnuolo quel dei Beni-Abbâd di Siviglia: e già al tempo di

Mo'tadhed (1041-1068) s'era rifuggito nell'isola un poeta

Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan, di nobil gente spagnuola, amico del principe,

poscia temuto e perseguitato; il quale tornato alfine in patria,

Mo'tadhed lo fece assassinare.[1422] Ma succeduto al cupo tiranno il

figliuolo Mo'tamid, che avea gran cuore in guerra e in casa, ed

altamente sentiva in poesia, la corte di Siviglia fu asilo dei poeti

Siciliani Abu-l-Arab e Ibn-Hamdîs.

Abu-l-Arab-Mos'ab-ibn-Mohammed-ibn-Ali-Forât, coreiscita della schiatta

di Zobeir, nato in Sicilia il quattrocentoventitrè (1033) avea nome già

di gran poeta, quando, occupata Palermo dai Normanni, impazienza del

giogo stretta di povertà lo sospinsero ad andar via, dicendo alla patria

ch'essa l'abbandonava non egli lei.[1423] Mo'tamid gli avea profferto

asilo a Siviglia; mentr'egli pur tentennava, sbigottito dai rischi del

viaggio, invecchiato a quarant'anni, aveagli mandato per le spese

cinquecento dînar: e vedendolo giugnere a corte dopo un anno o poco meno

(465, 1072-73), l'accolse lietamente, gli fu poi sempre largo di danari

e d'affetto;[1424] e quegli ne rendea merito coi versi; par anco abbia

militato in alcuna impresa del mecenate.[1425] Sopravvisse Abu-l-Arab

alla ruina di casa Abbadida una ventina d'anni, sapendosi di lui fino al

cinquecento sette (1113-14). Improvvisatore, poeta di gran fama, più

arabo che niun altro Arabo nel pregio della lingua, dice Ibn-Bassâm,

scherzando sul soprannome; e Scehâb-ed-din-Omari, preso d'un estro di

prosa rimata, lo esalta duce e maestro di tutti i poeti del suo secolo e

gente.[1426] In vero le Kasîde ed altri componimenti d'Abu-l-Arab, dei

quali non ci mancano squarci, sembrano elegantissimi di lingua e stile;

arabici pur troppo in ragion poetica, ma vi si frammette spesso la

semplicità che dianzi lodammo in Ibn-Tûbi.

Abd-el-Gebbâr-ibn-Mohammed-ibn-Hamdis nacque in Siracusa (1056) di

nobile famiglia della tribù di Azd, che prendea nome da un Hamdîs, capo

himiarita ribellatosi (802) in Affrica contro Ibrahim-ibn-Aghlab.[1427]

Cresciuto al romor delle armi normanne che già infestavano il Val di

Noto, Ibn-Hamdîs, più che agli studii si diede a combattimenti, amori,

festini, trincare; finchè un successo sul quale ei tocca e passa, credo

avventura amorosa in nobil casato, sforzollo a fuggire[1428] in Affrica

il quattrocensettantuno (1078-79). Ma sdegnando i costumi delle tribù

arabiche scatenate dall'Egitto su l'Africa propria,[1429] allettato

altresì dalla fama di Mo'tamid-ibn-Abbâd, andò a corte di Siviglia, ove

fu accolto con onore e liberalità.[1430] In quel ritrovo dei primi poeti

contemporanei d'Occidente rifulse il genio d'Ibn-Hamdîs; non si corruppe

in corte l'animo franco, liberale, pien d'amore del padre, della

Sicilia, degli amici, della gloria, delle donne; d'ogni bellezza di

natura e d'arte. Seguì il principe nei campi com'uomo d'arme ch'egli era

ed anco ne facea troppa mostra nei versi. Alla battaglia di Talavera

(1086) abbattuto dal cavallo nei primi scontri che tornarono ad

avvantaggio dei Cristiani, si sviluppò gagliardamente, n'uscì con la

corazza tutta affrappata dai fendenti, più che a sè stesso pensando al

figlio giovinetto che combattea lì presso con gran valore.[1431] Ma

quando gli Almoravidi tornarono in Spagna da nemici; quando Mo'tamid fu

spoglio del regno e d'ogni cosa, e scannatigli due figliuoli sotto gli

occhi, e con le figlie mandato in catene ad Aghmat (1091), Ibn-Hamdîs

passava in Affrica, andava a visitarlo nella prigione: dove fecero

scambio di sante lagrime e versi mediocri.[1432] Tornatosi il poeta

siciliano a Mehdia,[1433] saputa non guari dopo la morte di Mo'tamid

(1095), soggiornò parecchi anni nelle due corti di casa zîrita, avendo

lasciato in lungo poema la descrizione d'un palagio di Mansûr principe

hammadita di Bugia, aspro nemico degli Almoravidi;[1434] due Kaside in

vita[1435] ed un'elegia in morte di Iehia-ibn-Temîm (1116) principe di

Mehdia;[1436] e le lodi di Ali-ibn-Iehia (1116-21) ed Hasan-ibn-Ali

(1121-1148) saliti successivamente a quel trono.[1437] Scrisse la Storia

di Algeziras.[1438] Rifinito dall'età e dall'avversa fortuna, ch'ei

s'assomigliava ad aquila che più non voli e i figli le imbecchino il

pasto,[1439] perduto il lume degli occhi, morì di ramadhan

cinquecentovensette (luglio 1133), chi dice a Majorca, chi a Bugia,

sepolto accanto al poeta spagnuolo Ibn-Labbâna, col quale avea

gareggiato nella grazia di Mo'tamid a Siviglia e nel carcere.[1440]

Ingegno felicissimo nel coglier e ritrarre le sensazioni, nel colorirne

le dipinture che veggiamo sparse a larga mano in duemila e cinquecento

versi: dipinture d'obietti materiali, avvenimenti, passioni, costumi.

Delle quali lascerem da canto ciò che non si riferisca alla Sicilia: le

geste di Mo'tamid, i suoi palagi ed orti o del principe di Bugia, gli

episodii accademici di Siviglia, la morte d'una moglie, il naufragio

d'altra sua donna nel viaggio di Spagna ed Affrica, le cacce affricane,

le descrizioni d'animali e frutta e fiori,[1441] gli specchi di

pece,[1442] le lampadi a spirito di vino,[1443] il piglio feroce dei

masnadieri d'oltre Nilo, cui poneva a riscontro gli Arabi inciviliti di

Sicilia. Quei compagni di sangue chiarissimo come lo splendor delle

stelle,[1444] coi quali in gioventù solea cercare all'odorato il miglior

muschio[1445] dei vigneti siracusani. Entrano di notte in un romitaggio;

chiuse le porte, gittan su le bilancette un dirhem d'argento, e la

vecchia suora lor ne rende una coppa piena di liquid'oro; poi ne menan

via le sposine: quattro anfore[1446] vergini, impeciate e sepolte da

lunghi anni; elette da un tal che d'ogni succo d'uva ti sa dir patria,

età e cantina. Ma gli svelti e vaghi giovani traggono a sala illuminata

da gialli doppieri messi in file come colonne che sostenessero eccelsa

volta di tenebre; dove il signor della festa bandisce esilio e morte

alla tristezza: e già le suonatrici, cominciando a toccar le corde,

destan gioia negli animi; quella si stringe al petto il liuto, questa dà

baci al flauto: una ballerina gitta il piè a cadenza dello scatto delle

dita; gentil coppiera va in giro, mescendo rubini e perle, avara sì

delle perle che rado allarga le stringhe dal collo della gazzella.[1447]

Oh dolci ricordi della Sicilia, campo di mie passioni giovanili, albergo

ch'era di vivaci ingegni, paradiso dal quale fui scacciato! e come

riterreimi dal piangerlo? Quivi risi a vent'anni spensierato; ahi che a

sessanta mi rammarico di quelle colpe; ma non le biasmar tu, accigliato

censore, poichè le cancellava il perdono di Dio![1448]

Figliuoli delle Marche siam noi, cantò altrove Ibn-Hamdîs; a noi spunta

il sorriso quando la guerra aggrotta le ciglia; divezziamo i bamboli, in

mezzo all'armi, col latte di generose giumente: rassegnaci; e quanti

siamo, tanti campioni conterai che ciascun vale una schiera.

Indietreggia nostr'oste per rinnovare l'assalto; ritraendosi, sparge la

morte: no, che tutte le stelle non sono cadute, e pur v'ha una speme in

questa guerra, e siam noi. I condottieri ci mostrano il dì della

battaglia, un drappo da ricamare con gruppi d'avvoltoi; chè i prodi ad

ogni carica di lor nobili 'Awagi,[1449] spargon sul terreno larga

pastura agli uccelli voraci. Ecco una colomba messaggiera di strage,

volar secura tra i lampi. Sì; percotemmo i nemici della Fede entro lor

focolari: piombò un flagello su le costiere dei Rûm; navi piene di lioni

solcarono il mare, armate la poppa d'archi e dardi, lancianti nafta che

galleggia e brucia come la pece della gehenna ov'ardono i dannati;

cittadelle che vengono a combattere le città dei Barbari, a sforzarle e

saccheggiarle. E che valser quei vestiti di maglie di ferro luccicanti,

e usi a dar dentro quando pur si ritraggono i prodi? Non piegammo noi al

duro scontro; ingozzata la coloquinta, gustammo alfine il dolce favo, e

li rimandammo con le armadure squarciate e addentellate da questo sottil

filo de' nostri brandi. Perchè l'acciaro nelle nostre mani

ragiona,[1450] e nelle altrui si fa mutolo. Ma dalla casa mi guardano

furtivamente begli occhi travagliati dalla vigilia e dal pianto, che il

dolore dì e notte li avea dipinti di kohl;[1451] una manina incantatrice

muove le dita a salutarmi. Oh dilettoso giardino, la cui sembianza viene

a visitar le pupille aggravate di sonno e le schiude all'immaginativa!

Io sospiro la mia terra; quella nel cui seno si fan polvere le membra e

le ossa de' miei, chè già se n'è ito il fior della prima gioventù, alla

quale tornan sempre le mie parole.[1452]

Sotto il bel cielo di Spagna, nelle regioni temperate dell'Affrica

settentrionale, il poeta siracusano non obbliò mai quel paese “cui la

colomba diè in presto sua collana, e il pavone suo splendido

ammanto;[1453] dove i raggi del sole avvivan le piante d'amorosa virtù

ch'empie l'aere di fragranza;[1454] dove respiri un diletto che spegne

le aspre cure, senti una gioia che cancella ogni vestigio

d'avversità.”[1455] Pur l'alto sentimento che gli facea parer più belle

le naturali bellezze della Sicilia, lo ritenne dal tornar a vederla

serva; gli dettò versi di rampogna no, ma di compianto e di verità, ch'è

primo debito di cittadino alla patria. Ripetendo ed esaltando in mille

modi il valore delle persone,[1456] ricordava sospirando, esser morta

nel paese la virtù della guerra.[1457] E in età più matura sclamava:

“Oh se la mia patria fosse libera, tutta l'opera mia, tutto me le darei

con immutabile proponimento.

Ma la patria come poss'io riscattarla dalla schiavitù nelle rapaci mani

dei Barbari?

(_Lo potea forse, quando_) il suo popolo si straziava a gara in guerra

civile, e ciascun legnaiolo vi gittava esca al foco?

(_Quando_) i congiunti non sentivano carità di parentela; bagnavano le

spade nel sangue dei congiunti,

E (_il popolo tutto insieme_) avea lo stesso piglio d'una destra le cui

dita non giochino l'un a seconda dell'altro?”[1458]

A tanta altezza di poesia giunse Ibn-Hamdîs! Con soave sentimento cantò

d'amore; con leggiadria ed arte e abbondanza d'estro sopra ogni

argomento ch'ei toccava. E se l'intemperanza orientale d'immagini, le

antitesi, i bisticci, i vizii radicali della letteratura arabica tolgono

a noi di collocarlo tra i sommi poeti, i critici di sua nazione il

tenner tale,[1459] e in Occidente i suoi versi furono poco men citati

che que' d'Imrolkais e di Motenebbi. Il critico Abu-Salt-Omeîa, che

l'accusò di plagii, lo dicea ladro illustre, uso ad abbellire le idee

rubate.[1460]

Dimorò in Affrica o Spagna il suo figliuolo Mohammed, più poeta del

padre al dir d'Ibn-Bescirûn; ma i brevi saggi che ne dà, fan giudicare

altrimenti.[1461] Soleiman-ibn-Mohammed da Trapani, oriundo di Mehdia

stanziatovi, esule dopo il quattrocento quaranta (1048), erudito e

scostumato, passò in Affrica, indi in Spagna; ove s'acconciò nelle corti

di principi minori, e piacquero sue Kaside, e vi lasciò nome non

oscuro.[1462] Più elegante poeta Abu-Sa'îd-Othmân-ibn-'Atîk, Siciliano,

forse di Palermo come ogni altro di cui non si noti particolarmente la

città natia, andò a dirittura in Spagna al conquisto normanno, a corte

del rivale di Mo'tamid in lettere e munificenza (1054-1091), il principe

d'Almeria Mo'tasem, della illustre stirpe dei Beni-Somâdih.[1463]

Vissero al par nella seconda metà dello undecimo secolo poeti di Kasîde,

i segretarii Hâscem-ibn-Iunis e Ibn-Kûni e Omar-ibn-Abd-Allah, dei quali

si è detto;[1464] e un Ali-ibn-Abd-Allah-ibn-Sciami.[1465]

Ibn-Tazi, cultor di scienze e di lettere,[1466] facile ingegno ed umore

bilioso, censor di vizii infangato in brutto costume egli stesso, va

lodato tra i primi poeti satirici degli Arabi per vivacità di concetti,

stile incisivo, e pur naturale, eleganza e grazia non infrequente.[1467]

Ci avanzan di lui, dopo che li vagliavano Ibn-Kattâ' e Imâd-ed-dîn, da

ottanta epigrammi, tra descrittivi ed erotici, se così possan chiamarsi,

e satirici; ma sol di questi diremo. Dei quali è grave e lepido molto

quel sopra i Sufiti;[1468] altri con lindura riprendono vecchi che

tingeano i capelli,[1469] facce irsute di barba,[1470] e noiosi

cantori:[1471] ed erano ridicolaggini del tempo. Su i vizii

eterni dell'umana natura lanciò arguti motti ad avari.[1472]

chiacchieroni,[1473] permalosi;[1474] nè perdonò ai difetti

fisici:[1475] mise il dente ove potè a lacerare con rabbia, ed arrivò a

chiamare l'umanità razza di vipere e cani.[1476] Ruzaik-ibn-Sahl, già

nominato, toccò l'argomento con più misura e men poesia, nei soli versi

che ci rimangon di lui.[1477]

Meritano i Kelbiti particolar menzione pria di continuare la lista dei

poeti minori, perchè s'e' non arricchirono gran fatto il Parnaso

siciliano, incoraggiarono e favorirono cui v'aspirasse. Dell'emiro Ahmed

(953-969) si ricordano due mediocri versi con che si lagnava che in età

avanzata nol curasser le donne: strana querela in bocca a principe

musulmano.[1478] Cantò più lietamente d'amore Abd-er-Rahman-ibn-Hasan,

intitolato emiro per onor di famiglia e _Mostakhles-ed-dawla_ (L'eletto

dell'impero) per oficio ch'avesse tenuto a corte fatemita in

Egitto,[1479] Abu-Mohammed-Kâsim-ibn-Nizâr, detto anche emir,

contemporaneo di Ahmed, poscia prefetto di polizia a Misr, ci attesta la

puntigliosa superbia di sua gente in faccia anco al principe.[1480]

Improvvisava l'emiro Giafa'r-ibn-Iûsuf qualche versuccio, e faceva ai

poeti le carezze dell'asino.[1481] L'altro Giafa'r soprannominato

_Thiket-ed-dawla_, figliuolo di Akhal, si scusava in rima delle promesse

non compiute per la malignità di sua fortuna.[1482] Del

dotto e audace Ammâr abbiam detto e de' suoi versi.[1483]

Abu-Kasim-Abd-Allah-ibn-Selmân di gente Kelbita, si vantava con mediocre

poesia d'amare e proteggere la virtù, esalava lamenti erotici, e

attestava l'epoca in cui visse, dicendosi circondato da nemici che

facean le viste d'ossequiarlo.[1484] Avanzò ogni altro Kelbita nel

pregio dei carmi un Gia'far-ibn-Taib, che carteggiavasi con Ibn-Kattâ',

n'ebbe lodi nell'Antologia siciliana e meritolle, come provano due

squarci di Kasîda e qualche altro verso petrarchesco.[1485] Caduta la

dinastia, que' che se ne divisero le spoglie, ambiron pur ad onori

letterarii che noi non possiamo assentire: dico, il kaid

Abu-Mohammed-ibn-Omar-ibn-Menkût,[1486] e il kaid Abu-l-Fotûh figlio del

kaid Bodeir-Meklâti ciambellano, soprannominato _Sind-ed-dwala_, d'umor

niente allegro.[1487] Fe versi anco Ibn-Lûlû, detto forse per errore

principe di Sicilia.[1488] Nè sdegnava l'arte un prefetto di polizia di

que' tempi, per nome Abu-Fadhl-Ahmed-ibn-Ali, coreiscita;[1489] nei cadi

Abu-Fadhl-Hasan-ibn-Ibrahim-ibn-Sciâmi, della tribù di Kinana,[1490]

Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Kâsim-ibn-Zeid, della tribù di Lakhm,[1491] e

Ahmed-ibn-Kâsim già ricordato.[1492]

Perchè il verseggiare è facile quando non si badi alla poesia del

concetto, e l'aiuti un linguaggio classico che risuona sempre agli

orecchi, una certa educazione letteraria, qual ebbero in quell'età tutti

i Musulmani che non nascessero proprio dal volgo, e l'uso generale vi

sospinga, come avvenne nei tempi della nostra Arcadia. Di quei che

trattarono argomenti morali non spiccando altrimenti per bellezze di

forma, noteremo quel solo che possa giovarne, cioè com'intendessero la

filosofia pratica della vita: gli uni a cantare il vino, le ballerine, i

passatempi, che sono Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Ali-ibn-Abd-el-Gebbâr oriundo

di Kamûna in Affrica,[1493] Abu-Ali-ibn-Hasan-ibn-Khâlid, il

Segretario,[1494] Abu-Abbâs-ibn-Mohammed-ibn-Kâf;[1495] gli altri

austeri, fissati nell'altra vita e spregianti quella che fruivano di

presente, come Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan-ibn-Setabrîk, devoto di

grido,[1496] Abu-l-Kârim-Ahmed-ibn-Ibrahim Waddâni,[1497] e i già

ricordati Abu-Ali-Ahmed-ibn-Mohammed-ibn-Kâf il Segretario,[1498]

Ibn-Mekki,[1499] Abd-er-Rahman-ibn-Abd-el-Ghâni,[1500] Atîk,[1501] il

Siracusano Ibn-Fehhâm,[1502] Ali-Waddâni.[1503] D'altri abbiamo

descrizioncelle, epigrammi sui quali poco o nulla è da notare.

Abu-Mohammed-Abd-el-Azîz-ibn-Hâkem-ibn-Omar, della tribù

iemenita di Me'âfir, dettò qualche verso sui corpi celesti.[1504]

Abu-l-Feth-Ahmed-ibn-Ali-Sciâmi è lodato dall'autore dell'Antologia

siciliana, il quale gli domandò alcuni versi per metterli nella

raccolta;[1505] Ruzaik-ibn-Abd-Allah fu perseguitato sì ostinatamente

dalla povertà, che una volta donatagli da gran personaggio una borsa

d'oro, tornando a casa tutto lieto, trovò che un ladro gliel'avea

svaligiata, e sfogò il dolore in rime.[1506] Il Segretario Ibn-Kerkûdi è

detto poeta di vaglia da Ibn-Kattâ'; ma dai versi non me ne

accorgo.[1507] Alla lista vanno aggiunti: Abu-Hasan-Sikilli,[1508]

Abd-el-Azîz-Bellanobi, fratello d'Ali,[1509] il Segretario

Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-'Attâr,[1510] Abd-el-Wehâb-ibn-Abd-Allah-

ibn-Mobârek,[1511] Abu-Hasan-ibn-Abd-Allah da Tripoli o Trapani,[1512]

Abu-Mohammed-Abd-Allah-ibn-Mekhlûf lo Scilinguato,[1513] e il Segretario

Ibn-Sir'în,[1514] dei quali ci rimangono pochissimi versi o nessuno.

Ci sono occorsi trattando d'altri studii, e abbiam detto del merito

che loro s'attribuisca in poesia, Kholûf da Barka,[1515]

Ibn-Abd-el-Berr,[1516] Gia'far-ibn-Kattâ',[1517] Dami'a,[1518]

Ja'kûb Roneidi,[1519] Ali-ibn-Hasan-ibn-Habîb,[1520] Ibn-Sados,[1521]

Taher-Rokbani,[1522] e il costui figlio Ali,[1523] Othman-ibn-Ali da

Siracusa,[1524] Ali-ibn-Waddani,[1525] Abd-Allah-ibn-Mosîb,[1526]

Ibn-Kereni,[1527] ed Abu-Bekr-Mohammed.[1528]

Da quanto abbiamo esposto, si può conchiudere che la poesia rifioriva in

Sicilia, dopo tredici secoli; e se non agguagliò le bellezze dei tempi

di Teocrito e Stesicoro, produssene quella specie che concedea il

Parnaso di Arabia. A noi Italiani non solo, ma a tutti Europei nudriti

alla scuola dei Greci, non può sembrar lieto soggiorno nè la sala

vaporosa d'Odîn nè la tenda de' Beduini, dove si gareggia di metafore

baldanzose, descrizioni sopra descrizioni, antitesi incessanti di

pensieri e di vocaboli, paralelli bizzarri e lambiccati, lingua

ricercata o morta e sepolta, gergo nomade che ormai mal si adattava alle

idee delle colonie musulmane d'Europa, ma il culto classico comandava

adoperarlo. E però ci offendono a prima vista tutti quegli orpelli e

gemme di vetro di che s'adornavano i poeti arabi di Sicilia, come ogni

altro di lor età e linguaggio: le pupille omicide, le palpebre taglienti

come spade, le guance di fuoco su cui spunti il mirto della barba, o

guance di rose, e vi fu anche chi disse di rubino, cui mordessero gli

scorpioni d'una negra chioma inanellata, i tralci di _ben_[1529]

sormontati di lune piene, che è a dire svelti giovani dal volto fresco e

splendente, i capelli bianchi che spandan tenebre; e infinite secenterie

di simil tempra, nelle quali si compiaceano gli stessi Ibn-Hamdîs,

Ibn-Tûbi, Abu-l-Arab, Ibn-Tazi, e il Bellanobi. Ma poi va considerato

che il genio diverso delle lingue toglie nell'una a tal espressione

figurata quel sapor aspro che abbia nell'altra: il che si noterebbe tra

le lingue d'unica famiglia che parliamo in Europa, non che tra le

indo-europee e le semitiche. Scendendo più addentro, scopriremo sovente

pensieri semplici ed alti, linguaggio spontaneo d'affetti, verace

colorito, tratteggiare risoluto, grazie non contigiate; e diremo che

quelle brune muse arabiche se si abbigliassero a foggia nostra,

passerebbero per belle. Io chieggo che nel giudicare i poeti arabi di

Sicilia dagli squarci che ho mostrati e su le intere opere che spero

sian date un giorno all'Italia, si guardi al concetto della mente

piuttosto che alla forma in cui si manifestava; e che per la forma

s'accettino, com'è ragione, i giudizii dei critici arabi ch'ho accennato

a lor luogo. Forse quei biografi ed antologisti che ci serbarono

frammenti de' poeti arabi siciliani li defraudavano delle nostre lodi

più meritate, trascrivendo appunto i versi che noi avremmo messi da

banda, e tralasciando come scipiti quelli che noi avremmo

trascelto.[1530]

Vuolsi in fine far parola dei musici che soleano cantar sul liuto i

versi dei poeti: la quale usanza gli Arabi appresero dai Persiani, i

devoti musulmani la condannavano, e quando lor venia fatto vietavanla,

ma i grandi e' ricchi tosto richiamavano nelle brigate musici,

cantatrici e ballerine. Il gran diletto che ne prendessero i Musulmani

di Sicilia, è quanto se ne travagliassero si ritrae dalle poesie, dove

spesseggiano le descrizioni dell'arte che dissipava i tristi pensieri e

movea alla gioia; nè sdegnavano i poeti di lodare, talvolta anco

biasimare i musici: Ibn-Tazi fe ad uno l'epigramma: “Ei canta e ti gitta

addosso noia e malanni; ei tocca il liuto, affè che gliel'avresti a

spezzare su le spalle.”[1531] Le croniche degli Abbadidi registrano con

superstizioso terrore il caso del Musico Siciliano, così il chiamano,

condotto agli stipendi di Mo'tadhed. Il quale sendosi fitto in capo

(1068) che sovrastassegli la morte e la ruina di sua casa, volle cavar

augurio dai versi che a sorte gli fossero recitati; fatto venire il

Musico Siciliano e seder seco con grandi onori e carezze, e richiestolo

di cantare, venner detti al Siciliano cinque versi, che incominciavano:

“Consumiam le notti, sapendo ch'esse ci debbono consumare;” ed appunto a

capo di cinque giorni il principe si morì.[1532]

Aggiugnendo i nomi rassegnati in questo capitolo a quei che notammo nel

capitolo XI del terzo Libro, si hanno (salvo il raddoppiamento di

qualche nome che non ci sia venuto fatto di chiarire) a un di presso

centoventi Musulmani di Sicilia e una dozzina di stranieri dimoranti

nell'isola, che segnalaronsi nelle scienze e nelle lettere sino al fin

della dominazione musulmana. Il quale abbozzo, disteso la più parte

senza conoscer le opere, su i cenni solamente di autori arabi, è

imperfetto di certo; pur adombrerà la cultura della Sicilia in quei

tempi, supposta anzichè conosciuta quand'io mi accinsi a coteste ingrate

ricerche. Pervenuti che saremo, nel sesto Libro, ai letterati e

scienziati che rimasero fino ai tempi di Federigo, mi proverò a indagare

la parte che si debba attribuire ai Musulmani nel risorgimento degli

studii in Italia.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 31 / 62 题