CAPITOLO XIII.

Sfasciandosi per tal modo gli ordini pubblici, facea pur la Sicilia

bella mostra al di fuori: grosse e frequenti città, valide fortezze,

monumenti, industria agraria e cittadinesca, commercio, lusso, scienze,

lettere. Le quali parti di civiltà sendosi maturate sotto la dinastia

kelbita che più o meno le promosse, noi le verremo esponendo in questo e

nel capitolo seguente, recando la storia letteraria sino al fin della

guerra normanna; e farem anco parola dei dotti, i quali non trovando

patria sotto il giogo cristiano, vollero serbarne schietto il simulacro

nell'esilio, sì che andarono raminghi in Spagna, Affrica, Egitto ed

Oriente, nella prima metà del duodecimo secolo. Con essi porremo quei

pochi di cui s'abbiano notizie senza data certa. E serbiamo al sesto

libro i dotti musulmani, del paese o stranieri, segnalatisi in Sicilia

sotto i Normanni; e gli altri che conseguiron fama fuori l'isola dopo la

metà del duodecimo secolo.

Tra il novecensettantatrè e il millecinquantaquattro dell'èra cristiana,

tra il mercatante Ibn-Haukal che appuntava maraviglie e vizii in qualche

osteria di Palermo, e l'Edrisi prole di principi, che stendea la

descrizione dell'isola sotto gli occhi di re Ruggiero, vissero in

Sicilia due eruditi i quali ci lasciaron alcun cenno geografico.

Scrittori entrambi di storia o cronica del paese, l'uno verso il

millecinquanta per nome Abu-Ali-Hasan; l'altro, alla fine del secolo,

l'illustre filologo Ibn-Kattâ': ed entrambi ebbero alle mani memorie più

antiche. Fiorì anche nell'undecimo secolo il geografo spagnuolo Bekri,

due cenni del quale su la Sicilia si trovano presso uno scoliasta.[1038]

Dobbiamo i frammenti di Abu Ali e d'Ibn-Kattâ' all'erudito Iakût; il

quale pubblicò il milledugentoventotto il _Mo'gem-el-Boldân_, ossia

Dizionario geografico, e par abbia tolto da loro quasi tutte le notizie

che dà sulla Sicilia.[1039] Si scoprono nel _Mo'gem_ pochi nomi

raddoppiati e altre mende inevitabili in compilazioni di tal fatta, non

gravi errori da scemar fede all'opera.

Al dire d'un cadi Abu-Fadhl, citato da Abu-Ali, si noveravano in Sicilia

diciotto città e più di trecentoventi rôcche;[1040] ed Ibn-Kattâ'

attestava aver letto nelle annotazioni d'un anonimo ch'erano nell'isola

ventitrè cittadi, tredici fortezze[1041] e innumerevoli gruppi di case

rurali.[1042] Coteste due notizie pur si riferiscono entrambe alla

seconda metà del decimo o alla prima dell'undecimo secolo; nè fa caso il

divario, quando le appellazioni _città_, _fortezza_, o _rôcca_ corron sì

vaghe ed arbitrarie appo gli Arabi come appo noi quelle di _città_,

_terra_, o _villaggi_o. Il numero diverso delle città non prova dunque

mutata la condizion delle cose, è però diversa l'età degli eruditi che

le scrissero. Quanto alle rôcche annoverate dal primo, tornano a un di

presso a quel che oggi diremmo Comuni; perchè allora tra guerre

straniere e guerre civili, le popolazioni amaron siti forti ed alpestri,

e quelle chiamate al piano dall'agricoltura o dal traffico ebbero sempre

qualche castello su nel monte dove potersi rifuggire.[1043] La più parte

dunque delle rôcche d'Abu-Fadhl eran le acropoli degli abitatori di

quelle masserie e villaggi, dei quali avea perso il conto l'annotatore

citato da Ibn-Kattâ'. In oggi il numero dei Comuni risponde a un di

presso a quello d'Abu-Fadhl; ma non sarebbe sì malagevole a noverar le

borgate rurali, che scemarono a mano a mano dalla istituzione alla

abolizione della feudalità, dal conquisto normanno al parlamento del

milleottocento dodici.[1044]

I nomi di città notati nel _Mo'gem_, i quali senza troppo discostarci

dal vero possiamo supporre tolti da Abu-Ali e Ibn-Kattâ',[1045] sono in

ordine alfabetico: Adornò,[1046] Alcamo, Boèo,[1047] Bonifato,[1048]

Carini,[1049] Castrogiovanni, Catania,[1050] Cefalù, Corleone,

Demona,[1051] Gelso,[1052] Khalesa,[1053] Marsala, Mazara,

Messina,[1054] Milazzo,[1055] Mineo, Palermo, Partinico, Patti, Sciacca,

Scopello,[1056] Siracusa, Trapani,[1057] che sommano a ventiquattro; e

tolto il raddoppiamento di Marsala chiamata Boèo da Abu-Ali, farebbero

appunto il numero d'Ibn-Kattâ'.[1058] Col nome di _beled_ (paese) Iakût

aggiugne Camerata, Termini e Girgenti, scaduta al certo nel decimo

secolo dopo la ribellione. Chiama _beleda_ (terra) Cinisi, Tusa e

Mascali; _boleida_ (paesetto) Villanuova;[1059] _kala'_ (rôcca)

Taormina, Tripoli, Aci e Bellût (Caltabellotta); _kerîa_ (villaggio)

Mili,[1060] Giattini[1061] e Sementara;[1062] _dhia'_ (podere o villa)

Kerkûd,[1063] e dà senza qualificazione Oliveri, e Caronia.[1064] Ma è

da notare che le terre minori non si ricordano nel _Mo'gem_ per la

importanza loro, ma perchè occorreano nella storia letteraria degli

Arabi, che l'autore si propose d'illustrare con sì vasto dizionario

geografico.

Le terre minori e villaggi che si leggono in Edrisi e altri scrittori

arabi del duodecimo secolo e nei diplomi infino al decimoquinto, sommano

quasi a novecento; dei quali se una parte fu fondata da coloni cristiani

nel secol duodecimo, altrettanta per lo meno si dee supporre distrutta

nella guerra normanna; onde lo stesso numero si può anco ritenere

innanzi il conquisto.[1065] I nomi d'origine arabica, o berbera, o son

prettamente arabici,[1066] o si scernono per note etimologie di

schiatte[1067] e per voci ch'entrino nelle appellazioni composte: _ain,

gar, ras, menzîl, rahl, kala' burgi_:[1068] e dinotano a un di presso i

novelli nodi di popolazione formati nell'epoca musulmana da una parte

dei coloni arabi e berberi, mentre un'altra parte prendeva a stanziar

nelle ville, castella e città ch'erano in piè; onde non perdeano i nomi

antichi.[1069] I novelli, senza contarvi quei di fiumi, monti, cale e

capi disabitati che moltissimi pur ve n'ha d'origine arabica,[1070]

tornano a trecentoventotto, dei quali dugentonove in Val di Mazara,

cento in Val di Noto e diciannove in Val Demone. Se risguardiamo

all'area di ciascuna valle[1071] cotesti numeri confermano ciò che

sappiam dalla storia, che i Musulmani occupassero tutto il Val di

Mazara, e avessero posto qualche presidio in Val Demone. E dimostrano il

fatto accennato soltanto dalle croniche, dico le grosse colonie che si

sparsero in Val di Noto.[1072]

Descrizioni di città non avvene, fuorchè di Palermo per Ibn-Haukal; pur

si raccoglie qua e là qualche particolare. Sappiamo da Bekri, e però

innanzi la guerra normanna, che Siracusa, grande città, occupava la

penisola, congiunta alla spiaggia per sottile istmo, tra il maggiore e

il minor porto, tra i quali era condotto un fosso che si varcava sopra

un ponte; che l'era circondata di triplice muro, credo io, dalla parte

dell'istmo; e che il gran porto apprestava stazione d'inverno alle

navi.[1073] Ibn-Herawi, nel duodecimo secolo, narrava che nelle parti

orientali di Catania rimanessero le tombe d'una trentina di martiri

musulmani[1074] quivi uccisi nel primo secolo dell'egira; e che tra

Catania e Castrogiovanni fosse il sepolcro d'Ased-ibn-Forat,

conquistatore della Sicilia. D'altra sorgente, che sembra più antica,

abbiamo Catania chiamarsi anco la Città dell'Elefante, da un simulacro

di pietra in figura di questo animale, e ammirarvisi bei monumenti dei

tempi andati, e chiese con pavimenti di marmo bianco e nero.[1075]

Cefalù, al dir d'Abu-Ali, era forte città, guardata da un castello sovra

alta rupe a cavaliere della spiaggia;[1076] Castrogiovanni, maraviglia

del secolo, gran città su la vetta d'un monte che fa centro all'isola,

avea scaturigini abbondanti, terre da seminato e giardini, chiusi tutti

entro il muro che torreggiava lì a mezz'aria.[1077] Non obliò il

diligente Iakût di notare la postura astronomica delle tre città

primarie, Palermo, Messina e Siracusa, secondo il _Kitâb-el-Melhema_,

ossia “Libro della Divinazione”[1078] attribuito a Tolomeo, composto da

qualche astrologo arabo o siriaco; il quale sapea leggere forse nei

destini, ma sbagliava, come i contemporanei, le latitudini e

longitudini.[1079]

Più sodi ragguagli ritraggiamo in questo tempo dell'Etna, sì mal noto ai

primi cosmografi arabi. Masûdi, scrivendo a Bagdad nella prima metà del

decimo secolo, aveva ignorato il gran monte di Sicilia, o confusolo con

l'Isola di Vulcano; favoleggiato che nelle eruzioni saltasser fuori

strane sembianze d'uomini mozzi del capo; che il fuoco rischiarasse la

terra e il mare oltre cento parasanghe;[1080] nè conoscea bene altro

prodotto vulcanico che le pomici, adoperate a levigare le pergamene e

tavolette da scrivere e stropicciare i piè nel bagno.[1081] Ma

Abu-Ali-Hasan vide i luoghi e forse alcuna eruzione. “Il monte del

fuoco, dic'egli, altissimo sovrasta al mare tra Catania e Mascali, non

lungi da Taormina: gira la base tre giornate di cammino; abbondante di

alberi fruttiferi; irsuto di boschi la più parte di castagne, nocelle,

pini e cedri;[1082] ricoperto la cima di neve anche la state, ammantata

di nugoli; ma il verno è tutto neve dal capo al piè. Sorgongli intorno

molti edifizii e maestosi avanzi dei tempi andati, e rovine che danno a

vedere la frequenza del popolo che vi soggiornava; di che narrasi, Tûra

antico re di Taormina[1083] aver messo in campo sessantamila

combattenti. In su l'alto s'aprono spiragli[1084] ond'esce fuoco e fumo;

e talvolta il fuoco scorrendo da alcun lato brucia che che trovi, poi si

fa scorie, come quelle del ferro, onde gli si dà nome di

_akhbâth_;[1085] dove oggi non spunta fil d'erba, nè animale vi

s'arrischia.”[1086] Al tempo d'Abu-Ali spesseggiarono gli incendii nella

costa orientale, poich'egli scrive che alcuni anni il fuoco scendea come

rivo infine al mare e tanto sfolgorava, che parecchie notti in Taormina

e altre terre non si acceser lumi e si viaggiò per que' paesi come se

fosse giorno.[1087] Così egli ch'era nato o avea fatto dimora in

Sicilia. Un cristiano di Calabria di quell'età, rassegnando le

maraviglie della Sicilia, non descrive conflagrazioni dell'Etna, ma ne

fa supporre seguíte di recente, poichè riflette che tanti filosofi de'

tempi antichi e de' suoi proprii avean sottilizzato su l'origine di quel

fuoco senz'altra conchiusione che d'accrescere i dubbii e provar la

ignoranza dei mortali.[1088] Bekri, contemporaneo e straniero, parla

solo del _borkân_ in due isolette adiacenti, dalla parte di

settentrione, al certo Stromboli e Vulcano: prodigio di natura, dove

tacendo il vento meridionale s'udiva un terribil fragore come di

tuono.[1089] Altri scrivean del fuoco perenne dell'Etna al quale uom non

osava appressarsi; ed aggiungeano maravigliando che la materia ignita

tolta dal suo luogo si spegnesse incontanente.[1090] Le medesime

eruzioni che Abu-Ali, o alcuna più recente, vide il dotto e devoto

Siciliano Abu-l-Kâsim-ibn-Hâkim, rifuggito a Bagdad; dov'ei narrava,

forse il millecentoventidue,[1091] al viaggiatore Abu-Hâmid da Granata,

il fuoco dell'Etna risplendere talvolta a dieci parasanghe, in guisa che

non occorre fiaccola nè lucerna nei villaggi o strade di campagna. Tra

le fiamme, proseguia, scagliansi in alto massi di fuoco, somiglianti a

balle di cotone, i quali infrangendosi ricadon a terra e si fan pietra

bianca, o in mare e tornano in pietra nera e porosa, l'una e l'altra

lieve da galleggiare sull'acqua. Aggiugnea suoi prodigi: i sassi e la

sabbia, tocchi da quel fuoco, avvampar quasi bambagia, e divenir polve

negra simile all'antimonio; ma l'erbe e le vestimenta non accendersi

alla lava, che consuma soltanto le pietre e gli animali, sì com'è

scritto del fuoco della gehenna.[1092] Un altro barbassoro musulmano di

Sicilia affermava al viaggiatore Herawi dopo il millecentosettantatrè,

che un uccello color di piombo in forma d'una quaglia solea svolazzare

dal fuoco dell'Etna e rituffarvisi, ed era appunto la salamandra; ma io

non ho visto altro che pomici nere, aggiugne Herawi.[1093] Tanto

ricaviamo dagli Arabi su la storia naturale dell'Etna: nel che non ho

voluto metter da canto nè le minuzie nè le favole, e con Herawi son

giunto infino alle eruzioni della seconda metà del duodecimo secolo,

ricordate ormai dagli scrittori latini. Notevol è che Edrisi, dicendo

del Monte del Fuoco, non faccia motto delle eruzioni, e poi descriva

minutamente, anzi che no, i fenomeni di Stromboli e Vulcano. E ciò parmi

indizio di lungo riposo dell'Etna nella prima metà del duodecimo secolo

dopo gli incendii dell'undecimo, supposti fin qui su debolissimi

argomenti,[1094] e provati adesso dalle testimonianze di Abu-Ali e

d'Abu-l-Kâsim-ibn-Hâkim.

Dall'Etna faremo principio alle produzioni minerali della Sicilia, tra

le quali Masûdi pone il diaspro ch'ei tenea rimedio al mal di ventre,

applicandolo esteriormente; ed anche, non so come, base del

corallo.[1095] Del diaspro par che dica Iakût supponendo trovarsene

montagne in Sicilia:[1096] ch'è esagerazione, non tutta bugia. Si cavava

dall'Etna il sale ammoniaco, gran capo di commercio con la Spagna ed

altri paesi.[1097] Delle pomici abbiam già detto, adoperate dagli Arabi

nel bagno e nello scrittoio;[1098] e Bekri supponea costruite di pomici

di Sicilia le volte del teatro romano a Susa.[1099] In lista con le

ricchezze minerali del Mongibello Abu-Ali ponea l'oro, argomentandolo

dalle note miniere d'Ali, ovvero da qualche pirite; ed immaginò, non so

per qual errore, l'Etna aver preso nome in lingua _rûmi_ dall'oro che

chiudea nelle viscere.[1100] Con ciò narrano si cavasse nell'isola ogni

altro metallo d'uso comune, argento, rame, ferro, piombo,

mercurio.[1101] L'autor della vita di San Filareto parla del cristallino

e lucente salgemma di Sicilia.[1102] Gli Arabi contemporanei noverano

l'antimonio, l'allume e il vitriolo.[1103] Lo zolfo e la nafta,

adoperati allora nei fuochi da guerra e non ignoti ai Musulmani di

Sicilia nell'undecimo secolo,[1104] par non si fossero cavati nell'isola

che alla fine del duodecimo.[1105]

L'abbondanza delle acque di fonti o fiumi accennata per le generali da

Iakût,[1106] sembra veramente maggiore dell'attuale, ove si risguardi

alla descrizione particolareggiata che faceane Edrisi il

millecencinquantaquattro ed ai fiumi ch'ei dice navigabili a barcacce di

trasporto ed or più nol sono.[1107] E così dovea intervenire per la

distruzione dei boschi che s'è fatta dal duodecimo secolo in qua;[1108]

la quale non credo incominciata per man degli Arabi, poichè il sapiente

agricoltore rispetta i boschi, e lo sciocco e affamato li taglia. Di

notizie precise, Abu-Ali ne fornisce su le due regioni boschive che per

natura sono le principali dell'isola: l'Etna e la catena d'Apennino.

Della prima delle quali abbiam fatto parola. Dell'altra Abu-Ali afferma,

le eccelse montagne e spaziose valli sopra Cefalù abbondar d'ogni

maniera di legname atto a costruzioni navali.[1109] Il monaco Nilo loda

i cedri di Sicilia, i cipressi e i pini dritti e maestosi, i cui rami

servivan di fiaccole.[1110]

Vengon poscia le ubertose produzioni dei giardini, dei campi e della

pastorizia lodate da Bekri;[1111] le frutta d'ogni colore e sapore che

non mancavano state nè verno, scrive Iakût, forse da Abu-Ali;[1112] le

mèssi che coprivano la più parte dell'isola secondo Ibn-Haukal;[1113] lo

zafferano che vi germogliava spontaneo;[1114] il cotone e il canape

coltivati a Giattini[1115] e altrove; il primo dei quali sembra venuto

dell'Affrica;[1116] gli ortaggi che parean troppi ad Ibn-Haukal.[1117]

Nessuno scrittore arabo fa menzione degli ulivi, che in Sicilia

comunemente si credono accresciuti in quella età, perchè i contadini

soglion chiamar saracinesco qual veggano più possente di ceppo, e

pittoresco di tronco e rami. Nel che i contadini s'accostano forse al

vero, e gli altri no. La coltura dell'ulivo in Sicilia risalisce al

quinto secolo innanzi l'era volgare, nè mai si abbandonò, ma decadde al

par che tante altre sotto i Romani, nè rifiorì sotto gli Arabi; poichè

sappiamo dell'olio che l'Affrica vendeva alla Sicilia nel nono, undecimo

e duodecimo secolo.[1118] Parmi piuttosto che l'isola debba ai Musulmani

le melarance e altri agrumi ch'or son capo sì ricco di commercio;[1119]

ed anco la canna da zucchero,[1120] i datteri[1121] e i gelsi, o almeno

la seta.[1122] Al contrario se la vite non si sbarbicò per ogni luogo,

se i poeti arabi di Sicilia lodarono il vin del paese con tal fervore

anacreontico, i vigneti scemarono contuttociò sotto la dominazione

musulmana; e sì lentamente si rifornirono in due secoli, che la Sicilia

facea venir vini da Napoli verso la fine del decimoterzo.[1123]

Le razze equine di Sicilia, ricordate dagli Arabi nell'undicesimo

secolo,[1124] fornivano, al dir d'un autore cristiano, animosi

destrieri, d'egregie forme e vario pelo;[1125] abbondavano i muli[1126]

dalla zampa sicura nelle montagne, adoprati alla soma ed al tiro;[1127]

e con quelli, asini,[1128] buoi, vaste greggi di pecore;[1129] nè era

smessa l'antica educazione delle api. Copiosa la pesca, e nei porti,

scrive il monaco Nilo, le ostriche, e le conchiglie che danno la

porpora.[1130] Le foreste e montagne ripiene di cacciagione.[1131] Nè vi

mancan le belve, che giovano a spirare il timor di Dio negli animi

semplici, riflette il frate,[1132] volendo significare al certo i lupi.

Gli Arabi, avvezzi ad altro che spauracchi da bambini, noveravano tra i

pregi della Sicilia non esservi lioni, leopardi, iene, nè grossi

serpenti, e gratuitamente aggiugneano nè vipere, nè scorpioni.[1133]

L'ubertà del paese non si riconoscea dalla sola matura, come direi forse

trattando d'altri tempi; chè possentemente l'aiutava la industria degli

abitatori, sulla quale dà un po' di lume il “Libro dell'agricoltura”

d'Ibn-Awwâm, spagnuolo della metà dell'undecimo secolo, sagace

compilatore degli insegnamenti d'opere più antiche forse fin dal tempo

de' Nabatei, alle quali aggiunse le proprie osservazioni su le pratiche

agrarie della Spagna. Da lui sappiamo che il modo più acconcio di

piantare gli ortaggi, sopratutto le cipolle e i poponi, era detto alla

Siciliana; e la minuta descrizione ch'ei ne fa, risponde appunto a quel

congegno di schiene e rigagnoli che si pratica tuttavia in

Sicilia.[1134] Le voci arabiche d'orticultura che rimangono nel dialetto

siciliano, non lascian dubbio sul tempo in cui ebbero origine queste e

simili pratiche.[1135] Un fiore ch'è forse la malvetta rosata,[1136] si

chiamava in Spagna al tempo d'Ibn-'Awwâm Malva siciliana, onde sembra

venuto di Sicilia.[1137] Quinci passò in Spagna una composizione di

mostarda con miele e senape, descritta per filo e per segno in un luogo

d'Ibn-Besâl.[1138] Ma importantissima sopra ogni altra la pratica di

porre il cotone in terreni ingrati che Ibn-Fassâl citato da Ibn-'Awwâm

riferisce ai Siciliani, e la dice imitata con profitto nelle costiere di

Spagna.[1139] Un altro trattato arabico d'agricoltura ricorda che i

Siciliani sarchiassero fino a dieci volte il terreno da seminare a

cotone.[1140] Rimase in Sicilia l'utile pianta nel duodecimo

secolo;[1141] e infino alla metà del decimoterzo;[1142] ma allo scorcio

del decimoquarto se n'era ita, seguendo quasi la schiatta arabica, in

Malta, Stromboli e Pantellaria:[1143] ed appena par che cominci a

tornare adesso nelle spiagge di Pachino e su le sponde del Simeto.

In fatto d'opificii abbiam ricordo del prezioso drappo, al certo di

seta, detto di Sicilia, del quale si trovò una catasta tra i tesori

d'Abda, figliuola del califo fatemita Moezz, morta in Egitto in su la

fine del decimo o principio dell'undecimo secolo.[1144] Che innanzi

quell'età si lavorasse la seta in Sicilia lo prova d'altronde la

biografia del pio Abu-Hasaa-Hariri,[1145] e v'accenna il nome di

_Kalat-et-Tirazi_, castello in oggi abbandonato presso Corleone,[1146]

non che il regio _Tirâz_ di Palermo, avanzo dell'industria arabica nel

duodecimo secolo, di che sarà detto a suo luogo. Similmente abbiam pochi

cenni del commercio, per non curanza degli scrittori o dispersione degli

scritti. Oltre la esportazione del sale ammoniaco testè ricordata,[1147]

sappiamo la importazione dell'olio da Sfax,[1148] e la frequente

navigazione dalla Sicilia a Mehdia e Susa.[1149] I patti di

Hasan-ibn-Ali del novecencinquantadue[1150] ci attestano l'importanza

del traffico tra l'isola e Reggio; nè picciola parte dovea tornare alla

Sicilia dalle relazioni commerciali ch'ebbe coi Musulmani la costiera di

Terraferma bagnata dal Tirreno. Lasciando le regioni dal Tevere in su,

lo conferma Ibn-Haukal per Napoli, Salerno, Amalfi;[1151] lo conferma il

doppio nome di _Keitona-el-Arab_ che ritenne il Promontorio Circeo fino

al tempo di Edrisi; nome analogo a quel che davano ad una città nelle

parti meridionali della Sardegna,[1152] ed a quel c'ha tuttavia la

Catona in faccia a Messina.[1153] Maggiore d'ogni altra prova è che a

Salerno, fors'anco a Napoli e Amalfi, si contraffacea, non per frode ma

per bisogno del commercio, la moneta d'oro di Sicilia,[1154] come infino

ne' tempi nostri v'ebbero belli e buoni colonnati di Spagna battuti in

altri paesi.

Ove ponghiamo mente al genio randagio degli Arabi, alla comunanza di

leggi, usi, costumi e in gran parte anco di schiatta, dei Musulmani che

teneano il bacino occidentale del Mediterraneo, non staremo in forse che

la Sicilia partecipò delle arti e lusso della Spagna e costiera

d'Affrica, sì come è provato che ebbe analoghe vicende politiche e

cultura di lettere. Così anco dei monumenti. Perirono nella guerra

normanna quasi tutti que' dei Musulmani; e pur non vi ha menomo dubbio

del loro splendore, quando l'autor della vita di San Filareto lodava i

tempii ed altri sontuosi edifizii delle città maggiori della

Sicilia;[1155] e il conte Ruggiero, dopo averci lavorato per trent'anni

con ferro e fuoco, scrivea patetico in un diploma del millenovanta,

delle vaste e frequenti rovine delle città e castella saracene; de'

vestigii di lor palazzi, fabbricati con mirabile artifizio, adatti, non

che ai comodi, ad ogni lusso e delizia della vita.[1156] Nel sesto libro

toccheremo l'architettura arabica sotto i Normanni, alla quale dobbiam

tutti i monumenti che avanzano in Sicilia del medio evo, da pochissimi

in fuori. Dico due o tre, da che la iscrizione neskhi intagliata a mo'

di fregio nelle mura del palagio della Cuba, porta il nome di re

Guglielmo secondo e la data del millecentottanta.[1157] Bagni di Cefalà

e il palagio della Zisa sembrano più antichi, alla gravità della

scrittura cufica che altra volta li coronò;[1158] e il palagio e bagno

di Maredolce, ancorchè non vi si trovino iscrizioni, parrebbe

contemporaneo; ma rimanendo sempre incerta l'epoca, e sendo state

racconce le fabbriche di poi, e la Zisa anche abbellita dai Normanni,

non vi si può fondare giudizio su l'arte arabica di Sicilia

nell'undecimo secolo. Questo sol noterò, che le linee di prospetto del

cubo allungato e dell'arco aguzzo dei tempi normanni si trovano nelle

cornici delle iscrizioni arabiche di Sicilia dell'epoca musulmana. Qui

un rettangolo sormontato da una punta in forma di mitra vescovile;[1159]

lì inscritto dentro il rettangolo un arco spezzato in tre lobi alla

foggia che s'è chiamata moresca.[1160]

Avvien sempre che sfugga alla più cruda rabbia di guerre o persecuzioni

qualche monumento di minor mole, per trascuranza o stanchezza delle mani

vandaliche, per capriccio o gusto d'alcun uomo: e così parecchie

iscrizioni arabiche della dominazione musulmana rimasero in Sicilia,

senza contar quelle de' tempi normanni delle quali si dirà a suo luogo.

Quantunque i rami pubblicati dal Di Gregorio sian delineati così così, e

io non abbia avuto sotto gli occhi migliori disegni delle iscrizioni

inedite, potrò pur toccare la calligrafia lapidaria, la quale col

disegno architettonico e coi rabeschi tenea luogo di tutt'arte grafica

appo i Musulmani.[1161] Ci occorse già far parola delle iscrizioni della

torre di Baich in Palermo,[1162] e del castello di Termini;[1163] l'una

perduta, se non che abbozzossi il disegno d'alcun brano; e l'altra

pessimamente delineata, e temo adesso ita a male: entrambe del decimo

secolo. Alla medesima età mi par da riferire la leggenda intagliata nel

vecchio edifizio dei bagni di Cefalà, logora da lungo tempo, e in oggi,

mi si dice, dileguata del tutto.[1164] Le iscrizioni conservate sono

sentenze coraniche scolpite in colonette di marmo che si tolsero dalle

moschee e si murarono nelle chiese, ovvero epitaffii svelti dalle tombe,

collocati in musei o case private. La scrittura cufica, semplice,

robusta, con poche fioriture, e nessun ghiribizzo qual si notava nella

torre di Baich,[1165] appar anco nei due cippi sepolcrali del Museo di

Verona,[1166] in altri due di casa Calzola a Pozzuoli,[1167] nei tre di

Marsala, Siracusa e Messina, che non hanno data;[1168] in quello del

Museo Daniele a Caserta,[1169] e in un picciol marmo di casa Emmanuele a

Trapani,[1170] e un altro del Museo di Messina:[1171] le quali forme di

caratteri, molto svariate e pur tutte appartenenti alla classe che ho

posta, non differiscono dallo stile dei monumenti analoghi sparsi da

Cordova infino a Bagdad. Frammisto a quello si vede nella stessa epoca

in Sicilia, sì come in ogni altro paese musulmano, con linee più

tortuose e bizzarre, il cufico ornato e talvolta intralciato di

rabeschi, che si è chiamato impropriamente scrittura carmatica.

Bellissima in questo stile, nè sopraccarica di capricci è la lapide

sepolcrale di Oma-er-Rahman che si trovò pochi anni addietro in Palermo,

dove manca la data, ma sembra alla vista del decimo o undecimo

secolo.[1172] Similmente dell'epoca musulmana le iscrizioni coraniche

delle Chiese delle Vergini e San Francesco d'Assisi in Palermo,[1173]

del convento dei Francescani in Trapani,[1174] che son più o meno

ornate, ma di bella struttura di caratteri; e l'altra assai logora e

ignuda, nè di forme eleganti, di una colonna nel portico meridionale

della cattedrale di Palermo.[1175] Un bel neskhi, o corsivo, modificato

a forme monumentali, spoglio di ornamenti e notato di punti diacritici,

si scorge in una pietra sepolcrale di Mazara, in parte logora, se il

vizio non è nella stampa ch'io n'ho alle mani.[1176] È scritto in neskhi

grossolano, con qualche punto diacritico e qualche errore di grammatica,

l'epitaffio mutilo che si serba nella Biblioteca comunale di Palermo: e

stava su la tomba d'un Abu-Hasan-Ali, morto il trecencinquantanove

dell'egira.[1177]

Farò cenno in ultimo delle monete dei Musulmani di Sicilia, su le quali

manca un lavoro compiuto, nè io potrei provarmici, nè sarebbe da

stenderlo qui.[1178] Mi ristringo pertanto ai risultamenti, ritraendoli

dall'accurato catalogo del Mortillaro, aggiugnendo qualche altra notizia

che s'è pubblicata appresso e le monete inedite del Museo parigino.

Degli Aghlabiti, dei quali è si povera la numismatica, rimangono poche

monete siciliane.[1179] Per lo contrario abbondano le fatemite; sì che

ve n'ha di tutti i califi che regnarono di fatto o di nome

in Sicilia, da Obeid-allah fondatore della dinastia fino ad

Abu-Tamim-Mostanser-Billah, o meglio al quattrocentoquarantacinque

dell'egira dopo caduta la dominazione kelbita:[1180] un centinaio di

monete, la più parte d'oro, due sole d'argento e non poche di vetro di

varii colori, che sembran usate in luogo dei quattrini di rame.[1181]

Hanno leggende cufiche; formole fatemite, molte con data e col nome

della Sicilia. Quelle d'oro, quando se n'è fatto saggio, si son trovate

di buona lega. Son tutte del peso d'un grammo più o meno, che torna alla

quarta parte del dinâr omeiade, abbassida e fatemita: di certo il

_robâ'i_, ossia quartiglio, del quale si legge nei ricordi arabici della

Sicilia nel decimo e duodecimo secolo.[1182] Picciola e comoda moneta

come gli odierni cinque franchi d'oro, coniata tuttavia sotto i Normanni

con leggende arabiche, e chiamata _tari_ in un diploma greco, e _tareni_

nelle croniche e carte latine di quel tempo.[1183]

Il commercio musulmano di Sicilia, non che mantener suoi _robâ'i_

nell'isola sotto la dominazione normanna, avea costretto ad usarli, fin

dai principii del decimo secolo, Napoli, Salerno, Amalfi; ed a batterne

in casa propria, ed anteporli a tutt'altro conio. I diplomi latini di

Napoli di quel secolo portan le vendite in solidi bizantini e più spesso

in _tari_,[1184] dei quali quattro faceano un solido bizantino, ch'era

lo stesso del dinâr arabo. Dai medesimi atti si rileva che i solidi

scarseggiavano o mancavan del tutto alla metà del secolo, ancorchè

sempre si notassero come moneta legale; e che rimanea quasi solo conio

corrente d'oro il _tari_.[1185] Da un'altra mano i musei del regno di

Napoli ci mostrano quartigli d'oro della stessa forma e peso di que' di

Sicilia, col nome del califo fatemita Moezz (953-975); se non che

comparisce la mano straniera, al cufico men franco, e la lega men buona,

e si mostra talvolta alla scoperta, aggiugnendo in mezzo dell'impronta

arabica “Salerno” e altre lettere latine: e perfino stampò la croce tra

le sentenze unitarie dei Fatemiti, o scrisse sul dritto il nome di

Gisulfo principe di Salerno (1052-1076) e sul rovescio quel di Moezz

morto un secolo innanzi.[1186] Parmi non cada in dubbio che i tari dei

diplomi napoletani fossero appunto i _robâ'i_ di Sicilia, e le copie più

o men fedeli che se ne faceano nell'Italia meridionale. La voce tari,

ignota di là del Garigliano, ignota nelle altre province bizantine, si

accosta per articolazioni ed accento a _dirhem_ o _dirhim_ pronunziata

velocemente dagli Arabi _trihm_,[1187] ed al plurale _terâhîm_ o

_trâhîm_ e _trâhî_, mangiandosi l'ultima consonante e battendo l'accento

sull'_ì_. Le bocche italiane ne fecero _tari_. Nè questa è conghiettura,

ove si ricordi il _tari_ denominazione di peso, che risponde senza

dubbio al _dirhem_, il quale gli eruditi di Sicilia scrissero

_tari-peso_, ma il popolo credo l'abbia detto sempre _trappeso_,

rendendo nella prima sillaba la volgare pronunzia arabica.[1188] Così i

Napoletani e i Siciliani del medio evo ripigliavano dagli Arabi il

vocabolo _drachma_, che quelli aveano tolto dai Bizantini e mutato in

_dirhem_.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 30 / 62 题