Copiose abbiam visto le sorgenti della ricchezza; coltivati i comodi
sociali; svegliati ingegni vaghi di scienze e d'ogni maniera di lettere;
gli uomini ad uno ad uno non mentire al valor del sangue arabico, greco
nè italico, non ignorar arte nè stromento di guerra che appartenesse a
que' tempi. Costumi tra buoni e tristi: da un lato, invidia, avarizia,
abbominazioni di taluno, stravizi di tal altro, ma l'universale
condannarli; dall'altro lato, carità di figliuoli, costanti amicizie,
liberalità, alti e generosi spiriti, raggi d'amore che balenavano fin
entro le mura degli harem; talchè soli vizii profondi della società
musulmana di Sicilia compariscon due: la violenza e il sospetto. Nè era
menomata di certo la fede musulmana in Sicilia, dove non prevalsero
scuole scettiche, non si udirono scismi, non sètte _kharegite_, nè
fanatismo di casa d'Ali: allegri giovani beveano, dilettavansi di canti
e suoni e balli, e poi se ne pentivano; più numero assai di devoti
praticava e predicava la rigorosa disciplina, la vita ascetica, e fin le
follie sufite. Il qual doppio egoismo dei gaudenti e degli asceti,
inevitabil fatto in certe religioni, va noverato tra i sintomi non tra
le cause della tabe che consumava la Sicilia, come ogni altra colonia
arabica, senz'eccettuarne veruna. Tabe nel vincolo dello stato; quando i
corpuscoli sociali non stanno insieme per amor di patria nè forza di
comando, ma ciascun fa per sè. Dicemmo già come l'impero arabico nacque
con tal germe d'immatura morte: per l'indole dei conquistatori,
l'imperfetta assimilazione dei popoli vinti, l'immobilità delle leggi,
la necessità e impotenza insieme del dispotismo, i mercenarii stranieri,
l'ordinamento aristocratico dei giund, la confusa democrazia municipale,
le consorterie per le multe del sangue: anarchia generale sotto
sembianza di assoluta unità religiosa e politica. Indi s'era scisso il
califato; i pezzi s'erano rinfranti; gli sminuzzoli, nello undecimo
secolo, si trituravano; e pur la forza dissolvente non restava di
commuovere e rimescolare quegli atomi di polvere. La Sicilia, spartita
tra la _gemâ_ di Palermo, Ibn-Hawwasci, Ibn-Meklâti, ed Ibn-Menkût,
perseverò nella discordia sino all'ultimo compimento del conquisto
normanno, sendo aggravato il vizio delle istituzioni dalla diversità
delle genti. A levante, popolazioni cristiane soggette a nobiltà
arabica; nel centro, le plebi di Siciliani convertiti all'islam; a
ponente, la cittadinanza delle grosse terre; tramezzati in tutto questo
rimasugli di Berberi di non so quante immigrazioni, e rifuggiti arabi
d'Affrica e di Spagna. Era proprio la mano simboleggiata da Ibn-Hamdîs,
la quale nell'ora del pericolo non potè impugnare la spada.
Ai fomenti di discordia s'aggiugnea l'ambizione di Moezz-ibn-Badîs e il
subito danno che la distrusse, il contraccolpo del quale si risenti
necessariamente in Sicilia. Appunto alla metà dell'undecimo secolo,
passarono in quel ch'è oggi lo stato di Tunis gli Arabi che desolarono e
ripopolarono l'Affrica settentrionale, ov'era assottigliata e snervata
la schiatta dei primi conquistatori. La causa della quale irruzione fu
che Moezz, disdetta l'autorità pontificale de' Fatemiti, avea gridato il
nome dei califi di Bagdad; onde il ministro Iazuri, che tenea la somma
delle cose al Cairo, non potendo ripigliare la provincia con le armi, la
volle inondare di masnadieri: indettò le tribù beduine di Hilâl e
Soleim, ospiti infestissimi dell'Alto Egitto; dispensò a ciascuno un
mantello e un dinâr d'oro; e scaraventolli a ponente del Nilo (1051). Ed
entro sei anni aveano compiuta l'opera; sospinto Moezz all'estrema riva
del mare, su li scogli di Mehdia inespugnabili, dond'ei comandava molto
dubbiamente a qualche città della costiera mercè l'armata e gli schiavi
assoldati.[1533] In questa guerra gli Arabi saccheggiarono il Kairewân
(novembre 1057), i cui cittadini si rifuggivano chi nelle parti più
occidentali d'Affrica, chi in Spagna e chi in Sicilia.[1534]
Precipitando per tal modo le cose di Moezz, veggiam calare in Sicilia la
fazione che s'era affidata a lui nel principio della guerra civile, gli
si era poi volta contro (1040), e non mi sembra inverosimile che avesse
rannodato le pratiche, afforzata ch'essa fu a Castrogiovanni e Girgenti
con Ibn-Hawwasci.
Ma cacciato di Palermo Simsâm e poi spento, par che la repubblica di
Palermo ed altri grossi municipii venuti in sospetto di quelle pratiche
si collegassero con la parte dei nobili a danno d'Ali-ibn-Hawwasci.
Perchè allor si destava novella tempesta in Sicilia;[1535] sorgeva
improvvisamente capo di parte un Mohammed-ibn-Ibrahim-ibn-Thimna, dei
principali ottimati, se leggiam bene un luogo d'Ibn-Khaldûn,[1536] certo
non uscito di sangue plebeo,[1537] insignoritosi di Siracusa, non si sa
come nè quando, nè se quella fosse sua patria. Ibn-Thimna, assalito
Ibn-Meklati, _kâid_ di Catania, che avea sposata la Meimuna sorella
d'Ali-ibn-Hawwasci, lo debellò, gli tolse la vita, lo stato e la donna;
e, dopo i termini legali di vedovanza, chiese ed ottenne la man di lei
dal fratello. Donde è chiaro che il signor di Castrogiovanni non ebbe
poter d'aiutare il cognato confederato suo di certo, nè di ricusar la
sorella all'uccisore. Nel medesimo tempo finisce ogni ricordo dei
Beni-Menkût, signori della punta occidentale dell'isola. La più parte
dell'isola obbedì a Ibn-Thimna, che osò prendere il medesimo titolo d'un
califo di Bagdad[1538] _Kâdir-billah_, o diremmo “Possente per grazia di
Dio;” e in Palermo si fece la _Khotba_ per lui.[1539] È verosimile che
la _gemâ'_ gli abbia dato nella capitale un'autorità di nome; bensì
l'abbia aiutato all'impresa di Catania e altre città marittime col
navilio, il quale non si armò mai altrove che in Palermo. Si ristorava
così un'apparente unità di comando di guerra, se mai la Sicilia fosse
assalita. Suppongo compiute queste vicende il millecinquantatrè dell'era
cristiana, quando Moezz era con l'acqua alla gola; ritraendosi che il
quattrocentoquarantacinque dell'egira (1053-4), mandato da lui il
navilio a ridurre Susa che gli s'era ribellata, trovò in que' mari
l'armata del _Sâheb_ di Sicilia, e temendola ostile diè di volta.[1540]
La quale denominazione di _Sâheb_ s'adatta a Ibn-Thimna e non meno la
nimistà contro casa zîrita.
Durò quanto potea la concordia tra i due capi di parti, l'uno
vittorioso, sciolto d'ogni timor di fuori, l'altro umiliato; rivolti
entrambi ad avvantaggiarsi con la forza neutrale ch'erano i municipii.
Il parentado diè occasione a scoprir nuovamente la nimistà. Meimuna,
donna d'indole altera, pronto ingegno e lingua troppo più pronta, solea
bisticciarsi col marito; il quale forse non l'amava nè ella lui, forse
rinfacciava l'indole plebea alla figliuola del Demagogo. Una sera
Ibn-Thimna, acceso dal vino, ricomincia i piati domestici, trascorre
alle villanie; Meimuna gliene dà di rimando; e il feroce ubbriaco, come
se avesse letto i fasti di Caligola o di Nerone, le fa segar le vene
d'ambo le braccia. Ma un figliuolo di lui per nome Ibrahim accorreva a
tempo, chiamava i medici, ed arrestavano il sangue; si che la dimane
rientrato in sè Ibn-Thimna, andò a scusarsi dei furori dell'ebbrezza, e
Meimuna fe sembiante di perdonarlo. Dopo onesto spazio di tempo, ella il
pregava le concedesse di rivedere i parenti; quegli, o non sospettando
non curandola, o ch'ei cercasse pretesto d'attaccare briga con
Ibn-Hawwasci, le diè licenza; mandolla con onorevole scorta e ricchi
presenti a Castrogiovanni. Contò allora il caso al fratello; quei le
giurò che mai non la rimanderebbe all'efferato signore. Indi Ibn-Thimna
a rivendicar i diritti di marito e di re, a minacciare quel che tenea
vassallo e plebeo: ma Ibn-Hawwasci non si spuntò dal niego; ed entrambi
apparecchiarono le armi.
Ibn-Thimna movea all'assedio di Castrogiovanni; l'altro gli uscì
all'incontro; lacerò a brani a brani l'esercito nemico, dicon gli
annali, e lo inseguì fin presso Catania con grandissima uccisione. Se
prima o dopo della sconfitta non si sa, la Sicilia tutta da Catania,
qualche altra città all'infuori, prestava obbedienza al vincitore, anche
Palermo. Indi si scorge che la cittadinanza della capitale e delle città
maggiori, la quale avea deciso altre fiate i litigi tra le due parti,
gittandosi or con l'una or con l'altra, compiè quest'altra rivoluzione a
favor d'Ibn-Hawwasci. E in vero, dileguato il timore delle armi di
Moezz, il capo dei gentiluomini avea dovuto aggravar la mano su la
cittadinanza al par che su la parte siciliana, e provarsi a prender in
quelle regioni dell'isola l'autorità, della quale non godeva altro che
il nome. Il terzo partito dunque, com'or si chiama, lo messe giù al par
di Akhal, del figliuolo di Moezz e di Simsâm. Ibn-Thimna condotto agli
estremi, si ricordò che v'erano in Sicilia e in Calabria i Cristiani.
Pratiche s'erano cominciate al certo tra gli uni e gli altri fin quando
si videro sventolare da Messina su l'altra sponda dello Stretto le
gloriose bandiere normanne. Il signor musulmano si cacciò, traditore a
sua schiatta e religione, tra le sante trame di chi volea scuotere il
giogo: corse a Mileto offerendo la Sicilia al conte Ruggiero, con la
solita speranza ch'ei la conquistasse per fargliene dono.[1541]