Siam pervenuti adesso al tratto più oscuro di queste istorie. Dopo la
esaltazione dell'emiro Iûsuf gli annali arabici della Sicilia cambiano
stile; le sorgenti impoveriscono; e pur si tien dietro al racconto sino
alla occupazione di Moezz.[1015] La guerra di Maniace, passata sotto
silenzio dai Musulmani, si ritrae tanto o quanto dai nemici loro. Ma nei
venti anni che corsero tra la cacciata dei Moezziani e la sconfitta
d'Ibn-Thimna, il nesso degli avvenimenti si spezza; appena v'ha un cenno
dell'anarchia seguíta in Sicilia, e più lungo racconto dell'ingiuria di
Meimûna che affrettò l'ultima catastrofe. Le notizie biografiche degli
uomini di lettere, ancorchè abbondino in quel tempo, dan poco lume su la
storia politica. È forza dunque aiutarci a conghietture; adoprare spesso
quella forma dubitativa sì spiacente nella storia, sì audacemente
scansata dai maestri antichi, per amor dell'arte.
Spento Akhal, rimasa la Sicilia ad arbitrio d'Abd-Allah-ibn-Moezz, ed
assalita al medesimo tempo da Maniace; non è dubbio che Moezz, per
difendere il nuovo acquisto v'abbia mandato d'Affrica quante forze ei
potea. Torme di Berberi, dunque, amiche e non amiche a casa zîrita,
adescate con un po' di denaro e molte speranze; masnadieri senza
disciplina, di quei che dieci anni dopo, assaliti in casa loro dagli
Arabi d'oltre Nilo, spulezzarono trentamila contro tremila alla prima
battaglia.[1016] Non fecero miglior prova nella giornata di Traina,
mescolati con gli Arabi di Sicilia, ch'eran tratti a forza, e lor
cominciava a puzzare la dominazione affricana. La strana fuga
d'Abd-Allah di fianco verso la marina e indi per nave a Palermo,
dimostra l'esercito, non che scompigliato, ammutinato, minacciante
l'infelice capitano. Senza ciò, per codardo e inesperto che fosse
costui, spronava per la più corta alla capitale, con la speranza di
rannodare le genti, in tre o quattro giornate di cammino tra castella e
luoghi fortissimi per natura.
Scoppiaron al certo dopo la rotta di Traina nelle milizie siciliane,
nella cittadinanza di Palermo e d'altri luoghi del Val di Mazara, le
querele che gli annali arabici portan dopo la morte di Akhal, senza
l'appunto del tempo, luogo e causa prossima;[1017] ma v'ha quella stampa
di costernazione d'un popolo che vegga il subisso. Altercavano i
Musulmani di Sicilia, avversarii e partigiani di Moezz, rinfacciandosi
reciprocamente: “Voleste mettervi in casa gli stranieri! Per dio! che
l'è finita bella: ecco il frutto dell'opera vostra![1018]” E pentiti gli
uni e gli altri, si univano ai danni d'Abd-Allah. Si venne al sangue in
Palermo, col presidio o con alcuna schiera leale che tornasse di Traina:
il figliuolo di Moezz, perduti ottocent'uomini[1019] nella zuffa, si
gittò coi rimagnenti su l'armata; e scampò in Affrica. I sollevati
rifecero emiro Hasan, soprannominato _Simsâm_ o _Simsâm-ed-Dawla_
(Brando dell'Impero), fratello di Akhal;[1020] forse quel desso che
cinque anni innanzi s'era ribellato coi Siciliani contro il fratello.
A salto a salto, gli annali arabici continuano dopo la esaltazione di
Simsâm, che la Sicilia si sconquassò; ch'uomini di vil condizione, di
qua, di là, detter di piglio al comando.[1021] Il _Kâid_
Abd-Allah-ibn-Menkût s'insignoriva di Trapani, Marsala, Mazara, Sciacca
e di tutte le pianure occidentali; il _Kâid_ Ali-ibn-Ni'ma,
soprannominato Ibn-Hawwâsci, di Girgenti, Castrogiovanni e Castronovo
con lor distretti.[1022] La costiera settentrionale e l'orientale,
ch'abbandonaron ultima i Bizantini, par abbian seguíta la sorte di
Palermo;[1023] se non che il _Kâid_ Ibn-Meklâti occupò Catania qualche
anno appresso.[1024] La capitale si resse a nome di Simsâm; poi lo
cacciò via; e gli sceikhi, ch'è a dire i notabili municipali, presero lo
stato.[1025] Questo fu il primo periodo dell'anarchia, cominciato con la
cacciata di Abd-Allah-ibn Moezz il quattrocentotrentuno (22 settembre
1039 a 9 settembre 1040), chiuso con la deposizione di Simsâm, com'e'
pare, l'anno quattrocentoquarantaquattro (2 maggio 1052 a 21 aprile
1053) che una cronologia assegna a termine della dinastia kelbita di
Sicilia.[1026]
Si narra che nel medesimo tempo, l'anno al giusto non sappiamo,
combattuta Malta dai Bizantini, ridotti i Musulmani a tale, che il
nemico volea da loro tutte le facoltà e le donne; ragunaronsi,
considerarono il numero degli schiavi ecceder quello degli uomini
liberi; e trassero l'ultimo dado. Profferiscono alli schiavi
l'emancipazione e il partaggio dei beni, s'e' vogliono armarsi coi
padroni e tutti insieme vincere e godersi la libertà, o morire. A che
assentendo gli schiavi, gli uni e gli altri in una sola falange fecero
impeto su i Bizantini; li ruppero e cacciarono dall'isola: e dopo la
vittoria si compiè la riforma promessa; il nuovo popolo di Malta si
ordinò con sì bella concordia, e indi tanta forza in picciola massa, che
i Cristiani non osarono assalirlo mai più. Scrivea così un
contemporaneo; al quale si potrebbe credere cotesto esempio di felice
prudenza senza accettarne tutti i particolari. I nemici erano al certo
schiera spiccata dall'esercito di Maniace. Il partito fu preso
pubblicamente quando i Bizantini occupate le campagne di Malta
strignessero d'assedio la città; o piuttosto nacque in una cospirazione
dei Musulmani, soggiogati innanzi il mille quaranta, e sollevatisi
appresso, ad esempio della Sicilia.[1027]
Dove la cacciata dei Bizantini avea dato anco la pinta all'ordine
sociale ingiusto e mal fermo, surto dal conquisto musulmano; ma
nell'isola piccina lo si racconciò patriarcalmente con una riforma;
nell'isola grande gli elementi più complicati, diversi secondo le
regioni ed aizzati già dalla guerra civile, non potendo accordarsi,
scissero il paese in più Stati. A misura che sgombravano i Bizantini, i
Musulmani sottentrarono confusamente. Qui la moltitudine occupò senza
trar colpo il castello afforzato e poscia abbandonato dal nemico; là
avventossi contro picciol presidio e fecelo in pezzi; a tal altro luogo
corse una frotta di disertori berberi dell'esercito di Moezz, o uno
stuolo di _giund_ siciliano con la bandiera di Simsâm o senza. Così
dobbiamo affigurarci il racquisto della più parte dell'isola, che i
Musulmani credean fare di propria virtù, ed era la stoltezza della corte
bizantina, la quale gittò in carcere Maniace; era la mente d'Ardoino e
la spada delle compagnie italiane e normanne che sbarattavano le schiere
greche, come ripassavano il Faro ad una ad una. I legami tra capitale e
province spezzati dalla occupazione bizantina; quei degli antichi
Musulmani coi nuovi, ossia dei nobili coi popolani, spezzati dalle arti
d'Akhal e dal mutare e rimutare i _giund_ per sei anni continui,[1028]
le plebi corse alle armi, fatte conquistatrici ciascuna dassè; i corpi
franchi di Berberi; la rabbia di Siciliani ed Affricani ridesta
necessariamente quando fu scosso il giogo zîrita; quello scompaginamento
sociale; quell'autorità monarchica rimessa su in un tumulto senza forze
proprie nè entrate, toglieano ai Kelbiti ogni modo di rassettare la cosa
pubblica. La sconfitta di Simsâm, o certo dello esercito sotto le mura
di Messina,[1029] dileguò la speranza se alcuna ne rimanea. L'emiro che
i Bizantini dicono ucciso, e per sua sventura nol fu, perdè allora il
solo dritto che dà comando nelle rivoluzioni. Che sperar, che temere di
lui? Lo stormo delli sbaragliati si sparpagliò per tutta l'isola: ognuno
s'acconciò in casa propria o nell'altrui, non essendovi forza maggiore
che lo respingesse. Questo significano in loro stile gli annali arabici,
dei quali abbiam dato il tenore.
Come in natura ogni più strano disordine è ordinato in sè stesso secondo
le eterne leggi della materia, così in quel ribollir di tutte le genti
che altre vicende avean cacciato insieme in Sicilia, nacquero varii
grumi: e ciascuno fece uno stato; e in ciascuno si scopre l'affinità
degli elementi che gli davano principio. Lo stato del centro, di cui fu
capitale Castrogiovanni, erano territorii agricoli fatti da lunghissimo
tempo musulmani; sì che v'era accaduta la vicenda del menomarsi la
nobiltà militare, dileguarsi i vassalli cristiani e crescere i popolani
dell'antica schiatta; la parte Siciliana come si era chiamata in
principio dalla guerra civile. Onde vi prevalsero que' che le croniche
appellano uomini di vil condizione, finchè un se ne fece signore:
Ibn-Hawwasci, “Il Demagogo,” schiavo, liberto plebeo.[1030] Questo stato
vincea di potenza ogni altro dell'isola; come si vedrà negli avvenimenti
che seguono per quarant'anni. Ibn-Menkût, messo negli annali a capolista
degli uomini ignobili che vengon su nella rivoluzione, comanda nella
punta occidentale, paese marittimo, sede di antiche colonie arabiche e
però di molta cittadinanza d'origine musulmana. Quivi la popolazione
sta, o tentenna, tra le due fazioni affricana e siciliana, o vogliam dir
nobile e plebea: onde v'ha poco divario con la cittadinanza palermitana;
e non guari dopo sparisce questo stato d'Ibn-Menkût, attirato da Palermo
o da Castrogiovanni. Palermo fa parte dassè. La costiera orientale,
abitata la più parte da vassalli cristiani, obbedisce a Simsâm e poscia
al capo della nobiltà,[1031] e veggiamo i nobili prevalere nella più
illustre città di quelle parti;[1032] e la seconda ch'era Catania,
tenersi pria dal condottiere berbero Ibn-Meklâti, ma sottomettersi al
signor di tutta la regione orientale. In vero Ibn-Meklâti, con que' suoi
titoli di “Base dell'Impero” e ciambellan del Sultano, rassomiglia a
governatore di provincia per Simsâm.[1033] Guerrier di ventura, sia
delle antiche colonie berbere, sia disertore dell'esercito moezziano,
cacciatosi tra le turbolenze della Sicilia, salito in favor della corte;
dopo il naufragio della quale si provò ad afferrare la tavola ch'avea
presso. Le divisioni tornano dunque a tre: nobiltà militare, popolo
delle province, e cittadinanza della capitale.
Avendo detto abbastanza delle due prime,[1034] ci rimane ad investigar
gli umori di parte in Palermo. Ab antico, vi prevalse come
notammo,[1035] la nobiltà, cui seguivano docilmente popolo e plebe
difendendo le franchigie coloniali. Cresciuto il popolo di numero,
facoltà e lumi, gli rincrebbe la licenza aristocratica; applaudì al
primo emir kelbita che la raffrenava: la _gemâ'_, nella quale veniano
mancando i nobili proscritti e sottentravano i giuristi popolani,
tendea, come un tempo quella di Kairewân, alla costituzione dei primi
califi sotto un principe elettivo; quella via di mezzo di libertà, che
la turbolenta schiatta arabica smarrì in brev'ora e non potè ritrovarla
mai più. Quando la discordia tra nobili e popolo fu matura, quand'Akhal
mutò la base del principato dal popolo nei nobili, si parteggiò forse
nella capitale, ov'eran ambo gli elementi, e il popolare ch'era il più
forte prevalse: come il mostrano quelle soldatesche chiamate dal
principe, quell'assedio di ch'egli fu stretto nella Khalesa, ch'è a dir
la Metropoli rivolta contro la cittadella che i Fatemiti le avean
piantato in seno. Palermo ubbidì al figliuolo di Moezz per difender lo
stato dai Bizantini; lo scacciò quando s'accorse che sapeva opprimere ma
non difendere; e ristorò il principato kelbita sola áncora di salvezza
in quella tempesta. La _gemâ'_ di Palermo par abbia tenuto il cammin
dritto, mentre guazzavano nell'anarchia le altre popolazioni a ponente
dal Salso: contadini e cittadini delle città minori, dove sogliono
essere più stizzose le ire, più procaci gli uomini rozzi, men chiari
alla vista gli interessi pubblici. In particolare vi si dovea coltivar
meno lo studio del dritto che racchiude ogni idea politica dei
Musulmani;[1036] e la schiatta siciliana, assai meno mescolata con
l'arabica, le si dovea mostrare più ostile.
Per qual vicenda fosse cacciato Simsâm di Palermo si ignora. Ma la
Sicilia centrale era perduta; la regione di levante obbediva forse di
nome; questo “Brando dell'impero” non era uom di guerra nè di stato, e
volle far troppo il re in Palermo, o parve inutile impaccio alla
_gemâ'_. Gli dissero dunque di andarsene con Dio, e vollero provare la
repubblica; se pur non aveano esaltato e deposto, tra i Kelbiti e la
repubblica, un principe che regnasse qualche anno o qualche mese,
Abd-er-Rahman-ibn-Lûlû, soprannominato _Sceikh-ed-Dawla_ (Anziano
dell'Impero) che rifuggissi in Egitto.[1037] Si vedrà nell'ultimo
capitolo, come la capitale, bramosa tuttavia di ricomporre lo stato,
abbia promosso o accettato un re novello di schiatta nobile; il quale
finì peggio dei predecessori.