CAPITOLO XII.

Siam pervenuti adesso al tratto più oscuro di queste istorie. Dopo la

esaltazione dell'emiro Iûsuf gli annali arabici della Sicilia cambiano

stile; le sorgenti impoveriscono; e pur si tien dietro al racconto sino

alla occupazione di Moezz.[1015] La guerra di Maniace, passata sotto

silenzio dai Musulmani, si ritrae tanto o quanto dai nemici loro. Ma nei

venti anni che corsero tra la cacciata dei Moezziani e la sconfitta

d'Ibn-Thimna, il nesso degli avvenimenti si spezza; appena v'ha un cenno

dell'anarchia seguíta in Sicilia, e più lungo racconto dell'ingiuria di

Meimûna che affrettò l'ultima catastrofe. Le notizie biografiche degli

uomini di lettere, ancorchè abbondino in quel tempo, dan poco lume su la

storia politica. È forza dunque aiutarci a conghietture; adoprare spesso

quella forma dubitativa sì spiacente nella storia, sì audacemente

scansata dai maestri antichi, per amor dell'arte.

Spento Akhal, rimasa la Sicilia ad arbitrio d'Abd-Allah-ibn-Moezz, ed

assalita al medesimo tempo da Maniace; non è dubbio che Moezz, per

difendere il nuovo acquisto v'abbia mandato d'Affrica quante forze ei

potea. Torme di Berberi, dunque, amiche e non amiche a casa zîrita,

adescate con un po' di denaro e molte speranze; masnadieri senza

disciplina, di quei che dieci anni dopo, assaliti in casa loro dagli

Arabi d'oltre Nilo, spulezzarono trentamila contro tremila alla prima

battaglia.[1016] Non fecero miglior prova nella giornata di Traina,

mescolati con gli Arabi di Sicilia, ch'eran tratti a forza, e lor

cominciava a puzzare la dominazione affricana. La strana fuga

d'Abd-Allah di fianco verso la marina e indi per nave a Palermo,

dimostra l'esercito, non che scompigliato, ammutinato, minacciante

l'infelice capitano. Senza ciò, per codardo e inesperto che fosse

costui, spronava per la più corta alla capitale, con la speranza di

rannodare le genti, in tre o quattro giornate di cammino tra castella e

luoghi fortissimi per natura.

Scoppiaron al certo dopo la rotta di Traina nelle milizie siciliane,

nella cittadinanza di Palermo e d'altri luoghi del Val di Mazara, le

querele che gli annali arabici portan dopo la morte di Akhal, senza

l'appunto del tempo, luogo e causa prossima;[1017] ma v'ha quella stampa

di costernazione d'un popolo che vegga il subisso. Altercavano i

Musulmani di Sicilia, avversarii e partigiani di Moezz, rinfacciandosi

reciprocamente: “Voleste mettervi in casa gli stranieri! Per dio! che

l'è finita bella: ecco il frutto dell'opera vostra![1018]” E pentiti gli

uni e gli altri, si univano ai danni d'Abd-Allah. Si venne al sangue in

Palermo, col presidio o con alcuna schiera leale che tornasse di Traina:

il figliuolo di Moezz, perduti ottocent'uomini[1019] nella zuffa, si

gittò coi rimagnenti su l'armata; e scampò in Affrica. I sollevati

rifecero emiro Hasan, soprannominato _Simsâm_ o _Simsâm-ed-Dawla_

(Brando dell'Impero), fratello di Akhal;[1020] forse quel desso che

cinque anni innanzi s'era ribellato coi Siciliani contro il fratello.

A salto a salto, gli annali arabici continuano dopo la esaltazione di

Simsâm, che la Sicilia si sconquassò; ch'uomini di vil condizione, di

qua, di là, detter di piglio al comando.[1021] Il _Kâid_

Abd-Allah-ibn-Menkût s'insignoriva di Trapani, Marsala, Mazara, Sciacca

e di tutte le pianure occidentali; il _Kâid_ Ali-ibn-Ni'ma,

soprannominato Ibn-Hawwâsci, di Girgenti, Castrogiovanni e Castronovo

con lor distretti.[1022] La costiera settentrionale e l'orientale,

ch'abbandonaron ultima i Bizantini, par abbian seguíta la sorte di

Palermo;[1023] se non che il _Kâid_ Ibn-Meklâti occupò Catania qualche

anno appresso.[1024] La capitale si resse a nome di Simsâm; poi lo

cacciò via; e gli sceikhi, ch'è a dire i notabili municipali, presero lo

stato.[1025] Questo fu il primo periodo dell'anarchia, cominciato con la

cacciata di Abd-Allah-ibn Moezz il quattrocentotrentuno (22 settembre

1039 a 9 settembre 1040), chiuso con la deposizione di Simsâm, com'e'

pare, l'anno quattrocentoquarantaquattro (2 maggio 1052 a 21 aprile

1053) che una cronologia assegna a termine della dinastia kelbita di

Sicilia.[1026]

Si narra che nel medesimo tempo, l'anno al giusto non sappiamo,

combattuta Malta dai Bizantini, ridotti i Musulmani a tale, che il

nemico volea da loro tutte le facoltà e le donne; ragunaronsi,

considerarono il numero degli schiavi ecceder quello degli uomini

liberi; e trassero l'ultimo dado. Profferiscono alli schiavi

l'emancipazione e il partaggio dei beni, s'e' vogliono armarsi coi

padroni e tutti insieme vincere e godersi la libertà, o morire. A che

assentendo gli schiavi, gli uni e gli altri in una sola falange fecero

impeto su i Bizantini; li ruppero e cacciarono dall'isola: e dopo la

vittoria si compiè la riforma promessa; il nuovo popolo di Malta si

ordinò con sì bella concordia, e indi tanta forza in picciola massa, che

i Cristiani non osarono assalirlo mai più. Scrivea così un

contemporaneo; al quale si potrebbe credere cotesto esempio di felice

prudenza senza accettarne tutti i particolari. I nemici erano al certo

schiera spiccata dall'esercito di Maniace. Il partito fu preso

pubblicamente quando i Bizantini occupate le campagne di Malta

strignessero d'assedio la città; o piuttosto nacque in una cospirazione

dei Musulmani, soggiogati innanzi il mille quaranta, e sollevatisi

appresso, ad esempio della Sicilia.[1027]

Dove la cacciata dei Bizantini avea dato anco la pinta all'ordine

sociale ingiusto e mal fermo, surto dal conquisto musulmano; ma

nell'isola piccina lo si racconciò patriarcalmente con una riforma;

nell'isola grande gli elementi più complicati, diversi secondo le

regioni ed aizzati già dalla guerra civile, non potendo accordarsi,

scissero il paese in più Stati. A misura che sgombravano i Bizantini, i

Musulmani sottentrarono confusamente. Qui la moltitudine occupò senza

trar colpo il castello afforzato e poscia abbandonato dal nemico; là

avventossi contro picciol presidio e fecelo in pezzi; a tal altro luogo

corse una frotta di disertori berberi dell'esercito di Moezz, o uno

stuolo di _giund_ siciliano con la bandiera di Simsâm o senza. Così

dobbiamo affigurarci il racquisto della più parte dell'isola, che i

Musulmani credean fare di propria virtù, ed era la stoltezza della corte

bizantina, la quale gittò in carcere Maniace; era la mente d'Ardoino e

la spada delle compagnie italiane e normanne che sbarattavano le schiere

greche, come ripassavano il Faro ad una ad una. I legami tra capitale e

province spezzati dalla occupazione bizantina; quei degli antichi

Musulmani coi nuovi, ossia dei nobili coi popolani, spezzati dalle arti

d'Akhal e dal mutare e rimutare i _giund_ per sei anni continui,[1028]

le plebi corse alle armi, fatte conquistatrici ciascuna dassè; i corpi

franchi di Berberi; la rabbia di Siciliani ed Affricani ridesta

necessariamente quando fu scosso il giogo zîrita; quello scompaginamento

sociale; quell'autorità monarchica rimessa su in un tumulto senza forze

proprie nè entrate, toglieano ai Kelbiti ogni modo di rassettare la cosa

pubblica. La sconfitta di Simsâm, o certo dello esercito sotto le mura

di Messina,[1029] dileguò la speranza se alcuna ne rimanea. L'emiro che

i Bizantini dicono ucciso, e per sua sventura nol fu, perdè allora il

solo dritto che dà comando nelle rivoluzioni. Che sperar, che temere di

lui? Lo stormo delli sbaragliati si sparpagliò per tutta l'isola: ognuno

s'acconciò in casa propria o nell'altrui, non essendovi forza maggiore

che lo respingesse. Questo significano in loro stile gli annali arabici,

dei quali abbiam dato il tenore.

Come in natura ogni più strano disordine è ordinato in sè stesso secondo

le eterne leggi della materia, così in quel ribollir di tutte le genti

che altre vicende avean cacciato insieme in Sicilia, nacquero varii

grumi: e ciascuno fece uno stato; e in ciascuno si scopre l'affinità

degli elementi che gli davano principio. Lo stato del centro, di cui fu

capitale Castrogiovanni, erano territorii agricoli fatti da lunghissimo

tempo musulmani; sì che v'era accaduta la vicenda del menomarsi la

nobiltà militare, dileguarsi i vassalli cristiani e crescere i popolani

dell'antica schiatta; la parte Siciliana come si era chiamata in

principio dalla guerra civile. Onde vi prevalsero que' che le croniche

appellano uomini di vil condizione, finchè un se ne fece signore:

Ibn-Hawwasci, “Il Demagogo,” schiavo, liberto plebeo.[1030] Questo stato

vincea di potenza ogni altro dell'isola; come si vedrà negli avvenimenti

che seguono per quarant'anni. Ibn-Menkût, messo negli annali a capolista

degli uomini ignobili che vengon su nella rivoluzione, comanda nella

punta occidentale, paese marittimo, sede di antiche colonie arabiche e

però di molta cittadinanza d'origine musulmana. Quivi la popolazione

sta, o tentenna, tra le due fazioni affricana e siciliana, o vogliam dir

nobile e plebea: onde v'ha poco divario con la cittadinanza palermitana;

e non guari dopo sparisce questo stato d'Ibn-Menkût, attirato da Palermo

o da Castrogiovanni. Palermo fa parte dassè. La costiera orientale,

abitata la più parte da vassalli cristiani, obbedisce a Simsâm e poscia

al capo della nobiltà,[1031] e veggiamo i nobili prevalere nella più

illustre città di quelle parti;[1032] e la seconda ch'era Catania,

tenersi pria dal condottiere berbero Ibn-Meklâti, ma sottomettersi al

signor di tutta la regione orientale. In vero Ibn-Meklâti, con que' suoi

titoli di “Base dell'Impero” e ciambellan del Sultano, rassomiglia a

governatore di provincia per Simsâm.[1033] Guerrier di ventura, sia

delle antiche colonie berbere, sia disertore dell'esercito moezziano,

cacciatosi tra le turbolenze della Sicilia, salito in favor della corte;

dopo il naufragio della quale si provò ad afferrare la tavola ch'avea

presso. Le divisioni tornano dunque a tre: nobiltà militare, popolo

delle province, e cittadinanza della capitale.

Avendo detto abbastanza delle due prime,[1034] ci rimane ad investigar

gli umori di parte in Palermo. Ab antico, vi prevalse come

notammo,[1035] la nobiltà, cui seguivano docilmente popolo e plebe

difendendo le franchigie coloniali. Cresciuto il popolo di numero,

facoltà e lumi, gli rincrebbe la licenza aristocratica; applaudì al

primo emir kelbita che la raffrenava: la _gemâ'_, nella quale veniano

mancando i nobili proscritti e sottentravano i giuristi popolani,

tendea, come un tempo quella di Kairewân, alla costituzione dei primi

califi sotto un principe elettivo; quella via di mezzo di libertà, che

la turbolenta schiatta arabica smarrì in brev'ora e non potè ritrovarla

mai più. Quando la discordia tra nobili e popolo fu matura, quand'Akhal

mutò la base del principato dal popolo nei nobili, si parteggiò forse

nella capitale, ov'eran ambo gli elementi, e il popolare ch'era il più

forte prevalse: come il mostrano quelle soldatesche chiamate dal

principe, quell'assedio di ch'egli fu stretto nella Khalesa, ch'è a dir

la Metropoli rivolta contro la cittadella che i Fatemiti le avean

piantato in seno. Palermo ubbidì al figliuolo di Moezz per difender lo

stato dai Bizantini; lo scacciò quando s'accorse che sapeva opprimere ma

non difendere; e ristorò il principato kelbita sola áncora di salvezza

in quella tempesta. La _gemâ'_ di Palermo par abbia tenuto il cammin

dritto, mentre guazzavano nell'anarchia le altre popolazioni a ponente

dal Salso: contadini e cittadini delle città minori, dove sogliono

essere più stizzose le ire, più procaci gli uomini rozzi, men chiari

alla vista gli interessi pubblici. In particolare vi si dovea coltivar

meno lo studio del dritto che racchiude ogni idea politica dei

Musulmani;[1036] e la schiatta siciliana, assai meno mescolata con

l'arabica, le si dovea mostrare più ostile.

Per qual vicenda fosse cacciato Simsâm di Palermo si ignora. Ma la

Sicilia centrale era perduta; la regione di levante obbediva forse di

nome; questo “Brando dell'impero” non era uom di guerra nè di stato, e

volle far troppo il re in Palermo, o parve inutile impaccio alla

_gemâ'_. Gli dissero dunque di andarsene con Dio, e vollero provare la

repubblica; se pur non aveano esaltato e deposto, tra i Kelbiti e la

repubblica, un principe che regnasse qualche anno o qualche mese,

Abd-er-Rahman-ibn-Lûlû, soprannominato _Sceikh-ed-Dawla_ (Anziano

dell'Impero) che rifuggissi in Egitto.[1037] Si vedrà nell'ultimo

capitolo, come la capitale, bramosa tuttavia di ricomporre lo stato,

abbia promosso o accettato un re novello di schiatta nobile; il quale

finì peggio dei predecessori.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 29 / 62 题