CAPITOLO XI.

Ai miseri Cristiani di Sicilia parve risorgere a vita nuova quando fu

innalberata in lor cittadi e castella la insegna della croce col motto

di: “Cristo vince.” San Filareto, il quale si trovò forse a Traina la

dimane della battaglia,[961] solea narrar che rendettero grazie solenni

nelle chiese; che spezzarono i ceppi messi ai piè a lor fratelli

prigioni; che caduto il terrore di quel fier tiranno affricano,

respirarono in libertà.[962] La qual voce sappiam che significhi quando

due religioni contendon tra loro. Alla santa esultanza del riscatto si

mescolò la vendetta, l'ingiuria; nè andò guari che costrette le armi

bizantine a sgombrare di Sicilia, molti abitatori cristiani emigrarono

in Terraferma,[963] aspettandosi la pariglia dai Musulmani. Il grosso

della popolazione battezzata, com'avvien sempre per amore della patria,

necessità o tiepidezza d'animo, restò lì dov'era. E così al conquisto

normanno il Valdemone si trovò pien di Cristiani,[964] e sminuzzoli

anche se ne contavano per le valli di Noto e di Mazara, in

Siracusa,[965] Palermo,[966] Vicari,[967] Petralia,[968] ed altri

luoghi.[969] Le vicende della guerra normanna nelle quali bastarono due

anni ad occupare il Valdemone e ce ne vollero trenta a soggiogar le

altre due valli, provano similmente che nella prima regione fossero

pochi presidii musulmani nelle principali città e fortezze in mezzo a

popolazioni cristiane timide ma nemiche; e nel rimanente dell'isola, al

contrario, pochissimi Cristiani soffocati tra le turbe dei circoncisi.

Nè mutossi la condizione legale dei Cristiani; sol è da supporre

aggravati i soprusi tra il millequarantatrè e il millesessantuno;

dapprima per la vendetta dei Musulmani che tornavan su; poscia per la

divisione loro in piccoli principati, tanto più molesti e rapaci. Caduti

gli ultimi comuni tributarii tra il novecensessantadue e il

sessantacinque,[970] da indi in poi non ne abbiamo ricordi; nè possiamo

immaginare qual necessità o caso li avrebbe fatto risorgere. I Cristiani

che sottomettonsi al conte Ruggiero ed a Roberto Guiscardo nei principii

della guerra, son veri _dsimmi_[971] paganti tributo, agricoltori o

borghesi, ed i primi parte possessori e parte servi della gleba;[972] le

quali popolazioni avean di certo lor magistrati municipali, ma non

formavan corpo politico. Di schiavi cristiani posseduti da Musulmani non

abbiamo memoria, ond'e' par non siane rimaso tanto numero da farsi

sentir tra le vicende del conquisto. Forse la più parte, per migliorar

loro condizione,[973] fatti Musulmani, e chi manomesso, chi no, andavano

confusi nella società dei vincitori.

Se le schiatte antiche non si sbarbicano di leggieri, i Cristiani

dell'isola eran tuttavia mescolati Greci ed Italici. A ciò par abbian

posto mente i Normanni, nelle cui croniche le genti battezzate che

abitavano la Sicilia al principio della guerra, son chiamate dove Greci

o Greci Cristiani, e dove a dirittura Cristiani; e si distinguono i

primi con l'attributo di perfidi, come portavano le idee

occidentali.[974] Un altro barlume ci dà lo scrittor della vita di San

Filareto, notando tra i pregi della Sicilia la carnagione bianca e

vermiglia e le belle e aperte fattezze di molti abitatori, le quali non

somigliano al sembiante del greco San Filareto, e vi si potrebbe per

avventura raffigurar il tipo italiano.[975] Della medesima schiatta

sembrano i frati di San Filippo d'Argira in Sicilia i quali nella

seconda metà del decimo secolo andavano a Roma: insolito viaggio a gente

greca in quell'età.[976] Come i due linguaggi, che è a dir le due

schiatte, durarono insieme nel medio evo nelle parti della penisola

ch'aveano avuto colonie greche nell'antichità, così anche rimasero in

Sicilia; se non che la lingua greca prevalea nell'undecimo secolo.[977]

E la cagione parmi, che i Cristiani di sangue italico e punico della

Sicilia occidentale, avean rinnegato la più parte sotto la dominazione

musulmana, per essere stati più tosto domi; se pur non si lasciaron

domare più tosto per antagonismo contro il sangue greco e il dominio

bizantino. La religione loro, fors'anco la lingua, si dileguò nella

società musulmana. La religione si mantenne insieme con la lingua nella

Sicilia orientale, sede primaria delle antiche colonie greche.

Ci mancò nella prima metà del decimo secolo ogni memoria d'incivilimento

appo i cristiani di Sicilia;[978] ma nei cent'anni che seguono ne

ricomparisce qualche vestigio. Della fine del decimo secolo abbiamo

un'agiografia, scritta, com'ei sembra, da un Greco siciliano.[979] Verso

il milletrenta ci si parla di preti cristiani che insegnavan lettere ai

giovanetti a Castronovo in Val di Mazara;[980] fors'anco a Demona.[981]

Nella seconda metà dell'undecimo secolo un ricco cristiano del paese,

faccendiere dei Normanni e poi monaco, avea dato opera a raccogliere

libri e dipinture in Messina.[982] I quali indizii fan piena prova,

quando la storia politica mostra che dovea necessariamente avvenire

così. Del novecentodue passò sul Valdemone la sanguinosa falce

d'Ibrahim-ibn-Ahmed; poi su tutta l'isola la falce della fame; e sul Val

di Mazara quella di Khalîl-ibn-Ishak: ma la guerra civile dei vincitori,

fece respirare i Cristiani del Valdemone. Cioè la popolazione rurale, i

cui tugurii non avea potuto frugare Ibrahim, e qualche cittadino

spatriato che dopo la tempesta tornava ai diletti luoghi, povero e

feroce. Quei che ristorarono Taormina, quei che meritarono tanta fama a

Rametta, ebber sì le mani pronte a combattere e rabberciare lor mura; la

mente fitta a difender sè ed ammazzare i Musulmani, ma non si curavano,

credo, di dipinture, nè di libri, nè dell'alfabeto: e facean bene.

Sopraffatta alfine quella virtù dalle armi kelbite, i Cristiani s'ebbero

a contentare degli umili compensi che concede il servaggio. Assestandosi

appo i Musulmani l'azienda pubblica, repressa la rapacità delle milizie,

favoriti i commerci con la Terraferma, prosperanti le regioni

occidentali dell'isola e venuti i padroni a stanziare nella region di

levante, si rinfrancò la industria degli abitatori cristiani. Rifatti

alquanto di sostanze e di numero, risalirono a quel grado

d'incivilimento dei lor fratelli di Calabria. Chi voglia conoscere in

volto i Cristiani del Valdemone di questa età, legga in Malaterra il

racconto di quei che s'appresentavano l'anno mille sessantuno a Ruggiero

nella prima scorreria grossa a che si rischiò dentro terra. Tutti lieti

gli recavano vittuaglie e altri doni; e tosto correvano a scusarsi coi

Musulmani: averlo fatto per forza, per salvar le persone e la roba da

codesti predoni.[983] Alla quarta generazione gli eroi di Rametta eran

fatti, come or si direbbe, onesti e pacifici cittadini.

I quali in punto di religione sembrano tiepidi anzi che no. Dopo

l'impresa d'Ibrahim-ibn-Ahmed (902), si sbaragliò il clero siciliano.

Gli imperatori bizantini, egli è vero, promulgando la lista delle sedi

soggette a lor patriarca, proseguono infino al secol decimoterzo a

noverar quelle di Sicilia quali sapeansi nell'ottavo secolo, salvo

qualche errore di copia; ma dimenticano che l'isola è stata tolta allo

impero dai Musulmani ed a costoro dai Normanni; che le sedi sono state

distrutte dai primi, rifatte dai secondi a lor modo, e rese al pontefice

romano.[984] Però quei ruoli di cancellaria non attestano condizioni

contemporanee, più che nol faccian oggi i titoli di vescovi d'Eraclea,

d'Adana e altri largiti dal papa. Appunto come cotesti, sembrano vescovi

_in partibus_ quel di Catania e l'Arcivescovo di Sicilia, dei quali

abbiamo le soscrizioni in carte del decimo e dell'undecimo secolo.[985]

Al contrario par abbia esercitata, quando che fosse, la dignità

vescovile quel Leone che poi soggiornò in Calabria e venne in Sicilia

(925) da statico.[986] Esercitolla per fermo Nicodemo che i Normanni

(1072) trovarono arcivescovo in Palermo.[987] Egli è verosimile che nel

decimo secolo, rimaso in tutta la Sicilia un sol vescovo, abbia mutato e

titolo[988] e sede, ponendosi nella capitale allato alla corte degli

emiri per mantenere più efficacemente i dritti spirituali e temporali

del povero suo gregge; come il patriarca giacobita d'Alessandria e il

primate nestoriano di Seleucia s'eran tramutati, l'uno al Cairo, l'altro

a Bagdad. Palermo fatta capitale dai Musulmani, lor debbe dunque, strana

vicenda della sorte, la dignità di chiesa metropolitana; la quale non fu

conceduta da Roma, nol sembra da Costantinopoli; e niuno la sognava

innanzi il decimo secolo, ma alla metà dell'undecimo niuno la mise in

forse. È chiaro che la assunse l'eletto dei Fedeli confermato dagli

emiri: pastor d'una provincia che avea avuto sedici diocesi tra

vescovili e arcivescovili, e d'una città ch'era seconda solo a

Costantinopoli e Bagdad.

Passando al clero inferiore, basterà dir che i monasteri nei quali tutto

si racchiudea, sì fiorenti dopo san Gregorio, ormai sembrano poco men

che distrutti. Quel di San Filippo d'Argira, di regola basiliana,

scomparisce verso il novecensessanta, quando le colonie musulmane

trapassavano in Valdemone.[989] I Normanni trovano in Val di Mazara il

monastero di Santa Maria a Vicari, pregante per la vittoria dei

Cristiani, possedente un po' di servi, bestiame e terreni, ma negletto

ed oscuro.[990] Trovano molte ruine di monasteri in Valdemone,[991] e di

due soli abbiam certezza che rimanessero in piè: quel di Sant'Angelo di

Lisico, presso Brolo, i cui frati s'affrettavano a far confermar dal

conte Ruggiero la proprietà dei monti, colline, acque; terreni e mobili

che diceano aver tenuto sotto gli empii Saraceni;[992] e quel di San

Filippo in Demona, un frate del quale, vivuto fino al millecento e

cinque, affermava aver patito nel santo luogo gli oltraggi degli

Infedeli.[993] Poco o nulla s'è perduto dei documenti di tal fatta,

gelosamente custoditi e rinnovati dall'ecclesiastica prudenza: donde si

può argomentare che alla metà dell'undecimo secolo, appena rimanesse una

mezza dozzina di monasteri con frati e di che vivere.

Nè era comando di legge, nè effetto di costumanza generale dei

Musulmani, sotto il cui dominio durarono e durano tante sedi vescovili e

grossi monasteri in Egitto, in Siria, nelle regioni tra l'Eufrate e il

Tigri. Ma le ondate di Arabi che irruppero in Occidente sembran più

cupide e quelle popolazioni cristiane men tenaci nella fede e disciplina

ecclesiastica; e il monachismo, pianta esotica appo noi, non resse alle

intemperie sì come in Oriente. A coteste tre cagioni unite mi par da

apporre il subito decadimento del Cristianesimo in Sicilia, al par che

in Affrica e Spagna, direi quasi al primo tocco dell'islam. Presi i beni

ecclesiastici e sconfortato il clero, menomarono le sedi vescovili,

crebbe l'erba nei conventi; e la credenza delle popolazioni, non

riscaldata dalla voce del sacerdozio nè dalla assiduità del culto, calò

a poco a poco. Ma è mestieri pur che quella massa per propria natura mal

ritenesse il calore; poichè lo zelo dei Fedeli, chierici e laici,

avrebbe alla sua volta vivificata la gerarchia a dispetto dei governanti

e della povertà, come, per esempio, avvenne in Siria, appo i Maroniti.

Il fervore religioso non si ridestò nell'ultima lotta delle popolazioni

cristiane di Sicilia (913-964), quando la povertà e i pericoli

allettavan poco i dignitarii ecclesiastici a tornar dalla Calabria;[994]

e il popolo, venuto alle prese con la morte, chiedea miracoli troppo

biblici. Pertanto la riputazione di santità tornò tutta ai romiti

profetizzanti, clero rivoluzionario da non sbigottir tra quelle

tempeste. Tale il Prassinachio, del quale dicemmo, e gli altri di cui

non è maraviglia se ignoriamo i nomi,[995] poichè le agiografie si

scriveano nei monasteri, non per le celle dei romiti, quando pur sapeano

scrivere. Posate in Sicilia le armi e mancati i monasteri, il clero mal

si rifornì: quei che ne sentiano vocazione, passavano in Calabria dove

si parlava la stessa lingua, si trovavano spesso i concittadini; e la

dominazione greca apria largo campo alla modesta pietà, alle fantasie

riscaldate ed alle ambizioni monacali. A legger le vite dei santi di

Calabria in questo tempo, ognun vede che si pasceano, come tutta la

chiesa greca, delle leggende degli antichi padri della Tebaide e di

Siria; se non che la natura occidentale rifuggiva da quelle orrende

penitenze, dalla perpetua solitudine, dalla oziosa contemplazione che

non si diffondesse in altrui. E però i romiti si associavano tra loro;

procacciavano seguito nelle cose mondane. L'apice della virtù religiosa

era la fondazione d'uno, anzi di parecchi monasteri, di cui uom

divenisse abate in vita e santo tutelare dopo la morte. Ed a questo

aspirò e pervenne alcun rifuggito siciliano.

Correndo la prima metà del decimo secolo, nacque a Castronovo, nel bel

mezzo delle colonie musulmane e dicesi di ricchi genitori, Sergio e

Crisonica, un Vitale; il quale educato nelle lettere sacre, ma amando

poco lo studio, andò a chiudersi nel Monastero di San Filippo d'Argira.

Con altri frati passò a Roma, dice l'agiografia, senza aggiungere il

tempo nè il perchè, ai quali noi ci possiamo apporre; e sarebbe per

avventura la raccontata vicenda del novecentosessanta, quando una man di

Musulmani avesse preso a stanziare nella patria di Diodoro Siculo ed

occupato i beni di San Filippo. Fatto per via un miracoluccio a

Terracina, e da Roma tornato addietro ad un romitaggio presso

Sanseverina di Calabria, San Vitale ripassò in Sicilia, visse d'erbe

salvatiche ben dodici anni nelle solitudini dell'Etna, in faccia

dell'antico suo chiostro. Ripigliato alfine il cammin della Terraferma,

mutò stanza otto o nove fiate tra Calabria e Basilicata; s'abboccò ad

Armento con San Luca di Demona che levava grido in quelle parti; e fatto

venir di Sicilia un suo nipote per nome Elia, fondò un monastero presso

Rapolla, ove morì, come credesi, il nove marzo novecentonovantaquattro.

Dei molti prodigii che gli si appongono in vita e in morte, è da notar

quello del monastero di Sant'Adriano, dove piombati i Musulmani di

Sicilia, i frati fuggirono, fuorchè San Vitale; cui fattosi incontro un

Saraceno dispettoso del non aver trovato danari nè bestiame, e tirato a

tagliargli la testa, Vitale fe' il segno della croce; una folgore

strappò la scimitarra di mano al barbaro e lo atterrò semivivo; se non

che il Santo lo facea rinvenire. Trent'anni dopo morte, il corpo di San

Vitale fu rubato ai monaci di Rapolla da quei di Turi,[996] il cui

vescovo recosselo in città come palladio contro gli immondi Agareni di

Sicilia che tornavano a dare il guasto alla Basilicata. Di

cotest'agiografia, scritta da un Greco contemporaneo, abbiam la sola

versione latina che ne fece fare alla fin del duodecimo secolo Roberto

vescovo di Tricarico; nella quale la critica può sol rigettare i fatti

che trapassano gli ordini della natura.[997]

Lo stesso parrà della vita di San Luca da Demona, dettata da un discepol

di lui così semplicemente che i prodigii cadon dassè e spicca l'opera

d'un uom di questo mondo, sagace, affaticante, animoso, ambiziosuccio,

ma a buon fine. Si dice al solito nato di parenti nobilissimi, Giovanni

e Thedibia; entrato nel monastero di San Filippo d'Argira; passato di lì

a Reggio, per apprendere da un Elia, venerabile romito, le discipline

dei Santi Padri: ch'ei compitava appena l'ofizio, ma la pratica d'Elia e

particolare grazia del Cielo, prosegue l'agiografo, gli apriron la mente

ad ogni dottrina, fino i misteri delle sottilità filosofiche. Lesse

senza nebbia nell'avvenire che s'aspettavan di nuovo i Saraceni,

strumento della vendetta celeste su la Calabria; onde uscito di sua

spelonca si messe a predicar contro i peccatori; trascorse fino a Noja,

dove soggiornò sette anni in una basilica. Rincrescendogli poi l'aura

popolare, se ne andò su le sponde dell'Agri, a fabbricare il monastero

di San Giuliano; gli raccapezzò qualche poderetto per carità dei fedeli;

fece scomparir, non si sa come, un Landolfo possessore vicino, invidioso

della prosperità dei frati; e correndo sempre incontro alla fama, ch'ei

facea le viste di fuggire, diessi ad esorcizzare demonii, a sovvenire i

poverelli, a curare i malati con impiastri e medicine, scrive

l'agiografo, per nascondere la virtù del miracolo. Finchè, al tempo di

Niceforo imperatore, calato dalle Alpi un feroce che si messe a

depredare le città greche d'Italia,[998] San Luca e suoi frati, e tra

quelli lo scrittore, ripararono ad un castello vicino. Poi vergognando

di vivere a casa de' laici, San Luca adocchiò tra le rupi d'Armento un

sito da potersi afforzare senza fatica, e v'innalzò un altro monastero,

che fu come l'acropoli d'una colonia basiliana, di tanti chiostri minori

e romitaggi e cappelle, sparsi nella provincia, fondati la più parte da

San Luca, lavorandoci fin di sua mano; dei quali lo riconobbero abate, e

veramente fu capitano. Perchè una volta venuti i Musulmani di Sicilia a

dare il guasto, s'erano attendati alla pianura presso una cappella e

profanavanla e scorreano i dintorni, riportandone gran tratta di

prigioni incatenati. San Luca scortili dall'alto della rôcca, intona i

salmi; ritto in su la porta del chiostro fa la rassegna; arma i frati

più gagliardi, lascia i deboli in presidio: e con la croce in mano,

conduce il bruno stuolo sopra i nemici; i quali si sbaragliarono,

gittaron le armi al súbito assalto ed alla vista del Santo, che loro

apparve sul mitico destrier bianco, raggiante di luce. Ma ciò non tolga

fede alla valente fazione. Con pari animo andò girando ad assistere da

medico e padre spirituale i frati della colonia, mentre ardeavi

spaventosa moría. Venuta poi di Sicilia a visitarlo una sorella sua per

nome Caterina, madre di due altri santi Antonio e Teodoro, fondò presso

Armento un monistero di donne. Talchè salito San Luca al sommo della

fama claustrale, morì il tredici ottobre novecentonovantatrè, non pur

vecchio, s'egli è vero che lo compose nella fossa quel medesimo San Saba

stato suo superiore a San Filippo d'Argira. Del quale, nè dei due nipoti

di Luca, non si fa memoria altrove, nè si sa come abbiano meritato

l'appellazione di santi.[999]

Similmente s'illustrò in Terraferma, e ci è noto per gli scritti d'un

greco di Calabria, San Filareto, del quale accennammo nella guerra di

Maniace. Nato di schiatta greca, forse a Traina,[1000] mandato a scuola

appo un sacerdote, delibò degli studii quanto gli parve abbastanza, dice

l'agiografo: giovane frugale, mansueto, assiduo in chiesa, aiutava a

lavorare i poderetti paterni e vide la liberazione e il subito

precipizio dei Cristiani di Sicilia. Perchè passata la famigliuola a

Reggio, indi a Sinopoli, e messosi col padre agli altrui servigii in

campagna, gli stenti della vita, la lontananza dalla patria

profondamente sbigottirono quell'animo tenero e malinconico. Sperando

pace nel chiostro e non sapendo lasciare il padre e la madre, egli unico

figliuolo; dopo lunga perplessità lor si fece innanzi, si gittò

ginocchioni, svelò il proponimento; ed assentitogli, ruppe in lagrime

baciando mani e piedi ai genitori. A venticinque anni proferì i voti nel

monastero di Aulina tra Seminara e Palmi, fondato da Sant'Elia di

Castrogiovanni,[1001] del quale poi solea leggere assiduamente e

contemplare la vita; ma nè l'indole sua, nè le condizioni delle cose lo

portavano ad imitare il missionario demagogo del nono secolo.

Nell'adunanza dei frati solennemente gli furon vestite, dice

l'agiografo, le armadure simboliche, la tunica usbergo di carità, il

mantello scudo di fede, il cappuccio elmo di speranza, il cingolo freno

contro libidine; impugnò a guisa d'asta la croce: e mutato il nome di

Filippo in Filareto, dato a tutti il bacio fraterno, lo messero a

guardare gli armenti del monastero. Durissima vita a chi era avvezzo a

qualche agio ed un po' allo studio.[1002] Si sobbarcò pur lietamente; fu

specchio d'obbedienza monastica, di pietà, di buoni costumi; e non fece

miracoli mai: se non che due anni dopo morte, una luce che usciva dalla

sepoltura v'attirò i devoti, indi i malati; e cominciarono le guarigioni

miracolose. Era morto Filareto di cinquant'anni, verso il millesettanta.

Un piccino, gracile, dal volto ovale, scuro e pallido, dagli occhi

azzurri e poca barba, tardo al parlare. Così lo dipinge il monaco Nilo,

il quale in tutta l'agiografia ora ripete, or dice passar sotto silenzio

i particolari che gli avea sentito raccontare, su le cose domestiche e

pubbliche al tempo di sua gioventù. Candide tradizioni, su le quali il

compilatore incollò una rettorica nè bella nè brutta, una pietà verbosa

ma non ciarlatana, che l'una e l'altra agevolmente si staccano; e ne

rimane quel buon documento storico che ci è occorso e ci occorrerà

tuttavia di citare.[1003]

Così gli scuri sembianti d'Ippolito e Prassinachio, lo zelo claustrale

di Luca di Demona e Vitale da Castronovo, e la rassegnazione di Filareto

rispondono alle tre vicende principali della opinione pubblica appo i

Cristiani di Sicilia dal principio del decimo secolo alla metà

dell'undecimo. Delle altre agiografie di questo tempo, è spuria, a detta

degli stessi Bollandisti, quella di Santa Marina.[1004] La leggenda di

San Giovanni Therista, non regge alla critica: tanti casi da romanzo

intessuti sopra un anacronismo.[1005] Non meno maravigliose e pur son

verosimili e cavate in parte da buone autorità, le avventure di San

Simeone, che nacque a Siracusa nella seconda metà del decimo secolo, di

padre bizantino e madre calabrese, e morì a Treveri il mille

trentaquattro. Soggiornò in Sicilia infino a sette anni, quando il padre

per dovere di milizia passava a Costantinopoli, dice la leggenda; e però

sembra soldato fatto prigione nella guerra di Manuele Foca, liberato per

riscatto. Forse il parlare arabico che il fanciullo avea appreso in

Sicilia, lo spinse, fatti ch'ebbe gli studii in Costantinopoli, ad

andare a Gerusalemme: ove s'infiammò delle geste dei padri del deserto,

volle vivere or frate ora romito a Betlem, al Giordano, al Sinai, in una

grotta del Mare Rosso; la comunità del Sinai poi mandollo a riscuotere

le grosse limosine che le solea porgere Riccardo conte di Normandia.

Così venne a Rouen, dove trovando morto Riccardo (1026) e gretto il

successore, passò a Treveri; ed acconciatosi con l'arcivescovo, mostrò a

que' buoni Tedeschi esempio di penitenza orientale, chiudendosi tutto

solo nella vecchia torre di Porta Negra, ritrovo dei dimonii. Gli

assalti dei quali per tanti anni, dì e notte, respinse con sue preci; e

si comprende. Ma dopo una inondazione che disertò il paese, accorsa la

plebe co' sassi in mano chiamando a morte il frate incantatore della

torre, Simeone non se ne mosse più che dei dimonii: proseguì a recitar

l'ofizio tanto che i preti racchetarono quel furore. Dopo morte preti e

plebe a gara gli attribuirono miracoli. Di certo col dir ch'ei facea

delle calamità di Terrasanta, e con quel suo strano tenor di vita in

Normandia e in Germania, Simeone da Siracusa fu un dei mille mantici

della Crociata.[1006]

Dal detto fin qui si vede che il Cristianesimo si ristrinse e rattiepidì

in Sicilia sotto la dominazione musulmana; ma non ne venne a mancare

giammai[1007] la credenza nè il culto palese. L'attesta un autore arabo

dell'undecimo secolo, con dir preciso che “s'eran fatti musulmani la più

parte degli abitatori.”[1008] Che se Urbano secondo, nella bolla del

millenovantatrè, lamentava la religione spenta nell'isola per tre

secoli, non volea significar altro che la misera condizione della Chiesa

siciliana e il picciol numero dei Fedeli, se tali pur gli pareano quei

di rito greco.[1009] Sembra privo d'ogni fondamento il supposto che i

Cristiani di Sicilia al conquisto normanno fossero i venuti al tempo di

Maniace, poichè questi condusse soldati, non coloni; e i soldati, come

si è detto, non tardarono a ripassare in Terraferma.[1010]

All'incontro la libertà del culto si deve intendere entro i limiti

osservati in generale negli Stati musulmani;[1011] senza persecuzione o

pur insolito rigore, di che non v'ha alcun indizio in Sicilia dal

principio alla fine della dominazione musulmana. Ma va messo in forse,

come affermazione di cronica moderna e zeppa di errori, che un principe

musulmano dell'isola accordasse ai Cristiani di celebrare pubblicamente

gli oficii divini e recare l'eucaristia ai moribondi.[1012] Va rigettata

ritondamente la istituzione d'una confraternita nella chiesa di San

Michele del monistero delle Naupactitesse in Palermo, l'anno mille e

quarantotto, nella quale fossero ordinate processioni ogni mese e festa

annuale ed esequie solenni dei confratelli morti. Il diploma di

rinnovazione di quegli antichi statuti, che è serbato nell'archivio

della cappella palatina di Palermo, non fa menzione della città, nè il

nome topografico che vi occorre[1013] appartiene a Palermo nè ad altra

terra di Sicilia. Anzi le preghiere da farsi per gli “ortodossi

imperatori e il santissimo patriarca e metropolitano” mostrano che il

paese ubbidisse all'impero bizantino. Forse Bari o altra città

dell'Italia meridionale, dove nelle guerre di re Ruggiero qualche

capitano bibliofilo diè di piglio a questo ruolo di pergamena in capo al

quale vedea luccicare una Madonnetta bizantina su fondo d'oro.[1014]

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 28 / 62 题