CAPITOLO X.

L'ultimo e men tristo sforzo dell'impero greco sopra la Sicilia, fu

ordinato da un frate eunuco, per nome Giovanni, il quale pervenuto era

al comando per magagna senza esempio: messo innanzi un garzonaccio

fratel suo, che se ne invaghisse Zoe, vicina ai cinquant'anni; fattole

avvelenare Romano Argirio, e, mentre spirava, gridar imperatore il

drudo, sposarlo la dimane dinanzi il patriarca di Costantinopoli che

benedisse le nozze. Michele Paflagone, salito al trono per tal via,

mezzo scimunito e mezzo pentito, dava il nome; Zoe stava come prigione,

e Giovanni reggea lo stato con fortezza, diligenza ed astuzia. Ritratto

lo scompiglio ch'era in Sicilia, il monaco ministro adescò Akhal;

deliberò l'impresa; ne fe' capitano Giorgio Maniace, il quale nelle

guerre di Siria avea dato prove (1030, 1034) di grandissimo valore e

pronto consiglio. Ma Giovanni, tra nipotismo e diffidenza, prepose al

navilio uno Stefano, marito della sorella, nè uom di mare, nè di guerra,

nè di alcuna virtù. Chiamato Maniace dai confini dell'Armenia,[926]

passaron due anni tra andirivieni e preparamenti e ridurre a disciplina,

quanto si potesse, il nuovo esercito. Il quale ridondò al solito di

stranieri: Russi,[927] Scandinavi,[928] Italiani di Puglia e Calabria e

con essi una compagnia di ventura, di qualche cinquecento cavalli,

mescolati Italiani e Normanni, la quale s'era condotta ai soldi del

principe di Salerno e recavagli or comodo ed or molestia, sì ch'ei

volentieri la diè in prestito a Maniace.[929]

Le geste dei guerrieri scandinavi del Baltico e di lor colonia di

Normandia, ci sono pervenute per due maniere di tradizione molto

diverse. Gli Scaldi di Norvegia e d'Islanda, in lor _saghe_ non

raccomandate alla scrittura innanzi il duodecimo secolo, raccontavano le

vicende di casa loro in guisa da raffigurarsi la cronica in mezzo al

rustico fogliame rettorico; ma, quanto ai fasti di lor gente in paesi

lontani, ne prendeano il tema e lo foggiavano in romanzo poco o punto

storico. Sbrigliavansi tanto più nell'immaginare, quanto le saghe,

dettate nel proprio idioma, si recitavano per diletto delle brigate e vi

s'incastravan qua e là frammenti ritmici. I cronisti normanni,

all'incontro, cresciuti in Francia sotto il giogo della letteratura

latina, favoleggiavano con minore licenza entro que' che parean limiti

conceduti dalla storia classica; se non che il romanzo francese di

cavalleria, testè venuto in voga, li allettava ad aggiugnere qualche bel

colpo di lancia. Tennero lo stesso metro i monaci italiani che vissero

sotto i principi normanni; sì per mal vezzo e adulazione, e sì per non

avere il più delle volte altri testimonii che quei principi e que'

guerrieri: massimamente nelle prime imprese di ventura in Italia,

scritte settanta o novanta anni dopo, su ricordi orali passati per due

generazioni. Però è da far tara diversa alle tradizioni scandinave, ed

alle normanne. Ed a ciò avremo riguardo or che ci occorrono per la prima

volta le autorità settentrionali; studiandoci a cavarne il vero e

addentellarlo nei ricordi greci e latini.

Giorgio Maniace e il patrizio Michele Doceano soprannominato “il

Fusaiolo,”[930] ch'avea dato lo scambio a Leone Opo, ragunate le genti a

Reggio, passavano il Faro l'anno milletrentotto.[931] Narrano gli

scrittori di parte normanna come l'esercito posto a terra non lungi da

Messina, lentamente marciò in ordinanza vêr la città; donde impetuosi

uscirono i Musulmani, nulla curando il numero dei nemici. Allo scontro

balenavano i Greci, quando Guglielmo di Hauteville soprannominato

Braccio di ferro, condottiero d'uno squadrone normanno, confortati i

suoi con maschie parole, fece sonar la carica: e spronano stretti a

schiera, spezzano i nemici, li volgono in fuga, li inseguono fino ai

ripari; altri aggiugne che occupassero una porta. La città tantosto

s'arrese a Maniace.[932] Ma questa fazione, nella quale non abbiam

cagione di ricusare la virtù normanna, sembra mero combattimento di

vanguardia. I Musulmani in lor guerre di Sicilia non fecero mai

assegnamento sopra Messina, città cristiana; nè mai l'afforzarono; nè

tennervi presidio di momento.

Il nodo della guerra era a Rametta, dove sopraccorso, com'e' pare, il

grosso dell'esercito affricano, stava in sul collo a Maniace da

vietargli di dare un passo nell'isola. Ond'egli andatili a trovare tra

lor gole e precipizii, lor mostrò sè non essere Manuele Foca, nè alcun

sito potersi dir forte senza la virtù degli uomini. Ruppeli con tanta

strage che gli annalisti v'appiccicano l'antica metafora del campo

dilagato dai rivi del sangue.[933] Pur la vittoria poco approdò,

difendendosi ostinatamente gli Arabi Siciliani in lor cittadi e

castella; sì che Maniace non ne occupò più di tredici in due anni.[934]

Della qual guerra spicciolata, non ci avanzano ricordi storici; ma dette

argomento lì su le rive del Baltico a millanterie di veterani,

invenzioni di scaldi e aggiunte di chi venne dopo. Dico dell'Eneide a

lor modo che intesson le saghe con le imprese giovanili di Aroldo il

Severo che poi fu re di Norvegia. Rimondata delle favole, la tradizione

torna a questo: che Aroldo capitanò la squadra dei Varangi nell'esercito

di Maniace; che a lungo combattè in Sicilia contro Arabi del paese e

Berberi; che andò in nave a qualche fazione su la costiera, che prese

qualche terra per impeto d'armi e stratagemmi; e sopratutto che fece

fardello di ricco bottino, mandollo a serbare a corte di Russia e di lì

portosselo a casa. E forse ne rimane qualche briciolo ne' musei di

Copenhagen, Cristiania e Pietroburgo, tra le monete musulmane d'oro

trovate intorno il Baltico, avanzo dei peculii che raccoglieano quegli

svizzeri dell'impero bizantino.[935]

A lungo si travagliò l'assedio di Siracusa, del quale ci si narra il

solo episodio che un condottiero ferocissimo uscito della città quando

appresentossi l'oste di Maniace, fea strazio dei Greci e dei Longobardi,

sì come il lupo suol delle pecore. Mosso a pietà dei fratelli cristiani,

Guglielmo Braccio di ferro cerca nella mischia l'Ettore musulmano;

prende del campo e lo passa fuor fuora con la lancia; al qual colpo

allibbiti que' del presidio, si rifuggono entro le mura, amando meglio a

scagliar sassi e frecce dall'alto, che venire alle strette coi guerrieri

del Nord.[936] Che che ne sia della prova del Braccio di ferro, Siracusa

resistè tanto che i Musulmani rifecero l'esercito e minacciarono gli

assedianti.

Con rinforzi d'Affrica Abd-Allah mise insieme parecchie migliaia, dicon

sessanta, di soldati, bene o male armati;[937] coi quali si accampò

nelle pianure di Traina a settentrione dell'Etna; donde potea correre

per la valle dell'Alcantara a Taormina o per quella del Simeto a Catania

e Siracusa. Fanti la più parte; poichè, venendo a giornata, Abd-Allah

s'affidava nei triboli di ferro seminati a man piene in fronte

dell'ordinanza, non sapendo che i cavalli nemici, ferrati a larghe

piastre, poco o nulla ne sarebbero offesi.[938] Maniace ch'avea dinanzi

la forte e munita Siracusa, nè signoreggiava dell'isola se non che la

costiera orientale,[939] fu costretto tornare addietro per levarsi dalle

spalle il nemico. Pose il campo ad una quindicina di miglia a levante di

Traina, là dove furono nel duodecimo secolo una terra e un'abbadia

addimandate da lui, e il nome vi dura finoggi.[940] Spartito l'esercito

in tre schiere, gagliardamente ferì, aiutato da un vento che dava nel

volto ai nemici, o secondo altri dall'impeto della compagnia normanna,

talchè al primo scontro le turbe dei Musulmani sbaragliaronsi; furono

orribilmente mietute dai vincitori. Abd-Allah campava a mala pena con

pochi seguaci. Seguì questa battaglia nella primavera o nella state del

millequaranta.[941]

Poi s'intese nel campo un bisbiglio che mosse forse a riso i soldati. La

compagnia normanna ubbidiva ad Ardoino lombardo, valvassoro

dell'arcivescovo di Milano, nobil uomo,[942] grande d'intelletto e di

cuore; il quale soggiornando poc'anzi in Puglia, vedendo la gente che

parlava il suo medesimo linguaggio calpestata e mal soffrente il giogo e

trovandosi allato milizia sì valorosa, tra carità ed ambizione, andava

meditando novità contro i Bizantini aborriti e spregiati.[943] Al par di

lui amava i Bizantini la compagnia, la quale in questa guerra era stata

lodata sempre in parole da Maniace e messa innanzi nei pericoli, ma

lasciata addietro nei guiderdoni. Fattole torto nello spartir la preda

dopo la battaglia di Traina, Ardoino andò a querelarsene appo il

capitano, con aspre parole; e quegli che nulla soffriva nè temeva al

mondo, risposegli con brutali fatti: comandò di spogliarlo ignudo e

frustarlo per gli alloggiamenti con corregge di cuoio. Patì l'ignominia

Ardoino; tornossene alle stanze della compagnia; e rattenne chi volea

sciupar la vendetta pigliando l'arme immantinenti contro tutta l'oste

greca. Al contrario, s'infinge rassegnato, ma ch'ei non può rimanere

nello esercito dopo tal onta; e così impetra da un segretario di Maniace

la licenza di tornarsi, egli solo in Terraferma. Avuto in mano lo

scritto, cavalca con tutta la gente; fa diligenza nel cammino; arriva a

Messina; passa lo Stretto, mostrando l'ordine di Maniace;, va a trovare

gli altri condottieri normanni ch'erano rimasi in Terraferma; grida

libertà ai popoli; e attacca il fuoco ch'arse come stoppie la

dominazione bizantina in Italia.[944]

Intanto era surta un'altra discordia. Per mala guardia del navilio

bizantino, Abd-Allah imbarcatosi a Caronia o Cefalù avea riparato in

Palermo, donde potea ricominciare la guerra.[945] Maniace ne salì in

tanta collera che venutogli tra i piè l'ammiraglio, il chiamò poltrone,

vigliacco, traditor dell'impero; gli diè in sul capo due e tre volte

d'un suo bastone. E Stefano se n'andò a comporre lettere all'eunuco

Giovanni: questo piglio di principe assoluto, questa violenza contro i

proprii parenti dell'imperatore, mostrar chiaro l'animo ribelle di

Maniace: badasseci o sel vedrebbe piombare a Costantinopoli con

l'esercito pronto a seguirlo in ogni attentato.[946]

Era già caduta Siracusa, dove par che Maniace desse opera a ristorare le

fortificazioni, il culto e gli ordini pubblici; rimanendo fin oggi il

suo nome al castello della punta estrema di Ortigia.[947] Si narra

inoltre ch'ei mandasse in un'arca d'argento a Costantinopoli il corpo di

santa Lucia, additatogli da un vecchio cristiano; disseppellito in

presenza della compagnia normanna; e trovato intero e fresco dopo

settecent'anni: come raccontava a capo d'un altro mezzo secolo qualche

veterano normanno a' monaci di Monte Cassino, o almen quei lo

scrissero.[948] Similmente nelle altre città occupate, Maniace ordinò

castella con forti presidii, per cavar la voglia ai terrazzani di

scuotere il giogo. Gli acquisti si rassodavano; poco avanzava ormai

perchè tutta l'isola tornasse all'impero e al cristianesimo. Ma repente

per segreto comando della corte, il capitano vincitore fu preso,

imbarcato per Costantinopoli, gittato in fondo d'un carcere; e commesso

di ultimare la guerra a quel medesimo Stefano ed all'eunuco Basilio

Pediadite.[949]

Mancò Maniace all'esercito nel fortunoso momento, che Ardoino e i

Normanni levarono l'insegna della ribellione in Puglia; donde il

catapano Michele Doceano fu necessitato ripassarvi con parte

dell'esercito nell'autunno del millequaranta.[950] I Musulmani di

Palermo, che non era stata mai occupata,[951] ripigliarono allora gli

assalti. Stefano e l'eunuco, inetti entrambi e ladri, nè seppero

combattere alla campagna, nè mantenere i presidii ordinati da Maniace; e

il catapano, toccate dai Normanni due sanguinose sconfitte (17 marzo e 4

maggio 1041), richiamò di Sicilia, com'ultima speranza, i Calabresi, i

Macedoni e i Pauliciani.[952] Pertanto dei presidii bizantini qual non

fu cacciato se ne andò dassè.[953] Crebbe il disordine per la mutazione

di stato e incertezza di consigli a Costantinopoli, dove, morto Michele

Paflagone (dicembre 1041), era salito al trono un altro giovinastro che

sol pensava a disfarsi di Zoe e dei ministri del predecessore: e così

Stefano e il Pediadite furono richiamati e mandato senza forze a

ristorar la guerra in Sicilia Doceano che l'avea sì infelicemente

governata in Terraferma;[954] il quale fece quel si doveva aspettare da

lui. All'entrar del millequarantadue, l'impero avea riperduto l'isola,

da Messina in fuori.

Tenea Messina un protospatario Catacalone, soprannominato

l'Arsiccio,[955] con trecento cavalli e cinquecento pedoni del tema

d'Armenia; quando venne ad osteggiarlo (1042 marzo?) una massa di

Musulmani levata popolarmente in tutta la Sicilia, condotta, a quel

ch'e' pare, da un principe kelbita, forse Simsâm.[956] L'Arsiccio si

serrò per tre dì nelle mura, senza dar segno di vita, lasciando il

nemico a predare e gavazzare all'intorno e persuadersi ch'egli avesse

paura. Al quarto dì, occorrendo una festa,[957] raguna il presidio in

chiesa; fa esortarlo dal pulpito a combattere fortemente per la fede e

l'impero; fa celebrar la messa; si comunica con tutti i suoi, ed in su

l'ora di pranzo, apponendosi che gli Infedeli stessero a mala guardia,

schiuse le porte, li assaltò. Soprappresi non poterono dar di piglio

alle armi, non che ordinarsi: Catacalone li sbaragliò, ne fe' macello,

saccheggiò l'accampamento; e tornò glorioso in città, mentre gli avanzi

degli assedianti fuggivano a precipizio verso Palermo.[958]

La quale vittoria giovò soltanto a differir di qualche anno, o di

qualche mese, chè l'appunto non si sa, la perdita di Messina e con

quella d'ogni speranza su la Sicilia. Perchè la rivoluzione dei popoli e

la compagnia di ventura ingrossata ogni dì più che l'altro di Normanni e

d'Italiani dell'Italia di sopra,[959] irresistibilmente scacciavano i

Bizantini dalla Terraferma. Maniace stesso, liberato di prigione in un

lucido intervallo della corte e rimandato in Italia (aprile 1042)

segnalossi per prudente valore in guerra, s'infamò per crudeltà efferate

contro i terrazzani, ripigliò qualche città, ma non arrivò a vincere i

Normanni. In questo, un terzo marito di Zoe lo provocò o piuttosto

sforzò a ribellarsi; tantochè fattosi gridar imperatore, passò con

l'esercito in Grecia (febbraio 1043), azzuffossi con le genti di

Costantino Monomaco, e le avea messe in rotta, quando un colpo tirato a

caso lo freddò in sul cavallo. Pochi dì appresso Costantinopoli

applaudiva ai codardi che portavano in giro, confitta a una lancia, la

testa di Maniace.[960]

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 27 / 62 题