CAPITOLO VII.

Sì com'era incerta la elezione degli emiri tra il fatto e il dritto,

così i cronisti variamente scrissero di Giâber, qual notando che i

Musulmani di Sicilia lo esaltarono senza diploma del califo;[793] e qual

che 'Azîz-billah, succeduto (975) a Moezz, in buona forma lo

nominò.[794] Fu l'uno e l'altro di certo. Giâber, dato a voluttà, lasciò

correre al peggio le cose pubbliche: donde i Siciliani il deposero,[795]

o se ne richiamarono al Cairo, dove una gelosia di corte spianò loro la

via. Perchè Ibn-Kellas, vizir del califo, si adombrava forte di

Gia'far-ibn-Mohammed della famiglia dei Kelbiti di Sicilia, intimo di

'Azîz tanto e più che il padre Mohammed non l'era stato di Moezz.[796]

Avendo pensato fin dalla morte d'Abu-l-Kâsem tôrsi d'addosso il rivale

con splendido esilio, Ibn-Kellas persuase adesso 'Azîz a farlo emir di

Sicilia[797] in luogo del cugino: e chi sa quanto rincalzò le querele

dei Siciliani, e se nol fece domandar proprio da loro? Dicon gli annali

arabi che Giâber dolentissimo lasciò, e Gia'far a malincuore prese

l'oficio. Nondimeno, arrivato in Sicilia del trecentosettantatrè (14

giugno 983, 2 giugno 984), rassettò e fece prosperare il paese; lodato

anco per amore degli studii e liberalità. Morto il quale del

settantacinque (23 mag. 985, 11 mag. 986), succedettegli il fratello

Abd-Allah, che seguì il bello esempio, e in breve anch'egli trapassò,

del mese di ramadhan trecensettantanove (dic. 989); lasciato l'oficio

d'emir al proprio figliuolo Abu-l-Fotûh-Iûsuf. Così espressamente il

Nowairi e Ibn-abi-Dinâr; nè vi ripugna il dir degli altri compilatori.

Aggiugne il Nowairi, che 'Azîz gli mandò poscia il rescritto

d'investitura.[798]

Arrivò all'apice in questo tempo e repente rovinò la potenza dei

Beni-abi-Hosein a corte del Cairo. Hasan-ibn-'Ammâr, il vincitor di

Rametta, per riputazione propria nelle armi e di sua parentela appo la

tribù di Kotama, si trovò sceikh, spontaneamente eletto, credo io, dei

Kotamii stanziati in Egitto, ch'eran tuttavolta i pretoriani di casa

fatemita: ed egli a un tempo lor patrono e fidato capitan del califo;

tantochè 'Aziz, venendo a morte (ottobre 996), gli raccomandò il

figliuolo Mansûr, soprannominato Hâkem-biamr-allah, fanciullo d'undici

anni. Alla cui esaltazione, i condottieri kotamii lo sforzarono a dare

il governo dello Stato a Ibn-'Ammâr, con oficio nuovo, che si chiamò il

_Wâsita_, ossia Intermediario; e vi si aggiunse il titolo di

_Amîn-ed-dawla_, che suona “Il Fidatissimo dell'impero.” Onoranza anche

nuova a corte fatemita e di mal augurio; quando gli _emîr-el-Omrâ_ che

posero in tanto vitupero il califato abbassida s'addimandavano per simil

forma La Colonna, La Pietra angolare, La Spada, e che so altro,

dell'impero. E per poco i Beni-abi-Hosein non copiarono il rimanente:

chè già il vecchio capitano mostrava fasto e superbia da re; nella

corte, nella milizia stremava le spese per arricchire i Kutamii, e lor

dava impunità d'ogni licenza e d'ogni misfatto. Un eunuco di corte

presto lo sgarò, fondandosi in su gli stanziali turchi i quali spezzaron

la boria ai Kotamii; onde Ibn-'Ammâr fu deposto dal comando (997),

onorato e tenuto in disparte per pochi anni; finchè il pupillo, che

andava assaporando il sangue, (1000) lo fece assassinare.[799]

Parve cosa degna di nota che nel breve predominio d'Ibn-'Ammâr ad un

tempo reggessero, egli l'Egitto e il cugino Iûsuf la Sicilia:[800] sì

com'oggi vedremmo con maraviglia, due stretti parenti, l'uno gran vizir

a Costantinopoli, l'altro pascià d'Egitto. Pertanto a tutti era già

manifesta la independenza della Sicilia; nè faceva specie che la corte

fatemita, per procaccio, com'e' sembra, d'Ibn-'Ammâr, desse a Iûsuf il

privilegio di _Thiket-ed-dawla_ che suona “Fidanza dell'impero.”[801] Nè

solamente si noverava la Sicilia tra gli stati musulmani di momento in

sul Mediterraneo, ma gli altri cominciavano ad invidiar sua sorte. Alla

fama in arme che le avean dato i primi tre emiri kelbiti, s'aggiunse la

prosperità sotto i discendenti del kelbita cortigiano Mohammed, tra i

quali segnalavasi questo Iûsuf. Leggiamo in una cronica che al suo tempo

il popolo godè ogni ben che si potesse desiderare; il governo si

condusse efficace e tranquillo; furono soggiogati parecchi paesi

bizantini, e l'emiro mostrò quella magnanimità, liberalità e giustizia,

che mancava in tanti altri principati musulmani.[802] Chi lodalo di

fermezza insieme e di bontà in verso i sudditi;[803] chi d'aver superato

tutti i predecessori in gloria e virtù.[804] La cultura sua e della

corte ci torna dalle biografie dei poeti contemporanei.

E prima d'Ibn-Moweddib da Mehdia, cervello strano dato all'alchimia e

alla pietra filosofale, uom di brutti costumi, cupido e taccagno, vago

d'andare qua e là per lo mondo a buscar danaro con meschini versi; il

quale, viaggiando alla volta d'un'isola adiacente alla Sicilia, era

stato preso dai Bizantini e ritenuto in lunga cattività. Rimandato in

Palermo con altri prigioni, quando Iûsuf fermò una tregua con l'Impero,

Ibn-Moweddib ringraziavalo con un poemetto, e l'emiro lo regalava; ma

non tenendosene soddisfatto, si messe a sparlare di Iûsuf sì

apertamente, che fu ricerco dal bargello. Si nascose appo un conoscente,

artigiano dell'arsenale. Ma uscito una sera ubbriaco per comperar

nuov'esca da bere,[805] lo colsero; e il prefetto della città[806]

condusselo immantinente a Iûsuf. Il quale lo rinfacciava: “Sciagurato,

che è questo che sento dir di te!” E il poeta a lui: “Ciarle di spioni,

che Iddio aiuti il signor emiro.” — “Ma ti sovviene,” riprese Iûsuf, “il

nome di chi cantò: Ecco il valentuomo messo con le spalle al muro dai

figli di male femmine?” — “Sì,” rispose Ibn-Moweddib, “il medesimo che

fe' l'altro verso: L'inimicizia dei poeti, tristo chi se l'accatta!”

Alla qual pronta citazione di Motenebbi,[807] l'emiro non gli disse

altro; ma gli fece contare cento quartigli[808] d'oro, a condizione di

andarsene tosto della città; “perchè temo,” aggiugnea, “che s'una volta

gli ho perdonato, un'altra me la pagherebbe cara.”[809]

Già la fama attirava alla corte di Iûsuf non men belli ingegni e animi

più alti, come Mohammed-ibn-'Abdûn nato a Susa d'illustre casa del

Kairewân, pregiato tra i suoi per buona lingua e stile semplice e

vigoroso. Il quale avendo cantato le lodi dell'emiro, sì gli piacque,

ch'ei lo volle compagno del proprio figliuolo Gia'far dilettante di

versi,[810] e questi gli si strinse di cara amistà. Tanto che volendo

rimpatriare, Gia'far, succeduto nel governo al padre infermo,[811] gliel

negò, ancorchè Mohammed lo chiedesse a lui ed al padre con rime piene

d'affetto. Che anzi, invaghito tanto più di quel bello ingegno, Gia'far

s'adontò che persistesse; gli vietò d'entrare in palagio; ed a

rappattumarsi furon uopo novelli versi, e che il poeta li porgesse di

furto mentre Gia'far stava a sollazzo in un casino.[812] Il quale

sentendosi rassomigliare alla luna e che pari a quella si nascondesse a

chi volea far ossequio, gli vennero le lagrime agli occhi e donò al

poeta un tesoro.[813]

Quanto fosse pagata non so, ma valea molto a lor gusto, una _Kasîda_

indirizzata a Iûsuf, innanzi il novecentonovantotto,[814] per la festa

del Sagrifizio,[815] da un Abd-Allah della tribù di Tonûkh, detto Il

figliuolo del cadi di Mîla, ond'ei pare oriundo d'Affrica. Il qual

poemetto ci serbò Ibn-Khallikân, che lettolo per caso su la coperta d'un

libro, lo trascrisse nelle Biografie degli uomini illustri, temendo non

andasse perduto. Come richiedea la classica immutabilità della _Kasîda_,

esordisce con lamenti amorosi, e visione di belle che sembrano

allegoriche, nè schiudon le labbra se non a ricordare i riti del

pellegrinaggio; talchè pervenghiamo per lungo giro alla festa del

Sagrifizio, a Iûsuf e al figliuolo. La festa, sfarzosamente abbigliata,

luccicante gli omeri del sottile drappo dell'Irâk, venía dopo un anno a

visitare _Thiket-ed-dawla_, che l'ornava di collana e pendenti, e

Gia'far accoglievala con lieti augurii. Ma quale gemma più lucente che

l'uno e l'altro re, nobili rampolli della gente di Kodhâ'a?[816] E chi,

dato fondo al proprio avere, sperando aiuto da Iûsuf, restò mai deluso?

Quell'Iûsuf che corse l'arringo della gloria coi principi ed ei solo

toccò la meta; il solo eroe che abbia potere di emendar il tristo

secolo; il brando sguainato contro i nemici della Fede; il forte scudo

dei Musulmani; la mente che vede ogni cosa e sa alternare mansuetudine e

forza; il guerriero armato di due spade, che son la costanza e il fino

acciaro. Ecco l'esercito inondar la terra nemica; le lance

rodeinite[817] avventarsi come fieri serpi addosso ai fuggenti; i

condottieri nemici tagliati a pezzi e spiccato da' busti capo insieme ed

elmetto; nè cessa il martellar delle spade, perchè le armature che testè

luccicavano all'alba sian gialle di polvere, anzi al polverio tutto

s'oscuri il sole. Indarno sperano i miscredenti risarcire lor guasti;

indarno s'apprestano a raccogliere le primizie dei campi, ch'ogni anno

gli stuoli che tu mandi in guerra, battono lor monti e lor pianure,

lasciando vestigio d'ignudi cadaveri capelluti e barbuti;[818] e chi

scampa si riman soletto, senza la famiglia ch'è menata in cattività; e

trova sì svaligiati suoi tempii, che gli è forza smettere l'idolatria.

Salve, o Iûsuf, vigile scolta dell'islam nella notte di questa misera

età. Lieta siati la festa; lunghissimi i tuoi giorni al ben fare, al

regno, alla gloria; e perenne suoni il tuo nome dal pulpito.[819] Così

il poeta metteva a un paro con le veraci virtù la sanguinosa

intolleranza religiosa e lo strazio de' vicini: e fosse dileguato al

tutto tal empio errore in religioni più mansuete e popoli più civili!

Pur la corte kelbita di Palermo avea fama in Italia di quella ch'era

gentilezza secondo i tempi, come l'attesta un centone d'istoria e

romanzo, scritto, un anno più o un anno meno, al mille di nostr'èra.

L'attesta, dico, trasponendo nel passato, come sovente si fa, le idee

presenti. L'autore, monaco a Roma o nei dintorni, narra i primi assalti

dei Musulmani sopra la Terraferma d'Italia (842) in questo modo: che

Florenti re palermitano, innamorato per fama della bella Gisa sirocchia

del principe Romualdo, per rapirla adunava sciami infiniti di Saraceni

d'Africa, Palermo e Babilonia; sbarcava ad Amalfi; aiutato dal perfido

Radalgiso, assediava Benevento; finchè Romualdo gli uccise quarantamila

uomini in una rotta, dalla quale Florenti a mala pena campò la

vita.[820] La qual favola è documento non solo della possanza, ma sì

della cultura dei Kelbiti allo scorcio del decimo secolo; poichè loro si

attribuisce proprio un fatto di cavalleria.[821] Il cronista poi,

partigiano d'Otone terzo, non dimenticò di riferire la fondazione della

terribile colonia del Garigliano (883) alla medesima cagione alla quale

si apponea la sconfitta d'Otone secondo (982), cioè che i Bizantini

avesser mandato a Palermo ed Africa, offrendo il regno d'Italia ai

Saraceni.[822]

Qual che fosse stato l'accordo tra l'impero d'Oriente e i Musulmani di

Sicilia, finì con la vita d'Otone secondo. Perchè i Bizantini, vedendo

sgombrare dopo la sanguinosa giornata i vincitori al par che i vinti,

ripigliarono tranquillamente le Calabrie e con un po' di fatica la

Puglia. Dominarono da Reggio al golfo di Policastro sul pendio

occidentale d'Apennino, e sul pendio orientale da Reggio al Tronto:

posta la sede del governo a Bari, e mandativi a lor usanza gli

strateghi, i quali, verso il mille, cominciarono a prender titolo di

Catapano.[823] Ma non mutossi la rapacità, corruzione e debolezza del

reggimento bizantino. Dalla ritirata dunque d'Otone alla occupazione dei

Normanni, quella provincia si travagliò tra insoffribile tirannide e

impotenti sforzi a liberarsene; e talvolta v'ebbe chi per disperazione

chiamò i Musulmani di Sicilia; i quali sempre da ausiliari o da nemici

corsero il paese, eccetto brevi tregue, di che una sola è certa e l'anno

nemmen si sa.[824] Lor fazioni non sono specificate dagli annalisti

arabi; i latini le pongono con ignorante brevità, date dubbie, nomi

guasti, e niuna connessione: come cicatrici di cui non si sa l'origine

ma non si cancellano mai nella memoria delle genti. Ordineremo dunque

gli sparsi cenni il manco male che si possa, principiando avanti e

terminando dopo il regno di Iûsuf, perchè non son molti, e perchè non si

abbiano ad interrompere nei capitoli seguenti i successi di Sicilia.

Saccheggiata del novecentottantasei Santa Ciriaca o Gerace;[825] l'anno

appresso fatte altre scorrerie in Calabria; l'ottantotto, assediata,

presa e desolata Cosenza,[826] assaliti altresì i villaggi presso Bari e

riportatone uomini e donne prigioni in Sicilia.[827] Si trovò il

novantuno l'oste musulmana a Taranto; dove sopraccorso un conte Atto con

gente di Bari, cadde nella zuffa egli e parte de' suoi.[828] Tornavano

il novantaquattro a quelle regioni; stringeano per tre mesi, espugnavano

al quarto, Matera, che fu incendiata e avea patito tal fame

nell'assedio, che si narra d'una donna cibatasi delle carni del

figlio.[829] Dandosi intanto gli Italiani oppressi a cospirare contro i

Bizantini, accadde d'ottobre del novantotto che Smagardo da Bari,

accozzatosi con un condottiero Busito, che par suoni Abu-Sa'îd, giunse

chetamente alla città; gli fu aperta una porta; ma il Musulmano, vistolo

uscire da un'altra, si ritrasse temendo tradimento, o che fosse fallito

il colpo;[830] talchè veramente fallì. Succeduta, com'e' sembra, la

tregua per qualche anno, fors'anco durando la tregua col catapan

bizantino, ch'indi suscitasse i Musulmani a molestare gli Stati

independenti in sul Tirreno, a dì tre agosto del mille e due si

mostrarono a Benevento con forze ch'è mestieri chiamar esercito, e presa

la notte medesima la via di Capua, posero l'assedio alla città; poi

corsero infino a Napoli, con qual successo lo ignoriamo, forse di metter

grosse taglie e ritrarsi.[831] Di marzo mille e tre, innoltratisi

dentro terra nel golfo di Taranto, assediavano senza frutto

Montescaglioso.[832] Guerra, non incursione di predoni, fu l'altra che

seguì il mille e quattro, capitanando i Musulmani il _kâid_ Safi,

rinnegato. Il quale in su l'entrar di maggio poneva il campo a Bari, vi

chiudea Gregorio catapano della provincia; e avrebbe espugnata la

capitale senza le armi dei Viniziani, pronti ad aiutar l'impero greco

quando ne andava la sicurezza dell'Adriatico. Perchè Pietro Orseolo doge

di Venezia, salpato con l'armata a dieci agosto, approdava a Bari il sei

settembre in faccia ai nemici, che invano instrussero i cavalli su la

costiera e fecero avvisaglie con lor navi. Rifornita Bari di

vettovaglie, il doge ordinò ogni cosa per fare ad un tempo la sortita

dal sobborgo e dar battaglia navale. E per tre dì fu combattuto ad armi

bianche e dardi artifiziati con fuoco; finchè Safi vedendo averne la

peggio, chetamente levò il campo la notte del ventidue settembre.[833]

Minori sembran le forze e meglio giudicata la vittoria, nella battaglia

navale che si travagliò il sei agosto del mille e cinque a Reggio; dove

i Pisani, emuli ormai di Venezia, ruppero i Musulmani.[834] D'agosto del

mille e nove, spezzato il patto del capitano Sato, o cred'io Sa'îd, i

Musulmani occupavano un'altra volta Cosenza.[835] Poi si legge che un

Ismaele combatteva insieme coi Saraceni l'anno mille undici a

Montepeloso; ch'era ucciso nella zuffa un Pasiano e che Ismaele entrava

nel castel di Bari;[836] nel qual testo par si debba legger Melo in

luogo d'Ismaele:[837] e sarebbe il nome, se fausto o male augurato non

so, al certo venerabile e grande, del cittadin di Bari, il quale,

levatosi come Smagardo contro la tirannide bizantina, comperò indi a

poco le spade normanne. Che gli emiri kelbiti abbiano aiutato a cotesti

movimenti di Puglia non può chiamarsi in dubbio: e se ci fossero ignote

lor fazioni di guerra, basterebbe la cura che posero le croniche

pugliesi a notare le mutazioni di signoria dei Musulmani dal mille

quindici al mille e venti, tacendo al tutto quelle che precedettero e

che seguirono.[838]

Per cagion della rivoluzione militare del millequindici onde furono

menomate le forze dei Kelbiti, è da supporre venuti d'Affrica, non di

Sicilia, i Musulmani i quali del mille e sedici posero a terra a

Salerno; strinsero un pezzo la capitale con l'armata e con l'esercito;

alfine furono costretti abbandonare l'impresa.[839] Altri narra che

trovandosi per caso in Salerno quaranta gentiluomini normanni, reduci

dal pellegrinaggio di Gerusalemme, sentendosi ribollire il sangue nelle

vene alla vista degli Infedeli baldanzosi e dei terrazzani che tremanti

s'apprestavano a pagar la taglia, chiedean armi e cavalli, prometteano

liberare i Cristiani col ferro; e lor era creduto alle robuste persone e

guerriero piglio ed aspetto: tantochè, assaliti alla sprovveduta i

nemici, li sbaragliavano con grande strage. Il qual episodio parmi da

accettare, sol che s'aggiungano al drappello straniero i cavalli e i

fanti del principato salernitano, e che si tolga qualche zero alla cifra

dei ventimila Saraceni che leggiamo in una compilazione. I pii guerrieri

ricusavano ogni guiderdone, ripigliavano il viaggio ad onta di tutte

promesse e preghiere: onde il principe di Salerno mandò secoloro un

legato che conducesse a' suoi soldi campion più mondani, recando in

Normandia la mostra del ben di Dio che si godeva in Italia: vestimenta

di porpora, briglie di cavalli ricoperte a lamine d'oro, melarance,

mandorle e noci confettate.[840] E gli stranieri corsero all'esca; ma

divorarono insieme la man che la porgea.

Mentre le armi normanne cominciavano con piccoli auspicii a mostrarsi in

Puglia, i ribelli avendo uopo di più forti aiuti, non restarono di

chiamare i Musulmani di Sicilia. I quali del mille e venti, accozzatisi

con un Rayca, pugliese, assediarono e presero Bisignano:[841] che sembra

la prima impresa dell'emiro Akhal. Si legge poi che di giugno del

milleventitrè un _kâid_ Gia'far con Rayca pose il campo a Bari; donde

partitosi il dì appresso, espugnò Palasciano:[842] nel qual testo il

nome va corretto forse Abu-Gia'far e sarebbe il medesimo Akhal[843].

Delle altre scorrerie di costui, delle arsioni e guasti e saccheggi in

Calabria, vagamente accennati negli annali arabici[844], ignoriamo i

particolari, non avendo croniche cristiane di Calabria in questo tempo,

ma sol qualche ricordo della Puglia. Tornò ad osteggiar la Puglia il

milleventinove Gia'far, o Akhal, insieme con Rayca; assediò il castello

d'Obbiano; e si ritrasse per accordo coi terrazzani che dessergli

prigioni gli stranieri, com'ei pare, il presidio bizantino[845]. Stavano

per cominciare in Sicilia i rivolgimenti che distrussero la dinastia

kelbita e la dominazione musulmana, quando di giugno milletrentuno i

Musulmani occupavan Cassano; e il tre luglio davano una rotta al

catapano Potho.[846]

D'allora in poi non s'intende d'assalti loro in Terraferma, nè v'ha

luogo a supporne, ove si consideri lo scompiglio dell'isola, la vittoria

di Maniace, l'ingrossar dei venturieri normanni in Puglia e Calabria. I

Musulmani che rimasero quivi fino al conquisto della Sicilia, erano

rifuggiti o mercatanti. Tale al certo la popolazione infedele di Reggio,

la quale il millesessanta s'accozzò coi Cristiani in una infelice

fazione navale contro la patria, per isfogare odii di parte o mostrar

fede ai novelli signori.[847] Qualche altro esule sventurato, qualche

avventuriere di negozio o di scienza, stanziò in questo tempo a Salerno,

come sarà detto a suo luogo. Ma il flagello che aveva afflitta per due

secoli l'Italia dal Tevere al Faro, si trovò spezzato innanzi la metà

dell'undecimo.

Le battiture del quale, furono al certo più spesse e crudeli che non ci

sia venuto fatto di raccontarle su i ricordi, pochi e dispersi, di due

secoli oscurissimi; delle quali notizie alcune si trovano senza data nè

certezza di nomi topografici nelle agiografie; e però non ci si può fare

assegnamento.[848] Migliore testimonianza danno i nomi che leggiam

tuttavia su le carte geografiche in luoghi di cui non fan motto gli

annali cristiani nè dello islam: i quali nomi, e tanti che ne ignoriamo,

e tanti che si sono dileguati, ragion vuole derivino dai casi del nono e

decimo secolo, anzi che del decimoterzo, quando le squadre musulmane di

Federigo secondo e di Manfredi non faceano un passo che gli scrittori

guelfi immantinenti non ne ritraessero l'orma. Nido dei Musulmani par

sia stato nel nono secolo il Monte Saraceno, come si addimanda, su la

costa meridionale del Gargano,[849] a settentrione del qual promontorio,

tra Viesti e il lago di Varano, è anche una Punta Saracena. Un monte

Saraceno s'innalza rimpetto al comune di San Bartolomeo di Capitanata su

l'altra sponda del Fortore. Un altro in Calabria Citeriore, a ponente di

Rocca imperiale. Nella stessa provincia s'addimanda Saracena un Comune

posto a libeccio di Castrovillari a poche miglia; e sbocca nel Jonio,

tra Amendolara e la foce del Crati, il fiumicello Seracino; presso al

quale in sala marina è una Torre Saracina come la chiamano. Lo stesso

nome di Torre Saracena si scorge nelle carte del secol decimottavo in

Calabria Citeriore, tra Longobuco e Bocchigliero. Fino nello Stato

papale a poche miglia a greco da Tivoli giace la terra di Saracinesco; a

mezzogiorno della quale è l'altra detta Siciliano: nomi lasciati per

avventura nei principii del decimo secolo dalle masnade del Garigliano,

o alla fine dell'undecimo dai Musulmani di Sicilia, che menò seco

Roberto Guiscardo, per liberare papa Ildebrando dai Romani e dai

Tedeschi.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 24 / 62 题