In questo tempo l'amistà di Moezz con Niceforo par abbia preso quella
sembianza di lega che i cronisti occidentali rinfacciano all'impero
bizantino. Già da parecchi anni Otone primo, cominciava a colorire i
disegni sopra l'Italia meridionale, come accennammo; profferiva da
sovrano feudale aiuti a Pandolfo Capo di ferro principe di Capua e
Benevento contro Niceforo rivolto al racquisto della Puglia; tentava
senza frutto di tirare a sè il principe di Salerno; d'ottobre del
sessantotto correa con incendii e rapine i confini di Calabria e dello
stato salernitano; accattava forze navali dai Pisani che poco appresso
si veggono combattere in Calabria;[715] di marzo del sessantanove
incalzava l'assedio di Bari tenuta dai Bizantini; e in quel torno
inviava aiuti a Pandolfo, che fu vincitore e poi vinto a Bovino.[716] La
pratica del matrimonio del figliuolo con la principessa greca Teofano,
anzichè comporre, rinvelenì gli animi (giugno ad ottobre 968) per la
perfidia che v'odorò la corte bizantina, la ingiuria che incontrò a
Costantinopoli l'ambasciatore Liutprando, e il vero o supposto
tradimento dei Bizantini che dettero addosso in Calabria alle genti di
Otone quando liete veniano a ricever la sposa (969). Seguirono dunque in
Puglia tra le armi de' due imperi parecchi scontri che non occorre
divisar qui.[717] Nell'un dei quali forse il novecensessantotto due
Landolfi, fratello e figliuolo di Pandolfo Capo di ferro, combatteano in
Ordona contro i Greci e i Musulmani uniti insieme e metteanli in fuga;
ma il giovane Landolfo vi toccò una ferita.[718] Atto figliuol del
marchese Trasimondo di Spoleto, del novecensettantadue, ruppe un capitan
musulmano Bucoboli, e inseguillo infino a Taranto:[719] forse ausiliare
mandato da Moezz pria della morte di Niceforo Foca; forse capitan di
ventura ai soldi del principe di Salerno, o della repubblica di Napoli,
la quale era stata poc'anzi (970) assalita da Otone.
Ma Zimisce, ucciso Niceforo (11 dicembre 969) e salito sul trono, fermò
la pace con Otone e le nozze di Teofano col figliuolo;[720] talchè
mancava una ragione dell'accordo tra Costantinopoli e i Fatemiti. Svanì
l'altra ragione per le vittorie di Zimisce in Siria e di Moezz sopra i
Karmati; donde tolti via i nimici comuni, cominciarono l'un contro
l'altro a digrignare.[721] Morirono poi entrambi entro due settimane (24
dicembre 975, 7 gennaio 976); e ricaduto l'impero bizantino in gare di
corte e guerre civili, non seguirono altri effetti contro i Fatemiti, ma
non si rappiccò nè anco la pace. In Puglia intanto eran già venuti alle
armi. Del novecensettantacinque uno Zaccaria, che par greco al nome,
avea preso Bitonto, ucciso prima Ismaele, musulmano al nome, condottier
ausiliare o di ventura.[722]
L'ardimento di sbarcar non guari dopo a Messina, mostra che i Bizantini
andassero co' nuovi contro i vecchi amici. Tornano a questo tempo i
preparamenti navali di Niceforo, _maestro_, come s'intitolò, di
Calabria, il quale, secondo legge bizantina, fece armare salandre a
spese delle città per difender le costiere e assaltare la Sicilia; e
tanto aggravò quei di Rossano, ch'arser le navi e ammazzarono i
protocarebi; e il governatore, dopo molte minacce, perdonò loro a
intercessione di San Nilo il giovane, o perchè non era agevol cosa a
punire.[723] Sembra che coi Bizantini si siano accozzati i Pisani, testè
venuti in Calabria ai servigi dell'Impero, e che abbian fatto l'impresa
con forze navali soltanto. Occupavan Messina alla prima. Sopracorreavi
Abu-l-Kâsem con l'esercito siciliano e gran compagnia di dotti e
virtuosi cittadini, scrive Ibn-el-Athîr, quasi a smentire Ibn-Haukal.
Del mese di ramadhan del trecensessantacinque (mag. 976) entrava nella
città, dove i nemici non l'aspettarono. Inseguendoli pertanto di là
dallo stretto, risalì con le genti fino a Cosenza; la quale assediò
parecchi giorni; e chiestogli l'accordo per danaro, assentì; e andò a
porre la taglia nella stessa guisa alla rôcca di Cellara, indi ad altre
terre. Mandava intanto il fratello Kâsem con l'armata su le costiere di
Puglia,[724] commettendogli di spingere le gualdane giù per la Calabria
ov'ei guerreggiava col grosso delle genti.[725] I Musulmani assaliron
Gravina in Puglia, che fu indarno, al dir d'una cronica latina; al dir
d'un'altra la presero: ma forse s'appongono entrambe al vero, se finì
con pagare la taglia.[726] Sparso molto sangue, fatto gran bottino e
copia di prigioni, l'emiro e il fratello tornavano in Sicilia.[727]
Dove Abu-l-Kâsem, non dimenticato l'assalto di Messina, ristorava la
forte rôcca di Rametta, l'anno trecensessantasei (29 agosto 976, 17
agosto 977), e vi ponea presidio capitanato da un suo schiavo
negro.[728] Ripassò poscia in Terraferma, investì Sant'Agata, quella
forse che s'addimanda di Reggio; tantochè i cittadini ne uscirono per
accordo, consegnatagli la rôcca e quanta roba v'era.[729] Così
Ibn-el-Athîr: un altro cronista arabico dice sbarcato Abu-l-Kâsem alle
“Torri” (_Abrâgia_), dove messosi l'esercito a rapire pecore e buoi e
traendosene dietro una infinità che impediva il cammino, il capitano li
fece sgozzar tutti in un luogo, al quale indi rimase infino ai dì del
cronista il nome di _Monakh-el-bakar_ o diremmo noi la “Posata del
bestiame.”[730] Appressandosi i Musulmani a Taranto, i cittadini
sguisciaron via, chiuse le porte in atteggiamento di difesa, per
intrattenere il nemico: e questi saliva le mura, credendo dar battaglia;
se non che, accortosi della burla, pose fuoco alla città e distrussene a
suo potere. Giunse Abu-l-Kâsem ad Otranto; corse altre città delle quali
non ci si dicono i nomi;[731] ma sappiam che Oria in Terra d'Otranto e
Bovino in Capitanata, furon arse entrambe, e il popol minuto d'Oria
condotto prigione in Sicilia.[732] Assalita per ultimo una città che mi
par da leggere Gallipoli,[733] e presone la taglia, l'esercito si
riduceva in Sicilia, con torme di prigioni, salmerie di ricche spoglie,
e vanto, che parea gloria, d'aver dato il guasto a sì vasto tratto di
paese che fa in oggi mezzo il reame di Napoli.[734] I cronisti noverano
due altre imprese d'Abu-l-Kâsem in Terraferma tra il settantotto e
l'ottantuno, senza narrarne i particolari.[735]
Inaspettatamente qui viene un'agiografia greca ad attestare il gentil
animo dell'emir di Sicilia. Ma principieremo da più alto, poichè i
costumi del popolo assalito, e un po' anco degli assalitori, per tutto
il decimo secolo son come l'ordito di cotesto scritto, con trama sì
discreta di soprannaturale, da non far impedimento alla vista. Diciamo
della Vita di San Nilo da Rossano, dettata da un compagno e discepol suo
alla fine del decimo a principio dell'undecimo secolo. Nacque San Nilo
verso il novecentotrè; morì verso il novantotto. Studiò i santi padri,
cioè Antonio Saba, e Ilarione, scrive il discepolo; quantunque non gli
mancassero libri nè ingegno da apprendere negromanzia, se l'avesse
voluto.[736] Una febbre lo fe' pensare alla morte, giovane di
trent'anni; perilchè abbandonati i beni ed una figliuola naturale
ch'avea, si tonsurò nel monastero di San Mercurio e corse a cercare
asilo in quel di San Nazario,[737] dove non arrivassero le branche del
governatore bizantino, il quale lo volea sfratare e tornare al duro
giogo di decurione. Fuggendo dunque solo e a piè in riva al mare, ecco
saltargli addosso dalle fratte un barbaro saraceno, seguito da Etiopi
con occhi di bragia che avean lì tirata loro barca. E il barbaro a
interrogarlo; e, inteso che andasse a fare i voti monastici, si messe
umanamente a persuaderlo d'aspettar la vecchiaia a lasciare il mondo.
Vistolo risoluto, l'accomiatò che tremava da capo a piè; ma pensato
meglio, li corse dietro gridando: “Fratello, aspetta aspetta;” e volle
provvederlo per lo viaggio di pani finissimi, scusandosi che non avesse
in pronto altro da mangiare. Fu costrutta poi in miracolo tal ordinaria
carità musulmana a povero viandante: fu creduto il demonio in carne e in
ossa un gentiluomo, il quale cavalcando presso San Nazario, intendendo
il proponimento del giovane, lo chiamò pazzo, poichè se volea salvar
l'anima potea far penitenza in casa senza ficcarsi tra i frati, “avari,”
dicea, “pieni di vanagloria, dati tutti alla crapula; che un caldaio di
lor cucine capirebbe me ritto in piedi e mezzo questo mio cavallo.”
Preso l'abito, tornato a San Mercurio dopo un pezzo, Nilo si segnalò per
obbedienza monastica, flagellarsi, pregare, vestir ciliccio che mutava
una volta ogni anno, pazienza dello schifo e disagio; ed anche assiduità
allo studio, belle massime di carità cristiana, e mondana sagacità e
prudenza.[738]
Donde salì in fama di santità: riverito dai magistrati; andaron vescovi,
arcivescovi, ciambellani di Costantinopoli e i governatori stessi di
Calabria a richiederlo di vaticinii e consigli;[739] fondò il monastero
di Grottaferrata presso Roma; vinse l'antipatia della schiatta italica e
oltramontana a sua favella e greca profusione di capelli e barba;[740]
fu onorato in sua vecchiezza a Monte Cassino, a corte dei principi di
Capua, dall'imperatore Otone terzo e da Gregorio quinto, dai quali
impetrò grazia all'antipapa Filargato.[741] Pria di pervenire a tanta
altezza, avea patrocinato rei minori, come i sollevati di Rossano di cui
dicemmo, ed un giovane di Bisignano che svaligiò ed uccise un giudeo, ed
i magistrati lo volean dare in mano alla comunità israelita.[742] San
Nilo gareggiò a suo modo nell'arte salutare col medico giudeo Sciabtai
Donolo, uom di molta sapienza a quel tempo in Calabria.[743] E come ci
vengon visti nella vita del Donolo,[744] così anco in quella di San Nilo
i Musulmani di Sicilia, ch'erano per fermo il flagello principale delle
Calabrie, dopo i governatori bizantini. In una spaventevole incursione,
quella, come parmi, d'Hasan del novecencinquantuno o del cinquantadue, i
monaci di San Mercurio si rifuggivan qua e là per le castella; San Nilo
rimanea nel romitaggio d'una spelonca vicina, donde vide la polvere dei
cavalli nemici; e, campato su nella montagna, tornando, trovò che gli
avean rubato fino un sacco di cilicio, e il monastero desolato, e
mancava un fedel suo compagno. Cui volendo riavere o rimaner prigione
con essolui, si poneva all'aperto in mezzo alla strada; vedea venir
dieci cavalieri vestiti, armati e cinti le teste di fazzoletti[745] alla
foggia dei Saraceni; quand'eccoli smontare, inginocchiarsi: ed erano gli
abitatori d'un castello, che così travestiti scorreano, se per far bene
o male non so, i quali lo accertarono essere salvo il compagno.[746]
Posate poscia le armi musulmane, seguíto il tumulto di Rossano che
narrammo, San Nilo presagì la novella tempesta. Tornò allora a Rossano
l'arcivescovo Vlatto, con molti prigioni riscattati in Affrica, per
credito della sorella ch'era moglie, come diceano, del re dei Saraceni:
qualche schiava favorita del Mehdi o di Kâim. Dondechè proponendosi
Vlatto di andar nuovamente in Affrica a liberar altri Calabresi, San
Nilo lo ammonì non si arrischiasse in quella tana di vipere che alla fin
fine l'avrebbero morso: e in fatti, andato, mai più non tornò.[747] In
quel medesimo tempo si raccendea la guerra musulmana in Calabria;
vaticinava San Nilo che la non finirebbe di corto, e distogliea lo
stratego Basilio dal fabbricare una chiesa, chè gli Infedeli, dicea, la
demolirebbero immantinente occupando il paese.[748] Nella guerra, forse
del novecentosettantasette, riparatosi San Nilo nel castello di Rossano,
rimasero nel cenobio tre frati, che furon menati prigioni in
Sicilia.[749]
A riscattarli ei vendea delle canove del monastero il valsente di cento
bizantini d'oro,[750] e con un frate fidato e un giumento donatogli da
Basilio stratego, li mandò in Palermo, con lettere per quel principe,
dice la cronica, cui chiamano Amira, e altre ad un segretario,[751]
brav'uomo e cristianissimo. Il quale tradotta l'epistola all'emiro, quei
la lodava di dottrina e prudenza, e vi raffigurava lo stile d'un
amico[752] di Dio: onde onorato molto il messaggiero e regalatolo,
mandava a San Nilo un presente di pelli di cervi e aggiugneavi questa
lettera: “Colpa tua, ch'ebbero dispiacere i tuoi frati; poichè se me
n'avessi richiesto, ti avrei spacciato una cifera[753] che bastava
affissarla in su la piazza, e niuno avrebbe molestato, il monastero, nè
sarebbe occorso fuggirtene via. Adesso, se non temi di venirne appo di
me, potrai soggiornare liberamente nel paese che m'obbedisce, dove sarai
rispettato ed onorato da tutti.”[754] Del quale scritto mi par genuino
il senso, e fin direi il tenore.
Morto intanto Otone primo (973), Otone secondo, che meritò esser detto
dai Romani il Sanguinario, ritentava l'impresa dell'Italia meridionale;
parendogli quivi men salda che mai l'autorità dei fratelli della moglie,
regnanti a Costantinopoli con poca riputazione e impedimento di nuove
guerre. Allo scorcio dell'ottantuno, calato a Benevento dando voce del
passaggio contro gli Infedeli, espugnata Salerno che gli ricusava
l'omaggio e gli aiuti, Otone si apparecchiò al conquisto delle
Calabrie.[755] Le quali, scrive Ditmar, uom sassone d'alto legnaggio,
vescovo e contemporaneo, eran gravemente afflitte dai Greci e dai
Saraceni.[756] Un altro cronista tedesco di quell'età, afferma che gli
imperatori bizantini, non potendo stogliere Otone da cotesta impresa,
condussero a soldo i Saraceni di Sicilia e altre isole, e fin d'Affrica
e d'Egitto, per lanciarglieli addosso.[757] Gli annali musulmani, che
maravigliosamente accordansi con Ditmar in molti particolari, notan solo
che Abu-l-Kâsem bandì la guerra sacra, poichè il re dei Franchi movea
contro la Sicilia.[758] Manifesto egli è dunque che i Bizantini e i
Musulmani di Sicilia, rinnovandosi il comun pericolo, rifacessero la
lega come al tempo di Niceforo e di Moezz.[759] Lo stratego di Calabria
assoldò forse qualche compagnia musulmana, che stanziò in quelle parti e
militò con essolui. Ma l'esercito siciliano non operò mai insieme coi
Greci: che gli uni e gli altri combattessero contro Otone sul medesimo
campo di battaglia, è falso supposto di moderni scrittori, i quali si
fidarono alle compilazioni, mettendo da parte le croniche originali.
In primavera dell'ottantadue, Otone venne sopra Taranto, e in breve la
espugnò, mal difesa dai Greci.[760] Nella poderosa oste militavano
Sassoni, Bavari e altri Tedeschi, Italiani delle province di sopra e dei
principati longobardi; condotti dai grandi vassalli dell'Impero laici ed
ecclesiastici, dal fior della nobiltà di Germania e d'Italia.[761]
Scarseggiando di forze navali, Otone s'acconciò coi protocarebi di due
salandre, mandate fin dai tempi di Niceforo Foca a raccogliere le tasse
di Calabria; i quali gli prometteano d'ardere il navilio musulmano:
ch'era doppio tradimento, o quei tentennavano nella fede del signor
loro, e si disponeano a seguir Otone vincitore, e vinto abbandonarlo.
Erano navi, scrive Ditmar, di mirabile lunghezza e celerità, con doppia
fila di remi e cencinquanta uomini ciascuna; armate di quel fuoco cui
nulla spegne se non l'aceto. Due gualdane di Musulmani furon sopraffatte
dall'esercito d'Otone;[762] una delle quali, o una terza che fosse, si
difese in una città, credo io Rossano, poi si dette alla fuga.[763]
Abu-l-Kâsem, partito con l'esercito del mese di ramadhan
trecentosettantuno (27 aprile a 26 maggio 982), saliva lungo la costiera
orientale di Calabria, dove ebbe più certi avvisi delle forze del nemico
accampato a Rossano.[764] Perchè non si fidando d'assalirlo, adunati i
capitani che voleano andare innanzi, risolutamente ordinò la ritirata: e
mandavala ad effetto con l'esercito e il navilio, quando i legni nemici
che stavano alla vedetta, addandosene, mandarono spacci ad Otone che
corresse sopra i Musulmani sbigottiti.[765] Ei lascia addietro gli
impedimenti e col fior dei suoi fa tate diligenza che sopraggiugne i
Siciliani il quindici luglio[766] su la marina di Stilo.[767] Vistili da
lungi sparuti di numero, sclama che sono masnadieri, non soldati, e,
incontanente comanda di dar dentro.[768] Abu-l-Kâsem, facendo alto,
s'era già messo in ordine di battaglia.[769]
Dopo aspro menar di mani avvenne che uno squadrone imperiale caricando
il centro de' Siciliani lo ruppe e volse in fuga. Trapassando
nell'impeto fino alle bandiere difese da Abu-l-Kâsem con un forte nodo
di nobili e prodi cavalieri, tennero il fermo; furon tutti mietuti e
l'emiro ucciso d'un colpo al sommo della testa:[770] ma immolandosi
strapparon la vittoria di mano all'imperatore tedesco. Chè a quel
respitto li sbaragliati si rannodano, precipitano alla riscossa, scrive
Ibn-el-Athîr, deliberati a morire; i vincitori, scrive Ditmar, dopo
breve scontro sono soverchiati e tagliati a pezzi:[771] nè fa maraviglia
tal subito scambio di sorti quando il centro de' Siciliani sconfitto
rifacea testa più addietro, e le ali rimase intere si chiudevano su le
spalle del nemico. Il rimanente dell'esercito otoniano si dileguò
fuggendo. Lasciò sul campo quattromila morti e grande numero di ottimati
prigioni.[772] Tra questi noverossi il vescovo di Vercelli mandato ad
Alessandria d'Egitto e riscattatosi dopo lunghi anni, al par che tanti
altri chierici e laici, i quali a poco a poco si vedean tornar in
Germania.[773] Degli uccisi, le croniche italiane ricordano Landolfo
principe di Capua, Atenolfo suo fratello e i nipoti Ingulfo, Vadiperto e
Guido di Sessa;[774] le tedesche, Arrigo vescovo d'Augsburg, Wernher
abate di Fulda, e molti altri prelati;[775] e dei gran baroni un Richar,
un duca Odone, i conti Ditmar, Becelino, Gevehardo, Guntero, Bertoldo,
Eccelino e un altro Becelino fratel suo, con Burchardo, Dedone, Corrado,
Irmfrido, Arnoldo, e altri che Iddio solo conosce, scrive Ditmar, il
quale vi perdè uno zio della madre.[776]
Otone il Sanguinario, fuggendo a briglia sciolta col cugino duca di
Baviera, avvistò le due salandre greche presso la spiaggia, e si tenne
salvo.[777] Ma arrestatoglisi il destriero, un giudeo suo fidato che lo
seguiva gli grida: “Prendi il mio e dà pane ai miei figli s'io ci
muoio,” onde Otone montato in sella[778] spinse il cavallo in mare;
gridò e fe' cenno al nocchiero; e quei tirò dritto. Tornato a proda,
trova il giudeo, Calonimo il suo nome, che l'attendeva ansioso di lui
non di sè stesso: il cugino era ito, chè già si vedean venire a spron
battuto i Musulmani. “E che farò?” sclamava Otone. “Ma sì ho ancora un
amico!” e lanciossi di nuovo nell'onda col cavallo del giudeo.[779]
Questi fu ucciso.[780] Ricettò l'imperatore l'altra salandra che
passava, conoscendolo un ofiziale schiavone.[781] Fatto posare dal
protocarebo sul proprio letto e interrogato, accertò sè essere Otone: lo
pregò d'accostarsi a Rossano, tanto che prendesse seco la moglie e i
tesori; ch'ei non voleva rimetter piè su l'infausta terra, ma andare a
Costantinopoli, ove i pii imperatori renderebbero merito a chi avesse
tolto a sicura morte il cognato. Il Greco assentì: navigando dì e notte
giunsero a Rossano.[782] Otone mandava lo Schiavone a terra, e non guari
dopo fu vista scendere alla marina la imperatrice con Thierry vescovo di
Metz ed una fila di giumenti che recavano, come diceasi, il tesoro; a
che il capitan greco gittò l'áncora. S'accosta con barchette il vescovo;
monta su la nave egli e pochi; parla ad Otone; e questi, per accogliere
onorevolmente la imperatrice, indossa abiti di gala, arriva passeggiando
al bordo: e giù in mare d'un salto. Un della ciurma che lo volle
ritenere, fu trafitto; gli altri ricacciati indietro dagli altri
famigliari saliti con l'arme alle mani; e Otone intanto afferrava la
spiaggia: talchè i Danai truffatori d'ogni gente furono burlati,
conchiude soddisfatto Ditmar.[783] Nel cui racconto io non veggo nulla
che rassomigli a favola. Altri recò il caso un po' diverso, come
l'andava ritraendo la fama;[784] chi venne appresso v'aggiunse e tolse
quanto gli parve;[785] falsarii moderni lo ricomposero a lor modo:[786]
e in fine i critici nauseati sono stati lì lì per rigettar tutti gli
episodii in un fascio.[787] I ricordi arabici convengono con Ditmar, sì
nei primi accidenti della fuga e sì nel successo, dicendo che Otone si
ridusse allo accampamento ov'era la moglie; e con lei tornossi a
Roma.[788]
E veramente, soggiornato alquanto a Capua, passò nell'Italia di sopra,
adunò del novecentottantatrè la dieta dell'Impero a Verona,[789]
s'apprestò a far vendetta sopra la Sicilia, vantossi di gittare un ponte
di barche su lo stretto di Messina,[790] e venne a morire a Roma (7 dic.
983); meno avventuroso d'Abu-I-Kâsem, ch'era caduto sul campo di
battaglia. Dove la stirpe arabica pagò alla stirpe italiana l'affitto
della Sicilia, coi buon colpi che sbarattarono un esercito germanico e
fecer morire di rabbia e disagi l'imperatore, l'Otone, passeggiante
ormai su l'estrema punta della penisola. E forse Salernitani, Romani, e
Italiani d'altre province tratti a forza sotto l'insegna imperiale,
benedissero le scimitarre orientali che loro balenavano dinanzi gli
occhi. Prepotente forza delle necessità geografiche su le vicende delle
nazioni, a vedere i Musulmani di Sicilia, guelfi innanzi tratto,
guadagnare in Calabria una prima Legnano![791]
Rimasti i Siciliani signori del campo, assumea le veci d'emiro Giâber,
figliuolo d'Abu-l-Kâsem; il quale immantinente fe' suonare a raccolta,
non concedendo di continuare il bottino; nè pur di raccogliere le armi e
attrezzi di guerra lasciati dal nemico da rifornirne gli arsenali di
Sicilia. Non si ritrae se fu necessità, paura o gelosia d'affrettarsi a
pigliar lo stato in Palermo; nè s'ei pensò a recar seco il cadavere del
padre. Ma alle costui virtù rese merito il popolo, che chiamollo “Il
Martire,” ed affidò alla storia questa epigrafe: Giusto, di specchiati
costumi, tutto amore ai sudditi, affabile, elemosiniere, che non lasciò
ai suoi figliuoli nè una moneta d'oro, nè una d'argento, nè un pezzetto
di terreno, avendo legato ogni cosa ai poveri ed opere di carità.[792]