CAPITOLO VIII.

Dopo otto anni di prospero reggimento, Iûsuf, colpito d'emiplegía del

lato sinistro, risegnò l'emirato al figliuolo Gia'far, al quale avea già

procacciato in cancelleria d'Egitto il diploma di sostituzione:[850] e

adesso a nome del califo Hâkem-biamr-Allah gli erano inviate le bandiere

del comando, con prerogativa di _Tâg-ed-dawla_ e _Seif-el-milla_, che

suonan “Corona dell'Impero e Spada della Fede.”[851] Faccende di

cancelleria, parendo che ormai i califi fatemiti non pretendessero

esercitare autorità in Sicilia, nè eleggerne gli emiri, ma sol mantenere

le cerimonie dell'investitura, come faceano in Affrica; dove ciò non

togliea che gli emiri zîriti loro contendessero qualche città di

frontiera con le ragioni e con la spada.[852] E veramente nella vita di

Hâkem, di che sappiam tante minuzie, non si fa motto mai della Sicilia,

nè del reggimento nè degli emiri di quella; se non che alcun Siciliano,

nativo ovvero oriundo, comparisce nella storia politica e letteraria

dell'Egitto, non altrimenti che gli stranieri, dell'Irâk, di Siria,

d'Affrica. Di cotesti Siciliani diremo là dove cadrà in acconcio. Da

un'altra mano la corte degli emiri in Palermo del tutto si ordinava come

di principi independenti. Si veggono nel regno di Gia'far gli oficii di

_vizîr_ e di _hâgib_, ossia ministro e ciambellano; i quali mai non

furono, nè il poteano, appo gli emiri di provincia. I poeti in loro

apostrofe a Iûsuf e al figliuolo chiamavanli _Malek_, che suona re,

titol nuovo nell'islamismo; e scrivean come se mai non fosse stato al

mondo il califato d'Egitto.[853]

Gia'far ebbe dal padre, insieme col principato, ciò che si potea

tramandare per liberale educazione: non le virtù dell'animo nè della

mente. Fece mediocri versi; entrò nelle antologie degli Arabi in grazia

d'un epigramma improvvisato in Egitto (1035), dove andò a finir

comodamente la vita quando il cacciarono di Sicilia: volgare antitesi

sopra due paggi che gli venner visti in abiti di _dibâg_[854] l'un rosso

e l'altro nero; la qual freddura piacque assai in quell'Arcadia arabica

dell'undecimo e duodecimo secolo.[855] Del rimanente, indole pigra,

avara, crudele: nelle sue mani casa kelbita diè la volta al comun

precipizio delle dinastie musulmane, nelle quali ad una o due

generazioni di guerrieri succedettero per lo più i Sardanapali; come se

il naturale intristir dei sangui regii s'affrettasse dentro le mura

dell'harem, dove si sciupa il padre, e la fiacca prole alla sua volta vi

lascia quel po' di spirito rimaso nella razza.

Dal martire Abu-l-Kâsem in poi, gli emiri siciliani aveano amato meglio

i piaceri della reggia in Palermo che i combattimenti di Terraferma.

Così il buon Iûsuf, così Gia'far; il quale par quel desso ch'edificò il

castel di Maredolce tra le abbondanti acque e i lieti giardini che furon

poi delizia dei re normanni.[856] I capitani, intanto, mandati in

guerra, riportavano a casa, con qualche poco di bottino, la vergogna

della ritirata a Bari (1004) e della sconfitta a Reggio (1005): il

principe stracurato e i ministri procaccianti aprian la strada a

domestiche ambizioni. Donde Ali, figliuolo di Iûsuf, congiurò contro il

fratello coi Berberi e gli schiavi negri; coi quali negli ultimi di

gennaio del mille e quindici, ridottosi in un luogo non lungi di

Palermo, si chiarì ribelle. Gia'far gli mandava incontro senza indugio

il giund e le milizie della capitale:[857] a dì trenta gennaio si venne

alla zuffa, la quale finì con molto sangue dei sollevati, e il rimanente

diessi alla fuga. Ali preso, menato al fratello; il quale comandò di

metterlo a morte, non curando le lagrime del padre paralitico: talchè

entro otto giorni il temerario giovane si giocò la testa e la perdette.

Gia'far fe' trucidar dal primo all'ultimo gli schiavi ribellati, e i

Berberi scacciò dall'isola con le famiglie loro, niuno eccettuato; i

quali si ridussero in Affrica.[858]

Le croniche danno un insolito barlume su la ragione degli avvenimenti,

aggiugnendo, che rimaso a Gia'far il solo _giund_ siciliano e menomato

l'esercito, i Siciliani imbaldanzirono contro i governanti.[859] Indi si

vede essere stati i Negri squadre stanziali. I Berberi, avanzo delle

colonie spopolate un tempo (940) da Khalîl-ibn-Ishak, o piuttosto delle

soldatesche venute d'Affrica sotto i due primi emiri kelbiti, sembran

anco milizia stanziale: squadre di giund che gli emiri tenessero appo di

loro, pronte a servirli in casa e fuori, stipendiate con assegnazione

temporanea di _dhiâ_, o vogliam dir poderi demaniali: picciola mano di

gente, poichè tornò sì agevole di cacciarla via. L'attentato di Ali fu

dunque cospirazione militare. Gia'far con le stragi e il bando volle

vendicarsi e assicurarsi; ma non pensò che, rimanendo nelle forze di

coloro che l'avean mantenuto sul trono, non potea maltrattarli senza

pericolo.

A nulla forse ei pensava se non alle vanità e voluttà del principato;

rimettendo ad altri la cura di trovar moneta che bastasse allo spendio.

Per sua mala sorte s'avvenne in un segretario Hasan-ibn-Mohammed da

Bâghâia in Affrica,[860] e fecelo vizîr. Ai cui consigli Gia'far

comandava che in luogo dell'antica tassa invariabile d'un tanto ad

aratata[861] su i terreni, si levasse il dieci per cento su i grani e le

frutta; allegando l'usanza generale degli Stati musulmani.[862] I

terreni, s'intenda, tassati a _kharâg_ perpetuo: ed era arbitrario

l'atto; non potendosi in giure musulmano mutar nè la quantità nè il modo

di riscossione fermati al conquisto e diversi secondo i paesi, talchè la

costumanza degli altri luoghi, molti o pochi, non potea far legge in

Sicilia.[863] Che tal novazione aumentasse il peso, non occorre

dimostrarlo, quando il ministro e l'emiro la vollero, e i possessori se

ne mossero a far quel che fecero. Il vizîr aggravò il mal tolto

trattando con modi villani e superbi i _kâid_ e gli _sceikhi_, che è a

dire i capi delle nobili famiglie militari e i notabili della

cittadinanza. E l'emiro, al quale è naturale che se ne richiamassero,

parlò ed operò leonino.[864]

Riposava sicuro, nella severità sua e sagacità del ministro, quando, il

sei di moharrem del quattrocento dieci (13 maggio 1019), sollevatasi

repente la capitale, nobili e plebei trassero al palagio; l'assalirono,

abbatterono certi casamenti esteriori e facendosi notte intorniarono le

mura come in assedio. Già già mancavan le forze ai pochi difensori; le

turbe stavano per saltar dentro, quando si vide uscire in portantina il

paralitico Iûsuf; e per carità e riverenza s'arrestarono a un tratto gli

assalitori. Il quale si studiò a calmarli con parole e promessa di far

quant'e' vorrebbono; e quelli al veder il povero vegliardo rifinito

dagli acciacchi e dall'ansietà, ruppero in lagrime: quasi supplicando si

rifecero a contargli tutte le angherie sostenute. Iûsuf rispondea farsi

mallevadore del figliuolo, e ch'ei medesimo volea gastigarlo, e dargli

lo scambio in persona di cui lor paresse. Domandarono l'altro figliuolo

Ahmed, soprannominato Akhal;[865] e incontanente Iûsuf facea promulgare

la deposizione di Gia'far, e la esaltazione di Ahmed. Domandarono Hasan

di Bâghâia e il ciambellano Abu-Râfi'; i quali consegnati al popolo

furono entrambi uccisi e condotta in giro per la città la testa del

vizîr, ch'era più odiato, e arso il tronco, senza sepoltura. E ciascuno

se ne tornò a casa.

Iûsuf intanto temendo non inviperissero peggio gustato il sangue, avea

fatto imbarcare Gia'far sopra un legno che sciogliea per l'Egitto; e

poco appresso in altra nave ei lo seguì. Moriron poscia entrambi in

Egitto, dove avean recato secoloro in contanti seicento settantamila

dinâr, che son circa dieci milioni di lire italiane. I cronisti arabi,

lodando a lor uso la carità e liberalità, notano che Iûsuf possedeva in

Sicilia tredici o quattordici mila giumente, senza contarvi gli altri

animali da sella e da soma, e che venendo a morte non lasciò pure un

ronzino.[866] Ma a considerar meglio i fatti, quello stupendo armento,

per non dir nulla dei dieci milioni di moneta, prova la quantità dei

poderi tenuti in demanio nei regni di Iûsuf e di Gia'far. È verosimile

che costui, cacciati i Berberi ribelli del mille e quindici, abbia

ritenuto i poderi, anzichè concederli in beneficio militare ai

Siciliani; e che il dispetto di tal avarizia abbia fatto sentir più dura

l'offesa dell'aggravata tassa prediale.

Mentre germogliavano in Sicilia così fatte discordie, crebbe in Affrica

la dominazione zîrita; la cui potenza e le vicende interiori e il crollo

che le diè una nuova irruzione di Arabi, a volta a volta si risentirono

nell'isola. Bolukkîn con le armi di Sanhâgia, la riputazione di Moezz, e

gli ordini dell'antica colonia arabica, occupò tanto o quanto il paese

infino a Ceuta; raffrenò gli Omeiadi di Spagna che tenean parte della

costiera; si spinse a mezzogiorno dell'Atlante; rintuzzò la rivale

nazione di Zenata; ebbe dal califo Azîz le città su i confini

dell'Egitto, negategli nella prima concessione: talchè, venendo a morte

(984), era ubbidito più come principe che vicario da Tripoli a Fez.

Succedettegli il figliuolo Mansûr, il quale mantenne con varia fortuna

la potenza del padre; sottopose al giogo la tribù di Kotama.[867] E

ch'ei si sentisse saldo in sol trono, lo mostran le parole: “Mio padre e

l'avolo comandarono con la spada; quanto a me non adoprerò forza se non

che i benefizii.” E l'altro detto: “Ho ereditato questo reame da' miei,

nol tengo in virtù d'un rescritto, nè mel farà lasciare un

rescritto.”[868]

Furon serbate contuttociò le apparenze; sì che esaltato, alla morte di

Mansûr, il figliuolo Badîs (996), gli vennero del Cairo, a nome di

Hakem, le vestimenta, il diploma[869] e il titolo di _Nasr-ed-dawla_,

ch'è a dir “Sostegno dell'Impero.”[870] Ma a capo di tre anni, il

governatore di Tripoli per Badîs, tradito il signor suo, offriva la

città alla corte fatemita; e questa, come di furto, se la prendea,

commettendola a Iânis il Siciliano, governatore di Barca, forse liberto

di sangue cristiano. Appo il quale mandando Badîs a dolersi, rispose

altero: e il principe d'Affrica, quasi il califo non ci entrasse e fosse

la contesa tra lui e Iânis, gl'inviava di Mehdia con genti un

Gia'far-ibn-Habîb; il quale pose il campo ad Agiâs tra Cabès e Tripoli.

Mandò poi a dire a Iânis che di tre partiti scegliesse l'uno:

rappresentarsi a Badîs; mostrare il diploma che avessegli affidato il

governo di Tripoli; o disporsi alla battaglia. E Iânis gli scrivea:

“Ch'io vada a corte del tuo signore, non ne parliamo. Esibir diploma non

debbo, sondo io vicario del Principe, dei Credenti in provincia maggior

di Tripoli. Dell'altro caso, che rimane, non darti briga: aspetta dove

sei, chè ci vedrem presto.” Entrambi mossero; s'affrontarono tra gli

uliveti di un villaggio detto Zânzûr. Dove Iânis fu rotto con molta

strage l'anno trecentonovanta (12 dic. 999 — 30 novembre 1000); e fatto

prigione, pregò il recassero a Gia'far, ma gliene portaron la sola

testa. Li sbaragliati s'afforzarono a Tripoli[871] la quale debolmente

aiutata dal siciliano Zeidân, com'altri legge, lo schiavone Reidân,[872]

che reggeva allora la corte del Cairo, tornò in potere di Badîs, dopo

lunghe vicende che a noi non occorre di raccontare.[873]

Fortunosa età per la schiatta berbera, la quale dopo due secoli si

sciogliea, senza ferir colpo, dalla dominazione degli Arabi, serbando

gli elementi di civiltà di quegli stranieri: religione, leggi, scienze,

lettere, industrie, ed una popolazione cittadinesca data a cotesti

esercizii, impotente ormai per numero e tenor di vita a ripigliare il

comando. Gli aborigeni del continente affricano dal Mediterraneo al

Tropico, non erano mai stati sì padroni in casa loro, dacchè

Cartaginesi, Romani, Vandali, Bizantini, Arabi occuparono l'un dopo

l'altro la regione settentrionale. Ma il veleno della discordia c'hanno

nel sangue, sempre lor tolse di cacciare gli stranieri; e quando rimaser

soli, non fe' allignar tra loro nè fratellanza, nè amistà, nè almeno

persuasione di dover vivere insieme; ed ha negato all'universale infino

a questi dì nostri l'incivilimento al quale gli individui parrebbero

maravigliosamente disposti. Senza dir dell'antagonismo tra i varii rami

del ceppo berbero e soprattutto dei Zenata, che furon sempre dei più

selvatichi, contro i Sanhâgia, che sembrano di più docil natura, la

divisione nacque nella stessa casa zîrita, sotto il regno di Badîs,

quando Hammâd, figliuol dell'avolo Bolukkîn, dopo aver combattuto a pro

della dinastia, ribellatosi (1014), fondò uno Stato independente nelle

odierne province di Costantina ed Algeri.[874] Altre calamità piovvero

su que' lacerati dalla guerra civile.

Del trecentonovantacinque (1004-5), al dir del contemporaneo Ibn-Rekîk,

la carestia e la pestilenza si messero a gara a spopolar l'Affrica

propria; i contadini fuggirono dalle terre non trovando di che mangiare;

deserti i villaggi; consumato presto quel che teneasi in serbo nelle

città; e, in alcune tribù, i Berberi s'ammazzaron tra loro per isfamarsi

di carne umana. Ad un tempo la peste[875] mieteva a centinaia e migliaia

gli abitatori delle città: chi ha visto l'orrida scena con gli occhi

suoi la raffigura nei particolari narrati dal cronista. Fu tanto che a

Kairewân rimasero abbandonate moschee, forni, bagni, chi non avea da

ardere, andava a far legna nelle porte e nei tetti delle case senza

padrone. Cacciati da quei flagelli, moltissimi abitatori delle città e

delle campagne ripararono in Sicilia. La moría cessò; la carestia

mitigossi;[876] poi ricomparve, con le cavallette e con la guerra

civile, l'anno quattrocentosei (1015-16) e di nuovo il quattrocentonove

(1018-19) e il quattrocentotredici (1022-23), e così di tratto in

tratto.[877]

Morto intanto Badîs (aprile 1016) ed esaltato il figliuolo Moezz,

_Scerf-ed-dawla_, ossia “Gloria dell'Impero” come era scritto nella

patente del califo,[878] divampò in quelle parti crudelissima

proscrizione religiosa. Gli ortodossi d'Affrica, calcati per un secolo

dagli Sciiti, rimbaldanzirono alla sgombrar della corte fatemita: ormai

sì grossi e rabbiosi, che Hammâd fece assegnamento sopra di loro per

togliere mezzo il regno ai nipoti; onde, chiaritosi ribelle, ristorò

(1014) il culto sunnita, pose mano al sangue degli eretici nelle

province che gli ubbidivano, ed entrato per forza d'armi a Bugia, tanto

stigò i cittadini di Tunis che ammazzarono popolarmente que' della

setta,[879] degni di mille morti, perchè non volean ripetere che

Abu-Bekr ed Omar fossero in grazia di Dio. Così la cupidigia e la

vendetta prendon sempre una maschera più brutta dello stesso ceffo loro,

se lo mostrassero scoperto. Soffiavan entro il fuoco dal Kairewân quegli

indomiti dottori di schiatta arabica; rincalzando forse gli argomenti

teologici con l'esempio delle orribilità che faceva ogni dì in Egitto il

pontefice delli Sciiti, il sanguinario e matto Hâkem, arrivato non guari

dopo al colmo d'ogni empietà, quando (1016-1021) assentì a dirsi Iddio

in una religione di suo conio, e per diletto mise a sangue ed a fuoco la

capitale.[880] L'opinione pubblica trapelava, com'avviene, nella stessa

reggia degli Zîriti; dove il precettore di Moezz stillò la credenza

ortodossa nell'animo baldanzoso d'un re d'otto anni. Ond'ecco un dì

(luglio 1016) che cavalcando il fanciullo nelle vie di Kairewân, gli

sfugge di bocca una benedizione ad Abu-Bekr ed Omar; e ne scoppia

repentino scompiglio tra il popolo e i seguaci del principe che in parte

erano Sciiti. Fatti questi miseri in pezzi, cominciato a saccheggiare le

case, a ricercare per ogni luogo i sospetti di quella, e di qual si

fosse eresia, ad ammazzarli, uomini, donne e fanciulli; e ardean poscia

i cadaveri e rapivano quanto poteano. La proscrizione tumultuaria

propagossi in un attimo a Mehdia e per tutte le città dell'Affrica

propria; s'allargò nei villaggi. Fra que' che morirono difendendosi, e

quei che furono scannati come pecore, sommarono a parecchie migliaia.

Rimase il nome di “Lago di Sangue” alla contrada ove caddero i primi

tremila, e il fatto passò in proverbio, come la Saint-Barthélemi.[881]

Durò almen due anni la persecuzione, mettendovi mano il principe per

risparmiar, com'ei pare, il sangue; e non stando sempre a' patti il

popolazzo. Perchè, del quattrocentonove (19 maggio 1018, 7 maggio 1019)

si nota l'eccidio d'una man di Sciiti che se n'andavan esuli in Sicilia.

Da dugento uomini montati a cavallo, e forse disarmati, i quali con lor

famigliuole e lor genti di casa viaggiavano sotto scorta di cavalleria

alla volta di Mehdia, per imbarcarsi. Pernottando alla borgata detta di

Kâmil, rimorse la coscienza ai villani de' contorni se li lasciassero

andar vivi: s'armarono; dettero addosso agli eretici non difesi da loro

guardie e tutti li trucidarono; delle donne quante eran giovani e quante

lor parvero belle disonorarono e poscia le uccisero.[882] Il miserando

caso ci attesta che al par dei cacciati dalla fame del mille e cinque,

riparavano in Sicilia gli eretici perseguitati in questi due anni, e che

il governo d'Affrica sopravvedeva all'uscita, fornia forse le navi.

Suggellossi col sangue degli Sciiti l'amistà della nuova dinastia e

delle popolazioni arabiche, ristrette ormai nelle città; poichè prima

gli Aghlabiti, poscia i Fatemiti, per corta ragion di Stato, avean

battuto e annichilato i nobili del giund stanziati nei villaggi.[883] In

molte città i Berberi, in alcune anche gli Afarika, avanzi de' Cristiani

del paese, soggiornavano con gli Arabi,[884] e già parea che le varie

genti e la novella dinastia si acconciassero a far una nazione. Già gli

Zîriti, abbandonata l'antica lor sede di Ascîr nelle montagne di Titeri,

s'eran posti a Mansuria a mezzo miglio del Kairewân, o piuttosto dentro

la stessa capitale arabica, la quale fu poi congiunta da fortificazioni

a Mansuria.[885] Fiorirono in questo tempo le manifatture e i commerci,

condotti da una mano nel Mediterraneo con Sicilia, Spagna e altri paesi

marittimi;[886] dall'altra mano con le regioni interne del continente

affricano. La quale prosperità industriale si potrebbe d'altronde

argomentar dallo smodato lusso della corte zîrita in feste pubbliche,

sposalizii, funerali, doni ai califi d'Egitto; ed anche dallo sminuito

valore, o vogliasi dire cresciuta copia, dei preziosi metalli.[887]

Attestano i commerci con l'Affrica centrale i presenti mandati a Mansûr

dai principi del Sudân (992) e la barbarica pompa degli Zîriti che in

lor solenni cavalcate usciano con elefanti, e giraffe, oltre le belve

indigene dell'Atlante.[888]

Nè la potenza sembrava minore del fasto nel regno di Moezz-ibn-Badîs,

temuto da tutti per mezzo secolo, com'uomo intraprendente e savio nei

consigli e gagliardo nelle armi. Infino agli ultimi anni, quando subita

rovina lo ridusse quasi al nulla (1053), ei fu per vero il più possente

principe musulmano delle regioni bagnate dal Mediterraneo.[889]

Comprendendo la comodità che gli dava il mare ad allargar suo dominio,

egli il primo di sua schiatta, provvide a ristorare il navilio

affricano, del quale non si fa motto da che il califo fatimita Moezz

mutò la sede e portò via quanto potè in Egitto. Del mille ventitrè,

Moezz-ibn-Bâdîs facea racconciare gli arsenali di Mehdia, fabbricare

attrezzi navali in copia non più vista, costruir legni da guerra e

bandire l'arruolamento dei marinari:[890] ed a capo di pochi anni,

l'armata affricana, collegata con la siciliana, combattea contro i

Bizantini nell'Arcipelago; e il principe zîrita facea prova a

insignorirsi della Sicilia. Sventura dei Musulmani dell'isola ch'egli

ebbe tanto rigoglio quando cominciaron tra loro le guerre civili, e si

trovò povero e disarmato quando si fece in pezzi lo stato kelbita.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 25 / 62 题