CAPITOLO V.

Moezz volle anco far prova a raccogliersi in mano il fren della Sicilia.

Del trecencinquantotto (24 nov. 968, 12 nov. 969), mentre Giawher era in

su le mosse per l'Egitto, si notò che, giunto in Mehdia un oratore

bizantino con ricchi presenti, il califo comandava di smantellare

Taormina e Rametta, ristorate poc'anzi. Il che fu sì grave ai Musulmani

dell'isola[666] che l'appiccarono a consiglio degli Infedeli: come

l'odio pubblico lascia sovente le giuste accuse, e va a trovare le più

assurde. L'emiro Ahmed, temendo peggio che parole, mandovvi con genti il

fratello Abu-l-Kasem e lo zio Gia'far; i quali, accampatisi tra le due

città, le fecero diroccare ed ardere.[667] Era il preludio d'un colpo di

stato; perchè Moezz lo stesso anno richiamò in Affrica Ahmed con tutti i

suoi,[668] il quale volentieri ubbidì. Ei fu preposto al navilio,[669]

ed il cugino Ibn-'Ammâr ad una schiera che si dovea mandare di rinforzo

a Giawher;[670] Mohammed, fratello d'Ahmed, rimase a corte finch'ei

visse, fidato e caro a Moezz sopra ogni altro amico.[671] Manifesto egli

è dunque che ai Beni-abi-Hosein fu promesso alto stato appo il califo in

Affrica o in Egitto; e che Taormina e Rametta furono spiantate perchè le

tenean gli Arabi Siciliani, i quali era mestieri disarmare pria di

offenderli. Ahmed se ne andava dopo sedici anni e nove mesi di governo,

in su la fine del trecencinquattotto (ottobre o nov. 969). Fece uno

sgombero di casa: figliuoli, fratelli, congiunti, famigliari, clientela,

ricchezze, arredi, quanto si potea portar via; caricatone trenta navi

salpò l'emiro per Mehdia. Lasciò un solo liberto del padre, per nome

Ia'isc; al quale Moezz commise il reggimento della Sicilia.[672]

Ma le tribù, leggiamo, assembrate nell'arsenale vennero a contesa coi

liberti di Kotama, li combatterono e ne fecero strage.[673] Le tribù di

certo significano i corpi del giund d'arabi siciliani, ordinati secondo

loro schiatte. Liberti di Kotama, di certo gli stranieri Negri, Slavi,

Berberi e d'altre tribù, e fors'anco rinnegati cristiani di Sicilia o di

Terraferma, che i capi di Kotama aveano manomessi ed armati per

rinforzar loro squadre, troppo poche ormai ai bisogni della dinastia. Nè

parmi abusare il dritto d'interpretazione se aggiungo che il giund

siciliano sì fieramente nimicasse i liberti di Kotama per cagione del

_fei_, creduto suo proprio retaggio, del quale vedea partecipare quegli

usciti di schiavitù; e forse lor erano stati concessi gli stipendii

ricaduti per la partenza dei Kelbiti. Il tumulto par che fosse seguíto

allo scorcio del novecensessantanove.[674] L'arsenal di Palermo sendo

posto nella Khalesa,[675] e' si vede che Ia'isc, perduti i suoi sgherri

entro la stessa cittadella, non ebbe difesa contro i sollevati.

Com'avvenne sempre in Sicilia, il fuoco di Palermo si appigliò subito

alle altre città: ammazzati nelle parti[676] di Siracusa i liberti

kotamii; subbugli e zuffe per tutta l'isola; rotto il freno alle

nimistà: indarno Ia'isc cercò di racchetare gli animi, sospetto com'egli

era, senz'armi nè séguito, onde niuno lo ascoltò. Le milizie trascorsero

a rapine e violenze sopra i terrazzani;[677] dettero addosso alle città

cristiane assicurate:[678] difendendo lor proprii dritti, non ebbero

rispetto agli altrui. La forza fatta ai Cristiani mostra che in fondo si

dolessero della distribuzione del _fei_, e che pretendessero riparare

l'ingiustizia prendendoselo dassè. Moezz, risaputo cotesto scompiglio

quando forse non era spenta la ribellione della tribù di Zenata in

Affrica,[679] ed i Karmati gli minacciavano il recente conquisto

d'Egitto, non si ostinò contro i Siciliani. Deposto Ia'isc, mandò

nell'isola Abu-l-Kasem-Ali-ibn-Hasan, con grado di vicario del fratello

Ahmed; per dar a vedere che non avesse mai pensato a mutare nè gli

ordini nè gli uomini. Al cui arrivo, che seguì il quindici scia'bân del

cinquantanove (22 giugno 970), posarono i tumulti; la colonia lietissima

l'accolse e docile gli ubbidì.[680]

Entro pochi mesi Ahmed, veleggiando con l'armata affricana alla volta

d'Egitto, s'infermava a Tripoli, dove di corto morì. E in novembre del

novecensettanta Moezz scriveva insieme ad Abu-l-Kasem lettere di

condoglianza per la morte del fratello e il diploma d'investitura ad

emir di Sicilia.[681] Lo stato si rassodò nelle mani di quel giusto e

generoso.[682]

Capitò in questo tempo (972-73) in Palermo Abu-l-Kasem-Mohammed-ibn-

Haukal che ci ha lasciato una descrizione della città.[683]

Ibn-Haukal nato a Bagdad in mezzo all'anarchia pontificale,

viaggiò trent'anni (943-76) per genio di studiare i paesi e gli uomini,

e bisogno di mercatare; percorse la più parte degli stati musulmani,

dall'Indo alle spiagge settentrionali d'Affrica;[684] e s'ei non passò

in Spagna, toccò pure la terraferma italiana a Napoli, dove traean per

loro traffichi i Musulmani d'ogni parte del Mediterraneo.[685] La

geografia d'Ibn-Haukal, compilata in parte su gli altrui scritti ed in

parte sul taccuino di viaggio, pecca al solito di preoccupazioni,

giudizii precipitosi, fatti facilmente creduti all'altrui ignoranza o

passione: opera d'ingegno non esercitato in scienze nè lettere; pur v'ha

un tal senno mercantile che dà nel segno discorrendo le cose pubbliche;

e se ne cavano genuini ragguagli su gli itinerarii, le usanze, le

derrate, le entrate pubbliche e gli ordini amministrativi. Della Sicilia

Ibn-Haukal altro non dice, se non essere lunga sette giornate di cammino

e larga quattro, tutta abitata e coltivata, montuosa, coperta di rôcche

e di fortezze, ed esserne Palermo metropoli e sola città importante per

numero di abitatori e fama nel mondo. E di Palermo discorre più e meno

del bisogno; tacendo i fatti economici che suol andar notando per paesi

anco minori e che son forse perduti con un opuscolo ch'egli intitolò: “I

Pregi dei Siciliani,” ovvero con un altro libercolo o capitolo della

Geografia, del quale ci è sol rimaso qualche frammento.[686]

La pianta di Palermo, ch'agevolmente si può delineare con questa scorta

e coi ricordi archeologici, ritrae le vicende essenziali della Sicilia

fin dal conquisto musulmano e la sorte della colonia che si bilanciava

tra una virtù e un vizio. Virtù di accentramento e civiltà; vizio di

divisione: le schiatte, le classi, le religioni, per mutuo sospetto

separate d'animi e di soggiorno; onde ne crescea tanto più la ruggine

tra loro. Che se furon tali tutte le metropoli del medio evo, Palermo nè

anco serrava i cittadini in un muro e una fossa. Spartivasi, dice

Ibn-Haukal, in cinque regioni (_hârât_); ma poi chiama cittadi[687] due

di quelle, come bastionate e vallate ciascuna dassè. L'una, detta

Cassaro (_Kasr_); la vera, ei nota, ed antica Palermo, afforzata d'alte

e robuste muraglie di pietra, fiancheggiata di torri, abitata dai

mercatanti e dalla nobiltà municipale.[688] L'altra, la Khâlesa, cinta

di minor muro, soggiorno del sultano e suoi seguaci, non avea mercati nè

fondachi, ma bagni, oficii pubblici, l'arsenale, la prigione. Più

popolosa e grossa che le due solenni città del municipio e del governo,

la regione non murata detta delli Schiavoni, dava stanza alla marineria

ed ai mercatanti stranieri che traeano in Palermo.[689] Eran altresì

aperte, e non dissimili l'una dall'altra, le Regioni Nuova e della

Moschea, le quali racchiudeano i mercati e le arti: cambiatori,

oliandoli, venditori di frumento, droghieri, sarti, armaiuoli, calderai,

e via dicendo ciascun mestiere dassè, diviso dal rimanente; se non che i

macellai teneano oltre cencinquanta botteghe in città[690] e molte più

fuori. Due contrade, ch'Ibn-Haukal intitola regioni senza porle nel

novero delle cinque, si addimandavano dei Giudei e di Abu-Himâz.

Similmente il _Me'sker_, che suona Stanza di soldati, par fosse ricinto

a parte.[691] I sobborghi che serbavan vestigia dei guasti durati nelle

guerre dell'independenza, correano a scirocco frammezzo ai giardini fino

all'Oreto, ove si sparpagliavano su la sponda; ed a libeccio salivano

dal _Me'sker_ in fila continua fino al villaggio di Baida.[692] La

postura delle regioni si ravvisa di leggieri. Il Cassaro in mezzo, in

forma di nave che volgesse la prora a tramontana. Come ancorata per

traverso, a greco, la Khâlesa; da levante a libeccio la Regione della

Moschea, la Regione nuova e il _Me'sker_: gli Schiavoni, in linea

paralella al Cassaro, dal lato di ponente.

Il mare, sì come è manifesto, entrando per una stretta foce che non è

punto mutata, disgiungea la Khâlesa dalla estremità settentrionale delli

Schiavoni; e imbattendosi nella punta del Cassaro, si fendeva in due

bacini o lagune; dei quali su l'occidentale era costruito nelli

Schiavoni il porto di commercio; su quel di levante nella Khâlesa,

l'arsenale. Se mai nell'antichità le lagune bagnarono tutti i fianchi

della città, erano rattratte nel decimo secolo al tronco e ai due

bacini; di che resta, dopo novecent'anni, il sol tronco detto la

Cala.[693] Perchè scrive Ibn-Haukal che parecchi grossi rivi, ciascuno

da far girare due macine, frastagliavano tutto il terreno tra il Cassaro

e li Schiavoni; e dove offrian comodo ai mulini, dove si spandeano in

laghetti, dove facean paduli che vi crescea la canna persiana o vi si

coltivavan piante d'ortaggio.[694] “Tra così fatti luoghi, ei dice, è

una fondura coperta del papiro da scrivere, ch'io pensai non venisse

altrove che in Egitto, ma qui ne fabbricano cordame per le navi e quel

po' di fogli che occorrono al sultano.” E però non sembra inverosimile

che sia di Sicilia, anzi che d'Egitto, il gran papiro con lettere

arabiche a mo' di marchio di manifattura, sul quale è scritta una bolla

di Giovanni ottavo a pro dell'abbadia di Tournus in Francia, data il

primo anno di Carlo il Calvo imperatore (875) e serbata nella Biblioteca

di Parigi.[695] La pianta egiziana ministra dell'antico sapere, recata

forse dai Greci a Siracusa e dagli Arabi in Palermo, crebbevi oziosa

fino al secol decimo sesto, quando, prosciugato lo stagno, gli rimase il

nome e si chiama anch'oggi il Papireto.

Invece di paduli ed umili culture, la campagna di levante lussureggiava

d'orti e giardini da diletto su le sponde dell'Oreto, che s'addimandava

Wed-Abbâs, e così infino ai tempi normanni e svevi;[696] ma oggi ha

ripigliato il nome classico. Salivano i giardini e si mesceano ai

vigneti presso il villaggio di Balharâ,[697] voce indiana,[698] vinta

adesso dalla latina appellazione di Monreale, presso il quale giaceva

una miniera di ferro, posseduta prima da un di casa d'Aghlab ed or dal

sultano che adoperava il metallo alle costruzioni navali. Il fiume

volgea gli altri mulini abbisognevoli a sì gran popolo. E scende

Ibn-Haukal a rassegnare le scaturigini d'acqua della città e dei

dintorni, delle quali alcuna serba il nome;[699] ma egli ne tace due di

nome arabico, onde sembrano scoperte nell'undecimo secolo.[700] Contro

l'opinion comune, e' si vede che i Musulmani di Palermo sciupavan tanto

tesoro di acque. Ibn-Haukal, nato in sul Tigri, chiama pure il Wed-Abbâs

gran riviera, onde fa supporre che lo ingrossassero tante polle oggi

condotte ad uso della città.[701] Nè dimentica che del territorio parte

fosse adacquata con canali, parte delle sole piogge si come in Siria.

Fecegli maggiore meraviglia che li abitatori della parte orientale del

Cassare, della Khâlesa e dei quartieri di quella banda, bevessero la

greve acqua di lor pozzi. Donde è manifesto che non si debba riferire

alla dominazione musulmana quella egregia economia idraulica che in oggi

dà acque correnti in tutte le parti della città, fino ai piani più alti

delle case. Risguardando alle voci tecniche dei fontanieri di Palermo

che son mescolate greche, latine ed arabiche, si scopre l'opera comune

delle tre schiatte unite sotto i Normanni: e però differiamo a trattarne

nell'ultimo libro.

Venendo ai monumenti, Ibn-Haukal notava la Moschea _giâmi'_ del Cassaro,

una volta tempio cristiano; nella quale serbavansi, al dire dei logici

della città, le ossa d'Aristotile; ma ei non si fa mallevadore che

d'aver visto il feretro, appeso in alto, e udita la tradizione che gli

antichi Greci solessero impetrare miracoli dalle ceneri del filosofo in

tempi di siccità, pestilenze o guerra civile. Donde è libero il campo a

porre il mito e il monumento innanzi o dopo l'èra cristiana;

richiamandoci il nome all'antichità, forse al culto d'Empedocle, ma la

qualità ed uso del santuario s'adattan meglio alla pietà cristiana; e la

medesima tradizione riferita da Bekri dà, invece d'Aristotile, il nome

di Galeno, che da Roma andasse a trovare i Cristiani in Siria, e fosse

morto, in viaggio, in Sicilia[702]. Nè sembra strano che alla dedizione

di Palermo si fosse pattuito di lasciare in piè tutta o parte la chiesa;

e che quando la fu mutata affatto in moschea, i nuovi padroni, tra

credere e non credere, avesser lasciato sì comodo palladio in qualche

cantuccio fuor l'edifizio; che esempii v'ha di chiese bipartite tra le

due religioni nei primi conquisti; e non meno di superstizioni

reciprocamente tolte in prestito non che tollerate, quando si rattiepidì

lo zelo[703]. Il Cassaro, ovale, era tagliato nell'asse maggiore dalla

strada dritta ch'oggi ne ritiene il nome, la quale s'appellava _Simât_

diremmo la “Fila:” chè tal era, di fondachi e botteghe, e, raro pregio

nel medio evo, tutta selciata. Avea la città vecchia nove porte, delle

quali si riconosce il sito;[704] ed una era quella che, in grazia

d'esotiche lettere intagliate su l'arco e in un minaretto vicino, fu

creduta infino al secol passato opera dei fondatori ebrei o caldei di

Palermo. Demolita la porta e il minaretto da un vicerè spagnuolo;

serbati da dotti del paese i disegni dei caratteri che inghirlandavano

il minaretto, ancorchè trasposti e mutili, come s'erano mescolate e

perdute in parte le pietre, ognun vi scorge una bella e severa scrittura

cufica, e se ne può accozzare la data del quarto secolo dell'egira e tre

versetti del Corano, di quei soliti a porre nelle moschee.[705] La

Khâlisa avea mura senza altre porte che quattro dal lato di terra, a

mezzogiorno. Sorgeano fuor le mura, credo del Cassaro, in sul bacino di

levante i _ribât_, come chiamavansi nelle città di confine le stanze dei

volontarii spesati su le limosine legali o su lasciti pii, per uscire in

guerra contro gli Infedeli; la quale genía, come si allargò e corruppe

l'islamismo, somigliava ormai per la disciplina ai ribaldi negli

eserciti feudali, e per l'ozio ai frati mendicanti nei paesi che n'han

troppi. Molti _ribât_, dice Ibn-Haukal, sono in Palermo in riva al mare,

pieni zeppi di sgherri, scostumati, gente di mal affare: vecchi e

giovani, perversi e infingardi, mascherati di devozione per carpir la

moneta e intanto svergognar le donne oneste, fare i mezzani e peggior

brutture; riparati colà per non aver condizione nè pan nè tetto.

A computare il numero degli abitatori, Ibn-Haukal ci dà questo bandolo:

che la moschea de' beccai, un dì che v'erano ragunati tutti con lor

famiglie e attenenti, racchiudea da settemila persone. La quale arte

stando negli odierni censimenti della città a tutta la popolazione come

uno a cento, il numero tornerebbe nel decimo secolo a settecentomila; e,

fattavi pur grossa tara per le mutate condizioni, non si può ragionar

meno di trecento o trecencinquanta mila anime.[706] A ciò ben s'adatta

l'altro dato delle cinquecento moschee ch'erano in Palermo, delle quali

tre quinti nella città vecchia e grosse regioni e due quinti nei

sobborghi: moschee tutte acconce e frequentate, tra pubbliche, di

corporazioni e di privati. Nè Ibn-Haukal tante ne avea viste mai in

cittadi uguali e maggiori; nè sapea trovarne riscontro se non a Cordova,

il numero delle cui moschee gli era stato raccontato, ma in Palermo

l'avea ritratto con gli occhi suoi proprii e tutti i cittadini gliel

confermavano. Cordova in vero, decaduta nel decimoquarto secolo, ebbe da

settecento moschee[707] e poco meno Costantinopoli fino al decimosettimo

secolo.[708]

Dalla quale sovrabbondanza Ibn-Haukal cava argomento di riprendere i

Palermitani che ciascuna famiglia per superbia e vanità volesse la sua

cappella particolare, fin due fratelli che abitavan muro a muro. E narra

che un Abu-Mohammed oriundo di Cafsa, giurista in materia di

contratti,[709] arrivò a fabbricare vicino a venti passi alla propria

una moschea pel figliuolo, affinchè vi desse lezioni di dritto. Notato

poi che più di trecento pedagoghi insegnavan lettere ai giovanetti,

v'appicca la chiosa che eleggean tal mestiere per iscusarsi dalla guerra

sacra, anche in caso d'irruzione del nemico; ch'e' si vantavano di

probità e di religione e facean da testimonii nei giudizii e nei

contratti; ma in fondo nulla era in essi di bello nè di buono. Nè era in

alcun altro. In fatti, il cadi Othman-ibn-Harrâr, uom timorato di Dio,

conosciuti alla prova chi fossero i suoi concittadini, avea ricusato lor

testimonianze, grave o leggiero che fosse il caso; onde s'era messo a

terminar tutte le liti con accordi; e infermatosi gravemente ammonì chi

dovea prendere il magistrato non si fidasse d'anima vivente. Al quale

succedette, continua Ibn-Haukal, un Abu-Ibrahim-Ishak-ibn-Mâhili, che

fece ridir di sè molte scempiaggini.[710] Che più, se non usano la

circoncisione, nè osservano le preghiere, nè pagan la limosina legale,

nè vanno in pellegrinaggio; e appena avvien che digiunino il ramadhan e

che facciano il lavacro in un sol caso! E scaglia la sentenza: non

essere in Palermo begli ingegni, nè uomini dotti, nè sagaci, nè

religiosi; non vedersi al mondo gente meno svegliata, nè più

stravagante; men vaga di lodevoli azioni, nè più bramosa d'apprendere

vizii.

Ma si tradisce col filosofare: che la radice di tanto male è il gran

mangiar che fanno di cipolle crude, mattina e sera, poveri e ricchi;

ond'han guasto il cervello e ammorzato il senso.[711] In prova, ecco,

bevon dei pozzi anzichè cercar le dolci acque correnti; al ragionar con

essi t'accorgi c'han le traveggole; nel guardarli vedi alla cera la

complessione intristita. Ghiottoni, che non si sgomentano a puzzo di

cibi. Sudici di loro persone, da far parer mondi i Giudei. Allato al

negrume di lor case diresti bigio un focolare. Nelle più splendide, vedi

correre i polli e sconciare la stanza e fino i guanciali del padrone.

Arroge che in Sicilia il frumento non si serba da un anno all'altro; e

sovente, sì malvagio è l'aere, inverminisce su l'aia.

Il tempo è passato che scrivendo la storia si prendea battaglia per

simili argomenti, e che la carità patria, bamboleggiando, avvampava sol

nelle inezie. Pur non debbo ricusare ai miei concittadini musulmani di

nove secoli addietro il giusto giudicio, secondo parer mio, come farei

pei Medi o i Cinesi. Dico dunque che la storia letteraria della Sicilia

dalla metà del decimo alla metà del duodecimo secolo non mostra nè

ingegni grossi nè studii negletti; e Ibn-Haukal medesimo cel dà a vedere

quando ricorda i logici che favellavano d'Aristotile, i trecento maestri

di scuola e le tante moschee, parte delle quali serviva, come ognun sa,

agli studii ch'or diciamo universitarii. Certamente, nel secolo che

corse da Ibn-Haukal alla guerra normanna la cultura progredì sotto i

Kelbiti; ma non poteva giacer sì bassa al suo tempo. Lo stesso penso

dell'incivilimento esteriore, che pur era sì notevole nella detta guerra

e dopo, come l'attesta qualche poesia d'Ibn-Hamdîs, al par che una

geografia anonima,[712] e Ibn-Giobair e Ugone Falcando e con essi tutta

la storia della dominazione normanna. Quanto alle virtù religiose

secondo lor setta, le meno importanti si son viste nelle biografie dei

devoti: la primaria, ch'era il genio guerriero, splendè in due

nobilissime vittorie riportate, l'una pochi anni innanzi a Rametta sopra

l'impero bizantino, l'altra pochi anni appresso in Calabria sopra Otone

secondo. Però l'aspra censura è accozzata, come per lo più avviene,

d'errori e di verità. Errore fu d'Ibn-Haukal, che, praticando coi

mercatanti del paese, ritrasse la nobiltà, i dottori e la plebe con

tutte le sembianze che quei lor davano per invidia di classe. Errore,

ch'ei condannò come vizii fisici e morali tutte le qualità insolite

ch'ei notava in quei Musulmani misti di sangue greco e latino; mezzo

stranieri ai lineamenti del volto, alla carnagione, alla pronunzia, agli

usi, nè ben domati a tutte pratiche dell'islamismo. Verità era il

fermentar dei molti elementi eterogenei di che si componea la

popolazione della Sicilia e sopratutto di Palermo: tante schiatte;

islamismo e avanzi palesi o latenti di cristianesimo; diritti civili

disuguali, ricchezza e miseria, violenza guerriera e industria; torre di

Babele, in cui doveano pullulare superbia, rancori, abiezione e infinite

piaghe sociali. Se molte n'esagerava nella sua mente il buon mercatante

di Bagdad, molte pur ne toccava con mano.

E in Sicilia non solo, ma in Spagna, ma in tutti gli stati musulmani del

Mediterraneo. A leggere i suoi scritti lo si direbbe disingannato e

dispettoso del non aver trovato in Ponente la virtù civile che mancava a

Bagdad; come i mali proprii s'appongon sempre al destino, e gli altrui a

chi li patisce. Similmente avviene che giudicando gli stranieri si vegga

in molte cose la superficie, si sconoscano le virtù, ma s'imbercin

diritto i vizii fondamentali; il che mi par abbia fatto Ibn-Haukal nella

descrizione generale del Mediterraneo. Toccando quivi di Cipro e Creta:

“Le tennero” ei dice “i Musulmani, i figliuoli dei combattenti della

guerra sacra; ma l'invidia e la crudeltà invasaron cotesti popoli, al

par che que' dei Confini dell'impero, della Mesopotamia e della Siria;

proruppe tra loro il mal costume, la iniquità, l'ingordigia, la

discordia, la perfidia, l'odio scambievole; sì che costoro apriron la

strada ai nemici e serviranno d'ammonimento a chi ben consideri gli

eventi.”[713] E pria di terminare il capitolo: “In oggi,” ripiglia, “i

Rûm offendono i Musulmani con ogni maniera di scorrerie su le costiere

di questo mare, e fan preda di nostre navi d'ogni banda; nè abbiam chi

ci aiuti nè ci difenda. Abietti si calano i nostri principi, pieni

d'avarizia e di superbia in casa; i dotti non curano nè intendono, ti

danno responsi comentando come a lor piace, nè pensano a Dio nè alla

vita futura; pessimi i mercatanti, non rifuggon da cosa illecita nè reo

guadagno; i devoti balordi, pronti a voltar casacca, fanno cammino in

ogni calamità e spiegan la vela ad ogni vento: e però i confini e le

isole rimangono in balía dei nemici, e la terra si lagna con Dio della

iniquità di cui la tiene.”[714]

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 22 / 62 题