CAPITOLO IV.

Due anni dopo le raccontate vittorie, correndo il trecencinquantasei (16

dic. 966, 5 dic. 967) Moezz significò all'emir di Sicilia la pace

fermata con l'Impero, e gli ingiunse di riattare, meglio oggi che

domani, dicea lo scritto, le mura e fortificazioni di Palermo; ordinare

in ogni _iklîm_ dell'isola una munita città che avesse moschea _giami'_

e pulpito; e ridurvi la gente dell'_iklîm_, vietandole di soggiornare

sparsa pei villaggi. Ahmed fece metter mano immantinenti ai lavori in

Palermo, e mandò per tutta l'isola _sceikhi_ preposti ad inurbare le

province. Tanto e non più una cronica musulmana.[622] Ed Ibn-Haukal,

venuto in Palermo sei anni appresso, ammirava le forti muraglie del

Cassaro e della Khâlesa; e intendea come delle nove porte del Cassaro

tre fossero state innalzate da Ahmed, una delle quali tramutata da

debole a difendevol sito.[623] Delle città ristorate oltre la capitale

nulla sappiam di certo.[624] Ma più monta indagare l'ordine militare ed

amministrativo accennati sì laconicamente dal cronista. Ed a ciò ne

proveremo; e direm poi della pace.

La prima cosa è da vedere che valga qui _iklîm_; la qual voce gli Arabi

tolsero del greco, al par di noi;[625] le serbarono il significato che

aveva in geografia fisica; e v'aggiunser quello di circoscrizione

territoriale. Così la troviamo in Affrica nel decimo secolo,[626] in

Sicilia nel duodecimo[627] e in Egitto nel decimoquarto;[628] dinotando

per lo più quel tratto mezzano di paese ch'oggi chiameremmo distretto, o

cantone: nè altro vuol dire al certo in questo rescritto di Moezz. La

moschea _giami'_ e il pulpito non portano a supporre più vasto

l'_iklîm_; ma solo che il capoluogo fosse città importante, da farvisi

la prece pubblica del venerdì.

Ma la gente[629] che si dovea dai villaggi ridurre nei capoluoghi, non

poteva essere l'universale degli abitatori: cristiani o musulmani;

liberi, _dsimmi_ o schiavi; nobili e plebei. Poco men assurdo sarebbe a

intender tutti i Musulmani, non esclusi i contadini, chè al certo ve

n'erano in Val di Mazara; e quanto agli artefici e mercatanti, non

occorrea comando del principe perchè soggiornassero nelle città. Però

trattavasi della sola milizia, dei nobili cioè con lor lunghe parentele;

e chi altro era tenuto _gente_ nel medio evo, fosse in Cristianità o in

terra d'islâm? Ignoriam noi se nel Val di Mazara, conquistato ormai da

un secolo, le milizie fossero pagate dall'erario in moneta sonante,

ovvero con _iktâ'_, o vogliam dire delegazioni, sul _kharâg_ di un dato

territorio, che riscuotessero con lor proprie mani,[630] stanziando qua

e là nelle ville. Ma ciò seguiva necessariamente in Val Demone e Val di

Noto, per la fresca mutazione del tributo dei municipii, in _gezîa_

degli individui e _kharâg_ dei poderi; mancando il tempo di stendere i

ruoli e i catasti, secondo i quali l'azienda pubblica riscuotesse il

danaro o il frumento del _kharâg_. E però non si eran fatti nè anco

_iktâ'_ in buona forma; ma nulla toglie che le milizie, con partaggio

provvisionale e tumultuario assentito o non assentito dall'emir Ahmed,

avessero diviso tra loro alla grossa le entrate mal note delle nuove

province, e si fossero sparse nelle campagne, esattori a libito e

pagatori di sè medesimi. La qual rapina permanente rovinava i sudditi

cristiani, snervava lo Stato musulmano, per le sciupate rendite

presenti, la inaridita sorgente di quelle avvenire e la sciolta

disciplina militare. A cotesti danni volle ovviare Moezz, forse in Val

di Mazara, di certo nella Sicilia orientale, con l'ordinamento novello;

per lo quale par fosse affidata a magistrati civili la riscossione, e

deputati gli stessi o altri oficiali in ciascun capoluogo a vegliare i

governati, e significar loro la parola del principe; il che si facea

d'ordinario nella _khotba_, e però dal pulpito, nella moschea

_giami'_.[631] Quali fossero allora i nomi e limiti degli _iklîm_ di

Sicilia, e se mere circoscrizioni militari, o anco di azienda, nessun

ricordo di quel tempo cel dice; nè vi si può supplire con induzioni. Sol

dobbiamo supporre che gli _iklîm_ fossero stati adattati ai corpi del

giund, non questi a quelli: perocchè, eccettuati gli stanziali, le altre

milizie facean corpo secondo le parentele, nè agevolmente si potea

dividere un corpo, nè tranquillamente tenerne insieme due o più di

schiatte diverse. Da questo e dalla diversità delle entrate pubbliche

sopra territorii uguali in superficie,[632] nascea la disuguaglianza

grandissima di estensione degli _iklîm_, che si nota in varii Stati

musulmani; e che durava in Sicilia infino al duodecimo secolo.[633]

La pace parve tempo opportuno a tale riforma d'amministrazione militare;

o forse nelle pratiche della pace l'avea chiesta il governo bizantino,

per temperare coi consigli i mali dei Cristiani di Sicilia, che non avea

saputo prevenire con le armi e che non poteva ignorare, nè farne le

viste coi frati e il clero di Sicilia. I quali consigli, utili anco al

principe musulmano, più gratamente doveano essere ascoltati nella

stretta amistà che allor nacque tra le corti di Costantinopoli e di

Mehdia da comuni interessi. L'uno era il sospetto di Otone di Sassonia,

il quale volle regnare in Italia quanto Carlomagno e più: ubbidito ormai

senza contrasto dalle Alpi al Tevere; coronato imperatore a Roma (962);

padrone della città; fattosi giudice a gastigare o vendicare i papi, ed

arbitro di eleggerli e deporli; e si voltava già ai favori del principe

di Benevento e contro Niceforo; assaltava (968) la Calabria, e

minacciava però la Sicilia.[634] Ma in Oriente stringea Moezz a

Niceforo, passione più gagliarda, la brama di spogliare altrui. Il

califato abbassida, mutilo da più tempo delle estreme province,

comandava or appena, e di nome solo, a Bagdad e in breve cerchio. I

Buidi o Boweidi teneano la Persia; la casa di Hamdân la Mesopotamia; la

dinastia d'Ikhscid la Siria e l'Egitto; i Karmati l'Arabia, donde

terribili irrompeano fuori. Lo stesso nome di califo rimanea per

ipocrisia o compassione dei vicini usurpatori, dei ministri o capitani

di ventura avvicendatisi nella signoria della capitale, i quali

vendettero gli oficii pubblici in faccia ai successori di Omar e di

Harûn Rascîd, saccheggiarono la reggia, messer loro le mani addosso, lor

fecero stentare la vita con una pensioncella; mentre i mercenarii turchi

o deilemiti e la plebe ad ogni piè sospinto insanguinavano le strade di

Bagdad. Tra tanta rovina del califato, Niceforo Foca (962-7) trionfando

nell'Asia Minore, s'era innoltrato due volte in Siria; avea preso

Aleppo, Laodicea e molti altri luoghi, e assediato Antiochia, che fu

indi espugnata da' suoi.[635] Venuto così Niceforo alle mani con gli

Ikhsciditi, nemici immediati di Moezz, probabil è che si trattasse tra

l'uno e l'altro di operare d'accordo.

Tanto più che Moezz ebbe con un ambasciatore bizantino quella

famigliarità che sovente nasce tra svegliati ingegni. Costui chiamossi

Niccolò, mandatogli più volte da Costantinopoli a Mehdia ed al

Cairo;[636] forse il medesimo che stipulò la detta pace del

novecensessantasette, recati a Moezz splendidi doni di Niceforo, e

avutone per riscatto o in cortesia l'eunuco Niceta.[637] L'ambasciatore,

sostato per viaggio in Sicilia, andava misurando la possanza fatemita:

accolto onorevolmente dal governatore dell'isola, e notato il

bell'aspetto dell'esercito; viste poscia a Susa le grosse schiere che

v'erano apparecchiate. Ma a Mehdia il greco si facea strada a stento

nella calca dei soldati, famigliari e cortigiani, finchè, entrato nella

reggia, uno splendore lo abbagliò: e condotto a Moezz che sedea

maestosamente sul trono, gli parve proprio il Creatore del mondo, non

uomo mortale; che se si fosse vantato di salir su in cielo gli avrebbe

risposto: “è incredibile, ma tu lo farai.” Tanto si dice che confessasse

Niccolò, pochi anni dopo, al principe medesimo, il quale, chiamatolo in

segreto nella reggia del Cairo, gli avea domandato: “Ti sovviene del tal

dì ch'io ti prediceva in Mehdia saresti venuto a salutarmi re in

Egitto?” — “È vero,” rispose; e Moezz: “Ci ritroveremo adesso a Bagdad;

tu ambasciatore, ed io califo.” Ma il Greco stiè zitto; e, sforzato da

Moezz, gli fe' quel racconto della luce sfolgorante di Mehdia e che

adesso vedea negra di tenebre la capitale, e ammorzata nella sua faccia

quella terribile maestà; donde giudicava rovesciata e sinistra la

fortuna. Moezz abbassò gli occhi tacendo; s'ammalò; e non guari dopo

morì (975). Che che sia di cotesto dialogo, il quale non disconviene a

due adetti d'astrologia del decimo secolo, si accetteranno i particolari

della prima ambasceria che fanno all'argomento nostro: la condizione

cioè dell'esercito siciliano; e che Moezz volentieri ragionasse di sue

ambizioni orientali coi legati di Costantinopoli.[638]

Già le guerre di Niceforo e le irruzioni dei Karmati in Siria batteano

la dinastia turca, fondata in Egitto da Ikhscid, capitano degli

Abbassidi, il quale avea occupato la provincia commessagli e l'avea

lasciata a' suoi. Venuto a morte (maggio 968) il loro liberto Kafûr che

tenne con man ferma lo Stato, succedettegli di nome un Ahmed, nipote

d'Ikhscid, fanciullo di undici anni, e di fatto un reggente e due

ministri i quali si sfamarono in rapine e soprusi. Indi tumultuavano le

soldatesche; i cittadini malcontenti prestavano orecchio alle pratiche

di Moezz; e un sensale giudeo di Bagdad, che s'era fatto musulmano e

straricco e strumento necessario dell'azienda d'Egitto, visto che i

nuovi signori stendesser le mani a pelarlo, si rifuggì appo il Fatemita;

gli svelò le condizioni del paese e le vie di insignorirsene. La

pestilenza e la carestia che in quel tempo desolavan orribilmente

l'Egitto, aiutarono al precipizio.[639]

Moezz ebbe sapienza e genio di amministrazione, di che solea trar vanto.

Narrasi che una volta, per sermonare i grandi della vezzeggiata e temuta

tribù di Kotama, si fece trovare in farsetto, nel suo studio, tra libri

e dispacci: “Ed ecco,” lor disse, “com'io spendo i giorni a far di mia

mano il carteggio con l'Oriente e l'Occidente, in vece di sedere a desco

profumato di muschio, vestito di sete e pellicce, a sbevazzare al suono

di strumenti musicali e canto di belle giovani! Chi mai in questo popolo

crederebbe che il principe è serrato in camera a procacciare la

sicurezza e prosperità del paese e il trionfo vostro su i nemici?” E

finì con ricordar loro, da moralista e da medico, tutte le virtù, anche

di star contenti a una moglie; promettendo che, s'e' lo ascoltassero,

così conquisterebbero i paesi orientali, com'avean fatto del

Ponente.[640] E con ciò a consultare gli astrologi e più sovente le

spie; tenere mandatarii con le man piene d'oro nei paesi agognati; e

biechi bargelli su le popolazioni arabiche d'Affrica. Ond'ei parrebbe a

legger di Filippo secondo di Spagna, se nei costumi di Moezz si notasse

fanatismo ed ipocrisia, anzichè un animo generoso e un colto ingegno,

vago di poesia, vivace e facondo, pratico in varie lingue; il berbero,

il negro e lo slavo.[641] Del rimanente uom di stato non ordinò mai

vasto disegno con maggior arte, ch'egli il conquisto d'Egitto. Oltre le

dette pratiche, si procacciava séguito nelle due città sante

dell'Arabia; si assicurava in Affrica; accumulava tesori; ordinava gli

eserciti; e cercava, per mandarli ai conquisto, un gran capitano

senz'ambizione.

Lo trovò o lo fece egli stesso: un Siciliano di schiatta cristiana,[642]

Giawher, che suona “'gioiello;” se pur questo non è il vocabolo arabico

raddolcito dalla nostra pronunzia. Figliuolo d'un Abd-Allah, che pare

schiavo rinnegato, Giawher fu comperato da un eunuco affricano,

rivenduto a un secondo e da questi a un altro; il quale ne fece dono al

califo fatemita Mansûr.[643] Messolo a lavorar coi segretarii, Mansur

poi l'affrancò; donde entrava, secondo legge musulmana, nella famiglia.

Era giovane di bello aspetto, lodevoli costumi, pronto ingegno,

affaticante, vigilante, sennato scrittore e pulito, chè ne resta di lui

l'editto della sicurtà data al popolo egiziano; e molto amò la poesia e

le lettere, protesse cui le coltivasse, e salito a potenza fu largo coi

poeti. Moezz, sperimentatolo in varii oficii pubblici, lo fece vizir;

poi si consigliò di mandarlo (958) con un esercito di Berberi a ridurre

le province occidentali d'Affrica, di cui alcuna s'accostava agli

Omeîadi di Spagna: e Giawher in men di due anni occupava per molti

combattimenti l'odierno Stato di Marocco; mandava a Moezz i pesci e le

alghe presi nell'Atlantico, e gli recava egli stesso in gabbie di ferro

i principi di Segelmessa e di Fez. Però, deliberata, dopo la morte di

Kafûr, l'impresa d'Egitto, Moezz la commetteva al liberto siciliano;

provvedeva con esso lui ad ogni cosa, fatti financo scavar pozzi nel

deserto di Barca su la strada che dovea battere l'esercito da Sort a

Faiûm. Giawher s'infermò a morte in questo tempo; e il califo a

visitarlo ed assisterlo; e sicuro dicea: “Non morrà, poichè mi dèe

conquistare l'Egitto.”[644]

All'entrar di febbraio del novecensessantanove, ragunate le genti nei

piani di Rakkâda per muovere all'impresa, apparve più brutta che mai

l'uguaglianza del dispotismo. Giawher smontava di sella, baciava la mano

di Moezz e l'unghia del pontifical palafreno; e alla sua volta,

cavalcando con l'esercito, si vedea camminar dinanzi a piè, per comando

del califo, i costui figliuoli e congiunti, non che i grandi del regno.

I centomila uomini che gli danno i cronisti, significano che fu possente

l'esercito; i cameli carichi d'oro gittato in forma di macine,

simboleggiano, a mo' delle Mille ed una notte, il provvedimento

necessario a chi andava a combattere in paese affamato, con giunta

d'infinite barche stivate di grano che seguivano l'armata alle bocche

del Nilo. Nei primi di giugno, non lungi da Fostat, sede del governo,

Giawher fermava un accordo coi principali cittadini;[645] concedendo a

tutto il popol d'Egitto la sicurtà della vita, sostanze e famiglie, a

nome del califo; il quale, mosso a pietà del paese, avea mandato sue

armi invitte a liberarli dai ladroni e dagli empii e farvi rifiorir la

giustizia. Scendendo alle realtà, promettea di rilasciare le indebite

esazioni del fisco su i retaggi; fornir le spese necessarie alle

moschee; rispettare le opinioni religiose,[646] e i giudizii secondo

l'usanza del paese, non contraria al Corano nè alla _sunna_; e mantenere

i dritti dei _dsimmi_.[647] Si recò allora in parti la città; chi

sdegnava l'accordo uscì a combattere e fu rotto; il vincitore,

confermati saviamente i patti, entrava a Fostat nei primi di luglio.

Altro non mutò dei riti che il nome del principe nella _Khotba_,

l'appello alle preghiere, e il color delle vestimenta degli oficiali

pubblici, di nero in bianco. Provvide all'azienda da uom del mestiere;

pose in ogni uficio un egiziano e un affricano; amministrò rettamente la

giustizia; e con rara modestia esercitò il pien potere commessogli.[648]

Piantato il campo presso Fostat, disegnovvi la novella capitale, la

_Kâhira_, ossia trionfatrice; e diè mano immantinente a edificarla.[649]

Quivi innalzò la moschea Azahr, che fu compiuta entro due anni; nella

quale il fondatore volle tramandare ai posteri il nome della patria

siciliana e dell'oficio ch'era stato principio di sua grandezza.[650]

Assicurò il conquisto reprimendo chi si levasse nelle province; e dando

una memorabile sconfitta (971) ai Karmati, che vennero ad assalirlo al

Cairo.[651]

Intanto il nome di Moezz era gridato alla Mecca e Medina; capitani

minori mandati da Giawher gli acquistavano parte di Siria;[652] non

ostante i Karmati, o forse per la paura che avean di loro i Musulmani,

parea che i popoli da Suez all'Eufrate volesserlo riconoscere signore.

Onde Giawher tanto insistè, che il trasse a trasferir la sede in Egitto;

il che se non bastò a dare ai Fatemiti l'ambito impero musulmano, fece

durar due secoli la dinastia, la quale, rimasa in Affrica, sarebbe stata

spiantata di corto. La prodigiosa fertilità dell'Egitto; la postura che

ne fa scala del commercio tra l'Oriente e l'Occidente; la popolazione

gran parte cristiana, docile o servile e attaccata al suolo, offrian

salda base a una dominazione reggentesi sugli ordini dell'azienda, d'una

setta e d'una tribù berbera, non su popolo ed armi di sua propria

nazione: oltrechè i padroni d'Egitto, per necessità geografica,

comandaron sempre alla Siria e tennero le chiavi dell'Arabia

occidentale. In Affrica, al contrario, i Fatemiti non avean potuto

vincere la nimistà dei cittadini arabi in sessant'anni di terrore e di

sferza,[653] non spegnere l'antagonismo del sangue berbero racceso dalle

sètte kharegite; e mentre e' conquistavan l'Egitto, erano necessitati

raccomandarsi alla tribù di Sanhâgia per reprimere un altro ribelle che

seguía le orme di Abu-Iezîd.[654] Nè Sanhâgia, condotta dalla famiglia

zîrita, lor prestava le armi con sì cieca lealtà da far serva sè stessa.

Nè i Kotamii soffrivano che il califo comandasse in casa loro:[655] nè

d'altronde bastavano a tener l'Affrica, facendo insieme da pretoriani in

Egitto e un pugno anco in Sicilia.

Moezz si deliberò dunque a sgomberare d'Affrica per sempre, recando seco

arredi, tesori, armerie e fin le ossa degli avi. Partì d'agosto

novecensettantadue; sostato alquanto a Sardegna, villa d'Affrica che par

abbia preso il nome dai Sardi che vi soggiornarono,[656] con magnifica

lentezza entrò al Cairo di giugno novecensettantatrè; assestò le cose

pubbliche con Giawher; poi messe da canto l'illustre liberto, il quale

morì il novantadue; e il suo figliuolo Hosein, generalissimo del nipote

di Moezz, fu ucciso da quello a tradimento.[657]

Di rado ci occorrerà ormai di tornare alla storia dell'Egitto; e di

Moezz, basterà aggiugnere gli ordini politici lasciati nelle antiche

province. Presto ei depose, se pur l'ebbe mai, il pensiero di commettere

l'Affrica a un Arabo di nobil sangue, il quale, non sarebbe stato

contento a picciola autorità; nè bastante a tenere il paese coi coloni

arabi contumaci.[658] Si volse pertanto ai Berberi, alla tribù di

Sanhâgia, alla famiglia zîrita, al capo Bolukkîn, e, per arabizzarlo,

gli diè nome di Iûsuf-abu-l-Fotûh e titolo di _Seif-ed-dawla_, ossia

Spada dell'impero. Il quale gli avea prestato mano forte contro i

ribelli, come il padre al padre di lui; e sapea bene Moezz, che, non

lasciandolo governatore, quei si potea far principe.[659] Bolukkîn, che

il sapeva anco, non si dolse che gli scemassero l'impaccio del governo

civile: che Moezz eleggesse i cadi, e qualche capo di milizia;[660] che

un consiglio degli oficiali pubblici trattasse la somma degli affari ed

egli facesse eseguire le deliberazioni.[661] Assentì anco a più duro

taglio: che fosse posto da Moezz un direttore sul _kharâg_, ed un su le

tasse diverse, entrambi mezzo independenti dal governo d'Affrica;[662] i

quali lungo tempo mandarono moneta in Egitto.[663] Ond'era proprio quel

governo bipartito che la dinastia volle porre in Sicilia e non le venne

fatto. Nè Moezz si promettea di perpetua obbedienza da Bolukkîn;[664]

ma, come fan sovente gli uomini di stato, fruiva del comodo oggi e

rimetteva al domani le cure del pericolo che non si potea cansare.

Assestata così l'Affrica fatemita con un vicerè che comandasse dalle

rive occidentali del golfo di Cabès fin dove potesse verso l'Atlantico,

il cauto Moezz eccettuò Tripoli, Adgâbîa e Sort a mezzogiorno del golfo;

commettendole ad altre mani, per aver libero il passaggio dall'Egitto,

se mai venisse in capo a Bolukkîn di tentar novità. Eccettuò anche la

Sicilia, data da tanti anni e testè confermata ai Beni-abi-Hosein di

Kelb.[665]

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 21 / 62 题