CAPITOLO III.

Posate le armi, Hasan suggellò con due gravi fatti la novella amistà tra

la dinastia fatemita e la colonia siciliana; obbedientissima ormai di

contumacissima che sempre era stata. S'affrettò a comparire a corte di

Mehdia col figliuolo Ahmed e con trenta de' primarii nobili musulmani

dell'isola; i quali, al dir d'un compilatore, prestarono giuramento a

Moezz;[562] al dir della cronica contemporanea, Hasan li fece entrar

nella setta del Principe dei Credenti:[563] ond'e' mi par manifesto che

s'affiliassero alla società ismaeliana.[564] Non era avvenuto mai a'

Fatemiti d'accalappiare a un tratto tanti e sì illustri proseliti. Moezz

non rifiniva dunque d'onorarli; presentavali di _Khil'a_, o vogliam dire

sontuose sopravvesti degli opificii regii, e, con liberalità più

sustanziale, accrebbe loro gli stipendii militari[565] e fors'anco

promise più larghe concessioni.

Perocchè leggiamo nella cronica che quegli ottimati sollecitavano il

califo a un'impresa sopra Taormina.[566] Il qual cenno e gli effetti

seguíti l'anno appresso, mostrano che si trattò di allargare le colonie

musulmane nel Val Demone e Val di Noto, sottoporre al _kharâg_, e,

secondo i casi, confiscare o dividere le terre delle due province;

mutarvi la condizione dei Cristiani, da cittadini di municipii

tributarii a meri _dsimmi_ o schiavi. Questo sembra il vero scopo del

viaggio in Affrica, e dell'affiliazione alla setta. Moezz, guardando

sempre all'Oriente e agli Abbassidi, nemici comuni suoi e dell'impero

bizantino, avea forse ricusato al solo Hasan, assentì forse a malincuore

a tutta la nobiltà siciliana quell'impresa che metteva in pericolo la

pace con Costantinopoli. Ma non potea dir no senza ridestare i tumulti

in Sicilia. Sendo temporanea per natura la sicurtà accordata ai

municipii tributarii, non mancava ai coloni il dritto d'occupar quelli

con la forza. Non mancava loro la brama, o forse il bisogno, sendo la

somma del tributo a gran pezza minore della _gezîa_ e del _kharâg_, non

che del fruttato diretto delle terre. Fu di certo Hasan l'autore e

promotore del consiglio, premendogli più che a niun altro di metter mano

sulla Sicilia orientale, per accrescere il _giund_, empierlo d'uomini

suoi, raddoppiare le entrate e le forze dello Stato; ad onor della

corona fatemita e profitto immediato di sè medesimo e dei figliuoli.

Tornati in Sicilia Ahmed e i nobili[567] che di gioia non capivano nella

pelle, si aprì la primavera del novecensessantadue con tripudio

universale dei Musulmani, dal palagio degli emiri all'infimo tugurio.

Avea bandito Moezz per tutto l'impero che il dì della circoncisione del

proprio figliuolo, sarebbero anco circoncisi i fanciulli maturi a ciò di

ciascuna famiglia, spesando lui le feste, che soglion farsi in tal

solenne passaggio dell'uomo dal grembo della madre al consorzio della

città:[568] chè tai larghezze usano tuttavia i facoltosi musulmani verso

lor clienti, e i poveri del paese partecipano dei banchetti

imbanditi.[569] Alla nuova luna dunque di rebi' primo del

trecencinquantuno (8 aprile 962), scritti innanzi tratto i fanciulli, si

compiè il rito, cominciando dal figliuolo e dai fratelli dell'emiro

Ahmed, e via scendendo ai nobili ed alla gente minuta, che in Sicilia

sommarono a quindicimila giovanetti; e da parte del califo lor furono

dispensati centomila dirhem e cinquanta some di vestimenta e piccioli

regali.[570] La circoncisione, ch'è uso antichissimo degli Arabi, non

precetto del Corano, non ha tempo determinato; si fa per ordinario a

sette anni, la differisce qualche famiglia più o meno infino a' sedici.

Però il numero che notammo non ne darà con certezza quello degli

abitatori musulmani di tutta l'isola; pure servirà a ragionarlo a un di

presso.[571]

Senza dimora, Ahmed mandava ad effetto il disegno. Mosse del mese di

maggio, con esercito di Siciliani e Affricani, sopra Taormina; i cui

cittadini, com'era manifesta la causa dell'assalto, s'erano

apparecchiati a difendere fino agli estremi la roba e libertà. E

valorosamente il fecero; nè li sgomentaron le nuove soldatesche di

Hasan-ibn-'Ammâr, cugino d'Ahmed, venuto d'Affrica in Palermo il primo

agosto e sopraccorso al campo. Ma quando i Musulmani tagliarono l'acqua

che dava da bere alla città, fu forza calarsi all'accordo. Ricusato ogni

onesto patto da Ahmed, che sapea quel ch'ei volea, la tortura della sete

sforzò i Taorminesi a risegnare tutto ciò che possedeano e darsi

schiavi, salva la vita sola: e così uscirono dalla rôcca il ventiquattro

dicembre, dopo sette mesi e mezzo d'assedio. Le facoltà dei vinti,

scrive Ibn-el-Athîr, divennero _fei_; ch'è a dire i terreni caddero nel

fisco, per investirsi in stipendii militari. L'emiro mandava a Moezz

mille settecento settanta dei prigioni.[572] E mettea presidio di

qualche centinaio di Musulmani nella città, mutando il nome, a onor del

califo, da Taormina in Moezzia.[573]

Il che dà a vedere un primo principio di colonia e fa supporre

l'ordinamento che si tentasse in tutta la regione orientale. Perchè

Moezzia non fosse una bicocca, si lasciò al certo la popolazione

agricola nel contado, e la gente minuta, mercatanti o artefici, nella

città, da schiavi o da liberti. Le terre indifese o scarse di abitatori

chiedeano al certo e otteneano l'_amân_, prima o dopo Taormina;

scendendo i cittadini a condizione di _dsimmi_ e scansando la schiavitù,

fors'anco lo spogliamento dei beni privati; e cominciò a stanziare alcun

picciolo stuolo del _giund_ nei luoghi più importanti. In particolare

nol sappiam che di Siracusa, dove comparisce due anni appresso debole

colonia che non bastava a difendersi da qualche galea bizantina, ma a

capo d'altri cinque anni la si scorge adulta, da farsi sentir nella

guerra civile.[574] Probabil è dunque che abbian messo piè nelle ruine

d'Acradina e d'Ortigia verso il novecentosessantadue; trovandovi già

raggranellato un po' di popolazione cristiana. In ogni modo, dopo la

occupazione di Taormina, tutta la Sicilia obbediva ai Musulmani, fuorchè

Rametta, solo avanzo de' municipii greci e romani di Sicilia; antico

asilo, com'io penso, dei più valorosi cittadini di Messina,[575] ed or

di quanti altri cristiani della provincia amassero meglio guardar la

morte in faccia che soffrire l'ignominia del vassallaggio.

Nè veggo nelle istorie qual popol abbia mai sortito fine più magnanima:

tanta fu la saviezza dei preparamenti, la costanza della volontà, il

valor nel combattere, e con sì poca speranza d'aiuto gettarono il guanto

ai vincitori. Chè morto Romano secondo imperatore (15 marzo 963) e

succedutigli due bambini, si disputava il comando tra la rea lor madre e

un eunuco; nè potea sapersi in Sicilia l'esito della rivoluzione

militare ch'esaltò Niceforo Foca (16 agosto 963), quando

Hasan-ibn-'Ammâr poneva il campo a Rametta l'ultimo di regeb

trecentocinquantadue (23 agosto 963); venendo a punir la ribellione,

come al solito si chiamò. Si dubitava tanto poco dell'esito, che l'emiro

Ahmed partì al tempo stesso per l'Affrica[576] a compier, com'ei sembra,

l'ordinamento amministrativo dell'isola con Moezz; il quale comandò che

Ibn-'Ammâr riducesse intanto Rametta. E quegli piantò suoi mangani e

_'arrâde_,[577] a batter le mura; si provò ad affaticare i cittadini

ogni dì con assalti; e nulla approdava. Tanto che, pensando ridurli per

fame, passò tra que' monti l'inverno e la primavera e la state appresso,

trinceato bene il campo, e costruitovi un castello per sè e casipole ai

soldati.[578]

Que' di Rametta intanto chiesero aiuti a Niceforo Foca, il Domestico,

come il chiamano sempre gli Arabi, dall'alto oficio che tenne pria

dell'impero e che illustrò, a danno loro, col conquisto di Creta (maggio

961) e altre belle vittorie.[579] Salito al trono, volle levare

all'Impero la vergogna del tributo che si pagava ai Musulmani; e sperò

che bastassero gli auspicii suoi e le medesime armi a ripigliar la

Sicilia col favor della popolazione cristiana. Onde adunò poderoso

esercito, dicesi più di quarantamila uomini,[580] di varie nazioni:

Armeni, antichissimi difenditori dell'impero; mercenarii russi,[581]

battezzati di fresco; e gli eretici Pauliciani[582] che, trasportati in

Tracia, militavano sotto le insegne dei loro persecutori con riputazione

di ferocissimi soldati: dei quali i Russi e i Pauliciani avean testè

fatto buona prova a Creta.[583] Si apprestarono legni di non più vista

grandezza per traghettare le genti; le navi da battaglia robuste e

munite di fuochi;[584] il terrore dell'oste accresciuto da grande

salmeria di macchine da gitto;[585] deputato a pregare il cielo in buona

forma e vigilare sì sospetta accozzaglia di costumi, lingue, e coscienze

straniere, con oficio di cappellano maggiore, come noi diremmo, un

Niceforo, uom di molta pietà e molto senno, prete di corte, poscia

vescovo di Mileto e in ultimo santo canonizzato.[586] Fin qui

l'imperatore provvide da vecchio soldato. Se non che elesse i

condottieri per favore e corta scaltrezza di palagio. Non uno ma due

condottieri, patrizii entrambi; dei quali il primo fratello del

protovestiario, o maggiordomo che noi diremmo, ebbe nome Niceta; eunuco

pien di religione, erudito negli scritti dei Santi Padri, ma, sbagliata

la via, si trovava in quella stagione protospatario, che suona aiutante

di campo dell'imperatore. Ebbe costui il grado di drungario, o

vice-ammiraglio, il comando particolare del navilio[587] e supremo

dell'impresa.[588] L'altro, Manuele figliuol naturale di Leone Foca,

nipote però di Niceforo, fatto generale della cavalleria: giovane

d'animo bollente, testa dura e cieco valore.[589] De' due messi insieme,

pensò Niceforo comporre un ottimo capitano, senza avere ricorso ad alcun

di que' suoi sperimentati commilitoni dell'Asia Minore, il quale andasse

in Sicilia a guadagnare nuova riputazione e poi mettersi, com'egli

stesso avea fatto, su la via del trono: e questo non gli fece veder

l'errore di porre un forzuto e fiero principe del sangue mezzo a

ragguaglio e mezzo sotto d'un soldato da tavolino. Pur a Costantinopoli

non era chi dubitasse della vittoria. Oltre la potenza di tanto sforzo,

n'erano pegno lor nuovi libri sibillini detti le Visioni di Daniele, ed

i vaticinii d'Ippolito vescovo di Sicilia dei quali nessuno s'era visto

fallire; e vi si leggea come il lione e il lioncello dovessero un giorno

divorare l'onagro. Parea chiaro ai Greci che le due belve con le zanne

simboleggiassero i due imperatori di Cristianità, Niceforo e Otone, e

l'altra belva del deserto Moezz; se non che, quattr'anni dopo la

sconfitta, il nostro Liutprando si beffò di loro che non avessero

capito. Otone e il figliuolo, ei rimbeccò, veraci leoni, doveano

manicarsi Niceforo, asino selvatico vano ed incestuoso, che avea sposata

la comare. E il mordace vescovo di Cremona parlava tanto da senno, che

appose la vittoria dei Musulmani alla fidanza che n'avessero presa,

interpretando appunto come lui la profezia d'Ippolito.[590]

Risaputi i preparamenti del nemico, Ahmed racconciò e armò in fretta il

navilio siciliano; scrisse marinari e soldati, e chiese immediati

rinforzi a Moezz. Il quale, non perdonando a spesa, mandava il navilio

d'Affrica con molte schiere di Berberi,[591] capitanate da Hasan, padre

d'Ahmed. Giunti del mese di ramadhan (11 settembre a 10 ottobre 964),

Hasan avviava uno stuolo al campo di Rametta, rimaneva egli col grosso

delle genti in Palermo, sovvenendogli dello sbarco di Basilio nella

Sicilia occidentale (957). Già l'oste bizantina, traghettato

l'Adriatico, s'era raccolta in su la punta di Calabria. Principiò il tre

scewâl (12 ottobre), fornì in nove giorni il passaggio dello stretto;

occupò a prima giunta Messina; afforzolla con fossati, e risarcì le

mura.[592] Intanto altri stuoli, recati al certo dall'armata, si

mostravano per le costiere di settentrione e di levante; prendeano

nell'una Termini d'assalto, ed era bene per tagliare gli aiuti di Hasan;

nell'altra vanamente sparpagliavansi tra Taormina, Lentini e Siracusa,

delle quali ebber le prime due di queto, la terza per battaglia.[593]

Cotest'errore di allontanar troppa gente da Messina, pianta della

guerra, e la mala disciplina de' soldati, non isfuggirono agli ansiosi

cristiani di Sicilia. Ci si narra che Prassinachio, uom di specchiate

virtù, che s'era posto in un romitaggio in su lo Stretto ed era tenuto

lucidissimo tra i “veggenti in Dio”[594] del paese, avesse presagito la

sconfitta al cappellano maggiore bizantino; il quale non s'aspettava

altro da quella marmaglia armata[595] che gli avean dato in guardia.

Mentre Niceta guazzava per trecento miglia di costiere col grosso del

navilio, Manuele Foca s'avviluppò col grosso de' cavalli tra i

precipizii dei monti Nettunii, per dare aiuto a Rametta. La quale, a

guardarla in su la carta, è vicina a nove miglia a Messina;[596] ma vi

si frappone erto il Dinnamare, che guarda entrambe le acque del Ionio e

del Tirreno e dalla cima sovrasta a quelle per tremila trecento piedi.

Pertanto chi cavalchi da Messina a Rametta, dèe prender lungo giro

intorno la montagna per settentrione e ponente infino a Spadafora, o per

mezzogiorno infino a Mili, e risalir dall'una o dall'altra per le

convalli; delle quali strade la prima corre ventiquattro miglia, l'altra

più di trenta. Sboccano in una pianura ritonda di tre o quattro miglia

di diametro; in mezzo alla quale spiccasi in alto una collina o

piuttosto immane masso, che vi si poggia per un sol viottolo aspro e

faticoso di mezzo miglio; e la cima disuguale è tutta coronata di mura.

Quest'è Rametta. Il piano d'intorno sembra l'arena di un circo

apparecchiato ad eserciti per duellare a ultimo sangue. Gli fan chiostra

scoscese e spaventevoli coste, fendendosi quanto basti ad aprir la via

per settentrione a Spadafora, per mezzogiorno a Mili; e un'altra gola

verso ponente conduce a Monforte. Dal lato orientale taglia la pianura

un burrone tirato quasi a filo per parecchie miglia da mezzodì a

tramontana: profondo squarcio di terreno siliceo, targo, precipitoso; e

all'imo fondo è talvolta stagliato come fosso di fortezza, che non dà

via a calarvi. Così lo descrivono i cronisti arabi; e mel confermavan

uomini pratichi dei luoghi, dai quali seppi quant'io ne ho scritto.

Delle tre gole fanno anco menzione gli Arabi, ma danno il nome di quelle

sole di Mikos e Demona; nell'una delle quali oggi mette capo la via di

Mili e nell'altra la via di Monforte. E s'addimandavan così da due

fortezze molto importanti in quel tempo; onde già ci è occorso di farne

parola.[597]

Aveva Ibn-'Ammâr dato avviso dello sbarco ad Ahmed: e questi

incontanente mosse di Palermo;[598] ma non potè giungere avanti Manuele,

il quale, non prima raccolte le genti a Messina, le menò in furia a

Rametta, la notte innanzi il quindici scewâl (24 ottobre). Mandò una

schiera a tentare il passo di Mikos, un'altra quel di Demona, una terza

a intercettare gli aiuti su la strada di Palermo: egli, con l'esercito

spartito in sei schiere, seguì la marina fino a Spadafora; indi poggiò

alla volta di Rametta. E quivi Ibn-'Ammâr avea dovuto scemarsi anco di

tre schiere per chiudere i passi di Mikos e Demona, e fronteggiare gli

assediati, se tentassero la sortita. Altro non gli rimanea dunque che un

buon nodo, tutto o la più parte d'Arabi Siciliani; col quale si fece

incontro a Manuele. All'alba appiccarono la zuffa.[599]

Al fragore non si stettero i cittadin di Rametta che non facessero

impeto nello stuolo musulmano messo in guardia; il quale li ricacciò

dentro le mura. Con uguale fortuna que' che teneano i passi di

mezzogiorno e di ponente respinsero i Bizantini.[600] Ma gli Arabi che

si erano travagliati lunga pezza contro Manuele con grande strage del

nemico e loro, imberciati nella stretta serra, com'è sembra, dai tiri

delle macchine, cominciarono a ritrarsi negli alloggiamenti:[601] e i

Cristiani ad incalzarli, ad irrompere nella pianura, a circondare il

campo: se li abbiamo cacciati dal passo, che faranno or che li tenghiamo

in mezzo e lor togliamo l'aria da respirare? E per troppa certezza della

vittoria par si fossero disordinati i Bizantini. Gli altri, certissimi

ed ormai bramosi della morte,[602] voglion finirla a un tratto; intonano

i versi dell'antico poeta arabo:

“Indietreggiai per amor della vita; ma vita, ah, non sento in petto se

non ripiglio l'assalto!

“Che le ferite del codardo gli tingano le calcagna. A noi le ferite

piovon sangue su la punta del piè.”[603]

E s'avventano con Ibn-'Ammâr: la misura del verso li unì in un sol

impeto da farsi far largo. Il capitano, visto che in vece di morire si

può vincer tuttavia, grida a tutto fiato: “Oh Dio, se m'abbandonano i

figli d'Adamo non mi lasciar tu:” e diè un'altra carica, che scompigliò

i nemici; e invano lor patrizii fecero prova a rattestarli con le parole

e coll'esempio. Manuele spronava nella mischia con un'eletta di cavalli;

rinfacciava a' suoi che si fossero millantati tanto coll'imperatore ed

or fuggissero dinanzi un pugno di barbari. Ferì in questo dire tra i

Musulmani; uccise di sua mano un uomo; e si trovò avviluppato, picchiato

di lance d'ogni banda; ma non passavano la grave armadura. Tirano dunque

al cavallo, chi di punta, chi di taglio a' garretti; caduto a terra col

suo signore gli si abbaruffano addosso Arabi e Greci; alfine fu

spacciato Manuele e chi l'aiutò. Gli altri si sbaragliarono. Era tra

mezzodì e vespro.[604] Il grosso degli Arabi eran fanti, come si vede

nell'episodio di Manuele che terminò la battaglia.

Durò la caccia, la fuga, la carnificina infino a notte. A compier

l'epico terrore del caso,[605] un negro nembo che ottenebrava quella

chiostra di monti, scoppiando a folgori e tuoni quando fu decisa la

giornata, incrudelì sopra i fuggenti, accrescendo i pericoli degli

ignoti e rotti luoghi. Uno squadrone messosi a briglia sciolta giù pel

burrato, precipitò nella fossa; che la colmaron uomini e cavalli, e i

vincitori passaronvi su di galoppo, dicono i loro annali, nè par mica

impossibile. D'ogni lato, pe' greppi e per le boscaglie, inseguirono gli

spicciolati, li scannarono quanto loro bastavan le forze a ferire: pochi

patrizii o altri uomini di nota fatti prigioni, per avarizia del

riscatto. Pochissimi camparono fuggendo. Più di diecimila i morti;

bottino infinito di cavalli, robe, armi; tra le quali si trovò una spada

ch'era passata dai Musulmani ai Cristiani in Oriente, e quella riebbero

nel sanguinoso campo di Rametta. Su la quale era inciso in caratteri

arabici: “Indiano è questo brando; pesa censettanta mithkâl; e molto

ferì dinanzi l'apostol di Dio.” Cotesta reliquia delle prime guerre

dell'islam era mandata poscia a Moezz con altre preziose armi e piastre

e maglie;[606] aggiuntovi una resta di capi mozzi e dugento prigioni

barbari, dice una cronica,[607] che sembran degli Armeni o dei Russi.

Ma come i trofei erano recati in Palermo, uscito all'incontro l'emiro

Hasan, fu commosso, dice Ibn-Khaldûn, di tanta e sì improvvisa gioia che

gli scoppiò una febbre maligna; della quale morì, del mese di novembre,

a cinquantatrè anni.[608] Tacciono tal drammatica infermità gli altri

annalisti: onde potè per avventura immaginarsela quell'ardito e primo

scrittor della Scienza Nuova,[609] cercando sempre dentro la storia

medesima la cagione del fatto la quale spesse volte si trova fuori. Fu

pianto da tutti Hasan, valoroso, savio, fondator d'una dinastia e però

maculato dei vizii del mestiere, che poi spariscono nel baglior d'una

corona.

I martiri di Rametta intanto bevvero infino all'ultima stilla il calice

amaro che la fortuna porgeva insieme con lor santa corona. Tennero il

fermo dopo la sconfitta dei Greci; ma lo stremo delle vittuaglie li

sforzò a mandar via le bocche inutili: mille della povera gente, com'e'

sembra, tra vecchi, donne e fanciulli. Ibn-'Ammâr, in vece di

rispingerli nella fortezza e affrettar la dedizione di quella, li

accolse e mandò in Palermo; ma fu crudo coi rimagnenti. Fatti pelle ed

ossa, tuttavia combattevano, entrato già il novecensessantacinque;

quando un giorno Ibn-'Ammâr apparecchia le scale, dà l'assalto, lo

protrae fino a notte; e allora una mano dei suoi salì su le agognate

mura di Rametta. Passati a fil di spada gli uomini; menate in cattività

le donne, i fanciulli; saccheggiata la città, e fattovi grande bottino.

Partendosi dopo un anno e mezzo da' selvaggi luoghi illustrati con tanto

sangue, Ibn-'Ammâr lasciò nella rôcca presidio e abitatori

musulmani.[610]

In questo mezzo Ahmed guadagnava una battaglia navale. Saputa la rotta

di Manuele mentr'ei si affrettava marciando sopra Rametta,[611] tirò

dritto, com'ei pare, a Messina[612] per cavar la voglia d'un novello

sbarco ai Bizantini che s'eran messi in salvo a Reggio. Seguiron poi in

Sicilia tanti altri scontri,[613] non sappiamo i luoghi; e d'un solo il

nome del capitan bizantino, il maestro Essaconte, il quale fu sconfitto

con grande strage.[614] Donde è manifesto che i Musulmani ripigliavano

ad una ad una le terre occupate; mentre il navilio greco pigramente

stava lì a Reggio per raccorre i presidii. Ahmed si pose alla vedetta a

Messina con quante forze potè. Quando l'armata nemica sciolse le vele

per Costantinopoli, risolutamente ei l'assalì; con tanta disparità di

preparamenti navali, che i Musulmani gittaronsi talvolta a nuoto per

appiccare il fuoco ai legni nemici.[615] Aspro e lungo indi il

combattimento, che ne rosseggiò il mar di sangue, scrivono gli

Arabi[616] in metafora, e può passare. Compiuta fu lor vittoria nella

battaglia dello Stretto, come la chiamarono. Affondate, arse o prese

tutte le navi bizantine; fatto grandissimo numero di prigioni, con cento

patrizii e mille altri nobili, se la non è metafora aritmetica

d'Ibn-Khaldûn. Il bottino e i prigioni erano recati in Palermo.[617] Tra

gli altri l'eunuco ammiraglio, il quale fu mandato a Moezz, e dimorò due

anni a Mehdia[618] in comoda prigione, ingannando il tempo a copiar le

omelie di San Basilio e qualche altro pio testo greco, in più di dugento

fogli di pergamena: bel volume ch'è adesso nella Biblioteca di Parigi,

soscritto con data e nome e titoli e donazione a una chiesa di

Costantinopoli, condotto dal principio alla fine con mano uguale e

ferma, di buon calligrafo, rubriche ad oro e colori, larghi margini e

puliti, colonne e righi tirati a squadra e compasso, che Temistocle e

Archimede avrebbero potuto invidiare tant'arte a Niceta.[619] Ahmed,

toltosi costui dinanzi, spingea le gualdane contro le città greche,

com'io credo, di Calabria; le quali, visto depredati i contadi e

intercetti i commerci, altro partito non ebbero che di far la tregua,

pagando tributo ai vincitori.[620] Questo fine sortì la impresa di

Niceforo Foca.[621]

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 20 / 62 题