CAPITOLO II.

Fin dalla morte del Mehdi, o vogliam dire dalla rivolta di Girgenti,

l'impero bizantino non soddisfaceva il tributo di Calabria;[532] le

città assicurate di Sicilia lo avean anco smesso negli ultimi tempi. Ma,

risaputo come Hasan dava sesto alla cosa pubblica, venne tosto in

Palermo un frate a recare i decorsi di tre anni da parte di qualche

città.[533] Altre di Sicilia o di Calabria che nol fecero, furon punite

dal novello emiro con aspre correrie; onde chiesero aiuti a

Costantinopoli.[534] Dove rimase inaspettatamente padrone il

Porfirogenito, gli parve indegno della maestà imperiale pagar quel

tributo ai Barbari. Sforzandosi, quanto il poteva un picciolo ingegno ed

una natura inerte, a ristorare gli ordini della civiltà romana ch'egli

avea studiato su i libri ed affastellato in sue compilazioni, Costantino

Porfirogenito non lasciò da canto l'amministrazione militare, nè la

disciplina; di che tornò qualche frutto all'impero, ed egli molto più se

ne prometteva. E però mandava in Italia, in vece d'oratori col tributo,

que' che gli parean capitani e soldati. I quali alla prima si diedero a

maltrattare e taglieggiare i sudditi, peggio che non avrebbe fatto il

nemico.[535]

Hasan, dal suo canto, com'ei seppe sbarcati i Bizantini ad Otranto,

chiese rinforzi. Mandatigli da Mansûr settemila cavalli e tremila

cinquecento uomini da piè, oltre i soldati d'armata e le navi da guerra

e da carico, giugneano in Palermo, il due luglio novecencinquanta,

condotti dal liberto schiavone Farag-Mohadded. L'esercito siciliano era

in punto; sì che a' dodici luglio poderoso sforzo mosse per mare e per

terra alla volta di Messina, sotto il comando di Hasan. Immantinenti,

valicato lo stretto, assalirono Reggio, cui trovaron vota di abitatori.

Hasan spargeva i cavalli a far preda intorno; andava egli col grosso

delle genti all'assedio di Gerace; davale indarno aspri assalti; e già

la riducea, tagliatole l'acqua da bere, quando ebbe nuove dell'esercito

bizantino che venisse a trovarlo. Perlochè, composto coi Geracini e

presone danari e statichi, raccolti i suoi, mosse contro i Greci; i

quali precipitosamente si rifuggirono ad Otranto e Bari. Hasan,

inseguendoli, poneva il campo sotto Cassano; infestava i dintorni.

Combattuta per un mese la città senza frutto, e sopravvenuto l'inverno,

fe' l'accordo come a Gerace; ripassò il Faro; lasciò l'armata a svernare

nel porto di Messina; ed ei tornò alle stanze in Palermo.[536] I patti

di Gerace e Cassano sembrano tregua per un anno, comperata con una

taglia che si pagava parte in contanti, e si davano gli statichi in

sicurtà del resto.[537]

S'adunavano intanto in Calabria le armi bizantine, che l'anno innanzi o

non eran tutte passate in Italia, ovvero avean osteggiato i dominii

beneventani in Puglia, ove occuparon Ascoli.[538] L'armata obbediva ad

un Macrojoanni, o diremmo noi Giovanni il Lungo; l'esercito, che fu

grosso se non valido, al patrizio Malaceno, col quale si accozzarono le

genti di Pasquale stratego di Calabria[539] Hasan, per comando del

califo, riassaltava la terraferma in primavera del novecencinquantadue.

L'otto maggio, che fu quell'anno tra i dì festivi alla Mecca,

scontravansi i due eserciti sotto Gerace: della quale battaglia gli

annali arabici dicono non essersi unque vista più aspra e fiera; gli

annali greci attestano averne il nemico riportata nobilissima vittoria;

e par torni a questo, che i Cristiani avean l'avvantaggio del numero, i

Musulmani degli ordini e della fiducia nel capitano,[540] il valore si

pareggiava. Li sbaragliati poi, sfrenatamente fuggirono; inseguendoli i

Musulmani infino a notte, con grande strage, cattura d'uomini, preda

d'armi, cavalli, bagaglie: e a mala pena camparono il patrizio e lo

stratego.[541] Le teste degli uccisi mandate a trionfo nelle varie città

di Sicilia e d'Affrica, come tuttavia porta il brutto costume degli

Arabi. Hasan strinse d'assedio Gerace, che di nuovo fe' bella difesa,

non ostante la mancata speranza d'aiuti. Pur Costantino mandava il

segretario Giovanni Pilato all'emir di Sicilia; il quale, notano i

Bizantini, non s'inebbriando nelle vittorie, assentì la tregua.[542]

Fermossi nella state del cinquantadue; e sembra limitata dapprima a

Gerace, poi resa comune a tutti i luoghi di Calabria che obbedivano

all'imperatore, e stipulatovi il solito patto del tributo e di più la

tolleranza del culto musulmano. Uno stuolo mandato da Hasan saccheggiava

intanto Petracucca, come par si chiamasse a quel tempo una grossa terra

tra i capi di Spartivento e di Bruzzano.[543] Altri assalivano un'altra

terra, non sapremmo dir se Roseto su i confini della Calabria con la

Basilicata, ovvero le isole di Tremiti, presso il Gargano:[544] e si

nota in questo medesimo anno saccheggiato il santuario del Gargano e

infestati parecchi luoghi dello Stato di Benevento.[545] I prigioni di

Petracucca e di Roseto, o Tremiti, che furon molti; andavano di Sicilia

in Affrica; e con essi, incatenato il capitano, del navilio musulmano,

per nome Abu-Mehell; il quale, giunto a Mehdia, era punito con l'estremo

supplizio. S'ignora il delitto: se infrazion della tregua, se peculato

sul bottino; che è più verosimile.[546]

Mentre i suoi infestavano le costiere dell'Adriatico, Hasan,

ritrattossi da Gerace a Reggio, apriva[547] nel bel mezzo della

città una moschea; cospicua al minaretto spiccantesi in alto da un

angolo, perchè tutti il vedessero e ne sentissero la cantilena del

muezzin. Stipulò in fatti libero ai Musulmani l'appello alla preghiera e

ogni altro rito pubblico; che cristiano non mettesse mai piè nella

moschea; che la desse legittimo asilo ad ogni musulmano, anche prigione

di guerra ed anche fatto cristiano, al quale paresse di rifuggirvisi. E

minacciò che, sapendo tolta, non che altro, una pietra della moschea di

Reggio, farebbe diroccar le chiese cristiane per ogni luogo di Sicilia e

d'Affrica. I quali patti, i Cristiani umilmente osservarono, scrive

tutto lieto Ibn-el-Athîr; ignorando che la moschea di Reggio non durò

oltre quattro anni.[548] E preoccupato del gran dispetto degli Infedeli,

passò sotto silenzio la vera importanza del fatto: il civil pensamento

di Hasan ad usar la vittoria in favore del commercio, ch'era operoso al

certo tra la Sicilia e la Calabria e molto più potea progredire con la

tolleranza dell'islamismo a Reggio. Non guari dopo l'impresa di

Calabria, venuto a morte Mansûr (marzo 953), e rifatto califo il

figliuolo Abu-Tamîn-Ma'àd, che fu soprannominato Moezz-li-dîn-illah,

l'emiro Hasan andava a corte a Mehdia; lasciato al governo della Sicilia

il proprio figlio Abu-Hasan-Ahmed. E Moezz ratificava: il quale atto

riferiscono i cronisti con parole diverse; ma la somma è che il califo

lasciò l'emirato ad Hasan con sostituzione d'Ahmed in caso d'assenza e

di morte.[549] Segnalatissimo favore, da potersi comprendere col bisogno

che avea Moezz del vincitor di Gerace per l'impresa d'Egitto, la quale

poi si differì. Dovea forse combattervi l'esercito affricano, tornato di

Calabria in Sicilia, il quale ripassò in Affrica poco dopo il viaggio di

Hasan.[550]

Mentre si pensava a tal conquisto, l'emiro andò ad audace fazione in

Spagna. Era occorso che spacciato un corriere di Sicilia in Affrica con

lettere per Moezz, s'imbattè in una nave di mole non più vista in que'

tempi, fatta costruire da Abd-er-Rahman califo omeiade di Spagna e

mandata a mercatare in Egitto; le genti della quale detter di piglio

piratescamente al legnetto siciliano, nè rispettarono gli spacci. Il che

risaputo da Moezz, commetteva ad Hasan di far la vendetta con l'armata

di Sicilia. Entrato nel porto d'Almeria, l'emir bruciò quanti legni

v'erano; prese il naviglio che avea fatto l'insulto, tornato già

d'Alessandria con ricche merci e giovani cantatrici per Abd-er-Rahman;

poi sbarcò, messe Almeria a sangue ed a ruba; e salvo si ridusse a

Mebdia. Due correrie delli Spagnuoli su le costiere d'Affrica mal

rendeano la pariglia; essendosi combattuto con varia fortuna. Seguì

l'assalto d'Almeria l'anno trecenquarantaquattro (26 aprile 955 a 13

apr. 956).[551]

Maggior guerra richiamò Hasan in Sicilia. La tregua coi Bizantini, era

stata rinnovata il cinquantaquattro forse per altri due anni, venuto a

ciò in Palermo un frate Assiropulo.[552] Ma Costantino, mal soffrendo

sempre il tributo, e rinfrancato dal valore che cominciavano a mostrare

i suoi contro i Musulmani dell'Asia Minore, volle ritentar la fortuna in

Italia. Mandovvi le soldatesche di Tracia e Macedonia col patrizio

Mariano Argirio, e l'armata che ubbidiva a due capitani minori, Crambéa

e Moroleone, il novecencinquantasei,[553] quando spirava la tregua.

L'Argirio cominciò da Napoli, notata allora a corte come ribelle e amica

de' Musulmani per antichi e forse anco recenti patti: la strinse per

mare e per terra; bruciò il contado; ridusse i cittadini a riconoscere

la signoria bizantina finchè avessero il coltello alla gola. Varii

luoghi dei principati longobardi e di Calabria, più o meno

disubbidienti, si sottomessero del pari;[554] e chi sa se coi voti,

fors'anco con pratiche, non chiamavano i Musulmani? I quali non

tardarono. 'Ammâr, fratello di Hasan, giunto d'Affrica con l'armata il

nove agosto del cinquantasei, svernò in Palermo ed a primavera assaltò

la Calabria.[555] Non che correre il paese, par abbia dovuto afforzarsi

'Ammâr in qualche luogo; e chiamare in soccorso il fratello; vedendosi

chiuso a settentrione dal grosso delle forze bizantine, mentre al suo

fianco o alle spalle tentava audacissima fazione Basilio, protocarebo, o

direm noi capitan di vascello, con un'armatetta. Sbarcato a Reggio

costui distruggeva la moschea; poi risolutamente drizzava le prore al

bel mezzo della colonia musulmana di Sicilia; prendea Termini a

ventiquattro miglia di Palermo; assaliva indi la città di Mazara. Dove

sopraccorso Hasan, l'emiro ebbe la peggio, e perdè molti de' suoi:[556]

pur Basilio se ne andò senza infestar l'isola altrimenti. L'anno

appresso (958), Hasan con l'armata siciliana toccava le costiere di

Calabria; congiungea le forze con 'Ammâr; e insieme andavano ad

affrontare ad Otranto l'armata bizantina, capitanata da Mariano Argirio

in persona. Dalle tre narrazioni, diverse e mutile, che abbiam di questa

fazione, si ritrae come un gagliardo vento levatosi contro l'armata di

Sicilia quando si veniva alle mani, desse agio al patrizio d'uscir di

briga senza battaglia, e di prendere una nave musulmana imbattutasi tra

le sue. Le altre, ricacciate dalla medesima tempesta vêr la Sicilia, la

più parte fecero naufragio. I Siciliani poi si vantarono della fuga

dell'Argirio; questi impiastrò a Costantinopoli che, aiutandolo il

vento, avea distrutto e affondato tutte lor navi; un cronista bizantino,

di cui s'ignora la età, scrisse che i Musulmani accampati a Reggio,

mentre l'armata bizantina stava per passare d'Otranto in Sicilia, presi

di timor panico, se ne tornarono a furia ed annegarono nei mari di

Palermo. E in vero, se 'Ammâr avea le stanze presso Reggio, i cittadini

dovean credere precipitosa fuga quel montar delle sue genti su le navi

d'Hasan, delle quali poi si riseppe, non l'andata ad Otranto, ma il

naufragio presso la Sicilia.[557]

In ogni modo, il patrizio nè assali L'isola, ne tentò altra impresa di

che si faccia memoria. Hasan in men d'un anno rifece l'armata

siciliana.[558] Non è inverosimile, ma nè anco provato, che in questo

tempo un'armatetta musulmana abbia osteggiato Napoli per parecchi dì,

fatto prigioni, perduto la maggior nave in un assalto, e in fine

assentito a lasciar tranquilla la città, prendendone taglia in moneta e

vasellame d'oro e d'argento: e può credersi anco ch'alcun dei prigioni

avesse visto in sogno San Gennaro e Sant'Agrippino, i quali gli

promettessero il riscatto che poi seguì.[559] Da miglior fonte sappiamo

che seguirono avvisaglie: il novecensessanta preso dai Musulmani un

Afrina o come che si chiamasse, capitan greco al certo, e dai Bizantini

un Ibn-Baslûs e menato a Costantinopoli; il novecensessantuno venuto in

Sicilia un legato bizantino che portava il gran nome di Socrate, il

quale riscattò con danaro Afrina e gli altri prigioni di sua gente.[560]

La debole guerra finì con una tregua, fermata, com'ei pare, il medesimo

anno, e durata infino all'esaltazione di Niceforo Foca.[561]

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 19 / 62 题