CAPITOLO I.

La tribù di Kelb,[515] rampollo di Kodhâ'a, e però del ceppo himiarita,

diè soldati agli eserciti che passavano in occidente al principio

dell'ottavo secolo; occorrendo poco dipoi nella storia di Affrica e

Spagna emiri kelbiti di gran fama,[516] dei quali Biscir-ibn-Sefwân

capitanò una correria sopra la Sicilia.[517] Prevalsi poi in Affrica gli

Arabi di Adnân, i quali in ogni modo abbassarono e calpestarono la

schiatta di Cahtân, si vede tuttavia un capitano kelbita ucciso nelle

guerre civili alla fin dell'ottavo secolo, ch'avea tenuto Mila presso

Costantina,[518] e però nei luoghi ove facea soggiorno la tribù di

Kotama. Preso infine lo stato dalla casa modharita d'Aghlab, si dilegua

il nome kelbita dalle storie, fino alla esaltazione dei Fatemiti; ai

quali era ragione che si accostassero gli avanzi dei nobili arabi nemici

della passata dinastia. Intanto uomini kelbiti aveano acquistato

séguito, e forse stretto parentele, nella gente di Kotama, che amava ad

arabizzare; poichè nei tempi appresso (986) veggiamo sceikh de' Kotamii

in Egitto, capo connivente a loro insolenza e non dato al certo dai

califi, un Kelbita della casa appunto degli emiri di Sicilia.[519] Sia

dunque in grazia dei Kotamii, sia della setta ismaeliana o d'altri

servigi i Beni-abi-Hosein di Kelb furono ben visti a corte del

Mehdi;[520] Ali di quella gente, morì a Girgenti combattendo per

Kâim;[521] Hasan, figlio di Ali, guadagnò nuovi meriti appo Mansûr, come

si è detto. Affidando a costui la Sicilia, Mansûr potea fare

assegnamento, non meno su la fedeltà e il valor dell'uomo, che su le

qualità della famiglia: nobile e però riverita dal popolo; nuova in

Sicilia e però sciolta d'ogni legame con la parte aristocratica del

paese.

Non occorre di esaminare la sognata concessione feudale della Sicilia ad

Hasan, che si fondava su la versione erronea del testo d'un plagiario; e

i moderni compilatori l'hanno abbandonata, conoscendo quanto ripugnasse

agli ordini musulmani.[522] In vece di quella impossibilità legale, il

Martorana pensò che il califo fatemita, a un tempo con la elezione di

Hasan, avesse ordinato il governo di Sicilia con titolo più illustre ed

autorità più larga, accordando all'isola “un emirato suo proprio.”[523]

Ma veramente, nè il nome era nuovo, nè l'autorità. La prima cosa,

l'oficio di _wâli_, che il Martorana crede inferiore a quel d'_emiro_, è

il medesimo, semprechè si tratti d'una provincia; e vale tanto a dir

_wâli_ d'Africa, d'Egitto, di Sicilia, o simili, quanto _emiro_: e ciò

in linguaggio comune al par che in linguaggio legale.[524] In secondo

luogo, nessuno scrittore fa motto di mutati ordini al tempo di

Hasan;[525] nessuno serba a lui ed ai successori il titolo di _emir_ ed

ai predecessori quello di _wâli_: fin dai principii del conquisto di

Sicilia, son adoperati da sinonimi, or l'uno or l'altro, come portava

l'uso della lingua e il capriccio dello scrittore; allo stesso modo che

gli Aghlabiti or son detti _wâli_, ed or _emiri_ d'Affrica. In fine, se

per “emirato suo proprio” s'intenda governo che non abbracciasse altra

provincia, la Sicilia se l'ebbe sempre sotto i Musulmani. E se voglia

significarsi emirato con pien potere, oficio di _wâli_ o _emir_

generate, come lo chiamano i pubblicisti, la Sicilia l'ebbe senza

interruzione fino all'ottocentosettantotto, e di tratto in tratto, nei

settant'anni che seguirono infino al novecenquarantotto, quante volte i

principi d'Affrica non poteano calpestare i coloni a lor talento.[526]

In ciò si dèe dunque correggere la sentenza. Da un'altra mano la si dèe

spiegare alla più parte dei lettori. “Governo proprio” significava in

Sicilia, venti o trent'anni addietro, un luogotenente del re di Napoli,

albergato più o meno splendidamente nella reggia di Palermo, ed

un'amministrazione civile, finanziaria e giudiziale independente dai

ministri napoletani: il qual ordine bramavano que' Siciliani che non

odiasser molto la dinastia regnante; e loro ne fu conceduta una

sembianza che durò qualche anno. Donde “emirato proprio della Sicilia,”

era frase grata a taluni e credo al Martorana, chiarissima a tutti nel

paese; e nel nostro caso, rendea, propriamente o no, una idea giusta;

poichè l'ordine del milleottocentrentadue somigliò molto a quello del

novecenquarantotto, astrazion fatta dagli antecedenti e dalle

conseguenze. Il Wenrich, non avendo alle mani tal cemento, si appigliò

alla innovazione di titolo e d'autorità, ch'era la parte più debole del

concetto di Martorana; vi persistè non ostante gli schiarimenti datigli

dalla erudizione orientale; e con troppa fretta si cavò da cotesta

esamina di dritto pubblico.[527]

La quale a me par molto piana. Il dritto musulmano ammette due forme di

governo provinciale; autorità civile e militare raccolta in unica mano,

o divisa. La prima forma, obbligatoria nei nuovi conquisti e nei paesi

confinanti con Infedeli, fu adoperata necessariamente in Sicilia, dove i

coloni la tiravano a independenza. Ibrahim-ibn-Ahmed, Mehdi e Kâim

vollero provar l'altra forma; e non bastaron fiumi di sangue a farla

allignare. Mansûr, più generoso, più savio, o che gli aprisse gli occhi

la rivoluzione d'Abu-Iezîd, rinunziò al gusto di reggere la Sicilia,

come un villaggio d'Affrica, dal suo sofà, e di espilarla a suo talento

per commissarii: le rese il governo normale di grande provincia di

confini, con mandarvi un vicerè, com'oggi si direbbe. Il qual fatto non

fu, ne poteva essere, accompagnato da novello statuto, nè da novello

titolo.[528]

Molto manco potea Mansûr istituire l'emirato ereditario. La successione

del quale oficio in una famiglia si vede sovente nelle storie musulmane,

dagli Aghlabiti d'Affrica infino agli odierni pascià d'Egitto, ma sempre

nacque di fatto e durò con le sembianze di elezione che venisse dalla

volontà del principe. Cominciò sempre da un emir temporaneo; finì sempre

col fatto di novella dinastia independente; passando per una serie di

vicende, che da una dinastia all'altra si assomigliano come le figure

simili in geometria; procedono secondo unica legge; e danno agli occhi

lo stesso aspetto. Morto Mansûr, pochi anni appresso la elezione di

Hasan, i successori del primo non mutarono la famiglia degli emiri in

Sicilia, perchè l'era potentissima a corte e governava l'isola

tranquillamente. Quando poi i Kelbiti caddero in disgrazia al Cairo, i

califi fatemiti si accorsero di non poterli sradicare dalla Sicilia.

Perchè già era avvenuto il caso che nascea necessariamente dagli ordini

sociali e politici dei Musulmani, come altrove accennammo. La nobiltà

militare, i soldati mercenarii, i dottori erano avvinti alla famiglia

kelbita dal saldo vincolo dell'interesse, per via degli stipendii e del

patrocinio; la plebe nudrita con le scorrerie contro i Cristiani e le

limosine in patria; l'universale soddisfatto delle entrate che

s'investiano in comodo pubblico o di privati siciliani, degli edifizii

che sorgeano, dello splendor d'una corte protettrice di begli ingegni,

del reggimento condotto secondo i bisogni o il genio dei cittadini di

Sicilia, non degli impiegati di Mehdia; soddisfatto delle colonie che

moveano dal Val di Mazara a ripopolare le città della Sicilia orientale,

a coltivarne le campagne o godersi i tributi di quelle ove rimanessero i

Cristiani. Però non è a domandare se i Musulmani dell'isola volessero

correre il rischio d'un governo d'uomini nuovi, che avrebbe potuto

rimutar tutto e ricondurre i bargelli è i commissarii fiscali del tempo

di Sâlem. Una volta che il califo fatemita il tentò, acconsentendo,

com'e' pare, la casa kelbita per la promessa di maggiore stato in

Egitto, i Siciliani corsero alle armi (969); e il califo non trovò altro

modo di porre fine ai tumulti che d'inviare al più presto un emiro

kelbita. In venti anni dunque era fondata di fatto là eredità

dell'emirato, la quale premeva tanto ai Siciliani.

E però era già surto un principato di Sicilia: senza decreto nè

plebiscito che potesse registrarsi dai cronisti, ognuno ormai sel

vedeva. Ibn-Haukal, venuto in Palermo del trecentosessantadue (972-3),

parla del palagio ove albergava il Sultano; la qual voce è usata già

dagli scrittori del decimo secolo per designare principi di fatto,

riconosciuti o no dal califo: e veramente ella ha valore radicale di

violenza; e quando il tempo onestò la cosa e il nome e mutò questo in

titolo pubblico, significò impero privo della sacra potestà dei

califi.[529] Sia che Ibn-Haukal abbia ripetuto la voce Sultano perchè la

sentiva in Palermo, o che l'abbia detto dassè per definire l'ordine di

cose che toccava con mano, l'attestato è di gran momento collimando con

lo scopo della rivoluzione divampata in Sicilia tre anni prima, e col

ritratto delle vicende che seguirono fino alla metà dell'undecimo

secolo. Dal novecensettanta in poi non muovon d'Affrica nè d'Egitto

eserciti che combattano in terraferma d'Italia, non che in Sicilia,

insieme coi Musulmani dell'isola. I Siciliani, quando lor pare,

depongono un emir kelbita e ne scelgono un altro nella famiglia. Che se

il califo manda tuttavia al designato dall'emir predecessore, o dal

popolo, un diploma, con le insegne dell'oficio e col titol sonante di

Corona dell'Impero, Spada della Fede e simili, ciò significa soltanto

che la Sicilia riconoscea pontefici i fatemiti. Nè monta il nome loro

stampato nelle monete siciliane fino alla metà dello undecimo secolo.

Abbiamo notato più volte che nel medio evo i Musulmani tenesser poco

conto di tal regalia, sì gelosamente custodita dai principi cristiani.

Inoltre il nome dei Fatemiti dava corso più largo al conio siciliano nei

frequenti commerci con l'Affrica e l'Egitto, per la qual ragione non

ebbero scrupolo a contraffarlo o imitarlo i principi longobardi di

Salerno.[530] Ma niuno sosterrà che l'isola obbediva al califo fatemita

Daher o Zâhir (1021-1036) perchè v'abbian di lui e del successore tante

monete battute in Palermo,[531] quando i lor nomi non si ricordano punto

nè poco nella sollevazione contro i Kelbiti; nè que' califi se ne

dierono briga; nè pensò a loro la casa kelbita, nè alcuna delle fazioni

che agognavano al potere dello Stato: anzi una parte che cercò aiuti di

fuori, si volse agli emiri zîriti d'Affrica, minacciando, s'e'

ricusavano, di chiamare a dirittura i Bizantini.

Aiutaron cotesta emancipazione della Sicilia, la potenza dei Kelbiti a

corte, com'abbiam detto; il tramutamento della sede fatemita, da Mehdia

al Cairo; le guerre orientali dei primi califi d'Egitto; la pazzia e

debolezza degli altri; la emancipazione contemporanea dell'Affrica. Pur

la cagione principale fu che i Siciliani voleano. Raro avvien che

rimangano frustrati i popoli quando fermamente si propongano e

tenacemente procaccino di scuotere il giogo: che se una generazione

fallisca, per colpa propria o fortezza del nemico, un'altra coglierà il

nemico sprovveduto e avvolto in alcuna delle brighe che non mancano mai

agli oppressori; e vincerà, forse senza combattere. Il sangue sparso per

sessant'anni, fruttò alla Sicilia che nel novecenquarantotto, col romor

d'un tumulto, riebbe l'emir generale; e nel novecensettanta, con breve

guerra, si sciolse dall'arbitrio del califo nelle elezioni: che è a dire

salì al sommo grado di libertà d'un popolo musulmano. E prima vi sarebbe

giunta la colonia, se non fosse stato per le divisioni etniche,

municipali e sociali, che sempre la dilaniarono.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 18 / 62 题