CAPITOLO IX.

Non fia lungo a narrare le vicende interiori della Sicilia da una

rivoluzione ad un'altra. Ressela per venti anni, con titolo di emir,

quel Sâlem-ibn-Rescid, lasciatovi alla partenza d'Abu-Sa'îd.[397] Ma

l'autorità era mutilata. Le fazioni in Terraferma, com'abbiam visto, si

condussero per capitani mandati apposta d'Affrica; nelle quali, se

talvolta andò Sâlem, fu da ausiliare.[398] Il navilio siciliano, che diè

tanta briga al Mehdi al tempo d'Ibn-Korhob, combatteva ora gli ortodossi

sudditi degli Abbassidi in Egitto; i quali ben sapeano che i Siciliani

ci andassero contro voglia. E però dopo la giornata navale che

guadagnarono gli Abbassidi fuori Rosetta (919), menati a terra i

prigioni, il popolo di Misr nè scevrò i Kotamii per ammazzarli; perdonò

la vita ai Siciliani, Tripolitani e abitatori dell'Africa propria.[399]

Del novecentoventisette; venne d'Affrica a por taglie[400] su la

Sicilia, il figliuolo dell'emiro Sâlem, con due sceikhi[401] detti il

Belezmi e il Kalesciani[402]; e tornovvi del trentadue, con preposti

nuovi: Ibn-Selma e Ibn-Dâia; i quali aggravaron la mano sul popolo, ma

rappresentatisi a corte l'anno appresso, caddero in disgrazia del

padrone;[403] parendogli forse, che del camelo, com'ei solea dire,

gliene avessero recato gli orecchi.[404] Veggiamo infine che Sâlem

accordava la tregua a Taormina e altre castella dei Cristiani dì Sicilia

nella state del novecentodiciannove.[405] Da tutto ciò è manifesto che

il Mehdi adoperasse in Sicilia l'espediente tollerato dai pubblicisti

musulmani del tempo: scindere l'emirato in due oficii, l'un di guerra e

polizia, l'altro di azienda e giurisdizione;[406] e che non contento a

ciò, togliesse l'occasione e le forze da far la guerra. Un capitan

generale della sbirraglia con l'antico titolo d'emir; un presidio di

Kotamii o fanti poliziotti, com'or diremmo; pace coi Cristiani

dell'isola, per lasciarvi disarmati i coloni; gli affari d'azienda e di

guerra accentrati in Affrica: con questi ordini il Mehdi tenne la

Sicilia. Usò modi somiglianti con le popolazioni arabiche d'Affrica. In

generale serbò la pace con l'impero bizantino, e con le popolazioni

berbere independenti. Meglio che la spada, amò la penna, i raggiri

fiscali, gli artifizii da gran maestro, ai quali era stato educato.

Condusse per man del figliuolo la guerra d'Egitto, saviamente

ostinandosi a quel conquisto; ma non gli riuscì.

La morte del Mehdi, seguita il tre marzo novecentrentaquattro, si

riseppe in Sicilia il venticinque agosto; poichè il figliuolo che gli

succedette, Abu-l-Kasem-Mohammed, soprannominato El-Kâim-biamr-illah, la

occultò quanto ei potè,[407] temendo gli umori ostili degli Arabi

d'Affrica, le sètte karegite dei Berberi e lo scompiglio che dovea

recare nella setta ismaeliana la disparizione del semideo. A' dieci

marzo del medesimo anno, fu morto dinanzi il palagio di Sâlem in

Palermo, un Rendasc, governatore di Taormina:[408] questo sol ne

sappiamo; ma il nome greco ci porta a supporlo capitan del municipio

cristiano che avesse infranto la tregua, e caduto in mano di Sâlem fosse

mandato al supplizio. Il diciannove poi d'ottobre, ingrossati per piogge

i torrenti delle montagne che circondano Palermo, calamità troppo

frequente, si rovesciarono su la città, portaron via molte case fuori e

dentro le mura, e v'annegò della gente.[409] Corso poco più d'un anno,

l'undici luglio del trentasei, soffiò sopra l'isola uno scirocco sì

infocato, ch'arse le frutta in sugli alberi; nè quella stagione si potè

far vendemmia.[410]

Ridestossi nel trentasette la rivoluzione a Girgenti; la quale città par

che il governo fatemita non avesse disarmato nè imbrigliato al par di

Palermo, in grazia, sia del sangue berbero, sia della pinta data a

Ibn-Korhob. Ciò non togliea nè l'avarizia del fisco, nè i soprusi degli

oficiali di Sâlem; sul quale piombò l'odio dei Girgentini, come d'ogni

altro musulmano di Sicilia. Levatosi dunque il popolo, a' diciassette

aprile, contro Ibn-'Amrân ch'era _'âmil_, o, diremmo noi, delegato di

Sâlem in Girgenti, lo andarono ad assalire in Caltabellotta, forte rôcca

a trentadue miglia, ov'ei si tenea sicuro con suoi gendarmi;[411] e,

fatto impeto nella fortezza, il capo fuggì; gli sgherri furono

svaligiati. Al quale annunzio Sâlem mandava Abu-Dekâk, Kotamio, con le

genti di sua tribù, le milizie siciliane, e i fanti di Meimûn-ibn-Musa,

che sembran altra caterva di gendarmi: e Abu-Dekâk s'era messo a

stringere 'Asra, terra d'incerto sito,[412] tra Palermo e Girgenti e

rivoltata anch'essa, quando lo sopraggiunsero i Girgentini. Appiccata la

zuffa il ventiquattro giugno, par che i soli a combattere tra i regii

fossero stati que' di Kotama; poichè di lor soli si narra la sconfitta e

la strage, nella quale cadde anco il capitano, e la prigionia dei

rimagnenti. I vincitori marciarono sopra Palermo. Dove, o che il popolo

non si fidasse per anco di levar la testa, o che il movesse l'antica

nimistà coi Girgentini, si lasciò condurre da Sâlem e da Meimûn-ibn-Musa

a combattere per gli oppressori. Scontrati i Girgentini, il due luglio,

a Mesîd-Bâlîs,[413] i Palermitani li ruppero dopo fiero combattimento, e

li inseguiron fino a' mulini di Marineo.[414] Se fosse lecito di

ristorar a conghietture le memorie de' tempi, diremmo risolutamente che

la nobiltà palermitana non proseguì volentieri la guerra contro i

ribelli; che cercò di patteggiare col governo e resistergli, avendo di

nuovo le armi alla mano. Certo, che la rivoluzione non fu repressa a

Girgenti, e che a capo di due mesi divampò in Palermo.

Dove la domenica diciassette settembre sorgea contro Sâlem il popolo

condotto da un Ibn-Sebâia e un Abu-Târ;[415] ai quali l'emiro fe' testa,

notandosi che gli fu ucciso nella zuffa un Abu-Nottâr, detto il Negro:

qualche gran colonna della polizia al suo tempo. Nondimeno rimase

l'avvantaggio a Sâlem, poichè ei faceva impalare parecchi ribelli il dì

venti nell'arsenale. Più poderosi stuoli corsero alle armi, il sette

ottobre; ritentarono la prova; e furono sconfitti di nuovo da Sâlem ed

assediati nella città vecchia, ov'e' si ritrassero.[416] Pure finì senza

molto sangue. Avea Sâlem fin dai primi movimenti scritto al principe:

tutta la Sicilia essere rivoltata; se non la volea perdere, mandasse

rinforzi; e i notabili dell'isola, titubanti nella ribellione, aveano

spacciato altre lettere nelle quali diceano voler obbedire al califfo,

ma che non poteano sopportare quel tiranno di Sâlem. Donde Kâim, lor ne

mandò un altro di tempra più fina; con possente esercito, nel quale

contavansi parecchi condottieri,[417] forse di soldatesche mercenarie.

Il capitan supremo ebbe nome Abu-Abbâs-Khalîl-ibn-Ishâk-ibn-Werd. Nato

in Tripoli di nobile famiglia arabica, s'era dato in gioventù agli

studii, alla devozione, alle ascetiche fantasie dei sufì; poi s'era

venduto ai Fatemiti, fattosi ministro d'espilazioni e di supplizi contro

i proprii concittadini; rimeritato con oficii d'azienda, con governi di

città; e n'abusò, sapendosi che pericolò la vita sotto l'avaro Mehdi, e

che campò per intercessione di Kâim; il quale, salito al trono, lo fe'

capitano della cavalleria d'Affrica, con giurisdizione sul _giund_ e sul

navilio.[418] Questo suo fidatissimo deputò all'impresa di Sicilia.

Sembra, che parte dell'armata fosse allestita in fretta a Susa. Poichè

torna a tal tempo la leggenda affricana che, avendo i calafati svelto i

cippi del cimitero di Susa per far puntello alle navi che si

racconciavano per la spedizione di Sicilia, niuno osò toccare la pietra

sepolcrale del devoto Iehia-ibn-Omar-ibn-Iusûf, dalla quale si vedea

raggiare una portentosa luce.[419]

Khalîl, arrivato in Palermo a' ventitrè ottobre,[420] fe' buon viso ai

cittadini, che gli si appresentarono protestando lealtà al califo; ed

ascoltò lor querele contro Sâlem; le quali furono ripetute con molte

lagrime e strida dalle donne, uscite anch'esse dalla città, menando seco

i fanciulli: doloroso spettacolo che commosse quanti il videro, scrive

Ibn-el-Athîr, e ne piansero per pietà. Ripeteano tantosto le accuse

contro Sâlem i deputati delle altre terre dell'isola, e i Girgentini

medesimi che si sottomessero. Khalîl soddisfece in apparenza ai

Siciliani con deporre d'oficio gli _'âmil_ di Sâlem: commedia ripetuta e

applaudita in tutti i tempi. Quanto a Sâlem, nè andò via da Palermo, nè

perdè il titol di emiro, nè par gli fosse tolta altra autorità, che il

comando dell'esercito.[421] Di che imbaldanziva tanto l'animo servile,

da non sapersi frenare una volta che, abboccatosi coi deputati

girgentini e punto forse da loro, rimbeccò: non ridessero poi tanto;

aspettassero, e vedrebbero se il principe non avea mandato Khalîl a

vendicare il sangue dei soldati uccisigli nella rivoluzione.[422]

Calmati che parvero i Siciliani, Khalîl diè opera al freno da por loro

in bocca. Il palagio o castello degli emiri in Palermo giacea fuor la

città vecchia, nel medesimo luogo ov'è adesso la reggia.[423] Provano

ciò le stanze dei soldati rimaste lì presso nel decimo secolo,[424] e il

portico, o, come lo chiamarono ai tempi normanni, la Via coperta, che

dalla cattedrale riusciva a quel sito e che per certo, ai tempi

musulmani, avea congiunto il palagio alla moschea _giâmi'_; sì come a

Cordova,[425] a Kairewân,[426] e ad Algeri.[427] Posto dunque ad un

miglio dal mare, e standovi di mezzo città sì forte e popol sì

contumace, il palagio non era bel soggiorno agli emiri negli spessi

tumulti palermitani. Al contrario, la penisola in sul porto dove par si

fosse accampato Abu-Sa'îd nell'assedio del novecento sedici,[428]

offeriva sito difendevole, aperto agli aiuti di fuori, ed acconcio a

vietarne ai Palermitani. Khalîl vi gettò subito le fondamenta d'una

cittadella cui diè nome _El-Khâlisa_, che suona “L'eletta;” e in vero

dovea rinserrare il fior dei leali: l'emiro, i suoi mercenarii da spada

e da penna; palagio, arsenale, oficii pubblici; prigione: tutta la

macchina governativa; come una Mehdia in piccolo, circondata di mura, e

molto bene afforzata.[429] All'uso dei tempi, Khalîl risparmiò danari,

sforzando la gente a lavorarvi;[430] oltrechè fece abbattere le mura

della città vecchia, e toglierne un'altra fiata le porte.[431] I

Palermitani fremevano, e non poteano dar crollo. Ma i Girgentini,

addandosi che Sâlem avea ragione, vollero ripigliare le armi pria che

Khalîl non architettasse qualche altra cittadella in casa loro.

Onde afforzan le mura alla meglio; fanno preparamenti di guerra: Khalîl,

dal suo canto, accozzò grosso esercito, tra i Siciliani e le forze

recate d'Affrica; coi quali movea di Palermo il nove marzo del

novecentrentotto. Usciti i Girgentini allo scontro, vinsero per

sanguinosa battaglia, nella quale cadeano due capi di gran nome tra i

regii: Ibn-abi-Khinzîr, ch'è lo stesso casato dell'emiro del

novecentoundici; ed Ali-ibn-abi-Hosein della tribù di Kelb, genero di

Sâlem e ceppo della dinastia che poi regnò in Sicilia. Pur l'esercito

regio, poderoso e condotto dalla volontà inflessibile di Khalîl, non

ostante la prima sconfitta, continuò l'assedio per otto mesi; nei quali

non passò giorno che poco o molto non si combattesse; finchè,

sovrastando la stagione piovosa, Khalîl levò il campo a' ventidue

ottobre. Svernò alla Khâlesa; fece venir d'Affrica altri Berberi, come

il provano i nomi de' capitani Wasâmâ e Ibn-Modû;[432] ed attese a levar

novelli tributi su le popolazioni siciliane che gli ubbidivano. Onde,

oppresse della gravezza, mosse dall'esempio e dalle istigazioni dei

Girgentini, si chiarirono ribelli tutte le castella e il popol di

Mazara, scrive Ibn-el-Athîr, particolareggiando molto i casi di cotesta

guerra. E le castella si deve intendere del Val di Mazara; trovandosi

tutti in quella provincia i nomi dei quali si fa ricordo; nè parendo da

altro indizio che fossero per anco sparse le colonie musulmane a levante

del Salso. “Misero in campo (continua Ibn-el-Athîr) loro gualdane; la

ribellione fece passi da gigante; scrissero all'imperatore di

Costantinopoli, chiedendo aiuti; il quale mandò navi con uomini e

frumenti.” A tal partito si scorge la disperazione; ed anco all'insolito

accordo che par sia stato tra gli Arabi e i Berberi dell'isola; ed alla

ostinatissima resistenza: e vincean la prova, se Palermo voleva o potea

tentare uno sforzo estremo; se i sollevati sapeano sottomettersi ad

unità di comando; e se la carestia non combatteva anco pei Fatemiti.

Khalîl, nella primavera del novecentrentanove, cominciò la guerra ai

passi delle Madonie: espugnò Caltavuturo, Kalat-es-sirât,[433] Sclafani;

le quali non si ritrae che fossero state soccorse dai distretti

meridionali. Assicurate così le spalle e le vittovaglie, volse a

ponente; occupò Mazara;[434] indi una penisola, ch'io credo il Capo San

Marco, dove fu preso un condottiero bizantino o di schiatta siciliana,

per nome Foca o simile, cui Khalîl fe' morire tra i tormenti:[435] indi

mosse con tutte le genti all'assedio di Caltabellotta. Ebbela a patti,

dopo sanguinosa battaglia vinta il dieci luglio; nè potè fare altra

impresa fino al settembre, quando messe il campo a Platani. La quale

giaceva a dieci miglia in circa da Caltabellotta, una ventina da

Girgenti e sei dal mare: antica fortezza d'un miglio in giro, su la cima

del monte chiamato in oggi di Platanella, che sorge stagliato e dirupato

d'ogni banda su la ripa destra del fiume di Macasoli e su la sinistra

del Lico, il quale ha mutato il nome in Platani. La trovarono i

Musulmani al conquisto; la tenner anco sotto i Normanni, formidabile e

munita d'una rôcca; vi s'afforzarono nelle guerre civili al principio

del regno di Federigo Svevo, quando par siano stati smantellati i

ripari, e il villaggio conceduto coi terreni alla Cattedrale di Palermo.

Tantochè nel decimosesto secolo ne avanzavan, dice Fazzello, mirabili

rovine, ed oggi il nome di Calata attesta su le carte geografiche il

sito della rôcca.[436]

Indarno travagliossi Khalîl contro Platani; anzi abbandonò o perdè

Caltabellotta; a ripigliar la quale avendo spiccato parte de' suoi, i

Girgentini una notte di novembre assalivano improvvisi l'uno e l'altro

campo; sforzavano quel di Caltabellotta; lo saccheggiavano, metteano in

fuga gli assedianti. Khalîl allora risolutamente lasciò anco l'assedio

di Platani, per concentrar tutte le forze contro Girgenti, nodo

principale della guerra; per chiudere quegli audaci entro lor mura, sì

che non gli facessero altra vergogna, e che sentissero più crudelmente

la fame.

La quale straziava tutta l'isola; prodotta non tanto da inclemenza di

stagioni e da' guasti inevitabili della guerra, quanto da satanic'arte

di Khalîl; il quale non mentì al certo quando vantossi d'avere spento di

ferro e di fame centinaia di migliaia d'anime in Sicilia. Ormai tutta la

strategia stava nel nudrire i proprii soldati, poichè i nemici sarebbero

morti senza ferite: e il capitano computista d'Affrica, facendo rapir

ogni maniera di cibo che potesse, conseguiva a un tratto la salute de'

suoi e la distruzion de' Siciliani. La carestia ingombrò cittadi e

campagne, scrive la cronica del paese; padri e madri mangiarono i

cadaveri dei figli; abbandonate dagli uomini, rovinarono le castella; le

terre coltivate rinsalvatichirono: una infinità di gente, aggiugne il

_Baiân_, fuggendo la carestia e i sicarii di Khalîl, riparò qua e là nei

paesi di Rûm, ch'è a dire Italia o Grecia; dove la più parte si fecero

cristiani. Mentre seguia nell'isola cotesto scempio, Khalîl stava

all'assedio di Girgenti: poi lasciovvi forte schiera con

Abu-Kelef-ibn-Harûn, ed egli si ridusse in Palermo, certo ormai

dell'esito. E di marzo del novecenquaranta, Platani inespugnabile

s'arrendè; Girgenti tenne il fermo finchè i più savii o avventurati si

salvarono con la fuga; i rimagnenti aprirono le porte a patto d'uscire

salvi, il venti novembre: ma Khalîl, quand'ebbeli nelle sue forze,

spezzando la fede menolli in Palermo. Le altre castella spaventate a

questo eccesso s'affrettarono a chiedere perdono, sperando placare il

tiranno: tutta la Sicilia tornò al nome dei Fatemiti. Khalîl mandava a

Kâim in Affrica le caterve dei prigioni da vendere;[437] nè andò guari

che parendogli queta ogni cosa, s'imbarcò egli stesso per l'Affrica a'

dieci settembre novecenquarantuno; lasciando al governo di Palermo due

delegati, per nome Ibn-Kufi e Ibn-'Attâf della tribù di Azd;[438] chè

Sâlem era morto l'anno innanzi. Si tirò dietro in altro legno i notabili

di Girgenti. E in alto mare comandò di sfondare la nave; sì che tutti

perirono.[439]

Donde gli annalisti musulmani si scoton di loro aritmetica

impassibilità, venendo a parlare di questo Khalîl; e chi l'infama d'aver

ecceduto ogni limite di efferata barbarie, chi nota aver costui fatto in

Sicilia ciò che niun altro Musulmano osò prima nè poi in alcun paese. Si

narra che al ritorno in Mehdia, sedendo un giorno a brigata coi primi

della città, caduto il discorso su la guerra di Sicilia, l'empio si

millantava: “Non saprei giusto giusto quanti ve ne feci morire; non

furono più d'un milione, non meno di secentomila.” E fatta breve pausa,

ripigliò: “Sì, per Dio, passarono i secentomila.” E una voce s'alzò, del

maestro di scuola Abu-abd-Allah, che gli rispose senza cirimonie:[440]

“Va, Abu-l-Abbâs, che ti basta un omicidio solo,”[441] alludendo al

grave peccato ch'era di sparger sangue per caso di maestà.[442]

Non andò guari che Khalîl n'ebbe il gastigo dalle mani degli uomini;

Minacciata Kairewân dal ribelle Abu-Iezîd, e tentennando i cittadini tra

la paura delle sfrenate sue moltitudini, e l'odio contro casa fatemita,

Kâim vi mandò il gran sicario della dinastia con una banda di mille

Negri a cavallo. Il quale, all'usanza vecchia, cominciò a velare e

maltrattare, e tentava anco la cura della fame, spazzando il contado con

orribile guasto; ma fe' contrario effetto, poichè i cittadini

mormorarono, poi cospirarono, e, come minor male, chiamarono Abu-Iezîd.

Appressandosi l'esercito ribelle (ottobre 944), Khalîl perdè l'animo:

uscì alla battaglia quasi sforzato; fuggì pria che si venisse alle mani;

e corse a chiudersi nel palagio di Kairewân. Dove preso dai ribelli,

l'uccisero coi suoi sgherri, e appiccarono il cadavere a un palo, alla

porta chiamata di Rebi'.[443]

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 14 / 62 题