CAPITOLO VIII.

Tra le raccontate guerre civili dell'isola, gli Italiani di Terraferma,

arrivati, con rara vicenda di fortuna, a collegarsi per pochi mesi,

estirparono i Musulmani dal Garigliano. Durevoli accordi poteano

seguirne men che prima allo entrar del decimo secolo, quando i

feudatarii dell'Italia di sopra si fecero quasi principi assoluti;

l'autorità dell'impero occidentale calò tuttavia, per esser piccioli e

troppi i pretendenti; le armi bizantine valser nè più nè meno quanto

bastava a non poterle cacciare dall'Italia meridionale; la tiara

pontificale s'avvilì, nei misfatti, nelle atrocità, nelle brutture,

dispensata alfine per man delle Marozie e delle Teodore. E pure, com'è

capricciosa la storia, quella lega italiana, sì giusta, sì necessaria,

sì felice nel successo, ebbe origine a Roma in mezzo di tanto vitupero;

l'eroe della impresa fu Giovanni decimo, nato di scandalo, esaltato per

doppio scandalo, sì che gli scrittori ecclesiastici te l'abbandonano.

Quando Giovanni decimo salì al pontificato (914), que' del Garigliano

stavano in sul termine di passar da ladroni a conquistatori. Accozzati,

come narrammo, dei Musulmani che avean guerreggiato in quelle parti al

tempo di Giovanni ottavo, inaugurarono la nuova compagnia con saccheggi

di monasteri: la sconfitta che toccarono in Calabria dell'ottocento

ottantacinque li fiaccò;[324] poi è verosimile che si fossero riforniti,

sotto il regno d'Ibrahim-ibn-Ahmed, di fuorusciti Affricani e sopratutto

dei Siciliani del novecento. Il passaggio d'Ibrahim (902) in Calabria

lor diè ardire e, credo, rinforzi; credo lor siasi raggiunta la più

parte della banda d'Agropoli, il cui nome sparisce dopo la fine del nono

secolo; onde, s'ei ne restò qualche drappello, stava ai soldi della

repubblica napoletana.[325] Cresce, all'incontro, per tutte le croniche

di questo tempo, lo spavento dei barbari del Garigliano, cui ci

dipingono infestissimi e più terribili degli Ungheri che desolavano la

Lombardia;[326] e pur venendo ai particolari niuno accusa i Musulmani

d'aver arso, come fecero gli Ungheri, le centinaia di prigioni. Il vero

è che i Musulmani non avanzavano i Magiari di crudeltà, nè di numero; sì

bene di sveltezza, di perseveranza e d'ordini. Già già appariva, nel bel

mezzo della nostra costiera del Tirreno, quel nocciolo normale dello

stato musulmano: il _Kairewân_.[327] Il campo del Garigliano cominciava

a prendere aspetto di città: aveanlo afforzato di ripari e torri;[328]

vi tenean le donne, i figliuoli, i prigioni, il bottino.[329] I gioghi

del vicin colle, eran cittadella nel pericolo estremo. Il breve tronco

del fiume, navigabile a barche, rendea comoda la stanza e agevoli gli

aiuti; sedendo alla foce i confederati cristiani di Gaeta, e un po' più

lungi la repubblica di Napoli, che si facea rispettare, ma in fondo era

amica. Non si ritrae che costoro ubbidissero agli Aghlabiti, nè poscia

ai Fatemiti, nè mai agli emiri di Sicilia. Facean corpo politico dassè,

fuor della legge; come tante altre compagnie musulmane in vari tempi e

luoghi: a Creta, a Bari, a Taranto, a Frassineto. Al par che quelle

scegliean lor capo, che un cronista italiano chiama califo[330] e

s'intitolava forse così.

Guardando su la carta d'Italia i nomi dei luoghi infestati, si vedran le

gualdane spiccarsi dalla stanza del Garigliano, come raggi che vadano a

ferire per tutta l'area d'un vasto semicircolo; se non che i raggi son

corti e rintuzzati tra mezzogiorno e levante, ove incontravano Napoli e

i principati longobardi; e corron lungi assai tra ponente e tramontana

per entro lo Stato Ecclesiastico. Provocati da qualche insolito guasto

di que' del Garigliano dopo la guerra d'Ibrahim-ibn-Ahmed, i Cristiani

vennero ad osteggiarli alla sponda del fiume, di giugno del

novecentotrè; e toccarono sanguinosa sconfitta.[331] Atenolfo principe

di Capua, testè insignoritosi di Benevento (900), volle ritentare la

sorte delle armi, il novecento otto: trasse alla lega i Napoletani e gli

Amalfitani; raccolta gran gente, passò il Garigliano sopra un ponte di

barche a Setra, come si chiamava il luogo presso Traietto; dove

fortuneggiò in un assalto notturno dei Musulmani e dei Gaetini lor

ausiliari; ma, ristorata la battaglia, ruppe i nemici e inseguilli fino

ai ripari.[332] Visto poi che non bastassero le forze a quella

espugnazione, ovvero che i Napoletani balenassero nella lega, mandò il

figliuolo Landolfo a chiedere aiuti a Leone, al quale premeva

altrettanto d'assicurare i dominii bizantini in Italia. E così la

impresa si apparecchiava a Costantinopoli, quando Landolfo ebbe a

tornare a Benevento per la morte del padre (910), e mancò di lì a poco

(911) lo stesso Leone.[333] Landolfo, preso lo stato, rinnovò il

novecentoundici i patti con la repubblica di Napoli; la quale in parole

gli promesse d'aiutarlo contro i Musulmani come se Benevento fosse terra

sua propria;[334] ma in fatti par non abbia cessato quel gioco

d'equilibrio incominciato ottant'anni prima. La fortuna delle armi fu

varia. I Musulmani condotti da Alliku, come leggesi il nome nella

cronica, avean fatto una punta fino alla costiera dell'Adriatico, quando

Landolfo li raggiunse e ruppe in due scontri a Siponto[335] e

Canosa.[336] Tornaron fuori con novelle forze; dettero il guasto a

Venosa, Frigento, Taurasi, Avellino, e al contado proprio di

Benevento.[337] In ultimo saccheggiarono e arsero il monastero

d'Alife.[338]

Maggior danno recarono dalla parte di Roma. Il monastero di Farfa,

celebre nel medio evo per grandi possessioni e baldanza contro i papi,

fu distrutto in questo tempo, l'anno non si sa, abbandonato dai frati

quando si sentirono addosso i Musulmani.[339] Giace Farfa nella Sabina;

la qual provincia era tutta corsa al par che la Campagna di Roma e il

territorio di Ciculi, con uccisioni, incendii, saccheggi. Si spinsero i

nemici oltre il Tevere a Nepi; salirono fino ad Orta e a Narni, nelle

quali città stanziarono.[340] Impadroniti così dei passi, misero grave

taglia sopra i Cristiani che andassero in pellegrinaggio alla tomba

degli Apostoli. Il contado della metropoli fu sì fattamente infestato,

che uno storico mordace scrivea quindici anni appresso, aver tenuto

mezza città di Roma i Romani e mezza gli Affricani.[341]

Tra tanta calamità, appresentossi a Giovanni decimo un Musulmano,

disertore per ingiurie avute da' suoi; il quale si vantò di rintuzzarli,

sol che il papa gli desse una man di forti giovani, armati di targa,

brando, giavellotto, cinti di legger saio, provveduti d'un po' di cibo:

alla quale descrizione si ravvisa la milizia degli _almugaveri_

Catalani, sì famosi nelle guerre del vespro siciliano.[342] Giovanni

decimo gli diè una sessantina d'uomini; coi quali il disertore,

appostati gli antichi compagni, li svaligiò in uno stretto passo. Indi i

Romani a rincorarsi; ad uscire alla campagna; a combattere con

avvantaggio la guerra spicciolata.[343] Un Akiprando di Rieti fece oste,

con altri longobardi e gente della Sabina, contro i Saraceni afforzati

nelle ruine di Trevi:[344] e li vinse e passò a fil di spade. Da

un'altra banda i terrazzani di Nepi e di Sutri felicemente combatteano

gli Infedeli a campo Baccani. Dopo le quali sconfitte, le schiere

musulmane di Narni e di Ciculi si ritrassero al Garigliano.[345]

Perchè il papa e Landolfo, accorgendosi ch'era niente superare il nemico

qua e là, se non lo si estirpava da' suoi ridotti, in men di due anni

aveano mandato ad effetto un abbozzo di crociata. Ristorarono e

allargarono la lega del novecento dieci: il papa vi trasse la

imperatrice Zoe, Alberico duca di Camerino, Berengario duca dei Friuli

che avea da tanti anni il titolo ed or quasi la potenza di re d'Italia.

Berengario, aiutato di danari dal papa, veniva a Roma in su la fine del

novecentoquindici: tra, plausi che non fu uopo di comperare si cingea la

corona imperiale. Alla nuova stagione, congiunti per la prima ed ultima

volta a ben dell'Italia, il papa e l'imperatore marciarono al

Garigliano. Li seguian le milizie dei ducati di Camerino e Spoleto.

Landolfo andò al ritrovo con le genti del principato di Capua e

Benevento. L'impero bizantino diè valido aiuto: l'armata, grosse schiere

di Pugliesi e Calabresi, e la greca astuzia dello stratego Niccolò

Picingli; il quale trasse alla lega il principe di Salerno, e quel che

più era, Napoli e Gaeta, lusingando i due duchi col titolo di patrizii,

e minacciando di opprimerli se favorissero tuttavia gli Infedeli.

Del mese di giugno il navilio greco saliva su pel Garigliano; il papa in

persona e i collegati italiani stringeano dagli altri lati; davansi

fieri assalti, nei quali Alberico e Landolfo meritarono lode di

valorosi. Sforzati nei ripari, i Musulmani si rifuggirono alle alture

del monte; dove il cerchio delle armi cristiane più stretto li rinserrò.

I Bizantini innalzarono un castello a piè della costa ripida donde gli

assediati soleano far le sortite per procacciar vettovaglia. Dopo tre

mesi, perduta assai gente negli scontri; pressati dalla fame; per

segreto consiglio, come si sparse, dei duchi di Napoli e di Gaeta, i

Musulmani poser fuoco agli alloggiamenti, e nel trambusto chi potè cercò

scampo nei boschi d'intorno, ove i Cristiani dando loro la caccia, tutti

li uccisero o fecer prigioni. Così ebbe fine la colonia del Garigliano,

d'agosto novecento sedici. Nè mancarono i frati di spacciare ch'avean

visto con gli occhi proprii San Pietro e San Paolo mescolarsi tra i

combattenti.[346]

La qual vittoria non liberò tutta Italia. A settentrione i Musulmani di

Frassineto, venuti di Spagna, gittatisi nelle Alpi, corsero per un

secolo o poco meno (889-975) l'odierno territorio del Piemonte, non che

la Svizzera e la Francia meridionale; dei quali non dirò, sendo fuor

dell'argomento propostomi.[347] All'altro capo della penisola non durò a

lungo la pace. Forse il principato fatemita non volle osservare i patti

stipolati dal ribelle Ibn-Korhob. Più certamente, l'impero bizantino non

seppe guardar quelle province con la spada, nè farvi osservare la pace,

nella condizione precaria con che le tenea.

A trattare i popoli col bastone vuolsi avere in pugno un baston sodo e

dare ad occhi aperti; ma l'impero, con sue triste soldatesche ed

amministrazione scomposta, troppo si affrettava a spossessare ad un

tempo i principi longobardi, estirpare la nobiltà feudale, assoggettare

i comuni, e spolpare e calpestare il popolo. Dopo aver dunque

racquistato, verso la fine del nono secolo, le Calabrie e gran tratto

della Puglia,[348] i Bizantini presero e riperdettero entro quattr'anni

(891-895) lo stato di Benevento; si provarono indarno contro Capua e

Salerno; furon costretti a collegarsi coi principati longobardi

(908-916) contro i Musulmani del Garigliano;[349] non seppero nè

prevenire nè reprimere la ribellione di tante città di Puglia e di

Calabria che si davano (921) a Benevento; nè l'impero le riebbe

altrimenti che per pratiche col principe Landolfo.[350] In questo mentre

non si pagò il tributo ai Musulmani di Sicilia.

E per dieci anni i miseri popoli dell'Italia meridionale vider venire di

Sicilia, sotto le insegne fatemite, nuove facce di predoni stranieri: in

cambio d'Arabi, di Berberi, di Negri, più fiera genía settentrionale.

Perchè il Mehdi par non si fidasse di rendere le armi all'universale de'

Musulmani in Sicilia, non degli Arabi in Affrica; i Kotamii suoi gli

servivano a spegnere gli incendii in casa ed a tentare il conquisto

d'Egitto, massima ambizione di sua dinastia. Adocchiò allora i

giannizzeri prediletti d'Ibrahim-ibn-Ahmed: gli Slavi, derrata di prima

qualità nel commercio di schiavi che conduceasi nel Mediterraneo dal

settimo al decimo secolo, talchè par abbian dato il nome alla cosa.[351]

Gente sobria del resto; prode nelle armi, amante di libertà più che niun

altro popolo di que' tempi, nelle province europee dov'era costituita a

governo suo proprio; gente anco umana verso gli schiavi che riteneva in

casa:[352] ma non le parea male di vendere gli uomini del suo stesso

sangue e del germanico, presi nelle guerre e nei ladronecci di

confini.[353] Allora, sì com'oggi, il grosso della schiatta slava

occupava l'Europa orientale; s'addentellava coi popoli finnici, con

l'impero germanico, coi Magiari, con l'impero bizantino: Schiavoni,

Croati, Serbi ed altri rami slavi ingombravano le regioni a levante

dell'Adriatico; mettean tralci infino al Peloponneso; frammezzati ad

avanzi più o meno frequenti delle antiche popolazioni; fatti cristiani

di fresco; e dove vicini temuti, dove tributarii, dove sudditi di

Costantinopoli.[354] Lo sbocco principale di loro schiavi era

l'Adriatico; gli emporii eran tenuti da essi e dalle città latine e

greche della costiera orientale; i navigatori della costiera italiana

aiutavano al trasporto; i Musulmani del Mediterraneo, dalla Spagna alla

Siria, più che altri popoli, consumavan cotesta merce, in soldati, paggi

ed eunuchi. E il Mehdi ne congegnò una macchina produttrice di novelle

derrate: il bottino, dico, e i prigioni che gli Slavi gli andassero a

buscare in terraferma d'Italia.[355]

La prima frotta, passata d'Affrica in Sicilia su barcacce, piombava di

notte a Reggio, nella state del novecentodiciotto; prendea la città

senza contrasto.[356] Sopravvenne, del novecento ventiquattro, lo

schiavo liberto slavo Mes'ud,[357] con venti galee; il quale occupò la

rôcca di Sant'Agata, quella, credo io, presso Reggio,[358] e tornossene

a Mehdia coi prigioni.[359] Assaporato il qual guadagno, il principe

apprestò maggiore espedizione, affidata all'_hâgib_, o vogliam dir primo

ministro, Abu-Ahmed-Gia'far-ibn-Obeid; il quale veniva il medesimo anno

con armata poderosa a svernare in Sicilia.[360] Alla primavera del

novecentoventicinque passò in Calabria; s'insignorì di Bruzzano[361] e

di molti altri luoghi; alfine andò ad osteggiare Oria, in Terra

d'Otranto. Fazione importantissima, sanguinosa, notata nelle cronache

cristiane con l'epigrafe: quest'anno, del mese di luglio, Oria fu

presa;[362] se non che oggi l'attestato d'uno scrittore ebreo che vi fu

fatto prigione dà precisamente il primo luglio;[363] ed un brano

d'annali musulmani ci fa argomentare che si fossero ridotte in Oria le

forze bizantine della Calabria, riparate le popolazioni d'un gran tratto

di paese, sostenuto un assedio o almen mostrata la faccia a' nemici

nell'assalto. Tanto significa il fatto che Gia'far v'uccise seimila

combattenti, tra la battaglia e dopo, s'intende; che trassene diecimila

prigioni e presevi un patrizio, il quale riscattava sè stesso e la città

per cinquemila mithkâl d'oro,[364] o vogliam dir settantaduemila lire

italiane.[365] Il capitan musulmano stipulò anco la tregua per tutta la

Calabria, datigli statichi a sicurtà del tributo, lo stratego della

provincia e un Leone vescovo di Sicilia;[366] coi quali ripartì per

l'isola a' diciannove di luglio.[367] Par si fosse fermato il trattato a

Taranto; poichè l'autore che testè citai, nato probabilmente in

Calabria, il dotto medico Sciabtai Donolo, narra che preso ad Oria con

molti altri Giudei, fu condotto a Taranto e quivi riscattato.[368]

Giunto in Sicilia Gia'far significò immantinenti la vittoria al principe

fatemita; indi gli recò egli stesso il bottino a Mehdia: fece

ammonticchiare in una sala della reggia drappi di seta a disegni e

colori,[369] gioielli, moneta e ogni roba di pregio. Il Mehdi se li

godea con gli occhi, quando un cortigiano che gli era allato “Oh

padrone,” sclamò, “non vidi mai sì gran tesoro!” e il Mehdi a lui: “È il

bottino d'Oria.” Onde l'adulatore per bruciare incenso al primo

ministro, “Puoi chiamare uom fidato,” ripigliò, “chi ti riporta a casa

tutto questo.” Ma il principe avaro gli troncò la parola: “Perdio, s'è

mangiato il camélo e me ne reca gli orecchi!”[370] I prigioni furono

venduti in Affrica.[371]

Intanto si fermava tra le corti di Mehdia e di Costantinopoli un

trattato che ratificò, a quanto parmi, i patti di Calabria e que'

d'Ibn-Korhob. Narra il Cedreno, com'apprestandosi Simeone re dei Bulgari

a nuovo assalto sopra la capitale dell'impero, mandava a propor lega al

principe d'Affrica ch'aiutasse dalla parte sua col navilio; e

l'Affricano assentiva e rinviava gli ambasciatori bulgari insieme coi

propri per ultimar la cosa, quando gli uni e gli altri caddero in man

de' Greci in Calabria e furon addotti a Costantinopoli. Romano Lecapeno,

per sturbare la lega, ritenne i prigioni bulgari; rese gli affricani al

signor loro, con doni e profferta di soddisfare il tributo della

Calabria; e sì bene condusse la pratica, che il Fatemita fermava la pace

con esso lui e gli rimettea metà della somma promessa dalla imperatrice

Zoe; onde il tributo scemò a undicimila bizantini all'anno. E così

rimase in dritto fino alla esaltazione di Niceforo Foca (963); ma in

fatto, gli strateghi di Calabria onesti il pagavano, e i ladri si

metteano il danaro in tasca.[372] Tanto il Cedreno, senza data precisa e

sbagliando il nome del Mehdi;[373] il che non porta punto a mettere in

dubbio la cosa.

Cotesta pace e le vicende che le tenner dietro, dettero argomento a

supporre altra maggiore vergogna dell'impero bizantino, che si è

ripetuta infino ad oggi e sembra esagerata, anzi trasnaturata.

Liutprando, trent'anni appresso il trattato,[374] scrivea avere inteso a

dire che Romano Lecapeno, quando gli si ribellaron le Calabrie e la

Puglia, non trovando modo a ripigliarle, chiese aiuto ai Musulmani

d'Affrica; ch'essi vennero in Italia con esercito innumerevole; che,

soggiogate le province, reserle ai Greci; e fornita lor cortesia,

“giraron verso Roma e s'andarono a porre al Garigliano:” il quale

anacronismo di mezzo secolo,[375] per certo non aggiugne fede al

racconto. Nelle altre croniche cristiane, negli annali musulmani, non

troviamo vestigia di cotesta avventura;[376] a meno che il trattato

riferito del Cedreno non si voglia supporre anteriore alla fazione

d'Oria, e questa combattuta non contro le armi bizantine ma contro i

ribelli: che sarebbe far troppo lavoro di fantasia. Pertanto io tengo

falsa la tradizione; la quale nacque dal trattato di pace e dall'odio

immenso e giusto che portavano tutti gli Italiani ai Greci. Liutprando

l'accettò lietamente, non solo per quel suo mortalissim'odio, e

disprezzo e dispetto contro la corte di Costantinopoli, ma anche per

l'analogia dei fatti che seguivano al suo tempo, quando gli strateghi

bizantini di Calabria sfacciatamente traccheggiavano con gli emiri di

Sicilia. Il sol patto tacito o espresso da sospettarsi tra il

novecentoventicinque e 'l novecentotrenta, è che i Bizantini

escludessero dalla tregua e designassero ai Fatemiti le città di

Calabria e Puglia che lor non obbedivano e però non pagavan la quota del

tributo musulmano. A ciò dunque si ristringa il biasimo dei Bizantini; e

si cancelli dalla storia quella impossibilità dell'Italia meridionale

racquistata da loro con eserciti musulmani.[377]

Tra gli stati independenti dall'impero greco, le città che gli si

ribellavano, e gli strateghi che differivano a pagare il tributo, non

mancò occasione di preda alle soldatesche slave. Di luglio novecento

ventisei preser Siponto, capitanati, al dir d'una cronica, da Michele re

loro,[378] forse _zupano_, come si chiamava il primo magistrato delle

repubbliche slave della Dalmazia, e però venuto a dirittura e dassè, non

d'Affrica da servidore del Mehdi. Ma il costui paggio slavo Sâin, l'anno

appresso, che cadde nel trecentoquindici della egira, passava d'Affrica

in Sicilia con quarantaquattro navi la più parte da guerra: accozzate le

sue con le genti dello emir di Sicilia, facea vela per Taranto;

assediava la città, difesa virilmente dagli abitatori; entrava

d'assalto; menava strage degli uomini da portar arme, e mandava il

rimanente della popolazione a vendere in Affrica.[379] Del

novecentoventotto, par che l'esercito di Sicilia e gli Slavi si fossero

divisi per portar la guerra in due province diverse. Il primo, andato a

campo ad Otranto, espugnavala il diciassette agosto; distruggea le case

e s'apprestava a correre altri paesi, quando una moría lo costrinse a

tornarsi in Palermo.[380] Sâin co' suoi Slavi assaliva i principati

longobardi dalla parte del Tirreno; prendeavi parecchie fortezze, tra le

quali le memorie musulmane notano una _Ghirân_ ossian “Le Grotte,” ed

una _Kalat-el-Khesceb_, ch'è a dir “La Rocca del Legno:” nomi da non si

riconoscere agevolmente nella nostra topografia del medio evo, poi ch'è

evidente che i vincitori li posero a capriccio o li tradussero in lor

linguaggio. Fatto fardello quanto potè, Sâin si appresentava a Salerno;

i cui cittadini comperaron la pace a prezzo di danaro e drappi di seta

_dibâg_.[381] Donde passato a Napoli, la sforzava a simil patto; se non

che prese danaro e vesti, dice la cronica:[382] senza dubbio per

significar le pezze di tela di quel lavorío che non avea pari al mondo e

facea la ricchezza della città, com'afferma il mercatante arabo

Ibn-Haukal, trovatosi a Napoli una quarantina d'anni appresso.[383] Sâin

riscosse anco il tributo della Calabria e fece ritorno in Palermo col

bottino e numero grandissimo di prigioni.[384]

Ma l'anno seguente, com'e' par che gli strateghi di Calabria andasser

sempre a rilento nel pagare, Sâin si mostrò nell'Adriatico, con quattro

navi grosse. Imbattutosi nello stratego che n'avea ben sette, lo slavo

non se la stette a pensare che l'assalì e il vinse. Sbarcato poi,

prendea Termoli nel mese di settembre o d'ottobre; e si riducea alfine a

Mehdia con dodici migliaia di prigioni.[385] Fu ultima di sue scorrerie

questa del novecentoventinove. E credo che in tal tempo l'armata e le

genti slave fossero venute a svernare ogni anno in Palermo, e che parte

ve ne rimanesse a mercatare dopo la partenza di Sâin; poichè il rione

più grosso della città, contiguo al porto, si addimandò il Quartiere

degli Slavi.[386]

Lunga pezza poi respirò l'Italia meridionale sendo stato soddisfatto il

tributo dai Bizantini fino alla morte del Mehdi;[387] racceso poscia il

fuoco della guerra civile in Sicilia; e nel frattempo rivolte le forze

navali dei Fatemiti contro Genova. In que' primordii della repubblica,

sembra già cresciuto il commercio, poichè attirò gli avvoltoi, fatemiti.

Abu-l-Kasem-Mohammed, figliuolo del Mehdi, salito al trono il

novecentotrentaquattro, allestiva immantinenti un'armata di trenta legni

da guerra;[388] con la quale Ja'kûb-ibn-Ishak corse la riviera ligure,

sbarcò nei contorni di Genova, fecevi bottino e prigioni.[389] Donde

Abu-l-Kasem, ragunato novello esercito il novecentotrentacinque,

rimandavalo in quelle parti. I Musulmani allor posero l'assedio alla

città; apriron la breccia;[390] entrati con la spada alla mano fecero

carnificina degli uomini, preser le donne e i fanciulli, saccheggiaron

le case e i tesori delle chiese[391] e rimontarono su lor legni. Di

passaggio approdano in Sardegna; opprimon col numero que' fieri isolani;

lor ardono molte navi; fan lo stesso gioco in Corsica;[392] e impuni se

ne tornano a Mehdia, recando in cattività un migliaio di donne

italiane.[393] Così leggiamo ne' ricordi loro il lagrimevol caso di

Genova,[394] accennato appena dai nostri scrittori del tempo, con giunta

dell'avviso che n'avesse dato il Cielo, tingendo di sangue una polla

d'acqua.[395] Alla fine del decimoterzo secolo, non bastando tal

prodigio alla repubblica potente e vittoriosa, si finse una terribile

vendetta: come la gioventù genovese fosse ita fuori con l'armata; come

al ritorno, vedendo la città vota, d'un subito rivolte le prore in

caccia de' Saraceni, colseli che si godean l'acquisto in un isolotto

disabitato presso la Sardegna, ne fece un monte di cadaveri, e riportò a

casa le mogli, le sorelle, i figliuoli. Favoletta sì semplice che par

trovata pei bambini; e sta bene in bocca di chi la compose o la ripetè:

Iacopo da Varaggio, arcivescovo di Genova, compilator della Leggenda

Dorata.[396]

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 13 / 62 题