CAPITOLO X.

Fortuneggiarono i Fatemiti in questa rivoluzione. Dicemmo noi che le

sètte kharegite ardeano ab antico tra i Berberi, or covando, or

divampando. Dal ramo degli Ibaditi si spiccò, com'egli avviene, novella

affiliazione che prese nome di Nekkariti;[444] e contaminò la giustizia

dello scopo con la stolta iniquità dei mezzi; insegnando legittimi,

l'omicidio, lo stupro, la rapina su tutti i non Nekkariti; ch'era a dir

quasi tutto il genere umano. Gli ultimi proseliti par che oggidì

rimangano gente industre e tranquilla, nell'isola delle Gerbe; ove al

certo fecero gran parte della popolazione e corpo politico dassè, infino

al decimoquarto e al decimoquinto secolo.[445] La setta prese subito

augumento, nei principii del decimo secolo, alla esaltazione dei

Fatemiti; quando si vide per prova la efficacia di coteste trame nella

schiatta berbera, e quando la servile superstizione ismaeliana insultò e

provocò i liberi spiriti dei Kharegi. Surse allora nel Gerîd tunisino, o

vogliam dire regione meridionale dell'odierno Stato di Tunis, un

Abu-Iezid-Mokhalled-ibn-Keidâd della tribù d'Ifren e nazione di Zenata;

uom povero, piccino, zoppo, deforme in volto, ma di grande intelletto e

animo da bastare a qualunque impresa; il quale, noiato di stentar la

vita insegnando il Corano ai giovanetti, si mescolò coi dottori

nakkariti che volean fare e non sapeano; divenne dei principali della

setta; osò allargarla e mutarla in cospirazione. A capo d'una ventina

d'anni d'affaticamento e persecuzioni, imprigionato dal governatore di

Tauzer, liberato da' suoi per audace colpo di mano, si rifuggiva

all'altra estremità dell'impero fatemita, tra i monti Aurès; dove

accozzatisi con esso altri rami di sètte kharegite ed alcune tribù della

nazione di Howâra, l'anno trecentrentuno (942-43) si deliberò la

ribellione: che Abu-Iezîd ne fosse capo, e che, cacciati i Fatemiti,

l'Affrica si reggesse a repubblica. Abu-Iezîd s'intitolò

democraticamente Sceikh dei Credenti; si mostrò alla testa degli

eserciti, vestito d'un rozzo saio di lana; montato sur un asinello

balzano; onde gli dissero “Il cavalier del ciuco.” E con centomila

Berberi di varie tribù, di varie sètte, feroci tutti e indisciplinati,

occupò l'Affrica propria. Delle molte battaglie ch'ei combattè con varia

fortuna, sempre con valore e costanza, ricorderemo sol due, nelle quali

gli stette a fronte un Siciliano, probabilmente di schiatta greca, per

nome Boscera,[446] schiavo di Kâim. Aveva il califo a un tempo mandato

Khalîl-ibn-Ishak a Kairewân, e questo Boscera con un esercito a Begia,

città dentro terra tra Tunis e Bona, perchè la difendesse contro il

ribelle che s'avanzava a quella volta, l'anno quarantaquattro. Appiccata

la zuffa andavano in volta i seguaci d'Abu-Iezîd, quand'ei corso addosso

ai fuggenti, smontava dal destrier di battaglia, si facea recare il

baston da pellegrino, e l'asinello balzano; lo cavalcava gridando: “Così

fa chi vuol non fuggire, ma vincere o morire!” Li rattestò; girò di

fianco, tanto che giunse dietro gli accampamenti di Boscera, minacciando

tagliargli la ritirata. Alla quale mossa, il capitano fatemita fe'

suonare a raccolta; precipitosamente prese la via di Tunis, inseguito da

Abu-Iezîd; il quale gli uccise gran gente; prese e messe a sacco Begia;

occupò Tunis, abbandonata anco da Boscera che indietreggiava a Susa.

Quivi gli giunsero rinforzi di Mehdia, e ordini di Kâim che ripigliasse

le offese. Onde uscito da Susa, trovandosi a fronte un luogotenente

d'Abu-Iezîd per nome Aiûb-ibn-Kheirân, combatterono ad Herkla, com'or si

chiama, in sul golfo di Hammamet; dove trionfò Boscera con grande strage

dei nemici; ma ritirossi a Mehdia pria che lo sopraggiugnesse Abu-Iezîd,

col grosso dell'esercito.[447] Così, facendo una punta quando si poteva,

Kâim contese l'Affrica ai ribelli; senza impedire che il medesimo anno

cacciassero i suoi d'ogni luogo, fuorchè Susa e Mehdia, e lo

assediassero nella capitale (gennaio 945). Occuparono tosto i sobborghi;

dettero assalti alla fortezza, un de' quali (luglio 945) recò tal paura;

che grande numero di cittadini, massime i mercatanti, rifuggivansi chi

in Tripoli, chi in Egitto, molti in Sicilia.

Nondimeno le fortificazioni di Mehdia salvarono la dinastia, dando tempo

alla dissoluzione delle forze d'Abu-Iezîd che si componeano d'elementi

eterogenei. La cittadinanza di Kairewân, e, poco più poco meno, il

rimanente della schiatta arabica, mal soffriva la eresia nekkarita,

quantunque Abu-Iezîd per soddisfar loro avesse ristorato in pubblico il

culto ortodosso. Peggio potean tollerare le licenze e rapine

dell'esercito, e la dominazione dei Berberi. Però la municipalità di

Kairewân, quando aprì le porte ad Abu-Iezîd, fece secolui un accordo che

si chiamassero gli Omeiadi di Spagna; ai quali furono mandati veramente

oratori: e gli Omeiadi promesser molto, ma non si venne a

conchiusione.[448] Intanto Abu-Iezîd, inebbriato dell'aver che fare con

gentiluomini, si vestì di seta, montò bei cavalli, e si alienò gli animi

dei Kharegi più schietti o più rozzi; de' quali un gli surse contro con

le armi; altri a poco a poco l'abbandonavano; nè gli valse allora

ripigliar l'asinello e la casacca di lana. La difficoltà dell'impresa di

Mehdia, accrebbe le discordie tra gli assedianti. Vi si aggiunse la

virtù d'Ismaele figliuolo di Kâim, giovane animoso, eloquentissimo,

attivo, dotato di sagacità politica e di gran vedere nelle cose di

guerra, al quale il padre affidò il comando supremo.

Donde Abu-Iezîd, ributtato in varii assalti, vedendo assottigliare

l'esercito da' malcontenti che se ne andavano e da' masnadieri che

correano qua e là per l'Affrica in busca di più facil preda, partitosi

di Mehdia (gennaio 946), osteggiò Susa, cui sperava ridurre di leggieri;

e gli fallì. Venuto intanto a morte Kâim (maggio 946), Ismaele

l'occultò; poi, avuti segnalati avvantaggi sopra il ribelle, promulgò la

esaltazione al trono; preso il soprannome di Mansûr-biamr-Illah, o

diremmo “Vittorioso per voler di Dio.” Continuando la guerra in persona,

incalzò Abu-Iezîd ritrattosi negli Aurès; dopo fieri combattimenti lo

assediò in un castello tra i monti di Kiâna; donde il ribelle tentò una

sortita: fu colpito in fronte e alle spalle; fuggì; lo presero; e dopo

pochi giorni morì di sue ferite (agosto 947). I Nekkariti intanto erano

uccisi per tutta l'Affrica alla spicciolata. Fadhl, figliuolo di

Abu-Iezîd, che rimase in su le armi dopo il padre, fu morto a tradimento

e mandata la testa a Mansûr; morto a tradimento Aiûb, altro figliuolo

rinomato scrittore di genealogie berbere; perseguitata fieramente tutta

la tribù d'Ifren.

Così ebbe fine dopo quattro anni la ribellione nekkarita. Kâim, serrato

in Mahdia, non s'era trovati altri amici fedeli che la tribù di Kotâma e

una parte della nazione di Sanhâgia che ubbidiva a Zîri-ibn-Menâd: e da

ciò venne la grandezza della casa di Zîri, che regnò in Affrica per due

secoli. Capitano e consigliere fidatissimo di Mansûr nella medesima

guerra fu Abu-l-Kâsem-Hasan-ibn-Ali-ibn-Abi-Hosein, della tribù arabica

di Kelb; rimunerato incontanente col governo della Sicilia, che rimase

per un secolo a' suoi discendenti.[449] Aggiugne un diligente

compilatore, essersi dato ad Hasan tal altro carico che parrebbe macchia

ai nomi più infamati dei nostri dì; ma lo possiam credere al decimo

secolo, sì come i posteri sarà forza che credano al secol decimonono il

supplizio del bastone in Italia. Quel prode e colto Mansûr avea fatto

scorticare il cadavere d'Abu-Iezîd, imbottir di bambagia la pelle e

condurre il misero sembiante per cinque mesi per le città principali

d'Affrica, legato sopra un camelo, in mezzo a due scimmie addestrate a

schiaffeggiarlo e pelargli la barba. Or si narra che Hasan dovesse

recarlo a spettacolo in Sicilia, con giunta della testa di Fadhl, ucciso

di fresco. Se non che il legno fece naufragio; la pelle d'Abu-Iezîd fu

salvata; e si tennero contenti d'appenderla a quella stessa porta di

Mehdia, ov'egli era arrivato a piantare una lancia al tempo

dell'assedio.[450]

In Sicilia per sei anni non s'erano più udite nè guerre nè tumulti, ma

furti, soprusi, violenze private: il forte, dice la cronica, si mangiava

il debole;[451] accennando senza dubbio alle enormezze dei nobili e dei

condottieri berberi e mercenarii che avea lasciato Khalîl. Nè

l'abbondanza potea succedere alla fame, là dove mancavan le braccia a

coltivare il suolo, dopo la orrenda cavata di sangue del

novecenquaranta. In questo incontro un Crinite, armeno, stratego di

Calabria,[452] incettava frumento a basso prezzo nella provincia e

rivendealo a peso d'oro nella Sicilia oppressa (son le parole di

Cedreno) dalla fame e dalla guerra che vi portarono i Cirenaici; nella

quale guerra i Romani dettero asilo ai fuggitivi Cartaginesi, nè lor

nazione osò ridomandarli nè esigere il tributo, temendo non i Romani

negassero le vittuaglie.[453] Traducendo cotesti nomi di storia antica

che i Bizantini non sapeano smettere, si ha la confermazione di quanto

ci narrano gli scrittori arabi. Si ritrae che il Crinite continuava suo

traffico almen fino al novecenquarantacinque; poichè l'imperatore che lo

spogliò dell'oficio e dei danari mal tolti, fu Costantino

Porfirogenito.[454]

Veramente la colonia di Sicilia in questo breve tratto era divenuta

ludibrio delle genti vicine. Ibn-'Attâf e Ibn-Kufi preposti da Khalîl,

quand'ei tornossi in Affrica, sembrano proprio il capo bargello e il

capo riscotitore; nè alcuno avea titolo d'emir, come poc'anzi Sâlem:

_motewalli_, in fatti, li chiama la cronica siciliana, che vuol dire

“delegati” e litteralmente “pseudo-wâli.”[455] Forse fu surrogato, il

novecentrentaquattro, un Ibn-Asci'ath a Ibn-Kufi, che tra i due sembra

il riscotitore; forse Ibn-'Attâf, il bargello, ebbe autorità un po' più

larga il novecentrentacinque, quando il califo fatemita pericolava in

Affrica e ricominciavano le mormorazioni in Palermo.[456] Ma la

debolezza che i compilatori appongono a Ibn-'Attâf era per vero la poca

autorità dell'oficio, da non poter armare la gioventù, dare gli

stipendii, osteggiare gli Infedeli, strappar loro il tributo o far colta

di bottino e prigioni. Kâim, seguendo e rincalzando la pratica del

padre, avea tanto accentrato il governo in Affrica e indebolito la

colonia, da toglierle il principio vitale della società musulmana,

ch'era la guerra: perpetuo errore dei despoti a tener il popolo tra

morto e vivo per assicurarsi di lui. Il che nuoce al popolo, nuoce al

despota e non impedisce le rivoluzioni; poichè e gli oppressi n'avran

voglia sempre e l'oppressore non potrà prevenirle sempre. Di tutte le

città musulmane, Palermo avea patito minor danno nella guerra di Khalîl.

La nobiltà, i giuristi, la plebe, mal soffrendo tanta abiezione;

suscitati dalle nuove d'Affrica, dove Abu-Iezîd tuttavia combattea, non

seppero star cheti l'anno novecenquarantasette alla fine del ramadhan,

quando le pratiche religiose e la frequenza del popolo in piazza

riscaldan più le teste ai Musulmani.

Nella festa che sorvenne del primo scewâl trecentrentacinque (24 aprile

947), i Beni-Tabari, nobil casato d'origine persiana ch'era dei primi

nel consiglio municipale di Palermo, levano il romore contro Ibn-'Attâf,

gridando che per la costui dappocaggine e viltà i Cristiani calpestano

il nome musulmano, si ridon dei patti e da tanti anni non pagan tributo.

Il popolo li seguì: uscito in piazza 'Attâf coi fanti del bargello, si

vien alle mani; sbaragliati i fanti e molti uccisi; prese le bandiere e

le taballe di 'Attâf; sì che a mala pena arrivò a chiudersi in castello.

I cittadini se ne tornavano a lor case senza incalzarlo altrimenti.

Attâf indi a scrivere i soliti letteroni al principe che mandasse stuoli

di soldati subito subito. I capi del tumulto procacciaron dal canto loro

di ritrar come andasse la guerra d'Abu-Iezîd e che intendesse di fare in

Sicilia Mansûr. Saputo ch'egli fosse per commettere il governo

dell'isola ad Hasan-ibn-Ali, partirono per Mehdia Ali-ibn-Tabari ed

altri uomini di nota, a chiedere, in scambio di Hasan, un emiro di lor

piacimento. Il qual fine si proponeano di conseguir per amore o per

forza; raccomandando ai partigiani in Palermo che non lasciassero

entrare in città Hasan-ibn-Ali, nè sbarcare i seguaci dalle navi; ma

aspettassero le lettere ch'essi avrebbero scritto dall'Affrica dopo

l'abboccamento con Mansûr.[457] Cotesta pratica si dèe riferire alla

state del novecenquarantotto, quando Mansûr, spenti gli ultimi avanzi

della ribellione in Affrica, ebbe agio di pensare alla Sicilia.[458]

Diverso dagli emiri che vennero per lo addietro a ripigliar lo stato in

Sicilia, Hasan-ibn-Alî sciolse d'Affrica con poche navi: sbarcato a

Mazara senza strepito, stettevi tutto il dì, come in quarantena; non

facendosi anima vivente a dargli il benvenuto. A notte scura comparve

una man di Kotamii, d'Arabi d'Affrica[459] e d'altre genti, scusandosi

che non l'avessero osato prima per timore dei Beni-Tabari e di loro

aderenti, e ragguagliandolo dell'ambasceria in Affrica e altre

disposizioni della parte. Nè andò guari che giunse a Mazara una brigata

della parte, a speculare le forze e intendimenti di Hasan. Vistolo

sprovveduto, da poterlo menare com'e' voleano, gli contaron fole: ed e

fe' le viste di beversele; promettendo che non moverebbe un passo da

Mazara s'e' non andassero a Palermo e tornassero con la risposta: chè

probabilmente avean pretestato doverne deliberare la _gema'_. Ma come

prima seppeli partiti, cavalcò per altra via con picciolo stuolo per

andare a guadagnar loro le mosse in Palermo; dove era manifesto che

avrebbero adunato tutti i fautori e sollevato la città contro di lui. La

parte dunque consultava comodamente e rideasi forse di Hasan, quando si

sparge che il novello emiro è a Baida, alle porte della città.

L'Hâkim,[460] gli oficiali pubblici, tutti coloro che bramavano il buono

stato, scrive Ibn-el-Athîr, e par non significhi questa volta i

vigliacchi e i pecoroni, tutti gli vanno all'incontro; ed Hasan ad

onorarli, a informarsi delle condizioni e bisogni della città, senza

quel cipiglio sbirresco che da tanti anni si solea vedere in volto ai

governanti. Ismaele-ibn-Tabari, capo della fazione aristocratica,

sapendo che tutta la città usciva ad accoglier l'emiro, non potè far che

non andasse con gli altri; e al par che gli altri, o forse più, fu

ricambiato di cortesie. Tornato alle sue case che si sentiva scappar di

mano le fila della trama, peggio indispettì sapendo che Hasan se n'era

ito bel bello in palagio, e che gli s'accostavano non solamente gli

avversarii ma i partigiani stessi dei Beni-Tabari. Pensando ai modi di

frastornare la opinione pubblica, il migliore gli parve una calunnia.

Un cittadino, cagnotto suo, gitta gli occhi addosso ad un negro della

guardia d'Hasan ch'avea nome d'uomo valorosissimo e amato indi

dall'emiro; gli si avvicina con bei modi; lo invita ad entrare nelle sue

stanze; quando ve l'ebbe attirato, salta fuori gridando: “Accorrete,

accorrete, questo masnadiere mi s'è ficcato in casa e vuole sforzarmi la

moglie in faccia mia.” Il popolo trasse al romore. Ismaele non mancò di

cacciarsi in mezzo borbottando: “Bel preludio! Non son padroni per anco

del paese, e ci trattan così! Che dobbiamo aspettarci quando metteranno

radice?” E suggeriva d'andare a chieder vendetta all'emiro; supponendo

ch'ei non la farebbe, e che il popolo infiammato di sdegno romperebbesi

al tumulto e ne sarebbe cacciato Hasan. La plebe, seguendo lo zimbello

che non cessava dalli schiamazzi, trasse dinanzi all'emiro. Il quale

ascolta pacatamente la querela; risponde a quell'uomo: “Se dici il vero,

giuralo dinanzi a Dio;” e poichè lo sciagurato giurava, comandò

incontanente di mozzar la testa allo schiavo. Al quale supplizio

inaspettato, rallegrossi tutta la città: “Ecco la prima volta,

sclamavano, che veggiam far la giustizia; or si può viver sicuri in

Palermo.” Ismaele si rannicchiò.[461]

Ed Hasan, come se nulla fosse stato, lo vezzeggiava al par che gli altri

capi della parte; la qual commedia durò sino allo scorcio del

novecenquarantotto. Dello scioglimento abbiamo due tradizioni: la prima,

riferita da Ibn-el-Athîr e scritta evidentemente nelle croniche

musulmane d'Affrica; la seconda, è immediata testimonianza d'un

Siciliano, di professione o almen d'origine cristiano: e l'una

rappresenta la sostanza del fatto; l'altra l'apparenza che gli diè il

governo. Al dir della prima, il califo, che avea senza dubbio tenuto a

bada gli ambasciatori della fazione, sapendo ben avviate le cose di

Palermo, li fe' d'un subito catturare in Affrica: che furono

Ali-ibn-Tabari, Mohammed-ibn-'Abdûn, Mohammed-ibn-Genâ e altri di minor

nome; e scrisse ad Hasan che prendesse lor compagni; il quale,

giudicando ardua cotesta impresa, la compiè a tradimento. La cronica del

paese, narra in vece che quei di Palermo congiuravano contro Hasan; e

ch'egli addandosene “li colse alla rete:” questa è proprio la parola, la

quale si direbbe rubata ai liberti che scrivean le croniche degli

Omeiadi di Spagna e ne palliavano i delitti.[462] Ma ognun vede che le

due tradizioni s'addentellano come pezzi d'antica iscrizione che il caso

abbia fatto trovare in tempi diversi. Il venticinque dicembre del

quarantotto[463] Hasan mandava a dire da buon compagnone ad Ismaele:

“M'hai promesso di condurmi a diporto nel tuo giardino; vien dunque al

castello e andremo insieme.” Somigliante messaggio inviò, a nome

d'Ismaele, agli altri notabili della fazione. Entrati tutti senza

sospetto, lasciando gli stuoli di lor séguito alle porte del palagio,

l'emiro li intrattenne con bei ragionamenti e cortesie fino ad ora

tarda; non traspirando fuor le mura altro che allegrezza: poi richiese

la brigata di spender quella notte in festa secolui e che la dimane si

cavalcherebbe alla villa dei Beni-Tabari e fe' dire ai seguaci di fuori,

si ritirassero a casa e tornassero la dimane, poichè lor signorie

rimanean ospiti dell'emiro. Al sacro nome d'ospitalità niuno pensò a

male. E la dimane si videro appiccati ai pali tanti cadaveri mutili

delle mani e dei piè. Erano Ismaele-ibn-Tabari, Regiâ-ibn-Genâ un

Mohammed e parecchi altri di cui non si ricordano i nomi.[464] Tenne

dietro al supplizio la confiscazion dei beni. Fatto il colpo, crebbero i

partigiani di Hasan; il reggimento piacque all'universale dei cittadini;

la colonia posò dai tumulti; ripigliò animo e forze: così litteralmente

le croniche.[465] Ed e' si comprende come l'utile colpa sia stata

approvata non solo da chi scrisse, ma anco da chi vide e forse dalla più

parte del popolo che ne fruì. Oltre i costumi dei tempi, oltre

l'ammirazione volgare della vittoria, oltre l'invidia soddisfatta di

questo e di quello, ei non si può negare che il misfatto di Hasan tornò

utile al pubblico; poichè i Tabari, i Genâ, i nobili di Palermo e lor

clientele non erano al certo tribuni zelanti del ben pubblico, ma

tirannelli che disputavan tra loro e ad un tiranno più grande il dritto

di sopraffare la gente minuta. Donde possiam dire anche noi: bene stia

ai vinti. Nè però assolviamo il vincitore, il quale esordì a Mazara con

la menzogna: rincalzò all'entrare in Palermo col supplizio del soldato

innocente; compì l'opera con far trappola delle proprie case e arme

della giustizia il tradimento. Come dovea navigare Hasan tra cotesti due

scogli, lo lasciamo a risolvere ai casisti. L'insegnamento che vogliamo

cavarne è che gli Stati non ordinati secondo uguaglianza e libertà, non

hanno rimedio ai mali loro che sia scevro di colpa.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 15 / 62 题