CAPITOLO VII.

La colonia siciliana, dissanguata nella guerra civile del novecento,

stette cheta o quasi, per nove anni; nel qual tempo la ressero

quattro emiri: Ziadet-Allah (902-903); Mohammed-ibn-Siracusi,

surrogatogli dal padre (maggio 903);[267] e, dopo il parricidio,

Ali-ibn-Mohammed-ibn-Abi-Fewâres; e Ahmed-ibn-abi-Hosein-ibn-Ribbâh, di

nobil casa modharita, stanziata in Sicilia da una sessantina d'anni,

illustre per valorosi capitani e governatori. Ali, al dir d'una cronica,

fu deposto da Ziadet-Allah:[268] probabil è che lo avesse eletto il

popolo di Palermo, quando vide insanguinato il trono dal parricidio, e

ne sperò uno scompiglio che gli desse agio a ripigliare suoi dritti.

Non prima si riseppe in Palermo la fuga di Ziadet-Allah, che il popolo,

stigato dal medesimo Ali, sollevossi all'entrar d'aprile del

novecentonove: irruppe in palagio, saccheggiò la roba, prese Ahmed, ed

esaltò in suo luogo Ali.[269] Poscia venuti avvisi della occupazione

di Rakkâda, i Palermitani mandavano Ahmed prigione in Affrica,

e chiedeano allo Sciita la confermazione di Ali. Concedettela;

raccomandò con questo di ripigliar la guerra sacra, smessa sotto il regno

di Ziadet-Allah;[270] nel qual tempo i Cristiani erano tornati ad

afforzarsi in loro rôcche del Valdemone, per incuria di chi reggea le

cose in Sicilia o forse per trattato con l'impero bizantino.[271] Del

resto non seguì evento d'importanza fino alla esaltazione del Mehdi. Nè

altrimenti si ricorda il nome di Sicilia che nella persecuzione di

Abu-l-Kâsim-Tirazi, cadi di Palermo sotto gli Aghlabiti; cacciato

probabilmente con Ahmed e vergheggiato in piazza pubblica di Kairewân,

insieme col dotto cadi di Tripoli, entrambi rei di costanza nel rito

ortodosso.[272]

Ove si consideri l'esser della Sicilia in questo interregno, si vedrà la

rivoluzione del novecento d'un subito tornata a galla, quando mancò con

gli Aghlabiti la man che l'avea represso. Oltre le forze proprie

ristorate in un decennio, la colonia rinvigorì, com'ei sembra, di nobili

arabi che per avventura si fossero rifuggiti d'Affrica nel primo

terrore[273] o nelle persecuzioni sempre crescenti; la lealtà dei quali

a casa d'Aghlab ormai s'accordava con gli umori d'independenza

siciliana. Ma avendo al fianco quella piaga dei Berberi di Girgenti,

l'aristocrazia palermitana, titubante a ripigliare le armi contro

l'Affrica, contentavasi di tener lo stato con l'antico espediente d'un

emiro tutto suo. Ali sembra, in fatti, il caporione della nobiltà; sì

ch'essa fece come volle nell'interregno. Sperando poi di raggirare il

Mehdi ed appagarlo con ubbidienza nominale, Ali chiesegli di andare a

Rakkâda per abboccarsi con lui; e il Mehdi tutto lieto assentì. Avutolo

in Affrica, lo fa imprigionare; manda a regger l'isola un uom suo,

provato in missioni così fatte, Hasan-ibn-Ahmed-ibn-Ali-ibn-Koleïb,

soprannominato Ibn-abi-Khinzîr, ch'era stato prefetto di polizia di

Kairewân sotto lo Sciita.[274]

Gli intendimenti del principe e le condizioni della colonia appariscono

da' primi atti d'Ibn-abi-Khinzîr. Sbarcato a Mazara il dieci

dsu-l-higgia del dugento novantasette (20 agosto 910), deputava un suo

fratello per nome Ali[275] governatore a Girgenti; del quale oficio non

v'ha ricordo sotto gli Aghlabiti, e pare trovato del Mehdi per lusingare

i Berberi e attizzare la discordia tra loro e gli Arabi. Al medesimo

tempo fece cadi di Sicilia un Ishâk-ibn-Minhâl; il primo, aggiungono gli

annali, che vi sedesse a nome del Mehdi:[276] e ciò mostra che per più

d'un anno s'era amministrata la giustizia secondo il dritto sunnita e da

un eletto dell'emiro. Ibn-abi-Khinzîr prepose alla azienda uomini nuovi,

i quali furono accusati di aggravii; o forse v'istituì nuovi oficii,

secondo i voleri del principe.[277] Il “Preposto della Quinta” di cui si

fa ricordo poco appresso, sembra nuovo; e di certo fu posto a scemar

l'autorità dell'emiro, sia che avesse carico di spartire il bottino e le

terre prese ai vinti e serbarne la quinta all'erario, sia che anco

amministrasse il ritratto della quinta.[278] La primavera o state

seguente (911) l'emiro, sostando alquanto da' negozi fiscali, conduceva

l'esercito sopra Demona, ove i Cristiani avean levato la testa: ed arse

il contado, predò, fece prigioni; ma non osò assalire la rôcca.[279] La

qual debole fazione scopre i travagli che aveano in casa i Musulmani di

Sicilia e l'agitamento generale della schiatta arabica contro i

Fatemiti, il quale scoppiava ad ora nelle città d'Affrica.[280]

Tra così fatte disposizioni d'animi, Ibn-abi-Khinzîr volle dare un

banchetto ai primarii nobili nel palagio di Palermo. I convitati sedeano

nella sala, quando alcun s'addiè, o il finse,[281] d'una sinistra

commozione tra gli schiavi dell'emiro; d'un luccicar di spade che si

porgessero l'un l'altro; e balzando in piedi sclamò: “Siam traditi;” e

tutti corsero alle finestre a gridare: “All'armi; all'armi!” Fresca era

la memoria dello Sciita, trucidato insiem col fratello alle soglie del

Mehdi;[282] Ibn-abi-Khinzîr non pareva uom da scrupoli; l'universale

degli Arabi di quel secolo ridea, certo, come di romanzo della

ospitalità cavalleresca de' lor padri Beduini: tra tanti vizii, tra

tanti odii, credibilissimo il tradimento, e assai volentieri creduto.

D'un subito, dunque, trasse il popolo in piazza; s'affollò dinanzi il

palagio; trovate chiuse le porte, v'appiccò fuoco; nè si racchetò quando

usciron sani e salvi i convitati, i quali al certo non dissero che avean

sognato. Ibn-abi-Kinzîr, fattosi ad arringare il popolo, perdeva indarno

il fiato; gli troncavan le parole con minacce e villanie; finchè vistili

in punto d'irrompere nelle sue stanze, cercò scampo saltando in una casa

contigua, ma cadde, si spezzò una gamba, e fu preso e messo in carcere.

Per tal modo fallì il tradimento dell'emiro o riuscì la calunnia dei

nobili: ch'io nol so. I nobili scriveano il caso al Mehdi; il quale

perdonava ai sollevati e deponea d'oficio Ibn-abi-Khinzîr, bastandogli

che fosse posato il tumulto in Palermo e preso il governo

provvisionalmente da Khalîl, Preposto della Quinta.[283] Seguiron

cotesti avvenimenti innanzi il ventisette dsu-l-higgia del

dugentonovantanove (13 agosto 912), quando giunse in Sicilia, mandato

dal Mehdi, un novello emiro per nome Ali-ibn-Omar-Bellewi.[284]

Vivea di questo tempo in Sicilia un Ahmed-ibn-Ziadet-Allah-ibn-

Korhob;[285] uom d'alto affare, di molta ricchezza, di nobil casa

arabica devota agli Aghlabiti; che dei suoi maggiori, un fu primo

ministro d'Ibrahim-ibn-Ahmed; un altro, forse il padre, espugnò

Siracusa,[286] e un congiunto o fratello avea tenuto poc'anzi il

governo dell'isola.[287] Par che il principe fatemita, non

trovando modo a maneggiar la colonia siciliana, se ne fosse consultato

con Ibn-Korhob, avversario sì, ma intero e leale; poichè sappiamo che

costui scrisse al Mehdi: “Se vuoi dar sesto al paese, mandavi grosso

esercito che lo domi e strappi la potestà di mano ai capi; se no, la

colonia rimarrà in perpetuo disubbidiente alle leggi; ad ogni piè

sospinto moverà tumulto contro gli emiri e te li rimanderà a casa

svaligiati.”[288] In suo laconismo, Ibn-Korhob accennava, com'io credo,

con una voce sola alle due maniere di capi ch'erano nelle popolazioni

musulmane dell'isola, i magistrati cioè dei Berberi e i nobili degli

Arabi; capi di consorterie di due nature diverse, ma preposti in

entrambe a molti negozii civili e insieme al comando delle milizie. Tale

la potestà, _capitaneria_, dice litteralmente la cronica, che occorreva

abolire in Sicilia. Mettendo da parte i Berberi e risguardando agli

Arabi, cotesta espressa testimonianza, confermata da tutti i ricordi dei

tempi susseguenti, mostra cresciuto ormai e soverchiante nella colonia

un terzo male, non men grave dell'antagonismo di schiatta e, direi

quasi, del dispotismo affricano. L'insolenza dei nobili non era apparsa

per lo addietro, non essendo adulta la cittadinanza che potesse

risentirsene, come quella del Kairewân e d'altre città d'Affrica. Però

si notava degli ottimati la sola resistenza al principato e confondeasi

col sentimento di libertà coloniale; però la plebe di Palermo

parteggiava tuttavia per toro e tardò altri trent'anni a tediarsene.

Mancando dunque il popolo, altro partito non rimaneva che sceglier tra

due mali, dispotismo fatemita o sfrenamento d'oligarchia; e ad

Ibn-Korhob parve meno intollerabile il primo. Ciò dia la misura

dell'altro. E dimostri anco la virtù di quel gran cittadino, ch'era

nobile, ortodosso, affezionato agli Aghlabiti e Siciliano: e diè

consiglio contrario a tutti interessi e umori di parte. Non andò guari

ch'ei compiva maggior sagrifizio, gettandosi nella voragine della

rivoluzione; non per leggerezza, non per vanità, non per ambizione, ma

ad occhi aperti, per religion d'animo generoso, quando conobbe che v'era

da tentar con un dado contro cento, la liberazione della patria

dall'Affrica insieme e dall'anarchia.

Entrando l'anno di Cristo novecento tredici, tutta la Sicilia era levata

di nuovo a romore: cacciato di Palermo il Bellewi, debil vecchio e

molesto;[289] cacciato di Girgenti Ali-ibn-abi-Khinzîr, fratello di

Hasan, e saccheggiatagli la casa;[290] ucciso a dì venzette gennaio dai

Palermitani Amrân, Preposto della Quinta,[291] il quale par abbia voluto

por mano al reggimento come il predecessore Khalîl. In tal moto generale

contro l'autorità fatemita, svolazzò nelle menti il solito proponimento

di concordia; tanto che Arabi e Berberi insieme formavano di chiamare di

governo dell'isola Ahmed-ibn-Korhob. Ei che conoscea la tempra di

cotesti affratellamenti, ricusò; fuggì; corse a nascondersi in una

grotta; venuti a trovarlo i notabili di tutta la Sicilia musulmana,

stette saldo al niego e a dir che non si fidava di loro. Ma incalzando

essi nell'inchiesta, e giurandogli d'ubbidirlo infino alla morte,[292]

si raccomandò a Dio ed accettò. Il lunedì diciotto di maggio, il popolo

siciliano lo investiva solennemente dell'oficio di emiro.[293] Esordì

compiendo il primo precetto di legge musulmana, con mandare uno stuolo

in Calabria, nella state del novecentotredici; il quale, assaliti i

Cristiani, ne riportò bottino e prigioni.[294]

Indi Ibn-Korhob levò l'animo a maggiore impresa. Dopo la guerra

d'Ibrahim-ibn-Ahmed, i Cristiani di Valdemone aveano ristorato, con

Demona e altre castella, anco Taormina: opera di gran momento, poichè i

cronisti musulmani in questo incontro chiamanla Taormina la Nuova. Si

accingeva egli dunque ad espugnarla un'altra fiata, con intendimento,

come si vociferò, di riporvi sue sostanze, famiglia e schiavi, ed

afforzarvisi in caso di guerra civile; ma il disegno sembra piuttosto di

compiere ed assicurare il conquisto del Valdemone. Che che ne fosse,

mandovvi il proprio figliuolo Ali con un esercito; il quale stette per

tre mesi all'assedio, finchè molte schiere, forse dei Berberi, si

abbottinaron gridando non voler combattere per mettersi un altro giogo

sul collo: ed arsero bagaglie e padiglioni del capitano; e lo cercavano

a morte, se non che fu difeso dagli Arabi. Ma la impresa si

abbandonò.[295]

Tentava Ibn-Korhob nel medesimo tempo[296] di ordinare la Sicilia in

legittimo e stabile reggimento, con tutta quella libertà che mai

avessero imaginato i Musulmani ortodossi. Il modo, pianissimo, era di

riconoscere il nome del califo abbassida Moktader-billah; il quale da

Bagdad, nelle misere condizioni in cui si travagliava il califato, non

avrebbe potuto nè levar tributi, nè esercitar comando di sorta, nè

scegliere l'emir di Sicilia, nè altro far che investire lo eletto dei

Siciliani. Quanto all'emir, la investitura gli veniva a dare un po' di

séguito e di riverenza; togliea qualche pretesto ai macchinatori di

novità; mettea qualche lieve intoppo allo sdrucciolo di cotesta autorità

senza forza pubblica: del rimanente non aumentava i pericoli d'una

tirannide, nè i capi riottosi potean temerne troppo rigor di giustizia.

Però la nobiltà arabica di Sicilia toccava il bello ideale del governo

di genio suo; quel che aveva ambito per lo innanzi, quel che desiderò in

appresso e mai nol potè conseguire. I Berberi faceano come chi si gitti

in mare dalla nave che arde: vessati dal principato d'Affrica e dagli

Arabi lor compagni nell'isola, concordaron questa volta coi più

vicini.[297] Tutta la Sicilia dunque a una voce assentì ad Ibn-Korhob,

quand'ei messe il partito della obbedienza agli Abbassidi. Incontanente,

tolto dalla khotba il nome del Mehdi, si pregò nelle solenni adunanze

dei Credenti per Moktader. Mandaronsi lettere e messaggi a Bagdad; ove

il califo, con sussiego pontificale, approvò, fece compilare un bel

diploma d'investitura in persona di Ahmed-ibn-Ziadet-Allah-ibn-Korhob, e

gliel'inviò, com'era usanza, per legati apposta, accompagnato col solito

dono degli emblemi del comando: bandiere negre, toghe nere, collana

d'oro e smaniglie.[298] Arrivò in Palermo l'ambasceria di Bagdad poco

appresso l'armata siciliana, che tornava in porto con splendida

vittoria.[299]

Disdetto il nome del Mehdi, s'era apprestato Ibn-Korhob a provar sua

ragione con la spada; e come prima seppe uscito un navilio affricano ad

assaltare la Sicilia, ovvero a guerreggiare contro l'Egitto e le città

d'Affrica rivoltate,[300] fece salpare, a' nove luglio novecento

quattordici, il navilio siciliano, condotto dal proprio figliuolo

Mohammed. Ai diciotto luglio, trovò nel porto di Lamta, presso Medhia,

l'ammiraglio nemico, Hasan-ibn-abi-Khinzîr, quel campato a mala pena nel

tumulto di Palermo; e dato dentro, ruppe gli Affricani, arse tutte lor

navi, fe' da secento prigioni e tra gli altri Hasan. Mohammed deturpò la

vittoria, scannandolo di propria mano e facendogli mozzar mani e piè, e

mandò la testa al padre in Palermo: crudeltà provocata forse da antiche

offese in Sicilia, di certo dagli esempii di barbarie che avean dato gli

eserciti fatemiti nelle città ribelli d'Affrica e dalla strage

indistinta degli Arabi di parte aghlabita. Sopravvennero dopo la

sconfitta genti che il Mehdi mandava in fretta da Rakkâda; ma, sbarcati

i Siciliani, le combatterono e vinserle con tanta rotta, che preser

tutte le bagaglie del campo. Indi l'armata assaltò e distrusse Sfax, che

si tenea pei Fatemiti; e, passando oltre, si mostrò a Tripoli. Trovatovi

El-Kâim figliuolo del Mehdi con l'esercito che tornava d'Egitto,

rivolser le prore verso la Sicilia.[301]

La riputazione di tal vittoria e della investitura rincorò Ibn-Korhob,

sì che diede opera più alacremente alle cose pubbliche, con forza e

prudenza, scrive un cronista[302] secondo la formola; lasciandoci a

tradurre in numeri cotesti segni d'algebra; e di più ad imaginare le

difficoltà che si paravano innanzi al novello reggitor della Sicilia: le

pretensioni contrarie de' Berberi e della nobiltà arabica, delle antiche

famiglie musulmane e dei Siciliani convertiti, degli ottimati militari e

dei giuristi; le confuse brame del popol minuto; e quanti soprusi e

dilapidazioni eran da riparare, a quante ambizioni dovea resistere

Ibn-Korhob, a quante cedere, a quante cupidigie por freno, da quanti

invidiosi schermirsi, quanti ladroni gastigare o lusingare, quante pazze

ire a comporre, quanti calunniatori ad affrontare, quanti sciocchi a far

contenti: nelle dette condizioni della colonia, tra uomini sì mal

connessi insieme a ciascun persuaso che la rivoluzione s'era fatta a suo

beneficio particolare. Una impresa che tentò Ibn-Korhob in Calabria,

quasi dimenticando ch'aveva alle spalle i Fatemiti, mostra ch'ei temesse

molto più le divisioni interiori e quel pomo di discordia del fei; onde

si studiava ad appagare i più bramosi col bottino della guerra sacra.

L'esercito che passò il Faro, saccheggiò, diè il guasto, afflisse gli

indifesi Cristiani della punta meridionale di terraferma.[303] Ma

l'armata fece naufragio, il primo settembre del medesimo anno novecento

quattordici o del seguente, a Gagliano presso il capo di Leuca, ovvero

Gallico presso Reggio.[304] Questo fu principio della rovina

d'Ibn-Korhob. Occorso di combatter nuovamente le forze navali dei

Fatemiti che ingrossavano su la costiera d'Affrica, l'armata siciliana,

scemata da quel disastro dì Calabria, fu vinta e prese tutte le navi.

Indi una mala contentezza nei popoli; e ogni provvedimento d'Ibn-Korhob

cominciò ad andar di traverso; i turbolenti, che s'erano acquattati per

timore, alzaron le creste.[305]

Narra il Cedreno che Zoe, mentre reggea lo stato pel figliuolo

Costantino Porfirogenito di minore età, volendo concentrare le forze

contro i Bulgari che nuovamente minacciavano la capitale, fermò la pace

coi Saraceni di Sicilia, affinchè cessassero la infestagione della

Puglia e Calabrie racquistate dalla dinastia macedone. Eustazio,

gentiluomo di camera,[306] com'or si chiamerebbe, dello imperatore e

stratego di Calabria, stipolava a questo fine con l'emir di Sicilia di

pagargli tributo di ventiduemila bizantini d'oro all'anno, che tornano a

un dipresso a trecentomila lire.[307] Continua l'annalista, come

surrogato ad Eustazio un Giovanni Muzalone; costui sì iniquamente

governò, che i Calabresi, ribellati all'impero, diersi a Landolfo

principe di Benevento, dopo la esaltazione di Romano Lecapeno al trono

di Costantinopoli:[308] i quali avvenimenti designando la data che manca

nel racconto, fan tornare la pace di Sicilia al novecento quindici o

principii del novecento sedici, e però al tempo d'Ibn-Korhob.[309]

Vergogna all'impero, gloria recò questo trattato alla colonia musulmana

di Sicilia e al valente uom che la reggea. E pur non maraviglierei, se

un di o l'altro si trovasse in qualche cronaca che i ventiduemila

bizantini d'oro eran cagione di nuove discordie tra le milizie arabiche

e berbere; che le fazioni calunniavan l'emiro d'essersi venduto agli

Infedeli per scialacquare lor moneta coi suoi sgherri.

La reazione contro Ibn-Korhob incominciò, come era da aspettarsi, dalla

schiatta berbera. Correndo l'anno trecentotrè dell'egira (16 luglio 915,

a 3 luglio 916), i Girgentini disdiceano l'autorità sua; mandavano per

lettere ad offerirsi al Mehdi; tiravano a sè altre popolazioni. Si fe'

capo della parte un Abu-Ghofâr.[310] Coi principali dei sollevati, volle

in persona intimare a Ibn-Korhob, se ne andasse con dio fuor di Sicilia,

poichè spiaceva al popolo: ai quali l'emiro pacatamente rispose aver

preso lo stato richiesto e costretto da loro stessi; e ricordò il dato

giuramento, e si sforzò a persuaderli che non guastassero l'impresa ben

cominciata dai Siciliani: ma ostinaronsi; ed ei non volle cedere a

minacce. Anzi, mantenendogli molti altri la fede, s'afforzò, com'ei

pare, in Palermo e si venne alle armi. Poi, sia che l'avvantaggio fosse

rimaso ai sollevati, sia che gli rifuggisse l'animo dal continuar quello

spargimento di sangue civile, Ibn-Korhob deliberossi a volontario esilio

in Spagna. Non è inverosimile che gli abbia dato il tracollo quella

terribil nuova dell'assedio della colonia al Garigliano, di che potea

parer causa la pace fermata coi Bizantini.[311] Noleggiati dunque i

legni, trasportatavi gran salmeria delle robe proprie e de' suoi,

Ibn-Korhob stava per dar le vele al vento, il quattordici luglio del

novecento sedici.[312] In questo una turba ingombra la spiaggia; salta

furibonda su le navi; saccheggia; pon le mani addosso all'emiro, ai

figliuoli, agli amici che seguivan sua fortuna, tra i quali un

Ibn-Khami, il cadi. Messi ai ferri, gittati sur una barca, li mandarono,

per colmo d'infamia, all'usurpator fatemita a Susa. “E che ti mosse a

sconoscere il sacro dritto della casa d'Ali e ribellarti da noi?” dicea

superbamente il Mehdi ad Ibn-Korhob, fattosel recare incatenato. “I

Siciliani,” rispose, “mi esaltarono mio malgrado, e mio malgrado m'han

deposto.” Rimandollo allora in carcere, e divisò il supplizio più che

potesse insolito e ignominioso. Montato a cavallo, menava seco i

prigioni a Rakkâda, capitale tuttavia dell'impero. E fuor la porta della

Pace,[313] là dov'eran sepolti i miseri avanzi di Hasan-ibn-abi-Khinzîr

ucciso dopo la battaglia di Lamta, Ibn-Korhob, i figliuoli, gli amici

politici, come ladroni di strada, eran vergheggiati a morte; mozzati

loro mani e piè; e sospesi i cadaveri a tanti pali dinanzi la

tomba.[314]

Insieme con lor nobili vittime i controrivoluzionarii di Sicilia

mandarono al Mehdi una petizione arrogante. Sognando di potere rinnegare

il dritto e mantenere il fatto, scriveangli non aver bisogno dì soldati

nè di alcuno aiuto da lui: nominasse un governatore e un cadi, ed essi

penserebbero al resto; aggiugnendo altre condizioni che lo empieron di

collera e di furore, scrivono i cronisti senza particolareggiarle.[315]

E il Mehdi che sapeva usar le occasioni, in vece del trave della favola

ch'ei bramavano, mandò in Sicilia uno sperimentato capitano,[316]

Abu-Sa'îd-Musa-ibn-Ahmed, soprannominato Dhaif, ch'è a dir l'Ospite, con

un'armata e forti schiere di Kotamii, capitanate da loro sceikhi.

Approdò a Trapani il quindici agosto; dove andati a trovarlo i notabili

di Girgenti, molto li onorò, li presentò di ricche vestimenta, si studiò

a lusingarli e tirarli alle sue voglie; ma quando vide che era niente,

d'un colpo di mano fe' catturare il procace Abu-Ghofàr e metterlo ai

ceppi. A tempo fuggì un costui fratello per nome Ahmed; corse a Girgenti

a chiamare il popolo alle armi. Così i Berberi a capo di due mesi, e pur

era troppo tardi, raccesero la rivoluzione ch'aveano spento con le

proprie mani. Altre città e castella seguiron l'esempio.[317]

Abu-Sa'îd senza dimora andò sopra la capitale. Sapendo intercetto il

cammino da popolazioni tumultuanti, o manco difesa la città dalla parte

di mare, il condottiero affricano audacemente imbarcò suoi Kotamii; e

con l'armata entrò nel porto di Palermo a' ventotto settembre.[318] La

bocca del porto era quella ch'or s'addimanda la Cala; le lagune e il

gran canale, in oggi ricolmi, penetravano assai dentro terra sino ai

ripari della città vecchia; talchè lasciavan d'ambo i lati due bracci,

tutti scogli ed arene, disabitati, com'ei sembra.[319] Abu-Sa'îd pose le

genti su l'un dei bracci; vi si afforzò di fronte con una muraglia

tirata per traverso dal porto alla spiaggia esteriore; assicurato ai

fianchi e alle spalle dal mare, ch'ei tenea con l'armata e sì chiudealo

agli assediati.[320] Dapprima potè far poco male alla città: sotto gli

occhi suoi il diciassette d'ottobre i Palermitani giuravan la lega con

gli ambasciatori di Girgenti e d'altre città; tra i quali si ricordano i

nomi d'Ibn-Ali ed Awa-es-Seâ'ri.[321] Ma par che il pericolo comune non

facesse dimenticare la nimistà, e che il rimanente della Sicilia non

mandasse aiuti; poichè gli assedianti sempre più strinsero Palermo. In

un combattimento erano sconfitti i Siciliani; rimanea sul campo di

battaglia grande numero di lor nobili; i feroci Kutamii irrompeano nei

sobborghi; metteano al taglio della spada gli abitatori, fin le donne e

i fanciulli; sforzavano le donzelle, guastavano e saccheggiavano ogni

cosa. Nondimeno la città vecchia tenne fermo: Abu-Sa'îd chiese ed ebbe

dal Mehdi nuovi aiuti d'uomini e di navi; finchè, scarseggiando le

vittuaglie, rincarito anco il sale a poco men che una lira

all'oncia,[322] i cittadini si calarono agli accordi dopo sei mesi

d'assedio. Si stipulò pien perdono, fuorchè a due capi ribelli: e i

cittadini con la solita alacrità li consegnarono, e fecero entrare

Abu-Sa'îd a' dodici marzo novecento diciassette. Contro i patti,

com'egli è manifesto, svelse le porte, abbattè mura, tolse le armi e i

cavalli da battaglia, pose una taglia su la città, e, imprigionati molti

uomini di nota, li mandò in Affrica al Mehdi. Questi senza strepito li

fe' mazzerare; e poi spacciò in Sicilia una clementissima amnistia. Di

settembre del medesimo anno Abu-Sa'îd, col navilio e l'esercito, tornava

in Affrica, lasciando a reggere la Sicilia Sâlem-ibn-Ased-ibn-Râscid,

affidato in una forte schiera di Kotamii.[323] La rivoluzione

d'independenza parve morta e sepolta.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 12 / 62 题