CAPITOLO VI.

S'uom potea riparare alla rovina di casa aghlabita, quel desso era

Abd-Allah, successor del tiranno. Abd-Allah par modello dell'ottimo

principe musulmano del medio evo: prode della persona, cavaliero e

schermidore perfetto, savio capitano, bell'ingegno, poeta, dialettico,

erudito, rettorico, e, quel che monta assai più, giusto, magnanimo,

benigno, temperato nell'esercizio del comando, osservatore d'ogni

precetto di sua religione. Preso lo Stato alla abdicazione del

padre,[244] mandò lettere circolari da leggersi al popolo adunato, per

le quali promettea zelo nella guerra sacra, e nel governo umanità,

giustizia, amor del ben pubblico. E che non scrivesse ciance di principe

nuovo provollo coi fatti, chiamando appo di sè un consiglio di molti

savii e dotti uomini (queste son le parole d'Ibn-el-Athîr), che lo

aiutavano a condurre gli affari secondo giustizia e proponeano i

provvedimenti richiesti dalle condizioni del popolo. Come i

predecessori, sedè egli stesso nel Tribunal dei soprusi. Volle che i

magistrati ordinarii rendessero ragione, senza contemplazion di persone,

contro oficiali, cortigiani, congiunti o figli del principe e contro lui

medesimo. Eletto il novello cadi dal Kairewân, gli commise di reprimere

severamente i soprusi dei riscuotitori delle tasse e proteggere gli

oppressi. Riformò al tempo stesso la corte: vestitosi di lana come i

primi califi; sgombrati que' nugoli di pretoriani; fuggito a precipizio

dalle insanguinate castella del padre, sì che soggiornò nei primi tempi

in una casuccia di mattoni, poi ne fece acconciare una più spaziosa,

comperate entrambe del proprio. Forte di sua virtù, sdegnando i consigli

tiberiani del padre, Abd-Allah mandava contro gli Sciiti un esercito

capitanato dal proprio figliuolo, altri dice fratello, soprannominato

Ahwâl. E già la vittoria seguiva gli auspicii del principe guerriero; e

la contentezza de' popoli promettea che la ribellione, ristretta a una

tribù, presto sarebbe spenta.

Quando un vil parricida troncò ogni speranza degli Arabi d'Affrica.

Ziadet-Allah, figliuolo di Abd-Allah, rimaso a reggere la Sicilia dopo

la morte d'Ibrahim, s'era dato a vita sozza e bestiale con vili

cortigiani che lo stigavano contro il padre perchè sentiansi soffocare

da quella severa riforma. Risapendo tai vergogne, Abd-Allah deponea

d'oficio il figliuolo; chiamavalo a Tunis; e, arrivato ch'ei fu del mese

di maggio novecentotrè, come a fanciullo discolo, gli tolse danaro e

arredi e sì il chiuse in un appartamento del palagio, messi in prigione

a parte i suoi cagnotti. Ma le mura non furon ostacolo a una congiura di

corte che si ordì, consapevole Ziadet-Allah. Il mercoledì ventisette di

luglio,[245] uscito Abd-Allah dal bagno e gittatosi a dormire in parte

solitaria del palagio sopra un sofà di stuoie, tre eunuchi schiavoni

ch'ei tenea molto fidati gli si appressano; un trae pian piano la spada

di sotto il capezzale; e d'un fendente tagliò netto e collo e barba e

intaccò la stuoia. Corre un altro alla prigione di Ziadet-Allah; scala

il muro; lo saluta re; gli fa pressa di mostrarsi alla corte: ma quei

temendo doppio tradimento, risponde che, se dice il vero, gli rechi la

testa del padre: onde l'eunuco andò e tornò e gli gittò la testa d'in

sul muro. Presala in mano, raffiguratala, il parricida balzò di gioia;

fe' spezzare le porte della prigione; assembrare i grandi di casa

aghlabita; i quali sospettando, o no, il vero, per paura degli

stanziali, o perchè la virtù di Abd-Allah lor fosse stata anco molesta,

giurarono fedeltà al successore. A cancellar sue proprie vestigia,

questi fece scannare immantinente i tre sicarii, e appendere i cadaveri

al patibolo.

Pria che si risapesse il misfatto, Ziadet-Allah scrivea col suggello del

padre ad Ahwâl di venir subito a Tunis; il quale senza sospetto, lasciò

lo esercito, e per via fu preso e morto. Uccisi al paro da trenta, tra

fratelli, zii e cugini del novello tiranno, in un isolotto[246] ove li

mandò sotto colore di rilegazione; dato lo scambio a' primarii

magistrati; gratificati con largo donativo gli oficiali pubblici. Del

rimanente, non curando se lo Stato andasse bene o male, Ziadet-Allah

ripassava dal sangue nel fango: regnava sette anni trescando con

sicarii, giullari, beoni, concubine e giovani svergognati; arrivava a

far batter moneta col nome del paggio Khattâb; e quando avea mala nuova

della guerra sciita, diceva al coppiere: “Mescimi; e anneghiamola in

questa tazza.”[247]

Abu-Abd-Allah intanto conquistava l'Affrica. Nel regno d'Ibrahim-ibn-

Ahmed avea soggiogato qualche popolazione agricola (901) e

combattuto una tribù guerriera della nazione stessa de' Kotâmii. Venuto

alla prova contro gli eserciti aghlabiti al tempo d'Abd-Allah, il

ribelle or vinse or fu vinto; e n'avea la peggio, quando Ziadet-Allah lo

cavò di briga col parricidio e il fratricidio (903). Poscia, tra le

vicende della guerra, salì pur sempre la parte sciita. Non solo tutta la

gente kotamia, ma anco altre popolazioni berbere seguiron volentieri un

capo che promettea la venuta del Messia e quanto prima soggiogati tutti

i popoli della Terra, e fatto spuntare il sole di Ponente; e dava pur

qualche arra de' prodigii. Arra la vittoria, il bottino, la propria

temperanza, austerità, abnegazione, l'abolizione del _kharâg_ o diciamo

tributo territoriale, antichissimo sopruso degli Arabi sopra i Berberi:

e questo ribelle, entrato a Tobna, e recatogli il danaro pubblico,

rendeva il _kharâg_ ai possessori musulmani; aboliva le tasse non

prescritte nel Corano o nella Sunna; e bandiva ai popoli che ormai non

avrebbero ad osservare altre leggi che i sacri testi. All'incontro i

sudditi fedeli pagavan troppo caro le vergogne di Ziadet-Allah. Gli

eserciti, accozzati di stanziali e avanzi del _giund_, che è a dire di

tormentatori e tormentati, marciavano di pessima voglia; e talvolta

sbaragliavansi pria di venire alle mani, non ostante gli immensi

appresti d'armi e macchine da guerra; e quali capitani lor potea dare

tal principe? Entro pochi anni, Abu-Abd-Allah minacciò la metropoli

dell'Affrica (907). Il tiranno, provatosi a far grande armamento e

montare a cavallo egli stesso, tornò addietro spaurito a Rakkâda,

rifatta sede della corte aghlabita; afforzolla con mura di mattoni e

mota;[248] affidò l'esercito, troppo tardi, ad un uom di guerra di

sangue aghlabita, per nome Ibrahim-ibn-abi-Aghlab; la cui virtù non

valse che a ritardare la vittoria del nemico. Di marzo novecento nove,

Ziadet-Allah, all'avviso di un'ultima sconfitta d'Ibrahim, tenendosi

spacciato e tradito da costui, dal primo ministro, dai soldati, dai

cittadini, si deliberò a fuggire incontanente. Dà voce di riportata

vittoria; fa tagliar le teste ai miseri che teneva in carcere e condurle

a trionfo per le strade di Kairewân, come se fossero dei nemici uccisi

in battaglia; e intanto a Rakkâda, ch'era discosta a quattro miglia,

entro il palagio si caricavano trenta cameli d'arredi preziosi, oro,

gioielli; mille Schiavoni della guardia erano messi in ordinanza, e dato

loro a portar mille dinar d'oro per cadauno; le mogli e le più gradite

concubine del tiranno montavano in lettiga. Al cader del giorno ei con

la corte cavalcò in fretta alla volta di Tripoli, per passare indi in

Egitto.

Risaputa la quale fuga, tutta Rakkâda sgombrò, ch'era soggiorno di

scrivani e servidori di corte: a lume di fiaccole tante famigliuole, con

loro robe preziose, correano per la campagna su le orme del principe. Ma

il popolaccio di Kairewân, invidioso e turbolento, piombò la dimane

sopra la città regia; per sei giorni continui frugò le case cercando

tesori sepolti, e portò via masserizie; finchè comparve la vanguardia di

Kotâma, che ricacciollo alla capitale. Dove la schifosa anarchia della

paura avea consumato, in questo mezzo, quel po' di forza vitale che

rimaneva alla schiatta arabica. Ibrahim-ibn-abi-Aghlab, usando un attimo

di favor popolare, convocò i giuristi, i capi delle famiglie nobili

della città e i principali mercatanti; lor disse, che se Ziadet-Allah se

n'era fuggito, tanto meglio; poichè la mala fortuna se ne andrebbe con

quel poltrone; or si potrebbe far la guerra; lo aiutassero di danari ed

egli saprebbe rannodare l'esercito, salvar l'onore e la dominazione

degli Arabi: per Dio non si dessero in mano di quelle frotte di vinti

rivoltati, di barbari settatori d'un eretico, calpestatori d'ogni legge.

Ma i notabili risposero, al solito, ferocemente a chi parlava di onore e

di pericoli; conchiusero che il danaro lor serviva a ricattare dalla

schiavitù sè stessi e le famiglie; e replicando Ibrahim che si potean

togliere i capitali dei lasciti pii, l'adunanza gridò sacrilegio.

Sdegnosamente uscì Ibrahim dalla sala; e in piazza ebbe a soffrire gli

insulti della plebe che ripeteva a modo suo gli argomenti dei

barbassori, e dava mano anco ai sassi: se non che l'Aghlabita con uno

stuol di cavalli si fe' largo caricando fino alle porte della città.

Audace, anzi temerario, andò a Tripoli, sperando di scuotere

Ziadet-Allah; e per poco non incontrò la sorte del primo ministro; il

quale s'era imbarcato per la Sicilia, ma i venti lo spinsero a Tripoli,

nelle mani del tiranno, ch'egli avea confortato alla difesa, e or n'ebbe

in merito la morte. Ziadet-Allah, chiesta licenza dal califo abbassida,

soggiornò or in Egitto or in Siria, sperando sempre che il califo

riconquistasse l'Affrica per lui; e mentre aspettava, rubato dai proprii

servitori, ammonito per sue infami dissolutezze dai magistrati, vilipeso

da' governanti, impoverito, invecchiato in pochissimi anni, morì (916)

di malattia o di veleno.[249] Così cadde dopo un secolo la dinastia

d'Aghlab.

Finì con vergogna non minore la dominazione degli Arabi in Affrica. La

municipalità di Kairewân, sbrigatasi da quella molesta virtù

d'Ibrahim-ibn-abi-Aghlab, mandava in fretta oratori allo Sciita poc'anzi

scomunicato con tanta rabbia dai giuristi; il quale era entrato a

Rakkâda (26 marzo 909) con sue miriadi di Berberi. Il vincitore accordò

l'_amân_, distogliendo a gran fatica i capi di tribù di Kotâma dal

promesso saccheggio di Kairewân. Nè solamente assicurò vita e sostanze

al popolo della capitale, e a quanti altri si sottomettessero, ma anco

alla parentela degli Aghlabiti e ai condottieri del _giund_. Prepose

agli oficii pubblici molti capi kotamii e qualche giureconsulto arabo

sciita; rinnovò i simboli della moneta, bandiere, atti pubblici, senza

porvi nome di principe; mutò due parole nell'_idsân_, o diremmo appello

alla preghiera;[250] del rimanente non molestò gli ortodossi; nè sparse

altro sangue, che degli schiavi negri soldati di casa d'Aghlab. D'ogni

parte dell'Affrica propria, gli Arabi sottometteansi ad uom sì civile

che tenea in pugno trecentomila barbari. Non che i cittadini, piegavan

la fronte i nobili del _giund_; non sentendosi forza di salvar sè stessi

e i figliuoli dalla schiavitù;[251] onde credeano uscirne a buon patto

se non perdean altro che la dominazione. E al solito avvenne che il

giogo si aggravò quando l'ebbero assestato sul collo.

Perchè lo Sciita tra non guari risegnava il comando. Sembra che tanti

anni innanzi, i capi kotamii iniziati a Ikgiân non avessero voluto

mettere a rischio vita e sostanze senza sapere per chi; onde lo Sciita

lor additava il custode del gran segreto in Selamia di Siria. Andativi i

messaggi di Kotâma, trovarono Sa'îd-ibn-Hosein; il quale, richiesto di

svelare il pontefice, rispose “son io,” aggiugnendo chiamarsi, per vero

Obeid-Allah; e infilzava una genealogia fino ad Ismaele, e da questi ad

Ali e Fatima, figliuola del Profeta. Indi l'appellazione di Fatemita che

usurpò questa dinastia persiana, detta altrimenti Obeidita, dal nome del

primo monarca. In sul trono non le mancaron poi dottori che provassero

genuina la parentela con Ali; mentre i dottori di parte abbassida la

negavano con pari asseveranza: gli argomenti pro e contro rimasero per

mantener viva la lite, tra gli eruditi musulmani più moderni; e fin oggi

dotti europei han creduto alla legittimità dei Fatemiti.[252] Ma

Abu-Abd-Allah lo Sciita, vero fondator del califato d'Affrica, non mi

par complice di quell'albero genealogico falsato per tiro del Gran

Maestro.

Trapelando intanto il segreto, e sendo venuto Obeid-Allah in sospetto ai

luogotenenti del califo in Siria, per quei misteriosi andamenti e visite

di stranieri, fuggissi in Egitto col giovanetto Abu-l-Kasem, che dovea

far la parte di Alida, s'ei nol potesse.[253] Apparve in questa fuga,

mirabile effetto dell'affiliazione ismaeliana: quegli occhi d'Argo che

spiavan sopra le spie del governo; quelle mani pronte e fedeli per ogni

luogo; e la verga dell'oro che veniva a sciogliere tutti i nodi.

Accortosi Obeid-Allah che gli Abbassidi lo cercassero in Egitto, lor

tolse la traccia, passando a Tripoli d'Affrica e di lì a Segelmessa,

città su le falde meridionali del Grande Atlante, in oggi decaduta e

soggetta a Marocco, allora capitale del principato dei Beni-Midrâr,

berberi, eretici di setta Sifrita e independenti degli Aghlabiti.

S'appresentò come ricco mercatante che bramasse far soggiorno nel paese;

entrò in grazia del regolo, per nome Eliseo; e si tenea sicuro, quando

Ziadet-Allah diè avviso a quei di Segelmessa che il capo di cotesta

setta sterminatrice dell'Affrica si ascondesse appo di lui. Perciò

caddero i sospetti sul mercatante straniero; e fu sostenuto,

interrogato, confrontato col figlio e coi famigliari e costoro torturati

a frustate; ma tutti negavano e parlavano a un modo. Eliseo non s'appose

al vero, finchè lo Sciita, trionfante a Rakkâda, non gli domandava con

lusinghe e promesse, la liberazione d'Obeid-Allah. Ricusò; gittò le

lettere in faccia agli ambasciatori; e li fe' mettere a morte. Lo

Sciita, dicon le croniche, tremando per Obeid-Allah, dissimulava

l'insulto; tornava a pregare; e di nuovo gli furono uccisi i messaggi.

Allor con gran furore mosse di Rakkâda (maggio 909) sopra Segelmessa.

E forse in suo segreto il men che bramasse era di liberare Obeid-Allah.

Fin dai principii della ribellione d'Affrica, lo Sciita, per lealtà alla

verace schiatta d'Ali o ambizione propria, par si fosse studiato a tener

lungi dallo esercito l'impostore di Selamîa. Ma nol potea disdire

apertamente, avendo amici e nemici tra i capi di Kotâma, padroni

dell'esercito, abboccatisi con Obeid-Allah in Oriente, entrati in

quell'orditura di spionaggio, menzogne e superstizioni, nella quale era

avvolto lo stesso Sciita, e le fila, maestre teneale in mano

Obeid-Allah. Con ciò le moltitudini cominciavano a ripetere il nome del

pontefice nascoso; a saperlo in pericolo; nè forza umana le avrebbe

ritenuto. Lo Sciita, non osando dunque spezzare l'idolo fabbricato con

le proprie mani, gli si prostrò il primo; differì i disegni; sperò che i

meriti avrebbero cancellato le offese; che il novello principe non

avrebbe potuto far senza di lui: e quando s'accorse dell'errore,

mormorò, cospirò, e fu spento.

Ed ora cavalcando alla testa dell'esercito vittorioso, vedea le altre

nazioni berbere sottomettersi di queto o sgombrargli il passo; giugnea a

Segelmessa; rompea le genti d'Eliseo, uscite a combatterlo; ed occupava

la città. Ansiosamente corre alla prigione di Obeid-Allah, coi capi

kotamii; i quali, a vederlo salvo, proruppero in lagrime di gioia. Lo

condussero al campo (20 agosto 909) con riverenza che puzzava

d'adorazione: Obeid-Allah e il figliuolo soli à cavallo, ogni altro a

piè; e primo lo Sciita, che andava gridando “Ecco il mio e il vostro

Signore!” Si rinnovò tal rito a Rakkâda (gennaio 910), quand'ei fe' la

entrata trionfale coll'esercito; uscitogli all'incontro il popolo di

Kairewân co' soliti plausi; nè mancarono poeti che lo rassomigliassero

alla divinità. Prese titolo di Comandator dei credenti e soprannome di

Mehdi, ch'è a dire “Guidato da Dio;” e così fu ricordato ogni venerdì

nella _khotba_. Oltre lo stato di Segelmessa, lo Sciita gli avea

conquistato poc'anzi quel di Taiort, independente dagli Aghlabiti: onde

l'impero Fatemita fin dal principio si estese a tutta l'Affrica

settentrionale, eccetto le estreme province di ponente, tenute dagli

Edrisiti.[254]

Fornite le cerimonie, il Mehdi diè opera a fabbricar le fondamenta del

nuovo impero. Alla tolleranza religiosa d'Abu-Abd-Allah era già

succeduto il fanatismo del fratello preposto all'Affrica propria durante

la guerra di Segelmessa; il quale perseguitò molti ortodossi. Ed or il

Mehdi faceva osservare più rigorosamente le pratiche sciite nei punti di

disciplina ecclesiastica o diritto civile in che differivano dalle

sunnite: le parole mutate nell'appello; un digiuno sostituito a una

preghiera; maledire i compagni del Profeta fuorchè Ali; permettere altre

forme di divorzio; dar più larga parte alle figliuole nei retaggi; e

somiglianti novazioni, qual ridicola e qual seria, odiosissime tutte

agli Arabi d'Affrica.[255] Con peggior consiglio ei tentò d'incorporar

lo Stato alla setta. Ai capi berberi di Kotâma richiese il giuramento di

fedeltà “per la Verità di chi intenda i misteri:” al qual gergo

ismaeliano erano avvezzi, e passò. Ma la schiatta arabica vide con

orrore seder pro tribunali a Rakkâda una mano di _dâ'î_ preseduti dallo

_Scerif_, più alto dignitario, i quali, chiamavano i cittadini per

affiliarli alla setta con lusinghe, poi con minacce; e mandavano in

carcere i ricusanti; e quattromila ne furono uccisi, per comando del

principe o brutalità dei satelliti kotamii. Contuttociò i proseliti

arabi si contarono a dito. Il Mehdi, necessitato alfine a smetter la

violenza, riempì le logge ismaeliane come potea.[256] Fallì lo scopo

d'imbeccare alle moltitudini quella sua ipostasi, onde avrebbe regnato

con doppio comando, di re e d'Iddio. Trapiantata poi la sede in Egitto,

i successori rincalzarono la propaganda: il più pazzo, il più codardo,

il più crudele tra i Fatemiti, l'empio Hakem-biamr-illah, arrivò per tal

modo agli onori divini; e i Drusi l'adoran tuttavia.

Ma il Mehdi, non potendo soggiogar le coscienze, assestò ogni altra cosa

da uom di Stato. Prodigò facoltadi, carezze, oficii militari e civili ai

Kotamii più che non avesse fatto lo Sciita; e pur non si abbandonò tutto

alle milizie loro, ordinò un esercito stanziale di liberti e schiavi,

parte di schiatta greca e italiana,[257] e parte negri. Pose diligenza e

regola nell'amministrazione delle entrate pubbliche; onde fe' sentir

meno il peso ed ebbe abilità di aggravarlo senza romore.[258]

S'impossessò non solo dei beni degli Aghlabiti,[259] ma sì dei lasciti

pii e dei patrimonii pubblici d'alcune città;[260] tolse le armi serbate

nelle torri della costiera; abbattè i palagi fortificati degli

Aghlabiti; cancellò per le castella e moschee i nomi dei principi

fondatori, e scolpivvi il suo.[261] Oltre le novazioni che accentravano

l'autorità, il Mehdi come i predecessori sedette nel Tribunal dei

soprusi, e trattò dassè le faccende pubbliche.[262]

Varie tribù e città berbere levaron la testa; ed ei le domò con milizie

di Kotâma capitanate dallo Sciita. Poi risapendo che questi sparlava,

che capi kotamii gli davan orecchio, e che si mettea in forse se stesse

in sul trono il verace imâm guidato da Dio, un giorno convita

Abu-Abd-Allah e il fratello; li fa appostare all'uscita e trucidare; con

ippocrita pietà recita egli stesso la preghiera su i cadaveri (febbraio

911); e quetamente li seppellisce nel giardin della reggia. Spense gli

altri capi di Kotâma disaffetti. Ad un che gli domandava miracoli in

prova di sua divinità, fe' di presente troncar la testa.[263] Un altro

Kotamio spacciò sentirsi addosso lo spirito divino; nol provò con la

vittoria; e fu preso e mandato al supplizio.[264]

Non cessavano con tutto ciò i tumulti del popolo di Kairewân e d'altre

città arabiche, la pertinace nimistà dei giureconsulti e nobili, la

petulanza degli sgherri kotamii, le ribellioni d'altre genti berbere;

tra le quali quella esaltazione del nome d'Ali provocò novello furore

delle sètte kharegite, e ne sorgeva, a capo di parecchi anni, un

terribile demagogo del ramo detto de' Nakkariti. Il Mehdi dunque, non

potendo fondarsi sopra alcuna schiatta nè vasta opinione, ma sol su

quella sua macchina di governo, dovea metterla in salvo da un impeto

degli elementi ostili, con maggior cura che non avessero fatto gli

Aghlabiti; nè parvegli acconcia Rakkâda, sì vicina a Kairewân; nè altra

città di Arabi. Con alto consiglio volle porsi in sul mare, ove l'armata

gli servisse a difesa ed a minaccia sopra stranieri e Affricani e

Siciliani impazienti del giogo; ed ove il commercio creasse ricchezze e

nuova popolazione. Percorsa tutta la costiera a levante di Cartagine,

elesse una penisoletta ch'esce tra i golfi di Hammamet e di Kabes, in

forma di palma di mano aperta, e l'istmo raffigura il polso. Le diè nome

di Mehdîa, ma fu detta anco Affrica, come capitale. Ampliò con

maravigliose opere il porto, da renderlo capace, dicon, di settecento

galee; costruì arsenale, castelli, torri, porte di ferro massiccio di

mole non più vista, fosse di grano, cisterne d'acqua; soprantese in

persona ai lavori; sciolse problemi meccanici;[265] trovò in sua

astrologia il giorno e l'ora di gettar la prima pietra, spuntando in

cielo il Lione; profferì facili profezie; usò la scienza e impostura dei

suoi veri antenati persiani, che per esser nuova parea tanto più

miracolosa in Occidente. Ed a capo di cinque anni (920), quando vide

fornita la inespugnabile capitale, sclamò: “Or sì regneranno i

Fatemiti.[266]”

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 11 / 62 题