S'uom potea riparare alla rovina di casa aghlabita, quel desso era
Abd-Allah, successor del tiranno. Abd-Allah par modello dell'ottimo
principe musulmano del medio evo: prode della persona, cavaliero e
schermidore perfetto, savio capitano, bell'ingegno, poeta, dialettico,
erudito, rettorico, e, quel che monta assai più, giusto, magnanimo,
benigno, temperato nell'esercizio del comando, osservatore d'ogni
precetto di sua religione. Preso lo Stato alla abdicazione del
padre,[244] mandò lettere circolari da leggersi al popolo adunato, per
le quali promettea zelo nella guerra sacra, e nel governo umanità,
giustizia, amor del ben pubblico. E che non scrivesse ciance di principe
nuovo provollo coi fatti, chiamando appo di sè un consiglio di molti
savii e dotti uomini (queste son le parole d'Ibn-el-Athîr), che lo
aiutavano a condurre gli affari secondo giustizia e proponeano i
provvedimenti richiesti dalle condizioni del popolo. Come i
predecessori, sedè egli stesso nel Tribunal dei soprusi. Volle che i
magistrati ordinarii rendessero ragione, senza contemplazion di persone,
contro oficiali, cortigiani, congiunti o figli del principe e contro lui
medesimo. Eletto il novello cadi dal Kairewân, gli commise di reprimere
severamente i soprusi dei riscuotitori delle tasse e proteggere gli
oppressi. Riformò al tempo stesso la corte: vestitosi di lana come i
primi califi; sgombrati que' nugoli di pretoriani; fuggito a precipizio
dalle insanguinate castella del padre, sì che soggiornò nei primi tempi
in una casuccia di mattoni, poi ne fece acconciare una più spaziosa,
comperate entrambe del proprio. Forte di sua virtù, sdegnando i consigli
tiberiani del padre, Abd-Allah mandava contro gli Sciiti un esercito
capitanato dal proprio figliuolo, altri dice fratello, soprannominato
Ahwâl. E già la vittoria seguiva gli auspicii del principe guerriero; e
la contentezza de' popoli promettea che la ribellione, ristretta a una
tribù, presto sarebbe spenta.
Quando un vil parricida troncò ogni speranza degli Arabi d'Affrica.
Ziadet-Allah, figliuolo di Abd-Allah, rimaso a reggere la Sicilia dopo
la morte d'Ibrahim, s'era dato a vita sozza e bestiale con vili
cortigiani che lo stigavano contro il padre perchè sentiansi soffocare
da quella severa riforma. Risapendo tai vergogne, Abd-Allah deponea
d'oficio il figliuolo; chiamavalo a Tunis; e, arrivato ch'ei fu del mese
di maggio novecentotrè, come a fanciullo discolo, gli tolse danaro e
arredi e sì il chiuse in un appartamento del palagio, messi in prigione
a parte i suoi cagnotti. Ma le mura non furon ostacolo a una congiura di
corte che si ordì, consapevole Ziadet-Allah. Il mercoledì ventisette di
luglio,[245] uscito Abd-Allah dal bagno e gittatosi a dormire in parte
solitaria del palagio sopra un sofà di stuoie, tre eunuchi schiavoni
ch'ei tenea molto fidati gli si appressano; un trae pian piano la spada
di sotto il capezzale; e d'un fendente tagliò netto e collo e barba e
intaccò la stuoia. Corre un altro alla prigione di Ziadet-Allah; scala
il muro; lo saluta re; gli fa pressa di mostrarsi alla corte: ma quei
temendo doppio tradimento, risponde che, se dice il vero, gli rechi la
testa del padre: onde l'eunuco andò e tornò e gli gittò la testa d'in
sul muro. Presala in mano, raffiguratala, il parricida balzò di gioia;
fe' spezzare le porte della prigione; assembrare i grandi di casa
aghlabita; i quali sospettando, o no, il vero, per paura degli
stanziali, o perchè la virtù di Abd-Allah lor fosse stata anco molesta,
giurarono fedeltà al successore. A cancellar sue proprie vestigia,
questi fece scannare immantinente i tre sicarii, e appendere i cadaveri
al patibolo.
Pria che si risapesse il misfatto, Ziadet-Allah scrivea col suggello del
padre ad Ahwâl di venir subito a Tunis; il quale senza sospetto, lasciò
lo esercito, e per via fu preso e morto. Uccisi al paro da trenta, tra
fratelli, zii e cugini del novello tiranno, in un isolotto[246] ove li
mandò sotto colore di rilegazione; dato lo scambio a' primarii
magistrati; gratificati con largo donativo gli oficiali pubblici. Del
rimanente, non curando se lo Stato andasse bene o male, Ziadet-Allah
ripassava dal sangue nel fango: regnava sette anni trescando con
sicarii, giullari, beoni, concubine e giovani svergognati; arrivava a
far batter moneta col nome del paggio Khattâb; e quando avea mala nuova
della guerra sciita, diceva al coppiere: “Mescimi; e anneghiamola in
questa tazza.”[247]
Abu-Abd-Allah intanto conquistava l'Affrica. Nel regno d'Ibrahim-ibn-
Ahmed avea soggiogato qualche popolazione agricola (901) e
combattuto una tribù guerriera della nazione stessa de' Kotâmii. Venuto
alla prova contro gli eserciti aghlabiti al tempo d'Abd-Allah, il
ribelle or vinse or fu vinto; e n'avea la peggio, quando Ziadet-Allah lo
cavò di briga col parricidio e il fratricidio (903). Poscia, tra le
vicende della guerra, salì pur sempre la parte sciita. Non solo tutta la
gente kotamia, ma anco altre popolazioni berbere seguiron volentieri un
capo che promettea la venuta del Messia e quanto prima soggiogati tutti
i popoli della Terra, e fatto spuntare il sole di Ponente; e dava pur
qualche arra de' prodigii. Arra la vittoria, il bottino, la propria
temperanza, austerità, abnegazione, l'abolizione del _kharâg_ o diciamo
tributo territoriale, antichissimo sopruso degli Arabi sopra i Berberi:
e questo ribelle, entrato a Tobna, e recatogli il danaro pubblico,
rendeva il _kharâg_ ai possessori musulmani; aboliva le tasse non
prescritte nel Corano o nella Sunna; e bandiva ai popoli che ormai non
avrebbero ad osservare altre leggi che i sacri testi. All'incontro i
sudditi fedeli pagavan troppo caro le vergogne di Ziadet-Allah. Gli
eserciti, accozzati di stanziali e avanzi del _giund_, che è a dire di
tormentatori e tormentati, marciavano di pessima voglia; e talvolta
sbaragliavansi pria di venire alle mani, non ostante gli immensi
appresti d'armi e macchine da guerra; e quali capitani lor potea dare
tal principe? Entro pochi anni, Abu-Abd-Allah minacciò la metropoli
dell'Affrica (907). Il tiranno, provatosi a far grande armamento e
montare a cavallo egli stesso, tornò addietro spaurito a Rakkâda,
rifatta sede della corte aghlabita; afforzolla con mura di mattoni e
mota;[248] affidò l'esercito, troppo tardi, ad un uom di guerra di
sangue aghlabita, per nome Ibrahim-ibn-abi-Aghlab; la cui virtù non
valse che a ritardare la vittoria del nemico. Di marzo novecento nove,
Ziadet-Allah, all'avviso di un'ultima sconfitta d'Ibrahim, tenendosi
spacciato e tradito da costui, dal primo ministro, dai soldati, dai
cittadini, si deliberò a fuggire incontanente. Dà voce di riportata
vittoria; fa tagliar le teste ai miseri che teneva in carcere e condurle
a trionfo per le strade di Kairewân, come se fossero dei nemici uccisi
in battaglia; e intanto a Rakkâda, ch'era discosta a quattro miglia,
entro il palagio si caricavano trenta cameli d'arredi preziosi, oro,
gioielli; mille Schiavoni della guardia erano messi in ordinanza, e dato
loro a portar mille dinar d'oro per cadauno; le mogli e le più gradite
concubine del tiranno montavano in lettiga. Al cader del giorno ei con
la corte cavalcò in fretta alla volta di Tripoli, per passare indi in
Egitto.
Risaputa la quale fuga, tutta Rakkâda sgombrò, ch'era soggiorno di
scrivani e servidori di corte: a lume di fiaccole tante famigliuole, con
loro robe preziose, correano per la campagna su le orme del principe. Ma
il popolaccio di Kairewân, invidioso e turbolento, piombò la dimane
sopra la città regia; per sei giorni continui frugò le case cercando
tesori sepolti, e portò via masserizie; finchè comparve la vanguardia di
Kotâma, che ricacciollo alla capitale. Dove la schifosa anarchia della
paura avea consumato, in questo mezzo, quel po' di forza vitale che
rimaneva alla schiatta arabica. Ibrahim-ibn-abi-Aghlab, usando un attimo
di favor popolare, convocò i giuristi, i capi delle famiglie nobili
della città e i principali mercatanti; lor disse, che se Ziadet-Allah se
n'era fuggito, tanto meglio; poichè la mala fortuna se ne andrebbe con
quel poltrone; or si potrebbe far la guerra; lo aiutassero di danari ed
egli saprebbe rannodare l'esercito, salvar l'onore e la dominazione
degli Arabi: per Dio non si dessero in mano di quelle frotte di vinti
rivoltati, di barbari settatori d'un eretico, calpestatori d'ogni legge.
Ma i notabili risposero, al solito, ferocemente a chi parlava di onore e
di pericoli; conchiusero che il danaro lor serviva a ricattare dalla
schiavitù sè stessi e le famiglie; e replicando Ibrahim che si potean
togliere i capitali dei lasciti pii, l'adunanza gridò sacrilegio.
Sdegnosamente uscì Ibrahim dalla sala; e in piazza ebbe a soffrire gli
insulti della plebe che ripeteva a modo suo gli argomenti dei
barbassori, e dava mano anco ai sassi: se non che l'Aghlabita con uno
stuol di cavalli si fe' largo caricando fino alle porte della città.
Audace, anzi temerario, andò a Tripoli, sperando di scuotere
Ziadet-Allah; e per poco non incontrò la sorte del primo ministro; il
quale s'era imbarcato per la Sicilia, ma i venti lo spinsero a Tripoli,
nelle mani del tiranno, ch'egli avea confortato alla difesa, e or n'ebbe
in merito la morte. Ziadet-Allah, chiesta licenza dal califo abbassida,
soggiornò or in Egitto or in Siria, sperando sempre che il califo
riconquistasse l'Affrica per lui; e mentre aspettava, rubato dai proprii
servitori, ammonito per sue infami dissolutezze dai magistrati, vilipeso
da' governanti, impoverito, invecchiato in pochissimi anni, morì (916)
di malattia o di veleno.[249] Così cadde dopo un secolo la dinastia
d'Aghlab.
Finì con vergogna non minore la dominazione degli Arabi in Affrica. La
municipalità di Kairewân, sbrigatasi da quella molesta virtù
d'Ibrahim-ibn-abi-Aghlab, mandava in fretta oratori allo Sciita poc'anzi
scomunicato con tanta rabbia dai giuristi; il quale era entrato a
Rakkâda (26 marzo 909) con sue miriadi di Berberi. Il vincitore accordò
l'_amân_, distogliendo a gran fatica i capi di tribù di Kotâma dal
promesso saccheggio di Kairewân. Nè solamente assicurò vita e sostanze
al popolo della capitale, e a quanti altri si sottomettessero, ma anco
alla parentela degli Aghlabiti e ai condottieri del _giund_. Prepose
agli oficii pubblici molti capi kotamii e qualche giureconsulto arabo
sciita; rinnovò i simboli della moneta, bandiere, atti pubblici, senza
porvi nome di principe; mutò due parole nell'_idsân_, o diremmo appello
alla preghiera;[250] del rimanente non molestò gli ortodossi; nè sparse
altro sangue, che degli schiavi negri soldati di casa d'Aghlab. D'ogni
parte dell'Affrica propria, gli Arabi sottometteansi ad uom sì civile
che tenea in pugno trecentomila barbari. Non che i cittadini, piegavan
la fronte i nobili del _giund_; non sentendosi forza di salvar sè stessi
e i figliuoli dalla schiavitù;[251] onde credeano uscirne a buon patto
se non perdean altro che la dominazione. E al solito avvenne che il
giogo si aggravò quando l'ebbero assestato sul collo.
Perchè lo Sciita tra non guari risegnava il comando. Sembra che tanti
anni innanzi, i capi kotamii iniziati a Ikgiân non avessero voluto
mettere a rischio vita e sostanze senza sapere per chi; onde lo Sciita
lor additava il custode del gran segreto in Selamia di Siria. Andativi i
messaggi di Kotâma, trovarono Sa'îd-ibn-Hosein; il quale, richiesto di
svelare il pontefice, rispose “son io,” aggiugnendo chiamarsi, per vero
Obeid-Allah; e infilzava una genealogia fino ad Ismaele, e da questi ad
Ali e Fatima, figliuola del Profeta. Indi l'appellazione di Fatemita che
usurpò questa dinastia persiana, detta altrimenti Obeidita, dal nome del
primo monarca. In sul trono non le mancaron poi dottori che provassero
genuina la parentela con Ali; mentre i dottori di parte abbassida la
negavano con pari asseveranza: gli argomenti pro e contro rimasero per
mantener viva la lite, tra gli eruditi musulmani più moderni; e fin oggi
dotti europei han creduto alla legittimità dei Fatemiti.[252] Ma
Abu-Abd-Allah lo Sciita, vero fondator del califato d'Affrica, non mi
par complice di quell'albero genealogico falsato per tiro del Gran
Maestro.
Trapelando intanto il segreto, e sendo venuto Obeid-Allah in sospetto ai
luogotenenti del califo in Siria, per quei misteriosi andamenti e visite
di stranieri, fuggissi in Egitto col giovanetto Abu-l-Kasem, che dovea
far la parte di Alida, s'ei nol potesse.[253] Apparve in questa fuga,
mirabile effetto dell'affiliazione ismaeliana: quegli occhi d'Argo che
spiavan sopra le spie del governo; quelle mani pronte e fedeli per ogni
luogo; e la verga dell'oro che veniva a sciogliere tutti i nodi.
Accortosi Obeid-Allah che gli Abbassidi lo cercassero in Egitto, lor
tolse la traccia, passando a Tripoli d'Affrica e di lì a Segelmessa,
città su le falde meridionali del Grande Atlante, in oggi decaduta e
soggetta a Marocco, allora capitale del principato dei Beni-Midrâr,
berberi, eretici di setta Sifrita e independenti degli Aghlabiti.
S'appresentò come ricco mercatante che bramasse far soggiorno nel paese;
entrò in grazia del regolo, per nome Eliseo; e si tenea sicuro, quando
Ziadet-Allah diè avviso a quei di Segelmessa che il capo di cotesta
setta sterminatrice dell'Affrica si ascondesse appo di lui. Perciò
caddero i sospetti sul mercatante straniero; e fu sostenuto,
interrogato, confrontato col figlio e coi famigliari e costoro torturati
a frustate; ma tutti negavano e parlavano a un modo. Eliseo non s'appose
al vero, finchè lo Sciita, trionfante a Rakkâda, non gli domandava con
lusinghe e promesse, la liberazione d'Obeid-Allah. Ricusò; gittò le
lettere in faccia agli ambasciatori; e li fe' mettere a morte. Lo
Sciita, dicon le croniche, tremando per Obeid-Allah, dissimulava
l'insulto; tornava a pregare; e di nuovo gli furono uccisi i messaggi.
Allor con gran furore mosse di Rakkâda (maggio 909) sopra Segelmessa.
E forse in suo segreto il men che bramasse era di liberare Obeid-Allah.
Fin dai principii della ribellione d'Affrica, lo Sciita, per lealtà alla
verace schiatta d'Ali o ambizione propria, par si fosse studiato a tener
lungi dallo esercito l'impostore di Selamîa. Ma nol potea disdire
apertamente, avendo amici e nemici tra i capi di Kotâma, padroni
dell'esercito, abboccatisi con Obeid-Allah in Oriente, entrati in
quell'orditura di spionaggio, menzogne e superstizioni, nella quale era
avvolto lo stesso Sciita, e le fila, maestre teneale in mano
Obeid-Allah. Con ciò le moltitudini cominciavano a ripetere il nome del
pontefice nascoso; a saperlo in pericolo; nè forza umana le avrebbe
ritenuto. Lo Sciita, non osando dunque spezzare l'idolo fabbricato con
le proprie mani, gli si prostrò il primo; differì i disegni; sperò che i
meriti avrebbero cancellato le offese; che il novello principe non
avrebbe potuto far senza di lui: e quando s'accorse dell'errore,
mormorò, cospirò, e fu spento.
Ed ora cavalcando alla testa dell'esercito vittorioso, vedea le altre
nazioni berbere sottomettersi di queto o sgombrargli il passo; giugnea a
Segelmessa; rompea le genti d'Eliseo, uscite a combatterlo; ed occupava
la città. Ansiosamente corre alla prigione di Obeid-Allah, coi capi
kotamii; i quali, a vederlo salvo, proruppero in lagrime di gioia. Lo
condussero al campo (20 agosto 909) con riverenza che puzzava
d'adorazione: Obeid-Allah e il figliuolo soli à cavallo, ogni altro a
piè; e primo lo Sciita, che andava gridando “Ecco il mio e il vostro
Signore!” Si rinnovò tal rito a Rakkâda (gennaio 910), quand'ei fe' la
entrata trionfale coll'esercito; uscitogli all'incontro il popolo di
Kairewân co' soliti plausi; nè mancarono poeti che lo rassomigliassero
alla divinità. Prese titolo di Comandator dei credenti e soprannome di
Mehdi, ch'è a dire “Guidato da Dio;” e così fu ricordato ogni venerdì
nella _khotba_. Oltre lo stato di Segelmessa, lo Sciita gli avea
conquistato poc'anzi quel di Taiort, independente dagli Aghlabiti: onde
l'impero Fatemita fin dal principio si estese a tutta l'Affrica
settentrionale, eccetto le estreme province di ponente, tenute dagli
Edrisiti.[254]
Fornite le cerimonie, il Mehdi diè opera a fabbricar le fondamenta del
nuovo impero. Alla tolleranza religiosa d'Abu-Abd-Allah era già
succeduto il fanatismo del fratello preposto all'Affrica propria durante
la guerra di Segelmessa; il quale perseguitò molti ortodossi. Ed or il
Mehdi faceva osservare più rigorosamente le pratiche sciite nei punti di
disciplina ecclesiastica o diritto civile in che differivano dalle
sunnite: le parole mutate nell'appello; un digiuno sostituito a una
preghiera; maledire i compagni del Profeta fuorchè Ali; permettere altre
forme di divorzio; dar più larga parte alle figliuole nei retaggi; e
somiglianti novazioni, qual ridicola e qual seria, odiosissime tutte
agli Arabi d'Affrica.[255] Con peggior consiglio ei tentò d'incorporar
lo Stato alla setta. Ai capi berberi di Kotâma richiese il giuramento di
fedeltà “per la Verità di chi intenda i misteri:” al qual gergo
ismaeliano erano avvezzi, e passò. Ma la schiatta arabica vide con
orrore seder pro tribunali a Rakkâda una mano di _dâ'î_ preseduti dallo
_Scerif_, più alto dignitario, i quali, chiamavano i cittadini per
affiliarli alla setta con lusinghe, poi con minacce; e mandavano in
carcere i ricusanti; e quattromila ne furono uccisi, per comando del
principe o brutalità dei satelliti kotamii. Contuttociò i proseliti
arabi si contarono a dito. Il Mehdi, necessitato alfine a smetter la
violenza, riempì le logge ismaeliane come potea.[256] Fallì lo scopo
d'imbeccare alle moltitudini quella sua ipostasi, onde avrebbe regnato
con doppio comando, di re e d'Iddio. Trapiantata poi la sede in Egitto,
i successori rincalzarono la propaganda: il più pazzo, il più codardo,
il più crudele tra i Fatemiti, l'empio Hakem-biamr-illah, arrivò per tal
modo agli onori divini; e i Drusi l'adoran tuttavia.
Ma il Mehdi, non potendo soggiogar le coscienze, assestò ogni altra cosa
da uom di Stato. Prodigò facoltadi, carezze, oficii militari e civili ai
Kotamii più che non avesse fatto lo Sciita; e pur non si abbandonò tutto
alle milizie loro, ordinò un esercito stanziale di liberti e schiavi,
parte di schiatta greca e italiana,[257] e parte negri. Pose diligenza e
regola nell'amministrazione delle entrate pubbliche; onde fe' sentir
meno il peso ed ebbe abilità di aggravarlo senza romore.[258]
S'impossessò non solo dei beni degli Aghlabiti,[259] ma sì dei lasciti
pii e dei patrimonii pubblici d'alcune città;[260] tolse le armi serbate
nelle torri della costiera; abbattè i palagi fortificati degli
Aghlabiti; cancellò per le castella e moschee i nomi dei principi
fondatori, e scolpivvi il suo.[261] Oltre le novazioni che accentravano
l'autorità, il Mehdi come i predecessori sedette nel Tribunal dei
soprusi, e trattò dassè le faccende pubbliche.[262]
Varie tribù e città berbere levaron la testa; ed ei le domò con milizie
di Kotâma capitanate dallo Sciita. Poi risapendo che questi sparlava,
che capi kotamii gli davan orecchio, e che si mettea in forse se stesse
in sul trono il verace imâm guidato da Dio, un giorno convita
Abu-Abd-Allah e il fratello; li fa appostare all'uscita e trucidare; con
ippocrita pietà recita egli stesso la preghiera su i cadaveri (febbraio
911); e quetamente li seppellisce nel giardin della reggia. Spense gli
altri capi di Kotâma disaffetti. Ad un che gli domandava miracoli in
prova di sua divinità, fe' di presente troncar la testa.[263] Un altro
Kotamio spacciò sentirsi addosso lo spirito divino; nol provò con la
vittoria; e fu preso e mandato al supplizio.[264]
Non cessavano con tutto ciò i tumulti del popolo di Kairewân e d'altre
città arabiche, la pertinace nimistà dei giureconsulti e nobili, la
petulanza degli sgherri kotamii, le ribellioni d'altre genti berbere;
tra le quali quella esaltazione del nome d'Ali provocò novello furore
delle sètte kharegite, e ne sorgeva, a capo di parecchi anni, un
terribile demagogo del ramo detto de' Nakkariti. Il Mehdi dunque, non
potendo fondarsi sopra alcuna schiatta nè vasta opinione, ma sol su
quella sua macchina di governo, dovea metterla in salvo da un impeto
degli elementi ostili, con maggior cura che non avessero fatto gli
Aghlabiti; nè parvegli acconcia Rakkâda, sì vicina a Kairewân; nè altra
città di Arabi. Con alto consiglio volle porsi in sul mare, ove l'armata
gli servisse a difesa ed a minaccia sopra stranieri e Affricani e
Siciliani impazienti del giogo; ed ove il commercio creasse ricchezze e
nuova popolazione. Percorsa tutta la costiera a levante di Cartagine,
elesse una penisoletta ch'esce tra i golfi di Hammamet e di Kabes, in
forma di palma di mano aperta, e l'istmo raffigura il polso. Le diè nome
di Mehdîa, ma fu detta anco Affrica, come capitale. Ampliò con
maravigliose opere il porto, da renderlo capace, dicon, di settecento
galee; costruì arsenale, castelli, torri, porte di ferro massiccio di
mole non più vista, fosse di grano, cisterne d'acqua; soprantese in
persona ai lavori; sciolse problemi meccanici;[265] trovò in sua
astrologia il giorno e l'ora di gettar la prima pietra, spuntando in
cielo il Lione; profferì facili profezie; usò la scienza e impostura dei
suoi veri antenati persiani, che per esser nuova parea tanto più
miracolosa in Occidente. Ed a capo di cinque anni (920), quando vide
fornita la inespugnabile capitale, sclamò: “Or sì regneranno i
Fatemiti.[266]”