CAPITOLO V.

Non bastando ormai alla storia il classico quadro dei fatti e delle

passioni umane, se non siano anco divisati gli ordini e le opinioni che

nascono da sorgenti assai remote, forza è ch'io interrompa nuovamente la

cronica di Sicilia, e torni addietro parecchi secoli, per rintracciare

in Asia le cagioni del mutamento di dinastia che s'apparecchiava alla

morte d'Ibrahim-ibn-Ahmed. Lo apparecchiava la setta ismaeliana, della

quale mi fo ad esporre l'origine, l'indole, i progressi.

L'autorità dell'impero musulmano, si come portava sua natura mista, fu

combattuta da tre maniere di nemici: le fazioni politiche, gli scismi

religiosi, e le sètte partecipanti dell'uno e dell'altro. Fazioni chiamo

quelle che agognavano a mutare il principe non le leggi; onde nè

impugnarono durante la lotta, nè toccarono dopo la vittoria, quegli

assiomi teologici e civili che costituivano l'islamismo ortodosso; cioè

la fede che parea diritta al maggior numero. Parecchi Stati in fatti

continuarono a rispettar come pontefice il califo, cui disubbidivano

come principe. Fino gli Omeîadi di Spagna, con lor pretensioni di

legittimità, esitarono per un secolo e mezzo a ripigliare il sacro

titolo di Comandator dei Credenti, usurpato, dicean essi, dalla casa di

Abbâs, ma pure assentitole dalla più parte dei popoli musulmani.

Al contrario nacquero di molte eresie, i cui settatori non si proposero

dominazione politica, nè vollero sostener le opinioni con la forza delle

armi; ma la ragione o l'errore, la coscienza o la superbia

dell'intelletto, li spinsero a propagar, dottrine diverse dalle sunnite;

affrontando spesso la crudeltà dei principi, il furor della plebe, i

disagi delle persecuzioni, la fatica d'una continua lotta, il pesante

biasimo delle moltitudini. Svilupossi tal movimento tra la metà del

primo e la metà del terzo secolo dell'egira, nella Mesopotamia e

province persiane; nelle quali regioni e nel qual tempo la schiatta

arabica, venendo a contatto con genti più incivilite, apprese le

speculazioni dell'umano intelletto accumulate per sessanta secoli da

panteisti, politeisti, dualisti, unitarii, razionalisti. Dettero materia

agli scismi maomettani quelle tesi che gli uomini in tutti i tempi han

proposto sì facilmente e poi sonvisi avviluppati come in laberinto di

spine: la natura dell'Ente supremo; la influenza di quello sopra le

azioni umane e però predestinazione, libero arbitrio, grazia; il merito

della Fede e delle opere; i gastighi serbati, a chi peccasse nell'una o

nelle altre; e via discorrendo. Su cotesti argomenti l'autorità sunnita

s'era appigliata sovente al partito più ripugnante alla ragione. Basti

in esempio il domma ortodosso della eternità del Corano, negata dai

Motazeliti; i quali furono perseguitati; finchè, persuaso alcun califo

abbassida, a lor volta divennero persecutori. Ma gli scandali, i

tumulti, il sangue sparso per questa e altre liti teologiche, non

portarono a rivolgimenti politici. Dei settantadue scismi che novera la

storia ecclesiastica dei Musulmani, una ventina si mantenne entro i

detti limiti della disputa; come i Kaderiti sostenitori del libero

arbitrio; i Geberiti dell'opera passiva dell'uomo; i Motazeliti che

faceano eterna la sola sostanza della divinità; i Sefetiti che le

accomunavano nella eternità i suoi accidenti o qualità; i pigri Morgii

affidantisi tutti nella Fede; i Nizâmiti che negavano la libera volontà

di Dio, e s'accostavano ai filosofi materialisti; e altre sètte i cui

nomi e opinioni sarebbe superfluo a ripetere.[198]

Avviati ch'e' furono a libero esame, i pensatori musulmani non poteano

trattenere il piè, che dalle eresie non passassero ai razionalismo. A

ciò li condusse la serena luce della scienza greca, la quale cominciò a

splendere nell'impero dei califi più presto che non si crederebbe.

Qualche libro di filosofia era stato voltato in arabico dal greco e dal

copto verso la fine del settimo secolo dell'era cristiana, primo

dell'era musulmana, per opera di Khâled-ibn-Iezîd-ibn-Moa'wia, principe

del sangue omeîade, soprannominato il filosofo della casa di

Merwan.[199] Ma accelerato l'incivilimento dai Persiani che esaltarono

la casa di Abbâs,[200] si diè mano a volgarizzare i pochi libri che

avanzavano in Persia della letteratura indiana e nazionale dei tempi

sassanidi; si pose maggiore studio a interpretare i libri scientifici

dei Greci: immenso beneficio che la civiltà riconosce dai califi Mansûr

(754-755) e Mamûn (813-833), e da' costui ministri della schiatta

persiana di Barmek. Le scienze greche penetrarono allora nella società

musulmana per triplice via: di Siria, di Persia e dell'impero bizantino;

perchè in quelle due province dei califi se ne serbavano le tradizioni e

qualche scritto; e dalle province bizantine s'ebbero moltissimi libri

per richiesta che ne fece Mamûn agli imperatori di Costantinopoli

Così fiorivano nella capitale abbassida, e poscia in altre città

dell'impero, gli studii di medicina, astronomia, geografia, matematiche,

storia naturale, logica, metafisica; e correano per le mani dei dotti le

opere degli antichi filosofi, massime di Aristotile.[201] Vo dir di

passaggio che quelle di Empedocle d'Agrigento o d'alcun suo discepolo

furono anco studiate in Oriente; e che nei principii del decimo secolo

un Musulmano di Spagna tentò di fondare con tai dottrine una scuola, la

quale non resse alle persecuzioni.[202] La filosofia greca da una mano

diè armi agli eresiarchi musulmani dei quali abbiam detto di sopra;

dall'altra mano fe' nascere varie scuole di liberi pensatori che

combatteano, più o meno apertamente i principii d'ogni religione. Tali i

Bâteni che presero il nome dal significato latente, o vogliam dire

allegorico, supposto da loro nei libri sacri; ma alcuni arrivavano a

pretto ateismo; per esempio, il cieco Abu-l-'Ala da Me'arra in Siria, il

quale, in versi che parrebbero di Lucrezio, sferzava insieme Giudei,

Magi, Cristiani, Musulmani; e conchiudea che l'uman genere va spartito

in due: pensatori senza religione, e devoti senza cervello.[203] Le

denominazioni delle scuole razionaliste furono sempre confuse appo i

Musulmani, tra per cautela degli adetti, sforzati a nascondersi sotto i

misteri e gli equivoci di sètte men radicali, e tra per la ignoranza

della comune degli uomini e la pronta calunnia dei devoti. Appiccaron

costoro malignamente a tutti i liberi pensatori l'appellazione di

_zindîk_, perch'era abborrita in persona dei comunisti persiani e fatta

sinonimo d'empio, com'or si dirà. Quando poi suonarono sì terribili in

Oriente i nomi d'Ismaeliani, Karmati, Drusi, Assassini, novelle sètte

miste aiutantisi con le spiegazioni allegoriche, i devoti colsero il

destro di gridarli a gran voce _Bâteni_; mettendo i filosofi a fascio

con loro. E così è pervenuta la storia agli eruditi europei del nostro

secolo; i quali, con loro preoccupazioni politiche e religiose, o non si

sono accorti di quegli errori o non si sono affrettati a chiarirli. Indi

si è esagerata la parte ch'ebbe la filosofia greca nelle sètte più

odiose. Indi si è supposta tra varie sètte quell'analogìa di modi è

d'intenti che di certo non ebbero.[204] E però è mestieri ch'io tratti

questa materia più minutamente che non si addica a quadro generale; ma

tra due scogli mi par meno male la digressione che l'errore.

Gran tratto innanzi i dissentimenti speculativi, s erano mostrate

nell'islamismo le sètte miste d'eresia e di fazione; i due ceppi delle

quali, suddivisi in rami secondo le opinioni accessorie, si chiamarono

Khâregi e Sciiti. Il nome dei primi s'intese quando il califo Othmân

cominciò a falsare la democrazia musulmana. Difenditori della

democrazia, i Khâregi eran uomini di schiatte arabiche, e non pochi tra

loro rinomati per virtù, sapere e pietà.[205] Collegaronsi con gli

ottimati religiosi[206] e coi partigiani di Ali; e tutti insieme

spensero Othmân: se non che l'accordo di tre fazioni, sì diverse negli

intendimenti loro, si ruppe alla esaltazione di Ali, prima che fosse

abbattuto il terribile nemico comune, ch'era l'antica nobiltà,

capitanata da Mo'awia-ibn-abi-Sofiàn. La parte più turbolenta degli

ottimati religiosi levossi contro Ali; fu sconfitta nella giornata che

chiamarono del Camelo; e i Khâregi tuttavia seguirono il vincitore su i

campi di Seffein, ov'ei si scontrò con Mo'awia. Ma posate le armi per lo

noto compromesso, i Khâregi spiccavansi da Ali, vedendolo sospinto da'

suoi partigiani alla monarchia assoluta di dritto divino. A rintuzzare

sì pericolosi principii d'usurpazione, i Khâregi immantinente bandiscono

non necessario nella repubblica musulmana il califo; se talvolta il

popolo creda espediente di nominarne, possa sceglierlo di qualunque

schiatta e condizione, coreiscita o no, libero o schiavo; sia tenuto il

califo a governare secondo certi patti fondamentali; declinando lui

dalle vie della giustizia, il popolo possa deporlo, combatterlo,

metterlo a morte. Quanto ad Ali, per rispondere all'apoteosi che ne

faceano i suoi, i Khâregi a dirittura lo incolparono di peccato per

l'accettato compromesso; e poco stante, per cagion di questo o d'altri

atti di governo, lo chiarirono infedele in religione; alfine

pubblicamente lo maledissero, per avere, combattendo contro di loro,

messo a morte gli uomini da portar arme, fatto bottino dei beni e menato

in cattività le donne e i fanciulli: crudel rigore di guerra, lecito

solo contro Infedeli e non usato da Ali verso gli altri nemici

musulmani. Quest'ultimo fatto prova che Ali tenne i Khâregi non solo

ribelli, ma sì eretici. E veramente quei loro assiomi sì precisi di

sovranità del popolo, tornavano a scisma secondo le idee musulmane; e a

scisma tornava, secondo le idee di tutti i popoli, il dichiarar

peccatore e infedele un pontefice, e affermare che le peccata gravi

portassero a infedeltà.[207] Del resto ognun vede quanto semplice, e,

direi quasi, pratica sia stata cotesta eresia, nata dalla schiatta

arabica, al paragon delle sottilità straniere. Sursero poi novelle sètte

kharegite più feroci in lor teorie rivoluzionarie e più speculative e

audaci in punto di eresia; come portava da una mano la rabbia della

persecuzione e la coscienza della propria debolezza, dall'altra il

miscuglio coi forastieri. Ognun sa che Ali cadea sotto il pugnale dei

Khâregi e che due altri despoti in erba ne campavano a mala pena. Il

ramo kharegita detto dagli Azrâkiti, che poi levò tanto romore in

Oriente, disse infedele chi dissimulava in parole o in opere trovandosi

in pericolo, e chi non correva alla guerra sacra, quella cioè di lor

setta contro ogni altra; e fe' lecito di uccidere fin le donne e bambini

dei dissidenti; ma altri rami non arrivarono a tali estremi. Quanto alle

leggi estranee alla contesa politica, gli Azrâkiti abolirono la pena di

morte per stupro; altri permessero il matrimonio con la figliuola della

propria figlia e con la figlia di fratello o sorella, e alsì il

matrimonio di Musulmana con uomo infedele; nei quali punti di scisma

traspariscon le dottrine persiane. Altre sentenze teologiche e

casuistiche tolsero or dai Motazeliti or da altri eterodossi.[208]

Segnalaronsi le sètte kharegite per indomito ardire contro la tirannide,

sì nel campo e sì in faccia al supplizio. Per due secoli accesero

atrocissime guerre nelle province orientali e in Affrica; e molte dure

scosse dettero allo Impero; ma alla fine gli eserciti dei califi

trionfaron di loro. Tanto ardua impresa ella era di ristorare la

democrazia di Abu-Bekr e di Omar tra masse di popolo eterogenee,

ignoranti, superstiziose; e tanto nocquero all'intento quei mezzi

rabbiosi ed efferati, che al certo discreditarono e assottigliarono i

Khâregi più che non li rinforzassero col terrore.

A un tempo con quei campioni della libertà erano comparsi i settatori

più frenetici che abbian mai sostenuto l'autorità, gli Sciiti o Scî'i,

come si dovrebbe scrivere, e significa Partigiani. L'erano di Ali.

Teneano: il pontificato non procedere dalla comunità musulmana, nè

potersi conferire da uomini; essere fondato su dritto divino, che il

Profeta stesso non ebbe autorità di cancellare nè modificare;

tramandarsi il pontificato per successione di sangue e designazione del

predecessore; appartenere evidentemente ad Ali e sua schiatta. In ciò si

accordavamo a un di presso tutti i rami di setta sciita. Dissentivano su

l'ordine della successione d'Ali. Inoltre i Kaisaniti, ramo sciita,

compendiavano stranamente la religione nella assoluta obbedienza al

pontefice.[209] I Gholâ, altro ramo,[210] scoprirono nei pontefici alìdi

non so che ipostasi divina, non so che spirito trasmigrante da persona a

persona, e vi fu chi sostenne, dopo la morte di Ali, ch'ei fosse salito

in cielo per tornare al mondo quando che fosse a ristorar la giustizia,

e che aspettasse passeggiando su i nugoli; e sentian la sua voce nel

tuono; e vedean guizzare nelle folgori la frusta dell'immortal

cavaliero. Principii filosofici, miti, pensieri, imagini, estranei tutti

alla schiatta arabica; nei quali non è chi non raffiguri il sogno

indiano delle incarnazioni, la superstizione tibetana del pontefice

Iddio, e la trasmigrazion delle anime, e l'aspettativa del Messia, e un

mito eroico di vero conio indo-europeo. Coteste merci straniere

entrarono nell'impero musulmano coi liberti che avean prima professato

magismo, sabeismo, giudaismo, cristianesimo, o alcuna setta di esse

religioni; e veramente un liberto di Ali per nome Kaisân diè origine e

nome al ramo sciita ricordato di sopra; un Giudeo rinnegato, per nome

Abd-Allah-ibn-Saba, fu il primo dei Gholâ; e, vivendo Ali, aveva osato

dirgli “Tu sei tu” che volea significar “sei Dio.”[211] I barattieri che

cercavano un capo di parte e gli sciocchi sì correvoli ad ogni

maraviglia, avean trovato bello e pronto il soggetto del mito: Ali,

cugino, fratello elettivo, genero, compagno dall'infanzia, e impavido

difensore di Maometto; il guerriero dalla spada a due tagli, il quale

mai non combattè uomo che nol vincesse; il novello Sansone che

all'assalto di Khaibar avea schiantato la porta dai cardini e fattosene

scudo; Ali nobilissimo, caritatevole, liberale, e con ciò ambizioso e

leggiero. Indi l'apotéosi presto fu compiuta. Ali, che in su le prime

avea lasciato fare, s'accorse della empietà alla quale il tiravano, e

sbandì il giudeo Ibn-Saba;[212] poi, incalzandolo altri adoratori;

inorridito, accese il fuoco e chiamò Kanbâr, come dicea poetando egli

stesso, per significar che gli avesse fatto uccidere e ardere i cadaveri

da quel suo liberto.[213] Ma la superstizione non si dileguò a tal

esempio; non alla morte del semideo. La stirpe di Ali, atrocemente

proscritta, forniva alla leggenda altre pagine spiranti tragica pietà:

Hasan, avvelenato dagli Omeîadi per man della propria moglie, le perdona

dal letto di morte; Hosein con un pugno di uomini fa testa a un esercito

e cade, ultimo dei combattenti, tra i cadaveri dei congiunti, con un

fanciullo figliuol suo trafittogli nelle braccia; i discendenti si

segnalano, quali per dottrina o valore, quali per pietà e rassegnazione,

e per lo più son vittima anch'essi dei sospetti di Stato; il glorioso

nome di Ali per sessant'anni è maledetto nella pubblica preghiera

dell'impero. Pertanto la compassione dei popoli accresceva e infocava i

partigiani della sacra schiatta, i quali le attribuivano novelli

miracoli, e correano al martirio per ristorarla in sul trono; ma

prevalendo sempre sopra di loro le armi dei califi, si ordinarono alfine

in società segreta. Fuori da quella congrega, continuò il fanatismo

delle moltitudini ad esaltare gli eroi di casa alida; sfogossi in

sedizioni contro i Sunniti; e fino a questi dì nostri ardentissimo si

manifesta in Persia e nelle popolazioni musulmane dell'India.

La società segreta che raccolse le forze popolari e le adoprò ad

esaltare in Affrica i veri o supposti discendenti di Ali, ebbe origine

da sodalizii più antichi. Esaminando i due elementi dei quali

necessariamente si componea, cioè le dottrine e gli ordini, si trovano

entrambi nella schiatta persiana. Le dottrine nacquero, o a dir meglio,

presero forma propria e novella, nei principii dell'era volgare e in

Persia; ove il magismo avea già cominciato ad ascoltare le teorie

buddiste dell'Asia centrale, le avea trasmesso insieme con le proprie

nell'Asia anteriore, e questa gli avea rimandato le une e le altre

modificate dal cristianesimo. In fatti il gran riformatore della setta

sciita, quegli che la ordinò in società segreta, seguiva tuttavia la

scuola d'un eresiarca del secondo secolo, rimaso incerto tra il magismo

e il cristianesimo, Ibn-Daisân, o Bardesane, come chiamasi con forma

siriaca: dottore ascetico e dualista, il quale immaginò l'uomo mediatore

tra la Luce e le Tenebre.[214] Ma i Daisaniti sono stati confusi spesso

coi Manichei, setta analoga che levò assai maggior grido. Mani, come

ognun sa, non contento di recar da mero profeta un libro dettato dal

Cielo, osò affermare con idea buddista e linguaggio cristiano ch'ei

chiudesse in petto lo spirito paracleto o divin consolatore del vangelo;

predicò in Persia, Tartaria e India una novella religione accozzata di

varie altre, soprattutto di magismo e cristianesimo; dove, tra molte

assurdità teologiche e molti ottimi principii di morale, insegnò aver

tutti gli uomini uguale diritto al godimento dei beni e piaceri del

mondo.[215] Spento Mani dai monarchi sassanidi (272), e costretti i

discepoli a rifuggirsi nella Transoxiana, ricomparvero dopo il conquisto

musulmano in Khorassân e altre province dell'impero, e fino a Bagdad;

ove se ne contava trecento nella seconda metà del decimo secolo. Or

ignorati or perseguitati, e una volta (908-932) tollerati per

intervenzione dei principi dell'Asia centrale,[216] i Manichei

dell'impero musulmano ordinarono una gerarchia occulta, la cui sede era

per Io più in Babilonia e nei tempi difficili la trasportavano ove

poteano.[217]

Surse anche sotto i Sassanidi Mazdak,[218] sacerdote e teologo di scuola

manichea; il quale, speculando novità su la teoria socialista del

maestro, talmente la allargò, che ne venne a bandire il comunismo dei

beni e delle donne e la licenza di soddisfare a ogni desiderio che non

nuocesse alla persona altrui: esortando, del resto, i proseliti alla

beneficenza, all'ospitalità, ad astenersi dall'uccisione e afflizione

corporale degli uomini e fin degli animali. Per trent'anni (498-531 )

Mazdak sconvolgea l'ordine costituito in Persia: e. arrivò a

impadronirsi della autorità pubblica e mettere in pratica alcuna di sue

dottrine; finchè il principato e la nobiltà, uniti insieme, lo spensero

con uno spaventevole eccidio de' seguaci.[219] Le teorie, che

sopravvissero, divamparon di nuovo, due secoli appresso, in quelle

medesime regioni signoreggiate ormai dai Musulmani.

Perchè le sètte dell'antica religione dei Persiani, incoraggiate

dall'antagonismo nazionale contro i vincitori, tentarono una serie di

movimenti religiosi a insieme politici e sociali; nei quali apparisce

sovente il lavoro di società segrete, e sempre vi primeggia la

superstizione indiana dell'ipostasi. Volle dapprima un Khawâf, verso la

metà dell'ottavo secolo, innestare il manicheismo sull'islam; e,

denunziato, com'e' pare, da una setta rivale, fu messo a morte dal

governatore musulmano a Nisapûr: se non che i suoi proseliti lo vider

salire in cielo sopra un bel cavallo baio dorato, e lungamente poi

aspettarono che tornasse giù a far vendetta.[220] Nel medesimo anno o

poco innanzi, Abu-Moslim,[221] anch'egli del Khorassân, metteva in trono

gli Abbassidi con una cospirazione, tramata sotto forme di società

segreta: il quale ucciso poi a tradimento dagli Abbassidi (754),

moltissimi uomini del Khorâssan lo tennero non morto nè mortale; e

formarono un novello ramo di setta Mazdakiana, che fa detto degli

Abumuslimiti.[222] Un altro ramo si chiamò dei Rawendi; i quali

pensarono adorar come iddio il califo abbassida Mansûr (758), ed egli

molti ne imprigionò; gli altri apertamente sollevaronsi contro il nuovo

lor nume.[223] Non andò guari che Mokanna, come l'appellarono gli Arabi

dall'uso di andar coperto d'una maschera di metallo, spacciava in

Khorassân che lo spirito di Dio, trasmigrando di profeta in profeta, e,

poc'anzi, in persona d'Abu-Moslim, fosse venuto per ultimo ad albergare

in lui; e raggirava i proseliti con tiri da saltimbanco; accendeali di

fanatismo; resisteva alle armi del califo; ridotto allo stremo in una

fortezza (776), dava la morte a sè e ai compagni.[224] Le quali

repressioni non interruppero la propaganda occulta di tutte queste sètte

del magismo, dei Zindîk, come furono detti, con voce generica che

credesi derivata dal noto nome di Zend. Mehdi, di casa abbassida,

fieramente li perseguitava (784-785); istituiva contro di essi un

magistrato speciale detto il Preposto degli Zindîk,[225] e, nell'atto di

mandarne alcuno al supplizio, esortava il figliuolo Hadi a continuare la

proscrizione, succedendogli nel califato, per essere i Zindîk, com'ei

diceva, Manichei, scellerati che vietavano di mangiar carne, viveano in

ippocrita astinenza, credeano a due principii Luce e Tenebre,

praticavano schife abluzioni, permetteano il matrimonio con le figliuole

e sorelle, e andavano rubando i bambini altrui per educarli al culto

della Luce.[226] Il poeta Besciâr-ibn-Bord, cieco e vecchio di

novant'anni, era stato messo a morte da Mehdi (782) nella medesima

persecuzione, la crudeltà della quale par consigliata da sospetto di

Stato, più che da fanatismo religioso.[227] Poi un Giân _dewân_[228]

aspirò agli onori divini; tenne la fortezza di Bedsds[229]

nell'Aderbaigiân; ebbevi adoratori e soldati; e spianò la via a Babek

oriundo di Medâin, assai più terribile impostore. Perchè alla morte di

Giân _dewâ_n, la moglie attestava ai partigiani aver visto raccogliere

dal giovane Babek il soffio divino reso dal moribondo; ed essi, avendo

mestieri d'un capo, credean queste e tante altre favole. Babek seguì

necessariamente i dommi della trasmigrazion delle anime e della divinità

dei ciurmadori antecedenti; seguì le dottrine comuniste di Mazdak,

trascorrendo sino all'incesto; ma a quel vergognoso epicureismo aggiunse

i furori dei Khâregi, il dovere di far guerra, la licenza di commettere

guasti, rapine, omicidii sopra i seguaci d'altre credenze. La loro fu

chiamata dagli Arabi la religione del libertinaggio, e ai settatori

dieron anco il nome di Khorramii, o diremmo noi gli Sfrenati. Traendo

alle bandiere di Bâbek uomini rotti ad ogni scelleratezza, costui per

venti anni (816-836) affrontò e sovente sconfisse gli eserciti abbassidi

nelle regioni settentrionali della Persia, ove si dice abbia fatto

incredibili carnificine. In ultimo, presagli la cittadella di Bedsds,

inseguito, raggiunto in Armenia, condotto a Bagdad, messo ad orribili

supplizii, li durò fino alla morte con fortezza da eroe.[230]

Non guari dopo cotesti estremi sforzi della schiatta persiana, veggiamo

cominciare il movimento con altre forme nella schiatta arabica. Ne fu

autore un Abd-Allah-ibn-Meimûn, detto il _Kaddâh_ ossia l'Oculista,

della gente di Kuzeh[231] presso Ahwâz nel Kuzistân, uom di setta

deisanita al par che il padre, come sopra accennammo.[232] Meimûn avea

promosso un novello ramo che prese nome da lui. Il figlio salì in

maggior fama, per arte d'indovino e prestigii di fisica e destrezza di

mano;[233] imbeccando alla gente che gli bastava l'animo di passare in

un baleno da un capo all'altro del mondo; e s'indettò con astrologi e

intriganti e con qualche tardo discepolo di Babek e altri rottami delle

sètte dei magi:[234] che par leggere le memorie di Cagliostro a quel

congegno di scienze naturali, imposture d'ogni maniera e cospirazioni; a

quel sì lontano scopo politico, pazientemente apparecchiato ai figli dei

figli. Lo scopo di Abd-Allah sembra di far ubbidire, se non a sè

medesimo almeno a sua gente e a sue dottrine, la schiatta vincitrice,

invano combattuta con le armi persiane da Mokanna e da Babek. Perciò

volle impadronirsi della fazione sciita, sì grossa e zelante e fin

allora disordinata; volle innestar su quel robusto ceppo gli ordinamenti

misteriosi dei Persiani; onde i capi della setta lo sarebbero stati

anche di una gran parte della società arabica, e avrebbero rivoltato lo

impero e mutato la dinastia. Tra gli Sciiti, come accennammo, si

notavano varii rami, ciascun dei quali tenea legittima una diversa linea

di imâm, o vogliam dire califi, del sangue di Ali; chi i successori di

Mohammed figliuolo di Ali e di Hanefia; chi quelli di Hasan e chi di

Hosein figli di Ali e di Fatima; e nella discendenza di Hosein si correa

d'accordo infino a Gia'far, detto il Verace (a. 765), ma poscia altri

riconoscea Musa, quarto figliuolo lui, altri i figli d'Ismaele,

secondogenito premorto a Gia'far: onde i partigiani di cotesta linea

furon chiamati Ismaeliani.[235] Costoro par non avessero in pronto chi

mettere in trono, poichè o spacciavan vivente tuttavia Mohammed figlio

d'Ismaele, o favoleggiavano in sua stirpe una serie di _imâm mestûr_, o,

diremmo noi, pontefici nascosi, che il volgo non dovea saperne nè anco i

nomi. Per la comodità di tal mistero o per altra cagione che fosse, lo

straniero Ibn-Kaddâh elesse a suoi disegni questo ramo della fazione

sciita.

Dalla Persia meridionale venuto a Bassora, Ibn-Kaddâh comínciavi sue

mene; scoperto indi e costretto a fuggire, tramutasi in Selamîa presso

Emesa; vi compera poderi, e, infingendosi d'attendere all'agricoltura,

va spacciando qua e là _dâ'î_, o vogliam dire missionarii, un dei quali,

nel distretto di Cufa, indettava Hamdan-ibn-Asci'ath, soprannominato il

Kirmit, uom di schiatta arabica, che parve ottimo strumento ad

Abd-Allah. Ma l'Arabo, rubatagli l'arte, si fe' capo d'una setta novella

che da lui si addimandò dei Karmati, o meglio direbbesi Kirmiti.[236]

Dopo venti anni (899) levaron la testa in Bahrein, provincia d'Arabia,

ove la setta s'era agevolmente propagata tra fiera e libera gente, che

poco temeva il califato lontano. Negli ordini loro si scerne il

miscuglio delle superstizioni e dottrine persiane col genio independente

della schiatta arabica: da una mano la ipostasi dello imâm, e novelle

pratiche religiose, manichee anzi che musulmane; dall'altra qualche

eccesso di comunismo mazdakiano e tutte le virtù e i vizii della

democrazia kharegita. Sembrami error manifesto degli eruditi di noverare

i Karmati tra gli Ismaeliani, coi quali non ebbero altra comunanza che

le pratiche condotte e poi spezzate tra il Kirmit e Ibn-Kaddâh; nè altra

somiglianza che di qualche forma e qualche mistero. Del rimanente

correano per due vie opposte e come a due poli del mondo. Gli

Ismaeliani, ritennero gli ordini di associazione segreta quando non

n'era mestieri, dopo la esaltazione cioè della dinastia fatemita (910),

e dopo la ribellione di Hasan-ibn-Sabbah ad Alamût (1090); nè disdissero

mai il nome maomettano; e s'abbian promosso il dispotismo e la

superstizione lo mostrano i lor discepoli Drusi e Assassini. I Karmati

al contrario, non contenti di calpestare l'islamismo, si risero d'ogni

domma e rito, e si tediarono di star nelle tenebre dell'associazione

occulta: costituirono uno Stato libero e forse licenzioso; ebbero non

principe semideo, ma capo politico, non altrimenti chiamato che _Kabîr_,

ossia superiore; e talvolta, in luogo d'uno, ubbidirono a sei magistrati

con titolo di _sâid_ che suona signori, come que' della Mecca avanti

Maometto e delle nostre repubbliche del medio evo.[237] Ognun sa che i

Karmati, per tutto il decimo secolo, fieramente combatterono dall'Arabia

fino all'Egitto il califato abbassida e poi anco il fatemita; che

sparsero fiumi di sangue; che presero la Mecca, e portaron via la sacra

pietra nera della Caaba, per rivenderla a carissimo prezzo ai devoti

Musulmani; e che da lor venne, in parte, la rovina dello impero

musulmano.

La società segreta degli Ismaeliani per una trentina d'anni

lenta camminò, sotto parecchi gran maestri della schiatta di

Abd-Allah-ibn-Kaddâh, succeduti l'uno all'altro fino a Sa'îd-ibn-Hosein

(874-883) il quale incalzò la propaganda in Persia, Arabia, Siria,[238]

e par abbia compiuto l'ordinamento. Era stretta gerarchia: un _dâ'î_

supremo, o gran maestro che noi diremmo; sotto di lui altri _dâ'î_ di

provincia e altri di distretti, città, villaggi, che ciascuno eleggeva

il subordinato e non conosceva altri che costui e l'immediato superiore.

I _dâ'î_ affiliavano. Una contribuzione forniva il danaro ai bisogni

della associazione de' capi; e quando gittavan la maschera, teneano

apparecchiata una fortezza, “Casa del Rifugio” la chiamavano in lor

gergo; e quando regnarono, apriron adunanze pubbliche in una “Casa della

Sapienza” ove il _dâ'î_ leggea sermoni su i misteri e la morale. Tanto

si ritrae con certezza storica. Sembra che abbiano avuto varii gradi

d'iniziazione; dicono nove, dal primo vestibolo ai penetrali di un

ultimo mistero, o piuttosto fin di mistero; cioè svelar che imami e

religione e morale, tutto fosse una burla. Il _dâ'î_ cominciava a

tentare il neofito con dubbii sopra alcuni punti dell'islamismo; si

facea giurar segreto e ubbidienza; lo conducea successivamente fino al

grado di che gli parea capace: passando dalla confermazione dei dommi e

precetti dell'islamismo, alla eredità dello imamato negli Alidi e nella

linea d'Ismaele; alla dottrina dell'imam nascoso, noto al _dâ'î_

supremo; alla spiegazione allegorica del Corano: e le allegorie si

assottigliavano a mano a mano, e in ultimo si dileguavano nella

incredulità. Ma quest'ultimo stadio parmi quello del Gran Maestro, il

quale spacciando di tenere in serbo un Messia non potea veramente

credere all'islamismo nè a religione che fosse al mondo. Gli altri gradi

d'iniziazione delineano esattamente la piramide che si volea fabbricare:

tutti i Musulmani alla base; sovrappostivi gli Sciiti; a questi i

partigiani d'Ismaele; ad essi i dottori in miti manichei; e sul vertice

la famiglia persiana d'Ibn-Kaddah.[239]

Sa'îd-ibn-Hosein, di questa gente, tenea la fila della gran trama in

Selamîa, quando Ibn-Hausceb, dâ'î del Iemen, pensò mandar nell'Affrica

Settentrionale chi dissodasse il terreno, come diceasi nel gergo

della setta. Lavoraronvi prima un Ibn-Sofiân, indi un Holwâni;

alla morte del quale, Ibn-Hausceb gli surrogò uomo di maggior

polso, che per antonomasia fu detto lo Sciita. Ebbe nome

Abu-Abd-Allah-Hosein-ibn-Ahmed, da Sana'a nel Iemen; ardente partigiano

degli Alidi; stato una volta Mohtesib, ossia magistrato di polizia,

degli Abbassidi presso Bagdad; audace, dotto e pratichissimo d'ogni via

coperta ed obbliqua. Con danari della setta, costui si reca (893) dal

Iemen alla Mecca, a far proseliti tra gli Affricani che vi attirava il

pellegrinaggio; e adòcchiavi, uno sceikh della gente di Kotâma e

l'onorevole brigata che lo seguiva. Facendo le viste d'imbattersi per

caso tra costoro, Abu-Abd-Allah si insinua, li tenta e comincia a fare e

ricever visite; e conosciutili Ibaditi, setta kharegita, come dicemmo, a

poco a poco si scopre anch'egli nemico dei califi: aver lasciato il

servigio loro perchè nulla v'era di bene; voler vivere ormai spiegando

il Corano ai giovanetti; amerebbe a farlo in Occidente, ove non gli

parean disperate le sorti del popolo musulmano. Tra lusinghe e dotto

parlare e apparenza di pietà, austerità e liberi sentimenti, si cattivò

gli animi di quegli stranieri, sì bene che il pregavano di accompagnarli

in Affrica ed aprirvi scuola; ma non rispose nè sì nè no, lasciandosi

trarre, quasi contro voglia, alle capitali dello Egitto e dell'Affrica;

ove indagò profondamente le condizioni delle tribù berbere; e Kotâma gli

parve proprio il caso. Allor, come vinto da' preghi dei Kotamii, accetta

la ospitalità e gli oficii di imâm d'una loro moschea e di pubblico

professore; ma ricusa lo stipendio; fa vedere ai più intrinsechi un

gruppo di cinquemila dinâr; accenna alla sorgente misteriosa e

inesauribile di quell'oro; alla sacra schiatta d'Ali; alle migliaia di

migliaia che cospiravano per essa in tutta musulmanità; ai premii

maravigliosi che dovea aspettarsi in questa vita e nell'altra chiunque

aiutasse alla esaltazione del pontefice nascoso. Le quali pratiche non

piacquero a tutti tra quella gente ibadita e però nimica all'autocrazia

di Ali; ma il maggior numero odiava mille volte più Ibrahim-ibn-Ahmed

vivo, che Ali sepolto da secoli; più la dominazione straniera, che il

dispotismo; e il giogo stesso del dispotismo tanto lor parea duro a

portarlo sul collo, quanto comodo e piacevole a metterlo addosso altrui.

Ebbe dunque gran séguito Abu-Abd-Allah; gli proffersero avere e sangue;

i misteri quanto più assurdi, tanto più furibondo accendeano lo zelo; un

capo uccise di propria mano il fratello che andava gridando impostore

Abu-Abd-Allah. A capo di sette anni, correndo il novecento dell'era

volgare, costui cominciava a scoprirsi[240] presso Setif, nei monti

detti di Ikgiân, sede d'una tribù della gente di Kotâma.[241]

La gente di Kotâma tenea la più parte della odierna provincia di

Costantina: un quadrilatero da Bugia e Bona su la costiera, a Belezma e

Baghaia nella catena degli Aurès: territorio montuoso, dove coltivato

dalle tribù stanziali, dove abbandonato a pascolo e corso dalle tribù

nomadi della medesima gente. Si distinguea questa dagli altri Berberi

per non so che divario di tradizioni, usanze, dialetto; tanto che gli

eruditi vi trovarono appicco a consanguineità con la schiatta arabica.

Che che ne fosse, i Kotamii non si affratellarono punto coi vincitori,

nè lor ubbidiron altrimenti che di nome, nè si piegarono a tributo, non

che smettere lor costumi aborigeni. Com'ogni altra nazione berbera, i

Kotamii par sian vissuti in rozza confederazione, vincolo di schiatta

più che di legge; il quale se non bastava a campar le tribù loro dalla

guerra civile nè dalla dominazione straniera, potea stringerle insieme

ad un tratto in brevi ma gagliardi sforzi. Allo entrar del decimo

secolo, fortissima era la nazione kotamia per numero totale degli uomini

o relativo degli armati; poichè la tradizione esagerando portò che ne

andassero trecentomila ad assalire Kairewân; e da più certi ricordi

sappiamo quanti eserciti kotamii corsero in quel secolo fino

all'Atlantico e oltre il Nilo sotto le bandiere dei Fatemiti: nelle

quali imprese la nazione kotamia si dissanguò; si trovò menomata a

quattromila uomini verso la metà del duodecimo secolo; nel decimoquarto,

qualche tribù che ne rimanea soffriva il giogo di Tunis, e in oggi se

n'è dileguato il nome.[242] Non primeggiava per vero nella

confederazione la tribù stanziata a Ikgiân. Ma la mente di

Abu-Abd-Allah, l'accentramento e ardore della setta ismaeliana le

dettero tal vigore, da soggiogare qualche tribù rivale, tirarsi dietro

le altre, e unire la nazion kotamia, anzi una gran parte della schiatta

berbera, contro i vincitori Arabi. Ibrahim-ibn-Ahmed dal suo canto aveva

arato quel terreno più che i mistici agricoltori ismaeliani; fin avea

liberato la nazione kotamia del disagio che le davano i bellicosi Arabi

di Belezma.

Ed egli stesso gittò la prima scintilla. Risaputo dal governator di Mila

come l'oscuro professore d'Ikgiân osasse accusare d'eresia Abu-Bekr e

Omar, mandò ad ammonirlo di frenare la lingua; e, se no, vedrebbe.

Abu-Abd-Allah, invece di rispondere, si mostrò in campo (901) con giusto

esercito, con simboli non più visti, scritti su le bandiere, nei

suggelli delle lettere e nel marchio dei cavalli; ordinò gli oficii

d'amministrazione militare; afforzò la casa del rifugio a Ikgiân; diè il

motto di guerra “In sella, cavalieri di Dio;” apertamente bandì la

rivoluzione politica e religiosa. Così la società ismaeliana, compiuti i

lavori a suo bell'agio tra genti guerriere e luoghi inaccessibili alla

vigilanza dei governanti, uscia dalle tenebre improvvisamente in

sembianza di Stato antico che facesse guerra, non di moltitudine

tumultuante e confusa. Sbigottì Ibrahim a quel terribil segno. Comprese

che la viva forza da lui sciupata si stoltamente, ormai non bastava

contro la ribellione sciita: pertanto si provò a suscitar la guerra

civile tra i Kotamii; a calmare gli altri popoli con le riforme; e si

affrettò all'abdicazione. Scendendo dal trono raccomandò al figliuolo

che non assalisse mai primo gli Sciiti, si difendesse, e abbandonato

dalla fortuna si ritraesse in Sicilia.[243]

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 10 / 62 题