Il tiranno penitente trovò perdono e anche séguito in Sicilia. Sbarcato
a Trapani[164] verso la fine di maggio[165] si messe a far gente: poi
cavalcò alla volta di Palermo; giunsevi l'otto di luglio, ma, com'ei
sembra, non entrava in città.[166] Comandando tuttavia da re non ostante
l'abdicazione, Ibrahim alzò in Palermo il Tribunal dei Soprusi; deputò
altri a presedervi; ed egli, intento anima e corpo alla guerra sacra,
conduceva a soldo marinai, largheggiava stipendii a cavalieri; talchè
tra gli Affricani che avea seco e i Musulmani di Sicilia che arruolò,
messe in punto un'oste poderosa. Il diciassette di luglio movea con
quella sopra Taormina.[167]
Per fortezza di sito, numero di popolo, tradizioni, e monumenti, era
ormai questa la capitale della Sicilia bizantina, degli aspri luoghi,
cioè, tra l'Etna e la Peloriade, ne' quali un pugno d'uomini difendeva
ancora il vessillo della Croce. Non potendo abbandonar costoro senza
vergogna, Leone il Sapiente li aiutava com'ei sapea; che è a dire, poco,
tardi, e strambo. Quel che conosciam di certo è che, sovrastando il
pericolo pei notissimi appresti d'Ibrahim, Leone teneva i soldati
dell'armata a Costantinopoli a fare i manovali nella fabbrica di due
chiese e d'un monastero di eunuchi; e ch'avea già mandato a Taormina un
presidio con Costantino Caramalo[168] e Michele Characto; dei quali il
primo fe' mala prova; e il secondo, inferiore in grado, non potè
riparare, o almeno il diè a credere.[169] Al medesimo tempo Leone
richiedeva Elia da Castrogiovanni di pregare per la salute dell'impero,
dice l'agiografo, i fatti mostrano, di andare a Taormina; ov'egli,
Siciliano, con la sua fama di santità, rozza eloquenza, e venerabile
aspetto, prendesse due colombi a un favo, come pareva alla corte
bizantina: incoraggiare cioè i combattenti; e mondarli dalle peccata,
dalle quali fermamente si credea che venisse ogni sconfitta delle armi
bizantine. Elia, ottuagenario, infermo, sostenuto in piè dall'indomabile
costanza dell'animo, passava incontanente col fidato suo Daniele, di
Calabria in Sicilia, sotto specie di venire a baciar le ossa di San
Pancrazio, primo vescovo di Taormina; e si messe all'opera con impeto.
Rinfacciava alla misera città non mancarle nessun peccato; rampognava
Costantino che non sapesse ritenere i soldati dagli omicidii, oltraggi,
gozzoviglie, dissolutezze; gli parlava d'Epaminonda e di Scipione,
uomini di sì specchiati costumi da far arrossire i Cristiani di quei
tempi corrotti; gli ricordava la temperanza e la continenza, come
necessarie virtù di chi s'appresti alla guerra. Rincalzò, al solito, i
savii consigli con la macchina epica: vaticinò, e non era sforzo di
profezia, il passaggio imminente del fier Brachimo Affricano; il guasto,
la carnificina, l'arsione di Taormina. Giacendo infermo a casa del
cittadino Chrisione, Elia diceva all'ospite: “Vedi; qui in questo letto
si adagerà Brachimo vincitore: ed ahi quanta strage insanguinerà queste
mura!” Un'altra fiata, andando per la piazza maggiore, s'alzava i panni
a ginocchio, e richiesto del perchè, rispondea: “Veggo abbondare i rivi
di sangue.” Poi girava le strade, in mutande,[170] stranamente
avviluppato di catene; si poneva un giogo di legno sul collo: per lui
non restò di sbigottire soldati e cittadini, se punto credeano a profeti
viventi. Così la religione dei Bizantini sbagliava sempre il segno.
Elia, fatto ludibrio della gente, non perdonò all'ultima cerimonia di
scuoter la polvere da' sandali, uscendo dalla città; e come Ibrahim
s'appressava, così egli navigò ad Amalfi.
Comparso il nemico, i difenditori di Taormina non si stetter chiusi
entro le mura. Scendendo, com'e' sembra, alla marina di Giardini,
presentarono la battaglia ad Ibrahim; virtuosamente la combatterono con
gran sangue d'ambo le parti: e già le schiere musulmane balenavano;
serpeggiava tra quelle un pensier di fuga; perdeasi al vento la voce
d'un che aveva intonato per rincorarli le parole di lor sacro libro: “Sì
che ti daremo segnalata vittoria,”[171] quando Ibrahim lanciossi nella
mischia. Volto a quel pio guerriero: “Perchè non reciti,” gli gridò,
“cotesti altri versi: — Ecco due litiganti che disputano chi sia il
Signor loro. Ma agl'Infedeli son apparecchiate vestimenta di fuoco e
mazze di ferro: su le teste loro si verserà acqua bollente, da strugger
viscere e pelle.”[172] E quando quegli ebbe fornito i due versi: “O
sommo Iddio,” ripigliava Ibrahim, “di te disputiamo quest'oggi io e gli
Infedeli;” e tornò all'assalto, caricando con essolui gli uomini più
valorosi e di più alto consiglio; i quali fecer impeto che spezzò
l'ordinanza nemica. Allora i Cristiani a fuggire sparpagliati; i
Musulmani a inseguirli su per le vette dei monti, dicon le croniche, e
in fondo ai burroni. Altri scampavano su le navi; e tra questi forse i
due capitani bizantini. Altri riparavansi alla città; coi quali alla
rinfusa salirono il monte ed entrarono i vincitori; e incalzaronli fino
alla cittadella, Castel di Mola, come oggi s'addimanda, che sovrasta
all'erta di Taormina da un'erta assai più scoscesa e superba, a distanza
d'un miglio. Ibrahim pur tentò un colpo di mano: impaziente di far
macello tra la popolazione che s'era messa in salvo nella rôcca, mentre
le ultime schiere vi si ritraean combattendo. Girata intorno intorno la
costa, sparsi i suoi d'ogni lato, Ibrahim scoprì un luogo ove gli parve
ch'uom potesse inerpicarsi con mani e piè; e a furia di promesse cacciò
su per quei dirupi un drappello de' suoi stanziali negri; i quali
superaron l'altezza, e a un tratto tuonarono agli orecchi dei guerrieri
cristiani “Akbar Allah.” S'erano essi adagiati a prendere un po' di
cibo, fidandosi nel sito inespugnabile; stanchi della sanguinosa
giornata; tenendo guardie nei luoghi accessibili e negli altri no;
quando li percosse il noto grido di guerra dei nemici. Scompigliati e
confusi, non corrono a gittar a basso delle rupi quel pugno di schiavi,
non a difendere la strada del castello. Ibrahim dunque, udito il segno
de' suoi, salì senza contrasto con le altre schiere; spezzò le porte; e
comandò l'eccidio. Era la domenica, primo d'agosto novecento due.[173]
Ibrahim efferatamente abusò questa vittoria. Alla prima fe' trucidare,
con gli uomini da portar armi, anco le donne, i bambini, i chierici, cui
la legge musulmana perdona la vita; fece porre fuoco alla città; dar la
caccia ai fuggenti per le foreste di que' monti ed entro le caverne;
addurre a sè i cattivi, perchè niuno di cui potea comandare la morte non
gli escisse di mano per umanità o avarizia altrui. Così, recatagli una
gran torma nella quale si trovò Procopio vescovo della città, Ibrahim
chiamatolo a sè: “Cotesti tuoi capelli bianchi” gli disse “mi ti fan
parlare pacatamente. Se e' ti rendon savio, abiura la fede cristiana; e
salverai la tua vita e di tutti costoro; e ti darò tal grado, che in
Sicilia sarai secondo a me solo.” Procopio sorrise senza rispondere; e
incalzandolo il Musulmano: “Ma tu non sai chi ti parla?” replicò. “Sì;
l'è il demonio per bocca tua; e indi rido.” Onde Ibrahim volto agli
sgherri comandava: “Sparategli il petto, cavategli il cuore, ch'io vo'
cercarvi gli arcani di cotesta mente superba:” linguaggio del vero conio
di Ibrahim. Il santo vecchio, dato al supplizio, finchè potè articolare
la voce, imprecò contro il tiranno, confortò i compagni al martirio.
Aggiugne Giovanni Diacono, autor della narrazione, che Ibrahim,
furibondo a tal costanza, digrignando i denti, arrivò a chiedere che gli
dessero a mangiar il cuore; e se non compì l'orrenda jattanza, fece
scannare gli altri prigioni sul cadavere del vescovo, arderli tutti
insieme, e alla fine della festa si levò mormorando: “Così sia consumato
chi mi resiste.”[174]
Lieve opera fu alla caduta di Taormina di ridurre il rimanente del Val
Demone. Ibrahim, venduti i prigioni e il bottino, e spartito il prezzo
tra' suoi, mandava quattro forti schiere; una col nipote Ziadet-Allah a
Mico o Vico, fortissimo castello dentro terra, non lungi, credo io, dal
Capo Scaletta;[175] l'altra col proprio figliuolo Abu-Aghlab, sopra
Demona;[176] la terza capitanata dall'altro figliuol suo Abu-Hogir[177]
sopra Rametta; l'ultima contro il castel di Aci[178] condotta da un
Sa'dûn-el-Gelowi. Delle quali castella, le due prime, sendo state
sgombrate già dai terrazzani alla nuova del caso di Taormina, fruttaron
solo ai Musulmani quel po' di roba che vi era rimasta. I cittadini di
Rametta offrivano di pagar la gezîa; ma non lo assentì Abu-Hogir e volle
gli abbandonassero la rôcca; e, avutala, la smantellò, quanto potea.
Similmente que' d'Aci e delle rôcche e fortezze dei contorni, fattisi
insieme a chieder patti, non ottennero altro che la vita, fors'anco la
libertà delle persone: e uscendo dalle mura che avean sì lungamente e
gloriosamente difeso, le videro diroccar dai nemici e gittarne i sassi
in mare.[179] Pietro Diacono, monaco cassinese del duodecimo secolo, su
quest'eccidio di Taormina fabbricò l'apocrifa narrazione accennata da
noi nel primo Libro; nella quale affermò che Agrigento, Catania,
Trapani, Partinico, Iccara, e le distrutte già parecchi secoli innanzi
Cristo, Tindaro, Segesta, Solunto, fossero ville della Badia di Monte
Cassino, quando vennero di Babilonia e d'Affrica innumerevoli Saraceni
capitanati da Ibrahim a rapir quei ricchi poderi, immolando le migliaia
di frati che li tenessero.[180]
Ma pervenute a Costantinopoli le infauste nuove di Taormina, Leone
gravemente se n'accorò, scrivon le cronache musulmane; e per sette dì,
ricusava di cinger la corona, dicendo non star bene ad uom tribolato.
Continuano a narrare che sorgea nell'universale il generoso pensiero di
aiutare i Cristiani di Sicilia; ma che lo sturbò la voce che Ibrahim si
apprestasse ad andar sopra Costantinopoli; onde Leone afforzava la
capitale con un esercito e pur avviava forti schiere alla volta di
Sicilia.[181] Il vero è ch'egli volle mandar danaro in Calabria per
levar gente e assoldare i feudatarii longobardi o franchi che passassero
in Sicilia. Lo ricaviamo dalle memorie bizantine che si accordano con le
musulmane nella esposizione dei sentimenti, se non de' fatti. Leone
condannò a morte il Caramalo per la viltà o tradimento suo a Taormina; e
ai preghi del patriarca di Costantinopoli, commutò il supplizio in
professione monastica: strana gradazione di pene in una età in cui la
vita monastica, assomigliata all'essere degli angioli, si tenea
com'apice di perfezione cristiana![182] Vero altresì che si temesse a
Costantinopoli l'assalto, sia d'Ibrahim stesso che minacciava di
andarvi,[183] sia del rinnegato Leone da Tripoli di Siria; il quale con
cinquantaquattro navi, armate in Siria stessa e in Egitto e rinforzate
di Schiavoni, nei principii della state del novecento quattro, accennò
alla capitale bizantina; fe' voltar faccia a due ammiragli; e, gittatosi
sopra Tessalonica, entrovvi dopo tre giorni d'assalto il trentuno
luglio.[184] Nell'occupazione della quale città si narra un episodio che
attesta e le cure di Leone il Sapiente a favor dei Siciliani, e la
scempia guisa in che si mandavano ad effetto. Rodofilo eunuco e camerier
dello imperatole, viaggiando con cento libbre d'oro destinate
all'esercito che dovea mandarsi in Sicilia,[185] s'era intrattenuto a
Tessalonica per faccende, o, com'altri scrive, per malattia da curarsi
coi bagni; quando piombaron su la città i Musulmani di Siria e di
Egitto. Allora ei metteva in salvo il tesoro, inviandolo in una
provincia vicina; ma fatto prigione ei medesimo quand'entrò Leone da
Tripoli, questi n'ebbe spia, gliene domandò conto, e, non credendo alla
scusa che allegava, lo fe' morir sotto le verghe. Poi s'ebbe il danaro,
minacciando d'ardere Tessalonica.[186]
Ibrahim-ibn-Ahmed non soggiornò a lungo tra le ruine di Taormina.
Ragunate le schiere che avea mandato alle dette fazioni, marciò sopra
Messina; stettevi due dì soli; e il ventisei di ramadhan (3 settembre)
tra le preci, i digiuni, le luminarie del mese santo e il fanatismo che
ne crescea, valicò il Faro con tutto l'esercito. Attraversò l'ultima
Calabria senza trovar nemici; sostò non lungi da Cosenza;[187] dove,
traendo al campo ambasciadori delle atterrite città a chieder patti,
Ibrahim li intrattenne alquanti dì; poi rispose nella insolenza della
vittoria: “Tornate ai vostri e dite che prenderò cura io dell'Italia e
che farò degli abitatori quel che mi parrà! Speran forse resistermi il
regolo greco o il franco? Così fossermi attendati qui innanzi con tutti
gli eserciti! Aspettatemi dunque nelle città vostre; m'aspetti Roma, la
città del vecchiarello Piero, coi suoi soldati germanici; e poi verrà
l'ora di Costantinopoli!”
Indi gli oratori a tornarsene frettolosi; e le città ad apprestarsi
contro l'estrema fortuna: risarcir mura, alzare bastioni, far provigioni
di vitto, ridurre ne' luoghi forti quanti arredi preziosi o derrate
fossero nelle campagne. Il terrore giunse infino a Napoli. Tra gli altri
provvedimenti, Gregorio console, Stefano vescovo e gli ottimati della
città, deliberavano di abbattere il Castel Lucullano, come chiamavasi, a
Capo Miseno: villa costruita da Mario; comperata e profusa di delizie da
Lucullo; teatro di laidezze e domestici misfatti degli imperatori di
Roma; vergognoso confino d'Augustolo che vissevi d'una pensione
d'Odoacre (479); mutata poscia in monastero e monumento sepolcrale di
San Severino (496); afforzata di mura, occupata dai Musulmani di Sicilia
(846): vera tavola cronologica delle rivoluzioni della società italiana
per nove secoli. I Napoletani a ragione temeano che quelle moli non
fossero occupate di nuovo dalle navi di Sicilia per intercettare la
navigazione del golfo. Lavorarono dunque popolarmente per cinque dì a
spiantarle e a cercar tra le tombe le ossa di San Severino che volean
serbare con gli altri tesori in città; domandandole l'abate del
monastero dello stesso nome a Napoli. Trovatele, o credutolo, ruppero
tutti in lagrime di gioia: e il dì appresso, che fu il tredici ottobre,
le sacre reliquie erano condotte in processione alla città; uscendo
all'incontro i magistrati, il popolo e i chierici che salmeggiavano,
come parlavansi due lingue a Napoli, chi in greco e chi in latino. Per
una settimana gli animi s'agitavano tra così fatte effervescenze
religiose e le male nuove di Calabria, quando, a soverchiarli di paura,
scherzò nel firmamento non più vista moltitudine di stelle cadenti, la
notte del diciotto ottobre, secondo Giovanni Diacono, del ventisette al
dire del _Baiân_, o più fiate in quella stagione, come par che voglia
significare Ibn-Abbâr. Aggiugne questi che si sparnazzavano a dritta e a
manca a somiglianza di pioggia. Le innocenti asteroidi, o meteore
elettriche, o che che fossero, chè la scienza per anco nol sa, passaron
tosto in buon augurio, poichè San Severino, comparso in sogno, secondo
il costume, a un fanciullo, mandò a dire ai Napoletani che nulla ne
temessero e si fidassero in lui che li difendea nella corte del
Cielo.[188] Risaputasi poscia la morte di Ibrahim, non fu in Italia chi
non credesse infallibilmente averne dato segno le stelle cadenti. Un
Tedesco, più scaltro, pensò che questo fenomeno, non essendosi visto in
Italia sola, dovea risguardar tutti i popoli, onde probabilmente era
venuto a compiere una profezia ricordata nel vangelo di San Luca;[189]
il che torna all'annunzio del finimondo aspettato tante volte in
Cristianità. Gli Arabi d'Affrica, come se fossero stati meno
superstiziosi, contentaronsi a chiamar quell'anno l'anno delle stelle:
ond'ebbe tre nomi, notano i cronisti; poichè Ibrahim gli avea voluto
porre anno della giustizia e altri l'avea detto della tirannide. Ma niun
Musulmano potea far grave caso delle stelle cadenti, sapendo dal Corano
ciò che fossero appunto: demonii curiosi, fulminati dagli Angioli,
quando s'appressan troppo ad origliare alle porte del Cielo.[190]
Non ostante sue minacce agli ambasciatori delle città, Ibrahim tardò a
investir Cosenza. Ei che avea saputo maneggiare quell'esercito
innumerevole e discorde,[191] in cui fermentavano tanti odii, era
sforzato adesso di restare al retroguardo per una dissenteria mortale; e
invano si studiava ad occultare suo pericolo con la tenacità dei
tiranni. Pur fece dar mano all'assedio il primo ottobre; accampare le
genti su le sponde del Crati;[192] fronteggiar tutte le porte di Cosenza
dai suoi figliuoli o uomini fidati, con forti schiere; drizzare i
mangani contro le mura: ma par ch'ei poscia non abbia potuto esercitare
nè voluto delegare il comando, nè altri abbia osato pigliarlo. Per più
di venti giorni dunque si scaramucciò con disavvantaggio degli
assedianti; ai quali cadean le braccia, non più sentendosi reggere da
quella feroce e ferma volontà del capitano. Aggravatoglisi il morbo,
perduto il sonno, Ibrahim s'andò a chiuder tutto solo in una
chiesetta;[193] ove spirò il sabato ventitrè ottobre, a cinquantatrè
anni di età, dopo ventisette anni di tirannide e sette mesi di
penitenza; trapassato come un santo, guerreggiando la guerra sacra,
disponendo di tutto il contante in limosine, degli stabili in opere pie.
Non prima saputo ch'ei boccheggiava, i capitani dell'oste, adunatisi in
segreto, cavalcarono alla tenda di Ziadet-Allah, figliuolo del suo
figliuolo Abd-Allah, e instantemente il richiesero che si mettesse alla
testa dell'esercito per ricondurlo in Affrica. Al quale segno
d'ammutinamento, il giovane, pigro, dissoluto, vigliacco, scellerato
senza il vigor dell'avolo, tentennò: volea scaricarsi del supremo
comando sopra lo zio Abu-Aghlab; ma questi gli uscì di sotto.
Capitanando dunque suo malgrado la ritirata, Ziadet-Allah aspettava che
tornassero al campo le gualdane sparse intorno a far preda: accordava
patti ai Cosentini che di nuovo ne avean chiesto, ignorando la morte
d'Ibrahim: e poi con tutto l'esercito e le rapite ricchezze e le
salmerie prendea la via di Sicilia; portando seco il corpo dell'avolo in
un feretro. Dice uno scrittore cristiano che al ritorno gran parte delle
genti perisse per naufragio. Giunto Ziadet-Allah in Palermo, secondo
Nowairi e il _Baiân_ fuvvi sepolto Ibrahim quarantatrè giorni dopo la
morte, e innalzato un monumento su la sua fossa. Secondo altri, lo
recarono al Kairewân: talchè s'ignora qual delle due terre sia profanata
da quelle ossa.[194]
La morte d'Ibrahim, avendo liberato l'Italia meridionale senza fatica
degli abitatori, vi fu tenuta necessariamente opera del Cielo. Scrive
Giovanni Diacono che mentre i Napoletani stavan tra sì e no su l'augurio
delle stelle cadenti, venne a confermar la rivelazione di San Severino
un prigione testè fuggito di Cosenza. Narrava questi a Gregorio Console
di Napoli, che, dormendo Ibrahim nella chiesa di San Michele, gli era
paruto di vedere un vegliardo di maestoso aspetto, il quale minacciato
di morte dal tiranno perchè osava entrar nella stanza, gli scagliò un
bastone che avea alle mani e si dileguò. Destatosi, ma pur sentendosi
ferito al fianco Ibrahim, richiedea di alcun prigion latino, e,
addottogli il narratore, gli domandava se conoscesse il vecchio Pietro
di Roma, o n'avesse mai visto la effigie; e saputo che lo si dipingea di
grande statura, raso i capelli e la barba, ravvisò lo spettro del sogno,
e in breve tempo gli s'ingangrenì la ferita.[195] Il biografo di
Sant'Elia da Castrogiovanni toglie l'impresa a San Pietro per onorarne
il suo protagonista; il quale, riparato ad Amalfi, tanto pregò con
lagrime, digiuni e cilizii, che il fier Brachimo, mentre assediava
Cosenza e pensava a Costantinopoli, venne a morte,[196] percosso non si
sa come dalla orazione del sant'uomo. Un'altra tradizione italiana
ripetuta da parecchi cronisti, senza macchina di iddii minori, lo fe'
spacciare, all'antica, con una folgore.[197]