Contro lo scellerato signore s'era levata la colonia siciliana, Arabi e
Berberi al paro; e da quattro anni tenean fermo, succedendo a lor posta
i tumulti d'Affrica, quando, l'ottocento novantotto, non so per qual
ribollimento di sangui o magagna d'Ibrahim, tornarono i Berberi ad
assalire il giund. Vedendo fitti i coloni nell'assurdo intento di
scuotere il giogo senza cessare di straziarsi l'un l'altro, Ibrahim,
ridendosene, entrò di mezzo: scrisse ad ambe le fazioni ch'ei
perdonerebbe, se tornassero alla ubbidienza, e che sarebbe contento a
gastigare i capi soli; ch'erano, dei Berberi un Abu-Hosein-ibn-Iezîd,
coi figliuoli; e del giund un Hadhrami, oriundo, come lo mostra tal
nome, dell'Arabia meridionale. Affrettaronsi i sollevati a consegnarli
di peso alle soldatesche affricane, di presidio, credo io, a Mazara:
dalle quali furono imprigionati, imbarcati per l'Affrica, e quivi dati
al supplizio. Il Berbero, per fuggirlo, bevve un veleno che di presente
lo fe' morire; talchè non rimase ad Ibrahim che d'appiccare il cadavere
al patibolo e scannare i figliuoli del suicida. Sfogò con nuovo
argomento di tortura sopra l'Hadhrami. Fattoselo recare innanzi, disse a
un carnefice pien di facezie, come tanti ve n'ha, che tentasse il
condannato con motteggi e buffonerie: e quando il misero cominciava a
sperarne salvezza e gli spuntava il riso in faccia, “No,” proruppe
Ibrahim, “non è ora da burle:” e fe' cenno al manigoldo; il quale a
colpi di bastone lo ammazzò.[136]
Mandava poi Ibrahim a reggere la Sicilia un uom di sangue aghlabita,
statovi emiro, com'e' sembra, una ventina d'anni innanzi, per nome
Abu-Mâlek-Ahmed-ibn-Omar-ibn-Abd-Allah.[137] Con la riputazione del
casato sperava il tiranno lusingare o tenere in rispetto i popoli; e con
la imbecillità della costui persona si fidava governar la colonia a suo
piacimento dall'Affrica. Ma le due inveterate discordie che sopra
toccammo, non si poteano comporre sì di leggieri; e per giunta gli
sdegni, i rancori, i rimproveri, che tengon dietro ad una rivoluzione
repressa, fecer nascere nuove scissure. Donde l'anno ottocento
novantanove, tante piccole fazioni, confusamente combattendo, empiean la
Sicilia di sangue.[138] Per ovviare alla debolezza di Ahmed, dicon le
croniche, o piuttosto per domare la Sicilia nel solo modo che si poteva,
Ibrahim vi mandò un esercito poderoso, capitanato dal proprio figliuolo
Abu-Abbâs-Abd-Allah, vincitor dei ribelli d'Affrica.[139]
Salpò costui con centoventi navi da trasporto e quaranta da guerra, il
ventiquattro luglio del novecento; arrivò a Mazara il primo
d'agosto;[140] donde movea all'assedio di Trapani. A ciò l'esercito
palermitano, ch'era uscito a far guerra contro que' di Girgenti, si
ritrasse immantinente alla capitale; e inviò al campo affricano il cadi
e parecchi sceikhi, a protestare obbedienza verso il principe, e
scusarsi, bene o male, dello assalto sopra Girgenti. Vennero al medesimo
tempo messaggi di cotesta città a dolersi dell'esorbitanza dei
Palermitani: e sufolarono all'orecchio di Abd-Allah, non si fidasse di
quel popol contumace, senza legge nè fede, nè di sua simulata e
frodolenta sommessione; e che, se volea pescare al fondo della magagna,
chiamasse di Palermo il tale e il tale, e se ne chiarirebbe. Ed ei sì
chiamolli: ma ricusarono; e tutta la città dichiarò che non andrebbero.
Abd-Allah, a questo, ritien prigioni gli oratori palermitani, rilasciato
il solo cadi; e poco appresso mandavi, a portar forse orgogliosi
comandi, otto sceikhi affricani. Gli Arabi di Palermo a lor volta li
imprigionavano; e risolveansi a tentar la sorte delle armi. Fu capo in
questo periodo di rivoluzione un Rakamûweih, uom di nome persiano. Fu
emir degli stolti, dice amaramente Ibn-el-Athîr che visse tre secoli
appresso: contemporaneo del gran Saladino, scrittor non servile,
incapricciatosi d'Ibrahim-ibn-Ahmed, per quella sua feroce severità.
Perciò doveano parere savii ad Ibn-el-Athîr coloro che di queto si
lasciasser divorare dalla tigre; perciò l'annalista metteva in non cale
i dritti dei Musulmani, le sacre franchige calpestate da Ibrahim,
valorosamente difese dal popol di Palermo!
Lascio indietro, perchè sembra error di compilazione, l'episodio narrato
da un altro storico:[141] che i Girgentini, dopo di avere stigato
Abd-Allah, si unissero coi Palermitani contro di lui. Movea di Palermo
il dì quindici agosto, alla volta di Trapani, lo esercito capitanato da
un Mesûd-Bâgi.[142] L'armata d'una trentina di vele uscì non guari dopo:
fu colta da una tempesta nella breve e difficile navigazione ch'è da
Palermo a Trapani, onde la più parte dei legni perì; quegli scampati,
senza potere altrimenti offendere il nemico, si ridussero a casa. L'oste
intanto assaliva il campo affricano sotto Trapani: si combattea
fieramente da ambo le parti con gran sangue, e rimaneva indecisa la
vittoria. Ma il ventidue agosto, rappiccata dai Palermitani la zuffa,
mantenuta con uguale fortuna infino a vespro,[143] prevalse in ultimo la
esperienza di guerra di Abd-Allah, o il numero degli Affricani che
arrivava al certo a quattordici o quindici mila nomini, se si risguardi
ai centoventi legni che li avean portato. Abd-Allah, usando la vittoria,
prese la via di Palermo su le orme del nemico; indirizzò a Palermo
l'armata che aveva ormai libero il mare, e poteva assaltare la città e
molestar anco l'oste che si ritraea. Lenti e minacciosi ritraeansi i
Palermitani, come quelli che sapean difendere patria e libertà; sì che
fecero far al vincitore una sessantina di miglia in quattordici giorni;
e al decimoquinto, che fu l'otto settembre, gli presentaron la terza
battaglia. Pugnarono dieci ore continue dall'alba a vespro, in una delle
due valli, credo io, che sboccano nell'agro palermitano a dritta e a
sinistra di Baida.[144] Alfine menomati, rifiniti, sopraffatti,
sbaragliaronsi fuggendo verso la città vecchia: gli Affricani da vespro
a sera ferono orribil macello di loro; occuparono i sobborghi;
saccheggiaronli,[145] a spreto della legge che vietava di por mano nella
roba e nel sangue dei ribelli musulmani. Con tuttociò non si fa ricordo
di enormezze come quelle di Tunisi, dalle quali rifuggia l'animo alto e
gentile di Abd-Allah. Gli increbbe anco della battaglia, se ci
apponghiamo al sentimento di tre versi, che improvvisò in Sicilia, forse
quel dì stesso; nei quali, disgustato delle stragi, incendii e
distruzioni, quel prode, sospirando, pensava a qualche giorno
tranquillo, vivuto nei giardini di Rakkâda, in mezzo alle sue donne e
figliuoli.[146]
Palermo ingrossando di quartieri suburbani, stendeasi in questo tempo
dalla parte di scirocco infino alla sponda dell'Oreto; da ponente ne
saliva una catena di abituri per due miglia e più infino al villaggio di
Baida, ossia alle falde dei monti: sobborghi sì importanti che
racchiudeano da dugento moschee e però vi si debbon supporre a un di
presso due quinti di tutta la popolazione palermitana.[147] Su quel
vasto aggregato di ville da diletto ed umili case della gente
industriale, torreggiava la città antica, afforzata di bastioni e di
lagune, il Cassaro come l'appellarono gli Arabi, spaziosa cittadella di
figura ovale che tenea quasi il mezzo dell'odierna città.[148] Occupati
i sobborghi dal nemico, i cittadini si difesero nel Cassaro per dieci
giorni e stipularono un accordo; onde furono schiuse le porte ad
Abd-Allah, il diciotto settembre. Per patto, o innanzi che si fermasse,
grandissimo numero di cittadini con lor donne e figliuoli andavano a
rifuggirsi in Taormina; Rakamûweih e i più intinti nella rivoluzione
facean vela chi per Costantinopoli, chi per altri paesi di Cristianità,
ove mai non potesse arrivare il braccio d'Ibrahim. Dopo lo sgombro,
rimase pure uno stuolo di ottimati sospetti che Abd-Allah inviava al
padre in Affrica; forse di quelli cui non v'era pretesto ad uccidere,
poichè le croniche non parlan di supplizio loro. Così riluce per ogni
verso la umanità del vincitore.[149]
Sì lunghe discordie non poteano ignorarsi dai Cristiani. Que' di Val
Demone le aveano usato nella tregua dell'ottocento novantacinque, nella
quale sembra entrato, allora o poi, lo stratego di Calabria; atteso che
Giovanni Diacono di Napoli dice provocata da cotesto accordo la guerra
di Abd-Allah in quella provincia.[150] Nel medesimo tempo Sant'Elia da
Castrogiovanni, ancorchè ottuagenario e infermo, si apprestava a
ripassare in Sicilia, lusingato, forse richiesto, dall'imperatore Leone
il Sapiente: Elia da Castrogiovanni, stato ausiliare di Basilio Macedone
nel tentato racquisto dell'isola venti anni innanzi; e il vedremo tra
non guari incoraggiare, a modo suo, all'estrema difesa il popolo di
Taormina.[151] Vedrem anco novelli sforzi dei Bizantini: un patrizio e
un presidio mandati a Taormina; grand'oste adunata a Reggio; armata
venuta di Costantinopoli a Messina. I quali fatti mostrano ad evidenza
che l'impero fe' disegno nelle guerre civili dei Musulmani e nel bisogno
che avea di lui la colonia ribelle. Dopo la occupazione di Palermo,
l'impero armò un poco; suscitò al riscatto le popolazioni cristiane
dell'isola, alla guerra quelle di Calabria; trascinato egli stesso dai
Musulmani rifuggiti a Taormina, a Costantinopoli e in Calabria, i quali
speravano gran cose al certo e molte più ne diceano.
Abd-Allah, sapesse o no coteste pratiche, dovea combattere la guerra
sacra, per dare sfogo agli agitati animi dei Musulmani di Sicilia, per
soddisfare a sè stesso, alla opinione pubblica, al padre. Non tardò
dunque a uscir di Palermo; cavalcò il contado di Taormina; svelse le
vigne; molestò il presidio con avvisaglie; e come l'inverno
s'innoltrava, sperando ridurre più agevolmente Catania, città in
pianura, la assediò; ma indarno. Perlochè, tornato in Palermo a
svernare, apparecchiò più poderosi armamenti, e, abbonacciata la
stagione, fe' salpare il navilio a' venticinque marzo del novecento uno.
Egli con l'esercito andò a porre il campo a Demona; piantò i mangani
contro le mura; le battè per diciassette giorni; ma risaputo d'un grande
sforzo di genti che i Bizantini adunavano in Calabria, lasciò stare il
presidio di Demona buono a difendersi e non ad offendere; e volò con
l'esercito a Messina. Par che l'armata vi fosse ita innanzi, e che la
città si fosse di queto sottomessa. Abd-Allah passava immantinenti lo
stretto. Trovata l'oste sotto le mura di Reggio, un'accozzaglia dei
presidii bizantini dell'Italia meridionale e di Calabresi che li
abborrivano, i Musulmani la sbaragliaron col solo terrore, dice Giovanni
Diacono. Mentre i fuggenti correano da ogni banda per la campagna,
Abd-Allah irruppe senza ostacolo in città il dieci giugno. Le feroci
genti sue cominciarono una strage indistinta: poi l'avarizia consigliò
di far prigioni; che ne ragunarono diciassettemila, tra i quali fu
tratto in carcere, come scrive Giovanni, il venerando vescovo dal crin
bianco e dalla faccia colorita, spirante dolcezza. Immenso il cumulo
della preda: oro, argento, suppellettili; rigorosamente custodito dai
vincitori, continua il medesimo autore, e ben si riscontra con la legge
musulmana che vieta di scompartire il bottino in territorio nemico. Vi
si aggiunsero i tributi e presenti delle città vicine, le quali si
affrettavano a mandare oratori chiedendo l'amân; poichè Abd-Allah avea
dato voce di volere stanziare a Reggio. Ma improvvisamente ei ripassa lo
stretto, sapendo arrivata da Costantinopoli a Messina un armata greca; e
la coglie nel porto; le prende trenta legni; fa diroccar le mura della
città, per gastigo o cautela. Intanto traghettavano continuamente da
Reggio a Messina le navi da carico, zeppe di roba e schiavi. Abd-Allah
condusse di nuovo l'armata su le costiere di Terraferma; combattè altri
nemici, forse gente dei duchi Franchi di Spoleto e Camerino, condotti ai
soldi dell'imperatore di Costantinopoli. In questa impresa il principe
aghlabita occupò, il venti luglio, una città di cui non ben si legge il
nome, forse Nardò;[152] e si ridusse alfine con tutte le genti in
Palermo, donde mandò nunzii al padre col racconto delle vittorie e il
meglio del bottino. Fino alla primavera del novecentodue, quando andò a
trovarlo ei medesimo in Affrica, Abd-Allah soggiornò nella capitale
della Sicilia, reggendo i popoli con giustizia e bontà.[153]
Corse fama in Italia che Ibrahim, intendendo dai messaggi del figliuolo
la impresa di Reggio, prorompesse in rampogne: “Non esser suo sangue,
no, tener dalla madre, questo svenevole che s'impietosiva dei Cristiani
e tornava addietro, principiate appena le vittorie! Se ne venisse dunque
a poltrire in Affrica, chè egli, Ibrahim-ibn-Ahmed, andrebbe a mostrare
ai nemici di Dio e degli uomini il valor vero della schiatta d'Aghlab.”
A queste parole d'ira s'aggiugneano romori contraddittorii: che
Abd-Allah segretamente sopraccorresse a corte per falso avviso della
morte del padre; che Ibrahim vistoselo accanto, in luogo di incrudelire,
gli rinunziasse il regno e ponessegli al dito il proprio anello.[154]
Così tra le fole si risapea la verità. Al dir d'una cronica araba, la
verità era che richiamatisi i Musulmani di Tunis appo il califo
abbassida Mo'tadhed-Billah delle enormezze che aveano a sopportare, e
mostratogli che certe schiave che Ibrahim gli avea mandato in dono,
fosser le mogli e figliuole loro, Mo'tadhed inorridito si risovveniva
d'essere pontefice e imperatore. Facea dunque sentire in Affrica, la
prima volta da un secolo, i voleri del successor del Profeta.
Significavali per un messaggiero; al quale Ibrahim volle farsi incontro
in attestato di riverenza, contenendo i superbi movimenti dell'animo,
con sì duro sforzo, ch'ei ne fu colpito di malattia biliosa, e costretto
a sostare alla _sibkha_, o vogliam dire stagno salmastro di Tunis.
Abboccatosi quivi segretamente con l'ambasciatore, promesse di ubbidire
al califo; il quale per bocca di costui, senza comando scritto, gli
ingiugnea di risegnare il governo al figliuolo Abd-Allah e
rappresentarsi in persona a Bagdad.[155] Tanta modestia civile d'Ibrahim
si comprenderà meglio, considerando ch'ei già sentiva crollare il trono
aghlabita. Una sètta politica, delle tante che ne covavano sotto la
teocrazia musulmana, s'era appresa alla forte tribù berbera di Kotâma; e
scoppiava già in aperta ribellione, minacciando al paro il principato
d'Affrica e il califato. In Affrica, Arabi e Berberi, ortodossi e
scismatici, nobiltà menomata dai supplizii e plebe spolpata sotto
pretesto di farle giustizia contro i nobili, a una voce tutti maledivan
l'Empio, come il chiamarono per antonomasia.[156] Minacciavalo di più,
dall'Egitto, la dinastia dei Beni-Tolûn, potentissimi di ricchezze e
d'ardire, imparentati col califo, usurpatori che per far più guadagno
s'offrian sostegni alla legittimità. Sovrastandogli dunque novella
guerra civile, complicatissima, spaventevole, senza speranze di uscirne
vincitore, ei riformò il governo e abdicò, fingendo d'ubbidire al
califo. Notevole è che un altro cronista, copiato o abbreviato nel
_Baiân_, senza far parola del messaggio di Mo'tadhed, attribuisce a
dirittura le riforme d'Ibrahim ai movimenti della tribù di Kotâma, e
dice che allora ei volle farsi grato all'universale, e riguadagnare gli
animi degli antichi partigiani di casa d'Aghlab.[157]
Pose il nome d'anno della giustizia al dugentottantanove dell'egira (16
dicembre 901 a 4 dicembre 902) che incominciava tra quelle vicende;
abolì le gabelle; disdisse le novazioni nel modo di riscuotere le
decime;[158] rimesse agli agricoltori un anno di tributo fondiario;
liberò i prigioni di stato; manomesse i proprii schiavi; cavò dalli
scrigni grosse somme di danaro e dielle ai giuristi e notabili di
Kairewân per dispensarle ai bisognosi; ma ebberle, aggiugne un cronista,
quei che men le meritavano e furono scialacquate.[159] Con ciò
premurosamente scriveva ad Abd-Allah di venire in Affrica; il quale,
lasciato l'esercito in Palermo ai proprii figliuoli Abu-Modhar e
Abu-Ma'd, andò in fretta con cinque galee sole.[160] Arrivato ch'ei fu,
Ibrahim, del mese di rebi' primo (13 febbraio a 14 marzo 902), gli
risegnava il principato. Quanto a sè, non potendo rimanere in Affrica nè
volendo ire a Bagdad, scrisse al califo ch'ei si metteva in
pellegrinaggio per la Mecca. Poi pretestò che convenia passare per
l'Egitto, e che ei nol potea senza azzuffarsi coi Beni-Tolûn; onde inviò
a Bagdad un'altra lettera: che ad evitare spargimento di sangue
musulmano, vedi s'egli era contrito, e a compiere insieme i due precetti
del pellegrinaggio e della guerra sacra, piglierebbe la via di
Sicilia.[161] Forse agitava in mente il pazzo disegno di andare alla
Mecca per a traverso i territorii di Cristianità, il Bosforo e l'Asia
Minore, poich'egli non avea rinunziato al figliuolo la signoria di
Sicilia, e pensò al certo al conquisto d'Italia, e in Italia parlò di
quel di Costantinopoli.[162] Che che ne fosse, Ibrahim, sceso dal trono,
parea rifatto altr'uomo. Dissepolti i suoi tesori e armerie, indossò a
mo' degli anacoreti un cilicio tutto rattoppato; andò a Susa a bandire
la guerra sacra. Di lì il sedici di rebi' secondo (30 marzo) parte per
Nûba, castello in su la marina tra Susa e Iklibia (_Clypea_); ove fa la
mostra dei volontarii; li provvede d'armi e cavalli; dispensa venti
dinâr a ogni cavaliero e dieci a ogni fante; e con loro fa vela per la
Sicilia.[163]