CAPITOLO II.

Ibrahim-ibn-Ahmed non solamente avviluppò in questa guisa la condizione

politica della colonia, e poi sciolse il nodo con orribile catastrofe,

ma, non sazio di quel sangue musulmano, venne ei medesimo in Sicilia a

sterminare gli ultimi avanzi de' Cristiani; prosegui la vittoria in

Calabria; e minacciava tutta la terraferma d'Italia, quand'ei morì

com'Alarico sotto le mura di Cosenza. Pertanto debbo dir di costui più

particolarmente che non abbia fatto degli altri principi affricani. Il

voglio anche perchè l'indole d'Ibrahim, sembra fenomeno unico nella

storia morale dell'uomo, nè si può definir con parole, nè delinear con

qualche tratto. Unico fenomeno parve a quei che il videro da presso; i

quali, facendosi a spiegarlo e non trovandovi modo con la psicologia del

Corano, ebbero ricorso alle teorie dei materialisti che già penetravano

appo gli Arabi, miste alla filosofia greca; supposer quest'uomo invasato

di non so che bile negra: malinconia, come la chiama tecnicamente

Ibn-Rakîk.[94]

“Niun dee misfare fuorchè il principe. La ragione di questo è che, ove

gli ottimati e i ricchi si sentan possenti nei beni della fortuna, uom

non vivrà sicuro dalla loro insolenza e malvagità. Se il re cessi di

calcarli, ecco che si fidano; gli resistono; gli traman contro! In vero

il succo vitale del principato è la plebe.[95] Il signor che lasciassela

opprimere, perderebbe l'utile ch'ei ne ricava; ed altri sel godrebbe,

rimanendo a lui il sol danno.”[96] Così parlava Ibrahim-ibn-Ahmed,

vantandosi di abbattere la nobiltà arabica dell'Affrica: teorie e gergo

molto ovvii, che rivelan sempre il tiranno di buona scuola. Sagacissimo

fu veramente Ibrahim nelle cose di stato; uom di mente vasta e savia,

quando non l'offuscava la sete del sangue. Ebbe genio alieno dalle

scienze, dalle lettere e dalla poesia, ch'erano state in onore appo i

suoi maggiori: e qualche versaccio ch'ei fece, come nato e cresciuto in

una corte arabica, somiglia forte a quelli di Carlo d'Angiò, per la

insipidezza e l'arroganza.[97] In fatto di religione si mostrò

osservatore del culto, più che delle pratiche di devozione; si ridea

della morale quando non gli andava a' versi; ma era sopratutto

intollerantissimo verso gli altri. Visse senz'amore, nè amicizia. Seguì

voluttadi nella prima gioventù, e presto gli vennero a tedio; e allora

incrudelì nelle donne più rabidamente che negli uomini; e le abborrì di

strano e sospetto abborrimento. Violava in tutti i modi le leggi della

natura.

A venticinque anni salì al trono per uno spergiuro. Mohammed, suo

fratello, venendo a morte, lasciava il regno al proprio figliuolo

bambino; commettea la tutela a Ibrahim; faceagli far sacramento di non

attentar mai ai dritti del nipote, nè metter piè nel Castel Vecchio, ove

quegli dovea soggiornare con la corte. E Ibrahim, nella moschea

cattedrale del Kairewân, dinanzi gli adunati capi di famiglie di sangue

aghlabita e i magistrati e notabili della capitale, giurollo

solennemente; ripetè cinquanta fiate il tenor del giuramento, com'era

usanza nelle cause criminali. Sepolto il fratello (febbraio 875),

cominciò a regger lo Stato, ben diverso da lui, con somma forza e

giustizia. Indi i cittadini del Kairewân a pregarlo di prendere a

dirittura il regno: il che ricusò, pretestando suoi cinquanta

giuramenti; e di lì a poco, noi sappiam come si fa, i buoni borghesi

tornarono a supplicare più fervorosi, e Ibrahim non seppe dir no. Uscito

di Kairewân alla testa del popolo in arme, occupava il Castel Vecchio;

si facea gridar principe; e prestare omaggio di fedeltà dai notabili

d'Affrica e da non pochi di casa d'Aghlab. Con tutta la bruttura dello

spergiuro e della commedia che servì a ricoprirlo, Ibrahim non va

chiamato usurpatore. Il dritto di primogenitura non era allignato mai

appo gli Arabi; la designazione del principe antecessore, era abuso; la

investitura del califo, ormai vana cerimonia; e il popolo, che potea

deporre ed eleggere, partecipò alla tumultuaria esaltazione non

sforzato, forse mezzo raggirato e mezzo no. Gli umori delle città contro

l'aristocrazia militare, ci persuadono che la cittadinanza abbia

francamente parteggiato per Ibrahim.

Severi, ma di rigor salutare, i primordii del regno. Trattando sempre

dassè le faccende pubbliche, Ibrahim cessò i soprusi degli oficiali e

governatori di province: rendea ragione ogni lunedì e venerdì nella

moschea cattedrale del Kairewân, ascoltando con pazienza i richiami, e

provvedendo immantinenti; diè di sua persona esempii di astinenza e

pietà; ristorò la polizia ecclesiastica; sgombrò le strade dei ladroni

che le infestavano; assicurò il commercio, spense i violenti e gli

scapestrati. Si narra di lui che obbligasse la madre al pagamento di un

debito, minacciando di lasciarla tradurre dinanzi il cadi:[98] la madre,

sola creatura umana rispettata da quel mostro. Attese molto alle opere

pubbliche. A comodo dei cittadini, costruì un gran serbatoio d'acqua al

Kairewân. Per magnificenza e pietà innalzò una moschea cattedrale a

Tunis; e aggrandì quella del Kairewân; aggiuntavi inoltre una cupola che

poggiava su trentadue colonne di marmo. Circondò Susa di mura. Compiè su

la costiera del reame una linea di torri e posti di guardia, ordinata a

far segnali coi fuochi, sì che in una notte potea tramandarsi avviso da

Ceuta ad Alessandria di Egitto.[99] Cotesta pratica antichissima era

scesa con le tradizioni dell'impero infino ai Bizantini; i quali nella

prima metà del nono secolo l'adoperavano a significare i tristi casi di

lor guerre, da Tarso a Costantinopoli.[100] E v'ha ragioni da credere

ch'e' se ne fossero avvalsi anco in Sicilia, e che quivi avesserla

appreso gli Arabi d'Affrica.[101]

Innanzi ogni altra opera pubblica, Ibrahim avea costruito una

cittadella, centro di gravità della tirannide ch'ei macchinava: fortezza

ove porre sua corte e ordinar novelli pretoriani per disfarsi degli

antichi, i liberti di casa aghlabita, ridotti nel Castel Vecchio, stati

fin allora padroni del popolo e del principe. Fece por mano a' lavori il

dugento sessantatrè (23 settembre 876 a 11 settembre 877), in luogo

discosto quattro miglia dal Kairewân e chiamato Rakkâda, “Sonnolenta”

come suona appo noi.[102] Entro un anno, fornite le mura, innalzata una

torre che addimandarono di Abu-'l-Feth,[103] Ibrahim inaugurolla con

sanguinoso tradimento. Era avvenuto che i liberti del Castel Vecchio

tumultuassero contro di lui per aver fatto morire un di lor gente: e

allora, ito loro addosso per comando d'Ibrahim il popolo della capitale,

i liberti, vedendosi sopraffatti, avean domandato e ottenuto perdono. Ma

il dì che dovean toccar lo stipendio, Ibrahim li chiama alla torre di

Abu-'l-Feth; li fa entrare a uno a uno; disarmare; incatenare: e diè

mano ai supplizii; ch'altri morì sotto il bastone, altri condannato a

perpetuo carcere in Kairewân; altri bandito in Sicilia.[104] In luogo

dei liberti, comperò schiavi in grandissimo numero; prima negri, poi

anco di schiatta slava: li vestì; li esercitò nelle armi; ne fece un

grosso di stanziali, valorosi, induriti alle fatiche;[105] massa di

bruti della zona torrida e del settentrione disumanati dal servaggio e

di più dalla disciplina. Così passarono i primi sei anni del regno;

lodevoli del resto a detta di tutti i cronisti, i quali tenean forse

necessaria la carnificina di Abu-'l-Feth. Poi sfrenossi a dar di piglio

nella roba e nel sangue; peggiorando di anno in anno, come nota l'autore

del _Baiân_.[106]

Perchè, non bastando le entrate ordinarie dello stato a spesare gli

stanziali, le fabbriche e la guerra che sopravvenne (an. 880, 881)

contro un principe d'Egitto della dinastia usurpatrice dei Beni-Tolûn,

era strascinato Ibrahim ai maltolti. L'anno dugento settantacinque

(888-889) battè nuova moneta d'argento, che, rifiutata dai mercatanti

del Kairewân, diè occasione a tumultuarie rimostranze, imprigionamenti,

sollevazione: e Ibrahim, al solito, restò di sopra. Donde facea coniare

altri dirhem e dinâr decimali, com'ei li chiamò, perchè i primi

d'argento e i secondi d'oro stavano in valore come uno a dieci; e tolse

di mezzo le buone monete dell'impero abbassida.[107] Oltre questo

espediente di finanza, ponea nuove gabelle;[108] aumentava le tasse

prediali e riscuoteale in danaro, non più in derrate;[109] richiedeva i

cittadini che apprestassero a servigio dello Stato loro schiavi e

giumenti; in cento modi li espilava per accumular tesori.[110]

A misura degli aggravii prorompean pure le sollevazioni; e a misura di

quelle incrudeliva Ibrahim. Ne noterò solo i fatti rilevanti.

Ribellavansi ricusando le tasse, l'anno dugentosessantotto (881-882), le

tribù berbere di Wuezdàgia, Howâra e Lewâta: ed erano oppresse, l'una da

Mohammed-ibn-Korhob, ciambellano, le altre da Abd-Allah figliuolo

d'Ibrahim, mandatovi con gran gente di giund, liberti, leve in massa, e

ausiliarii forniti al certo da altre tribù berbere: sì fermo Ibrahim

guidava tutti i cavalli del carro, poichè s'ebbe aggiustata in mano

quella ferrea sferza degli schiavi stanziali.[111]

Poi surse in arme la colonia di Belezma, gente arabica della tribù di

Kais, venuta la più parte nei principii del conquisto, e stanziata da

parecchie generazioni in quella città, sul confin meridionale

dell'odierna provincia di Costantina, in mezzo alla catena degli Aurès,

donde teneva a segno la tribù berbera di Kotâma. Gli agguerriti Arabi di

Belezma ributtarono Ibrahim, ito in persona a combatterli: ond'ei

perdonò loro; attirò a Rakkâda, prima alcuni capi sotto specie di

trattar faccende, poi, con altri pretesti, più numero di gente; lor diè

splendide vestimenta, onori quanti ne vollero e alloggiamento in uno

edifizio circondato di mura con una sola porta, nel quale settecento o

mille cavalieri, chè tanti se n'erano accolti, se pur pensavano allo

esempio dei liberti del Castel Vecchio, si fidavano al certo di

affrontar chi che si fosse. E così ogni evento delle istorie avvera la

sentenza del Machiavelli, che colui che inganna, troverà sempre chi si

lascerà ingannare.[112] Il dì che le altre soldatesche toccavan la paga,

inebbriate di danaro, fors'anco di vino, Ibrahim le lanciava allo

scannatoio ov'eran serrati i guerrieri di Belezma; i quali (893-894)

valorosamente si difesero; e tutti perirono.[113] La pena di tal

misfatto, come spesso accade, la pagò non Ibrahim, ma la dinastia;

poichè, decadendo Belezma, la tribù di Kotâma imbaldanzì, e condusse al

trono i Fatemiti.[114] Più pronto gastigo minacciava la sollevazione

generale delle milizie arabiche, scoppiata immediatamente e rinnovatasi

poi varie fiate; ma Ibrahim trionfò di tutti, mercè le mura di Rakkâda,

la virtù militare del figliuolo Abd-Allah, e gli schiavi armati; dei

quali accrebbe il numero; lor affidò la reggia; e pose capitani sopra di

loro due schiavi, Meimûn e Rescîd. Accentrò al medesimo tempo Ibrahim

grande autorità in persona di Hasân-ibn-Nâkid, nuovo suo ciambellano,

capitan di eserciti, emir di Sicilia, e rivestito di altri oficii,

scrive la cronica,[115] probabilmente le amministrazioni di finanza, e

il tribunale dei soprusi nelle province sollevate.

Tra i casi di questa rivoluzione seguirono non più udite enormezze dei

soldati regii, i quali, presa Tunis per battaglia, fecero schiavi tra i

Musulmani, sforzaron le donne e sparsero gran sangue (893-894). Dato

avviso della vittoria a Rakkâda per lettere legate al collo dei colombi,

Ibrahim rescrisse di caricare i cadaveri su le carra; mandarli a

Kairewân; e condurli in giro per le strade. Comandò, non guari dopo

(894-895), di mettere a morte i nobili della tribù di Temîm, ceppo di

sua famiglia, e appendere i cadaveri alle porte di Tunis. Ministro di

tai vendette era stato Meimûn, nominato dianzi, donde venne fieramente

in odio a quei cittadini; ma Ibrahim, non prima n'ebbe sentore, che gli

mandò, diremmo noi, un bell'ordine cavalleresco: all'uso di que' tempi

collana d'oro e vestimenta di seta ricche d'oro, disegni e svariati

colori; e il manigoldo in tanto sfarzo cavalcò trionfalmente in Tunis.

Un anno appresso, fattevi rizzar nuove fortezze, vi andò a soggiornare

il tiranno in persona;[116] meditando già la impresa di Sicilia, o

parendogli Rakkâda mal sicura senza lo scampo del mare: o volle sfogare

la superbia dell'animo suo sopra la città ribelle, prostratagli ai piè

come cadavere.

Il medesimo anno della rivolta, Ibrahim allagò di sangue la reggia per

sospetto di una congiura degli eunuchi e stanziali schiavoni contro la

vita di lui e della madre:[117] dal qual tempo in poi, aspettandosi che

alcuno dei tanti che tremavano trovasse modo ad ammazzarlo, per meglio

guardarsi, consultò astrologhi e arioli, nei quali ponea molta fede. Gli

dissero dover morire di certo per man d'un piccino; se di statura o di

anni, i furbi maestri nol discernean bene in lor arte: ond'egli visse in

sospetto de' giovani paggi schiavoni; e se gliene venia veduto alcuno

audace e fiero in volto, vago di maneggiar la spada, pensava tra sè:

ecco l'assassino; e lo facea spacciare. Quando n'ebbe ucciso molti, temè

la vendetta dei rimagnenti: onde li uccise tutti;[118] e tolse paggi

negri in luogo dei bianchi; e non tardò a fare sgombero anche di quelli,

l'anno dugento ottantotto (900).[119] Ma nel lungo suo regno i domestici

eccidii sovente si rinnovarono e cominciaron prima della tirannide di

fuori; bastando l'ira ad aizzarlo quanto il sospetto, e quanto l'uno e

l'altra la gelosia. Aveva egli vietato sotto pene severe la vendita del

vino a Kairewân; la tollerava a Rakkâda[120] in grazia forse dei suoi

stanziali; e beveva egli stesso senza scrupolo nei penetrali dello

harem. Or accadde che fattosi mescer vino da una donna, nei primi credo

io del regno, e datole a tenere il fazzoletto di seta con che si

asciugava le labbra, colei lasciosselo cader di mano, e un eunuco il

trovò e nascose. Ibrahim non sapendo qual fosse costui, tutti i trecento

eunuchi che avea fe' morire,[121] per seppellir forse con loro il

segreto della regia intemperanza. Diversa cagione ebbe la morte di

sessanta sciagurati giovanetti ch'ei teneasi in palagio, e, calpestando

più d'uno dei precetti di sua religione, ogni sera lor dava a ber vino,

e poi non volea che troppo dimesticamente vivesser tra loro. Avutane

spia, chiamolli dinanzi a sè; interrogolli, e confessando alcuni il

fallo, e negandolo tra gli altri audacemente un fanciullo molto amato da

lui, Ibrahim gli spezzò il cranio con una mazza di ferro: gli altri fece

morire a cinque o sei il dì, tra soffocati nella stufa e arsi nella

fornace del bagno.[122]

Nè men geloso in punto di religione, aggravò la vergogna degli _dsimmi_,

come se non bastassero al suo zelo i segni esteriori di vassallaggio che

si costumavano innanzi.[123] Comandò Ibrahim che portassero su le spalle

una toppa bianca, con la figura, i Giudei d'una scimmia e i Cristiani

d'un maiale; e che gli stessi animali si dipingessero in tavole confitte

su le porte di lor case.[124] Il martirio ch'ei diè ai quattro

Siracusani si è narrato di sopra, su la fede delle agiografie

cristiane.[125] Non sappiam se sia dei martiri siracusani un Sewâda, di

cui scrivon le cronache musulmane che proffertogli l'oficio di direttore

della tassa fondiaria, se rinnegasse, e rispondendo egli che non

barattava la fede, Ibrahim lo fece spaccare in due e sospender mezzo

cadavere a un palo, mezzo ad un altro, l'anno dugentosettantotto

dell'egira (891-892).[126] Tuttavia gli eretici dell'islamismo poteano

invidiare la condizione de' Cristiani. Dopo le stragi d'una battaglia,

vinta sopra la tribù berbera di Nefûsa, l'anno dugentottantaquattro

(897-898), Ibrahim interrogò un dottore che si trovava tra i prigioni:

“Che pensi di Alì?” “Era infedele e però sta in inferno; e chi non dice

così, andravvi con lui,” rispose il prigione; scoprendosi Kharegita a

questo parlare. Il tiranno allora gli domandava se tutta la tribù di

Nefûsa tenesse tal credenza, e saputo di sì, ringraziava il Cielo

d'averne fatto macello. I prigioni, ch'eran cinquecento, se li fece

recare innanzi a uno a uno: egli assiso in alto, tenendo in mano un suo

lanciotto, cercava con la punta sotto l'ascella ove fosse il vano tra

costola e costola dell'uomo,[127] e poi data una spinta, andava a trovar

dritto il cuore, e facea passare un altro, finchè tutti gli trafisse.

Così il Nowairi.[128] L'autore del _Baiân_ scrive che i prigioni fossero

trecento, ch'ei ne avesse fatto spacciar uno e poi trattogli il cuor con

le proprie mani, e fattolo trarre agli altri, infilzati in una funicella

i trecento cuori, e sospesi a festone su la porta di Tunisi.[129] Ambo

le tradizioni bene stanno ad Ibrahim-ibn-Ahmed, e possono ammettersi

insieme.

Innanzi tal pia scelleratezza, era ito Ibrahim a Tripoli (896-897),

governata per lui da un suo cugin carnale, Mohammed-ibn-Ziadet-Allah,

uomo di egregii costumi, erudito, poeta e scrittore d'una storia di casa

aghlabita: onde il tiranno ignorante l'invidiava fin dalla gioventù, ma

adoperavale per averne bisogno. Il coperto odio divampò, quando il

califo abbassida Mo'tadhed, risapendo le enormezze di Tunis, minacciò in

parole, e secondo altri scrisse a dirittura a Ibrahim, ch'ei lo avrebbe

deposto, e surrogatogli il cugino, specchio di virtù. Pertanto non

contentossi Ibrahim d'ucciderlo; ma volle fosse appiccato il cadavere a

un palo come di malfattore.[130] Somiglianti sospetti di Stato lo

spinsero, prima e poi, a mandare a morte ciambellani, ministri,

cortigiani, e un povero segretario, chiuso vivo nel feretro. Otto

fratelli suoi proprii erano scannati al suo cospetto; un de' quali,

obeso e infermo che non potea reggersi, implorava gli si lasciassero

quei pochi giorni di vita; e Ibrahim rispose: “Non fo eccezioni;” e

accennò il carnefice di percuotere. Abu-l-Aghlab suo figlio ebbe tronco

il capo dinanzi a lui; dicesi per trame di Stato. Abd-Allah, maggior tra

i figliuoli, erede presuntivo della corona, folgor di guerra che

spezzava nei campi di battaglia i viluppi creati dalla tirannide del

padre, Abd-Allah ubbidiente troppo, virtuoso, dotto, modesto, pur si

sentiva ad ogni istante sul collo la scimitarra del carnefice.[131]

Inviperiva Ibrahim ogni dì più che l'altro; ciascun misfatto tirandosene

dietro parecchi; incarnandosi ogni vizio con l'uso e con la età;

aggravandosi in lui l'atrabile, la monomania, la causa qual si fosse che

lo portava al sangue; su la quale decida chi mai arriverà a penetrare

l'arcano della umana volontà. Chi raccoglie i fatti, noterà due sintomi

atrocissimi. L'un che costui nelle vittime segnalate per la costanza

dell'animo, ricercava rabidamente il cuore, sede del pensiero secondo

gli Arabi; quasi il tiranno volesse dar di piglio alla causa materiale

di lor contumacia. Il disse ei medesimo a San Procopio vescovo di

Taormina, mandandolo al supplizio (902).[132] Parecchi anni innanzi avea

notomizzato il cuore di un altro valoroso, Ibn-Semsâma, suo primo

ministro; il quale straziato di cinquecento battiture, non avea detto un

ahi, nè s'era mosso; e a ciò, comandando Ibrahim di ucciderlo, s'era

vantato di aprire e chiuder la mano tre fiate dopo recisogli il capo, e

avea tenuto parola.[133]

L'altra orribilità mi sembra un'avversione, un dispetto, un'invidia

ch'ei sentisse della perpetuità della umana schiatta. Non dirò delle

mogli e concubine che facea strangolare, murar vive, sparar loro il

corpo, se incinte: e tuttociò senza lor colpa, forse senza gelosia.

Lungo tempo così era vissuto, non parlando a donne fuorchè la madre, la

_Sîda_ che è a dir “Signora” come chiamavanla a corte. Costei, cercando

ridurlo ad alcun sentimento umano, un dì che le parve di umor men tetro,

gli appresentò due leggiadre donzelle, alle quali fe' recitare il Corano

e cantar versi su la chitarra e il liuto. A che parendo si compiacesse

il tiranno, rallegrato anco dal vino, la madre gli offrì in dono le due

schiave; ei le accettò, e lo seguirono. Ed entro un'ora veniva alla Sîda

lo schiavo fidato d'Ibrahim con una cesta ricoperta di ricco drappo.

Trovò le due teste; e, gittando un grido, cadde svenuta; ma tornata in

sè, le prime parole che profferì furono maledizioni sopra il figliuolo.

Pur era serbata a veder maggiore empietà. Avea comandato Ibrahim di

mettere a morte ogni figliuola che gli nascesse; e talvolta non avea

aspettato che venissero alla luce. E la Sîda pur osava trafugare e far

nudrire occultamente le bambine. Nell'età matura del figliuolo, coltolo

un'altra fiata in velleità di clemenza, si provò a mostrargli le

fanciulle cresciute come lune di bellezza, dice la cronica; e credette

aver vinto quando gliele sentì lodare. Si fa allora più ardita; gli

svela che son sua prole; gli rassegna i nomi loro e delle madri. Il

tiranno uscì dalla stanza. Chiamato un suo negro “Meimûn,” dissegli,

“arrecami le teste delle donzelle che tien la Sîda.” Il carnefice non si

movea. “Obbedisci, sciagurato schiavo,” ripigliava Ibrahim, “o ti farò

andare innanzi, ed esse dopo.” E Meimûn tornò poco stante, avvolgendosi

alle mani le sanguinose chiome di sedici teste, e le gettò a mucchio sul

pavimento.[134] La critica non può mettere in forse coteste orribilità.

Ancorchè noi le tenghiamo di seconda mano, è evidente la veracità degli

scrittori primitivi, cittadini del Kairewân o d'Affrica al certo, e

concordi tra loro, non avversi punto a casa aghlabita, vissuti in tempi

vicinissimi e di cultura letteraria. D'altronde i misfatti narrati ben

s'attagliano l'uno all'altro; e molti particolari che rivelano

quell'istinto d'uom tigre, sono ricordati quasi con le medesime parole

dai Musulmani e dai Cristiani, tra i quali il diligentissimo

contemporaneo Giovanni, diacono napoletano.[135]

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 7 / 62 题