CAPITOLO I.

Al contrario della stanca società bizantina che sgombrava di Sicilia, la

musulmana che le sottentrò, portava in seno elementi di attività,

progresso e discordia. Nel primo Libro, toccammo gli ordini generali dei

Musulmani, e come si assettarono in Affrica. Or occorre divisare più

distintamente alquanti capitoli di lor dritto pubblico, e l'applicazione

che sortirono appo la colonia siciliana.

Farem principio dal reggimento politico. Il dispotismo che prevalse con

la dinastia omeîade, e si aggravò con l'abbassida, non era bastato ad

opprimere le due aristocrazie, gentilizia e religiosa, tanto che non

prendessero parte, secondo lor potere, alla cosa pubblica. Fecerlo in

due modi; cioè con la interpretazione dottrinale della legge, e con lo

smembramento dello impero: a che si è accennato, trattando

dell'Affrica.[1] Secondo le teorie distillate per man dei dottori,[2]

dagli eterogenei elementi della legge musulmana, lo impero, era ormai,

in dritto e in fatto, debole federazione di Stati, impropriamente

chiamati province. Troviamo in Mawerdi, egregio pubblicista del decimo

secolo, doversi tenere lo emir di provincia come delegato della

repubblica musulmana, non del califo.[3] Ei veramente esercitava tutta

l'autorità sovrana, fuorchè la interpretazione decisiva dei dommi.[4]

Allo emir di provincia era dato:

Ordinare lo esercito, distribuire le forze nei luoghi opportuni, e

fissare gli stipendii militari, quando non lo avesse già fatto il

califo;

Vegliare all'amministrazione della giustizia ed eleggere i _câdi_ e gli

_hâkem_, magistrati simili al câdi nelle città minori;

Riscuotere tutte le entrate pubbliche, pagar chi di dritto su quelle, ed

eleggerne gli amministratori;

Difendere la religione e la società;

Applicare le pene ad alcuni misfatti, nei limiti che appresso si

descriveranno;

Presedere alle preghiere pubbliche, in persona o per delegati;

Avviare e sovvenire i pellegrini della Mecca;

E, se la provincia stesse in su i confini, far la guerra ai vicini

infedeli, scompartire il bottino ai combattenti e serbarne la quinta a

chi appartenesse.[5]

Il popolo, dunque, di una parte del territorio musulmano costituita in

provincia e governata da un emiro, non riconosceva il califo nè come

legislatore nè com'esecutor della legge; non vedeva altra autorità che

dello emiro; e costui, alla sua volta, non era tenuto ubbidire che alla

legge ed alla propria coscienza; nè dovea rispettare il fatto del

principe, fuorchè nel caso degli stipendii militari già determinati da

esso. Il principe eleggeva e rimovea d'oficio l'emiro, come il câdi,

senza poter dettare all'uno i provvedimenti, nè all'altro i giudizii;

talchè tutta la amministrazione civile, militare, ecclesiastica e

giudiziale si conducea come in oggi quella sola della giustizia negli

Stati di Europa che abbiano magistrati amovibili ad arbitrio. Bene o

male, era conseguenza logica della teocrazia. Se avvenia che il califo

sforzasse lo emiro ad alcun provvedimento con minaccia di deposizione,

ciò non costituiva norma d'ordine pubblico; era abuso di chi comandava e

viltà di chi obbediva. Similmente il califo celava, quasi fosse colpa,

la vigilanza sua sopra lo emiro, affidandola al direttor della posta.[6]

Alla effettiva autorità rispondeano le apparenze, e in particolare la

cerimonia della inaugurazione, nella quale si prestava giuramento

all'emiro non altrimenti che al califo.[7] La moneta, nei primi due

secoli dell'islamismo, si coniava spesso col solo nome dell'emiro, per

esempio di Heggiâg-ibn-Iûsuf in Irak, di Mûsa-ibn-Noseir in Affrica e

Spagna, e di Ibrahim-ibn-Aghlab in Affrica.[8] Sì larga essendo la

potestà legale del governator di provincia e impossibile di tarparla nei

paesi lontani dalla metropoli, e stanziando in quelli la nobiltà armata,

ognun vede con che agevolezza le province si poteano spiccar

dall'impero, sol che le milizie parteggiassero per l'emiro; nel qual

caso tornava inefficace la sola ragione lasciata al califo, cioè dargli

lo scambio. Così nacquero le dinastie dei Taheriti in Persia, degli

Aghlabiti in Affrica, dei Tolûnidi in Egitto e non poche altre. Cotesti

novelli principi alla lor volta, se mandavano emiri nelle province

conquistate, si trovavano rispetto a quelli nelle medesime condizioni e

peggiori, che i califi verso di loro; non avendo la dignità del

pontificato, nè distinguendosi pur nel titolo dai governatori delle

proprie colonie.

Le esposte norme di dritto pubblico si osservarono in Sicilia, infino ai

tempi del tiranno Ibrahim-ibn-Ahmed, e se alcuno le trasgredì, furono i

coloni più tosto che il principe. Gli emiri dell'isola facean da sè paci

e accordi e scompartivano il bottino, a quanto si può spigolare tra gli

aridi annali musulmani; nè si trovan vestigie di comando esercitato in

Sicilia dai principi d'Affrica. Il titolo dell'oficio or si legge

_emîr_, or _wâli_, e, nei primordii della colonia, _sâheb_; la qual voce

par che denotasse il fatto d'una insolita autorità, e quasi

independente, come dicemmo nel secondo Libro.[9] Men precisi indizii

troviamo nelle monete. Tra le poche che ce ne avanzano degli Aghlabiti,

due di argento portano il nome dello emiro siciliano insieme e del

principe aghlabita, date di Sicilia il dugentoquattordici e il

dugentoventi. Poi ne occorre una anche d'argento, del dugento trenta,

ove leggonsi i simboli religiosi, il motto di casa d'Aghlab e la data di

Palermo, senza nome nè dell'emiro nè del principe. In ultimo, un

quarteruolo d'oro del dugentotrentatrè senza il nome della Sicilia nè

del principe, ha ben quel dello emiro con la formola religiosa e il

motto aghlabita. Di lì alla fine della dinastia, qualche moneta che si

crede siciliana dalla fattura, senza che vi si legga Sicilia nè Palermo,

offre il sol nome del principe Affricano.[10] Da ciò si può conchiudere

di certo che i primi emiri coniassero moneta; ma non che i successori

non ne coniassero. D'altronde lo esercizio di tal dritto, che sarebbe

assai significativo trattandosi di reami cristiani, poco monta negli

Stati musulmani dei primi cinque secoli dell'egira, quando i califi

lasciavan correre nelle monete, come dicemmo, il nome degli emiri di

provincia; e i veri principi che sottentrarono ai califi ne lasciaron

correre il nome; sì che passò in proverbio “è rimasa al tale la _Khotba_

e la zecca” per significare un titolo senza potestà.[11]

Oltre la piena autorità esercitata dagli emiri di Sicilia, è da notar

che sovente i coloni non aspettaron licenza dall'Affrica per rifar

l'emiro, quando fosse venuto a morte, e sovente anco scacciarono gli

eletti o confermati dal principe;[12] appunto com'era avvenuto in Spagna

avanti il califato di Cordova, e in Affrica avanti gli Aghlabiti. A così

fatta usurpazione li spingea l'assioma che lo emiro rappresentasse non

il principe, ma il popolo musulmano; e altresì la dubbia sovranità degli

Aghlabiti, e la consuetudine allo esercizio di un dritto anteriore

all'islamismo e non abrogato: cioè che tutta associazione di Arabi,

grande o picciola, tribù o circolo, sempre scegliesse il proprio capo.

Le altre parti del civile ordinamento non occorre descrivere

minutamente; sendo notissime, nè molto diverse da paese a paese. Con

l'emiro pochi magistrati eran preposti alla esecuzione della legge.

Cominciando dall'amministrazione della giustizia, si vedrà questa

intralciata e sovente arbitraria. Decidea sempre un sol giudice;

prendendo avviso legale da' _muftî_, assessori come noi diremmo. V'era

un sol grado di giurisdizione; e quattro maniere di giudici con mal

definita competenza. Primo giudice criminale il principe o l'emiro,[13]

che poteva applicar le pene scritte testualmente nel Corano e non altre;

ma al contrario, nella istruzione del processo, gli era lecito lo

arbitrio che si negava al câdi. Nei misfatti di dritto divino[14]

l'emiro decideva o delegava la causa; quei di dritto umano[15] eran

conosciuti da lui o dal câdi, a chi si rivolgessero gli offesi.[16]

L'emiro poteva alzar poi un tribunale straordinario chiamato dei

_mezâlim_ o diremmo noi de' soprusi, ov'ei sedea coi câdi, hâkim,

giuristi, segretarii, testimonii e guardie; e sì decidea, con procedura

eccezionale, su i richiami per casi qualunque, criminali, amministrativi

e anche civili, quando la potenza dell'accusato avesse tolto all'offeso

d'ottenere giustizia ne' modi soliti.[17] Independente dallo emiro, il

câdi nelle città maggiori e lo hâkim nelle altre, esercitava quella

tutela delle persone incapaci e opere pie che appo noi va attribuita al

pubblico ministero; e inoltre giudicava tutte cause civili e le

criminali che richiedessero interpretazione di legge o fossero delegate

dall'emiro; fuorchè le cause civili e criminali di minor momento, alle

quali era preposto il _mohtesib_.[18] I parenti del profeta aveano

magistrato speciale.[19] Infine il _mohtesib_ esercitava la

giurisdizione meramente esecutiva nelle cose civili, e nelle criminali

quella che potremmo chiamare correzionale, se esattamente rispondesse

alla definizione dei nostri codici; e al medesimo tempo era oficiale di

polizia urbana ed ecclesiastica; vegliava ai mercati; alla giustezza dei

pesi e delle misure; allo esercizio delle arti liberali o arti

meccaniche o commercii, sì che non nocessero ai cittadini.[20]

Dopo ciò, poco rimane a dire dell'amministrazione civile: della quale

dapprima ebbe carico il mohtesib; ma l'oficio in alcuni Stati fu diviso,

con diversi nomi; e rimase quel di _mohtesib_ al preposto dei

mercati.[21] La sicurezza pubblica, o sicurezza del despotismo, fu

affidata, nelle capitali, a un prefetto chiamato per lo più

_sâheb-es-sciorta_,[22] del quale v'ha ricordo negli annali della

Sicilia musulmana;[23] e il nome rimase per lo meno infino al

decimoterzo secolo, quando i capitoli del Regno di Sicilia chiamano

_Surta_ le pattuglie di polizia.[24] Il _mohtesib_, o come che si

addimandasse, partecipava alle cure edilizie insieme col magistrato

municipale propriamente detto, com'oggi l'intendiamo.

Scarsi quanto siano i ricordi che ci avanzan di cotesta parte di civile

reggimento negli Stati musulmani del medio evo, pur non cade in dubbio

la esistenza dei corpi municipali. Generalmente si appellavano _gemâ'_,

che suona adunanza; come sappiamo del Kairewân sotto gli Aghlabiti;[25]

di tutte le città d'Affrica nei primordii della dinastia fatemita[26];

del califato abbassida nel decimo secolo,[27] e fino ai nostri giorni

delle cittadi e tribù dell'Affrica settentrionale.[28] Questo ordine,

non istituito da legge scritta, era appunto novella forma del gran

consiglio di tribù e di circolo, di che parlammo nelle istituzioni

aborigene degli Arabi: e in vero non si potrebbe comprendere che i

nomadi, fatti cittadini, avessero disusato quell'ordinamento, quando il

novello lor modo di vivere lo rendea sì necessario, se non per trattare

le cose politiche, certo per provvedere, con mezzi e volontà comuni, ai

bisogni particolari della città. La _gemâ'_ nelle popolazioni arabiche

par sia stata composta dei capi di famiglie nobili, dei dotti, facoltosi

e capi delle corporazioni di arti, le quali assimilavansi a famiglie e

costituivano società di assicurazione reciproca nei casi penali: perciò

questo corpo municipale somigliava in parte alla curia romana.[29] Non

sappiamo se la _sciûra_, di che si fa menzione negli annali della Spagna

musulmana,[30] sia la _gemâ'_ sotto altro nome, ovvero una deputazione

della _gemâ'_, un comitato esecutivo, diremmo oggi, il quale nei tempi

ordinarii amministrasse i negozii del municipio deliberati dalla

_gemâ'_; ma certo è che nei tempi torbidi reggeva le faccende politiche.

Nei tempi ordinarii la _gemâ'_ era richiesta, in difetto dell'erario, di

provvedere, per contribuzioni volontarie di danaro o d'opera, alla

costruzione o restaurazione degli acquedotti, delle mura, delle moschee

cattedrali e al sovvenimento dei viandanti poveri. La richiedeva il

_mohtesib_; poteva obbligarla il solo principe, e nel sol caso che la

città fosse piazza di confini, onde, cadute le mura o dispersa la

popolazione, ne sarebbe tornato pericolo a tutto il reame. La

obbligazione, sempre era collettiva, non individuale: dal che ognun vede

essere stata la _gemâ'_ corpo morale, e vero municipio. Alla

ristorazione delle moschee minori provvedeano quei circoli o quartieri

che le possedessero; e trascurandosi da loro cotesto dovere, il

_mohtesib_ era tenuto a farne memoria.[31] Ciò conferma il fatto che

oltre il magistrato municipale della città ve n'era altri di quartiere o

contrada;[32] istituzione necessaria nelle città musulmane, le quali, al

par che le nostre del medio evo, eran divise in quartieri, abitati per

lo più da nazioni o arti diverse.

Cotesti ordini dall'Affrica passarono senza dubbio nella colonia

siciliana; onde v'ha memoria della gemâ' di Palermo, costituita come le

altre a modo aristocratico; e pronta a trapassare alla usurpazione

dell'autorità politica.[33] La riputazione dei giuristi che notai

trattando dell'Affrica, va supposta necessariamente in Palermo, ove

fiorirono nei principii del decimo secolo gli studii di dritto, secondo

la scuola di Malek.[34] Contuttociò non apparisce in Sicilia l'umor di

parti di cittadini e nobiltà militare, ond'erasi agitata l'Affrica nei

principii del nono secolo. La concordia durava per esser fresco il

conquisto; e perchè nobili e cittadini di schiatte orientali stanziavano

la più parte in Palermo, uniti da interessi comuni, dalla gelosia contro

il governo d'Affrica, e dalla brama di sopraffare i Berberi lor compagni

nell'isola.

Pria di passare all'azienda son da esaminare i due ordinamenti economici

della colonia dai quali dipendea principalmente la entrata e la spesa

pubblica; cioè, il primo, la costituzione della proprietà territoriale;

il secondo, i ruoli militari. Molto si è disputato tra i dotti europei

sul dritto di proprietà nei paesi musulmani; e manca nondimeno una

verace e nitida esposizione di tal materia; ond'è forza ch'io mi provi

ad abbozzarla. Premetto essere erronea la generalità, che si è troppo

ripetuta e renderebbe superfluo ogni esame; cioè che tutti i terreni

appartengano in proprietà a Dio, e per lui al pontefice principe.[35]

Gli eruditi che trovarono tal paradosso, tolsero in iscambio di

dichiarazione di dritto le frasi poetiche o teologiche, come voglia

dirsi, frequentissime nel Corano: che Iddio è padrone del Cielo e della

Terra, padrone dei Mondi, e via discorrendo. Al certo i Musulmani,

ammesso un creatore, lo doveano tener signore di sue proprie fatture; ma

pensavano ch'egli avesse lasciato il terreno, non altrimenti che

l'acqua, l'aria, il fuoco, la luce, a utilità universale delle creature;

non donatolo in particolare a Maometto, e molto manco ai pontefici che

gli dovean succedere.

Tanto egli è vero non aver mai il Profeta presunto sì strano dritto,

che, secondo una tradizione sua, l'erba, unico prodotto del suolo nella

maggior parte dell'Arabia, si tenne sì come l'acqua e il fuoco proprietà

comune di tutti gli uomini.[36] Tali anco furono risguardati certi

minerali agevoli a raccogliere, come sale, antimonio, nafta,

antracite.[37]

Dal dritto nomade volgendoci a quello delle popolazioni stanziali, è

manifesto che il Corano e la Sunna riconoscano la piena proprietà delle

terre coltivate, al medesimo titolo che la proprietà mobile. L'una e

l'altra maniera di facoltà va soggetta ad unica tassa: dieci per cento

su i prodotti del suolo, e due e mezzo su la quantità degli armenti,

moneta e altri beni mobili; la quale gravezza, ragionandosi nel primo

caso su la rendita e nel secondo sul capitale, viene a ragguaglio, o

torna più lieve su le terre che su gli altri capitali.[38] Maometto,

imitando così le decime giudaiche, ne mutò lo investimento; e con

sublime idea chiamò questa tassa _sedekât_ o vogliam dire offerte di

schietto animo, e _zekât_[39] che suona purificazione: purificazione,

dir volle, della colpa che ha il ricco lasciando morir di fame i poveri

e mancar le entrate allo Stato. In vero tassa di poveri è questa, non

men che pubblica contribuzione; andando tripartita per legge tra lo

erario, i parenti del Profeta e i bisognosi, fossero orfanelli,

viandanti, o altri.[40] Le proprietà esistenti, rispettate così dallo

islamismo, si trasmetteano, al par che i beni mobili, per vendita,

donazione o successione.

Quanto ai nuovi acquisti, Maometto non parlò che del legittimo per

eccellenza: dichiarò che chiunque renda alla vita una terra morta, così

esprimeva il dissodare un suolo inculto o fabbricarvi sopra, ne divenga

padrone assoluto; sì che nè il principe nè altri possa togliergli il

podere, finch'ei lo coltivi.[41] Nei tempi appresso restaron dubbii,

secondo le varie scuole, i limiti che potesse porre il principe a tal

dritto di primo occupante; ma la sostanza del dritto non fu mai

disputata; anzi si accordò la terra intorno il pozzo, a chi primo lo

avesse scavato in terren deserto.[42]

Su le proprietà stabili rapite ai vinti, Maometto non fece provvedimento

generale, perchè rado occorse ai tempi suoi; nè parlarne troppo ei

potea, proponendosi di conciliare e amalgamare la nazione. Cominciati i

conquisti fuori d'Arabia, Omar applicò al caso qualche esempio del

Profeta, e l'ordine posto dal Corano al partaggio della preda; onde

quattro quinte andavano divise ai combattenti e una quinta serbata a

utilità pubblica, e sussidii a varie classi di persone.[43] Per tal modo

furon divise alcune terre ai combattenti.[44] Ma, in quell'età eroica,

gli Arabi si tediavan di così fatta ricchezza. Tra il genio di correre a

cavallo, combattendo, rubando e gridando _Akbar-Allah_; e tra

abnegazione e ignoranza, alcuni _giund_ rinunziarono alla repubblica la

parte loro dei terreni; talchè, nella fertile provincia del Sewâd, Omar

poneva in demanio tutti i poderi della dinastia regia di Persia, e dei

privati che fossero morti o fuggiti.[45] Tal nuova usanza invalse in

appresso; anche non volendolo le milizie, nell'animo delle quali i

sentimenti poetici sempre più calavano alla prosa. Come i combattenti,

oltre la quota del bottino, godeano stipendio su le entrate pubbliche; e

come i conquisti erano da attribuirsi alla potenza comune dei Musulmani,

anzi che alle armi di tale o tal altro esercito, così parve giusto, che

i frutti perenni della vittoria si godessero dallo Stato: e indi più di

raro si effettuò il partaggio dei quattro quinti delle terre.[46]

A ciò condusse anco il fatto che i paesi non si pigliavano quasi mai con

la spada alla mano; ma per dedizione degli abitatori, assoluta o a

patti: avvenendo che, dopo alcuna vittoria, intere province si

sottomettessero nell'uno o nell'altro modo; ovvero che gli abitatori si

facessero musulmani prima dell'occupazione. Or, a mente del Corano, il

principe disponeva ad arbitrio suo delle persone e roba degli Infedeli

arresi a discrezione;[47] in caso di accordo i patti eran legge; e in

caso di conversione le terre, secondo alcuni giuristi, rimaneano in

libera proprietà ai possessori attuali; secondo altri, il principe

scegliea tra questo partito e il sottometterle a tributo.[48] I

principi, ad esempio di Omar, provvidero o stipolarono in tre diversi

modi, intorno la proprietà territoriale degli Infedeli vinti. I demanii

del governo scacciato e i poderi caduti nel fisco per morte, schiavitù o

fuga dei possessori, divennero proprietà perpetua e inalienabile della

repubblica musulmana; e teneansi in economia, o si davano in enfiteusi,

per annua rendita, _kharâg_, come dissero vagamente gli Arabi, cioè quel

ch'esce, quel che si cava dal podere.[49] Le altre terre lasciaronsi ai

possessori infedeli, dove in piena proprietà, e però con dritto di

alienare, ipotecare e disporre per testamento; e dove in dominio utile,

ammettendo soltanto, com'e' pare, le successioni; in ambo i casi a

condizione di pagare un tributo, che fu detto similmente _kharâg_.

Questo, su le terre di piena proprietà, tornava a tassa fondiaria, e

cessava per conversione del possessore, o passaggio del podere in man di

Musulmani; e su le terre di dominio utile era una maniera di censo, e

durava in perpetuo.[50] La legge riconoscea, dunque: proprietà libera di

Musulmani per possesso anteriore alla conversione, per dissodamento o

fabbrica, e per partaggio al conquisto; proprietà piena di Infedeli,

soggetta a _kharâg_ eventuale; proprietà vincolata di Musulmani e

Infedeli, soggetta a _kharâg_ perpetuo; e finalmente enfiteusi di fondi

demaniali. Altra origine di possessione territoriale non v'era. Il

principe potea scompartire ai combattenti e abilitare chiunque al

dissodamento; non mai concedere terreni gratuitamente; non essendo suoi

proprii, ma della repubblica o dello esercito vincitore.[51]

Questo fu il dritto generale infino al decimo secolo dell'era cristiana.

Nel fatto, erano già nati parecchi abusi in questa e quell'altra

provincia: e dove si vedeano proprietà demaniali usurpate da

privati,[52] dove, al contrario, par che i governi si sforzassero a

confondere il _kharâg_ eventuale e il perpetuo; e ad aggravare, come se

fossero demaniali, i poderi tributarii della prima o seconda delle

classi dette di sopra: e non è dubbio che gli abusi crebbero col tempo;

sopra tutto dall'undecimo secolo in poi, quando la schiatta turca dominò

successivamente la più parte degli Stati musulmani, e vi istituì veri

beneficii militari. Dopo dodici secoli, il viluppo cagionato da coteste

vicende nella ragione delle proprietà, è stato assai difficile a

penetrare; e si è corso rischio di scambiare il dritto con lo abuso, la

eccezione con la regola, la ragion d'un paese con la ragione d'un altro:

tanto più che la voce _kharâg_ ha i varii significati che accennammo, e

inoltre quello di censo dell'acqua dei canali mantenuti dallo Stato, con

che si inaffiassero terre decimali, ossia di libera proprietà

musulmana.[53] E indi è che i trattati usciti fin qui su tal materia,

lasciano tanto a desiderare.[54] Quanto a noi, ci basta saper le teorie

ammesse da Mawerdi, un secolo e poco più, dopo il conquisto di Sicilia:

e avremo compiuto il nostro debito dimostrandone coi fatti la

osservanza, se non nella colonia siciliana, almeno in tempi vicini e

paesi analoghi.

Nella quale investigazione occorre che al primo ordinamento della

colonia d'Affrica (698) furono assoggettati al _kharâg_ i Berberi non

musulmani e gli abitatori cristiani di sangue fenicio, pelasgico o

germanico,[55] e ne andarono esenti i Berberi musulmani; i quali

sostennero tal franchigia con le armi (720 a 740), contro governatori

troppo fiscali.[56] Da un'altra mano sappiamo che il governo dei califi,

dando sesto alla Spagna nei principii del conquisto (720), divise parte

delle terre ai soldati; parte ne serbò in demanio; e parte lascionne

agli antichi abitatori, sotto tributo:[57] nè è verosimile, anzi non è

possibile, che siasi fatto altrimenti nell'Affrica propria, ond'eran

mossi i conquistatori della Spagna, ed ove la colonia arabica tollerava

sì poco il comando, non che i soprusi, dei califi. Ci accusa libera

proprietà in Affrica il fatto che Ibrahim-ibn-Aghlab, emiro, comperava

dai Beni-Tâlût (801) il terreno per fabbricare la cittadella

d'Abbâsîa.[58] Dei poderi soggetti al _kharâg_ non è mestieri allegar

prove. Dei poderi demaniali, _dhiâ_, come chiamavanli, si fa menzione

più volte negli annali d'Affrica.[59]

Ove si considerino i modi e il lungo spazio di tempo in che i Musulmani

compieano il conquisto della Sicilia, non si metterà in forse che

nascesservi tutte le maniere di proprietà discorse di sopra. Superfluo

sarebbe a dire dei beni demaniali,[60] e di quei rimasi ai

Cristiani.[61] Quanto alle possessioni dei Musulmani, poichè se ne

conoscon tante dopo il conquisto normanno,[62] non è mestieri, provare

che esistessero innanzi; ma sì indagare se al tempo della dominazione

musulmana ne fossero state delle decimali e delle tributarie; cioè

proprietà libere o vincolate. Su di ciò non troviamo attestati positivi.

Ma è verosimile, che non mancassero le terre decimali, acquistate sia

per dissodamento, sia per partaggio. Le prime debbon supporsi rade e di

poca estensione. Il partaggio fu al certo di maggiore importanza.

Quantunque in Affrica fosse cominciata a seguirsi nel nono secolo la

scuola di Malek, la quale attribuisce allo Stato le terre prese per

forza d'armi,[63] pur non erano obbligatorie così fatte teorie, nè la

scuola era riconosciuta da tutti i giuristi; e inoltre i principi

aghlabiti, infino ad Ibrahim-ibn-Ahmed, poca o niuna autorità

esercitarono su le milizie di Sicilia, le quali certamente amavano

meglio il partaggio. Indi è da conchiudere che gli emiri pigliassero in

demanio quando poteano, e, quando no, scompartissero i quattro quinti

delle terre. Così credo si praticò alla resa di Palermo; il cui

territorio, e forse di gran parte della provincia, fu tolto ai naturali,

per esser tutti o fuggiti o fatti schiavi.[64] E veramente a partaggio

accennano le discordie che immediatamente seguirono, composte a mala

pena dagli Aghlabiti.[65] La resa a discrezione o presura per forza

d'armi, si rinnovò poscia in varii luoghi, onde dovea portare il

medesimo effetto. Le possessioni decimali poteano anco nascer da quelle

lasciate per avventura in piena proprietà a Cristiani i cui figliuoli

avessero professato poi l'islamismo; chè moltissimi il fecero nel nono

secolo in Val di Mazara, e nel seguente in Val di Noto e parte del Val

Demone. Nondimeno, com'è incerta la stipolazione della piena proprietà,

e come l'interesse del governo e degli antichi Musulmani si opponeva a

lasciar godere la franchigia ai novelli convertiti, così non sapremmo

supporre frequente un tal caso. Un cenno che ne danno le cronache nei

principii dell'undecimo secolo, e che si riferirà a suo luogo, ne fa

certi che i Musulmani dettivi Siciliani, fossero progenie degli antichi

abitatori, ma non che il _kharâg_ posto sopra di loro lo fosse stato

allora per la prima volta: e però questo fatto non può dare argomento

dell'indole della proprietà, se libera o vincolata.[66]

In ogni modo il conquisto musulmano cagionò profondo rivolgimento nella

costituzione e distribuzione della proprietà territoriale in Sicilia. I

poderi dei Musulmani, originati da dissodamento o partaggio, doveano

esser molti e non vasti; e a suddividerli conducea la legge delle

successioni, la quale permette i legati infino a un terzo dell'asse

ereditario, accorda parti uguali ai figli e metà di parti alle

figliuole, e chiama all'eredità gli ascendenti, anche sendovi

discendenti, e in mancanza degli uni e degli altri ammette i

collaterali.[67] Spicciolavansi altresì le terre del demanio, affittate

o censite per compartimenti.[68] Conferman la suddivisione della

proprietà i moltissimi nomi arabici che rimaneano ai poderi nel

duodecimo secolo, soprattutto in Val di Mazara, e ve ne rimangono

tuttavia, i quali nacquero al certo dal detto rimescolamento; poichè le

denominazioni topografiche son tenacissime, le antiche si smetton di

rado per mutazione del possessore, le nuove nascon quasi sempre da

suddivisione o aggregamento dei poderi. Così il conquisto musulmano

guarì la piaga dei latifondi, la quale avea consumato la Sicilia fino al

secol nono, e riapparve con la dominazione cristiana nel duodecimo.

Più vasto frutto della vittoria, più divisibile, e più congeniale alla

maggior parte dei primi coloni di Sicilia, era lo stipendio militare.

Godealo, in tutti gli Stati musulmani, il _giund_, ordine militare

propriamente detto; del quale farem parola, lasciando indietro le altre

maniere di combattenti; cioè gli schiavi e liberti che alcuna volta si

adoperavano come stanziali, e le plebi, le quali traeano volontariamente

alla guerra sacra, partecipavano al bottino, e, finita la impresa, se ne

tornavano a vivere di limosine o dure fatiche. Nel _giund_ si scrissero

un tempo tutti i Musulmani; poi, a misura che l'impero si allargò, i

ruoli si ristrinsero, com'abbiamo accennato nel primo Libro. Quivi anco

abbiam divisato le norme dei divani di Omar; le quali durarono e si

modificarono al par di tante altre primitive istituzioni dell'islamismo.

Nel nono secolo, gli Arabi prendean luogo tuttavia nei ruoli sopra le

schiatte straniere; e queste tra loro secondo l'anteriorità della

conversione: suddivisi gli Arabi, al par che gli stranieri, per tribù e

parentele; le quali prendean grado secondo la consanguineità col

principe; gli individui secondo la età. Ma ormai non entrava nel _giund_

chiunque il chiedesse, solo i figliuoli di militari, quando fossero

adulti, validi, buoni alle armi e senz'altro mestiere; di che giudicava

il principe, e potea alsì ammettere uomini nuovi. Variava il soldo a

giudizio anco del principe o dell'emiro, secondo i bisogni, che è a dire

in ragion del numero dei figliuoli e degli schiavi, la quantità dei

cavalli mantenuti e i prezzi delle vittuaglie in ciascun paese; ma in

ambo i casi detti era limitato l'arbitrio dalla consuetudine universale

e dalla potenza delle famiglie componenti il grosso delle milizie.

Discendean esse in parte dall'antica nobiltà arabica; orgogliose di lor

tradizioni, clientele, pratica e prontezza al combattere.[69] Indi si

vede che il _giund_ era tuttavia, come dissi nel primo Libro, nobiltà

armata, ordine aristocratico, temperato alquanto dalla monarchia.

Agli stipendii suoi era specialmente destinato il _fei_; cioè

prestazioni permanenti degli Infedeli, fossero tributi collettivi delle

popolazioni assicurate, o tributi individuali delle popolazioni

soggette, chiamati _gezîa_, _kharâg_ o decima delle merci,

comprendendosi sotto la denominazione di _kharâg_ il ritratto dei beni

demaniali.[70] Nel primo secolo dell'egira, epoca di conquisti e

franchige, gli Arabi avean fatto sì rigorosamente osservare lo

investimento del _fei_, che il califo non ne metteva ad entrata altro

che i sopravanzi; nè era lecito agli oficiali del tesoro d'incassare

materialmente la moneta, se i notabili militari e civili che la recavano

dalle province, non giurassero essere stati pria soddisfatti coloro che

avean ragione su quelle entrate, specialmente le milizie.[71] Cresciute

poscia nel principato le forze e le brame, e abbassate le milizie per la

istituzione degli stanziali, tanto pure avanzò delle costumanze antiche

che il fondo degli stipendii non si menomò.[72] Si pagavano oramai in

molte province, se non in tutte, per delegazione sul _kharâg_ di un dato

podere o territorio, secondo la somma registrata nel catasto, che

s'agguagliasse a quella dello stipendio registrato nel ruolo militare.

La delegazione, oltre il _kharâg_, si facea sopra altre entrate di

_fei_. Chiamavasi _iktâ'_; taglio, come suona in lingua nostra.[73]

Portava al governo risparmio delle spese e fatiche della riscossione; ma

aggravava i contribuenti; corrompea le stesse milizie, mutate in torme

di gabellieri e concussionarii privilegiati; e tornava alla fin fine a

rovina dello Stato, per le infiacchite forze nazionali, le entrate

distratte, i popoli spolpati, e gli sciolti legami tra le milizie e la

pubblica autorità. Tanto più che alle milizie l'_iktâ'_ soleasi

concedere a vita, e talvolta con sostituzione dei figliuoli; quantunque

i giuristi dichiarassero nullo tal modo.[74] Sospetto che le concessioni

per ordinario fossero state collettive in favore di un _giund_:

naturalissimo e pessimo espediente. Che che ne sia, i beneficii

militari, nati nella precoce decadenza della società arabica, aiutarono,

con gli altri vizii, alla rovina di sua dominazione. La istituzione

degli emiri di provincia primeggiò, come dicemmo, tra le cause che

smembravano l'impero in reami: gli _iktâ'_ cooperarono a rinnalzare

l'abbassata aristocrazia e spingerla all'anarchia feudale; poichè le

milizie divennero come forza privata dei capi loro; onde avvenne che

alcuno occupasse il principato, o, peggio, che molti sel contendessero.

Così fu in Spagna; così in Sicilia nello undecimo secolo.

Ordinato per tal modo che la entrata principale si applicasse al

principale bisogno dello Stato, poco rimanea per le altre spese, che pur

cresceano con lo incivilimento e con gli sforzi dei principi tendenti al

potere assoluto. Più che in niun'altra parte di governo, apparisce

nell'azienda il radical difetto della teocrazia musulmana. Il Corano

avea provveduto appena al bilancio, com'oggi si dice, d'un misero

governo di tribù. Per soddisfare alle spese d'uno impero, convenne

dunque cercare entrate fuor dalla legge; come fu appunto il _kharâg_

statuito da Omar; e, quando nè anco bastò, forza fu di trapassare e

legge e consuetudine. I giuristi allora, che si arrogavano il potere

legislativo mediante le interpretazioni, si messero a tirar coi denti

qualche capitolo del Corano e della Sunna per adattarlo ai bisogni

attuali, o sostennero che non v'era modo. I principi posero balzelli a

dispetto della legge e degli interpreti; e rasparon danaro qua e là, su

la quinta del bottino, su la _zekât_, sul _fei_: su le quali entrate

eran certi i dritti dello Stato, milizie, parenti del Profeta e

indigenti, ma incerte le quote. Tolsero dal _kharâg_ gli stipendii degli

oficiali civili, oltre quei delle milizie; serbaronsi quel che lor

piacea dei beni demaniali o ne concedettero a favoriti; talvolta

consumarono il pan dei poveri, cioè la _zekât_ e la quinta, in opere di

utilità pubblica e di vanità pubblica e di vanità monarchica. Da ciò

nacquero frequenti contrasti tra i principi e i giureconsulti; contrasti

senza uscita legale, e però nocevolissimi: nè mai la finanza musulmana

fu regolata da unico e vasto pensiero, nè adattata ai tempi, nè

rassodata dal dritto.[75] In Sicilia i balzelli arbitrarii par che

cominciassero nel decimo secolo, forse un poco avanti, sotto il regno di

Ibrahim-ibn-Ahmed. Fin allora la quinta, e il _fei_, abbondanti per

cagion della guerra, e la decima, bastavano ai bisogni della colonia

militare, non obbligata a mandar danaro in Affrica.[76]

Dopo gli ordinamenti è da ricercare quali generazioni d'uomini fossero

venute a stanziare in Sicilia, sotto il nome di Musulmani. Scarseggiando

così fatte notizie appo i cronisti, sarà uopo aiutarci coi nomi

topografici relativi a schiatte o analoghi a quei d'altri paesi

musulmani. Cotesta via d'induzione non ripugna alla sana critica; poichè

i popoli musulmani, come tutti altri, usarono ripetere nelle colonie i

nomi della madre patria; e fu tanto, che appo loro si compilò un

dizionario apposta di omonimie geografiche.[77] Nondimeno la medesimità

del nome può nascere talvolta da analogia di condizioni locali,

verbigrazia _Casr-el-Hamma_, il “Castel dei Bagni,” che se ne trovava in

Sicilia, in Affrica e altrove; o può venire da epoche più remote, da

somiglianza casuale dei vocaboli, da altra origine ignota a noi: per

esempio, in Sicilia stessa Segesta e Mazara, i quali nomi rispondono al

Segestân, provincia della Persia, e a Mazar, villaggio del Loristân anco

in Persia.[78] Sendo notissime nell'antichità quelle due città

siciliane, la identità dei nomi porterebbe per avventura a confermare la

origine orientale dei Sicani, e non sarebbe cagion di errore quanto ai

tempi musulmani. Ma l'esempio ci ammonisce vieppiù a stare guardinghi, e

ricusare gli indizii di questa fatta che non trovino riscontro nelle

vicende istoriche.

La diversità di schiatte della colonia siciliana è attestata da Teodosio

monaco con parole enfatiche e pur veraci, là dov'ei sclama adunarsi in

Palermo la genía saracenica dei quattro punti cardinali del mondo:[79]

chè dovea trasecolare il prigion di Siracusa, passando dalla monotonia

d'un capoluogo di provincia bizantina, al tumulto della crescente

capitale: coloni e mercatanti viaggiatori; e, misti ai Siciliani, ai

Greci, ai Longobardi, a' Giudei, Arabi, Berberi, Persiani, Tartari,

Negri; chi avvolto in lunghe vesti e turbanti, chi in pellicce e chi

mezzo ignudo; facce ovali, squadrate, tonde, d'ogni carnagione e

profilo; barba e capelli varii di colore e di giacitura; ragunati

insieme i sembianti, le fogge, le lingue, i portamenti, i costumi di

tanti popoli abitatori dell'impero musulmano. I nomi di tribù ricordati

nel Libro precedente, mostrano tra i coloni ambo le schiatte di Kahtân e

Adnân e sopratutto la seconda.[80] Scendendo alle divisioni nate dopo

l'islamismo, si ritrae che, oltre gli Arabi d'Affrica, ve n'ebbe di

Spagna;[81] fors'anco di Siria, Egitto e Mesopotamia.[82] V'ebbe al

certo la progenie dei Khorassaniti e altri Persiani passati in Affrica

nello ottavo secolo; e non fu di poco momento, vedendosi primeggiare tra

i Musulmani di Palermo, nelle guerre d'independenza del decimo secolo,

un Rakamuwêih, nome persiano, e la potentissima famiglia dei

Beni-Taberi, oriunda del Taberistân; oltrechè nel territorio di Palermo

trovansi i nomi topografici di Ain-Scindi,[83] Balharâ,[84] e

Ságana;[85] e, un po' più discosto, quei di Menzîl-Sindi e

Gebel-Sindi,[86] i quali tutti van riferiti alle schiatte dello estremo

oriente. I nomi dei luoghi, al par che gli avvenimenti storici, mostrano

che gli Arabi, e altri popoli di Levante, tenessero le parti

settentrionali del Val di Mazara, nel quale, come il dicemmo, erano

ristrette le colonie musulmane nel nono secolo. Palermo, fatta capitale

dell'isola, era lor sede principale; e par che lungo la costiera quelle

popolazioni si estendessero, verso ponente, infino a Trapani.

La schiatta berbera, com'è noto, accompagnò gli Arabi nel conquisto di

Sicilia; sendone venute alcune tribù nell'esercito di Ased-ibn-Forât,

altre col berbero spagnuolo Asbagh-ibn-Wekil, altre senza dubbio nelle

varie espedizioni che successero, ed alla spicciolata. Fu parte non

piccola della colonia; poichè potè sostenere lunga guerra civile contro

gli Arabi. Occupò le regioni meridionali del Val di Mazara. E veramente

tra una dozzina di nomi berberi, su la origine dei quali non cade alcun

dubbio, la più parte si trova in quella regione, nel tratto che corre da

Mazara a Licata.[87] Girgenti, guerreggiante spesso contro Palermo e

sempre rivale, era senza dubbio la città più importante, e come la

capitale dei Berberi.

La moltiplicità delle schiatte invelenì al certo molte querele private;

si mescolò forse alle altre cagioni d'ira negli scambii degli emiri; ma

non potea produrre tante fazioni, quante nazioni. Inoltre la progenie di

Kahtân sembra pochissima in Sicilia innanzi i Kelbiti, che vennero nel

decimo secolo. I Persiani par che dimenticassero la rivalità loro contro

gli Arabi, già mitigata dal tempo in Affrica. Lo stesso avvenne agli

altri sminuzzoli di schiatte orientali, troppo deboli per far parte

dassè, interessati tutti a stringersi intorno gli Arabi di Adnân per

soverchiare i Berberi.

Arabi e Berberi dunque: ecco la profonda, insanabile divisione della

colonia siciliana. Tra gli uni e gli altri non era divario di condizione

legale. Mentre in Affrica molte tribù berbere pagavano tuttavia il

_kharâg_ e rimanean prive degli stipendii militari, per essere state

sottomesse con la forza, in Sicilia le due genti, venute insieme a

combatter la guerra sacra, vantavano uguale dritto ai premii della

vittoria. Se non che, in fatto, gli emiri dell'esercito siciliano

nascean di sangue arabico, al par che i principi aghlabiti; di sangue

arabico o persiano i dottori, gli ottimati, la più parte dei cavalieri

del giund; nè poteano smettere in Sicilia l'orgoglio e cupidigia da

nobili; nè dimenticare la maggioranza della schiatta loro in Affrica. I

Berberi poi non si tenean da meno di loro: conscii del proprio numero,

valore, dritti d'islamismo e dritti di natura. Un moderno e sagace

osservatore, il generale Daumas, notando il divario ch'è tra le

istituzioni sociali degli Arabi e dei Berberi, e trattando

particolarmente dei Berberi della Kabilia Grande, come chiaman la

regione tra Dellys, Aumale, Setif e Bugia, ben ha dipinto quella nazione

col motto di “Svizzera salvatica.” Cantoni e villaggi, al dir suo, fanno

unità politiche; rannodansi tra loro per leghe più o meno durevoli:

repubblichette democratiche, ove ognuno ha voce in consiglio; i

magistrati elettivi, di breve durata e poca autorità; case nobili

preposte sovente alle leghe, per ambito o riputazione, non per dritto;

e, più che ai magistrati o ai nobili, si obbedisce ai _marabuti_,

frateria che molto somiglia al monachismo del medio evo: la _gemâ'_

rende ragione in materia criminale, non secondo il Corano ma con le

antiche consuetudini del paese: l'omicida dichiarato fuor della legge;

per gli altri delitti, pene pecuniarie, e non mai staffilate come appo

gli Arabi. Pensa il lodato autore ch'abbian ordini analoghi le altre

popolazioni berbere dell'Algeria;[88] ed io aggiugnerei che, si

eccettuino le tribù nomadi e alcuni periodi in cui tribù agricole, o

leghe, si son governate a monarchia, e del resto si tengano le

consuetudini di civile uguaglianza come osservate in tutta la schiatta

berbera fin da tempi remotissimi.[89] Dopo il conquisto musulmano ne

danno indizio quella generale inclinazione dei Berberi alle sètte

kharegite; e lo spirito d'independenza della tribù di Kotâma a fronte

dei califi fatemiti;[90] e i magistrati della medesima tribù e di Zenâta

nell'undecimo secolo, analoghi a quelli di cui parla il generale Daumas

ai dì nostri:[91] che se talvolta sursero in quel popolo principi o

dittatori, si ricordi tali usurpazioni avvenir più agevolmente negli

Stati democratici che sotto l'aristocrazia. Da ciò si può conchiudere

che le popolazioni berbere passate in Sicilia, e non soggette a principi

loro, poichè ubbidivano agli aghlabiti, fossero informate dal genio

d'uguaglianza che le dovea vieppiù alienare dagli Arabi, e rendere

intolleranti dei signorili soprusi di quelli. Le inclinazioni economiche

divideano alsì l'una dall'altra gente: gli Arabi oziosi, i Berberi

industri; gli uni pastori di vassalli, poichè lor n'eran caduti in mano

in vece di cameli e pecore; gli altri sempre agricoltori. Doveano dunque

i primi bramar che si lasciassero le terre ai vinti siciliani; i secondi

che le si dividessero. E bastava sol questa, se fosse mancata ogni altra

cagione, a suscitar la guerra civile!

Dal detto fin qui si comprende la origine dei due movimenti diversi, che

cominciarono ad agitare la colonia di Sicilia, entro mezzo secolo dalla

fondazione sua. L'uno era sforzo della colonia a governarsi dassè; e

risolveasi in contrasti tra la nobiltà palermitana e i principi

aghlabiti, per la elezione dell'emiro. Appartenendo all'emiro quella

piena autorità che abbiam detto, e non potendo cadere in mente del

principe, nè dei coloni, nè dì niun Musulmano, di riformare la legge;

ciascuna delle due parti cercava a por mano alla esecuzione: fare

esercitare l'oficio di emiro da uom suo, e a comodo suo. Racchiudeasi in

cotesta contesa quella di finanza: se la colonia dovesse pagar tributo o

no; poichè il principe non avea ragione, che nei sopravanzi, e all'emiro

stava di trovarne o non trovarne. Indi il principe eleggea lo emiro, e i

coloni lo scacciavano; o costoro coglieano un pretesto di nominarlo, e

il principe lo rimovea; nè potea durar la quiete.

L'altro movimento era la lotta tra gli Arabi e i Berberi. Oltre il

partaggio delle terre al quale accennammo, oltre le vendette private che

degeneravano in vendette di tribù, nacque verso la fine del nono secolo

una causa perenne di lite. A misura che compieasi il conquisto

dell'isola, mancava il bottino e cresceva il _fei_, o vogliam dire

rendita militare. Per caso intervenne al medesimo tempo che le armi

della dinastia macedone sforzassero a uscir di Calabria i Musulmani,

Berberi in gran parte, come cel mostrano i nomi dei capi. I Berberi

dunque delle tribù più turbolente, quei che non amavano a vivere di

agricoltura, doveano procacciar lo stipendio sul _fei_. Ma questo non si

scompartiva, come il bottino, con legge immutabile e precisa, tra tutti

i combattenti; anzi stava ad arbitrio tra dell'emiro e del principe; e

gli Arabi potean pretendere che ne fossero esclusi gli stranieri,

toccando a loro il primo luogo nei ruoli. Niun cronista fa motto di tal

contesa; ma la non potea non accadere; e ce ne conferma il fatto che la

Sicilia fu insanguinata per la prima volta in guerra civile pochi mesi

dopo il ritorno delle masnade che Niceforo Foca scacciò dalle

Calabrie.[92]

Quei due movimenti si frastagliavan sovente, e il secondo cadde in

acconcio al principe aghlabita che volle davvero soggiogare la colonia.

Ricapitolando i fatti che narrammo nel Libro secondo, si scorge la lotta

d'independenza principiata proprio alla fondazione della colonia

palermitana; sopita da savii emiri di sangue aghlabita; ridesta verso

l'ottocento sessantuno, come n'è indizio il frequente scambio degli

emiri. Quel valoroso e nobilissimo Khafâgia, ucciso a tradimento da un

Berbero, sembra cadesse vittima dell'altra discordia; se pur Arabi e

Berberi non s'erano uniti per brev'ora contro le usurpazioni del poter

centrale. Così fatta resistenza durava nei principii del regno

d'Ibrahim-ibn-Ahmed, come il provano gli scambii degli emiri verso

l'ottocento settantuno. Poi entrambe le divisioni divampano al medesimo

tempo. Tra l'autunno dell'ottocento ottantasei e la primavera

dell'ottantasette, gli Arabi del giund e i Berberi vengono al sangue: la

nimistà loro, se non la aperta guerra civile, arde tuttavia per dieci

anni, sì che viene a dettare lo scandaloso patto di torsi a vicenda

dall'una e dall'altra gente gli statichi da consegnarsi ai Cristiani

(894-895). Nello stesso decennio la tenzone della colonia col principe

arriva agli estremi: ribellione armata da una parte; dall'altra,

repressione con le armi e fors'anco violazione della legge fondamentale

che affidava all'emiro il governo della colonia. Perocchè il popolo di

Palermo, mentre guerreggia la prima fiata contro i Berberi (886-887),

mette ai ferri e caccia in Affrica lo emir Sewâda e gli dà lo scambio;

tre anni appresso (890) combatton Siciliani contro Affricani, che è a

dire contro le forze mandate dal principe; a capo di due anni un emiro

rientra per forza in Palermo; e corsi pochi mesi, nel dugento ottanta

dell'egira (893-894), l'emirato di Sicilia è conferito al gran

ciambellano che stava accanto a Ibrahim, cioè la colonia è oppressa e

spogliata di sue franchige, ovvero ha scosso il giogo; e di certo par

che l'abbia scosso tra il novantacinque e il novantasei quando è fermata

pace coi Cristiani.[93] Si scorge in cotesti travagli il doppio effetto

della condizione politica dei popoli e delle passioni d'un uomo. La

condizione dei Berberi rispetto agli Arabi, e della colonia rispetto

alla madre patria, avea dato principio alle due tenzoni.

Ibrahim-ibn-Ahmed le spinse al segno a che arrivarono negli ultimi anni

del nono secolo. Per domar meglio la colonia di Palermo, aizzò i Berberi

di Girgenti. Volle domar la colonia, perchè a questo il portava sua

natura esorbitante e feroce; e per trarne danaro e adoperarlo all'altro

disegno, d'abbattere e calpestare l'aristocrazia arabica in Affrica; il

che ei fece sì bene, che distrusse la base della dinastia aghlabita,

onde questa entro pochi anni crollò.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II · 第 6 / 62 题