V.

E dite lo stesso di tutti gli altri sentimenti che governano i

personaggi del racconto. Nei _Promessi Sposi,_ per esempio, dove si

passa a traverso a tante iniquità, dove la ragione e il cuore tante

volte hanno motivo di ribellarsi, voi trovate che delle imprecazioni

e dell'invettiva è fatto un uso moderatissimo. Appena un momento nel

palazzotto di Don Rodrigo al termine del famoso dialogo fra lui e

fra Cristoforo. Quando il ribaldo signorotto, non contento di avere

meditato un'iniquità osa ancora alla presenza del frate di affermarla

con una cinica alterigia, allora fra Cristoforo alza e inalza inveendo

la mano che Rodrigo afferra di subito.... Ma egli non la dimenticherà

più mai; quella mano alzata egli la vedrà ancora, sogno della notte

terribile in cui dormendo avrà i presentimenti della peste che già

hanno invaso il suo miserabile corpo. Poi via. Il frate è tornato

padrone di sè; e il racconto rientra nella sua pacata sobrietà, nel suo

andamento tranquillo. Ma quanto risalto, quanta potenza viene appunto

da questa tonalità abitualmente calma quando vengono quei rari momenti

in cui l'autore assurge e si libra a qualche affermazione potente.

E così dite dell'enfasi. Voi l'enfasi non la trovate mai nei _Promessi

Sposi_, e sì che di enfasi e di voli enfatici erano piene le carte

ai tempi del Manzoni. Ho ricordato lo Chateaubriand e Ugo Foscolo,

il quale era pure uno degli autori che il giovine Manzoni aveva

letto e ammirato e che dominavano sul gusto dei lettori. Appena un

momento, quando sono in presenza il Cardinale Federigo e l'Innominato

l'enfasi si fa sentire. Il Cardinale parla a questo terribile uomo un

linguaggio di ragione animato, ordinato, calmo. Ma quando si avvede

di avere espugnato le ultime resistenze di quell'anima, quando vede

la terribile testa dell'uomo del delitto chinarsi umiliata e vinta

sopra le sue spalle, quando sente che le lacrime del peccatore pentito

scorrono silenziose sulla castità della sua porpora, allora l'anima del

sacerdote si effonde ed alza a Dio un'apostrofe, che potrebbe parere

di una tonalità un po' inverosimile, ma non è. Voi sentite invece in

quel momento l'uomo, anzi il prete, che ha l'anima piena della lettura

dei libri sacri, del Vangelo, delle omelie; e parla a quel modo perchè

sente a quel modo, nè potrebbe diversamente parlare. E così dite del

patetico. Il patetico aveva tante occasioni di sprigionarlo e farlo

trascorrere a grandi fiotti, attraverso la sua narrazione. Ma se

l'avesse fatto, io penso, la narrazione non avrebbe avuto nemmeno un

decimo dell'efficacia che ha sull'animo nostro. Disse bene Cicerone:

«le lacrime presto inaridiscono». Guai allo scrittore che abusa delle

lacrime! Nelle emozioni più vive e profonde c'è qualcosa di sacro;

e un vero artista deve accostarsi ad esse con rispetto e con mano

sobria. L'anima umana ama di nascondere quello che è in lei di più

intimo e di più geloso. Anche nei _Promessi Sposi_ arriva il momento

in cui il patetico trascorre. I due poveri giovani non hanno potuto

raggiungere il loro intento. Si lasciano persuadere dalla buona vecchia

a sorprendere Don Abbondio, a maritarsi per forza o per frode. Ma il

vecchio prete, sorpreso in canonica, reso audace dalla sua paura, butta

il tappeto del tavolino addosso alla timida Lucia e le impedisce di

dire le parole sacramentali. Per il matrimonio mancato cresce in loro

la paura di Don Rodrigo. La difesa di fra Cristoforo non basta più. Lo

stesso Cristoforo dice: «Via figliuoli, non c'è tempo da perdere....

Andate.» E se ne vanno di notte, montano sopra una barca e si

allontanano lungo il fiume per raggiungere la sponda opposta del lago.

È una notte tranquilla, la luna illumina tutto il paese. I disgraziati

profughi, seduti nel fondo della barca, hanno l'anima occupata di

terrore e tristezza. Lucia guarda dalla barca, vede il palazzotto di

Don Rodrigo che lassù a mezza costa pare un ribaldo che in mezzo a dei

poveri addormentati vegli meditando un delitto. La fanciulla ritrae

inorridito lo sguardo e come per consolarsi cerca giù giù nel paesello

la sua casa, e arriva a scoprire la cima dell'albero del fico che le

sovrasta, e a scoprire la finestra della sua cameretta verginale....

Allora uno schianto di lacrime esce dal cuore di Lucia. Abbassa il

volto sulla palma della mano, appoggia il gomito sulla sponda della

barca e rimane silenziosa.... Allora il poeta interviene: «Addio, monti

sorgenti dall'acque....» Chi di voi non ricorda quel passo delizioso

per averlo letto o nel romanzo o in qualche raccolta? Ma notate che

il Manzoni par quasi voglia farsi perdonare questo suo momentaneo

abbandono di sentimentalità, e subito ammonisce il lettore: Badate,

questi non furono veramente i pensieri della buona Lucia e degli altri

due; saranno stati di quel genere. E quasi con una nota ironica verso

sè stesso, il poeta rimette la narrazione nel suo naturale andamento

e nella sua intonazione normale. Confrontate questo addio poetico col

pietoso racconto di Cecilia, la povera madre che porta le figlioline

morte sul carro dei monatti. Avrete la medesima arte meravigliosamente

efficace nella sua sobrietà.

La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 2 Seconda serie - Lettere, scienze e arti · 第 14 / 30 题