Numeriamone alcune: per esempio l'ironia e l'umorismo: quale grande
ironista il Manzoni, quale umorista incomparabile!
Carlo Cattaneo lasciò scritto che forse nessuno scrittore aveva mai
saputo fondere in un amplesso la musa della satira e la musa della
pietà. L'irenismo e l'umorismo del Manzoni sorvola su quello di tanti
altri scrittori, perchè, dato il suo sorriso e talvolta anche dato
il suo sogghigno, che potrebbe parere crudele, noi sempre vi sentiamo
palpitare una profonda pietà umana, che investe l'animo dell'artista e
che lo fa pietoso di quei dolori, di quei difetti e di quelle miserie
che egli ha fatto segno alla sua ironia e alla sua satira.
L'ironia manzoniana consiste quasi sempre nel fare intravedere, senza
formalmente indicarlo, il contrasto che è tra l'apparenza e la sostanza
delle cose, tra i nomi e i fatti. Prendete un esempio: alle prime
pagine del romanzo il povero Don Abbondio, incontra i due bravi che gli
fanno quella tale minaccia. Chi sono questi bravi? I bravi erano dei
malviventi, o sfaccendati o di proposito birboni, che si mettevano allo
stipendio di qualche signorotto, vendevano la loro pelle e si facevano
ministri delle loro prepotenze e dei loro soprusi. Ma come mai in una
società civile e governata da leggi potevano esistere dei bravi? Oh
la società civile aveva provveduto perchè bravi non ci fossero!...
E qui il Manzoni comincia una narrazione la quale, all'apparenza,
somiglia un brano arido di memoria erudita. Sì: le società, il governo
provvedevano, avevano anzi provvisto da un pezzo. Difatti fino dal
1582 (vedete bene che le cose vanno indietro e che il male dura da
molto tempo) l'illustrissimo ed eccellentissimo signor Duca Don Carlo
d'Aragona, Principe di Castel Vetrano, Duca di Terranuova, ecc., vieta
(qui l'autore legge la grida) nel modo più assoluto il mestiere di
bravo, stigmatizzandolo e minacciandolo delle più grandi pene affinchè
la mala pianta sia subito estirpata. Ma, prosegue sempre in vena di
umile cronista il Manzoni, pare che questa grida non producesse tutti
gli effetti desiderabili, perchè appena sei mesi dopo ecco che vien
fuori un'altra grida.... pene anche più gravi con nomi anche più
rimbombanti, con minacce. Ah, questa volta poi i bravi saranno stati
estirpati.... Ma nossignori!... Passano uno dopo l'altro governatori
intestandosi sempre con quella filza di nomi gentilizi, ripetono sempre
le medesime minaccie ognuna delle quali pare che debba indubitatamente
estirpare la genìa dei bravi.... ma poi, conclude il Manzoni, pare che
dei bravi ce ne fossero ancora, perchè Don Abbondio viene fermato da
due di questi.
L'ironia del Manzoni è fatta appunto di questa bonomia, la quale
penetra a fondo e ricerca le più intime facoltà dell'essere nostro
per modo che non solo la ragione ma anche il sentimento si mette
dalla parte dell'ironista; e questo ironista ci sentiamo obbligati ad
amarlo. Anzi vi dirò di più; quest'ironia continua, onde il Manzoni
persegue tutte le fasi del suo racconto, produce un curioso effetto
nella immaginazione di noi lettori, ed è che il vero protagonista
del romanzo non è Renzo, non la buona Lucia, non fra Cristoforo, non
l'Innominato, non il Conte Zio, non Federigo. Il vero protagonista dei
_Promessi Sposi_ è lo stesso Manzoni, il quale è sempre lì colla sua
faccia bonaria e arguta ad effondere la sua ironia e il suo umorismo,
a dare a tutti gli avvenimenti che si succedono una specie di suggello
personale, nel quale e per il quale i caratteri e gli avvenimenti del
romanzo assumono davanti alla nostra fantasia un significato così vivo,
così parlante, così palpitante. E questo, diciamolo di passaggio, prova
una volta di più (se mai ce ne fosse bisogno) quanto siano sciocchi
coloro i quali avrebbero voluto elevare a regola fissa, anzi a dogma
indeclinabile la consuetudine che l'autore debba sempre nascondersi
dietro il proprio racconto, e guai se un momento si arrischia a far
capolino! Dobbiamo lasciare a tutti più ampia libertà. Proscrivere
l'intervento diretto dell'anima dell'autore stesso nel racconto,
la significazione del suo pensiero, l'effusione del suo sentimento,
sarebbe un diminuire il gran campo dell'arte, un rompere, uno spezzare
una delle corde che vibrano più simpaticamente nelle narrazioni delle
gioie e dei dolori della famiglia umana. Un'altra grande qualità
manifesta il Manzoni nel suo racconto, ed è la sobrietà. Egli sorse
e scrisse in un periodo che fu detto il periodo dello sforzo e della
tempesta. C'è qualche cosa di agitato e di violento, che si rispecchia
nello stile degli scrittori. Gli scrittori passano volentieri il
segno, esorbitano facilmente, qualunque sia il tema che essi trattano.
Il Manzoni invece si accampa sereno in mezzo a tutti questi agitati:
e tra l'enfasi del Foscolo nell'_Ortis_, e le declamazioni dello
Chateaubriand nei _Martiri_, spiega una meravigliosa sobrietà.
Io paragonerei il suo romanzo ad un gran quadro di pastello, dove
il colore è molto sobriamente distribuito, ma questa sobrietà fa
poi sì che quando arriva il momento delle pennellate ardimentose,
queste hanno un rilievo ed una potenza formidabili. 11 padre pio
e glorioso della prosa moderna era stato Gian Giacomo Rousseau a
cui tutti avevano attinto; e lo stesso Manzoni non di rado ci fa
ricordare che anch'egli ha letto il Rousseau. Ma quanto egli, anche
in questo, si differenzia dagli altri! Con Gian Giacomo Rousseau
tutti hanno esagerato, per esempio, l'intervento della natura nei
racconti; e la esagerazione dura ancora; anzi in alcuni romanzieri
modernissimi l'esagerazione è arrivata ad un punto, che ormai non
si può più tollerare. Sono capaci di fermarvi a mezzo di un tragico
avvenimento, per descrivervi il vento che brontola per di fuori, la
luna che splende sul lago, o per descrivervi minutamente i giuochi di
riflesso e d'ombra che fa un raggio di sole entrando fra i drappi di
una portiera. Alessandro Manzoni ebbe certamente un concetto più sobrio
e più vero dell'intervento della natura nei racconti umani. Egli pensò,
e giustamente, che l'azione della natura sopra di noi è immanente; noi
la sentiamo sempre questa natura che ne circonda, i suoi fenomeni e le
sue leggi; ma una cosa è sentirla, altra è avvertirla. Il contadino,
per esempio, che vive sempre in mezzo ai campi, avrà nell'anima il
caldo e lo splendore del suo sole, sente nelle vene vibrare l'aria
salubre del colle e del piano, ma non date mai al contadino meditazioni
e contemplazioni sentimentali della natura, perchè mostrereste di non
conoscerlo. Più l'uomo è in diretto contatto della natura, più egli si
ferma a quella immanente impressione sopra di lui, e meno dà luogo a
considerazioni riflesse. Il Manzoni, nel descrivere, ubbidisce sempre
a questa legge. Ma quando arrivano certi momenti nei quali c'è proprio
bisogno di far avvertire la unità vivente e indissolubile dell'uomo col
luogo dove è nato, dove si è svolta la sua mente e il cuore, dove ha
palpitato il primo palpito d'amore, dove ha avuto i primi terrori e le
prime speranze, allora ecco che interviene la descrizione manzoniana;
ed è così viva, così esatta, così potente nella sua sobrietà, che
voi subito avvertite che quella descrizione non è inutile perchè
completa e corona il dramma vivente che si sta svolgendo. Ricordatevi
la descrizione del cielo di Lombardia, la mattina seguente all'orrida
notte che il povero Renzo ha passata alla campagna, tra il freddo e la
paura, fuggendo da Milano.