IV.

Numeriamone alcune: per esempio l'ironia e l'umorismo: quale grande

ironista il Manzoni, quale umorista incomparabile!

Carlo Cattaneo lasciò scritto che forse nessuno scrittore aveva mai

saputo fondere in un amplesso la musa della satira e la musa della

pietà. L'irenismo e l'umorismo del Manzoni sorvola su quello di tanti

altri scrittori, perchè, dato il suo sorriso e talvolta anche dato

il suo sogghigno, che potrebbe parere crudele, noi sempre vi sentiamo

palpitare una profonda pietà umana, che investe l'animo dell'artista e

che lo fa pietoso di quei dolori, di quei difetti e di quelle miserie

che egli ha fatto segno alla sua ironia e alla sua satira.

L'ironia manzoniana consiste quasi sempre nel fare intravedere, senza

formalmente indicarlo, il contrasto che è tra l'apparenza e la sostanza

delle cose, tra i nomi e i fatti. Prendete un esempio: alle prime

pagine del romanzo il povero Don Abbondio, incontra i due bravi che gli

fanno quella tale minaccia. Chi sono questi bravi? I bravi erano dei

malviventi, o sfaccendati o di proposito birboni, che si mettevano allo

stipendio di qualche signorotto, vendevano la loro pelle e si facevano

ministri delle loro prepotenze e dei loro soprusi. Ma come mai in una

società civile e governata da leggi potevano esistere dei bravi? Oh

la società civile aveva provveduto perchè bravi non ci fossero!...

E qui il Manzoni comincia una narrazione la quale, all'apparenza,

somiglia un brano arido di memoria erudita. Sì: le società, il governo

provvedevano, avevano anzi provvisto da un pezzo. Difatti fino dal

1582 (vedete bene che le cose vanno indietro e che il male dura da

molto tempo) l'illustrissimo ed eccellentissimo signor Duca Don Carlo

d'Aragona, Principe di Castel Vetrano, Duca di Terranuova, ecc., vieta

(qui l'autore legge la grida) nel modo più assoluto il mestiere di

bravo, stigmatizzandolo e minacciandolo delle più grandi pene affinchè

la mala pianta sia subito estirpata. Ma, prosegue sempre in vena di

umile cronista il Manzoni, pare che questa grida non producesse tutti

gli effetti desiderabili, perchè appena sei mesi dopo ecco che vien

fuori un'altra grida.... pene anche più gravi con nomi anche più

rimbombanti, con minacce. Ah, questa volta poi i bravi saranno stati

estirpati.... Ma nossignori!... Passano uno dopo l'altro governatori

intestandosi sempre con quella filza di nomi gentilizi, ripetono sempre

le medesime minaccie ognuna delle quali pare che debba indubitatamente

estirpare la genìa dei bravi.... ma poi, conclude il Manzoni, pare che

dei bravi ce ne fossero ancora, perchè Don Abbondio viene fermato da

due di questi.

L'ironia del Manzoni è fatta appunto di questa bonomia, la quale

penetra a fondo e ricerca le più intime facoltà dell'essere nostro

per modo che non solo la ragione ma anche il sentimento si mette

dalla parte dell'ironista; e questo ironista ci sentiamo obbligati ad

amarlo. Anzi vi dirò di più; quest'ironia continua, onde il Manzoni

persegue tutte le fasi del suo racconto, produce un curioso effetto

nella immaginazione di noi lettori, ed è che il vero protagonista

del romanzo non è Renzo, non la buona Lucia, non fra Cristoforo, non

l'Innominato, non il Conte Zio, non Federigo. Il vero protagonista dei

_Promessi Sposi_ è lo stesso Manzoni, il quale è sempre lì colla sua

faccia bonaria e arguta ad effondere la sua ironia e il suo umorismo,

a dare a tutti gli avvenimenti che si succedono una specie di suggello

personale, nel quale e per il quale i caratteri e gli avvenimenti del

romanzo assumono davanti alla nostra fantasia un significato così vivo,

così parlante, così palpitante. E questo, diciamolo di passaggio, prova

una volta di più (se mai ce ne fosse bisogno) quanto siano sciocchi

coloro i quali avrebbero voluto elevare a regola fissa, anzi a dogma

indeclinabile la consuetudine che l'autore debba sempre nascondersi

dietro il proprio racconto, e guai se un momento si arrischia a far

capolino! Dobbiamo lasciare a tutti più ampia libertà. Proscrivere

l'intervento diretto dell'anima dell'autore stesso nel racconto,

la significazione del suo pensiero, l'effusione del suo sentimento,

sarebbe un diminuire il gran campo dell'arte, un rompere, uno spezzare

una delle corde che vibrano più simpaticamente nelle narrazioni delle

gioie e dei dolori della famiglia umana. Un'altra grande qualità

manifesta il Manzoni nel suo racconto, ed è la sobrietà. Egli sorse

e scrisse in un periodo che fu detto il periodo dello sforzo e della

tempesta. C'è qualche cosa di agitato e di violento, che si rispecchia

nello stile degli scrittori. Gli scrittori passano volentieri il

segno, esorbitano facilmente, qualunque sia il tema che essi trattano.

Il Manzoni invece si accampa sereno in mezzo a tutti questi agitati:

e tra l'enfasi del Foscolo nell'_Ortis_, e le declamazioni dello

Chateaubriand nei _Martiri_, spiega una meravigliosa sobrietà.

Io paragonerei il suo romanzo ad un gran quadro di pastello, dove

il colore è molto sobriamente distribuito, ma questa sobrietà fa

poi sì che quando arriva il momento delle pennellate ardimentose,

queste hanno un rilievo ed una potenza formidabili. 11 padre pio

e glorioso della prosa moderna era stato Gian Giacomo Rousseau a

cui tutti avevano attinto; e lo stesso Manzoni non di rado ci fa

ricordare che anch'egli ha letto il Rousseau. Ma quanto egli, anche

in questo, si differenzia dagli altri! Con Gian Giacomo Rousseau

tutti hanno esagerato, per esempio, l'intervento della natura nei

racconti; e la esagerazione dura ancora; anzi in alcuni romanzieri

modernissimi l'esagerazione è arrivata ad un punto, che ormai non

si può più tollerare. Sono capaci di fermarvi a mezzo di un tragico

avvenimento, per descrivervi il vento che brontola per di fuori, la

luna che splende sul lago, o per descrivervi minutamente i giuochi di

riflesso e d'ombra che fa un raggio di sole entrando fra i drappi di

una portiera. Alessandro Manzoni ebbe certamente un concetto più sobrio

e più vero dell'intervento della natura nei racconti umani. Egli pensò,

e giustamente, che l'azione della natura sopra di noi è immanente; noi

la sentiamo sempre questa natura che ne circonda, i suoi fenomeni e le

sue leggi; ma una cosa è sentirla, altra è avvertirla. Il contadino,

per esempio, che vive sempre in mezzo ai campi, avrà nell'anima il

caldo e lo splendore del suo sole, sente nelle vene vibrare l'aria

salubre del colle e del piano, ma non date mai al contadino meditazioni

e contemplazioni sentimentali della natura, perchè mostrereste di non

conoscerlo. Più l'uomo è in diretto contatto della natura, più egli si

ferma a quella immanente impressione sopra di lui, e meno dà luogo a

considerazioni riflesse. Il Manzoni, nel descrivere, ubbidisce sempre

a questa legge. Ma quando arrivano certi momenti nei quali c'è proprio

bisogno di far avvertire la unità vivente e indissolubile dell'uomo col

luogo dove è nato, dove si è svolta la sua mente e il cuore, dove ha

palpitato il primo palpito d'amore, dove ha avuto i primi terrori e le

prime speranze, allora ecco che interviene la descrizione manzoniana;

ed è così viva, così esatta, così potente nella sua sobrietà, che

voi subito avvertite che quella descrizione non è inutile perchè

completa e corona il dramma vivente che si sta svolgendo. Ricordatevi

la descrizione del cielo di Lombardia, la mattina seguente all'orrida

notte che il povero Renzo ha passata alla campagna, tra il freddo e la

paura, fuggendo da Milano.

La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 2 Seconda serie - Lettere, scienze e arti · 第 13 / 30 题