Come ha trattato il Manzoni nel suo romanzo la passione d'amore?
Qui ci sarebbe da fare un libro. Si può sapere, domandava stizzito
Luigi Settembrini, di che colore fossero gli occhi di Lucia Mondella?
Non li alza mai! Il Manzoni, difatti, non spende nemmeno una linea a
descriverci fisicamente la bellezza di Lucia; anzi di questa stessa
bellezza ci indurrebbe quasi ad essere dubitosi; perchè, quando arriva
già sposa di Renzo in quel di Bergamo, anche perchè l'avevano troppo
decantata, cominciano le comari e i giovanotti del paese a tagliare a
forbici doppie su questa tanto decantata bellezza, dicendo «ch'era una
contadina come tant'altre.» E non fu senza grande stizza di Renzo, il
quale andò in un altro paesello, dove ebbe la compiacenza di sentir
dire: «Avete veduto quella bella _baggiana_ che c'è venuta?» Certo è
che in questo tema dell'amore il Manzoni procede con una cautela tanto
strana, che qualche volta c'irrita. Si direbbe che egli ne ha paura!
Vi è però una donna che esercita un certo fàscino sulla mente, sulla
fantasia e, direi quasi, nei sensi, del Manzoni: ed è Gertrude, la
Monaca di Monza. Quella «bellezza delicata e sfiorita», quegli occhi
nerissimi che alle volto hanno lampi audaci, alle volte si raccolgono
in una meditazione fredda o triste, quella fronte bianchissima, il
cui candore gareggia con la bianchezza immacolata del velo, quella
slanciata figura femminile, ma un poco curva e quasi raccolta in
sè stessa, che ha movimenti scomposti sotto la sua tonaca monacale,
questa donna, io vi ripeto, deve avere esercitato un certo fàscino
sull'animo del Manzoni; e non ve lo dico a caso. Se anderete a Milano,
e a Brera, nella sala tutta dedicata alla gloria e ai manoscritti del
Manzoni, esaminate i manoscritti dei _Promessi Sposi_. A proposito
della Monaca troverete delle cose interessantissime. Per esempio c'è
un punto in cui il padre provinciale che accompagna Lucia, al solito
sprofondandosi in inchini ripete sempre: — Madre, madre! — E la monaca
lo interrompe: «Ma che madre!» Poi rimasta sola ripete a sè stessa:
«Bella madre!» Quanto significato in quel grido prima, poi in quel
breve monologo! E quella nerissima ciocca di capelli che scappa fuori
del soggólo come un'attestazione d'indisciplina, come una protesta
della vita, del senso, della volontà contro tutte le forze cospirate
dell'albagìa, del sangue, dei pregiudizi sociali che hanno gettato
quella disgraziata in un chiostro, come una protesta contro la crudeltà
delle forbici della tonsura!... Anche quella ciocca di capelli finisce
col persuadervi quanto l'autore ha carezzata questa figura e come se ne
sia pericolosamente invaghito.
Ma qui si ferma. Sopprime lunghi passi nel manoscritto, che risguardano
la Monaca e poi comincia a trattare sul serio la grande questione,
dicendo: «Insomma questo amore uno scrittore deve o non deve
trattarlo?» E intanto, siccome egli era finissimo tormentatore di sè
stesso, il Manzoni sente bisogno di dar forma ai propri giudizi, ai
propri scrupoli, intavolando un dialogo fra sè e un supposto lettore;
e questo dialogo è tutto ciò che si può immaginare di più curioso e
importante. In conclusione il Manzoni dice: «Dato che le parole, dato
che le idee e le immagini sono principio ed eccitamento di azioni, io
non mi sento di promuovere nei miei libri questa misteriosa passione
dell'amore. E sapete perchè? Perchè io sono convinto che l'amore sia
buono in sè, ma che nel mondo ce ne siano almeno seicento volte di più
di quanto abbisogna per la conservazione della nostra riverita specie.»
Certo la differenza è grande, a questo proposito, tra il Manzoni e
i romanzieri dei nostri giorni. Che contrasto con certi romanzi che
probabilmente, o Signore, sono sul vostro tavolino e che leggete con
tanta avidità! Io qui non critico, osservo. In quelli invece, abbiamo
una preoccupazione, un'orientazione completamente opposta. Non solo
l'amore non è temuto e evitato o lievemente trattato, ma diventa il
grande, l'unico bisogno del romanziere. Nei romanzi che avete letto
ieri o leggerete domani, voi fino dalle prime pagine vi accorgerete
come le qualità dei personaggi e l'impostura di tutto il racconto siano
coordinate ad un'unica e grande scena d'amore, che avverrà quanto
prima: e questa scena voi la prevedete e la presentite andando di
pagina in pagina; e voi l'aspettate, voi la volete.... E quando questa
scena si è compiuta sotto gli occhi della vostra fantasia, con maggiore
o minore audacia secondo il temperamento dei diversi romanzieri, voi
sentite improvvisamente che il volume vi si appesantisce fra le mani;
voi sentite che il racconto ha già dato tutto ciò che poteva e voleva
dare!... La linea equatoriale è già stata valicata!... Il libro seguita
perchè il racconto vuole avere uno svolgimento e un fine, ma il lavoro
è finito con questa grande scena erotica, che è il _clou_ di tutto il
libro.