_Leon_ cadeva martire della sua fedeltà e suggellava con una morte

degna di lui la sua storica vita! Il Principe aveva già udito un

tumulto di voci appressarsi; non ebbe che il tempo di gettarsi nel Po;

e prima ancora che i suoi nemici fossero giunti a scoprirlo, egli aveva

toccata l’altra riva.

Frattanto i servi riconducendo l’abbandonata carrozza erano giunti a

Moncalieri, avevano dato l’allarme alle guardie del Castello, che si

erano precipitate a cavallo in tutte le direzioni alla caccia degli

assalitori.

Muschietti dal bosco udì il galoppo dei cavalli sulla strada, capì

che fra poco tutti gli sbocchi della boscaglia sarebbero stati

occupati e la boscaglia stessa frugata. Però disse ai suoi compagni:

«disperdiamoci, non abbiamo un momento da perdere; il colpo è fallito».

E quali passando a nuoto il Po, quali risalendone la corrente, quali

appiattandosi nel fitto della foresta, cercarono salvarsi.

Poche ore dopo i soldati entrati nella foresta trovarono un fanciullo

che piangeva silenziosamente seduto vicino al cadavere d’un cane, e lo

tradussero seco a viva forza.

Era Balilla che piangeva la morte del suo _Leon_ e che non voleva

staccarsene.

XXX.

CATASTROFE.

Il giorno dopo fu sparsa per tutta Torino la voce bugiarda che si era

tentato assassinare il principe Carignano. E quelli che ancora fidavano

in lui, e quelli che avevano interesse a corteggiarlo, ed erano i

più, non mancavano di levare al cielo alte grida di raccapriccio

e di maledizione contro gli autori di tanto delitto. Il Principe

rientrando nel mattino alla capitale fu salutato con grandi evviva

come un liberatore, e ricevette da tutte le parti visite e indirizzi di

felicitazioni e di gioia. — Nè il Principe disse parola per smentire la

popolare credenza; quell’aspetto di vittima giovava a’ suoi disegni.

Un uomo però che aveva, può dirsi, assunto per impegno d’essere

l’accusatore pubblico del Principe, il Muschietti, non tardava a

scoprire il vero ed a manifestare le vere intenzioni dei congiurati e

le ragioni del loro tentativo.

Egli corse ad Alessandria, dove erano Santarosa, Lisio e gli altri capi

della Giunta, meno il Dalpozzo, e ivi, in presenza di tutti, ripeteva

tutte le cose udite e vedute da Giorgio in sentinella sulla terrazza

del Palazzo Carignano; esponeva tutte le prove dei propositi di fuga

del Principe; dimostrava la necessità di impadronirsi della sua persona

per salvar la rivoluzione, e aver nelle mani un sicuro ostaggio;

confessava d’avere egli con Giorgio l’artigliere e il capitano Gambini

ordita la congiura per rapire il Carignano; ma affermava altamente il

loro deciso proponimento di rispettarne ad ogni costo la vita; respinse

fieramente ogni accusa di assassinio, sebbene osasse sostenere che

qualche volta la morte dei traditori della patria sia una necessità

che si trasforma in dovere; e chiedeva instantemente che la Giunta

adempisse all’obbligo suo, corresse a Torino e impedisse in qualunque

modo la fuga che era protratta ma non abbandonata dal Principe.

Santarosa e Lisio si rifiutavano a credere; avevano notate le mille

tergiversazioni ed esitazioni del Principe, ma non lo potevano

immaginare capace di tanta perfidia.

Muschietti vide la loro incredulità decisa a rovesciare tutti gli

ostacoli, e gridò:

— Io vi giuro sulla mia testa che quanto vi ho detto è la verità.

Prendete in garanzia la mia vita, ma anche domani potrebbe essere

troppo tardi. Se voi non farete il vostro dovere, io, a costo di

sollevare il popolo, farò il mio.

I membri del Governo, sebbene increduli ancora, non potevano assumere

la responsabilità del minacciato avvenimento senza aver fatto quanto

era in loro per scongiurarlo, e partirono la sera stessa per Torino.

Appena arrivati si presentarono al Palazzo Carignano. Il Principe era

coricato, e li fece avvertire ch’era ammalato e non poteva riceverli.

Però li pregava a passare da lui il domani di buon mattino che aveva

bisogno di conferire con essi d’affari di somma urgenza.

Al far dell’alba, molto prima dell’ora fissata, Lisio, Collegno,

Santarosa, erano pronti al convegno. Chiesero del Principe, e

l’uffiziale di guardia rispose che andava a vedere. Aspettarono un

quarto d’ora, mezz’ora, alla fine l’ufficiale ritornò, dicendo: che uno

de’ suoi camerieri l’aveva incaricato di riferire che il Principe non

riceveva.

I tre gentiluomini insistettero, dicendo: che avevano avuto invito di

recarsi a quell’ora al Palazzo dal Principe stesso, e dichiararono che

se non erano annunziati a lui, sarebbero penetrati anche a forza nella

sua stanza.

L’ufficiale, pallido e contraffatto, confessò che il Principe era

partito la notte stessa alla volta di Novara.

Conduceva seco per iscorta una compagnia delle guardie del Corpo, una

batteria d’artiglieria e qualche squadrone di cavalleria.

A Novara chiese del conte Della Torre, che si presentò burbanzoso e

fiero come ad un soggetto, e continuò la sua strada per Milano.

Ivi s’arrestò a mendicare gli elogi del suo tradimento dal Vicerè

austriaco, e fu accolto dal terribile sarcasmo del generale Bubna che

la storia ha registrato: «Altezza, vi presento il Re d’Italia!»

A Modena sperò trovare miglior accoglienza. Ma persino il re, per

il quale aveva macchiato di disonore la sua giovinezza, ricusò di

riceverlo.

Egli si rifugiò in Toscana lasciando miseramente tacitare ad uno ad

uno i suoi compagni di lotta e d’infortunio, aspettando che una guerra

liberticida gli offrisse l’occasione di scontare «di gloria un breve

fallo al Trocadero».

Ormai le sorti dello rivoluzione sono segnate: la reazione ha

ripigliato il sopravvento: la discordia e la sfiducia è entrata nelle

file dei liberali; molti ufficiali, come i Gifflenga, i Bellotti, che

avevano preparato la costituzione, imitano l’esempio del Principe e

passano nel campo nemico.

Solo un uomo resta a fronteggiar lo sfacelo, Santorre Santa Rosa.

Debole, illuso, esitante o trascinato negli errori comuni fino alla

fuga di Carlo Alberto, riprende in quel momento di disperato pericolo

tutto il natìo vigore dell’anima sua e in un proclama splendido per

la nobiltà del tribuno e l’energia d’un soldato antico, decreta, egli

dittatore, la resistenza contro lo straniero.

— «Voi mi porrete in accusa, gridava egli alla Giunta costituzionale,

che esitava a sancire i suoi energici decreti, se tale sarà il

piacer vostro; io frattanto farò il mio dovere e la patria non sarà

abbandonata».

E tosto sono apprestati tutti i provvedimenti pel magnanimo conato:

chiamati nei ranghi i provinciali, ordinati in corpi volontari gli

studenti, rinnovati nelle provincie i rappresentanti del governo,

represse le sedizioni delle truppe fedeli al Re, raccolto denaro,

riunito l’esercito, eccitata la Lombardia ad insorgere, preparato tutto

l’esercito fedele alla libertà, all’estrema battaglia.

Ma a tanto ardire mal rispondevano ormai gli uomini e le cose.

I più celebrati tra i generali, come Bellotti, Bussolino, Gifflenga,

nomi che la esecrazione dei posteri non deve dimenticare, erano passati

a capo delle schiere e guidavano essi stessi sul campo, contro i

fratelli che avevano tradito, l’esercito straniero.

All’Agrogna presso Novara si compirono le sorti della rivoluzione

Piemontese. I liberali combatterono disperatamente, Ferrero, Gozzani,

Garelli, Laneri, Regis, Rossi, fecero prove disperate di valore.

Ernesto Gastone nella compagnia degli studenti inseguì fin sotto le

mura d’Alessandria i fuggenti dragoni austriaci, e colpito nel petto

da una scarica di mitraglia vi chiuse, invidiato da’ superstiti, la

nobil vita. Ma frattanto arrivarono sul campo le fresche divisioni

austriache, e le sorti della giornata furono compite. Dell’esercito

costituzionale, circondato, decimato, inseguito, non rimanevano più

dopo dodici ore che poche centinaia di sbandati e molte migliaia di

prigionieri.

Santa Rosa tentò un ultimo sforzo per raccogliere le superstiti forze

e condurle ad estrema difesa dietro le mura di Genova; ma Genova

spaventata dalle minacce dei generali austriaci che marciavano da tutte

le parti contro di essa, sentì venir meno l’avito ardimento e chiuse le

sue porte in faccia alle reliquie della rivoluzione.

Allora cominciarono pe’ patriotti l’esiglio ed il martirio, pei tiranni

il trionfo e le vendette.

XXXI.

I DUE FRATELLI.

La capitale era già in potere del conte Della Torre; tutto il Piemonte

era sottomesso; le carceri rigurgitanti di prigionieri; le contrade

risuonanti di bandi regi inviati da Modena che prescrivevano le

vendette, istituivano le corti marziali e designavano le vittime.

Nessuna restaurazione fu inaugurata con tanto terrore. Commissioni per

giudicare i rei d’alto tradimento, commissioni per scrutare la condotta

degli ufficiali, commissioni per giudicare degli impiegati; chiusa

l’Università, abolito il Magistrato degli studi, perseguitati con fieri

editti di morte, di proscrizione e di confische gli studenti, i loro

maestri e rettori.

Incaricato di istruire i processi della commissione militare un uomo

di terribile nostra conoscenza, il Tacchini. Quando si udì pronunciare

questo nome, ognuno comprese che la sola speranza dei vinti era non

sperare salute. E chi non aveva già precorso il pericolo s’affrettava

ai passi delle Alpi ed agli sbocchi del mare sulla sconfinata via della

fuga e dell’esiglio. Così si salvò dal patibolo Santorre, serbato

al glorioso martirio di Sfacteria; così Collegno, il difensore di

Navarino; così Lisio, Rattazzi, Regis, Ansaldi, Perrone, Dal Pozzo,

Panchiarotti, Ravina, il dott. Crivelli, colui che strappò dal labbro

di Carlo Alberto la parola Costituzione; Marrocchetti, futuro soldato

di Roma; l’eroe di San Salvario, Vincenzo Ferrero; e così Carlo Massa

d’Asti, maestro nel collegio delle provincie; Francesco Tubi, avvocato

collegiato, scampato per miracolo; Fecchini, Carta, Rossi, Gillo,

medici e avvocati, compagni al Ferrero nell’audace tentativo.

Di tutti costoro le galere contesero al carnefice la loro parte e

ingoiarono tutto quanto di più generoso aveva potuto o voluto cercar

salvezza nella fuga. Non poterono salvarsi dalla decretata morte

nè il sottotenente Moda, nè il luogotenente Laneri; non lo volle il

capitano Garelli. Salirono il patibolo con fortezza spartana in mezzo

ai cachinni d’una plebaglia briaca e invocando dalle loro ossa il

vendicatore.

Ad uno de’ nostri amici pendeva pure sul capo lo stesso destino.

Stato trasportato da Novara a Torino dietro il carro del vincitore e

rinchiuso nella cittadella, quivi aspettava la sua sentenza. Non si

faceva più illusione, sapeva che doveva morire e lo desiderava. Colpito

nei due soli affetti che avevano formata la religione della sua vita,

tradita e vinta la causa per cui aveva combattuto, esuli o morti gli

amici, perduta colei che sola sulla terra gli aveva fatto conoscere

qualche istante di gioia, agognava la morte come un riposo ed un

rifugio. Vivendo dopo tante sventure e tante ingiustizie sentiva che

sarebbe stato malvagio, che non avrebbe potuto più credere a nulla, che

non avrebbe perdonato, che si sarebbe vendicato degli uomini e della

società che gli avevano fatto tanto male nel mondo. Però nel breve

e sommario processo che ebbe a sostenere, confessò tutto: confessò

anche quello per cui non fu sospettato, laonde fra tutti i soldati

dell’esercito passati alla rivoluzione egli solo potè godere il triste

privilegio d’una condanna capitale.

Infatti re Carlo Felice, da Modena, aveva prescritto che i soldati

fossero amnistiati e che soltanto gli ufficiali fossero sottoposti a

processo e condannati. Giorgio quindi avrebbe potuto ancora salvarsi se

l’avesse desiderato.

Ma egli sdegnò: confessò d’aver egli arsa coll’acido prussico la

sentinella dell’università la notte del 10 marzo: egli ferito a morte

il comandante della Cittadella Des Geneis; egli ordito tutto il piano

dell’arresto del principe di Carignano. Ve n’era anche di troppo per

essere fucilato in quei giorni; ma se non fosse bastato c’era l’odio

del Tacchini, e il tentativo di rapimento della sua sposa e l’uccisione

del sindaco Salomone Arena.

Giorgio però a questo punto del suo interrogatorio volle avere ancora

un istante di rivincita, e in faccia ai giudici attoniti e inorriditi,

narrò tutto il reo tradimento di Tacchini e di Salomone.

«No, Giusta Arena non è sua moglie; essa non è che la vittima d’un

mercato infame. Quest’uomo che ora siede qui per giudicare me, ha

comperata la mano d’una fanciulla col tradimento e la menzogna. Ha

venduto, per possedere quella impagabile ricchezza, il suo voto e la

sua coscienza di giudice, ha inventata la mia morte e ne ha scritto

l’annunzio, empita la mente d’un padre stolto e codardo d’immaginari

terrori e prostituita la giustizia alla sua libidine. Io era nel mio

diritto liberando colei che aveva tratta all’altare coll’inganno, e se

alcuno qui deve rispondere del sangue di Salomone Arena, è colui che

presiede a questo tribunale. La palla che gli ha trapassato il cuore,

non è partita dalla mia mano ma da quella di Dio. Giudici, — esclamava

additando Tacchini pallido e fremente sullo scanno — se volete fare il

vostro dovere eccovi il reo».

— È pazzo furioso, urlò il Tacchini, trascinatelo in prigione a viva

forza! Signori giudici, voi non vorrete dare ascolto alle parole d’un

ribelle che ha sulla coscienza tre assassinj.

I giudici sentivano che quell’uomo parlava il linguaggio della verità,

ma Tacchini era allora troppo potente perchè alcuno potesse osare di

resistergli impunemente e assentirono a quello che a lui piacque.

Fu decretata la morte per fucilazione nella schiena.

Tacchini però coll’acuto olfatto della vecchia volpe di polizia

aveva indovinato che Giorgio aveva avuto nella rivoluzione Piemontese

un’importanza anche maggiore di quella che le indagini del processo e

le sue stesse confessioni avevano denunziato. Egli, secondo il giudizio

del Senatore, doveva possedere la chiave di importanti rivelazioni

e poteva offrire al governo il mezzo di più ampie scoperte. Prima

di ucciderlo era perciò spediente tentare di strappargli di bocca

i segreti che certo custodiva. Ma a chi confidare questa delicata

missione? Non poteva essere nè un nemico di Giorgio nè un sospetto;

poteva avere l’aspetto di un inviato dal Governo; doveva avere l’aria

spontanea e amichevole d’un fratello che soccorre in un supremo

pericolo il fratello.

Dopo molto cercare e frugare nella buia mente il Tacchini si risovvenne

del Michele Santafiori — e pensò di metterlo all’opera. Michele,

aiutante di campo del conte Della Torre, divenuto per necessità di

insaziabili bisogni una delle lance spezzate della reazione, anima

guasta e vendereccia, e d’altro lato camuffato del nome di fratello

di Giorgio e facilmente creduto partecipe delle sue pene, era l’uomo

che occorreva al Tacchini. D’una cosa sola temeva il Senatore: che

avesse la mente meno cattiva del cuore, e che per imbecillità fosse

incapace di condurre a buon fine una cattiva azione. Tuttavia provò a

interpellarlo e non fu malcontento della risposta.

— Si tratta di promettergli la libertà purchè faccia delle rivelazioni

— disse il luogotenente Michele.

— Perfettamente! Vedo che le nostre due menti son fatte per intendersi;

— rispose il Tacchini.

— Credo che la libertà e la vita saranno poco, riprese dopo una pausa

il Santafiori.

— Che cosa potremmo offrirgli di più?

— Non saprei... per esempio.... di facilitargli una fuga con.... la

signora Giusta....

— Oh mai.... questo; vada a rompicollo il Piemonte, questo mai.

— Ma, signor Tacchini, altro è promettere, altro è mantenere.

— Oh! ora capisco! bestia che son io! bravo Santafiori, esclamò il

Tacchini, e mentalmente soggiunse «Vedo che ci sono ancora dei birbanti

più scellerati di me....

E forse glie ne dispiaceva!

In sul fare della sera del giorno stesso in cui Giorgio aveva udito la

sua sentenza, egli vide ad un tratto aprirsi la porta del suo carcere.

— Non ebbe paura, e credendo che venissero per trarlo al supplizio,

chiese con voce calma dal fondo del suo giaciglio....

— È dunque per stanotte? la luce del sole vi fa dunque paura?

— Nè per stanotte, nè per domani, nè per mai, fratello, rispose dalla

porta una voce che Giorgio durò fatica a riconoscere.

— Chi mi parla così? chiese il prigioniero....

— Son io, Giorgio.... sono Michele.

— Tu! esclamò l’artigliere balzando in piedi e spalancando gli occhi

per l’incredulità e la meraviglia.

— Io! ma parla piano; la cosa per cui vengo non deve essere udita

nemmeno dalla muraglia.

— Ma cosa può volere da un ribelle l’aiutante del Generale Della Torre?

— Qui non ci sono più ribelli, nè aiutanti, nè generali, qui non ci

sono che due fratelli. E prima di tutto dimmi se credi che io possa

esserti ancora fratello.

Giorgio esitò a rispondere: poi con accento breve....

— Parla, disse; lo saprò dalle tue parole. Di che si tratta?

— Si tratta di salvarti.

— Salvar me!.... fece Giorgio sorridendo tristamente — non credo

che alcuno lo possa... se lo si potesse non lo vorrei.... desidero

morire....

— A ventitrè anni con tanto avvenire davanti è una follia desiderare la

morte... ma non si tratta di te solo.

— E di chi adunque?....

— D’un’altra.... di Giusta....

— Giusta!.... Oh perchè hai pronunciato quel nome.... ne hai tu nuove,

Michele?... dimmi che fa.... come vive.... che pensa di me!.... come la

tratta quel suo feroce marito.... Oh! perchè arrivai troppo tardi!....

un minuto prima ed era salva.... Come sopporterà domani la nuova della

mia morte!? M’avrà ella perdonato la morte di suo padre?.... Ah sento

che quella morte mi ha per sempre diviso da lei!

Giorgio profferì tutte queste parole a precipizio interrompendosi

soltanto per lasciar uscir dalla gola un cupo singhiozzo. Nel dire le

ultime parole cadde sul suo pagliericcio e vi restò sprofondato in una

ambascia mortale.

Michele vide che la corda dava ancora suoni, che la piaga era ancora

viva e continuò:

— Diviso, perchè? E se ti fosse offerto di rivederla; di sottrarla al

suo tiranno, di fuggire in una terra lontana e di vivere sicuri da ogni

persecuzione il resto de’ vostri giorni?

— Non mi tentare, non mi ammaliare con questi sogni di incomprensibile

felicità — se mi fosse concesso tutto questo.... Michele, ti perdonerei

tutto il male che hai fatto a nostro padre....

— Povero padre! disse Michele con un sospiro. Poi continuò: — Ebbene,

tutto ciò è possibile. Tu non hai che a confidarti in me.

— Ma tu vaneggi più di me, Michele! Come si può fuggire di qui; come

fuggire da Torino, come fuggiremo dal Piemonte?

— Con un salvocondotto.

— Un salvocondotto! Ma chi me lo darà.... ed a qual prezzo?

— Io te lo darò, il prezzo è.... una cosa da nulla: riempier questa

carta di nomi...

— Di nomi? di quali nomi?...

— Di quelli che hai incontrati in questi ultimi mesi.

— Incontrato! ma dove? spiegati non intendo.

— Incontrati tra le file della rivoluzione....

Giorgio lo guardò; e si passò una mano sulla fronte per scacciarne

un’idea: prese il foglio di carta che Michele gli offriva, gli si

avvicinò e disse: — sono dunque rivelazioni che mi si chiedono?

Michele non ebbe coraggio di dir la parola; ma accennò di sì col capo.

Giorgio mandò un ruggito e si gettò sull’ufficiale col lancio d’un

tigre. Se l’avesse arrivato lo strozzava. Ma Michele indietreggiò e

Giorgio legato dalla catena infissa nella muraglia non poteva avanzare

di più. Sentendosi trattenuto e impotente a colpire colle sue mani,

ricorse alla vendetta di Garibaldi torturato dagli sgherri di Rosas:

sputò in faccia allo sgherro di Tacchini....

Michele indietreggiò sino alla porta non avendo saputo trovare

nell’anima vile che una bestemmia ed una minaccia!

XXXII.

IL SALVACONDOTTO.

Giusta, caldo ancora il cadavere di suo padre, era stata trasportata

da suo marito fino a Novara e di là, seguendone le sorti, a Torino.

Percossa a un punto da tanto colpo, le povere forze della sua vita

erano giunte in poche ore all’estremo, e non restava più di lei

che un’ombra. Chiusa nella stanza d’un triste palazzotto di Torino,

piangeva senza posa e si disfaceva lentamente come la Pia all’aura

malsana della sua torre di Maremma. Non poteva staccar gli occhi

dall’immagine di colui che aveva messo a cimento la vita per salvarla

da un abborrito destino, nè poteva levarli sull’uomo che l’aveva

comprata come la schiava sul mercato e resa infelice per sempre.

Indarno Tacchini nelle sue ore d’ozio veniva a chiedere alla bella

fanciulla un sorriso od una grazia. Giusta rispondeva inflessibilmente:

potete farmi morire a foco lento, ma non sarò vostra mai.

Ed anche per lei il morire era la sola speranza che le rimaneva. Quando

si è giunti a tale estremo, la morte è la più felice soluzione, la

più generosa concessione del destino. Sulla terra non aveva altro:

nulla per il presente, nulla per l’avvenire: se avesse potuto vivere

per perdonare, l’avrebbe fatto: se avesse dovuto vivere per pregare,

l’avrebbe fatto; ma ella pure non aveva più la forza di perdonare

ad alcuno, e quelli pei quali avrebbe volontieri pregato stavano per

precederla in cielo. Avrebbe dunque pregato con loro lassù. Se avesse

avuto il sospetto di sopravvivere a lungo al suo Giorgio e avesse

temuto che il tempo potesse temprare il suo dolore, se in mezzo a tanti

esempi di coraggio il suicidio non le fosse sembrato una fuga codarda,

si sarebbe uccisa.

Lo pensò più volte perchè gl’infelici non ponno non pensarvi, ma

altrettante ne discacciò il pensiero.

Era giunta così senza saperlo alla vigilia del giorno in cui Giorgio

doveva essere tratto a morte. Guai se l’avesse soltanto sospettato;

l’ambascia l’avrebbe di certo finita. Tutto taceva nella sua casa,

Tacchini era uscito a festeggiare in un banchetto di generali traditori

la vittoria della reazione; i servi disattenti sonnecchiavano o

giuocavano; Giusta era sola nella sua stanza guardando da una finestra

le ultime iridi infuocate del tramonto, simbolo del suo destino,

quando la scosse un lieve calpestio. Si volse — guardò; le apparve un

piccolo spettro che si spiccava nell’ombra della portiera, lo guardò

più fissamente senza aver paura: dubitò perchè l’inaspettato, anche

se è innegabile, solleva sempre il dubbio e alla fine credette averlo

riconosciuto. Ma non aveva ancora aperte le labbra per pronunciare il

nome, che già il piccolo Balilla — poichè era lui! — s’era slanciato

fra le sue braccia.

Giusta lo strinse al petto come avrebbe stretto al seno il suo angiolo

custode, se da spirito si fosse fatto persona. E voleva meravigliarsi,

chiedere, sapere, ma il giovinetto ponendole rattamente una mano sulla

bocca......

— Lascia le interrogazioni.... le disse: tutto... ti dirò tutto.... e

pensa a rinchiudermi subito nella stanza di tuo.... del Tacchini....

— Nella sua stanza.... ma Balilla, cosa pensi?....

— In due parole, e non c’è un momento da perdere. Se io fossi trovato

qui, sarebbe tutto rovinato. Tu non sai che domani.... come farò a

dirtelo? Infine, Giusta, coraggio.... domani Giorgio dev’essere...

— Silenzio... non proseguire... ho capito tutto.... è dunque domani,

fece Giusta con voce interrotta dall’affanno. Ebbene, tu sei qui per

salvarlo, non è vero? soggiunse afferrando convulsamente la testa del

giovinetto e cercando leggergli fin nel fondo dell’anima... Presto! Che

cosa bisogna fare per salvarlo?

— Bisogna condurmi nella stanza del Tacchini, secondarmi ed essere

pronta a partire stanotte.

Giusta riflettè alcuni istanti: poi disse:

— Va bene! entra qui, e con un gesto risoluto condusse Balilla

nell’interno della stanza del Senatore e lo nascose nel suo gabinetto

da bagno.

Quando Balilla fa a posto, ella soggiunse: ed io, cosa debbo fare?

— Tu devi cercare de’ panni da uomo, e se fosse possibile una livrea

de’ tuoi servi, meglio; vestirti e tenerti presso questa porta ad

origliare. Quando udrai un mugolato entra: ti darò un foglio, correrai

con quello alla Cittadella, ti farai aprire la prigione di Giorgio e

fuggirete insieme.

— Ma, e di lui?... disse Giusta accennando il letto dove doveva andare

a coricarsi il Senatore.

Memorie d'un disertore, vol. 3/3 · 第 5 / 6 段