primo, che passerai dalla porta del tuo giardino e la lascerai aperta
per me, poi che troverai in fianco alla porta della Cittadella una
carrozza con un sol lampione acceso e un cocchiere che risponderà a
questa parola: _Animali parlanti_: egli è il sergente Carrera nostro
amico e potrete fidarvene, egli vi condurrà fuori di Torino. Hai
inteso? coraggio Giusta....
— Per lui... dieci vite sarebbero poche! — rispose la fanciulla
ritirandosi ad eseguire il convenuto.
Giusta infatti in quel supremo momento si era in pochi istanti
trasformata. Bastò quella notizia, quel nome, quell’idea d’aver
lei nelle mani la vita del suo amato, perchè il suo mite e gentile
carattere si inebbriasse a tutto l’entusiasmo della lotta e del
sacrificio, la gazzella s’era mutata in leonessa!
Tacchini tornò a casa verso mezzanotte e i vapori del vino largamente
tracannato, e l’orgia del banchetto gli avevano dato alla testa, e
appena giunto nella sua stanza si lasciò cascare mezzo vestito sul suo
letto, e vi si addormentò russando di lì a pochi minuti fragorosamente.
A un certo punto Balilla spinse la sua nera testolina fuori delle
cortine del gabinetto; s’assicurò che il Tacchini dormiva, che la
stanza era deserta e la casa silenziosa; poi fece un passo, montò sopra
una seggiola e tagliò più alto che potè il cordone del campanello:
prese da un tavolino un foglio di carta timbrato e stampato col nome
di «Senatore Tacchini Procuratore Generale di S. M. il Re di Sardegna»
e vi scrisse sopra queste parole: «Al ricevere della presente si lasci
immediatamente in libertà il nominato Giorgio Santafiori, detenuto
nelle carceri della Cittadella, amnistiato per grazia sovrana di S.
M.». Prese dal tavolo stesso calamaio e penna e lo portò vicino al
letto di Tacchini; cavò di tasca un coltello, saltò sul suo letto
costringendo con quanta forza aveva nel pugno la gola del dormiente,
gli susurrò all’orecchio: «Svegliati Tacchini, o sei morto!»
Il Senatore appena sentì mancarsi il fiato si svegliò in sussulto,
rantolando chiocciamente dalla poca fessura che gli lasciava Balilla
e sbarrando sul fantasma che gli stava addosso i suoi occhi ancora
imbambolati dal vino.
— Poche parole.... Tacchini. Qui resistere è impossibile, e gridare
meno. O firmare questo foglio o morire. — E così dicendo gli strofinava
colla punta del coltello la gola.
Tacchini voleva parlare, muoversi, spiegarsi, ma Balilla colla sua
terribile punta sempre a fior di carne gli impediva ogni conato.
Alla fine il Senatore riescì a dir mezzo strozzato.
— Ma quale carta?
— Lo saprai domani! ora non importa! scrivi e basta...
— Ma senza sapere...
— Finiamola — e due.... alla terza queste quattro dita di lama ti
entrano per la gola e ti passano per la nuca.
Tacchini diè un’ultima occhiata d’intorno per vedere se qualche
cosa poteva venire in suo soccorso; chiese alla natìa scaltrezza
un’ispirazione, uno spediente, uno scampo, e quando fu ben persuaso che
questo miracolo era impossibile rispose con quel fil di voce che gli
era concessa dal pugno di Balilla: «dammi, scriverò».
Balilla sporse con una mano la penna intinta a Tacchini, intanto che
coll’altra lo minacciava colla punta del coltello.
Tacchini steso supino non poteva scrivere. Balilla dovette confessare
che aveva ragione e disse: «Ti concedo d’alzarti fin qui; ma bada a non
fiatare o sei morto». E aiutando il Senatore a rizzarsi sul guanciale
tenendogli sempre la mano alla bocca e il pugnale alla gola.
— E scrivi chiaro: soggiunse il fiero giovinetto... vedendo che la mano
del suo prigioniero tremava sulla carta.
Quando Tacchini ebbe scritto alla meglio il suo nome, Balilla senza mai
muoversi dalla sua postura, mandò un sottile miagolato, e Tacchini vide
subito dopo entrar nella sua stanza un giovinetto vestito colla livrea
dei suoi servi, prendere il foglio dalle mani del fanciullo, e senza
dire una parola, senza voltarsi indietro, uscire rapidamente dalla
camera.
Il prigioniero vedeva tutto e non poteva capire nulla. Egli non
conosceva Balilla; non sapeva quale carta avesse firmata; non aveva
potuto riconoscere il lacchè. Subiva una violenza, e quella firma
doveva servire certo ai disegni di qualche suo nemico; e probabilmente
pensava a qualcuno dei tanti ribelli che erano nelle carceri sotto il
suo giudizio; ma non poteva indovinare a quale. Se anche fosse stato
libero non avrebbe potuto impedire la esecuzione dell’ordine che aveva
firmato, nè arrestar coloro che glie l’avevano strappato perchè non li
conosceva.
Ma Balilla non era sì gonzo da lasciarlo subitamente padrone di sè;
e per un’ora continua lo tenne sempre nello stesso atteggiamento di
immobilità e di silenzio sotto la minaccia del suo ferro.
Pure bisognava che anch’egli o prima o poi pensasse alla fuga. Erano
già suonate le due dopo mezzanotte; ancora poche ore e sarebbe stato
giorno e non aveva tempo da perdere. Poteva uccidere il Tacchini e
finirla con un colpo; ma l’assassinio non era ne’ gusti e nei propositi
del giovinetto. Se per salvar suo fratello fosse stato necessario un
po’ di sangue non avrebbe indietreggiato; ma bagnarsene le mani per
mera vendetta non lo poteva.
Pensò che non gli restava altro mezzo che legare il Tacchini e in modo
che non potesse gridare. Purchè avesse due o tre ore di tempo, a lui ed
a’ suoi amici potevano bastare.
Ma l’operazione non era facile, prima di tutto bisognava legargli le
mani per metterlo fuori d’azione, poi fasciargli la bocca. Balilla
riflettè un istante; poi con un accento che non ammetteva replica disse
al suo Senatore:
— Mettiti boccone.... non capisci?.... mettiti boccone o la finiamo.
E gli fece sentire un pochino di punta nell’epidermide.
Tacchini, tremante sempre di vedersi scannato ad ogni momento, si
voltò colla bocca sul guanciale. Allora Balilla, prese il cordone
del campanello che aveva tagliato e intimò di nuovo al Tacchini colla
solita voce:
— Dammi le tue mani... per di dietro.... così....
E afferrate le due mani del Senatore glie le legò iteratamente
con quanta forza aveva nel mezzo della schiena. Assicuratosi così
dell’azione, pensò alla parola, e tolta la fodera del guanciale glie
la passò a guisa di berretto sulla testa, col suo fazzoletto glie la
strinse fortemente tra la bocca e la nuca e lo lasciò là senza che
potesse più nè muoversi, nè parlare, nè vedere, nè quasi udire.
Poi, senza perdere un istante, infilato lo scalone silenzioso e
deserto, per la porta stessa del giardino che Giusta aveva lasciata
aperta, si trovò con pochi salti in istrada.
Quando fu libero esalò un gran respiro e s’avviò a gran passi verso la
Cittadella.
Il lettore chiederà come Balilla fatto prigioniero nelle boscaglie
del Po si fosse trovato così improvvisamente nella casa di Giusta
in Torino ad operare tanti prodigi. Ma che cosa non può la volontà e
la scaltrezza d’un monello di dodici anni, mal guardato, che nessuno
sospetta, col quale gli stessi custodi scherzano e fanno a fidanza?
Balilla condotto a Moncalieri e da Moncalieri a Torino in faccia al
Principe di Carignano, aveva così bene rappresentata la parte del
gonzo e dello stupido vagabondo, occupato soltanto del suo cane che
continuava a piangere, che Carlo Alberto ordinò fosse messo in libertà.
Allora egli non ebbe altro pensiero che trovare suo fratello lasciato
in viaggio per S... Tornò al suo villaggio, vide Livia, udì tutta la
storia della chiesa, sentì che suo fratello era stato tradotto a Novara
e s’avviò per Novara. A mezza strada incontrò i fuggenti dell’esercito
costituzionale e udì la notizia che il Della Torre era entrato in
Torino. Comprese tosto che Giorgio doveva essere tra i prigionieri
tradotti in trionfo e mutò cammino. A Torino non tardò a sapere che
il fratello era nella Cittadella e fece di tutto per penetrarvi.
Si trasformò in mendico, in rivendugliolo d’acquavite, ma non potè
arrivare che nel primo cortile. Tuttavia i soldati di guardia, un po’
tardi, è vero, sapevano tutte le notizie del forte e ne discorrevano.
Una sera sentì a dire che l’artigliere Santafiori era stato condannato
alla fucilazione nella schiena e che la condanna doveva essere eseguita
la mattina dopo.
Allora ideò e compì il disegno nel quale l’abbiamo visto alla prova.
Balilla frattanto, arrivando dopo pochi minuti davanti alla Cittadella,
cercò per prima cosa la carrozza coll’unico lampione acceso e non la
vide più.
— Sono salvi! — sclamò dando un salto di gioia — ma è meglio
accertarsene.
Con Carrera, col quale aveva combinata molta parte del piano, aveva
convenuto, che se il colpo riesciva avrebbe lasciato al posto stesso
della carrozza a piedi del quarto albero del viale andando verso porta
Susa l’altro lampione spento. Se il lampione non c’era voleva dire che
la cosa era fallita e che anche il sergente aveva dovuto mettersi in
salvo.
Balilla corse al quarto albero, e appena si fu chinato per cercare, si
vide sotto gli occhi il globo nero del segnale convenuto.
Il fanciullo strinse in atto di trionfo quell’oggetto, inerte
messaggiero di tanta felice certezza, ed esclamò di nuovo: «Sono salvi
davvero!».
XXXIII.
SUL SAN BERNARDO.
Infatti Giorgio e Giusta guidati dal fedele Carrera correvano da
circa due ore sulla libera strada dei campi. Giusta, presentandosi
alla Cittadella sotto le vesti di un servo di casa Tacchini, e con
quell’ordine perentorio, scritto su quella carta conosciuta, firmato da
quel nome, non aveva trovato ostacolo veruno.
Il carceriere disse: — «se non fosse per il Senatore Tacchini vi direi,
tornate domani, ma con quell’uomo non si scherza». Poi camminando verso
la prigione: — E dove lo conducono a quest’ora?
La fanciulla rispose cercando d’alterare la sua voce — Ordine del Re di
condurlo subito a Modena.
— Ah! capisco, — soggiunse il carceriere — avrà delle rivelazioni a
fare. Tutti traditori questi rivoluzionari! borbottò di nuovo intanto
che apriva il carcere del condannato.
Rinunciamo a descrivere la sensazione di Giorgio alla comparsa di
Giusta nel suo carcere nel cuore della notte, in mezzo alle larve della
morte imminente, nel naufragio ormai consumato d’ogni speranza. Vi
sono crisi dell’animo che si sentono una volta in vita ma che non si
ripetono più, che ognuno prova diversamente e che non possono essere nè
riprodotte nè dipinte sullo stampo altrui.
Giusta però non durò fatica a far comprendere al suo amico che una
sola parola imprudente gli avrebbe perduti. L’Artigliere aveva tosto
indovinato che quell’ordine di liberazione non veniva certamente
spontaneo da’ suoi nemici, e che era il frutto d’una lunga e rischiosa
congiura, e non voleva aver egli la colpa d’aver mandato a male tanti
sforzi e tante speranze. Però fino a che non furono fuori, fino a che
non misero il piede sul legno di Carrera, non una parola, non una
mossa, non uno sguardo che li potesse scoprire. Ma liberi di poter
parlare e sfogarsi, la piena di gioia e d’amore lungamente compressa
non ebbe più freno. S’abbracciavano, piangevano, si mormoravano gemiti
incomprensibili fuorchè per essi, dimenticavano la terra e non vedevano
che l’estasi del Cielo.
La realtà però non tardò anche per essi a riprendere il suo dominio.
S’era fatto giorno chiaro. Carrera pensava a condurli sui monti di
Aosta presso una vecchia parente di sua moglie e là tenerveli nascosti
fino a che si fosse offerta l’opportunità di passare in Francia. Ma
si era ancora lontani dalla meta e bisognava correre molte ore prima
d’arrivarvi. Poi non parve prudente entrare di giorno nei villaggi
tutti tre assieme in una carrozza che in quelle valli primitive dava
nell’occhio e che non avrebbe mancato di servir di traccia alla polizia
che certo doveva aver sguinzagliati dietro i fuggiaschi tutti i suoi
bracchi. Perciò poche miglia prima di Montalto i due amanti smontarono:
Giusta mutò i suoi abiti da uomo nelle vesti d’una semplice montanina
che Carrera aveva saputo trovare nell’armadio della sua Caterina.
Giorgio cambiò pure qualche parte del suo abbigliamento e si separarono
dandosi col sergente convegno d’arrivare per diverse vie alla casa
convenuta. Dopo due giorni di marcia a piedi, senza incidenti e
senza pericoli, arrivarono per sentieri nascosti sull’alpe che doveva
ospitarli. Carrera che gli aveva preceduti per preparare i quartieri
venne loro incontro: sulla porta d’una bianca casetta appiattata dietro
un padiglione di castagni e di pini gli accolse una vecchierella
con queste semplici parole: — siate benedetti col Signore che vi
accompagna! E i due giovani vi entrarono non sospettati e non visti da
nessuno.
Carrera però quand’ebbero riposato poche ore disse loro: — non bisogna
dimenticarsi nella felicità del momento, che a quest’ora tutta la
polizia del Tacchini sarà in moto e che la bestia ha l’olfatto fine.
Però domattina all’alba è forza rimettersi in marcia e guadagnare il
confine.
Giorgio e Giusta si sentivano così bene nella pace di quel nascondiglio
che non sapevano trovare il coraggio di staccarsene. Pure capivano che
Carrera aveva ragione e si dissero pronti a ripartire.
— E dove andate, figliuoli? disse la vecchia.
— Dove si va quando si fugge: rispose Giorgio, alla ventura.
— Cattivo consiglio! ripetè la donna, in questi momenti vi sarà
difficile passare il confine che è minutamente guardato pei
contrabbandieri.
— E allora che ci consiglieresti, mamma? fece Carrera.
— Qui alla cima estrema delle nostre montagne c’è un ricovero che la
polizia non sospetta, innanzi al quale i gendarmi passano facendosi il
segno della croce e che i potenti della terra visitano con rispetto.
— L’ospizio del San Bernardo forse? sclamò Giorgio.
— L’hai detto, figliolo, rispose la vecchia, quello, se vuoi salvarti,
dev’essere l’ultimo rifugio della tua vita.
— Ma e Giusta? — fece Giorgio.
— Giusta potrà accompagnarti. I monaci del S. Bernardo ricoverano
spesso le donne ed hanno vicino al grande ospizio una piccola casa
custodita da poche suore dove ricettano le infelici che nei disastri
della nevicata riescono a disseppellire viventi. Tu la potrai condurre
lassù e finire se non con lei, vicino a lei, la tua vita.
— È un ridente sogno quello che ci proponete, o santa donna, e noi
l’accettiamo; non è vero Giorgio? fece Giusta.
— Deve accettarlo, soggiunse Carrera. Fuori del consiglio della nonna
non veggo altra via di salute.
— Ma — fece Giorgio — .... e quei frati mi accetteranno?
— Andate a nome di mamma Beatrice, che sono io, dal Padre Priore e
presentategli questa medaglia di S. Agostino. Egli vi riconoscerà
e vi riceverà, ne son certa, almeno come servo.... mettetevi in
cammino domattina prima dell’alba e alla sera prima di notte sarete
all’ospizio.... Addio figliuoli, siate benedetti e pregate per me. Io
farò altrettanto per voi.
Carrera due ore prima di giorno svegliò i suoi due amici, e col solito
gergo militare che non aveva mai smesso, disse loro: — È il momento di
partire: _En avant_ — _pas-acceleré_ — _marsch_.
Giorgio e Giusta s’incamminarono dietro i passi del vecchio sergente e
si perderono in poche ore negli anfratti della montagna.
. . . . . . .
Un mese dopo arrivava all’ospizio di San Bernardo una gran squadra di
soldati e carabinieri comandati da un ufficiale e chiedevano ospitalità
per quella notte. Il Padre Priore si affrettò, secondo il suo pio
costume, a spalancar loro le porte del sacro rifugio.
— Sono venti giorni, buon padre, disse l’ufficiale, che si cammina per
queste alpi in cerca d’un assassino fuggitivo colla sua druda e siamo
costretti a tornare indietro colle mani vuote.
— E come si chiama il fuggitivo? — disse il Priore.
— Giorgio Santafiori.
Un giovine romito che stava dietro al Priore colla testa chiusa nel suo
cappuccio diede un soprassalto così visibile che guai se l’ufficiale
avesse avuti gli occhi sopra di lui!
Egli avrebbe subito riconosciuto l’uomo che cercava.
Giorgio Santafiori monaco del S. Bernardo vede ogni giorno Giusta
Arena, custode dell’ospizio delle donne. Essi si sorridono, si dicono
addio e guardano insieme nel cielo dove sperano d’abbracciarsi poichè
la regola del chiostro e le leggi degli uomini glie l’hanno omai
vietato sulla terra.
Scorsi altri due anni, i cani dell’ospizio dissotterrarono da una
valanga della montagna un corpo stecchito dal gelo ma il di cui cuore
batteva ancora. I monaci gli furono d’attorno colle usate cure per
richiamarlo alla vita. Quando aperse gli occhi, Giorgio riconobbe il
sergente Carrera.
Fu quello un giorno di festa per lui e per Giusta. Calmata la gioia e
la meraviglia, gli furono chieste le nuove del mondo d’onde veniva.
Carrera aveva perduta la sua Caterina, Napoleone era morto a S. Elena e
saliva lassù per finire i suoi giorni accanto agli ultimi suoi cari.
Tacchini era morto soffocato nel suo letto la notte stessa della loro
fuga.
Michele divenuto un arnese di corte aveva sposato Virginia Arena
e vi menavano assieme una vita di turpi piaceri e di vigliacche
condiscendenze.
Donna Angelica, sola nella sua casa, s’era addormentata nella quiete
del sepolcro benedicendo alla sua Giusta. Livia ne aveva raccolto
l’ultimo sospiro ed era andata a chiudere la sua vita in un convento di
Benedettine.
Balilla era andato a combattere per la libertà della Grecia a fianco di
Santarosa.
Per questo si potrebbe dire che la Storia di questa famiglia di
patriotti non è ancora finita, e chi sa che un giorno sulle orme
dell’eroico fanciullo non abbiamo occasione di riprenderla.
FINE.
INDICE
PARTE SECONDA: IL FIGLIO
XVIII. Apparecchi di lotta. Pag. 3
XIX. La cittadella. 13
XX. Sentiamo Tacchini. 21
XXI. Volpe e serpente. 27
XXI. Manovre. 34
XXII. Batterie smascherate. 41
XXIII. Due righe di storia. 46
XXIV. Il racconto della sentinella. 52
XXV. Balilla e Leon. 59
XXVI. Schiarimenti. 69
XXVII. Accidenti di viaggio. 74
XXVIII. Un minuto dopo. 78
XXIX. Troppa luna! 85
XXX. Catastrofe. 91
XXXI. I due fratelli. 96
XXXII. Il salvacondotto. 104
XXXIII. Sul San Bernardo. 114
NOTE:
[1] Brofferio. _Storia del Piemonte._
[2] Miglia italiane da 60 al grado e di 1,800 metri.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura
è stato inserito un indice a fine volume. La numerazione errata dei
capitoli (il numero XXI per errore è ripetuto due volte) non è stata
modificata.