violenta che fece temere per ventiquattr’ore della sua esistenza. Ma il
destino la risparmiava per altri dolori.
Fu durante queste ore di malattia e di solitudine che Livia, entrata in
un momento d’assenza del padre, le comunicò l’idea bizzarra e generosa
di Balilla.
Giusta sentì rinascere un alito di speranza e volle confidare al
giovinetto audace le sue ultime parole. Balilla venne più tardi a
prenderle egli stesso: pose un bacio sulla fronte della bellissima
fanciulla, si legò al braccio il fedele _Leon_ che dai salti e
dagli squassi di coda pareva intendesse d’essere destinato ad una
straordinaria missione, e partì dicendo alle due donne che lasciava: —
Non dubitate, io troverò Giorgio e ve lo rimanderò!
I suoi preparativi di viaggio erano stati brevi: una funicella per
legare _Leon_; un randello per difesa; una bisaccia di pane e 25 soldi.
Infilando la strada di Torino in una bella notte di marzo, uscì dal
villaggio accompagnato dal viatico eterno della sua età — la giovinezza
e la fede.
XXVII.
ACCIDENTI DI VIAGGIO.
Finalmente verso le dieci Giorgio fu pronto a partire. Aveva cambiato
la sua uniforme di artigliere in un completo costume da fittaiuolo
di campagna, trovato a nolo un buon cavallo savoiardo attaccato ad un
leggerissimo biroccino, per poter fare molta strada in minor tempo e
s’era messo in viaggio. Aveva calcolato che da Torino a S...... c’erano
160 miglia ed egli aveva 32 ore di tempo. Il cavallo doveva dunque far
quasi sei miglia all’ora per guadagnare le tre o quattro ore necessarie
a nutrirlo e farlo riposare.
Esperto di questa sorte di viaggi, sapeva che il solo mezzo per
riuscire era non affaticare troppo il corridore sulle prime per
riserbarsi d’ottenere uno sforzo supremo all’ultimo, quando fosse stato
necessario. Perciò uscì di buon trotto, e alla mattina, albeggiando,
dopo sei ore, s’accorse che aveva fatte sei miglia all’ora.
Presagì bene del futuro; rinfrescò ad Asti... e continuò il suo viaggio
senza incidenti; a mezzogiorno era a Spinetta, la patria del famoso
Majno, e si fermò di nuovo per far riposare il suo generoso animale che
faceva miracoli.
Allora contò che in 14 ore aveva fatte quasi 80 miglia, e si credette
sicuro. Tutta la sua cura era arrivare a tempo, ed ora che gli pareva
quasi risolta la quistione, ebbe persino il coraggio di desiderare da
mangiare. Erano 20 ore che non prendeva cibo anche lui e ne aveva il
diritto: pure non vi si potè risolvere subito parendogli che Giusta
avrebbe potuto rimproverargli d’essersi attardato alla mensa della
taverna nel momento che ella era minacciata da un pericolo mortale.
Verso l’ave-maria era per entrare in Godiasco quando si sentì alle
spalle la cornata e gli scoppii d’una frusta d’una carrozza da posta.
Egli tirò in disparte per lasciar passare, ma sia che non lo facesse
abbastanza, sia che il postiglione fosse mal destro, o fosse briaco,
fatto sta che la grave e forte vettura urtò nella ruota del suo esile
biroccino e lo rovesciò d’un colpo in un fossato alto cinque metri.
Giorgio scagliò una bestemmia, la prima forse che profferiva in vita
sua, ma il carrozzone proseguì indifferentemente il suo cammino.
Tutto era andato in frantumi — finimenti, ruote, stanghe, ed era il
meno: il bravo Savoiardo aveva rotto un ginocchio e non poteva quasi
più muoversi: il dolore gli faceva esalare dalle larghi narici un
rantolo che pareva un gemito umano, egli guatava col suo grande occhio
nero il suo giovine padrone con tale espressione di sguardo che si
sarebbe detto che gli chiedesse perdono di quella disgrazia di cui egli
non era colpevole.
Giorgio si strappava i capelli disperato; aveva voglia di piangere;
in tali momenti si fa quello che non si è mai fatto: non avete mai
bestemmiato, e la bestemmia viene sulle vostre labbra; non avete mai
pianto, e le lacrime sgorgano da’ vostri occhi; siete delicato e vi
tocca di trascinare sopra una ripa a forza di braccia un legno rotto:
siete pittore o poeta vi tocca di fare il falegname: siete stanco vi
tocca di lavorare: avete fretta, vi tocca d’andare a piedi.
Un incidente di viaggio è spesso una pagina di storia. Che cos’è
Waterloo? un incidente di viaggio di Blücher! — Che cosa ha portato sul
patibolo Luigi Capeto? un incidente di viaggio!... Una carrozza che si
rompe; un uragano che v’impedisce d’avanzare; una tempesta che vi getta
sopra uno scoglio; un cavallo restìo; un postiglione briaco, bastano
a scompigliare col colpo di mano dell’ignoto i piani più meditati,
i calcoli più giusti, le speranze più certe: il sogno della _grande
armada_ di Filippo, come il voto del pellegrino che ha camminato
giorno e notte per arrivare in tempo a deporre sulle labbra della madre
morente l’ultimo suo bacio, e non arriva che per deporta sotterra.
Giorgio sfogata la prima disperazione riprese coraggio; passò di là
un contadino, il solito inviato ignoto della provvidenza, e lo aiutò
a tirare sulla strada il biroccino, a rialzare il povero cavallo per
arrivare fino al villaggio ed a cercare un altro cavallo. Il biroccino
si poteva alla meglio racconciare; ma il cavallo non si reggeva più e
bisognava trovarne un altro. Godiasco non brillava per ippici modelli.
Il miglior cavallo che si desse a nolo era una rozza ungherese che
aveva per lo meno trent’anni, famosa per aver caricato brillantemente
sui piani di Marengo, vent’anni prima, ma che ora non offriva altro
pregio che quello d’una rispettabile memoria.
E in tutti questi sforzi, ricerche e lavori aveva perduto quattro
ore buone. Era mezzanotte, aveva 40 buone miglia da fare e non aveva
davanti a sè che sei ore. Per il bravo Savoiardo sarebbe stato nulla
anche malgrado la disgrazia sopraggiunta, ma per la vecchia ungherese
erano un problema forse insolubile.
— Se ci riesce, pensava Giorgio, sarà certo la sua ultima campagna.
Finalmente potè rimontare nel suo biroccino. Prima di dare la frustata
di partenza, perchè la frusta doveva ormai avere una parte principale,
chiese al contadino che l’aveva soccorso ed agli altri curiosi o
pietosi che gli facevano crocchio d’intorno:
— Vorrei, per altro, cavarmi la curiosità di sapere chi c’era in quella
carrozza che m’ha rovesciato.
— C’era il Senatore Tacchini con un altro signore, disse una voce dalla
folla.
— Lui! — mugolò Giorgio, e azzeccò tale frustata alla vetusta
ronzinante che malgrado i suoi trent’anni di servizio, portò via a
carriera il biroccino e il suo auriga.
XXVIII.
UN MINUTO DOPO.
Alla quarta ora la veterana ungherese cominciava a chieder
misericordia, e quantunque all’occhio paresse che trottasse ancora, in
realtà non faceva che agitare per traverso le sue magre e lunghe gambe
senza avanzare, più che non avrebbe fatto il più modesto quadrupede di
medico del villaggio al ritorno delle visite.
Giorgio le faceva coraggio colla voce e colla frusta; ma ormai
l’emulazione come il castigo erano impotenti in quel corpo esausto.
Alla quinta ora il trottarello era divenuto passo di vecchio ansante.
Giorgio si provò ad adoperare la frusta a guisa di bastone, ma la
magiara che un dì non avrebbe tollerato nemmeno il solletico d’un
tallone, ora non era più in grado di risentirsi di quell’insulto e
rispondeva al suo tormentatore con una sdegnosa lentezza.
Alla sesta ora si fermò: al campanile di Broni suonavano le sei;
Giorgio aveva ancora cinque miglia da fare; egli era di nuovo arrestato
in mezzo alla campagna, solo, a piedi, esausto egli stesso di forze.
Cominciò a temere di non arrivare più a tempo; l’alba era spuntata,
ed anche correndo sempre a piedi non sarebbe arrivato ad S.... prima
d’un’ora, e forse fra un’ora sarebbe stato tardi e il sacrificio
consumato.
Tuttavia l’urgenza del pericolo, l’immagine sempre più chiara, quanto
più si avvicinava, della vittima che andava a liberare, gli aveva
trasfuso nel sangue una disperata energia. Piantò sulla strada rozza
e carretta e si diede a correre con quanta forza aveva nelle gambe
nella direzione di S.... Aveva le ali ai piedi. Automedonte si era
trasformato in Diomede. Ma i contadini che l’incontravano non potendo
ricorrere a questi eroici nomi, dicevano: — È matto, oppure, è un
saltimbanco che ha fatto una scommessa.... e s’arrestavano a canzonarlo
o ad ammirarlo finchè l’occhio poteva seguirlo.
Giorgio era gagliardo, rotto a tutti i ginnastici esercizii, ma non
c’è forse umano polmone che regga a cinque miglia di corsa. Egli aveva
appena cominciato a vedere le prime case del villaggio che la lena a un
tratto gli mancò e dovette lasciarsi andare boccone sul ciglio della
strada. Ansava come se nel petto gli si fosse scatenato un uragano e
provava il nuovo affanno di sentir ballare i suoi visceri nel suo corpo
travolti in una specie di ridda indemoniata.
Forse non si sarebbe più mosso di là; quando lo percosse al tempo
stesso un concerto di campane suonanti a distesa e uno sparo di
mortaretti. Era sfinito ma non dissennato, e gli bastarono quei segni
di festa per richiamarlo al sentimento della realtà e per ridestargli
nell’animo le semi-spente faville di vitalità che ancora vi rimanevano.
— «Suonano per lei!... forse non sono più a tempo» pensò più che non
disse il valoroso, mentre con uno sforzo disperato s’alzava da terra
e riprendeva la sua corsa. Traversò sempre correndo tutta la gran
contrada del villaggio ingombra di gente insolita, vestita a festa,
ornata di fiori e di nastri, e arrivò sulla piazza della chiesa.
Ivi la folla era più grande. In un angolo, un contadino metteva
la miccia ad una fila di mortaretti e li faceva saltar tutti in un
punto; una banda musicale venuta da Voghera in grande uniforme, con
degli enormi pennacchi bianchi che facevano l’ammirazione di tutto il
villaggio, aspettava impettita sulla porta della chiesa il segnale di
dar fiato a’ suoi strumenti; tre carrozze, in una delle quali Giorgio
riconobbe subito quella che l’avea rovesciato, attendevano circondate
da altri ammiratori in un angolo della piazza. Giorgio passò in mezzo
alla banda, ai mortaretti, alla carrozza ed alla gente, notando tutto,
ma senza fermarsi ad osservar nulla, e tanto era rapida la sua corsa,
che tranne quei pochi che dovette necessariamente urtare per passare,
nessuno vi badò. Nessuno poi lo riconobbe.
Giorgio entrò in chiesa dalla porta di mezzo e appena dentro vide in
fondo alla navata presso all’altar maggiore un gruppo di persone in
abito nero, una figura vestita di bianco, ed un prete. Indovinò subito
che là era l’ara del sacrificio, e che la figura coronata di rose era
la vittima, e con quanta forza potevagli essere restata in quel momento
gridò, sicchè tutta la vôlta ne risuonò:
— Giusta!
Dal fondo della chiesa, dal gruppo delle persone, gli rispose un grido
acuto e sottile, e nello stesso tempo, mentre continuava a correre
verso l’altare, vide urtarsi in gran confusione tutta la gente che vi
era stipata d’intorno.
— Giusta! urlò una seconda volta e con un salto balzava in mezzo
al corteo nuziale. Uno stormo di uccelli occupati a festeggiare la
scoperta di un campo di miglio, che si vede piombare nel mezzo del
suo tranquillo banchetto il terribile grifo del falco, non si disperde
più rapido di quello che tutti quei signori in cravatta bianca fecero
alla comparsa improvvisa dello sconosciuto. Fu così improvviso e
ratto il suo apparire, che lo credettero calato dal cielo o vomitato
dall’inferno. D’altronde Giorgio era in quel momento spaventoso. Le
fatiche di due giorni di viaggio, la corsa di quella notte, la tempesta
che gli soffiava nell’anima, l’avevano stravolto e dato al suo sguardo
e al suo sogghigno un accento sinistro e formidabile. Ebbero paura
tutti quanti, prete colla stola, marito col mazzo da nozze, testimoni,
parenti, si diedero tutti a fuggire per di qua e di là, senza dar tempo
a riflettere, senza nemmeno pensare alla probabilità d’una resistenza.
Giorgio perciò si trovò per alcuni minuti in faccia a Giusta svenuta
a’ piedi dell’altare. Egli stette un istante a contemplarla, la chiamò
un’altra volta per nome, e vedendo che non risensava e che nessuno gli
faceva ostacolo s’inchinò per prenderla nelle sue braccia. A quell’atto
il Tacchini che aveva già ricuperato coraggio, e che aveva in parte
indovinato il nome di quello straniero, gli gridò: — Non toccate quella
donna, essa è mia moglie.
— Vostra! fece Giorgio allontanando le mani dal corpo che già
cingeva.... Vostra! ripetè restando senza moto e senza respiro a
guatare l’uomo che gli aveva inviato quella intimazione.
— Sua in faccia a Dio ed in faccia agli uomini, — gridò solennemente
Don Fulgenzio. — E tu che vieni a profanare il tempio del Signore sarai
maledetto!
— Voi maledetti, — replicò Giorgio, — che avete fatto mercato
d’un’anima umana. No! Dio non può aver consacrato un giuramento
strappato colla frode e colla violenza. Questa donna non è moglie
d’alcuno fuorchè di colui al quale ha promesso spontaneamente la sua
fede, qui io solo sono suo marito, perchè io solo amo questa donna
— Addietro voi tutti.... essa non appartiene che a me — Guai chi la
tocca.
L’accento di Giorgio ripercosso dalle sonore pareti della chiesa era
formidabile: nessuno osò muoversi. Soltanto si udiva montar dal di
fuori un sordo rumore simile a quello d’una moltitudine che tumultua o
ad una marea che sale.
Giorgio per altro non vi badò e levato sulle braccia gagliarde il corpo
della sua vergine girando gli occhi in atto di disfida sui pochi che
ancora gli stavano d’attorno, s’avviò con passo sicuro onusto del dolce
peso verso la porta.
Giusta nel sentirsi muovere si destò, e quando conobbe d’essere nelle
braccia del suo fedele, lo salutò con un celestiale sorriso, e richiuse
gli occhi per addormentarsi un istante nella beatitudine di quel sogno
tante volte invocato.
Ma appena affacciatosi alla Piazza l’artigliere si vide di fronte a una
turba di popolo là raccolta per aspettarlo e chiudergli il varco, e che
urlava con frenetico tumulto:
— Morte all’eretico!..... morte al sacrilego!...
Egli s’arrestò per studiar le sue mosse, ma la folla non gli lasciò
tempo a meditare. Appena lo riconobbe si gettò contro di lui, ed egli
ebbe appena tempo di deporre Giusta e di cavar dal petto una pistola,
che già i più audaci gli erano addosso. Ma la vista di quelle due canne
contenne per un istante l’onda fremente; nessuno voleva essere il primo
a farne la prova. Giusta frattanto s’avvinghiava al suo Giorgio e gli
faceva schermo della sua persona. Il popolo nel vedere quella delicata
figura, pallida, scarmigliata, tutta sciolta in lacrime abbracciare
colui che esso teneva già per figlio del demonio, provò un istante di
superstizioso rispetto e non ebbe il coraggio di avanzarsi.
Ma rompendo la folla, guidato da Salomone Arena in persona e
dal Tacchini, avanzava il maresciallo Malagana co’ suoi quattro
carabinieri.
Giorgio sentì il pericolo, e allontanato con dolce violenza dalla sua
Giusta s’avanzò verso i carabinieri e togliendo dalla tasca un foglio
di carta lo agitava al vento gridando:
— Carabinieri. In nome della Giunta Provvisoria, lasciatemi passare e
obbeditemi.
— In nome del legittimo Re Carlo Felice, arrestatelo... è un fellone,
un disertore, e ne renderà conto alla giustizia.
Malagana non era uomo da esitar fra i due ordini e fece spianare le
baionette marciando contro al giovine.
Giorgio si sentì acciecare dall’ira, e quasi senza prendere di mira
nessuno lasciò partire i due colpi dalla sua pistola in mezzo alla
folla. Una palla ferì in una spalla il carabiniere, un’altra andò a
passare diritta nel cuore di Salomone Arena.
I carabinieri gli furono sopra, e a stento poterono sottrarlo al furore
della moltitudine che voleva sbranarlo.
Legato, incatenato come un galeotto, pesto, rotto in tutte le parti del
corpo, fu tradotto in carcere e di là, per ordine del Tacchini, sotto
buona scorta a Novara.
XXIX.
TROPPA LUNA!
Balilla, senza sbagliare un solo dei segnali convenuti, aveva trovato
il Muschietti al posto designatogli e gli aveva consegnato il biglietto
di suo fratello. Lo studente nel leggere che l’animoso artigliere non
sarebbe stato della partita, scosse tristamente il capo e disse:
— È una gran perdita! un uomo come Giorgio non si sostituisce così
facilmente.
— Ma ci son io per lui, esclamò il piccolo Balilla guardando fieramente
in faccia lo studente.
— Tu?
— E _Leon_ — fece additando il cane che gli era al fianco.
— Credo al tuo buon volere; ma facesti meglio a nasconderti in quella
fratta. Qui sulla strada ti potrebbe incoglier pericolo.
— Io vi domando — rispose il fanciullo — quale sarebbe stato il posto
di mio fratello.
— Alla carrozza del Principe.
— Ebbene, quel posto è il mio.... lasciatemi fare. Sono anch’io un
Santafiori, e poi vedete, — trasse di sotto alla giubba la daga di
Giorgio — mio fratello mi ha armato..... segno che anch’io devo far
qualcosa.
— Allora vieni: ci son molti uomini che valgono meno di te.
E insieme si perdettero nella campagna.
Chi fosse passato verso le 11 e mezzanotte per quella strada avrebbe
sentito un gran stridere di gufi e di civette, e probabilmente avrebbe
affrettato il passo per fuggire ai sinistri augurii di quei funerei
abitatori dei sepolcri e delle rovine. Erano le voci dei dodici
congiurati che si richiamavano e si riconoscevano.
A mezzanotte, la fune che doveva rovesciar il battistrada fu tirata,
ognuno era al suo posto. Balilla fremeva più di tutti d’impazienza che
il momento arrivasse.
A un tratto si sentì il galoppo d’un cavallo. — È lui, è il lacchè
del Principe! — Subito dopo segue il fragore di quattro ruote: è la
carrozza del Principe stesso. — Attenti tutti; quando il lacchè cade
addosso a lui per impedirgli di gridare: Balilla con altri due da
questa parte, gli altri, secondo il convenuto, prendano di mira la
carrozza e la sua scorta e badino di non sbagliare.
La luna splendeva superbamente in un cielo azzurro e inargentava la
notte di tutta la luce del meriggio. I congiurati avevano fatto notare
al capo l’ostacolo di tanta luce e avevano proposto di rimettere il
colpo ad un’altra volta. Muschietti non volle saperne di indugiare,
allegando la perentoria ragione che una notte dopo sarebbe stato
troppo tardi. Però i più tra i congiurati posseduti dal presagio che il
tentativo sarebbe fallito vi si acconciavano timorosi e svogliati.
Essi avevano ragione. Quella stessa luna che aveva aiutato Giorgio
a leggere la lettera dell’amante tradiva il disegno dei cospiratori.
Poichè la natura guarda con sprezzante indifferenza i bisogni degli
uomini, schernisce con tutto il fulgore del suo sole al condannato che
sale il patibolo colla notte della morte nel cuore e inonda di maligna
piova e d’immondo fango un corteo di nozze che aveva sognato sul suo
sentiero la pompa della luce e dei fiori.
La fune tesa sulla strada in mezzo a quella luce vi spiccava come
un trave. Se il battistrada fosse stato cieco, il suo cavallo
avrebbe dovuto vederlo anche da lontano e sarebbe stato il primo a
dar l’allarme. Così fu. Giunto a dieci passi dalla fune il cavallo
s’arrestò di botto sulle due gambe davanti; il cavaliero che non aveva
ancora notato l’ostacolo lo toccò collo sperone, il cavallo s’impennò,
e questo bastò perchè il cavaliero avesse tempo di vedere la fune,
di girar le redini e di gridare con quanta voce aveva nella gola
l’allarme.
Dal loro nascondiglio i tre congiurati avevano veduto le mosse
del battistrada, ma credendo ormai impossibile il raggiungerlo non
s’erano mossi. Uno solo — Balilla, non aveva esitato a slanciarsi sul
cavaliere; e nel momento appunto in cui questi voltava le briglie, con
un salto portentoso balzava sulla groppa del cavaliere, e abbrancatosi
alla gola dello scudiero cercava impedirgli di gridare. Ma le mani di
Balilla erano troppo piccole per quest’ufficio, e lo scudiere giunto
presso la carrozza del Principe stava per liberarsene cavando fuori
il suo coltello da caccia, se Balilla senza perdere un minuto non gli
avesse cacciata la sua daga nelle reni.
Il legno all’allarme del battistrada s’arrestò: i carabinieri armarono
le loro carabine; i due staffieri di serpa e di coda estrassero le
loro pistole e si prepararono alla difesa. I congiurati soverchiavano
sempre di numero; ma il contrattempo aveva messo lo scompiglio nelle
loro fila. Non era più ad una sorpresa che andavano, ma ad un aperto
combattimento. Ci furono quindi alcuni istanti di disordine e di
esitazione.
Finalmente spronati dalla voce e dall’esempio di Muschietti, saltarono
sulla strada, e attaccarono a colpi di pistola la carrozza e la
scorta. Il conflitto continuò sordo, accanito per oltre mezz’ora; i
due carabinieri erano ancora a cavallo agli sportelli della carrozza
ruotando le loro sciabole e tenendo lontano gli assalitori.
Alla fine Muschietti riescì a mettere una palla di pistola nella
testa d’un carabiniere e tutto il fianco sinistro della carrozza restò
scoperto.
— Coraggio amici, egli gridò balzando nel legno. Il Principe è in
nostre mani!.... e in quel mentre anche il cavallo di quell’altro
cadeva atterrato.
— Il Principe è fuggito per di qui, — gridò una voce... dalla schiera
dei combattenti.
— Per Dio, ha ragione Balilla! il Principe non c’è più! sclamò
Muschietti mettendosi disperato le mani nei capelli.
— È fuggito per di qui, vi dico.... inseguiamolo.... _Leon_, cerca...
e il fanciullo preceduto dal suo cane si gettò giù dalla strada nelle
boscaglie che fiancheggiano il Po alla caccia dell’uomo che avevano
perduto.
— Inseguiamolo.... egli non può essere lontano — gridò Muschietti.
E piantati sulla strada cavalli e servi, feriti e malconci, si
precipitarono dietro le orme di Balilla e di _Leon_.
Infatti il Principe era scomparso non visto. Egli aveva udito per il
primo le grida di soccorso dello scudiere, e veduto in confuso che egli
era stato assalito da un uomo, senza esitare un istante diè un balzo
fuori di carrozza dicendo ai carabinieri: difendete la carrozza fino
alla morte, saprò ricompensare i valorosi. E senza aggiungere altro,
prima ancora che i congiurati distratti dall’accidente del battistrada
avessero potuto scorgerlo, s’era gettato a caso nella sottoposta
campagna.
Molte voci erano giunte all’orecchio del Principe, di minacce e di
tentativi contro la sua persona e la sua vita; e il sospetto lo teneva
vigilante. Non voleva mostrar paura nè diffidenza, ma stava all’erta.
Appena vide il caso dello scudiere indovinò rapidamente che era caduto
in uno degli agguati sospettati, e sentendosi debole a resistere non
esitò a salvarsi colla fuga.
Intanto che i suoi fedeli si battevano sullo stradone coi congiurati,
egli aveva già fatto molto cammino nella campagna ed era giunto alla
riva del Po.
Ivi sperava trovar una delle solite barche da traghetto, e giunto
all’altra sponda non temeva più nulla. Ma non una barca, non un uomo:
davanti un fiume silenzioso, alle spalle una fitta boscaglia agitata
dal vento, d’intorno la solitudine e la notte. Ebbe in quel momento
paura. Egli, Carignano, stirpe d’eroi, intrepido nel pericolo, cuor di
soldato, ebbe paura. Meno di quei pochi uomini che l’avevano assalito,
meno della morte, che della sua coscienza.
Solo, in quel deserto, non poteva più ingannare sè stesso col gergo
del linguaggio umano; ivi ogni cosa prendeva il suo vero nome, ivi il
Principe acclamato, festeggiato, diveniva quel che era, un traditore
bandito, che domani forse la legge consegnerebbe ai ministri della
giustizia ed alla gogna. E come Caino, gli pareva che avrebbe potuto
salvarsi da tutti i nemici della terra, ma che avrebbe portato sotto
tutti i climi, e fra tutti i popoli un assalitore indomabile che
l’avrebbe dilaniato fino alla morte: il rimorso.
Uno scricchiolìo di frondi pestate lo svegliò dalla sua tetra
meditazione; si voltò e vide davanti a sè l’ombra nera e gigantesca
d’un animale. Sentì di nuovo il pericolo, e prossimo il nemico, e
ravvivando il natìo coraggio puntò sull’animale una pistola e lo mandò
a rotolare colle cervella cadenti a dieci passi da sè.