cascava fino a’ piedi ne sbucò a un tratto a precipizio come se
fosse stata inseguita da alcuno, e andò a fermarsi al parapetto della
terrazza restandovi lunga pezza immota, intenta sull’ombre folte del
giardino. Poi mosse un braccio come per asciugarsi la fronte e cominciò
a camminare coi passi del sonnambulo e finalmente a parlare...
«La Corona d’Italia — diceva.... — splendida gemma; ma quale sarà
il braccio che avrà forza per afferrarla: essa si compone dei
frammenti delle corone di tanti principi; tutti miei parenti; metter
la mano all’arca santa dei Re... unirsi ai rivoluzionarii... ai
bestemmiatori... ai miscredenti... ai nemici di tutte le Podestà.... ai
miei!... salire in trono maledetto dal Vicario di Dio... Io... mai...
piuttosto restar il più oscuro de’ Principi... Pure era un magico
sogno ed io l’ho carezzato: esso m’ha fatto balzar di gioia virile ne’
miei sogni e quante volte ho sentito squillar l’ora di montare sul mio
cavallo di battaglia e marciare contro gli stranieri invasori del mio
bel paese... Austria maledetta!
«Per questo ho promesso! Per la speranza di poter combattere questa
nemica in campo aperto coll’armi in pugno sotto il comando del mio
Re... pure ho promesso... e questo Santarosa, questo Collegno, questo
Lisio, questi _carbonari_ coi quali mi sono accomunato, propagheranno
domani per tutta Europa i nostri colloqui, i nostri piani, i miei
giuramenti, ed io sarò disonorato.
«Stoltezze! Il disonore è mancar di fede al proprio principe che ti
ha confidato il suo regno, ribellarsi alla propria casa e mancare alla
tradizione del proprio nome. Io ho promulgato una Costituzione credendo
che il legittimo Re l’avrebbe sanzionata. Il Re la ripudia: il mio
dovere è stare col Re... sì, domani stesso lo dichiarerò pubblicamente,
casserò quello che ho scritto, ritratterò quello che ho fatto... domani
tornerò il principe di Savoia e Carignano... domani...
«Ma domani non sarò più solo nella notte, domani sarò in pieno giorno,
in faccia ad una folla che peserà tutti i miei atti e tutte le mie
parole... E chi mi darà forza di sfidare quelle migliaia di sguardi
fissi sopra di me; chi mi salverà dalla voce della mia coscienza
ripetuta da mille labbra... No parlare..... no.... aspettare ancora....
aspettare sempre.... aspettare la mia stella. _J’attends mon astre_».
Il principe giunto a queste parole del suo monologo si sedette colle
gambe incrociate, come il Dervis orientale, sopra il nudo suolo della
terrazza, vi stette lungamente impietrato a guardare l’immenso spazio
rischiarato di stelle.
Dal mio nascondiglio lo vedeva bene! aveva tutti i capelli scomposti,
le labbra tremanti, il petto ansante, ed era bianco come una testa da
morto....
Io era solo con lui ed ebbi, lo confesso, una terribile tentazione di
ucciderlo. Quell’uomo ci tradiva e meritava la morte; ma l’idea d’un
assassinio mi fe’ raccapricciare e la discacciai. Risolsi invece di
venire io stesso tutte le notti a rinnovar la sentinella per entrar più
addentro nel mistero di quel sonnambulo.
A un tratto il Principe s’alzò di nuovo e a testa china a passi lenti
si avviò verso la sua stanza. Giunto sul limitare dell’uscio s’arrestò
e col monotono accento d’Amleto che studia il suo problema, disse: —
fuggire, — mentire — restare — perire.... ecco il problema.
E rientrato nella sua stanza vi si chiuse dentro ed io non vidi, non
udii più nulla».
Quando Giorgio ebbe terminato il suo racconto i tre amici si guardavano
lungamente in faccia senza far motto. Muschietti interruppe per il
primo il silenzio.
— Io lo prevedeva. Questo uomo ci tradisce....
— E medita una fuga.... — continuò il capitano Gambini.
— Bisogna impedirlo a qualunque costo, — riprese il Muschietti.
— Lo pensava anch’io, — fece Giorgio.... — e non c’è che un mezzo.
— Quale?
— Impadronirsi di lui, farne un ostaggio della rivoluzione....
— Giorgio dice bene... ma l’impresa non è facile.... — fece il capitano
Gambini.
— È facilissima purchè ci siano dodici uomini fidati che aspettino la
sua carrozza sulla strada di Moncalieri.
— Ma il principe non va tutte le sere al castello, replicò Gambini.
— Bisogna spiare quando va.... — ripigliò il Muschietti. — Appostare i
dodici uomini sulla strada e rapirlo a viva forza.
— Egli resisterà, — disse il capitano.
— Allora ucciderlo — fece Giorgio.
— Giorgio mi comprende e Giorgio potrà capitanare quest’impresa.
Accetti?....
— Datemi i dodici uomini e accetto.
— Li avrai; ma silenzio con tutti e principalmente co’ membri della
Giunta: comprometterebbero ogni cosa, soggiunse il severo Muschietti.
— Poichè lo volete — fece il capitano — sia; io vi prometto....
— Ed io lo giuro: — esclamò Giorgio ponendo la sua nella mano già
incrociata de’ suoi amici.
XXV.
BALILLA E LEON.
Era la sera del 22, tutti i preparativi del colpo erano stati con
minuta cura compiuti. Il Principe doveva essere rapito la notte stessa
tra la mezzanotte e il tocco al suo ritorno da Moncalieri.
Era stato studiato accuratamente il terreno e destinato il punto
preciso, alla metà della salita dove i cavalli sono costretti a
rallentare.
Una fune tesa al sommo dell’erta, da una scarpa all’altra della strada,
doveva arrestare il battistrada che precedeva; quand’egli fosse stato
rovesciato col suo cavallo, due uomini dovevano gettarsi sopra di lui
e per amore o per forza impedirgli di gridare l’allarme. Altri uomini
dovevano assalire i due carabinieri di scorta e metterli comunque
fuori di combattimento. Intanto un altro manipolo si sarebbe slanciato
sulla vettura, e avrebbe intimato al Principe colle pistole alla gola
di ubbedire e tacere, e impadronitosi del cocchiere e delle redini
avrebbe condotto il Principe in una casa dei dintorni, e ve l’avrebbero
tenuto sotto forte custodia. Fatto il colpo, sarebbero stati svelati
alla Giunta provvisoria i disegni di fuga del Principe, dimostrata
la necessità dell’arresto, e chiesto che egli fosse trattenuto, per
decreto della Nazione, in ostaggio fino a che la rivoluzione fosse
fuori di pericolo; i congiurati erano certi che la Giunta, come non
avrebbe mai osato un simile tentativo, avrebbe ratificato e applaudito
il fatto compiuto.
Giorgio doveva dirigere l’azione. Muschietti veniva secondo: gli altri
uomini erano dati da studenti, da soldati travestiti e da carbonari.
Tutto pareva esattamente calcolato; ognuno aveva prescritta chiaramente
la sua parte e doveva trovarsi al punto fissato prima delle undici di
notte.
Giorgio non temeva che d’una cosa sola; che il Principe quella notte
per qualche imprevisto accidente non andasse a Moncalieri e gli tardava
d’assicurarsene. Era appena suonala l’Ave Maria — era quella l’ora in
cui il Carignano soleva partire per la sua corsa.
Giorgio decise di fare una passeggiata a piedi, senza parere,
fuori di Porta Nuova, per la quale, se il Principe usciva, doveva
necessariamente passare la sua carrozza. Se n’andava col capo nelle
nubi pensando a mille cose diverse, a Giusta di cui non aveva notizie,
alla sua casa deserta, alle vicende della sua vita, all’atto che stava
per compiere, al destino che l’aspettava, e sprofondavasi sempre più
in una specie di sogno fantastico che gli toglieva quasi il senso e
l’aspetto delle cose circostanti.
Non ci volle che il grido d’un battistrada a cavallo che precedeva
una ricca carrozza chiusa, a due cavalli, per svegliarlo dalla sua
letargica meditazione.
Giorgio allora si voltò e riconobbe la carrozza del Principe Carignano.
Egli si arrestò su due piedi, fece fronte alla carrozza, portò la sua
mano al kepì e stette nell’atteggiamento del saluto militare finchè il
corteo fosse passato.
Quando la nube di polvere in cui era stato avvolto fu dileguata,
l’artigliere allungò la mano con gesto di minaccia dalla parte donde
il legno era sparito e disse forte: — Va o Principe, fra sei ore quella
carrozza ci riporterà assieme.
E si voltò per tornare in città, ma aveva appena girata la faccia
che un mugolato più amico che minaccioso lo forzò a rivoltarsi di
nuovo, e nell’istesso tempo si sentì assalito alle spalle dalle zampe
d’un grosso cane, che sordo alla voce ed alla mano che lo infrenava
saltava, gemeva, latrava di gioia, si rotolava nella polvere, e dalla
polvere gli balzava di nuovo alle mani, al fianco, al collo, con tutti
quelli atti e voci di festa così eloquenti nel loro incomprensibile
linguaggio, così schietti nella loro espansione, onde il nobile animale
che raffigura la fedeltà, saluta un padrone od un amico scoperto da lui
e non veduto da molto tempo.
Giorgio l’aveva riconosciuto, era _Leon_, il magnifico molosso di
Terranuova della sua Giusta. Ma riconoscerlo fu per lui una così chiara
rivelazione d’un istantaneo pericolo, che in luogo di rispondere alle
carezze del fido animale, si sentì rimescolar il cuore e sbalordito,
atterrito, stette con occhi spalancati a guatare nell’ombra se alcuno
compariva dietro a lui a spiegargli l’enigma di quella improvvisa
comparsa.
Ma poco stette che vide ancora alle sue spalle un piccolo fantasma
correre a precipizio e gridando a squarcia gola _Leon!_... _Leon!_...
Giorgio aguzzò la vista, tese l’udito; ma stava appunto per uscire dal
dubbio, quando un fanciullo a lui noto gli venne a cascar ansante e
molle di sudore fra le braccia.
Era il piccolo Balilla; i due fratelli guidati dalla voce di _Leon_
s’eran riconosciuti nel punto stesso. Sono momenti difficili a
descriversi; sfuggono non solo alla penna ed al pennello, ma alla
memoria stessa di chi li ha provati. Tanto più quando al trionfo del
ritrovarsi, alla gioia del rivedersi si mescola l’amarezza d’una cura
segreta e il presagio d’una sventura.
Balilla tuttavia, colla gaiezza della sua età, non lasciò tempo a
Giorgio d’impensierirsi, e sciogliendosi da’ suoi abbracciamenti,
esclamò subito:
-Lo diceva io che _Leon_ t’avrebbe trovato.... Tu non sei dunque
prigioniero?
— Prigioniero di chi?....
— Oh bella dei Realisti... Non sei tu dunque rivoluzionario?
— Lo sono, — fece Giorgio sorridendo del fiero piglio con cui il
giovinetto aveva pronunciato quell’interrogazione, — ma non capisco
perchè debba essere prigioniero.
— Al villaggio è venuta una lettera la quale diceva che tu eri
prigioniero.
— È una menzogna.... io non lo sono mai stato.
— Una menzogna! ma intanto tutti l’abbiamo creduto... Livia e la
Giusta.... ed io.... Era dunque un inganno, tu sei libero e ti sei
battuto non è vero?...
— Lo credi, Balilla? ma di ciò parleremo dopo.... ora spiegami perchè
tu sei qui e come hai fatto ad arrivarci.
— Eh! ell’è una storia lunga. È meglio che prima tu legga questa
lettera che preme.
— Hai una lettera?.... di Giusta forse?
— Di lei...
— Dammela — e la prese.
La notte splendeva di tutto il bianco chiarore del plenilunio; si
sarebbe potuto trovare uno spillo per terra come in pieno mezzogiorno.
— Questa bella luna ci giova, disse Giorgio, dissuggellando con mano
febbrile la lettera.
Essa conteneva queste parole:
«Giorgio — Da un mese mi ripetono che voi e mio fratello siete
entrambi prigionieri e minacciati di morte, e mi assicurano ch’io
sola posso salvarvi accordando la mia mano a colui che deve essere
vostro giudice. Io avrei accettato anche questo sacrificio, purchè
avessi avuto la certezza di salvarvi.... Ma il cuore me l’ha
sempre detto che noi eravamo vittime d’un inganno, ed ho combattuto
fino ad ora disperatamente contro le preghiere di mio padre e le
stesse lacrime di mia madre; or sono all’estremo e m’afferro al
mezzo disperato di mandare Balilla a cercar notizie di voi. Io
vi ho scritto tutti i giorni, ma tutto mi dice che voi non avete
potuto ricevere le mie lettere altrimenti avreste anche risposto,
ne sono certa, perchè sono certa del tuo amore. Se Balilla non
ti trova libero, se è vero che sei ostaggio de’ nostri nemici e
presso alla morte, io ti pregherò a perdonarmi, ma ti salverò anche
a costo di morire dopo io stessa, dilaniata del martirio d’una
orribile catena. Ma se invece sei ancora padrone di te, vieni in
mio soccorso... non indugiare un minuto. La mattina del 24 marzo
potrebbe ancora essere tardi. Io aspetterò l’estremo minuto prima
di pronunciare il sì fatale che mi dovrà dividere per sempre da
te; e se tu od un tuo scritto non comparirà, vorrà dire che io ti
ho perduto e lascerò che si compia il mio destino. Ma dannata alla
catena d’un servaggio infame, il mio cuore, finchè batterà, sarà
tuo e la mia anima non tarderà a raggiungerti nel cielo.
«Balilla ti dirà più a voce. Addio mio Giorgio: la mia sola
speranza è che Dio guidi l’intrepido fanciullo messaggiero di
questo foglio e che tu lo possa leggere ancora. Addio.
«Tua in eterno
«_Giusta_».
Giorgio restò fulminato.
Quel colpo cadutogli così improvviso sul capo lo annichilì. Non trovava
più un’idea, non sentiva più una volontà: credeva morire... Pure la sua
energica tempra prese il sopravvento sul suo dolore e voltosi a Balilla
che lo guatava pensoso e commosso:
— Giusta t’ha detto qualche cosa per me?
— M’ha detto che t’aspetta domani sera.
— M’aspetta.... m’aspetta — e se non potessi andare?!...
Balilla abbassò la testa: poi dopo un po’ di pausa rispose:
— Credo che non la troveresti più...
— Basta, Balilla.... torniamo a Torino, rifletterò.
E con passo concitato, quasi a corsa, si posero in cammino.
Lungo le vie il misero amante non fece che agitare ne’ suoi mille
tormentosi aspetti, il nuovo dilemma che gli era proposto.
Da un lato un terribile dovere, un sacro impegno verso la patria; la
responsabilità e il comando d’una impresa forse decisiva; la fiducia
degli amici; i vincoli di partito; la voce di suo padre che dal
sepolcro lo incalzava a mantenere la sua fede di patriota: dall’altro
il grido della fanciulla da lui amata che l’invocava per sottrarsi
al sacrificio affrontato per amor suo, un nefando delitto consumato,
lo strazio d’una vergine compiuto, e l’idolo del suo cuore rapito, il
sogno della sua giovinezza, l’ultima stella della sua vita desolata,
spariti per sempre.
Era un tragico conflitto, era un momento terribile!
Ad ogni passo, soverchiando un sentimento, prendeva una risoluzione,
che al passo dopo, soverchiando il sentimento contrario, rompeva.
Era in preda ad un uragano di affetti tutti più grandi e più forti di
lui. E intanto che la tempesta inferociva, i minuti passavano e gli
era d’uopo deliberare. Aveva cercata una uscita, una transazione, uno
spediente, invano! Il dilemma terribile lo strozzava: o per la patria,
o per l’amante. Aveva voluto affrontare i due più grandi doveri ed
affetti della vita; ora il momento della battaglia era giunto e gli
toccava provare che non era indegno di quella nobile disfida.
Alla fine credette vedere aperto uno spiraglio di luce e vi si cacciò
dietro. Sperava ancora trovare Muschietti, narrargli il caso, affidare
a lui il comando dell’imminente tentativo, cercare un cavallo,
travestirsi, correre al villaggio, e a qualunque costo strappar Giusta
dalle mani dei suoi tiranni e ripartire con essa per Torino: ecco il
piano. Ma il desiderio ha le ali e il compimento i piedi di piombo.
Cominciò a non trovare in casa sua Muschietti e a non poter raccapezzar
dove fosse in quell’ora. Quest’era un grave ostacolo poichè Muschietti
solo poteva pigliare le parti di Giorgio. V’era sopratutto una parola
d’ordine, e un segnale che solo il capo poteva dare, e se Giorgio
mancava non c’era che Muschietti che lo potesse sostituire.
A questo primo intoppo si sentì mancar il coraggio, si credette
perduto: e tornò di nuovo in balìa ai tormenti dell’incertezza.
Abbandonare senza avvertirli i suoi amici non lo poteva; perisse pure
Giusta e il suo amore, non lo poteva. Avesse almeno trovato un uomo
fidalo e intelligente a cui affidare un messaggio... ma nessuno.
Il sergente Carrera era ad Alessandria comandante una compagnia
d’insorti e aveva lasciato gli _Animali parlanti_ nelle mani della
sua Caterina. La congiura, perchè riescisse, era stata circoscritta
a pochi, e tutti erano in quell’ora della notte sbandati. Avrebbe
potuto andare egli stesso al luogo designato e aspettarvi gli amici, e
confessare il suo caso, ma perdeva almeno tre ore, che forse bastavano
per salvar Giusta.
Intanto riparò col fratello agli _Animali parlanti_, dove mamma
Caterina sospirava da più giorni il ritorno del suo sergente.
Nel colmo dell’ambascia gittò gli occhi macchinalmente su Balilla che
lo guardava in silenzio mentre dividea con _Leon_, accasciato ai suoi
piedi, una crosta di pane, e gli venne in pensiero.
— Balilla, disse, rifaresti stanotte la strada fino a mezza via di
Moncalieri?
— Se fosse per te.... e con _Leon_ perchè no? — rispose il fanciullo.
— Ma sarai stanco.
— Che stanco! alle mie gambe ci comando io...
— Si tratterebbe di cosa grave...... senza della quale io non potrei
andare da Giusta..... capisci?
— Capisco!
— Bisognerebbe che tu portassi un mio biglietto ad un amico che
troverai alla salita di Moncalieri stanotte alle undici.... hai tu
paura alla notte?....
Il fanciullo si mise a ridere, poi soggiunse:
— Che paura! in ogni caso mi darai un’arma.
— Ti darò la mia daga d’artigliere.
— Buona anche quella!
— Arrivato al sommo delle salita, seduto vicino alla pietra migliare
che segna il 90.mo miglio troverai un uomo; ti avvicinerai facendo tre
volte il grido della civetta. Sai farlo?
— Eh eh! io so far di tutto.... vuoi sentire?
E il ragazzo si mise ad imitare con perfezione ancor maggiore di quello
di Giorgio, lo stridolo canto del notturno animale.
— Va bene. Dato tre volte questo grido l’uomo ti verrà incontro: tu gli
dirai a bassa voce, _Moncalieri_ — egli risponderà — _Artiglieri_. —
Allora gli darai senz’altro il mio biglietto.
— E dov’è il biglietto? — fece impaziente il fanciullo.
— Ora lo scrivo. — E sopra il primo foglio di carta capitatogli scrisse:
«Muschietti. Un dovere, che la mia coscienza mi dice più alto di quello
che abbiamo assunto di adempiere assieme, mi porta lontano da Torino.
Prendi tu per me il comando del tentativo e che la sorte arrida alla
giusta causa. Il giovinetto che ti da questo foglio è mio fratello —
Giorgio».
Piegò il biglietto, baciò in fronte l’intrepido fanciullo, gli ripetè
alcune raccomandazioni e gli disse:
— Ora vado a cercare un cavallo che mi conduca fuori di Torino. Dovrà
fare 160 miglia[2] in 30 ore, sarà un vero miracolo.
E stretta la mano di Donna Caterina, che aveva guardato a bocca aperta
tutte le mosse del giovine senza capir nulla, lasciò a precipizio
l’osteria.
XXVI.
SCHIARIMENTI.
Il lettore avrà trovato nell’ultima parte di questo racconto alcuni
punti oscuri e noi siamo in obbligo di chiarirli.
Come mai il Governatore di Torino avesse scritto al Sindaco di S....
che l’artigliere Santafiori era arrestato per sospetto di fellonia, il
lettore l’avrà immaginato. Salomone Arena aveva scritto al consigliere
Tacchini che quella falsa testimonianza era necessaria, ed il Tacchini
valendosi della sua onnipotente autorità negli ufficii governativi,
gliel’aveva fatta mandare. Fabbricare documenti falsi fu sempre un’arte
facile alle tirannie. E fu con quella lettera bugiarda che furono
ingannate le sorelle e l’amante di Giorgio.
E queste avevano creduto: d’altronde come accertare la verità? Non
mancavano di scrivere ogni giorno, ma tutte le lettere che venivano
a Livia dal Santafiori, o che partivano dal villaggio per esso,
erano intercettate dall’arbitrio irresponsabile del Maresciallo dei
Carabinieri, d’accordo col Sindaco.
E la continuata mancanza di lettere non faceva che confermare sempre
più il racconto di Salomone Arena, e la testimonianza ufficiale del
Governatore di Torino.
Intanto i giorni passavano e l’ora imposta a Giusta per la fatale
risoluzione s’approssimava.
La misera fanciulla subiva già un’anticipazione del martirio che
l’aspettava e non sperava più che nella morte.
Avesse almeno avuta la certezza che quello che le si diceva era vero;
che l’olocausto terribile che le si chiedeva avrebbe fruttato la salute
del suo amante e di suo fratello, la pace di sua madre; ma no. Dubbio,
incertezza, tenebre! L’unica prova che avesse era la parola di suo
padre, troppo interessato perchè non celasse almeno in parte la verità,
e un pezzo di carta scritto da una mano straniera.
V’è in ogni spasimo una trafittura più atroce di tutte: ora nella
disgrazia di Giusta il non saper nulla di Giorgio, era la pugnalata che
l’uccideva.
Balilla un giorno, tornò a casa dicendo a sua sorella... Livia ti
saluto, io parto!
— Parti! e per dove?
— Vado a cercar di Giorgio ed a combattere con lui se è vivo, a
vendicarlo se è morto.
— Qual pazzia, Balilla? un giovinetto di dodici anni.
— Il Balilla di cui porto il nome ne aveva dieci quando ruppe la testa
ai granatieri tedeschi. Poi non voglio lasciar solo mio fratello....
— No, Balilla! tu non puoi lasciarmi qui sola.... Giorgio lo
proibirebbe.
— Baie! Giorgio ed io ci intendiamo. Poi è questo il solo mezzo per
saper sue notizie e riportarle a te. Poi io ho sempre detto che il
foglio del Governatore di Torino dice una bugia e ve lo proverò. Non mi
dir altro, sorella.... ho deciso.... Domani parto...... Se hai qualche
cosa da darmi per Giorgio preparalo e avverti la signora Giusta di fare
altrettanto.
Livia voleva disperarsi, ma fu invano. A grande stento ottenne che
avrebbe aspettato ancora un giorno per rendere avvertita la signora
Giusta.
— Allora, — disse il monello, — chiederai _Leon_ alla signora Giusta.
Egli sarà il mio compagno di viaggio ed il mio difensore;... poi mi
aiuterà meglio a scoprire Giorgio. Lo fiuterebbe lontano due miglia!
Ed il monello se n’andò a fare i così detti preparativi di partenza.
Frattanto Salomone e Tacchini avevano continuato a carteggiare tra
di loro. Il Senatore sollecitava con minacciose parole l’adempimento
del patto: il Sindaco rispondeva allegando una malattia di Giusta,
rinnovando le sue promesse e chiedendo ancora qualche giorno d’indugio.
Ma Tacchini perdette la pazienza. Il Conte della Torre diventando
Governatore di Novara e Luogotenente del Re legittimo, e Capo supremo
dell’esercito della Reazione, non aveva potuto privarsi della fida
Egeria, del suo Tacchini, e lo aveva condotto seco a Novara. Il
Tacchini non aveva osato disubbedirlo, ma prima di partire gli diede
per misura di precauzione il consiglio di condurre in ostaggio i
quattro studenti autori del baccano _D’Angennes_. E il Della Torre,
come sempre, l’aveva ascoltato. Da Novara il Senatore tempestava il
Sindaco. A lui premeva che il contratto fosse conchiuso prima della
catastrofe, perchè questa, quale si fosse, non poteva che nuocere al
suo disegno. Od era favorevole alla rivoluzione, e allora gli toccava
forse fuggire, lasciar gli ostaggi, abbandonare la moglie e la dote e
tutti i sogni che la sua avara libidine vi aveva architettati sopra;
se vinceva la causa del legittimo Re, diceva lui, e allora succederà
di certo un’amnistia, un perdono generale, e gli ostaggi gli sfuggivano
per altre vie ed egli restava inerme in faccia allo scaltro Arena.
Scrisse perciò un _ultimatum_ nel quale dichiarava «che la sua
longanimità era agli estremi e che gli accordava ancora una settimana.
«Se al mattino del settimo giorno egli non conduceva all’altare
la signora Giusta Arena, la giustizia avrebbe fatto il suo corso.
Soggiungeva che il Vescovo di Voghera avrebbe ricevuto ordine di passar
sopra tutte le formalità superflue degli sponsali, e che egli, quando
fosse stato avvertito, sarebbe venuto a S..... avrebbe fatto benedire
il matrimonio dal curato del villaggio e sarebbe ripartito il giorno
stesso per Novara, da dove gli affari di Stato non gli permettevano di
restar lungamente assente».
Salomone Arena si presentò con questa lettera a Giusta e le disse:
— «Vengo a chiedervi per l’ultima volta se volete salvar vostro
fratello e noi da una certa morte. Io però ho cessato di pregare: ora
comando se non vi troverò ubbidiente uscirete da questa casa per non
rientrarvi mai più, e la maledizione di vostro padre e di vostra madre
vi accompagnerà finchè vivrete».
Nemmeno queste violente parole avrebbero piegata l’anima amante della
fanciulla; ma sua madre le singhiozzava allato ed ella sentì che le
estreme forze della lotta le venivano meno. Rispose coraggiosamente:
«Fra sette giorni, se sarò viva, ubbidirò».