e affetti domestici e un’altra per Giusta. Quando l’ebbe percorsa
tutta la gettò sul tavolo rabbioso di non trovarvi quello che aveva
sperato. Erano le usate fantasie d’amore, i consueti sogni, i soliti
giuramenti, ma non una parola di politica. Il Sindaco s’era lusingato
che l’artigliere svelasse alla sua amica tutti i suoi segreti, e quindi
anche quelli delle sue patriottiche utopie delle quali lo credeva
appestato; chè se una sola confidenza gli fosse sfuggita, Giorgio era
spacciato e il problema del matrimonio con Tacchini risolto. Invece
silenzio assoluto. Nè cospiratore, se Giorgio lo era, fu mai più
guardingo, nè lettera d’amanti più discreta.
Salomone non ebbe altro a fare che trattenere la lettera e aspettare
gli avvenimenti.
Intanto era venuto il marzo: la voce pubblica portava da Torino ed
anche dalle provincie le più strane notizie; tutti quelli che avevano
parenti o figliuoli lontani erano inquieti e accorrevano alla posta
ansiosi a cercarne le nuove. E tosto o tardi, o liete o sconsolanti le
ricevevano.... per due sole persone la posta era muta da oltre quindici
giorni: per Giusta e per Livia.
Giorgio non scriveva, o almeno esse non ne ricevevano lettere, e non
sapevano più che pensarne; Giusta straziata anche dall’altra pena del
fratello aveva perduta persino la forza di piangere e Livia non faceva
che pregare.
Naturalmente i gazzettini della spezieria esageravano com’era lor
costume le notizie quando non le fabbricavano di pianta, ed empivano
il credulo e pacifico villaggio di favole stravaganti e paurose. E
tutte quelle voci di combattimenti, di stragi, di prigionie, andavano a
ripercuotersi sul cuore delle due derelitte e non vi lasciavano un’ora
di pace.
Esse si trovavano tutte le sere in Chiesa e quando ai rintocchi
dell’Ave Maria il sagristano andava a spegnere i ceri, e gli ultimi
preganti s’erano ritirati, quelle due sorelle di dolore si avvicinavano
cautamente, si toccavano le mani ancora umide dell’acqua benedetta e
sommessamente sicchè solo Dio poteva udirle, si chiedevano:
— Nulla?
— Nulla.
— Preghiamo per lui, — replicava Livia, e con un sospiro si separavano.
Ma scorsi altri pochi giorni e continuando a mancare le lettere, Livia
decise uscire d’incertezza e sapere ad ogni costo la verità.
Il suo confessore le aveva suggerito di rivolgersi al Sindaco Arena,
il solo che potesse per le vie ufficiali attingere nella confusione di
quei giorni, certe notizie.
Livia non poteva amare il sindaco Arena, ma la sua pietà le vietava
anche di odiarlo. Sapeva inoltre ch’egli era stato cagione di molti
guai per la sua famiglia, ma preferiva dimenticarlo. Si pose adunque
sulla testa il suo velo nero e andò a presentarsi al Sindaco nel suo
stesso Ufficio.
Salomone Arena appena l’udì annunziare capì subito di che si trattava e
si preparò a recitare la sua parte: raccolse col sorriso sulle labbra e
il miele sulla lingua: si mostrò premuroso, cortese, intenerito: disse
che anch’egli era colpito da una grande sciagura, che era quindi in
grado di comprendere quelle degli altri: alla fine promise che avrebbe
scritto al Governatore di Torino per sapere tutto quanto avrebbe potuto
sul conto di suo fratello.
Livia volle baciargli la mano; e partì commossa da tanta bontà e quasi
persuasa che quell’uomo fosse stato fino allora calunniato.
Scorsi cinque giorni, giunse al Sindaco di S... un plico suggellato da
Torino che portava queste parole:
«In risposta al foglio della S. V. in data primo marzo si partecipa che
il nominato Giorgio Santafiori soldato nel 1.º Reggimento d’artiglieria
reale fu arrestato sette giorni sono e tradotto nella fortezza di
Casale per sospetto fondato di fellonia».
Quando Salomone Arena ebbe ricevuto questo plico, lo mandò a Livia
Santafiori con una parola di condoglianza, che pareva sincera; e
fiutata una presa di tabacco disse fra sè con trionfante compiacenza:
— Ora è il momento di smascherare tutte le batterie.
XXII.
BATTERIE SMASCHERATE.
Rientrato in casa dove aveva sempre saputo conservare la sua tinta di
mestizia, i suoi occhi rossi, raccolse nel salotto la sua famiglia e
parlò così:
— Vi aveva detto, miei cari, che sperava di scoprire un mezzo per
salvare il vostro fratello. Oggi finalmente posso annunziarvi che
questo mezzo c’è, purchè voi specialmente Giusta vogliate secondarmi.
Per salvare Adolfo non c’è altro che farlo comparire imparentato con
un casato che per i servigi e la devozione al Re ed alla sua famiglia
sia superiore ad ogni sospetto. Se Adolfo avesse trovato in quel
casato una sposa.... sarebbe forse stato meglio; ma non ci sono donne.
Mercè l’illustre nostro protettore il conte Della Torre si potrà
invece trovare un marito.... anzi s’è trovato; è un uomo che onorerà
e proteggerà la nostra famiglia, potente nella Corte e nel foro; uno
dei primi Magistrati di Piemonte. Egli ama una di voi due — e pone per
condizione alla liberazione d’Adolfo la mano di....
Giusta si sentì piegare sotto le ginocchia.
Salomone non aveva ancora detto «sei tu» pure ella aveva subito sentito
che la vittima era lei. Angelica cinse delle sue mani la figliuola e la
sostenne dicendole sommessamente «coraggio».
Virginia invece con voce ferma esclamò «Credo che chiunque di noi sia
la preferita sarà lieta di salvare a così poco prezzo la vita di suo
fratello».
— La preferita è.... — il padre sospese ancora la parola, quasi si
dilettasse d’infliggere quella tortura preparatoria alla figlia che
aveva condannato.... Poi ripigliò.... — è Giusta.
Giusta si era preparata, diè un leggero pianto che compresse con una
stretta febbrile al cuore; s’appoggiò ad una sedia per non cadere e
riprese:
— Questo è impossibile, padre mio.
— Impossibile!.... non dir subito questa parola, fanciulla mia.
— È impossibile, come il delitto, come lo spergiuro; è più facile
morire. Se quell’uomo vuole la morte di una di noi, lo ringrazio della
preferenza, ma l’amore, la fede mia è impossibile.
— Allora Adolfo dovrà morire.
Il dilemma pareva crudo come il labbro che lo proferiva. La madre diè
in un singhiozzo. Giusta si sentì tremar tutta e il cuore le diè un
balzo così forte che ne sentì l’urto co’ proprii orecchi. Il padre
proseguì:
— La qual morte sarebbe necessariamente seguita da quella di vostra
madre e di vostro padre.... Se si trattasse d’un atto disonorevole
capirei che tu esitassi.... che tu rifiutassi persino.... ma si
tratta del matrimonio con un uomo rispettabile.... di un matrimonio
che ti lascia dopo pochi mesi la piena libertà di te stessa e la vera
felicità... via, Giusta, fa senno e mostra ora quel cuore del quale hai
sempre preteso avere il privilegio.
Giusta alzò i suoi begl’occhi in faccia al padre, si asciugò le lacrime
e rispose:
— Padre mio, se si trattasse solo del mio sacrificio, Dio m’è
testimonio che per quanto mi sembri più atroce del morire non esiterei,
e vita, per vita, darei la mia. Ma non si tratta solo di un sacrificio,
si tratta d’uno spergiuro. Non è solo della mia vita che dispongo ma...
perchè tacerei ora?.... ma di quella d’un altro... che amo, infelice
più di noi tutti, al quale non potrei ritogliere la mia parola senza
torgli la vita....
— Tu dunque l’ami ancora.... sciagurata.... Ah! noi perduti per
sempre! — esclamò il padre coll’accento d’un dolore che nessuno avrebbe
sospettato mentito.
Tutti tacquero.
— Tu l’ami.... ed io stolto che l’ho sempre creduto un trastullo di
gioventù. Oh! perchè non ho repressa questa passione nascente quand’era
ancora in tempo! Tu l’ami e mentre perdi tuo fratello non salvi lui e
ti leghi ad un moribondo.
— Come salvarlo?.... da qual pericolo?... Oh dite padre mio? dite per
pietà — io son pronta a tutto; ma nelle vostre ultime parole c’è un
mistero che mi uccide.
— Il mistero è che Giorgio Santafiori è prigioniero, come tuo fratello,
accusato della stessa colpa ed esposto alla stessa condanna.
— Ah no! padre mio, non è vero, dite che non è vero.... lo sento....
lo giuro che non è vero — fece la giovinetta gettandosi ai piedi di suo
padre e invocando da lui disperatamente un’altra parola.
— Non è vero tu dici?.... stolta.... aspettami e vedrai.
E Salomone afferrato il suo cappello uscì a balzi di casa.
Le tre donne stettero mute, atterrite, ad aspettare, come tre smarrite
sull’orlo d’un abisso che hanno udito rumoreggiare il tuono e che ne
aspettano lo scroscio.
Non erano scorsi dieci minuti che Salomone rientrava conducendo seco
per mano una donna. Era Livia Santafiori.
— Questa illusa non crede alla disgrazia di vostro fratello, — disse
Salomone, gettando con una spinta quel testimonio in mezzo alla
sala....
— Pur troppo, signora Giusta!.... Quest’è almeno la lettera che scrive
il Segretario del Governatore di Torino.
Giusta s’alzò; afferrò la lettera; la lesse, la rilesse, e quand’ebbe
finito, gridò con un accento d’ineffabile speranza:
— Ma non è lui che scrive... non è lui!.... non può essere vero.
— Insensata, — replicò il padre, — forse che i prigionieri di Stato
possono scrivere alle loro amanti!...
Giusta restò colpita da questa ragione, poi seguendo la corrente
interna de’ suoi pensieri continuò:
— Poi, che importa se è prigioniero! Vuol dire che è infelice di più,
e che egli ha più diritto di prima al mio amore! È prigioniero, ma è
vivo: e vivo lui, sono sua: morto, della sua tomba.
— Disgraziata, tu lo ucciderai — rispose Arena alzandosi e con voce,
per la prima volta in quella scena, minacciosa. — Mentre tu potresti,
salvarlo in un sol atto.... lui e tuo fratello.
— Salvarlo, disse Livia, correndo all’uomo che aveva proferite queste
ultime parole, e tremante per l’emozione e la paura di non aver udito
il vero.
— Eh di certo! diteglielo voi, signorina, giacchè da me non lo vorrebbe
intendere — salvarlo! sposando l’uomo che deve entrambi giudicarli....
Livia non pensò in quel momento che alla vita di suo fratello, e si
voltò verso Giusta senza profferire una parola, ma con tale sguardo
di atterrita pietà che ognuno, non che Giusta, l’avrebbe compreso e
interpretato. Però la intelligente fanciulla non volle nemmeno che
Livia pronunziasse la parola che già aveva eloquentemente espresso col
suo sguardo, e disse:
— Tradirlo per salvarlo; ucciderlo col mio spergiuro, per sentirmi
maledetta da lui nel suo ultimo respiro... È questo che mi proponete,
Livia, per amor di vostro fratello?...
Livia non osò parlare ed abbassò la fronte.
— Se voi potete provarmi che egli sopravviverà e mi perdonerà.... —
continuò la fanciulla.
Una voce soave e mesta che non s’era fatta udire fino allora, uscì
dall’angolo della sala e interruppe......
— Ti perdonerà, perchè con lui avrai voluto salvare tuo fratello... e
tua madre...
— Anche voi, madre mia! — esclamò la fanciulla.... — Ma questo è
troppo.... — e si lasciò cadere sopra una seggiola senza fiato e senza
moto.
Tutti sentivano che la crisi era vicina e tutti aspettavano, sebbene
animati da un diverso sentimento, la stessa risposta.
Giusta se n’avvide, e coll’accento più soave che creatura umana potesse
trovare disse:
— Tutti lo volete, sarà.... non ho che una condizione, cercar da me
stessa le prove di quello che voi dite.... Poi sarà fatta la volontà di
Dio.
E si sentì passare sugli occhi la caligine dell’agonia.
XXIII.
DUE RIGHE DI STORIA.
Il colpo che aveva atterrato per mano di Giorgio Santafiori il
Comandante della Cittadella poteva essere il fendente d’Alessandro sul
famoso nodo se ad altri cuori e ad altre menti fosse stato commesso il
capitanato della impresa. Al contrario, tra i tentennamenti dei capi,
la più volgare astuzia doveva parere somma pazienza e sfruttare con un
sgorbio di penna l’atto più magnanimo.
Arrivata a Corte la notizia della Cittadella, lo sgomento fu grande;
massime nell’animo imbelle del Re. Tutti avevano perduta la testa; e
la paura suggeriva i più strani e codardi consigli. Un uomo solo aveva
conservato il proprio sangue freddo e indovinato lo stato delle cose.
Egli aveva compreso, meglio d’ogni altro, che una rivoluzione scoppiata
più per impulso de’ gregarii, che per volontà de’ capi, senza mente e
senza volontà, si sarebbe arrestata al primo ostacolo e che ogni più
sottile intoppo l’avrebbe rovesciata.
Però egli diede al suo Re il più saggio di certo ma il più naturale
e il più semplice consiglio che uom potesse dare, abdicare a favore
del fratello Carlo Felice duca del Genovese, che allora era in Modena
a compiere la sua educazione sotto Francesco d’Este e il conte del
Carretto. Con questo consiglio, a un Re prigioniero subentrava un re
libero; e la monarchia, vinta per poche ore in Torino, risuscitava
forte di tutti i suoi privilegi in Modena.
Ma il consiglio sarebbe stato vano se la rivoluzione piemontese avesse
avuto altro capo. Perocchè bastava che Carlo Alberto, proclamando
la costituzione si associasse al partito che dichiarava decaduta la
dinastia che cospirava fuori dello Stato collo straniero, e afferrasse
egli stesso la corona che suo zio lasciava per raccogliere intorno a sè
quanto di patriottico e di liberale gli offriva il paese, far cessare
le ambiguità e le esitazioni, ordinare e segnare chiaramente il suo
campo, e forzare la profuga dinastia a farsi portare dalle baionette
straniere contro la forza e la volontà d’un popolo intero.
E un’altra cosa aveva da fare Carlo Alberto: eccitare e soccorrere
la insurrezione delle provincie Lombarde. Quando invece queste rinate
alla speranza della riscossa piemontese mandarono le loro Deputazioni
al Reggente per chiedere una parola d’incoraggiamento e una promessa
d’aiuti, ebbero per risposta le usate frasi evasive, e dovettero
rivarcare il Ticino disperate d’ogni soccorso.
Ma non era certo l’uomo, che mentre proclamava la rivoluzione meditava
la fuga e forse sognava gli allori del Trocadero, capace di intendere e
di tentar siffatte imprese. Ed a sua discolpa, rispondiamo agli storici
cortigiani, che ancora oggi ne ritentano la bugiarda apologia, non
potrà stare che questo:
Fu, da uomini troppo confidenti nella sua inetta vanità, trascinato
in un’impresa alla quale ripugnava l’educazione del Principe, l’animo
dell’uomo; laonde sarà dubbio se sia stata più colpevole la sua immensa
cecità, o la sua meditata perfidia.
Tuttavia nessuno comprese allora l’insidia nascosta nel consiglio del
San Marzano, e l’abdicazione di Vittorio Emanuele fu salutata con feste
e luminarie. Persino i dubitanti si credettero sicuri; persino gli eroi
del giorno dopo credettero l’affare finito e fecero capolino fuori
delle finestre, a gridar viva la costituzione. Persino un colonnello
Ciravegna e un generale Gifflenga azzardavano di coprire i loro vecchi
ciondoli monarchici di coccarde nazionali.
Nessuno esitava più, tranne il simbolo vivente dell’esitazione: Carlo
Alberto.
Il Re era già lontano, i suoi amici sgominati, il suo esercito diviso
e impotente, un popolo gli gridava «dateci una costituzione e siate
nostro capo»: pure il Reggente vacillava, tentennava ancora.
Gliela dovettero letteralmente strappare di bocca, letteralmente
mettergli la penna in mano perchè ne sottoscrivesse il manifesto;
letteralmente sospingerlo al balcone e fargli pronunciare la
contrastata parola.
Fu il dott. Crivelli che ebbe questo merito, egli invase le stanze
del principe, arrivò fino a lui, lo mise alle strette e lo strinse a
parlare. Quel che Muschietti aveva fatto pochi giorni prima in piazza,
egli lo fece in casa, ed il suo nome ha diritto a un posto nella storia
di quell’avvenimento meglio assai di tanti altri che l’usurparono
senz’aver fatto altro che recitare la parte di mute comparse.
Carlo Alberto nelle strozze del dilemma parlò, giurò, ma quali parole e
quali giuramenti!
Mentre prometteva di osservare la costituzione, giurava ubbidienza al
legittimo re Carlo Felice; e diceva e disdiceva, voleva e non voleva,
nel primo, nell’unico atto pubblico che potè parere un atto di energia
e di risolutezza.
Era naturale che Carlo Felice, circondato dai consiglieri della Corte
di Modena, rispondesse ad una costituzione proclamata così fiaccamente,
con violente proteste e con una serie di atti rigorosi contro i quali
i vaganti propositi del Principe Reggente e della rivoluzione a lui
fidata si sarebbero rotti. Carlo Felice affrettava l’intervento
austriaco che certo non aveva uopo d’eccitamenti; sconfessava la
costituzione; investiva de’ suoi poteri tre Governatori Generali,
fra i quali il nostro Della Torre per Novara; spodestava di fatto il
Reggente, ravvivava la vacillante fedeltà dei soldati e dei sudditi,
invocava le preghiere dei vescovi e la benedizione di Roma: faceva
insomma in una parola tutto quello che la più semplice arte di Stato
doveva suggerire a un Principe nel suo caso.
Al contrario i Costituzionali aggiungevano errori ad errori, debolezze
a debolezze, e si lasciavano grandeggiar in casa il nemico senza
prepararsi a combatterlo.
«Prima cura del Reggente e della Giunta Provvisoria doveva essere la
convocazione del Parlamento: e nessuno vi pensò.
«Non meno importava dichiarare incontanente la guerra all’Austria,
mentre, per i casi di Napoli, mal custodita si trovava la Lombardia; e
non solo la guerra non fu dichiarata, ma l’ambasciatore austriaco si
lasciò in Torino a cospirare impunemente colla nobiltà, col clero e
colla diplomazia.
«Non la intese tuttavia in egual modo il popolo torinese che, fatto
accorto delle trame del barone Binder, si recò minaccioso al palazzo
della legazione di Vienna, e costrinse l’insidioso diplomatico ad
allontanarsi dal Piemonte.
«Era debito dei governanti di chiamare ai principali impieghi,
specialmente nell’amministrazione politica e militare, gli uomini che
non erano macchiati da antica lue, e mostrati eransi più affezionati
al nuovo ordine di cose; e non se ne fece nulla. A tutte le cariche
si lasciarono i vecchi impiegati; a reggere le provincie rimasero
tranquillamente comandanti e governatori, notissimi a Corte e maestri
consumati di despotismo.
«Per dar base alla Guardia Nazionale se ne compose un simulacro in
Torino; e perchè la parodia fosse più compiuta si nominava comandante
in capo il marchese Vittorio Maria della Chiesa di Rodi.
«Nel ministero, creato in fretta nei primi giorni, si fece qualche
mutamento, senza gran frutto per la pubblica amministrazione. Al
marchese di Breme succedette negli affari esteri il conte Ludovico
Sauli. Il cavaliere di Villamarina, o fosse ammalato o volesse
esserlo, si mostrava tentennante. Continuarono nei loro uffizi il conte
Cristiani, il cavaliere Dal Pozzo, il cavaliere Degubernatis, e questa
litania di Marchesi, di Conti e di Cavalieri ci avverte che, ad onta
della rivoluzione, durava a Corte l’antico vezzo dei titoli e delle
pergamene»[1].
Pure la rivoluzione volgeva apparentemente vittoriosa.
Tutte le città principali erano insorte; Genova, Biella, Ivrea,
Vercelli, Saluzzo, Pinerolo, Vigevano, Voghera, avevano, prima o poi,
seguito l’esempio di Alessandria e di Torino e levata la bandiera
costituzionale.
Restava Genova sola, per antica educazione repubblicana, diffidente
d’un moto principesco; ma alla fine quando vide affiggersi per le
vie le proteste di Carlo Felice contro la Costituzione non ebbe più
freno e si levò in armi. Fu lotta breve, e in poche ore un consiglio
governativo di liberali assumeva col consenso e la sanzione del
Governatore Des Geneis, ostaggio degli insorti, il governo della
liberata città.
Ma tutto ciò era poco al paragone del vigoroso e compatto sforzo che
facevano i reazionari guidati dal consiglio di Modena per riacquistare
il perduto terreno. Essi cospiravano apertamente e nessuno ne li
impediva o castigava. Da Modena Carlo Felice comunicava liberamente
co’ suoi amici, gli Andezeno, i Thaon di Revel, i Des Geneis; il
governatore di Cuneo cospirava, il governatore di Nizza cospirava.
Gli scritti, le parole, le promesse del Re correvano libere nelle
file dell’esercito: i due governi di Alessandria e di Torino erano in
conflitto tra di loro e diffidavano, e Carlo Alberto faceva dire al
suo Regio cugino che si sottometteva a’ suoi ordini, e abbandonava già
segretamente quella causa della quale agli occhi del pubblico pareva
ancora il campione.
XXIV.
IL RACCONTO DELLA SENTINELLA.
Tre sole persone a noi note avevano cominciato a sospettare gli
andamenti del Principe Carignano: lo studente Muschietti, il capitano
Gambini e l’artigliere Santafiori.
Più avveduti, o più ardenti degli altri che si cullavano in una beata
fiducia, essi avevano letto nelle esitazioni del Principe i presagi
della defezione futura e avevano deciso sottoporlo ad una segreta
sorveglianza.
La Guardia del Principe era solidamente montata da artiglieri, e perchè
egli era capo di questo corpo, e perchè poneva in essi una singolare
predilezione e fiducia.
Un ufficiale d’artiglieria comandava tutto il picchetto, il quale aveva
l’incarico di vegliare lo scalone, le anticamere e tutti gli sbocchi
del principesco appartamento. Fra le altre una sentinella guardava
giorno e notte la terrazza che dalla sua camera da letto dava nei
giardini del Palazzo Carignano. Questa sentinella, la meno visibile di
tutte, era la più prossima a lui.
Ai tre amici era facile provvedere perchè questo posto fosse sempre
affidato alla custodia di un servo fidato. Il capitano Gambini,
nominato dopo la rivoluzione della Cittadella, maggiore, comandava la
sezione d’artiglieria di stazione in Piazza Castello e poteva destinare
la guardia che avesse voluto.
Giorgio, nominato sergente, poteva avere il comando d’un posto e
scegliere la sentinella tra i più sicuri camerati.
Così fu deliberato; e il Principe di Carignano aveva dì e notte
intorno a sè una rete inavvertita di scolte che spiavano i suoi passi e
potevano quasi udire le sue stesse parole.
La notte del 22 marzo Giorgio non aveva potuto trovare alcuno di sicuro
a cui confidare la guardia della terrazza; risolse di farla egli
stesso. La notte era calma e stellata; il servizio non era pesante;
il luogo era deserto e nessuno poteva venir a chiedere il perchè un
sergente montasse di sentinella in luogo d’un soldato semplice. Inoltre
Giorgio sperava, se pur c’era a scoprire qualche cosa, di scoprire più
co’ proprii occhi, e co’ proprii orecchi, che con quelli degli altri.
Prese adunque la carabina della sentinella e le disse: Tu va a dormire:
resto qui io per questa notte.
La sentinella non se lo fece dire due volte e ruzzolò giù dalle scale a
precipizio.
La terrazza sulla quale era rimasto Giorgio era ampia quanto un vasto
cortile, e le sentinelle avevano l’ordine di stare all’orlo estremo
per sorvegliare il cortile. Giorgio però, spinto dalla curiosità, e
convinto che il Principe aveva più bisogno di sorveglianza che i ladri
o i congiuratori immaginarii che potevano montar dal giardino, invece
di stare al posto fissato, cercava tenersi vicino all’appartamento per
poter meglio spiare ciò che vi accadeva.
Egli non fu ingannato nella sua aspettazione, e la mattina appresso
corse a fare al capitano Gambini ed a Muschietti il seguente racconto:
— «Poteva essere mezzanotte. Io aveva udito il Principe rientrare nella
sua camera da letto; e veduta la sua ombra passare più volte davanti
alla grande finestrata che dà sulla terrazza. Poi per un gran pezzo
non udii e non vidi più nulla: notai anzi che gli scuri interni della
finestrata erano stati chiusi per di dentro: tuttavia un raggio lungo
e sottile che trapelava dalla fessura, mi avvertiva che un lume doveva
essere ancora acceso nelle stanze del Principe. Io m’era accostato
alla finestrata per tentar di cogliere tutti i suoni che partissero
dalla stanza; e dopo un’ora circa d’aspettazione sentii il sordo rumore
d’un passo sul tappeto; poi un altro; poi un altro ancora: era un uomo
che camminava. Chi era? Un valletto? od il Principe in persona? non
lo poteva ancora indovinare. Tesi l’orecchio e contenni il respiro e
udii un altro suono che si confondeva col gemito e colle parole. Avrei
dato una metà del mio sangue per poter distinguere una sillaba in quel
bisbiglio.... ma nulla. Era quasi un’ora che origliava, e già disperava
di poterne raccapezzare qualche cosa, quando a un tratto mi giunsero
chiare e distinte all’orecchio queste due parole «fuggire? chi mi dice
di fuggire?!»
Io restai immobile, sbalordito, ma non era ancora rinvenuto dal mio
stupore quando l’uscio della stanza del Principe che dà sulla terrazza
scricchiolò sopra i suoi cardini e s’aperse.
Io posto in gran pericolo d’essere scoperto corsi a nascondermi nella
mia garretta, esplorando con occhi intenti dal pertugio fatto per la
spia delle sentinelle, quel che accadeva sull’uscio.