MEMORIE D’UN DISERTORE
STORIA D’UNA FAMIGLIA DI PATRIOTTI
NARRATA
DA
GIUSEPPE GUERZONI
VOLUME III
MILANO
F. TREVES, EDITORE
1871.
Proprietà letteraria.
TIP. TREVES
MEMORIE D’UN DISERTORE
PARTE SECONDA.
IL FIGLIO
XVIII.
APPARECCHI DI LOTTA.
Pochi giorni sono trascorsi dagli avvenimenti che abbiamo narrati.
Tutti gli studenti che non hanno potuto fuggire alla strage
dell’Università e dalle zanne della Polizia, giacciono quali sui letti
degli Ospedali militari, quali rinchiusi nelle cittadelle d’Ivrea, di
Finestrelle e d’Alessandria.
La Polizia è sempre spavalda e provocatrice; la corte, cieca e
testarda; l’esercito, diviso in due campi e combattuto da opposti
sentimenti; Carlo Alberto sempre misterioso, tentennante; e i capi
della Rivoluzione, incerti e dubbiosi come l’uomo di cui subivano la
letale malìa.
Tuttavia malgrado questi tristi esordii ognuno sentiva che si camminava
a gran passi verso una catastrofe. La gioventù cominciava a riaversi
dalle toccate percosse, e mormorava apertamente propositi di vendetta;
qualche studente tornava a far capolino ed a gettare nella folla
ardenti parole; i federali dell’esercito ripigliavano ardire; e Carlo
Alberto stesso pareva fare qualche passo più ardito e arrivava persino
a visitare i feriti studenti negli ospedali o dispensar loro parole di
conforto che in bocca sua parevano tanti gridi di riscossa.
Durava invece sempre uguale a sè stessa la grande indifferenza
della popolazione. Come un pubblico invitato ad uno spettacolo, essa
aspettava che qualcuno alzasse il sipario, pronta ad applaudire il
vincitore.
Ernesto Gastone e Pietro Muschietti, in capo a due mesi, mercè le
materne cure di Caterina e di Carrera e l’allegra compagnia degli
amici che facevano a gara per allietarne la lenta convalescenza,
s’erano interamente riavuti. Muschietti non aveva alcun segno visibile
di ferite: Ernesto invece portava dalla fronte alla guancia una
larga cicatrice che in luogo di deturparlo suggellava sul suo volto
l’impronta della natìa fierezza.
Essi, appena risanati, vollero vedere a che punto erano le cose e
s’accorsero che malgrado le rettoriche declamazioni si era molto
addietro. Essi correvano dall’uno all’altro, da Santarosa a Lisio,
dai capi militari ai professori, pregando, spronando, rimproverando,
e raccoglievano gran messe di promesse _pretereaque nihil_. In alcuni
trovavano ardore quanto in loro; ma erano i soliti: Ferrero, Gambini,
Laneri e Giorgio.
Giorgio era senza paragone il più deliberato. Egli sosteneva che
bastava impadronirsi del comandante della Cittadella, e dominarvi per
24 ore per aver la rivoluzione trionfante.
Ma contro i suoi consigli prevalevano quelli degli ufficiali che
non rischiavano a tentare il colpo senza aver la città o una parte
almeno del presidio di fuori che li appoggiasse. Ferrero allora si
riprometteva far la sua parte colla sua compagnia; ma se questo era
troppo per Gastone, per Santafiori, per Muschietti, era poco per
gli altri;.... e si consumava il tempo io almanacchi ed in sterili
discussioni.
Però nei primi di marzo venne a Torino segretamente un uomo, che doveva
avere una influenza decisiva sulle sorti della rivoluzione e di cui
la storia non poteva dimenticare il nome. Era il capitano Garelli del
reggimento di Genova. Era allora di presidio ad Alessandria e veniva
a Torino ad annunziare in brevi termini ai federati Torinesi che il
presidio d’Alessandria aveva deciso di sollevarsi per il giorno _nove
di marzo_, ed a chiedere che Torino secondasse il movimento. Aggiungeva
che Ansaldi era deciso a rompere gl’indugi ed a mettersi a capo
dell’impresa, e che la vittoria era certa. Che si sarebbe proclamata la
costituzione di Spagna, costituita una _Giunta provvisoria di governo_
e fatto della fortezza il centro dell’insurrezione.
— E Torino non starà colle mani alla cintola — fece Ferrero quando
Garelli ebbe finito il suo rapporto.
— Non ci starà, — rispose Giorgio, — dovessi fare io solo la
rivoluzione in cittadella.
Allora sorse un altro argomento di disputa. Si doveva uscir tutti
da Torino e muovere armati in soccorso d’Alessandria o sollevare la
capitale e quivi concentrare tutto il moto delle provincie?
La discussione durò ardente, disordinata, intollerante, com’è il
costume de’ congiurati, fin quasi al mattino, e non si approdò a nulla.
Si decise rimettersi al giudizio di Lisio e Santarosa, e appena giorno,
Muschietti fu ad interpellarli a nome degli amici.
Il consiglio, anzi il volere del Comitato era che il moto dovesse far
capo ad Alessandria; ivi raccogliere tutte le forze; proclamarsi il
governo, e ordinato un esercito, marciare in massa contro Torino.
Questo consiglio significava tre cose chiarissime: guadagnar tempo,
lasciar la responsabilità dell’iniziativa ad Alessandria, e la libertà
dell’azione a Torino; e questo consiglio non poteva venire suggerito
che da Carlo Alberto.
Quest’ordine scontentò i più ardenti; tutti finsero accettarlo per amor
di concordia, ma tutti si proposero o sperarono poterlo deludere per il
più sicuro trionfo della causa stessa alla quale si erano consacrati.
La mattina del 10 marzo non tardarono a giungere a Torino le notizie
della sollevazione d’Alessandria.
«Narravasi, così il Brofferio, che il capitano Palma alla testa del
reggimento di Genova, stanziato nella Cittadella, aveva alzato il
primo stendardo di libertà; che i Dragoni del Re, condotti dal capitano
Baronis e dal sottotenente Bianco, si fossero congiunti al reggimento
di Genova; che il colonnello Ansaldi avesse in nome della Costituzione
preso il comando della Cittadella, che una grande maggioranza di
cittadini si fosse unita ai militari; e finalmente che si fosse
composta una _Giunta provvisoria_».
Ogni altra mora sarebbe parsa vile ai federati torinesi. L’ora era
giunta: propizia a chi l’avesse saputa afferrare; irreparabile a
chi l’avesse lasciata sfuggire. Si sentiva da tutti, anche dai più
titubanti, che bisognava agire e agire subito; la cittadinanza stessa
estranea alla congiura era invasa dall’ansia di pronti avvenimenti.
E per quelle battaglie avventurose che si chiamano _Rivoluzioni_ e in
cui tutto dipende dall’audacia di pochi, anche questa ansia è una forza
perchè è un consenso.
Ma come si sarebbe agito? d’onde sarebbe venuto il primo colpo? Chi
avrebbe cominciato?
Si era sempre al problema di pochi giorni prima, e le due opposte
opinioni cozzavano sempre negli animi, sebbene scopertamente si
dichiarasse di obbedire agli ordini del comitato.
E questo, che non aveva mai immaginato nè sperato altro che una
congiura militare, e che era più dominato da pregiudizii di strategia
soldatesca che guidato da fede rivoluzionaria, stava sempre per il
concentramento in Alessandria, dove già sventolava il vessillo della
libertà, salda base d’operazione, formidabile rocca per le disperate
difese.
Fu quindi ordinato che tutti i federati marciassero in Alessandria, e
la voce pubblica che in tali giorni crea e divora le notizie, voleva
già che Santarosa, Lisio, Collegno, San Marzano fossero fuori di Torino
alla testa dei sollevati.
Quest’ordine perentorio arrivò contemporaneamente al capitano Gambini
per i Federati della cittadella, ed al capitano Ferrero per la sua
compagnia della Legione.
Gambini lo trovava assurdo, ma non aveva il coraggio di opporvisi
apertamente e mandò a rispondere: «Ubbidisco: ma avverto che non potrò
mettermi in viaggio che la notte seguente e con pochissima gente».
Giorgio portò egli stesso il biglietto di Gambini a Santarosa. Fu la
prima volta che questi due uomini, l’uomo della storia e l’uomo della
cronaca, s’incontravano.
Santarosa restò un po’ meravigliato nel vedere che il Gambini riponesse
tanta fiducia in un artigliere a segno da confidargli una lettera
aperta, e squadrandolo da capo a fondo dietro i suoi occhiali d’oro,
gli disse:
— Come ti chiami?
— Giorgio Santafiori.
— È un pezzo che sei Federato?
— Io credo d’esserlo stato nella mente di mio padre, che insegnerebbe a
molti eroi d’oggigiorno come si fanno le rivoluzioni.
— Sei severo, artigliere!.... e chi era tuo padre?
— Mio padre?.... Nulla.... a sette anni gettava sassi nella testa de’
Tedeschi con Balilla e Pittamuli.
— È un esordio rispettabile.... e tu vorresti imitarlo?
— Io vorrei, colonnello, — fece Giorgio abbassando la voce e
avvicinandosi agli orecchi di Santorre — io vorrei darvi nella mano la
cittadella questa notte istessa.
— Tu?.... sei pazzo.
— Colonnello... — fece Giorgio Santafiori, ponendosi sul _guardavoi_, —
non avete altro a comandarmi?
— Altro — e lo congedò.
Giorgio uscì mormorando tra sè «lo vedrà se sono pazzo».
Ferrero nel tempo stesso che riceveva l’ordine segreto de’ suoi capi di
recarsi ad Alessandria, riceveva da’ suoi capi ufficiali, dal Ministero
della guerra l’ordine d’andar a prendere colla compagnia il presidio
della città di Cuneo.
Egli comunicò quel doppio ordine a’ suoi amici. Gastone voleva che non
partisse: Muschietti più prudente diceva:
— Partire da Torino lo deve, perchè non potrebbe giustificare il suo
rifiuto al Ministero e correrebbe il certo rischio d’essere fatto
prigioniero assieme a’ suoi soldati prima di poter agire. Ma la
partenza non deve essere che una manovra per accontentare il comitato
e sopire il sospetto del governo. Giunti poi alla prima tappa fa un
_dietro fronte_ e al passo di carica marcia su Torino: noi gli andiamo
incontro, la cittadella si solleva, la città si copre di bandiere, si
proclama la costituzione e l’affare è fatto.
Ferrero esitò un momento; poi deposta la sua larga mano in quella del
giovane disse: — Voi promettete che gli studenti mi verranno incontro e
che la cittadella insorgerà?
— Lo promettiamo...
— Allora viva la Libertà!... domattina il capitano Ferrero sarà alle
porte di Torino.
E come promise mantenne. La mattina dell’11 marzo Torino svegliandosi
sentiva dire che una colonna di truppa, un battaglione, un reggimento,
era fuori di Porta Nuova accampato nei dintorni di San Salvario, che la
comandava un colonnello, un generale: era stata gridata la costituzione
di Spagna, che centinaia di studenti armati di tutto punto accorrevano
da tutte le parti a ingrossare i sollevati.
La verità era che il bravo Ferrero si trovava solo con 80 uomini: che
le centinaia di studenti si riducevano al centinaio, e le armi di tutto
punto ai soliti randelli.
In breve ora, tutto fu in moto: la popolazione correva a frotte verso
il campo degli insorti, ma, giunta da presso veduto, quel sottile
manipolo di soldati e quelle poche decine di giovani, come una gente
delusa dalla speranza dello spettacolo, restava stupida e immota ad
aspettare se qualche nuovo attore compariva che lo compensasse della
miseria del prologo.
Il governo invece non sapeva quel che annaspasse. Come tutti i
governi in faccia alla rivoluzione aveva perduta la testa. Mandava
due battaglioni d’Aosta con una compagnia d’artiglieri, con ordini
equivoci, e poi gli richiamava. Forse era corsa la voce a corte che
in quei reggimenti e fra quelli artiglieri specialmente c’erano molti
Federati e che si rischiava, lasciandoveli in contatto, di vederli
passare al nemico. Intanto sotto gli occhi della polizia, della truppa
e dell’intera città passava un carro di fucili e di munizioni, diretto
ad armare gli studenti e arrivava sano e salvo a San Salvario.
Poi pentito di quel richiamo, mandava un mezzo squadrone di Carabinieri
a cavallo e mezzo squadrone di Piemonte Reale, senza pensare che questa
forza sarebbe stata insufficiente e inesorabilmente battuta.
E prova di maggior buon senso, se non di coraggio, diedero il maggiore
Ducco e capitano Caravadossi che comandavano quei cavalieri. Perchè
veduto che Ferrero avea formato il quadrato, e si disponeva a resistere
a oltranza, si ritirarono in bell’ordine e stettero in osservazione.
La città continuava a guardare colla sua cheta curiosità: i regii non
avanzavano: i Federati stavan fermi: la bilancia delle due sorti era
equilibrata, e si capiva che il più lieve soffio la poteva ad ogni
istante far traboccare da un lato o dall’altro irrimediabilmente, e
l’evento lo dimostrò.
A corte si era presa alfine una risoluzione: mandar il cavalier
Raimondi, colonnello della legione Regia, nella quale era capitano
Ferrero, ad arringare i ribellati ed a richiamarli al dovere.
Ferrero da lontano lo vide arrivare al galoppo, e comprese subito che
tutto era perduto se quell’uomo poteva parlare alle truppe: egli non
ha che un mezzo, precorrerlo. Ferrero si toglie dalla sua compagnia,
s’avanza con passo risoluto verso il suo colonnello e lo arresta con
queste parole:
— Noi siamo qui per la libertà e per la indipendenza della patria: se
volete riconoscere la nostra bandiera, siamo pronti ad obbedirvi, se
no, ritiratevi o faremo fuoco sopra di voi.
— Sono vostro superiore, — ripigliò Raimondi, e come tale vi ordino di
obbedirmi.
— In questo momento, — replicò Ferrero, — non ho altri superiori che
Dio. Vi replico di ritirarvi; e se pure volete rimanere, fuori la spada
e sia decisa la quistione fra noi due.
Raimondi trasse la spada, non per combattere con Ferrero, ma per
comandare ai soldati di eseguire i suoi ordini, e sprona per arrivare
fino ai soldati; Ferrero non ha più la forza di trattenerlo: i soldati
forse hanno udito la sua voce.
Ernesto che aveva il comando in secondo della colonna, aveva tutto
osservato e indovinato. Egli stava ansioso ad aspettare la conclusione
del colloquio quando udì dietro sè alcuni soldati esclamare:
— È il nostro Colonnello; gridiamo: Viva il nostro Colonnello!
Egli misurò tutta l’urgenza del pericolo e capì che l’esitazione d’un
istante avrebbe tutto perduto. Il cavaliere Raimondi aveva già brandito
la spada, era arrivato al cospetto dei soldati, e già aveva aperta
la bocca per parlare. Ernesto non ci vedeva più: puntò la sua pistola
contro il petto del Colonnello e lo stramazzò da cavallo inondato nel
suo sangue.
I soldati che stavano per gridare: Viva il Colonnello, gridano: Viva
i fratelli studenti! e l’audacia di Ernesto salva da certa disfatta
quella colonna.
Ma la città era inerte: dalla cittadella non si udiva nessun segnale,
il giorno calava: la truppa riavutasi da una prima sorpresa, si
preparava ad un estremo assalto. Ferrero credette che fosse vano lo
stare in quella posizione e ordinò la ritirata su Alessandria.
Anche la ritirata era un atto disperato perocchè gli era d’uopo
attraversare mezzo Torino, sotto gli occhi d’un esercito ostile, venti
volte più forte: tragittare un fiume come il Po, probabilmente sotto
il fuoco del nemico che non avrebbe lasciato fuggire l’occasione di
massacrare al varco la piccola colonna.
Ferrero rischiava troppo: mentre poteva aspettare la notte, più
favorevole a sparire se la ritirata era necessaria, più propizia a
marciare se la cittadella come speravasi insorgeva.
Muschietti si oppose con tutte le sue forze alla ritirata: Ferrero
insistette: Muschietti rispose:
— Voi partite, io resto. La lotta è qui!
XIX.
LA CITTADELLA.
Malgrado la comparsa di Ferrero, Torino non dava segno di vita. I capi
della federazione raccolti a consiglio avevano mandato dal Principe di
Carignano a chiedergli una parola d’ordine, e il Principe aveva mandato
in un’ora due diverse risposte.
Collegno era tornato colla promessa che il Principe sarebbe montato la
sera stessa a cavallo e avrebbe proclamata la costituzione.
Lisio veniva dietro a lui a dire che il principe aveva deciso
soprassedere ancora un giorno per aspettare più recenti notizie
d’Alessandria.
Il comitato era in balìa di questa marea di risoluzioni e di
irresoluzioni e non sapeva a qual riva approdare. S’agitava
febbrilmente su quattro poltrone d’una stanza nascosta e non faceva
nulla. Amleto gli aveva comunicato il suo male.
Nella Cittadella verso le nove della sera durava ancora lo stesso
ondeggiamento. Tolti i giovani ufficiali che vi erano di presidio,
Errico e Gambini fra i primi, Rossi del Genio, Recciocchi, Rigolino
e Cassana del Reggimento d’Aosta, si dichiaravano decisi a gettarsi
nella mischia, ma, presi anch’essi dal contagio comune, perdevano
il tempo in piani assurdi, in sterili strategie e non arrivavano a
conclusione alcuna. Nessuno d’altronde aveva il coraggio d’assumere
la responsabilità dell’iniziativa e l’iniziativa nelle rivoluzioni,
ce l’ha insegnato sedici secoli fa Mosca Lamberti, è più che la metà
dell’opera.
Poteva essere mezzanotte. Tutta la guarnigione dormiva. Gambini si
era ritirato nella sua stanza affranto dall’emozione della giornata,
e stava dolorosamente meditando le conseguenze della fallita impresa,
quando udì picchiare al suo uscio. Quantunque stupito che a quell’ora
insolita si venisse a cercarlo, pure s’alzò e andò ad aprire egli
stesso.
— Giorgio?! — fece maravigliato nel vedere l’artigliere, — qualche
novità forse?
— Ce ne saranno se voi, Capitano, mi secondate. Vedo che tra questo sì
e no non si conchiude nulla; il miglior progetto ve l’ho già detto:
impadronirsi a forza del comandante: piantare alle sue finestre e su
tutti i bastioni le bandiere della libertà: dare, appena albeggi, nei
tamburi e nelle trombe: proclamare la costituzione. Fare adesione alla
giunta d’Alessandria, prendere tra le vostre mani, come più anziano,
il comando della Cittadella, farsi riconoscere dagli ufficiali e nessun
combattimento. La truppa imiterà i capi e non avrà forza d’opporsi....
— Ma... fece Gambini dopo una pausa silenziosa, come si fa ad entrare
nella stanza del Comandante? C’è il corpo di guardia e bisognerà
combattere per sbarazzarsene.
— No.... il picchetto di guardia lo comanda un sergente dei nostri:
Rittatore.
— Ed egli è a parte di tutto il progetto?
— Egli dice che se voi vi presenterete darà ordine di lasciarvi passare.
La testa del capitano ardeva. Il genio dell’irresoluzione e il genio
dell’audacia lottavano in un duello a morte nell’anima sua. Giorgio lo
vide e decise superare tutti gli ostacoli.
— Ebbene! se voi esitate, capitano, datemi la vostra uniforme e la
vostra spada; farò da me: voi mi seguirete.
— La mia spada? mai.... io ti precedo, — e stampato un bacio sopra il
ritratto d’una donna che aveva sul tavolino (perocchè anch’egli aveva
un occhio di donna che lo guardava nell’ombra) cinse la spada ed uscì
con Giorgio.
Il cavaliere Des Geneis comandante la Cittadella dormiva al primo piano
dell’ala sinistra del quartiere. Appiedi della scala c’era il corpo
di guardia: salita la scala il primo uscio di faccia era il suo, e una
sentinella in fazione ne guardava giorno e notte l’ingresso.
Gambini e Giorgio s’incamminarono verso il corpo di guardia avvolti
ne’ loro pastrani: scambiarono poche parole con un sergente d’Aosta
che li aspettava sulla porta. Poi il sergente infilò per il primo la
scala. Arrivato al sommo disse altre due parole alla sentinella: questa
si mise a pied’arm, e lasciò passare i due incogniti. Rittatore restò
sull’uscio e si mise a far chiacchierare la sentinella:
— Se ci fosse una mezzina d’Asti ogni ora di fazione, come sarebbe
bello il fare la sentinella.
— E meglio se una montanina della Val d’Aosta ve lo potesse mescere.
E su questo tema continuarono a conversare.
Intanto i due congiurati erano penetrati fino nella stanza del
colonnello, fiocamente rischiarata da un lumicino a olio confinato in
un angolo che permetteva appena di vedere dove si metteva il piede e
di non urtare i mobili. Esso lasciava anche vedere la testa canuta e
rispettabile del colonnello che dormiva supino a bocca aperta nel suo
letto.
Gambini e Giorgio in faccia a quel sonno tranquillo ebbero un minuto
d’esitazione; forse pareva loro di commettere un delitto; certo non era
un’impresa eroica.
Giorgio s’avvicinò per il primo e pose la sua mano robusta sul braccio
destro del dormente; questi si scosse subito, ma Gambini intanto gli
aveva afferrato il braccio sinistro. Il colonnello spalancò gli occhi,
li fissò un’istante su quelle due ombre che gli stavano al fianco,
poi desto al sentimento della verità sferrò con erculeo sforzo le sue
braccia e allungò la mano per afferrare la pistola che aveva vicino
al suo letto. Ma Giorgio aveva preveduto il movimento, e prima che il
colonnello avesse potuto arrivarvi s’era già impadronito della pistola.
Des Geneis non si arrese, e si precipitò giù dal letto gridando con
quanta voce aveva nel petto «all’armi»; ma Giorgio e Gambini gli furono
sopra, lo atterrarono e mentre il capitano gli teneva le braccia,
Giorgio gli premeva coi ginocchi il petto e colle mani la bocca per
impedirgli di gridare.... ci fu qualche minuto di sosta.... il vecchio
respirava appena, schizzava gli occhi fuori dell’orbite e mugolava
sordamente.
Il capitano Gambini colse questo lucido intervallo per farsi
riconoscere.
— Colonnello — disse il capitano — non mi riconoscete? Sono il capitano
Gambini. Non vi voglio fare alcun male, ma in nome della libertà e
della costituzione v’intimo d’arrendervi e di affidarmi le chiavi della
Cittadella.
— Mai.... — urlò l’atterrato.... — prima si muore.
— Colonnello, la vostra resistenza è inutile... tutta la guarnigione è
con noi e domani ci sarà tutta la città.
— Mai... — replicò.... — viva il Re.... e cogliendo un momento in
cui Giorgio aveva allentata la stretta per lasciarlo parlare, balzò
da terra colla agilità d’un giovane, e prima ancora che i suoi due
avversarii avessero potuto metter mano alle loro, aveva staccato dalla
parete la sua spada e la brandiva con ammirabile gesto di sfida.
Giorgio lo assalì colla sua sciabola corta da artigliere: il cavaliere
Des Geneis gli misurò un terribile fendente alla testa, Giorgio lo
parò metà colla lama, metà col braccio, ma senza nemmeno accorgersi
della ricevuta ferita e del sangue che ne grondava, infilò con un colpo
disperato il petto del colonnello e glielo passò fuor fuora.
Gambini aveva assistito al breve combattimento appoggiato alla sua
spada, e quando vide che Giorgio ebbe vinto, disse: — se tu soccombevi
sarei subentrato io, ma in due contro un vecchio mi sarebbe parso un
assassinio.
— È giusto; e questo sangue mi fa bene, — rispose Giorgio additando la
sua mano che penzolava quasi tronca — mi pare riscatti la morte di quel
bravo uomo.
Il colpo era fatto: usciti trovarono Rittatore che faceva mettere in
rango il suo corpo di guardia. Il capitano Gambini annunzia loro che
prendeva il comando della Cittadella in nome della costituzione e
li invito ad inalberare con lui la bandiera nazionale. Quei soldati
vedevano un capitano che parlava, un sergente che assentiva, e non
chiesero di più, e per opera loro in una notte tutta la cittadella fu
coperta di vessilli tricolori.
Gambini corse a svegliare gli ufficiali suoi amici annunciando
l’accaduto, essi l’udivano con gioia: finalmente uno aveva osato
cominciare, finalmente avevano un capo: era la sola cosa che
desideravano.
Appena albeggiato fu dato nei tamburi, tutta la guarnigione fu messa
sotto le armi, e stanca di passare di incertezza in incertezza,
d’allarme in allarme, accettò il fatto compiuto e con una delle solite
baldorie di caserma, lo ratificò.
Il cannone annunziò l’avvenimento, e Torino vide sventolare sulla
caserma i vessilli costituzionali, ancora incredula di quel miracolo
compito. L’annunzio fu portato al comitato che ne fu meravigliato: fu
portato al Carignano il quale, non volendo mostrarsi nè troppo credulo
nè troppo scettico, mandò ad accertarsene. Un dragone a stento potè
andare e tornare col messaggio. Tutta la popolazione era intorno agli
spalti della trionfata fortezza a salutare il fausto avvenimento.
Era giunta l’ora anche per Carlo Alberto; se egli esitava ancora, tutti
quei giorni di lotte, di dubbi, tutte quelle promesse dispensate,
quelle speranze nutrite diventavano una commedia sfruttata, una
scandalosa menzogna.
Gli amici gli stavano d’attorno, lo premevano, lo incalzavano, gli
conducevano il cavallo, gli presentavano la spada e la bandiera, ed
egli girava gli occhi incerto, ansioso, dall’una all’altra, non sapendo
decidersi ad accettarle, non volendo decidersi a rifiutarle. Alla
fine montò in sella sperando ancora che un improvviso avvenimento gli
avrebbe lasciato tempo, e dubbioso sempre se avrebbe trattato il popolo
al quale andava incontro come amico o come ribelle.
Andava spinto dal soffio del dubbio come una nave senza bussola, come
uno spirito senza coscienza.
Giunto in piazza Castello, fatti forse cinquanta passi, gli giungono
all’orecchio le grida di «Guerra all’Austria! viva la costituzione di
Spagna! viva la libertà!»
Carlo Alberto non ha più il coraggio di avanzarsi, quella franchezza
popolare gli dà le vertigini. Sente che era venuto il momento di dire
il suo _est est non non_ ed egli non sa, non vuole, non osa, vorrebbe
e non vorrebbe... tentenna; una voce lo incalza e gli grida: avanti! è
quella d’Italia, del popolo, dell’onore, della gloria, e il cuore gli
balza in petto e spinge il suo cavallo; ma un’altra voce lo affronta
e gli intima «indietro!» è forse quella della sua casa, de’ suoi avi,
del Re, del trono, della sicurezza, della pace, e si arresta, e gira le
redini e rifa le sue orme.
Muschietti gli era sempre stato vicino, l’aveva osservato, l’aveva
compreso. Quando vede che il Principe si volta per tornare indietro si
slancia alla testa del suo cavallo, ne afferra la briglia e facendogli
splendere sugli occhi la canna d’una pistola, gli grida:
— Altezza! la strada del ritorno è quella del tradimento, la strada
dell’ardire è quella della gloria: qui su queste pietre è il circolo di
Popilio; decidete.
In ogni tempo la massima tortura fu quella del dubbio. Carlo Alberto
sarebbe morto più volentieri che dire in quel momento _voglio_. Ma
tutta la città, tutti i suoi amici carbonari, tutti i federati che
avevano confidato ne’ suoi giuramenti, lo guardavano: la coscienza d’un
popolo intero lo metteva in mora, e gli fu forza piegare ed aver suo
malgrado la volontà.
Decise d’andare avanti e proclamò la costituzione. Carlo Alberto in
quel giorno parve agli occhi di tutti un eroe, ma da quell’ora la sua
timida coscienza non ebbe più riposo e non trovò una notte di sonno.
XX.
SENTIAMO TACCHINI.
Una mattina del mese di gennaio i nostri abbonati alla bottega dello
speziale, Onofrio, che il lettore non avrà del tutto dimenticati
discutevano, commentavano, e straziavano a modo loro le notizie giunte
allora di fresco, già guaste e sfigurate nel tragitto, della comparsa
al Teatro _d’Angennes_ dei quattro studenti che erano diventati
_quaranta_; e del conflitto dell’Università che aveva pigliato
sulle labbra del cancelliere Frustadenti e nella mente del credulo
farmacopula le proporzioni di una giornata campale.
Quando entrava in bottega il maresciallo Malagana e buttava là a
pascolo della voracità comune queste parole:
— Sapete che il sindaco Arena è partito ieri sera: e non si sa nè per
dove, nè perchè?
— Partito? — risposero in coro i congregati.
— È impossibile!.... l’avrebbe detto a me, rispose il cancelliere
Frustadenti sedendosi, e facendo rientrare orgogliosamente il suo mento
nella scatola, sempre pronta a riceverlo, del suo cravattone nero...
— Pure se a qualcuno doveva dirlo, per primo era a me, che sono il
primo rappresentante del Re.... — fece il Maresciallo dei Carabinieri
con stizza manifesta.
— E pazienza loro due! Ma non dir nulla al Parroco che deve rispondere
a Dio ed ai suoi vicarii sulla terra delle anime della parrocchia.
— Scusino veh! — fece lo speziale, — ma salvo gli errori del
popolo, i primi a cui doveva parlar del suo viaggio erano quelli
di sua famiglia.... ora se si vuol sapere qualcosa è da tornare in
famiglia.... e.... salvo sempre gli errori....
— La famiglia non sa nulla, rispose il Maresciallo. Io l’ho interrogata.
— Ma allora dove sarà andato?
— Perchè sarà andato?
— Che sia anch’egli coi _Carbonari_!
— Orrore!
— O sia stato chiamato dal Della Torre! Gli vuol tanto bene!
— Baie!
— Sarà andato per vendere il grano che ha ancora sul granaio dell’anno
scorso.
— Se volete saperlo, il sindaco Arena ha una missione politica. E chi
non mi crede scommetta, conchiuse il Frustadenti sputando questa sua
affermazione con tanta risolutezza da lasciar mogi e silenziosi i suoi
contraddittori.
Infatti dov’era andato così improvvisamente il sindaco Arena, e che
cosa era accaduto per indurlo a partire all’insaputa di tutti e con
tant’aria di mistero?
Il lettore qualcosa deve avere indovinato. Una lettera giunta da Torino
non aveva tardato a raccontare l’episodio del Teatro _d’Angennes_, la
complicità, l’arresto del figliuolo, e la sua prigionia nella fortezza
di Fenestrelle... Il padre a questo annunzio restò fulminato. Di tutta
la casa il solo che amasse, e se questa parola stuona per un carattere
come l’Arena impastato d’odio, il solo che prediligesse era Adolfo.
Anche l’orso bianco deve avere qualche orsetto che preferisce agli
altri e risparmia. Adolfo era il nome, la casa, la nobile stirpe degli
Arena propagata sulla terra! Su quel figliuolo ci aveva fatti sopra
tanti sogni, e vi aveva confidate tante speranze; era predestinato a un
sì splendido avvenire, che l’idea di vederselo a un tratto sospettato
di Carboneria, tradotto in un carcere come rivoluzionario, caduto nella
disgrazia del Re, egli, figlio d’uno dei più fedeli lacchè della Corte,
gli fu insopportabile. Fu il primo vero e profondo martirio che l’Arena
provò in vita sua....
Però letta la lettera, meditatala un po’, ebbe persino vergogna di
confessare la sua disgrazia e quella del figliuolo. Gli pareva,
divulgandola, di accrescerla; gli pareva che tutti i suoi nemici
dovessero sorridere, e che ognuno dovesse fare a gara per gettargli
sul volto col nome di suo figlio, l’insulto di «rivoluzionario» peggio
assai che «ladro».
La sorte del figliuolo interessava una madre e due sorelle; ma che
cosa poteva calere a lui dei diritti del cuore? Che cosa avrebbero
potuto farci quelle tre donne? Piangere o pregare qualche sdruscita
immagine di Madonna! Le donne — diceva — non sanno far altro e sono
guastamestieri.
Partì quindi senza dir nulla ad anima viva; si fece condurre dalla sua
carrozza fino a Voghera; licenziò carrozza e cocchiere, e quando fu
certo di non esser veduto montò nella diligenza per Torino.
Trovò la capitale tutta agitata e fremente ancora del sangue sparso
all’Università, e sentì che non era prudenza indugiarsi troppo in
quell’ardente atmosfera. Affrettò i passi e arrivò prima dell’annottare
al palazzo Della Torre. Il conte era il solo che gli poteva ottenere la
grazia e la liberazione del figliuolo ed egli era disposto a qualunque
sacrifizio per ridestar la generosità del suo antico padrino.
Dopo una lunga anticamera, giacchè il Della Torre in città non derogava
così facilmente dalla sua etichetta feudale, fu introdotto e potè
narrare il suo caso. Il signor Arena fu per la prima e per l’ultima
volta in vita sua eloquente. Descrisse le abitudini, la probità, le
virtù del figliuolo; rammentò la educazione e gli esempi paterni;
toccò con modesta riserbatezza de’ servizii da lui resi al trono ed
all’altare; mostrò un avvenire perduto, una giovinezza rovinata;
dipinse il suo dolore e quello di sua madre, e arrivò persino,
mostruoso sforzo, a far comparire ne’ suoi occhi una goccia d’acqua che
assomigliava ad una lacrima.
Il Della Torre, ultimo fra i piloti della Reggia in quella tempesta,
aveva troppi pensieri per il capo in quel momento per occuparsi d’uno
studente, e rispondeva come il solito:
— Il caso mi par grave, cavaliere Arena; tuttavia sentiamo quel
che dice Tacchini, — e suonò il campanello per chiamare il fido
consigliere.
Arena sentì che egli era posto di fronte ad un nemico, e si preparò
alla battaglia.
Tacchini entrò quasi subito; adocchiò di sbieco l’Arena, ma finse non
vederlo, e andando diritto al Conte gli chiese rispettosamente «cosa
desiderasse da lui».
— Senti un po’ cosa ti dice qui il Sindaco Arena...
— Ah! — fece voltandosi ratto come se al suono di quel nome si fosse
sentito ferire alle spalle. — Ah il signor Sindaco Cavaliere.... So
già quello che chiede. Ma è impossibile. Non si può mica mancare ai
doveri di magistrato e di cittadino, e lasciar calpestare la legge
per favorire un amico. Che cosa sarebbe del Trono; che cosa direbbero
tutti i suoi fedeli sudditi se vedessero in questo momento un atto di
debolezza che sarebbe per giunta un atto d’ingiustizia? Se ci è anzi
necessità di dare un esempio che resti memorabile gli è con quegli
scapestrati che furono i primi ad accendere le ree scintille che
oggi minaccian d’incendio, qualora una mano vigorosa e potente non le
comprima. Per me i quattro studenti del Teatro _d’Angennes_, sono i
più colpevoli di tutti, e come tali proporrò che siano in ogni caso
trattenuti come ostaggi, e severamente giudicati... Quest’è la mia
opinione; il signor Conte ha troppo senno per non poter prender da sè
una deliberazione; ma egli vorrà considerare che oggi la fiducia di S.
M. il Re lo pone fra i principali sostegni del trono vacillante, e che
ogni suo atto assume in faccia all’Augusta Dinastia, alla Nazione, a
Dio, una grande responsabilità.
— Ed a questa responsabilità un Della Torre non fallirà. Caro Arena,
noi non possiamo far nulla per vostro figlio.
— Ma se mio figlio fosse innocente?
— Innocente! — sclamò Tacchini meravigliato. — Era fra i quattro
arrestati quello che urlava più di tutti, e che alla porta del
_d’Angennes_ si difese disperatamente... non ci sarà, ne son certo
per il decoro della magistratura piemontese, alcun giudice che oserà
proporre la sua assoluzione! Ed io qui vado più oltre; io non so come
il governo in questo frangente sopporti che il padre d’un ribelle
rappresenti colle vesti di Sindaco la sacra persona del Re o la maestà
della legge. Io consiglierei Arena, perchè gli sono ancora amico, a
dare la sua rinunzia.
A quest’ultima parola Arena restò atterrito, e sentì che aveva di
fronte un nemico implacabile che non gli avrebbe accordato quartiere e
non volle perdere il tempo nè a pregare nè a perorare.
S’inchinò profondamente al Conte, incrociò francamente il suo sogghigno
col sogghigno di Tacchini, cozzo elettrico di due demoni, ed uscì.
XXI.
VOLPE E SERPENTE.
Ebbe una notte insonne piena di negri fantasmi e di più negri
proponimenti. Alla fine verso l’alba parve adagiarsi nella calma d’un
pensiero e s’addormentò.
Svegliatosi, si vestì in fretta, e si diresse alla casa del conte Della
Torre. Ma questa volta invece di chiedere del Conte, domandò d’essere
introdotto addirittura da Tacchini.
Dopo un’altra anticamera, e un va e vieni di camerieri, fu introdotto.
Il Tacchini l’aspettava scaldandosi le spalle alle fiamme d’un gran
camino e lo accolse con queste parole:
— Mi fa male, Arena, il vedervi: io vi ho lasciato entrare per non
usarvi scortesia; ma non posso proprio far nulla....
— Se il Senatore mi permette di sedere ne parleremo, disse Arena senza
scomporsi dell’antifona.
— Fate pure.... venite qui vicino al fuoco: la giornata è rigida...
posso farvi servir qualche cosa?...
— Grazie, Senatore. Ho troppo fretta di venire al discorso che mi
conduce.
— Lasciamolo quell’argomento... fate a modo mio.
— Lasciamolo.... ma e cosa avverrà di mio figlio se lo lascio?
— Avverrà... non lo so... non me lo chiedete... non lo posso dire a un
padre...
— Basta... anche detto troppo... Pure, se permettete, io persisto a
credere tre cose...
— Quali?
— Che voi siete convinto che egli è il meno colpevole di tutti; che non
è, e non fu mai rivoluzionario; che potè fare, riscaldato dal vino, una
bravata di ragazzi; che anzi non sapeva quel che si faceva. In somma
che egli è innocente; in secondo luogo che voi potreste salvarlo. E in
terzo che voi volete perderlo...
— Ma, caro Arena, voi pretendete indovinare troppe cose. Io farò
osservare la legge... e facendola anche osservare mitemente, saranno
20 anni di galera; se pure le rappresaglie della rivoluzione non
imporranno al governo più severi obblighi...
— Pure un uomo come il Senatore Tacchini dovrebbe trovare un mezzo per
conciliare l’osservanza della legge co’ suoi interessi e quelli d’un
amico...
— Sono un cattivo inventore io, caro Arena, rispose ghignando il
Magistrato.
— Allora ve lo suggerirò io... se prima permettete...
— Suggerite pure... ma badate che nelle case dei grandi, i servi
sogliono origliare alle porte.
— Grazie dell’avviso, fece l’Arena... abbasserò la voce.... e,
avvicinando la sua seggiola a quella del Senatore, riprese:
— Il mezzo ch’io potrei suggerirvi, avrebbe... 18 anni.
— È conveniente.... avanti.
— Capelli biondi.... occhi azzurri....
— Avanti....
— Gentile.... melanconica....
— Avanti.
— E si chiama Giusta....
— Arena... ci vuol poco a capirvi... Ero certo che vi avrei capito...
Pure c’è un ma!
— C’è un ma?
— E vivente, in carne, pelle, ed ossa!
— Sarebbe a dire?
— C’è un amante...
— Ah! rispose crollando la testa Arena.... So di che volete parlare.
Amori di collegio, follie, fanciullaggini, non ve ne occupate.
— Ma se la fanciulla rifiutasse?
— Non rifiuterà.
— Ma se rifiutasse?
— Allora... — l’Arena aggrottò torvamente il sopracciglio; pensò un
istante, poi con voce cupa... — allora la ucciderò.
— Sarebbe uno sproposito; io avrei il rammarico di fare il vostro
processo... Ma facciamo l’ipotesi che non rifiuti.
— Ella è vostra....
— E quando?
— Quando mio figlio avrà una sentenza d’assoluzione, ed un
salvacondotto per l’estero finchè sia finita la rivoluzione.
— No... no... così non si va intesi. Prima vostra figlia dica di sì
all’altare; e prima di uscir di chiesa voi avrete la sentenza e il
salvacondotto...
— E chi mi assicura della vostra parola? fece l’Arena.
— E chi mi assicura della vostra?
I due interlocutori sospesero per pochi istanti il dialogo. Entrambi
avevano ragione, la fede dell’uno valeva la fede dell’altro; pesando
quelle due coscienze sarebbe stato impossibile conoscere quale delle
due soverchiasse la capacità del tradimento.
— Non c’è che una transazione, — disse Arena rompendo pel primo il
silenzio.
— Quale? proponete.
— Che le due carte sieno depositate nelle mani del conte Della Torre.
— Questo patto non mi conviene. Il signor Conte è scrupoloso in fatto
di giustizia; egli si fida di me perchè mi crede la Nemesi in persona.
— Allora lasciatemi pensare... Ho trovato... Si consegnano le due
carte chiuse in un plico suggellato al Conte stesso, e si pone tra le
clausole del contratto che quando il Senatore Tacchini avrà sposato la
signora Giusta Arena, gli verranno trasmesse le carte che guarentiscono
la dote della fanciulla, affidate al conte Della Torre e contenute nel
plico suggellato con tal suggello che porti l’indirizzo del cavaliere
Arena e il numero tale... che vi pare?
— L’idea non è perfetta ma è praticabile... allora, quando sareste
pronto voi?
— Io fra quindici giorni, se vi piace?
— Sì — fra quindici giorni... ma a proposito, non si è parlato del più
importante...
— Cioè?
— Della dote....
— La dote... senatore Tacchini, noi abbiamo negoziato la figlia e non
la dote...
— Noi abbiamo negoziato una moglie, e una donna senza dote non è una
moglie.
— Sicchè voi vorreste fanciulla e dote?
— Perchè no? Se voi volete sentenza d’assoluzione, salvacondotto e
deposito...
— Ma, dolce mio Senatore, lasciatemi chiamarvi con questo nome,
io credevo che per rendere giustizia, perchè in fondo mio figlio è
innocente, il sacrificio d’una fanciulla di 18 anni a un uomo come voi
potrebbe bastare.
— Ah ah! — rispose scoppiando in una chioccia risata il Senatore, — voi
parlate di giustizia e di sacrificio... — voi!.... Vi credeva un uomo
di spirito, m’accorgo che non siete che un Sindaco di villaggio e per
poco anche questo...
Arena sentì subito che gli era forza transigere, e come un destro
generale che ha riconosciute le forze del nemico e non esita a
impegnare una parte delle sue truppe per salvare il grosso del suo
esercito, si fece avanti un passo e gli disse...
— Ebbene... cosa chiedereste?...
— Mezzo milione...
— Pazzie! non arriverei alle 150 mila!
— Mezzo milioncino.... ripicchiava il Senatore sonando il tamburo colle
dita sul bracciale della poltrona....
— Oh insomma, cifra tonda, 200 mila e non un soldo di più.
— Mezzo milioncino e non un soldo di meno...
— Mezzo milioncino... andrò a gettarmi ai piedi della Regina e vedrete
che Salomone Arena non ha perduto tutto il suo potere alla corte; ma se
vinco state in guardia anche voi. Vi restituirei questo cattivo quarto
d’ora.
E così dicendo si voltò di nuovo ed uscì sbatacchiando con gran
fracasso l’uscio della sala.
Tacchini indovinò subito nelle parole dell’Arena il linguaggio d’una
disperata risoluzione, e capì che non gli conveniva per vincer troppo
lasciarsi sfuggire di mano tutta la vittoria.
Corse adunque in due salti all’uscio, sporse metà della persona,
raggiunse l’Arena che non aveva ancora toccate le scale.... e con un
colpo di tosse lo richiamò...
Arena diede alla sua volta in una risata, gli voltò le spalle, finse di
uscire...
— Buon viaggio, Arena... mi dispiace per quel povero ragazzo che
rischia d’essere fucilato, fischiò il vecchio serpente quando Arena
toccava la soglia dell’uscio per andarsene.
A quella parola _fucilato_, Salomone restò quasi pietrificato, un
freddo sudore gli scorse per l’ossa e non ebbe per alcuni istanti il
coraggio di fiatare.
Poi asciugati i diacciati goccioloni del volto si fece ancora avanti e
disse:
— Siamo onesti Tacchini! 200 mila possono bastarvi...
— Mezzo milione — fece il Tacchini ghignando a quella invocazione
all’onestà, e gongolando di gioia nel vedere il nemico prossimo
alla resa. — È impossibile.... se volessi non avrei tanto danaro....
arriverei tutt’al più ai 250 mila.
Tacchini gli sorrise e disse a bassa voce ancora una parola.
Arena tornò indietro; Tacchini lo invitò a rientrare e rientrò.
— Non ci riscaldiamo il sangue come i ragazzi. Dunque dite che non
potete dare che 300 mila.
— L’ho detto, Senatore, non un soldo di più.
— Ebbene, voglio mostrarvi che sta a cuore anche a me quel bravo
giovine.... toccate la mano, caro suocero.
Salomone stese la sua mano grossa e pelosa nella gialla e scheletrita
del Senatore, e il patto satanico fu suggellato.
XXI.
MANOVRE.
Salomone Arena non frappose indugio a tornare al suo villaggio,
deciso ad affrettare l’adempimento del suo contratto. Egli conosceva
l’amore di Giusta per Giorgio, e per quanto la ritenesse una puerile
esaltazione, pure gli era forza confessarsi che il carattere di Giusta
era tra quelli che contro la violenza si spezzano e che solamente colla
persuasione si piegano.
Si preparava perciò a vincere cogli inganni ma capiva che per
prepararli gli sarebbe occorso tempo e pazienza. Ad ogni modo se gli
stratagemmi non gli fossero riusciti avrebbe adoperata tutta la forza
di cui la sua paterna tirannia fosse stata capace.
Lungo il viaggio abozzò il progetto, e giunto al villaggio l’aveva
compiuto.
Egli non era così ignaro delle astuzie degli amanti per non essere
persuaso che anche lontano l’artigliere Santafiori avrebbe trovato
il mezzo di scrivere alla sua Giusta. Gli restava soltanto a
scoprire questo mezzo, e almanaccando non tardò a persuadersi che
l’intermediaria delle corrispondenze clandestine doveva essere Livia,
la sorella stessa di Giorgio. Ma non era certo, e prima d’ogni altro
passo risolvette assicurarsene.
Giunto al villaggio, prima ancora d’entrare in casa sua, si diresse
difilato al Maresciallo de’ Carabinieri Malagana e gli parlò in questi
termini:
— Maresciallo: vengo da Torino: l’augusta casa del nostro Re è
minacciata da una rivoluzione che pare abbia le sue radici in alcuni
traditori dell’esercito. Fra questi scellerati, il senatore Tacchini
ha fondata ragione per credere che vi sia anche Giorgio Santafiori
del 1.º d’artiglieria, ed io ebbi l’incarico di far sorvegliare il suo
carteggio. Vi prego perciò, e all’uopo vi invito a far trattenere tutte
le sue lettere che venissero al villaggio a sua sorella, da lui, ed a
consegnarmele. Lo farete?
— E perchè no? tutto per il servizio del Re — rispose il Maresciallo.
In quei tempi d’arbitrio non c’erano che i rivoluzionarii che
pensassero all’inviolabilità del suggello epistolare, e ognuno credeva,
dal Re all’ultimo dei suoi servi, che arrestare le lettere d’un uomo
sospetto era un dovere di coscienza ed un atto meritorio.
Salomone entrato in casa atteggiò il suo volto ad un profondo dolore;
si stroppicciò iteratamente gli occhi per fargli credere stanchi da
un lungo pianto e si lasciò cadere sopra una sedia. Nè la signora
Angelica aveva mai veduto suo marito, nè Giusta, nè Virginia il loro
padre a quel modo. Bisognava essere educate alla scuola della finzione
per leggere traverso la maschera di quel volto. Tutte credettero, e
furono d’attorno al misero uomo ansiose e commosse a chiedergli quale
disgrazia gli fosse sopraggiunta.
Salomone si agitò lungamente in cupe smanie come se gli pesasse rendere
partecipe la sua famiglia del suo affanno; poi alla fine, eccitato
dalle lacrime delle donne a parlare, si sfogò a un tratto così:
— Ci hanno imprigionato il figliuolo. Adolfo fu colto, credo per
errore, lo credo fermamente, in una sommossa di studenti e fu tradotto
a Fenestrelle.... e — Salomone s’arrestò.....
— Ebbene? — chiese Giusta la più agitata di tutte.
— Ebbene: lo sottoporranno a un giudizio statario e sarà....
Salomone s’arrestò di nuovo nascondendosi il volto tra le mani e
urlando come un torturato. Avrebbe dato uno de’ suoi poderi per poter
trovare in quel momento un po’ di lacrime anche finte; ma la menzogna
di questo sfogo concesso soltanto ai cuori sinceri gli fu interdetta.
Le donne però furono ugualmente spaventate e insistettero perchè
continuasse.
— Quando volete che vi dica tutto... se non interviene un miracolo del
cielo, sarà fucilato.
La signora Angelica svenne: Giusta diè un grido e s’affrettò a
soccorrere sua madre: Virginia restò a confortare suo padre.
Dopo alcuni istanti di pausa, e quando il primo impeto di terrore parve
quietato, Giusta si voltò al padre e con un tuono di voce che spirava
tutta la solennità e la mestizia d’un giuramento, disse:
— Padre mio, se per salvarlo credeste utile la mia vita, essa è vostra.
Ma se frattanto occorresse molto denaro, vi pregherei a dare tutto
quello che un giorno mi potrebbe appartenere. La povertà mi pare bella,
comprata a tale prezzo.
— Oh date tutto.... tutto.... la mia dote, il mio sangue, — disse
Angelica — ma salvatelo.
Virginia in questa gara di sacrificii stava ad ascoltare.
Salomone si rivolse a Giusta e parlandole per la prima volta in vita
sua con un accento d’insolita affabilità, le disse:
— Grazie, Giusta, forse verrà il momento in cui ti chiederò
l’adempimento della tua promessa. Però ora non disperiamoci: c’è ancora
un mezzo e dipenderà molto da noi per metterlo in opera.
— Un mezzo, padre mio? e perchè tardiamo allora? — fece Giusta.
— Per ora non posso manifestarlo. A tempo e luogo lo saprete; intanto
preghiamo il Signore che ci tenga nella sua santa protezione. Prendete
Angelica: è un luigi nuovo, farete dire a Don Fulgenzio una messa
secondo la nostra intenzione.
E acquetate con altre parole le tre donne uscì di casa in cerca
del Malagana. Il Maresciallo aveva appunto nelle mani una lettera
proveniente da Torino alla sig.a Livia Santafiori.
— È qui il morto, — disse il Maresciallo mostrandola al Sindaco.
— Date.... date subito: bisogna che legga e che ci faccia sopra il mio
rapporto. — E pigliata la lettera andò a rinserrarsi nel suo gabinetto
del Palazzo Comunale e ne stracciò il suggello.