Il silenzio è come la pausa nell'uragano. CORRADO BRANDO si

appressa alla tavola su cui sono ordinate le armi; prende una

carabina e la esamina. Il servo RUDU rimane in piedi, attento. Egli

è di membra snello asciutto e muscoloso come quei veltri sardeschi

addestrati alla _piga_ contro la bestia e l'uomo, fosco in viso

come un indigeno dell'Alto Egitto, raso i neri capelli, nerissimo

gli occhi sagaci tra cigli lunghi e folti, con tutti i piani

faciali dalla fronte al mento ridotti su l'osso alla più semplice

singolarità quali nel masso calcàrio li scolpiva l'arte egizia

dell'Antico Impero.

CORRADO.

L'armaiuolo ha portato le cartucce a palla d'acciaio?

RUDU.

Sì, _su mere_.

CORRADO.

Caricate con diciotto grammi di polvere?

RUDU.

Sì, _su mere_.

CORRADO.

E quelle a palla espansiva?

RUDU.

Anche. Tutto è pronto, se vuoi partire súbito.

CORRADO.

Guarda: non è stato rimesso il pezzetto d'avorio nel mirino.

RUDU.

Perdonami, _su mere_. Ma quella è la carabina di Archèisa, e credevo

che tu volessi ricordarti del libbah quando gli sparasti in bocca,

quasi a corpo a corpo, dalla zeriba sfondata.

CORRADO.

Hai ragione, Maureddu. E il sole del Tropico non mi brucerà la pupilla!

Hai riguardato i due Winchester? e il mio revolver Colt?

RUDU.

Non ci pensare. Tutto è fatto.

CORRADO.

Metti le cartucce nella mia cinta.

RUDU.

Di già, _su mere_?

CORRADO.

Voglio caricare tutte le armi. Sfibbia le fonde. Togli dalla custodia

il Paradox.

Il Sardo nasconde la sua inquietudine con un

sottile sorriso.

RUDU.

Siamo di già stasera a Sigalè, in mezzo al bosco? _Sa vida pro sa vida,

sa pedde pro sa pedde!_

Si appressa alla tavola, eseguendo il comando.

CORRADO.

Ah, Rudu, non servo ma compagno, buon compagno, che darei per esserci

stasera con te in un cerchio di fuochi! Ti ricordi la felicità

di quella sera quando per la prima volta rimanemmo soli, con la

piccola scorta, prima di giungere a Milmil, in quel mare d'erba dove

pascolavano le antilopi e gli onagri? A un tratto vedemmo un leone

sopra una guglia di termiti crollata, che ci guardava fiso. Era il

primo. Scomparve nella macchia, avanti ch'io potessi mirarlo. Ci

avvicinammo. Aveva lasciato sul posto la metà d'una gazella, che tu

cuocesti al tuo modo sardo nel calore della fossa cavata in terra; e

non facemmo mai cena più allegra. Te ne ricordi?

RUDU.

E come no, _su mere_?

CORRADO.

Dopo, prendesti la tua _launedda_ e sonasti un'aria della tua Planargia

su le tre canne dispari; e dopo cantasti una canzone della Vega, che

non pareva nata nell'agrumeto della tua isola triste ma nella stessa

terra dov'eravamo distesi e dove tu l'avevi ricondotta. E gli Arabi di

Massaua e gli Assaortini e i Beni-Amèr ascoltavano in cerchio immobili,

come se il tuo canto non fosse straniero ma venisse dal fondo della

loro infanzia. E la patria non più era dietro di noi ma davanti a noi,

di là dalle alte erbe in fiamme, nella notte piena di odore leonino e

di pericolo.

Apre con un colpo secco la carabina e introduce le cartucce.

Ah, frade, gran miseria! Credi tu che il piccolo fatto senza sangue

possa affascinare la ragione del combattente come il segno di gesso

bianco affascina il pollo steso giù? Tu sei buon giudice: sei della

razza dura che usava affrettare la morte all'agonizzante soffocandolo

coi guanciali dell'accabadora. Non era il tuo compare quel bandito di

Dualchi che disse: «I morti li seppellisco nel mio fegato?» Tu dimmi

se un sol movimento debba valere contro tutta una vita libera alzata su

due talloni.

Con un colpo secco chiude la carabina, e la

depone su la tavola.

RUDU.

Che vuoi ch'io ti dica, _su mere_? Non t'intendo ma vedo che stai in

corruccio. Se posso toglierti la spina, comandami. Non ho spavento

di nulla, per te. A Olda mi domandasti di cantare nella tortura, e

t'obbedii.

CORRADO.

E un ostacolo molle arresterà colui che canta nella tortura?

RUDU.

No, _perdeu_.

CORRADO.

M'hai ricordato il giorno in cui volemmo non più essere uomini, ma

qualcosa di meglio. Vincemmo i bruti e il destino.

RUDU.

Tu vinci sempre, _môti_.

«Môti», la parola che nel paese dei Galla designa

il Capo di genti, ritorna in bocca al discendente

degli antichi Balari.

CORRADO.

Sempre, ma nel deserto. Facemmo consiglio, prima d'affrontare il

rischio cieco. Te ne rammenti? Niente acqua; ancóra qualche striscia di

carne secca; le vesti lacere; rotte le suola; lasciate quasi tutte le

bestie e le some nella selva di spini inestricabile; fuggita la guida;

chiusa la via prescritta; dinanzi a noi il villaggio in armi; con

noi due soli cuori, i nostri, e il resto carogne. «Devieremo guadando

il fiume o entreremo a Olda?» Ecco la moneta coloniale romana che tu

trovasti a Montarvu quando saggiavamo la vena del ferro. L'ho sempre

meco.

La trae di tasca e la mostra al servo.

Allora la gittammo in aria per interrogare la sorte. La testa: deviare.

L'aratro: andar diritto. Sei volte la gittammo, ostinati; sei volte

venne la testa. Tu mi guardavi nelle pupille; e facesti: «Va diritto.

_Tocca! a su chi escit!_»

RUDU.

Il denaio diceva una cosa e il tuo occhio un'altra, _môti_. Il tuo

occhio fa legge.

CORRADO.

Andammo al supplizio! Rudu, oggi è peggio che davanti a Olda. Voglio

di nuovo interrogare la sorte. Partirò? Non partirò? _Rughe o crastu_.

Tieni. Tu gettala.

Gli dà la moneta romana.

Partire: la testa. Restare: l'aratro.

Il servo esita e lo scruta.

Mi guardi?

RUDU.

Che vale il giuoco, se tu vuoi quel che vuoi?

CORRADO.

Mi leggi nell'occhio?

Il servo cerca di penetrarlo a dentro, inquieto.

RUDU.

Questa volta no.

CORRADO.

Getta, dunque. Aspetta. Non sul tappeto ignobile. Prendi quella pelle

di leone e stendila. Ti ricordi? L'altra volta eravamo in un sentiero

d'ippopotami, che conduceva al guado, tra le canne rotte.

Il servo toglie la pelle di sul divano e la

stende.

Bene, così. Getta.

Il servo non dissimula la sua ansietà. Getta in

aria la moneta romana che ricade su la spoglia

ferina; poi si curva; si mette quasi carpone per

meglio accertare il responso.

RUDU.

L'aratro.

CORRADO.

Restare! Prova ancóra una volta.

Il servo, senza levarsi, rinnova il tratto, poi

si curva.

RUDU.

L'aratro.

CORRADO.

L'ultima volta.

Il servo ripete la prova.

RUDU.

_S'aradu!_

Egli volge il capo in su, tentando di sorridere.

Allora si parte? _Tocca! a su chi escit!_

Ma il violento non gli bada, ripreso

dall'agitazione oscura. Un fantasma odioso si

genera dentro di lui; però la voce è pacata e

lenta dopo l'intervallo.

CORRADO.

Rudu, imagina ch'io sia nel porto, già sul ponte del battello, voltato

a proravia. Ecco che uno sconosciuto s'avanza e mi mette una mano su la

spalla. Tu che fai?

Il servo si leva di su la pelle a poco a poco,

ascoltando. A mezzo del suo levarsi, scatta colla

rapidità dell'istinto; e fa il gesto primitivo

della sua gente che con la pietra acuminata rompe

il cranio del nemico abbattuto.

RUDU.

_Ddi pisto sa conca._

Il _môti_ aggrotta le ciglia, con un lieve

fremito. Poi scrolla il capo; e s'avvicina alla

finestra pel cui vano si scorge una grande nuvola

di primavera, pregna di luce, sospesa nel vespro.

CORRADO.

Senti gracchiare i corvi su la Torre delle Milizie? Si posano sempre a

quest'ora. Fra poco è sera. Senti il romorìo degli insetti umani? Non

avendo stasera la zeriba nel deserto, bisognerebbe che io avessi una

torre nell'Urbe e che io v'accendessi il mio fuoco per ardervi la mia

libertà il mio orgoglio e la mia idea. Questa è una gabbia miserabile;

però non c'è bisogno di bitumi per incendiarla: basta uno zolfino.

Parla come in un súbito accesso di selvaggia

allegrezza. Poi rincupisce.

Rudu, non badare a quel che dico. Imagina ch'io abbia bevuto

l'idromele, e che mi ritorni la smania della guerra. Da ora in

poi, prima di aprire la porta, fa come nel tuo paese: guarda per lo

spiraglio.

RUDU.

Hai un nemico, _môti_?

CORRADO.

Sono un nemico.

RUDU.

Fa che io t'intenda, se ti devo obbedire.

CORRADO.

Non importa.

Il fedele china il capo, e mormora tra i denti i

modi del suo linguaggio.

RUDU.

_Veru est. Resones tenes._

CORRADO.

Forse converrà che io ti separi da me, buon compagno.

RUDU.

Che dici mai, _su mere? Ite diaulu ses nande?_

Il sogno parla nel violento con un accento

profondo e puro.

CORRADO.

Ti duole di ritornare lassù a Santu Lussurgiu, al tuo vulcano nericcio,

dove ti trovai? Sei nato dentro un cratère spento, che si ridesterà.

Che fiera culla, Rudu! Non ti sta nel cuore? Fra il Logudoro e

l'Arborea, tra i sepolcreti giganteschi delle più antiche stirpi, tutta

chiusa in una chiostra di basalto e aperta soltanto a ostro-libeccio,

al soffio dell'Africa. Sembra la figura espressiva del più maschio

fato. Ti ricordi quando ascoltavamo il vento d'agosto che portava

gli stormi rossi allo stagno di Cabras? Io ti dissi: «Vieni con me,

_homine de abbastu_». Tralasciammo d'esplorare la miniera esausta sul

Monteferru per seguire la vocazione d'oltremare. Ora va, tornatene

lassù; e in ogni primavera, quando la tua tanca s'empie d'asfodeli,

accendimi un fuoco di lentisco sopra un nuraghe per memoria e non mi

dimenticare nei tuoi canti.

Un dolore severo annobilisce il volto

dell'isolano.

RUDU.

Perché mi scacci? Che male ti feci, _su mere_?

CORRADO.

Non ti scaccio. Mi accomiato.

RUDU.

Parti, dunque.

CORRADO.

Non so per dove.

RUDU.

Né te lo domanda il tuo servo. Ovunque ti segue, e non parla.

CORRADO.

E se io dovessi morire?

RUDU.

Morire!

CORRADO.

Tanto ti stupisci? Mi conservi la fede di Olda? Ma non ho immortalità

fuori del deserto, ti dico.

RUDU.

Non mi parlare _lontano_.

CORRADO.

Se parlo con te, figlio del cratère, parlo anche con la mia malinconia.

Guarda i pini della Villa Aldobrandina come s'arrossano! Pensa che

risentirai l'odore degli aranceti di Milis, che rivedrai le tue sorelle

cucirti il gabbano d'orbace, la tua madre ammonticchiar la cinigia

dentro il cerchio dei sassi, perché tu dorma su la stuoia co' piedi

vòlti al focolare...

RUDU.

M'hai fatto il cuore duro, lo sai, alla stregua del Monteferru. E

perché ora me lo vuoi fendere? Quando venni con te, dimenticai il

focolare e la via del ritorno. E tutti i legami io li disfeci per

rifarne uno solo; e tanto io lo seppi ben torcere — perdonami — che

neppur tu lo puoi più rompere.

CORRADO.

Un'altra parola d'amore, un'altra ala che batte su l'orlo della

voragine!

Il volto gli balena. La súbita sollevazione ha

quasi l'apparenza d'un breve delirio.

O Rudu, e quale potrebbe essere il cómpito di colui che sopravvivesse

al giorno santo? Tu non lo sai, né io forse lo so. Né tu cerchi

d'intendere. Ma tu sei ancóra capace di cantare con una voce più ferma

in un supplizio più crudo, se io te lo comando; e tutta la tua razza

io la sollevo in te, con tutti i suoi eroi dormenti. Come tanta forza

e tanta fede si possono disperdere prima d'andare al segno? Un muro

costrutto da schiavi ciechi può distruggere l'orizzonte aperto dal

veggente? Io ho ricevuto dianzi un annunzio di perpetuità. Il germe

della mia virtù futura è custodito da una sfinge che m'ha svelato

l'enigma. Credo che dal più remoto deserto io lo sentirò schiudersi in

mezzo al mondo e volgersi verso il mio sole. O cuore fedele, ha ragione

il tuo grido: io non posso morire. Le mie piaghe mortali son divenute

cicatrici vivide che il sangue urta col suo battito più forte. Anche

questa volta io voglio afferrare il destino alla gola e ridermi del

suo responso. L'aratro! È fatto pel solco, e la prua gli somiglia.

Quella moneta fu tratta da un sepolcro: il suo posto è tra i denti

di un cadavere. Non la raccogliere! Ma preparati. Vedi, ho la fronte

in sudore e non agonizzo. Domani il maestrale si porterà via la mia

febbre. Però — l'ho detto — la mia sete io non la estinguerò se non ai

pozzi di Aubàcar... Su, Rudu, all'opera. Ti darò una mano.

Inquieto e vigile il servo tende l'orecchio verso

l'uscio come per cogliere un suono.

Non ti muovi! Che ascolti?

RUDU.

Qualcuno suona alla porta.

CORRADO.

Hai udito?

RUDU.

È la seconda volta.

Per istinto, la statura dell'uomo di guerra si

erge. Ogni segno di smarrimento scompare. La voce

riprende il suo tono metallico.

CORRADO.

Guarda chi è, poi torna.

S'addossa alla tavola delle armi, fitto lo

sguardo all'uscio per ove il servo esce e

rientra. Raccogliendosi l'ombra sotto la grande

arcatura delle ciglia, sembra cresciuta la

prominenza della fronte contratta; alla luce

obliqua ogni lineamento rilevandosi, tutto il

volto indurito e incrudito è come la maschera

granitica della Risolutezza.

RUDU.

È il tuo amico, _su mere_.

CORRADO.

Chi?

La risposta è sommessa, accompagnata da un lieve

cenno espressivo.

RUDU.

_Su frade..._

Un'indicibile onda si spande su la maschera e la

spetra. Succede un attimo di esitanza. La parola

è sorda.

CORRADO.

Entri.

Il servo si ritrae per introdurre il visitatore.

CORRADO si distacca dalla tavola, movendo un

passo.

Entra VIRGINIO VESTA; e l'uscio si riserra dietro di lui. Sembra

che nel giro d'un giorno egli abbia vissuto vent'anni di vita

carichi di lutto; ma una indòmita volontà di salvezza arde ne'

suoi occhi gravi. Stanno l'uno di fronte all'altro i due amici e si

guardano, per alcuni istanti in cui la ruota dell'intima vita gira

vertiginosamente. Il palpito dei cuori, al primo parlare, fiacca la

voce nelle gole aride. Quegli che primo parla ha la parola quasi

sparente, come per lo sforzo di toglierle ogni qualità corporale

affinché meno pesi, meno offenda.

CORRADO.

Perché vieni, Virginio? Una sola pena mi pareva di non poter patire,

fra tutte, dall'ora di ieri a questa: il tuo sguardo senza minaccia. E

perché stringi me e te in quest'orrore? E che mi dirai? e che ti dirò?

Vedi che quasi non so parlare. Sento che il solo suono della mia voce

ti fa soffrire orribilmente.

VIRGINIO.

No. Più male non puoi farmi. E perché tanto male tu m'abbia fatto,

guarda, non te lo chiedo. Ma certo, se bene così parli, sento che la

tua voce passa tra i tuoi denti...

CORRADO.

La belva! Vieni per giudicarla?

VIRGINIO.

Non giudico. Sono anch'io nel cerchio d'inferno in cui ci hai cacciati

e serrati all'improvviso. Si può urlare di dolore o di furore, ma

non giudicare. Anche in me oggi non parlano se non gli istinti. Il

primo sforzo per mozzare il grido e l'imprecazione, per tener diritte

nella mia schiena le vèrtebre che si disgiungevano, lo sforzo contro

l'annientamento io l'ho compiuto. Vedi, resto in piedi. Ma ora sono

come in mezzo a un incendio: non vedo, non odo se non in confuso: non

giudico: ho tutta la forza e tutta la volontà nelle due braccia per

prendere, per portare qualche cosa di umano a salvamento.

CORRADO.

Quel che è umano non può più essere salvato omai, povero Virginio; e il

resto è fuori d'ogni offesa e d'ogni sciagura. Se io parlassi, tu non

m'intenderesti.

VIRGINIO.

Tuttavia bisogna che tu parli e ch'io sappia.

CORRADO.

Che vuoi sapere? Maria era qui dianzi.

VIRGINIO.

L'ho veduta uscire.

CORRADO.

L'hai scontrata? Ti sei mostrato a lei?

VIRGINIO.

No, non ho osato. Andava in fretta ma quasi senza passo, come portata

dal vento o dall'anima sola. Però sentivo che, se si fosse arrestata,

sarebbe caduta a terra e là rimasta. Forse soltanto le mani di sua

madre potranno toccarla senza farla morire.

CORRADO.

Morire! E che sai tu? e che conosci tu di lei? Tu ne parlavi come della

sorgente e dell'erba. Ma io con tutte le violenze della mia guerra, tu

con tutta la tua volontà di beneficio, non eguagliamo il suo potere.

Ella ha fatto la sua vigilia nel gelo della morte, con la finestra

aperta su l'alba, a piedi scalzi come chi deve passare all'altra

riva. Ed è passata di là; ed ora, con tutta la sua innocenza va verso

la madre dolorosa per rinascere «armata e pronta». Intendi tu questa

parola? Un soffio ha disperso i limiti del focolare ma ha creato un più

grande spazio per un più gran respiro. Ella è un indizio di libertà, il

preludio di un canto inaudito. Io mi sono inginocchiato dinanzi a lei

per renderle grazie d'una promessa non fatta a me, che forse sto per

scomparire, ma a tutta la mia razza imperitura. Il travaglio divino che

affatica l'oscurità della massa umana, ecco, a un tratto ha toccato la

cima di quel cuore per dar segno di sé, per rivelarsi. La più profonda

fibra della mia virtù ha sussultato come non mai. M'è parso che nel

germe ancor cieco del nuovo essere sia entrata la più fulgida favilla

del mio spirito. «Dunque la schiava subdola e funesta potrà divenire un

giorno la compagna e la custode animosa fino alla morte e oltre?» «Sì»

ella risponde; e più non conosce né l'uso né il costume né il limite;

ma, pari alla stessa vita, si sente capace di tollerare tutti i mali.

Ah, neppur tu con la tua voce fraterna hai mai detto il suo nome come

oggi io l'ho detto!

Misto di giubilo e di sgomento irrompe dal

profondo cuore il grido del fratello attònito.

VIRGINIO.

L'ami?

Egli lo guarda come se gli apparisse in un

aspetto inopinato. Ma il fervore dell'altro si

spegne in una tristezza severa.

CORRADO.

Virginio, so in quale ansietà, anzi in quale terrore il tuo grido ha

risonato dentro di te.

Dopo una pausa, egli pronunzia la domanda

improvvisa con una singolare chiarezza.

Chi sono io oggi?

Soffocato dall'emozione, VIRGINIO resta muto.

Non rispondi? Mi guardi. Cerchi perdutamente la risposta nel mio volto.

VIRGINIO.

Da ieri, dall'ora in cui mi dicesti che non potevi più essere il mio

amico, rivedo per lampi interrotti il tuo volto qual era nel sonno

quando tu dormivi nel letto accanto al mio, lassù, in quella stanza

nuda.

La voce trema nel ricordo. In quella di CORRADO

comincia una strana ambiguità, per súbiti

contrasti di tristezza e di acredine, di veemenza

e di oppressione.

CORRADO.

E non ti sbigottivi del mio aspetto nel sonno? Non scoprivi nell'amico

il nemico?

VIRGINIO.

Dormivi sempre senza guanciale, col braccio sotto la testa, sicuro e

leggero come se ti sostenesse la terra e ti proteggessero le stelle.

CORRADO.

Se la sorte vorrà che tu ti pieghi sul mio corpo liberato dal soffio

che lo brucia, rivedrai quella pace. Ora tu cerchi un altro segno,

forse un marchio infame. Non lo trovi.

Incalza di súbito, quasi aggredisce, come se

volesse combattere a cuore a cuore.

VIRGINIO.

Corrado!

CORRADO.

C'è ancora una speranza, in fondo a te, che vacilla. I miei occhi

penetrano più a dentro.

VIRGINIO.

Corrado!

CORRADO.

Ieri — era quest'ora — ti confessai la tentazione selvaggia. Vuoi che

oggi io ti confessi il resto? Sei venuto per questo? Ti avvicini perché

io ti parli piano... Dimmi: che sai?

È come una sfida ardente, con qualcosa di

sfrontato che dissimula l'orgasmo febrile. Ma la

risposta è come una implorazione.

VIRGINIO.

Non sono il tuo giudice: sono ancóra il tuo fratello, rinnegato e

ferito, ma pertinace. Non t'interrogo: ti dico che agonizzo sotto un

peso lùgubre. Metti un termine a quest'agonia. Non senti come la vita

precipita? Pare che in ogni attimo si dissolva una zona del mondo...

CORRADO.

Affréttati. Che sai?

VIRGINIO abbassa la voce, sotto il fantasma

indistinto che li copre entrambi.

VIRGINIO.

L'uomo della bisca, quello a cui volevi pagare il tuo debito con una

moneta che portasse la tua effigie, si chiamava Paolo Sutri.

CORRADO.

Ebbene?

VIRGINIO.

La mattina dopo fu trovato esanime nel suo letto.

CORRADO.

Aveva il colpo di grazia somalico nel collo, sotto la nuca? il taglio

di riconoscimento?

VIRGINIO.

Il demone ti riafferra! Ancóra il sarcasmo? Tu m'avevi parlato della

mano «che uccide con precauzione». Una mano cauta ed esperta l'aveva

spento.

CORRADO.

Quale?

VIRGINIO.

Prima spento, poi derubato. Scopo dell'assassinio era il furto? Il

sospetto cadde su Simone Sutri, sul nipote avverso. Ieri fu preso, già

rilasciato stamani, riconosciuto incolpevole.

CORRADO.

E allora?

Un'irrisione malvagia gli lampeggia nel viso e

glie lo contrae in un cipiglio quasi di minaccia.

Egli si muove qua e là per la stanza come per

ingannare il suo bisogno di combattere. Poi si

volge con impeto, inebriato di ribellione.

O tu che resti muto e ti sforzi di nascondere il ribrezzo se m'accosto,

conosci quella sentenza superba? Un nudo spirito si levò su l'eccidio

e sul bottino, esclamando: «Se questo mio è un delitto, io voglio che

tutte le mie virtù s'inginòcchino davanti al mio delitto».

Proteso verso di lui, fremente, VIRGINIO tenta

respingere col suo grido l'inesorabile certezza.

VIRGINIO.

L'hai compiuto? L'affermi?

CORRADO risponde da prima più pacato, velando il

suo rancore con un'ombra di spregio.

CORRADO.

Non affermo se non la parola di un'audacia senza nome. Però tu ieri

udisti il racconto della tentazione notturna. E che mai mancò perché

l'impulso si esternasse in atto irreparabile? Un nulla. Non ero nella

foresta, non avevo la lancia in pugno, né la sabbia nell'altra mano.

I testimoni erano di troppo. La scarica si arrestò nei muscoli del

braccio. Tuttavia ben mi vedesti capace del crimine, pronto allo

scatto, al balzo. E che t'importa il resto? Ma là, alla tavola del

giuoco, nello scompiglio delle sorti, era una carne di goditore o

una volontà di asceta, una bassa cupidigia o una fatalità eroica? Tu

hai parlato di assassinio e di furto. Conosci dunque i nomi che mi

convengono. Ieri ti rimasero in gola; oggi son fuor di tempo.

Ancóra in quel terribile giuoco d'invettiva

e d'ironia, in quella disordinata vicenda di

freddezza e d'ardore, Virginio resta afferrato al

suo dubbio e non l'abbandona, se bene spasimando.

VIRGINIO.

Tu mi ricacci nell'ambiguità, mi prolunghi l'ambascia, mi squassi fra

la tua ragione e il tuo delirio. Ma tu potresti con una sola parola

disperdere l'orrore che s'è addensato intorno a noi, rimuovere la cosa

corrotta che è là e che c'ingombra.

CORRADO.

Tutta la bellezza di un mondo ideale gravita dunque oggi, per te,

intorno al cadavere di un baro! Se il piccolo fatto senza sangue

esiste, tutto cade nel nulla, precipita nell'annientamento e nella

esecrazione, per forza della legge umana. La vita di colui non

valeva quella di un lupo, perché la specie del lupo si fa ogni

giorno più rara, mentre la genìa di colui si moltiplica ogni giorno

nell'ignominia, brulica e striscia, infetta tutto quello che tocca,

insozza tutto quel che divora. I vermi nel nostro pane quotidiano

son necessarii? Se tu ne schiacci uno, quello diventa sacro, soltanto

perché non si divincola più? La coscienza armata di castighi insorge

a vendicarlo. E che diventa il colpevole allora? L'attributo del suo

atto, null'altro, in perpetuo! Egli può essere un desiderio indòmito

che non seppe attendere, uno spirito veloce e infaticabilmente vivo, un

impeto magnifico scagliato verso una mèta più severa della morte. Egli

può aver passato i suoi anni a fortificare e ad esaltare la sua volontà

con una disciplina implacabile. Lungi alle solite fanfare d'eroismo

che riscaldùcciano i cervelli e i cuori senili, egli può aver foggiato

crudamente sé medesimo per il diritto di promettere, per il dovere

di adempiere qualunque più folle promessa fatta al suo corpo e alla

sua anima. Ed ecco, è maturo per essere un Capo, un battitore di vie

ignote, uno scopritore di nuove stelle. Capace di dare tutti i giorni

alla sua opera la sua vita intera, capace d'inalzare tutti i giorni —

non importa come, non importa dove — la sostanza del suo sogno, egli

è degno della più disperata vittoria. L'Amore lo riconosce. La prova

della sua dignità è nel miracolo invisibile. Accanto a sé egli ha

sentito l'aspirazione degli eroi sollevarsi in un cuore sublime come

in un vertice del Futuro. Egli ha ricevuto l'annunzio che gli mostra,

di là dalla mèta, l'erede del suo dominio, il monumento vivo della sua

vittoria. Come potrebbe non sembrargli santa la sera del suo giorno?

E voi a un tratto gli gittate fra i piedi la cosa corrotta perché egli

stramazzi nel fango e nell'onta! Una povera spoglia esangue arresterà

colui che nella terra lontana, per aprirsi il varco, mise a ferro e a

fuoco le tribù! Volete castigarlo? Perché non poteste costringerlo a

putrefarsi nell'inerzia, ora volete troncargli le mani che hanno osato

di affrettare il destino? Chiunque possegga sé, per essersi conquistato

a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il diritto di

punirsi o di farsi grazia, e non lo concede ad altri. Se il cerchio

si serra, egli vuol dedicare ancóra qualche sacrifizio umano in un

gran rogo alla sua libertà, perché almeno gli schiavi dalla piazza si

volgano in su e si ricòrdino...

Vede VIRGINIO rosseggiare il delitto come una

porpora su quell'orgoglio indomabile.

VIRGINIO.

Ma chi difendi tu?

CORRADO.

Me stesso.

Reclina VIRGINIO il capo sotto la percossa e

nasconde tra le palme la faccia estenuata.

L'altro non si placa: anzi la sua amarezza

sembra invelenirsi. S'accosta egli al reclinato

e lo guarda. La profondità della stanza è già

nell'ombra, ma i teschi e i trofei brillano su le

pareti al riflesso della nuvola.

Piangi su me? Io merito un addio più virile.

Più che l'amore: Tragedia moderna Preceduta da un discorso e accresciuta d'un preludio d'un intermezzo e d'un esodio. · 第 7 / 9 段