VIRGINIO si scopre, e il suo volto un po' livido

dà imagine di colui che toccò il fondo del gorgo

e risale alla superficie per trarre il respiro.

VIRGINIO.

Non piango. Chiudo gli occhi per veder qualche luce nel fondo.

CORRADO.

Luce di salvezza? Non la cercare. Pentimento? espiazione? La tua luce

non è la mia. Già ieri te lo dissi. Io non posso più essere il tuo

amico né appressarmi a te. Obbedisci alle tue ripugnanze. Volgimi le

spalle. Lasciami solo. Giudicami bandito. La mia ultima ragione è nelle

mie armi cariche.

VIRGINIO.

Non giudico: mi offro.

CORRADO.

Il tuo aspetto ti smentisce. Tu non puoi non calunniare il mio atto.

VIRGINIO.

Non io lo calunnio. Ma l'evento può abbassarlo, rendendolo inutile.

Pensa!

CORRADO.

Abbassarlo davanti a chi? Tu vuoi ricondurre nel mio silenzio il

rumorìo della strada. Non l'udivo più; né posso più udirlo. Una sola

cosa ho temuto; e te ne serbo rancore perché l'orribile angoscia

mi veniva da te, dal tuo contatto: ho temuto di commettere una

viltà contro la mia follìa, di disconoscerla, di difformarla, di

avvilirla. Ieri, quando uscii dalla tua casa, uno sgomento improvviso

mi scompigliò le forze. L'imagine, che m'era divenuta estranea,

s'impadronì della mia coscienza e vi diffuse una specie di torpore che

m'impediva di scacciarla, se bene mi fosse intollerabile... Non eri tu

che tentavi di esiliarmi da me stesso e di falsare la mia anima?

VIRGINIO.

Io ho tentato di combattere in te quegli istinti che tu chiami i tuoi

cani selvaggi quando latrano sotterra e il tuo spirito tende ad aprire

tutte le prigioni. Inutilmente. E tu ieri m'accusavi di non voler fare

la guerra per te, come oggi mi gridi ch'io ti volga le spalle e che

io ti lasci solo. Ma ieri, verso quest'ora, io mi trovai per alcuni

attimi presso la tavola del mio lavoro, tra il mio amico d'infanzia

e la mia unica sorella. Oggi mi ritrovo tra un amore disperato e un

delitto nascosto. Non vengo a imprecare né a chiedere pentimento ed

espiazione. Conosco le furie dei fiumi, le rovine dei ponti. Non piango

dinanzi alle violenze della vita ma mi offro. Forse non comprendo, ma

non giudico. Però sento ancóra vivere l'eroe che è nella tua anima;

e riconosco una sola necessità imminente: che la causa del tuo atto

s'illumini, che tu abbia il modo di trasmutare la tua frenesia in

eroismo, di riscattare il tuo delitto col tuo prodigio. Tu hai bisogno

dell'Oceano e del Deserto per ridivenir puro. Io non ti grido: Rimani!

Ti grido: Parti, va, còpriti di gloria, vinci la morte!

Si dischiude il cuore serrato; e sembra che da

lui si fuggano per un poco i rancori i dispregi

le rivolte, e non resti se non l'alta malinconia

dell'eroe che sarà tradito dal fato ch'egli amò.

CORRADO.

O Virginio, canta anche in te il sangue della creatura che m'è cara.

Perdonami l'impazienza irosa: non è che dolore. Erano sere di primavera

come questa quando entravamo nell'ombra della chiesa: io poggiavo il

braccio su la tua spalla per contemplare il colosso di pietra «quasi

belva, quasi dio». Portagli una corona di cipresso, in memoria di

me, e deponila su le grandi ginocchia ove sognando mettemmo il nostro

avvenire.

VIRGINIO.

Che è questa tristezza mortale che t'accascia? Corrado, l'ora fugge.

Bisogna risolvere e affrettarsi.

L'uccisore è fisso, come occupato da qualcosa di

torpido. Parla sordamente.

CORRADO.

E se la brutalità del caso m'infliggesse una fine ignominiosa?

VIRGINIO.

Quale?

CORRADO.

Se io fossi raggiunto prima di entrare in franchigia? se riescissero a

prendermi vivo?

VIRGINIO.

Temi la ricerca?

CORRADO.

Nulla temo, fuorché una fine senza grandezza.

VIRGINIO.

Credi che già il sospetto possa cadere su te? Hai lasciato qualche

indizio?

Lo interroga a bassa voce, chinato verso di lui,

angosciosamente. L'altro è come trasognato e non

batte ciglio.

CORRADO.

Non so. Nessuno può sapere...

VIRGINIO.

Non ti ricordi? Non hai più nella memoria quell'ora?

CORRADO.

No. Cadde sùbito in fondo, in fondo al pozzo cupo, come un sasso che

tonfa... Non so più.

VIRGINIO.

Non eri lucido in quell'atto, come alla tavola del giuoco quando colui

levò verso di te gli occhi bianchicci?

L'uccisore sussulta, come per scuotere il

torpore. Guarda le acque salire luccicando

dall'oscurità del pozzo verso il margine.

CORRADO.

Non so... Una specie di ilarità convulsa e sorda come quando le

deformità dei sogni ci muovono un riso senza suono, che ci travaglia

la bocca dello stomaco e non si sa se sia una nausea o un tremore, e

se sia per finire o per continuare senza fine, e al risveglio ci sembra

che si disperda nei sensi intorpiditi qualcosa di demoniaco...

VIRGINIO.

Cerca nella memoria. Guarda dentro di te. Avevi perduta anche l'ultima

posta; avevi giocato su la parola, vertiginosamente, perduto sempre, a

ogni colpo... Uscisti tu pel primo? Che ora poteva essere?

Gli parla da presso, lo incalza con la sua ansia,

lo incita all'evocazione dei fantasmi profondi.

E d'improvviso la notte della città terribile

riprende a vivere nello spirito e nella carne

dell'uomo, con una potenza crescente.

CORRADO.

Ancóra notte. Afa di scirocco: qualcosa di molliccio e di tiepido

come una bava animale. Nessun sollievo nell'uscire dalla bisca fetida

di fumo, di fiati, di sudori. Anche la strada pare chiusa, anche la

piazza. Città mostruosa, notte di dissoluzione, dove vivono soltanto le

fogne. E in me una sola parola, ostinata come nella bocca di un idiota:

la parola dell'àscaro famelico e febricitante che si lascia cadere

sotto un'euforbia: _Kalas_ — basta! Ma altra è la mia fame, altra è

la mia febbre. «Basta! questo trascinìo d'accattone collerico. Basta!

questa domesticità senza salario. Basta! questa stupida fatica di

mantenere un vizio che non è il mio vizio. Andiamo! Qualunque mezzo ci

valga. Andiamo ancóra incontro alle ferite che l'aria sola cicatrizza,

alle seti che estingue un'acqua sempre nuova, alle torture che ridono

e che cantano.» Rivedo i giovani cammelli, in coda della carovana, che

presi dall'allegrezza saltano buttando all'aria il basto e il carico.

Mi fermo davanti a un gran bagliore che rosseggia nella nebbietta; e

il tremolìo del malvagio riso mi monta dallo stomaco alla gola, non

mi lascia più. Sembra che io abbia da tentare una beffa atroce. Mi

cerco addosso il conto preventivo della mia spedizione disegnata;

lo trovo. M'accosto alla caldaia d'asfalto che bolle; al bagliore

fumoso leggo nel foglio le cifre: arruolamento di àscari, camelli,

asini, muletti, balle, casse, tende... Un gran palpito; e la duna di

Brava mi riappare, la ripa dantesca della mia dannazione. «Nulla di

meglio al mondo che quel sonno selvaggio ch'io dormirò su la sabbia

oceanica, dopo l'approdo. Odio, mio odio, a te confido la promessa di

quel sonno.» E mi riappare la faccia del baro, la maschera giallastra

d'ittero, il grosso labbro azzurrigno, la collottola da abbrancare e

da scuotere. Ripeto in me: «Lascia là il bottino!» Soggiungo: «No,

non sono io il debitore». E sento che il primo movimento represso

è sempre là, prigioniero, e che deve sprigionarsi necessariamente.

Allora una specie di scaltrezza felina entra in me e s'acuisce come

nei grandi giorni di caccia. Una specie di divinazione magnetica che

s'irradia fuori del corpo ad evitare l'errore, a prevedere l'ostacolo,

a cogliere il destro. Superstizioso, m'assicuro d'avere addosso

l'ossicino che nel leone ucciso si trova profondato tra i muscoli della

spalla. Salgo di corsa su per la Trinità dei Monti come per l'erta

di Bulùlta! Sento in tutte le membra la forza elastica che non ha

bisogno d'armi. La via è là, deserta; la porta è là, chiusa. Attendo,

come all'agguato dietro la zeriba. Non so che farò, non so in che

modo si presenterà la preda. Gli incanti adunati nel mio cervello si

disperdono. La sorda ilarità demoniaca persiste. Giunge il grido fioco

di un acquavitaio; poi il rumore di una vettura, un trotto zoppicante.

La vettura viene su per la via, si ferma dinanzi alla porta. Riconosco

l'uomo; odo la sua voce grassa che dice al vetturino di attendere

finché la porta non sia aperta, e il Romanesco rinfacciargli con una

contumelia il prezzo dimezzato, frustare il cavallo, volgere per la

via Sistina, allontanarsi. Balzo dall'ombra, mentre l'uomo chino

su la serratura cerca a tastoni. Gli metto una mano sul braccio,

gli reprimo il sussulto, gli dico: «Sono io. Voglio pagar subito il

mio debito». Basta la pressione delle mie dita su la sua floscezza:

m'impadronisco di lui alla prima, come d'un sacco. Il suo pànico mi

fa pensare all'asino legato dinanzi la feritoia della zeriba, quando

il libbah si approssima. Gli tolgo la chiave, apro per lui, lo spingo

dentro, gli faccio lume. So che non ha famiglia in casa. Ma un servo

forse l'attende? Bisognerà sopprimerlo? Ho l'occhio d'un mercante di

schiavi per giudicare con un solo sguardo la qualità del carname umano

anche dissimulato dal sarto. Troppo egli ansa su per le scale: cuore

debole, insufficenza delle valvole... Le pàlpebre sono gonfie come le

vene del collo. La palpazione del medico ha già percepito il «fremito

felino» in questo tardigrado? Il riso senza suono mi manda al cervello

imagini stravaganti. Egli sembra colpito dall'afonìa. Lo ammonisco con

frasi brevi e secche. Certo, non chiamerà, non griderà. Tutto assume

la facilità d'un sogno. Non più la lotta con l'uomo ma col caso.

Entriamo. Nessuno attende. La divinazione mi guida. Giù da una scaletta

a chiocciola viene una voce sonnacchiosa che dice: «Sor Paolo?» Io

rispondo per lui con un suono inarticolato. Il resto si svolge in una

lunga ora o in pochi attimi? Non ho davanti a me tutto il lordume

civile in quel sacco di adipe che suda e che pute? Vendetta troppo

facile, quasi dolciastra, se il sale della beffa non la ravvivasse.

Egli è là, che soffia e barcolla, con l'azzurro della cianòsi nelle

labbra, nelle pinne del naso, nelle unghie, orribile e fantastico.

Gli metto sotto gli occhi il bilancio di previsione, sorridendo. «Vi

manderò alla costa un carico d'avorio dal Bass Naròk, tutto l'avorio

dei Ghelebà e dei Cherre...» Gli parlo piano, mentre gli faccio rendere

il bottino. «Spesa grave per i quattro _bulùk?_ Ma forse mi lasceranno

arruolare i galeotti nell'ergastolo di Nocra a mezza paga.» Certo il

ronzìo degli orecchi gli impedisce di intendere. Forse anche egli si

crede di sognare, di patire l'incubo. «Indice e pollice: voi correggete

la fortuna; pollice e medio: io l'affretto.» Ah quella bocca dilatata

dall'ebetudine, quel labbro paonazzo che penzola, quel luccichìo

sinistro dell'oro nel nerume della carie! Quando l'attimo funebre

scocca, rivedo in un lampo la dentatura formidabile d'un predone

amhara, bianchissima in mezzo alla faccia divenuta una poltiglia rossa;

che ancóra ha la forza di mordere il calcio della mia carabina. Scatto,

allungo il braccio, rovescio sul letto la massa molle, serro le due

carotidi nella morsa, veggo le pàlpebre battere come le branchie fuor

d'acqua, spengo l'imagine spaventosa di me in quel cervello esangue.

Egli è in piedi, con la mano inarcata alla presa,

coi denti stretti, con l'occhio torbido, con

tutta la persona scossa dal ritorno della forza

micidiale. Soffocatamente l'altro interroga

tuttavia.

VIRGINIO.

E dopo? Uscendo non fosti veduto da nessuno?

L'uccisore si scrolla, come per scuotere da sé le

scorie accumulate dell'azione.

CORRADO.

Dopo... ancóra la voce sonnacchiosa in cima alla chiocciola, una

cautela senza respiro come nell'aggattonare tra l'erba che fruscia;

la discesa per le scale come la calata giù per un'amba che frana;

la strada stranamente sonora sotto il piede che non cammina più su

la punta ma sul suo tacco saldo... Ancóra il grido del venditore di

tossico, una campana che suona mattutino, il cigolìo dei carretti;

dall'alto della Trinità, Roma come una flotta naufragata in un mare

grigio; e l'irruzione frenetica del desiderio che con qualunque nave

salpa verso l'Ignoto!

Egli trae un profondo respiro; e poi biascia

sentendosi la bocca arida, il fuoco alla gola.

«Devi aver santificato l'anniversario» mi dicesti tu ieri. L'ho io

santificato? Due anni innanzi, avevo veduto il Fachès irto di lance

rosseggiare come un'aurora nell'aurora. Ed ecco qui la piazza, la

strada, le case cieche, l'immondizia tenace, il primo lezzo del vilume

agglomerato che si stira e sbadiglia. M'annunziasti tu il sorgere degli

uomini nuovi? Non so che delirio selvaggio gridava dentro di me: «Le

nuove Erinni! Le nuove Erinni!» Mi pesava il bottino? Certo, mi pesava.

Ma dentro dicevo: «Non per me, non per me! Basta a me un pugno d'orzo

abbrustolito, la carne degli avvoltoi, l'acqua della cisterna o del

pantano, e per sale la necessità di superarmi ogni giorno». Finita

era la scaltrezza animale; alle mie ossa, per compenso di quel peso,

promettevo di rivestirle d'una nuova sostanza, di là dall'oceano;

sentivo la mia vera vita involarsi e fluttuare in alto sopra l'azione;

mi pareva che dal mio cuore balzassero sul mondo a volta a volta dèmoni

di ghiaccio e di fiamma. «Le nuove Erinni!» Poi l'ottusità, il bisogno

del giaciglio basso, il nero letargo là su i sacchi di carovana,

nell'odore del Sud.

Qualche vampa del delirio crepuscolare lo

ritraversa. Egli si lascia cadere su la vecchia

cassa dalle maniglie di corda. Tremante VIRGINIO

gli tocca la fronte.

VIRGINIO.

Bruci.

CORRADO.

Dammi qualche cosa da bere; là, quella fiasca.

Beve avidamente. Energico balza in piedi, aspro

parla.

Ora vattene. Perdonami se sono entrato anche nella tua vita come un

devastatore. Addio. O forse ci rivedremo.

VIRGINIO.

Che farai?

CORRADO.

Non so. Non so _vedere_ in me, se tu sei presente. Debbo essere solo

per sentire tutto me stesso, per ascoltare il mio dèmone. Tu mi turbi.

L'altro vacilla per alcuni attimi in

un'esitazione quasi spasimosa. L'ambascia lo

strangola.

VIRGINIO.

Corrado!

CORRADO.

Che vuoi?

VIRGINIO.

E necessario che tu vada senza indugi. Difficile è l'impunità,

all'ombra della Legge. Difficile è tener nascosta a lungo la

trasgressione. Tutto si scopre. Non so, non sai se in tanta cautela, se

in tanta complicità del caso qualche errore fu commesso...

CORRADO.

Forse.

VIRGINIO.

Poiché Simone Sutri è prosciolto, è possibile almeno ritardare o

forviare la ricerca temibile, darti il tempo di giungere in luogo

franco...

CORRADO.

E come?

VIRGINIO.

Promettimi di partire, e lascia ch'io tenti...

CORRADO.

Una falsa denunzia?

VIRGINIO.

Discutere non giova.

CORRADO.

Offri te stesso?

VIRGINIO.

Piccolo rischio correrei, se volessi farlo. Non offro molto, ahimè!

CORRADO.

Ti presenti e dici: Io sono l'assassino e il ladro... Tu, Virginio

Vesta!

VIRGINIO.

Se racconto i particolari esatti dell'esecuzione, se mostro un

documento...

CORRADO.

Quale?

VIRGINIO.

Non puoi tu fornirmelo? Un segno di quel che fu tolto...

CORRADO.

O fanciullo buono, nessun segno varrebbe se non a indicarmi! La mano

che tu mi tendi non giunge fino a me. Siamo su due rive opposte. Non

t'è concesso il passaggio improvviso. T'è vietata la grande avventura.

Tu hai il tuo cómpito prefisso, la tua persona circoscritta. L'ordine

riposa su te, su la tua costanza infallibile. Tu sei un artefice della

vita arginata. Per beneficare la città tu metti a governo i fiumi

e imprigioni le sorgenti. Non puoi né rompere le chiuse né tagliare

gli acquedotti. Se tu ti accusassi, il giudice sorriderebbe del tuo

candore.

VIRGINIO.

Mi respingi anche una volta!

CORRADO.

Ma non intendi che il mio consentire non varrebbe se non a mettermi

puerilmente nelle mani odiose che ben vorrei troncare?

VIRGINIO.

Forse t'inganni.

CORRADO.

No. L'errore, l'inevitabile errore, fu commesso.

VIRGINIO.

E lo sai?

CORRADO.

Non trovo più la nota degli allestimenti.

VIRGINIO per alcuni attimi non può profferir

parola.

VIRGINIO.

Fu lasciata là?

CORRADO.

Temo.

VIRGINIO.

Ne sei sicuro?

CORRADO.

Non sicuro, ma...

VIRGINIO.

E potrebbe essere un indizio?

CORRADO.

Oh basta! Perché dunque non hai condotto teco anche il leguleio

per fare consulto? Basta questo esame e questo terrore, e tutto il

resto. Vuoi tu trarre anche me a rimpicciolire e a falsare quel che è

irreparabile? Una è la necessità imminente: ch'io rimanga solo col mio

pericolo, ch'io sia il padrone della mia vita e della mia morte.

VIRGINIO.

Altre vite tu schianti con la tua.

Impetuosamente il dispregiatore insorge ad

esaltare il suo bene.

CORRADO.

Le sollevo con le mie braccia nella mia più alta preghiera, fuor d'ogni

vista, fuori della tua vista! E t'apparirò ingrato. Ma, dicendoti

addio, mentre son già con l'arme alla gota e non so quale sarà il mio

combattimento, dicendoti addio, non ti raccomando la creatura del

mio amore. La meravigliosa necessità della solitudine sta anche su

lei. Anch'ella è ormai espulsa dal gregge, bandita dal costume. Che

il dispregio e l'onta sieno la sua lode e la sua gloria! E che sia

benedetta la sua madre di verità e di dolore, se in questo momento la

riconosce, se piangendo rivede in lei il puro giglio ch'ella abbandonò

travolta dalla sua tempesta, se per un'ora la riprende nel suo grembo

travagliato, se le pone sui fianchi le sue mani tremanti e la bacia

e le dice: «Porta anche tu il tuo peso!» Che la colpa oggi parli alla

colpa le parole inaudite! Io non ti confido la creatura del tuo sangue,

mia in me dall'alba a questo tramonto e per l'eternità. Amala, ma senza

fare ombra al suo proprio sole. Che ella custodisca e difenda nel più

selvaggio disdegno la vita della nostra vita e che le dia per nutrice

la sua musica, per pane la sua speranza! Tutto omai ella può: me l'ha

detto. Ella m'ha gridato: «Posso, come te, cantare nei supplizii».

VIRGINIO.

Tu hai disumanato l'amore.

CORRADO.

Gli ho tolto le infermità e le catene. Ma hai tu potuto comprendere

quel suo grido? Corrompendomi al contagio degli istrioni, anch'io mi

son sentito attrarre talvolta verso quella sorta di gloria che soffia

nelle sue trombe gonfiando le gote plebee. Non ti ricordi? Ieri mi

sfuggì un'imprecazione indegna e tu mi désti una degna risposta. Ma io

ho conosciuto lo splendore e l'ebrezza d'un'altra gloria, in disparte,

in silenzio, con la testimonianza di me solo e del Deserto. E mi

concedo di rammemorarla, per irraggiarne il mio commiato, dinanzi a te

che oggi mi vedi sotto l'ombra dell'onta e non sai confessare la tua

avversione.

VIRGINIO.

Io piango in te l'eroe degli orizzonti serrato contro un muro cieco!

CORRADO.

Il muro è alle spalle, ma il volto è pur sempre verso il Fato.

VIRGINIO.

Anche il Fato ti ama.

CORRADO.

Perché l'amo e in durezza l'eguaglio.

VIRGINIO.

Dirti addio, ancóra non voglio.

Una grande elevazione di bellezza interiore

trasfigura colui che foggiò sé stesso per il

diritto di promettere.

CORRADO.

Io ti dico addio, in una gloria che fu silenziosa; e ricòrdati, solo

per quella, di porre la corona di cipresso su le ginocchia di pietra.

O fratello perduto, onora nell'assassino la Volontà invincibile! A

Olda, sopraffatto dal numero, atterrato, disarmato, stretto in un

cerchio ostile, mi sollevai di sul cumulo nero degli uccisi (sotto i

mille sguardi di terrore e di furore sentivo il bianco del mio volto

divenire soprannaturale e quasi dalla potenza dell'anima assumere

la luce dell'immortalità), mi sollevai e dissi pacato per la bocca

dell'interprete: «Io sono un dèmone, e voi non potete farmi né soffrire

né morire». Dissi e mantenni. Il mio buon Sardo era al mio fianco;

e per obbedirmi seppe essere il mio pari. «Né soffrire né morire.»

Cantammo e ridemmo, nella tortura. Vedemmo colare il nostro sangue,

udimmo scricchiolare le giunture delle nostre ossa; e cantammo e

ridemmo, sempre fisando i carnefici che non sostenevano lo sguardo

sgomenti. «Né soffrire né morire.» Il Fato mi contraccambiò d'amore! Il

pànico a un tratto spense la ferocia; il supplizio fu tralasciato; la

tribù si sottomise al dèmone; inalzato dal coraggio sopra il dolore e

sopra la morte, il volto bianco parve immortale.

La pietà fraterna si esala nel più affettuoso

grido.

VIRGINIO.

O fratello non perduto per l'anima mia, soffri ma non morire!

CORRADO.

«Che la Natura trasmetta in carne il segno della mia più profonda

cicatrice!» ha detto già la mia preghiera a quella che porta il mio

figlio.

VIRGINIO.

Tu hai nominato il tuo figlio!

Alle ultime parole di CORRADO BRANDO, guizza il

Sardo tra i due battenti dell'uscio socchiuso e

resta in piedi senza osare d'aprir bocca, scuro

in volto e inquieto. Si volge CORRADO e al primo

sguardo sembra che indovini. La passione, che

accendeva la sua voce, si spegne a un tratto.

Il suo nuovo accento esprime una straordinaria

tranquillità.

CORRADO.

Che c'è, Rudu?

RUDU.

Tre uomini alla porta... _chi non mi piaghent_.

Mormora le ultime parole tra i denti. VIRGINIO ha

un fremito in tutta la persona e impallidisce.

CORRADO.

Bene. E che vogliono?

RUDU.

Uno, che è più degli altri due, domanda di te, _su mere_; e dice

ch'entrare deve, che aprire bisogna per forza.

CORRADO.

Questo dice?

Egli ride d'un riso che sembra non varchi i suoi

denti se bene gli salga dai precordii, potente e

sobrio. Si accosta alla finestra, guarda in giù,

poi in alto dove la nuvola di primavera è come un

monte di bragia che s'incenerisca.

C'è l'assedio. È una bella sera. Va, Virginio. Tutto fu detto. «Le

nuove Erinni!»

Egli si dirige verso le sue armi. Sconvolto,

l'amico tenta di attraversargli il passo.

VIRGINIO.

Che vuoi fare?

La seconda ingiunzione è così imperiosa che

mozza ogni altra parola vana, respinge ogni altro

tentativo inutile.

CORRADO.

Va! Rudu ti apre.

Fa l'atto di passare nella stanza attigua il

testimone smorto e convulso, ma s'arresta su la

soglia tra i due battenti. CORRADO BRANDO parla

rapido al suo fedele, che sembra divorarlo con

gli occhi intentissimo, presentendo le violenze,

ridivenuto il veltro sardesco addestrato alla

_piga_ contro la bestia e l'uomo, già pieno d'una

così viva inquietudine muscolare che sembra quasi

rivelata la vibrazione d'ogni nervo a traverso

quel suo corpo asciutto.

Falli entrare, _homine de abbastu._ E tu tieniti indietro, e richiudi

la porta. _A su chi escit!_

Qualcosa di magnetico è nel comando trasmesso a

voce bassa ma netta, qualcosa di demoniaco che

crea nell'ombra rossastra della stanza irta di

selvaggi trofei quasi l'instabilità della tenda

nòmade e il soffio dell'avventura mortale. Con

un semplice battito delle pàlpebre il «figlio del

cratère» risponde che ha compreso e che è pronto.

Mentre questi si volge, il vincitore di Olda si

accosta alla tavola, con quel suo piglio leonino;

e impugna l'arme che a breve distanza meglio

serve.

FINE DEL SECONDO EPISODIO.

ESODIO.

Silenzio! Silenzio! Sol degno

è che parli innanzi alla notte

chi sforza il Mondo

a esistere e magnificato

l'afferma nelle sue lotte

e l'esalta su la sua lira.

Taci tu, cosa da mercato,

ingombro gemebondo!

_Laus Vitæ_, XVII.

MOTIVI PER UN ESODIO SINFONICO.

_Una lamentazione gorgònea congela il cuor della Notte; e il pianto

delle Pleiadi è vinto. Pieno di forze in travaglio, che lùcono e

tacciono, è il firmamento latino. L'incendio si spande; e il poledro

selvaggio nell'Agro si volge, e sembra che s'oda scalpitare il centauro

su le pietre dell'Appia; e il pastore inconsapevole come al tempo di

Numa guarda il segno rosseggiare su l'Urbe saturnia e non teme._

_Chi inciderà ancóra una sillaba nel frontone dell'Arco? E chi nella

parete del Monte scolpirà una lettera sola del nome? E chi scruterà

l'Avvenire convolto nel grembo penoso?_

_Certo laggiù si consuma una forza d'eroe non invano; però che il vento

del Fato e del Mare, ecco, si leva ed infervora il rogo._

_Vento del Mare e del Fato, che trascorri l'Appia deserta e visiti

tutte le tombe e percuoti la rupe ov'ebbe il Piloto dalla figlia del

Sole segnata la via tremenda per alla dimora del Buio, or soffia su

l'arsione vorace, sùscita fino agli astri la fiamma, èccita il ruggito

del fuoco, àgita la fiaccola immane su l'Urbe che sa altri olocausti,

scaglia le faville e le ceneri negli occhi degli uomini servi e

accècali perché veggano l'onta._ Vae victis!

Più che l'amore: Tragedia moderna Preceduta da un discorso e accresciuta d'un preludio d'un intermezzo e d'un esodio. · 第 8 / 9 段