Bacia la lettera e la posa sul calcio d'una

carabina.

Sono pronta. Parla. Bisogna vivere? bisogna morire? Eccomi.

Ella alza il suo velo, come si solleva una benda

di su una piaga irritata. Quando egli la guarda,

qualcosa di lei si scompone e fluttua entro la

fermezza dei lineamenti.

CORRADO.

Bisogna esser forti, Maria. Ho scritto perché ho temuto di non aver la

forza di dire...

MARIA.

Vuoi ch'io sia forte? Sarò più forte del mondo e del destino, se tu

esprimi questo voto pel mio amore. Ma non temere per te. Che tremenda

forza è la tua se hai potuto fare quel che hai fatto!

CORRADO.

Obbedisco alla mia necessità, a quella che non ti fu mai nascosta.

MARIA.

Sì, è vero. E non t'ho amato e non ti amo anche per quella? Sono io

che ti appartengo: tu non mi appartieni. È questo il patto. Lo so. Lo

accetto. Ma è male che tu mi disconosca.

CORRADO.

Ti disconosco?

MARIA.

Al tempo più felice il mio cuore quanta pena ebbe nel sentirsi divenire

più grande: l'ansietà di crescere secondo il tuo desiderio! Ogni giorno

dicevo: «V'è una maniera migliore di appartenergli? La troverò». Quando

la tua febbre di terra lontana più faceva paura alla mia tenerezza,

dicevo: «V'è una maniera d'amare per cui la separazione non sia lo

strazio e la morte? La troverò». Ho scosso ogni giorno la mia vita

dalle radici alla cima per darti ogni giorno qualche cosa di più,

qualche cosa di meglio. E tu mi dai questo commiato umiliante!

CORRADO.

Maria, Maria, a tutto resisto ma non alla tua voce, non al tuo pianto.

MARIA.

Non piango.

CORRADO.

Non resisto al tuo dolore, a quel che ti trema nel viso, alla tua bocca

che non posso guardare senza che la mia volontà si disfaccia. Bisogna

ch'io vada. Questa volta non è soltanto la mia furia che m'incalza ma

una necessità ancóra più inesorabile, perché ho bruciato dietro di me

tutti i ponti, e l'ora di quella mia vita che tu conosci s'è arrestata,

e il tempo che passa non è se non un rombo spaventoso sul mio capo, e

l'ora del rivivere non so se scoccherà. Ma se tu ti aggrappi a me, se

tu mi leghi le braccia...

MARIA.

No, no, non mi aggrappo, non mi getto attraverso il tuo passo, non ti

chiudo la via... Guardami. Tremo, non di pianto soffocato ma dell'onta

che tu mi fai. Ah, che cosa mortale è questa: che nessuna forza

d'amore valga a riscattarci dal sospetto e dal dispregio dell'uomo,

e che sempre quel che fu ebrezza o martirio debba alla fine apparire

ingombro e perdizione! Ho veduto nei tuoi occhi il lampo della difesa

disperata...

CORRADO.

No. T'inganni.

MARIA.

M'hai detto in che modo si scagli all'assalto la leonessa quando il

primo colpo è fallito. Tu avevi dietro di te il tuo servo Rudu che

ti stendeva la carabina carica pel secondo colpo, e la freddavi. Così

anche sai come l'amante minacciata si conduca per prendere e tenere.

La lotta dei cuori è cruda come la caccia grossa. Tu mi avevi colpito

con quella lettera che è là su l'arma; ed ecco io mi ritrovo in piedi

davanti a te! Ah, Corrado, quando hai alzato lo sguardo ho veduto

qualche cosa di cauto, di risoluto e d'inflessibile nel tuo occhio come

dietro il taglio della mira. Hai pensato: «Bisogna colpire un'altra

volta, e senza fallo, per passar oltre».

CORRADO.

Taci, taci! Sei folle.

MARIA.

Folle, ma diversa. Ferita, ma non per assalire. Ti parlo d'amore perché

il meglio non ti fu detto. Prima d'oggi non ho potuto mettere tutto

il mio amore nella mia voce, tutta la mia vita sotto le tue calcagna.

Oggi sono più che l'amante, sono quale mi vuoi. La prima volta che ti

vidi, non fui veduta da te. Eri assorto, e io scopersi nel tuo viso una

solitudine e una lontananza indimenticabili. Solo e lontano ti amai fin

da quel primo momento. Tu avevi assuefatto te stesso e i tuoi uomini

alla fame e alla sete: così il mio cuore alla minaccia. Non una sera ho

mancato di provare la mia felicità contro la certezza del dolore che tu

non mancavi di promettermi prossimo. Alla fine delle mie giornate più

dolci ho detto a me stessa: «Prepàrati». Tu mi baci più forte quando

mi dici addio che quando mi accogli. Ogni volta ho pensato: «Come mi

bacerà forte quando egli dovrà partire o quando io dovrò morire!» Ah,

che coraggioso amore è quello che non ha da sperare se non un tal bacio

e non se ne dimentica! Avrei potuto essere più pronta? Ero alfine degna

che tu mi dicessi guardandomi nelle pupille: «L'ora è venuta». Avrei

fatto del mio dolore la mia gloria accompagnandoti fino sul molo col

passo fermo, col viso asciutto. E tu — perdonami, perdonami, ma lascia

gridare l'anima mia per una sola volta! — tu, quasi a tradimento, mi

metti nell'ala il tuo piombo. Non vedi in me se non la massa pesante

che ha due braccia per aggrapparsi...

Egli muove un passo verso di lei come per

impedirle di proseguire, convulso.

CORRADO.

Maria! Maria!

MARIA.

Mi congedi con una lettera frettolosa e oscura; sembra che tu fugga...

Egli si fa orribilmente smorto; e l'irrompere

dell'emozione contenuta gli scrolla tutta la

persona.

CORRADO.

Che hai detto? Sembra che io fugga!

Uno sgomento cieco assale la donna dinanzi a

quel pallore. Ella tende le mani perdutamente. Il

fiotto delle parole precipitose l'affoga.

MARIA.

No, no, Corrado! Non so quel che ho detto. Sono pazza, sono vile. Fa di

me quel che vuoi. Quella lettera io l'ho baciata. È tua, è santa.

Il lampo della violenza constretta passa

nell'occhio torvo dell'uomo; e il sarcasmo

rattenuto gli contrae le labbra.

CORRADO.

No. Sei tu che hai ragione. È vero: sembra che io fugga. Ho troppa

fretta. Ho qualche bruttura, ho qualche macchia da lavare nel mare? Di

un'infamia debbo io fare una gloria, forse? Ne sai tu niente?

MARIA.

Non mi parlare così! T'ho fatto male. Non mi punire. Ti chiedo perdóno.

Eccomi umile come quando sono entrata. Voglio soltanto servirti,

aiutare il tuo servo. Tutto è pronto? Non c'è qualche cosa da fare per

me? Questa cassa non è ancor chiusa, questi libri...

Volenterosa, ella si china verso il mucchio dei

libri per mettersi all'opera. L'uomo ha qualche

attimo di concentrazione muta in cui riprende il

dominio di sé, considera e delibera. La sua voce,

ridivenuta ferma, perde ogni asprezza.

CORRADO.

Lascia. Non ti affaticare, non ti far violenza. Alzati. Ho tempo.

MARIA.

Oh, consentimi almeno questo: che i tuoi libri sieno messi da me, che

io li tocchi a uno a uno e che tu te ne ricordi quando li riaprirai...

I fatti d'Alessandro Magno, Dante, Erodoto, l'Odissea, Rime e lettere

di Michelangelo...

China, per dissimulare l'ambascia, ella prende i

volumi leggendo a voce bassa i titoli sui dorsi.

CORRADO.

Lascia, Maria. Alzati. Ho tempo. Vieni accanto a me.

Egli si china verso di lei e le prende uno dei

polsi per sollevarla. Ella lascia i libri, si

volge, afferra la mano del suo amico e vi preme

le labbra appassionatamente. Si alza in piedi.

MARIA.

Ah, perché ora sei così dolce?

Ella lo guarda in volto; e di sùbito rompe in un

pianto irrefrenabile.

CORRADO.

Maria!

Il pianto s'arresta come un getto interciso. Un

indefinito orrore si genera nella pausa.

MARIA.

Che hai fatto?

CORRADO.

Che mi domandi? Perché?

MARIA.

Non ho mai veduto tanta tristezza in un volto d'uomo. Ah, non t'ho mai

veduto così! Sei disceso in un abisso e sei risalito. Un pensiero t'è

passato sopra e t'ha devastato. Quale? Sento, e non comprendo. Parlami!

CORRADO.

Non ti tormentare, piccola anima mia. Ora scaccio l'allucinazione dai

tuoi occhi stanchi.

Egli l'attira e le sfiora le pàlpebre con le

labbra che tentano di sorridere.

MARIA.

Se tu mi chiudi le pàlpebre, veggo più a fondo.

CORRADO.

Che vedi?

MARIA.

Comincia da ieri.

CORRADO.

Che cosa?

Ella è contro il petto di lui; e gli parla con

un'ansia misteriosa, nel cerchio del respiro.

MARIA.

Quando rientrai era la primavera. Portavo meco le violette e la pioggia

di marzo e — non so perché — un palpito insostenibile. E là nella

stanza, davanti a te e a mio fratello, mentre ti accomiatavi, sentii

d'un tratto il giorno distaccarsi e cadere come un masso pesante che

si sprofonda e non si troverà più. Tutti i giorni cadono, lo so: ma

quello... in un altro modo. E tu e mio fratello mi sembraste, non

so, come più vecchi. Pareva venuto non so che autunno di sotterra. E,

quando ti stesi quel mazzo di violette, intravidi la tua mano che lo

prendeva ma non te che eri già passato dalla parte della notte, dietro

la porta... E, perché mio fratello mi parlava del sole su l'Aventino,

non potei non piangere.

Egli la serra contro di sé nell'interrogarla,

agitato.

CORRADO.

Piangesti? E che ti disse tuo fratello allora?

Ella appoggia la tempia sul petto di lui.

Non rispondi?

Ella parla anelatamente.

MARIA.

Ascolto il tuo cuore. Batte più forte.

CORRADO.

Che ti disse?

MARIA.

Il mio fratello non è anche il tuo?

CORRADO.

Sì, Maria.

MARIA.

Non gli sei caro sopra tutti?

CORRADO.

Egli mi è caro.

MARIA.

Dall'infanzia lontana, nella vita e nel sogno, l'uno per l'altro, l'uno

degno dell'altro. È vero?

CORRADO.

Ebbene?

MARIA.

Non gli è dovuta la verità?

CORRADO.

Glie l'hai detta?

Ella nasconde la faccia nel petto di lui.

MARIA.

Sì.

CORRADO.

Tutta?

MARIA.

Tutta.

Ella sente nell'uomo il movimento istintivo del

distacco.

No, non mi respingere!

CORRADO.

Non ti respingo.

MARIA.

Ho sentito passare in te un'onda di repulsa. Ancóra diffidi!

CORRADO.

No, Maria.

MARIA.

Non mi umiliare ancóra! Non credere che io mi abbandoni su te per

pesarti e per opprimerti! Ho parlato perché non potevo più vivere nella

menzogna; ho parlato da cuore libero a cuore libero, senza abbassare

la fronte, non per chiedere soccorso o consiglio ma per preparare al

mio amore una solitudine più grande, ma per offrire a te il sacrificio

più alto, per sacrificarti il mio focolare. Mi comprendi tu? E, a un

tratto, dov'era la maschera della colpa ho veduto apparire il viso

dell'innocenza. Tutto diviene facile; tutto è necessità e miracolo.

Sono ora con te ai limiti del Deserto; e le cose remote della mia vita

sono polvere e cenere per mezzo a cui ho camminato perdutamente prima

di giungere a te. Il mio spirito può abitare la tua tenda. Il mio

coraggio può fissare le tue nuove stelle. Mi riconosco della tua razza.

Posso, come te, cantare nei supplizii. Tutto posso compiere, se tu me

lo chiedi, fuorché questo: ch'io ti ami meglio, ché meglio non so.

Ardentemente egli la serra fra le sue braccia,

preso da una sùbita ebrezza.

CORRADO.

Ah mia mia mia, troppo tardi conosciuta, troppo tardi amata! Da che

profondità è salito alla tua bocca questo canto? T'inseguivo nelle

tue musiche quale ora mi ti mostri. Ho ascoltato con angoscia tutte le

tue melodie per attendere che quest'una venisse. E ch'io abbia potuto

udirla in questo punto, è forse l'ultimo dono del Destino. Credevo che

non avrei più udito omai se non l'orribile rombo. Ma una tale tregua si

concede soltanto a colui che parte pel viaggio senza ritorno.

Più e più ella si serra contro di lui.

MARIA.

Amore, amor mio solo, perché parli di morte nella vittoria?

CORRADO.

Non so, cara, non so se io sia più vicino alla morte o alla vittoria.

Ma certo sento sopra di me l'ombra di un'ala; e, qualunque sia,

basta alla mia ebrezza. Avevo sempre davanti agli occhi l'immensa

duna oceanica e mi sembrava di leggere nelle corrosioni spaventose,

chiara come in una lapide incisa, la mia profezia eroica. Ed ecco,

è scomparsa. Tu sei forse la mia ultima terra lontana. Ho camminato

dentro di te con una rapidità senza respiro, di vertice in vertice.

Come potrà il mio piede andar più lungi della mia anima? Maria, Maria,

tu sola comprendi. Tu sai che, se cerco la via ignota, la cerco per

svelare me a me stesso. Superare il pericolo non mi vale se non a

superar me stesso. I più grandi spazii io li percorro nell'invisibile,

dentro di me. Toccare la sorgente o la foce segreta d'un fiume non mi

vale se quella gioia non illumina nel mio spirito una cima più alta.

Ora tu mi dài da respirare l'aria ch'io cerco. Tu acceleri il battito

della mia vita come quel gran vento che amo, pieno di sabbia sollevata

e di schiuma in lembi. Mi esalto in te come quando la volontà vinceva

il dolore della carne bruta e faceva indietreggiare la morte. Tu

susciti dal mio destino ancora un baleno, forse il più bello. Mi mostri

in te l'altezza a cui ero nato, mentre il tuo stesso presentimento

m'affonda nella notte...

Più e più ella gli si serra contro il petto come

per dissolverglisi nel cuore.

MARIA.

No, no, non era un presentimento; era un'ombra passeggera, una

malinconia del tramonto, il malessere della stanchezza... Chi può

abbattere la tua forza? La folgore soltanto. Di qual dio? A te,

vivere e vincere; a me, vivere e attendere. Conserverò il mio amore

fuor d'ogni vista, dove il suo battito non potrà essere udito. Se

tu tornassi dopo anni e anni, dal fondo del più lontano mistero, mi

ritroveresti quale mi lasci. Mi sembra che l'immobilità dell'anima nel

fuoco di una sola attesa debba quasi arrestare il tempo, abolire il

decadimento, serbare immutato anche il volto per il sorriso futuro. Sì,

mi ritroveresti bella, forse più bella... Non vuoi ch'io viva?

CORRADO.

Maria, Maria, chi ti dà questa voce? Chi parla in te? La tua vita

trabocca. La morte è una, le sorti son mille.

MARIA.

L'ho guardata, la morte. Lo vuoi sapere?

Come il divano è da presso ella vi si abbandona e

CORRADO con lei, senza separarsi.

Stanotte ero distesa nel mio letto, supina. Non avevo mai patito in

quel modo il peso del mio corpo; né mai sentito d'essere una cosa,

una povera cosa, che non serve più a nulla se quell'uno a cui fu data

la lasci cadere o la dimentichi... Ah, se potessi farti comprendere!

Ero tua non so in che maniera bruta, con tutte le ossa, con tutto

il sangue, con tutto quel peso orrendo; e m'era rimasta una piccola

piccola anima come un filo d'acqua sotto un macigno. E quell'anima a

ogni tratto ripeteva una parola cieca, una parola che non era neppur

sua ma di una povera donna veduta passare in un giorno di mercato per

una piazza piena di gente, che diceva: «Perché? perché?» Camminava

singhiozzando, con la faccia quasi sommersa nel pianto (la rivedo);

e non conosceva nessuno; e la gente s'ammutoliva e la lasciava

passare; ed ella ripeteva: «Perché?»; e nessuno poteva risponderle né

trattenerla... Come avevo io ritrovato in me quell'accento di dolore

senza ragione e senza conforto? Non so. Per soffrir meno, pensavo:

«Ecco, sono distesa per lui e non mi alzerò più. Ma che positura

mi darebbe egli se dovesse compormi per sempre?» E facevo il gesto

del tuo sonno: mettevo le braccia sotto la testa come quando tu

t'addormentavi laggiù su la nuda terra. E rimanevo così, ma non cessavo

di soffrire. E pensavo: «Ma questo dolore con cui egli mi penetra,

che fa parte delle mie ossa, che è la mia midolla, non mi congiunge

a lui, inseparabilmente?» E sollevavo la mano contro la fiammella

della lampada, e cercavo di scoprirlo a traverso la palma rossa e

trasparente... Ah, perché ti racconto queste cose puerili? Voglio che

tu sappia da qual notte è nata l'alba di questo giorno. M'ascolti?

CORRADO.

T'ascolto. Parla. Dimmi tutto.

MARIA.

Allora ho udito un romore confuso che m'ha fatto spavento perché in

sul primo non potevo accorgermi se fosse prossimo o lontano, se fosse

nel mio sangue o fuori, di tutta la terra o del mio destino: ma così

eguale che a poco a poco s'è conciliato con la mia pena, prima che i

richiami e i lamenti me lo facessero riconoscere. Era una mandra che

passava lungo il Tevere, sotto la mia finestra. Curva sul davanzale,

son rimasta a guardare quell'onda biancastra che passava passava,

cacciata innanzi, chi sa dove, nella notte senza requie. E, come quel

movimento continuo mi dava un poco di vertigine, nello sporgermi ho

sentito ch'era facile lasciarmi cader giù; e un vóto mi s'è riaperto

in mezzo al cuore, di sùbito, un vóto che forse ti parrà triste ma che

pure talvolta mi suscitava un gran tumulto di felicità: il desiderio di

morire perché da me ti venisse qualche bene ignoto. Ero lucida tuttavia

nell'orrore della strada brutale calpestata dalla mandra lamentevole.

«Meglio è sparire, senza sangue, senza strazio», ho pensato. «Il fiume

è là. Traverserò la casa a piedi scalzi, scenderò le scale, aprirò

la porta, camminerò fino all'argine...» Mi son chinata con un gesto

istintivo, e mi sono accorta che i miei piedi erano già nudi e ghiacci.

Ma, nel riaffacciarmi per seguire l'ultimo pastore che scompariva

verso San Paolo, ho traveduto nel cielo un bagliore d'alba e ho sentito

salire dalla mia carne più profonda qualche cosa come un grido senza

suono...

Sopraffatta dal tumulto, ella s'arresta. Nasconde

la faccia contro l'omero dell'uomo.

Mi perdoni se vivo? Mi perdoni se sono tua... ancóra più, ancóra più?

CORRADO.

Maria, Maria, chi ti dà questa voce? e perché oggi sei in me più

addentro che il mio stesso cuore? Quando ti presi per la prima volta

nelle mie braccia, non eri mescolata a me come ora. Sento che è nata in

te non so che potenza...

MARIA.

Senti?

Ella dice questa parola con la bocca nascosta,

piena d'un fremito ineffabile.

CORRADO.

Per la prima volta, per la prima volta soffro e gioisco in un'altra

creatura, mi sciolgo dai miei mali, rinunzio la mia solitudine.

MARIA.

Senti?

Ella ripete questa parola sempre più soffocata ma

con un fremito sempre più profondo.

CORRADO.

Sento che le radici della mia vita non sono più in me e che l'infinito

è là dove tu ti volgi.

MARIA.

Senti?

Ella distacca dall'omero di lui la faccia; e

rovescia un poco il capo, colle pàlpebre chiuse,

bianca di rapimento.

CORRADO.

Non avevo più speranza; e tu palpiti come se tu non bastassi a

contenerne una più grande di quella ch'era mia.

Ella spalanca gli occhi, mentre una sùbita fiamma

di sangue le illumina il viso.

MARIA.

Amore, amore, indovini dunque?

Egli trasale, sotto il lampo della rivelazione

inattesa.

CORRADO.

Tu credi che...

MARIA.

Devo dirtelo? Le labbra ti si fanno bianche. Mi perdoni? mi perdoni?

CORRADO.

Tu vuoi dirmi che...

Novamente ella nasconde la bocca, gli susurra nel

cuore l'annunzio.

MARIA.

Non siamo più soli.

Così piegata non vede ella sino a qual punto la

violenza dell'intimo turbine possa sfigurare un

volto umano. Si china egli su lei, la interroga

rauco.

CORRADO.

È vero? Sei certa?

MARIA.

Sono certa.

Discosta da sé la donna egli e balza in piedi,

non reggendo all'émpito. Dalla proda del divano

si protende ella a guardare l'agitato, come dal

fondo di una fossa ove sia caduta e debba perire.

È una sciagura? Hai orrore del vincolo sacro? Vuoi ch'io opprima il

tuo sangue che già pulsa in me? Gettami una parola. Il vóto è differito

d'un sol giorno. La notte è prossima.

Sommessa parla ma con selvaggio anelito. Si volge

egli impetuoso e le si gitta dinanzi quasi di

schianto, fervido come in una preghiera inalzata.

CORRADO.

Folle! Divina! Bacio le tue ginocchia, adoro ogni vena delle tue mani,

trattengo l'alito davanti a te per tema di turbare il germe che tu

nutri. Tutto quel che di più dolce e di più casto è sopravvissuto alla

mia guerra, io posso raccoglierlo ancóra e offrirlo all'apparizione del

tuo mattino. Per un attimo ho sentito tra le mie pàlpebre aride i tuoi

occhi medesimi, il fresco del tuo sguardo, e ho veduto anch'io sopra

una terra coperta di scorie tremolare l'unico fiore al vento della

tua alba. Quasi non oso più toccarti. Vorrei con quel che mi resta

della mia forza creare la pace e la bellezza intorno al tuo miracolo

silenzioso. Che la mia ragione eroica di vivere sia perpetuata! Che la

Natura trasmetta in carne il segno della mia più profonda cicatrice! E

che nella tua memoria io sia assolto!

MARIA.

Assolto di che? E che è mai la colpa? E che è mai la memoria? Tutto

quel che è tuo, è presente sempre. Ieri e oggi vivono nella medesima

luce. Quel che ti riguarda sembra trovarsi in un mondo ove la prova non

ha né significato né esistenza. Una sola omai è la parola che l'amore

dice alla mia anima: «Oltre». È la tua parola stessa.

Di nuovo rapita, ella tra le sue palme gli

solleva la testa. Egli è fiso a una imagine

ignota.

CORRADO.

Ma il fervore della libertà, l'esaltazione del coraggio, l'urto degli

eventi e degli uomini, tutto sparisce dinanzi alla realtà immediata,

all'atto che non può esser distrutto!

MARIA.

A che pensi? Hai in fondo alle pupille un orrore immobile.

CORRADO.

Iersera tuo fratello mi domandò: «Sei tu divenuto il mio nemico?»

MARIA.

Pensi a lui?

CORRADO.

Gli hai tu confessato... anche questo?

MARIA.

Sì.

CORRADO.

Povero e grande cuore!

MARIA.

Anch'egli capace di andar oltre. Lo sai.

CORRADO.

E che farà egli?

MARIA.

Sormonterà la sua tristezza.

CORRADO.

Perduto per me.

MARIA.

Ti amerà ancóra.

CORRADO.

È disperato?

MARIA.

E vigilante.

CORRADO.

Dove l'hai lasciato?

MARIA.

Non so dove sia ora. Aspettiamo nostra madre stasera.

CORRADO.

Tua madre?

MARIA.

Sì, viene per poco. Arriva, riparte. Anch'ella ha il suo supplizio.

CORRADO.

L'hai chiamata?

MARIA.

L'ha chiamata Virginio nel primo sgomento, credendomi bisognosa d'aiuto.

CORRADO.

E che potrà fare per te?

MARIA.

Che mia madre dopo tanto abbandono mi riprenda sopra il suo petto,

anche per pochi attimi, in quest'ora della mia vita, è forse un

sacramento della Natura. Anch'ella è piena di passione e di conoscenza.

Rinascerò da lei un'altra volta, armata e pronta, per appartenerti.

CORRADO.

Ancora una prova per te!

MARIA.

Non temere.

CORRADO.

Quando arriva?

MARIA.

Fra poco. È già tardi. Il sole tramonta. Bisogna che io vada, anima mia.

CORRADO.

Te ne vai?

Con un moto subitaneo la circonda per ritenerla.

MARIA.

Non vuoi ch'io vada?

Egli si ritrae dominandosi.

CORRADO.

Sì, devi.

MARIA.

Hai tutto risoluto?

CORRADO.

Ti rivedrò, ti rivedrò ancóra.

MARIA.

Quando?

CORRADO.

Fra due ore, a casa tua.

MARIA.

Verrai?

CORRADO.

Verrò.

MARIA.

Mia madre sarà forse ancora là.

CORRADO.

Non ho anch'io da dirle la mia parola?

MARIA.

Quale? Potrà ella fare che io sia più tua? Nulla chiedo. Ricòrdatene.

Sono libera, liberamente data: non un vincolo ma un dono.

CORRADO.

Un segno.

MARIA.

Vuoi che torni io stessa?

CORRADO.

Verrò, verrò.

MARIA.

Una sola cosa promettimi.

CORRADO.

Dimmi.

MARIA.

Che mi consentirai d'accompagnarti.

CORRADO.

Dove?

MARIA.

Fino al mare, fino alla nave.

Il mento le trema e discompone le parole animose.

Perdutamente egli la serra nelle sue braccia e

la bacia in bocca. Disciolta ella indietreggia

un poco, vacilla trascolorando, come trafitta;

grida, come forsennata.

È l'addio, è l'addio! È la morte!

CORRADO.

Che hai? Maria! Maria!

MARIA.

Non m'avevi mai baciata così! È il bacio terribile a cui ho pensato

sempre. Ti perdo!

CORRADO.

No, no. Non ti sbigottire. Sei allucinata. Tutto ti scrolla. Volevo che

tu sentissi come son tuo, come son tuo.

MARIA.

Non m'inganni, è vero? Non m'inganni, non mi illudi per pietà di me.

CORRADO.

Ti rivedrò. Ti terrò sul mio cuore. Ti farò sicura.

MARIA.

Mi sembra di non poter passare la soglia.

CORRADO.

Va, Maria. Aspettami. E che tua madre ti sia dolce!

Ella gira intorno alle mura della stanza il suo

sguardo disperato; e finalmente la constrizione è

rotta, gli occhi le si riempiono di lagrime.

MARIA.

Ti ricordi?

Per soffocare l'impeto del pianto, si volge,

spinge il battente dell'uscio, passa la soglia,

si dilegua.

CORRADO.

Maria!

Egli fa l'atto di chiamarla e di seguirla;

ma il nome gli muore nella gola, il passo gli

s'arresta. Ritto in piedi, con le due mani egli

si stringe le tempie come per comprimere la

pulsazione insostenibile dell'interna guerra.

Sussulta udendo il tonfo che fa la porta su la

scala nel rinchiudersi. Si scopre la faccia, si

volge intorno, si muove incertamente; poi si

precipita alla finestra; curvo sul davanzale,

guarda nella via. Non reggendo l'ambascia di là

si toglie, grida.

Rudu! Rudu!

Il servo accorre.

Va, scendi, richiamala! Dille che torni indietro, che ho bisogno di

parlarle ancóra. Va!

Pronto e muto il servo obbedisce, ma egli lo

ferma su la soglia.

No, no. Lascia. Rimani.

Più che l'amore: Tragedia moderna Preceduta da un discorso e accresciuta d'un preludio d'un intermezzo e d'un esodio. · 第 6 / 9 段