È vero. Io lavoro tutto il giorno a far rivivere le pietre morte,

il dottor serafico passa ore e ore là nell'Ospizio a curare i mali

incurabili della vecchiezza; e qual è il sentimento che ci spinge

a salire le tue scale ogni sera, dopo la bisogna? Il desiderio di

riscaldare l'anima a un focolare amico che ci consoli di quello,

ostile, che è il nostro, che è laggiù in una casa odiosa ove noi già

così stanchi saremo caricati d'un peso intollerabile. Forse qualche

volta qui siamo importuni. Ma questa è una sosta quasi pia per illudere

il cuore che teme una mano rude e si raccomanda. Qui — tu lo sai e

ce lo consenti — qui ci sembra di ritrovare la compiuta sorella; ci

leghiamo ogni giorno più a te per avere il diritto di amarla e per

amarla sempre meglio. Riprendiamo fiato, respiriamo in un'illusione di

santità familiare che altrove non ci è concessa. Più tardi, laggiù,

qualcuno raccoglierà con rabbia una manata di cenere maligna e ce la

scaglierà negli occhi.

VIRGINIO.

Amico mio, la tua bontà stasera è vigilante. C'è nelle tue parole

quasi il senso d'una preghiera rivolta a placare l'Ignoto che forse in

quell'angolo si arma.

Un intervallo di silenzio. Ciascuno dei tre amici

è fisso al suo pensiero. Si approssima il vespro.

La luce diminuisce nella stanza.

MARCO.

Ho incontrato Corrado Brando per la Salara. Usciva di qui?

VIRGINIO.

Sì.

MARCO.

Non m'ha veduto. Aveva lo sguardo in dentro. Camminava a gran passi,

per dare aria alla sua febbre; e pareva che dovesse sfavillare nel

vento. Non ho neppur pensato a fermarlo o a chiamarlo. Soltanto ho

pensato: «Chi lo fermerà?» E poi m'è venuta nella mente quella risposta

che potrebbe anche esser sua: «Dove corri? — Inseguo il dio del quale

io sono l'ombra».

VIRGINIO.

È malato d'una manìa sacra.

MARCO.

Poco più in su, ho scoperto in mezzo al Tevere il burchiello che

traghettava il dottor serafico dall'Ospizio di San Michele al Rifugio

dell'altra riva. Confesso che queste due apparizioni istantanee della

vita mi hanno fatto dimenticare l'_opus quadratum_ del tempio di

Cerere. Quel tuo Caronte trasteverino, caro Giovanni, non imagina qual

valore ideale abbia la moneta di dieci centesimi che tu gli dai ogni

sera in guisa di obolo per «trapassare».

Il dottore era assorto con la fronte poggiata

alla mano. Quando parla, sembra risvegliarsi.

GIOVANNI.

Strano quel vecchio Pàtrica!

MARCO.

Si chiama Pàtrica?

GIOVANNI.

Così lo chiamano in Trastevere, ma forse non ha nome come non ha età.

Dice che è nato alla Lungaretta, ma in certe albe nebbiose io l'ho

visto alla mia chiamata rotolar giù dalla ripa come un pezzo di terra

che frani e formarsi poi nella franatura informe col suo soffio e col

suo borbottìo umano. Era una cosa notturna, una massa di belletta,

un po' di pattume molliccio, un rifiuto del fiume; che s'animava

a un tratto e metteva fuori due ossa articolate per afferrare il

canapo della chiatta fràcida. L'hai tu guardato bene? Non ha vólto:

è come una maschera corrosa dal fiume che per secoli le passa sopra.

Anche gli occhi son lógori: devono aver veduto fondare il pilone del

Ponte Emilio, fabbricare la bocca della Cloaca Massima. Quanta carne

miserabile ha traghettato, con lo stesso gesto, per lo stesso prezzo!

Oggi me verso il rifugio, un mio compagno di pena verso il carcere...

MARCO.

Chi?

GIOVANNI.

Simone Sutri, il chirurgo. Anch'egli era un cliente di Caronte.

MARCO.

Ebbene?

GIOVANNI.

Oggi, poco dopo mezzogiorno, è stato arrestato mentre poneva il piede a

terra.

MARCO.

Perché?

GIOVANNI.

È accusato d'aver ucciso suo zio Paolo, quel Sutri mercante di campagna

usuraio e biscazziere, che l'altra mattina fu trovato morto nella casa

di via Gregoriana...

VIRGINIO, ch'era pensoso e fisso, sussulta

lievemente e alza il capo.

MARCO.

Ah, sì, l'avevo conosciuto anch'io pur troppo, in altri tempi.

GIOVANNI.

Com'era cardiaco, si credeva da prima trattarsi d'una disgrazia; ma poi

alcune tracce di violenza sul corpo e l'accertamento del furto hanno

rivelato l'assassinio, compiuto con mano esperta.

VIRGINIO si alza, pallidissimo; e, come spinto

dall'orgasmo, fa qualche passo verso la finestra,

poi si volge.

VIRGINIO.

Compiuto come?

GIOVANNI.

Con la pressione su le caròtidi fatta da due dita di ferro.

Una breve pausa. Nella voce di VIRGINIO si sente

l'aura della vertigine interiore.

VIRGINIO.

Tu lo conoscevi, Marco.

MARCO.

Sì, un poco.

VIRGINIO.

Anch'io, forse... me ne ricordo... Devo averlo veduto... Un uomo calvo,

con un grosso labbro pendente...

MARCO.

Sì: una bocca ributtante, e indimenticabile.

VIRGINIO si sforza di dominare lo spavento cieco

che sta per travolgerlo.

VIRGINIO.

E Simone Sutri...

GIOVANNI.

Quel rosso, lentigginoso, con i baffi duri tagliati a spazzola, con gli

occhi strambi dietro le lenti, grande, ossuto, che si fermò a parlarmi

— giovedì scorso — dinanzi a San Gallicano... Non te ne ricordi?

VIRGINIO.

Sì, me ne ricordo... E tu credi...

GIOVANNI.

Covava un rancore mortale contro lo zio. Questo so. L'usuraio non

soltanto non l'aveva mai voluto aiutare, non soltanto l'aveva costretto

a guadagnarsi la vita tra le peggiori angustie, ma l'aveva — a suo dire

— anche frodato con non so che falsificazione di testamento... Dolcezze

del sangue comune.

MARCO.

Oh, lascia alla Temi sedentaria il passeggero di Pàtrica. E

andiamocene. Stasera il rifugio è senza pace. Virginio forse ha bisogno

di star solo.

VIRGINIO è ancóra un po' smarrito ma si riscuote.

VIRGINIO.

No. Perché?

GIOVANNI.

La sirocchia aveva promesso di tornare... Aspettiamola un altro poco,

per salutarla.

VIRGINIO.

Ve la chiamo.

Egli va rapidamente verso la porta sinistra.

GIOVANNI.

Se si sentisse male...

MARCO.

Lasciale il libro e andiamo.

VIRGINIO.

Verrà.

Com'egli esce, i due amici si guardano in viso.

Il dottore si toglie di tasca un piccolo libro

rilegato in pelle fulva. MARCO DÀLIO abbassa la

voce.

MARCO.

Giovanni, che accade?

L'altro solleva le sopracciglia, e non sa

rispondere.

Che libro è?

GIOVANNI.

Lettere di Feo Belcari a una sua figliuola monaca, e il Prato

Spirituale, e l'Annunciazione di Nostra Donna: un libro divoto.

MARCO.

Fammi vedere.

GIOVANNI.

C'è riportato un detto che le piacque. E mi son fatto prestare il

libretto dalla Suora per mostrarle il testo.

MARCO apre il volume, e legge sul frontespizio

l'iscrizione.

MARCO.

«Questo libro è di suora Cecilia da Costasole. Chi l'accatta, lo renda.»

GIOVANNI.

C'è anche una ricetta ordinata a sanar l'anima.

MARCO.

Ahimè, temo che non valga. Giovanni, non senti che qualche cosa finisce

per noi? La nostra malinconia può già dire: Ti ricordi? La stanza

quieta; Sabina che porta la lampada verde; nessun rumore della strada

dietro le tende, soltanto di tratto in tratto il canto degli usignuoli

dall'Aventino, il passaggio d'un rimòrchio sul Tevere; e le onde di

forza che fanno sussultare le spalle della sonatrice; e il silenzio del

mondo quando parla Beethoven...

Riappare alla porta sinistra la giovane donna, in

una veste lunga e piegosa che la fa sembrare più

alta e più flessibile. Sorride come se i muscoli

del sorriso le dolessero; e i cigli hanno un

battito frequente su quel tremolìo di dolore.

MARIA.

Eccomi. Non ho fatto presto? Volete andarvene già?

GIOVANNI.

Sì. È tardi. Ma volevamo salutarvi, prima.

Ella parla con una voce calda della più

affettuosa dolcezza. I due amici la guardano con

un'adorazione timida e perplessa.

MARIA.

Che diceva Dàlio di Beethoven?

MARCO.

Ricordavo le serate beate della primavera scorsa.

MARIA.

Vi darò, vi darò musica ancóra, ma non quella d'allora. E il libro?

GIOVANNI.

Eccolo.

MARIA lo prende con un gesto quasi fanciullesco,

lo guarda e lo serra tra le due mani come

serrerebbe un piccolo corpo alato e palpitante.

MARIA.

Che cosa viva! Consunta e viva. Suor Cecilia lo porta sempre addosso?

GIOVANNI.

La pagina è segnata.

Egli le indica la pagina mentre ella china il

volto sul libro aperto.

MARIA.

Qui?

Legge senza più sorridere, spedita al principio,

grave alla fine,

«.... conciossiaché per molti anni innanzi alla morte continuamente

piangesse, dimandato perché così piangesse, rispose: Io piango perché

l'Amore non è amato.»

MARCO.

Profonda parola, in cielo come in terra.

VIRGINIO, durante la lettura, è rientrato nella

stanza; s'è soffermato per ascoltare. Si avvicina

e si mescola ai saluti.

MARIA.

Me lo lasciate per una sera?

GIOVANNI.

Sì. Lo riprenderò domani.

MARIA.

Grazie.

GIOVANNI.

A rivederci. Riposatevi, stasera. Dormite molto.

MARIA.

Mi riposerò. Addio.

Ella stringe la mano all'uno e all'altro amico.

Addio, Dàlio.

Questi sembra voler dissipare l'ombra che pesa su

quel commiato.

MARCO.

Se domattina passerete per Santa Maria in Cosmedin, non dimenticate di

gettare il buongiorno sotto il portico a Frate Marco.

VIRGINIO avverte dalla soglia la governante.

VIRGINIO.

Sabina!

GIOVANNI.

Ci rivedremo, Virginio, domani. Se hai bisogno di me, sai dove sono.

I due amici escono per la porta del fondo.

Il fratello e la sorella restano soli. Le contratture della

dissimulazione si distendono: subitamente i loro vólti sembrano

essere la nudità stessa delle loro anime affannate.

VIRGINIO.

Perché hai detto addio a quei due poveri amici... con quella voce, come

se fosse per l'ultima volta?

MARIA.

Perché la buona compagna leale che hanno cara, la Maria che li

consola, la creatura intatta che impararono da te a chiamare sorridendo

«sirocchia», ha teso a entrambi la sua mano per l'ultima volta, e per

l'ultima volta, orribilmente triste, ha potuto inclinarsi alla loro

illusione fraterna.

Sentendo crescere il peso dell'oscurità e

dell'ambascia, VIRGINIO tenta di ritrovare la sua

fermezza.

VIRGINIO.

Maria, Maria, non so più quel che accade, non comprendo più quello

che dici. S'è fatta all'improvviso la notte; e mi sembra di esser

ridiventato fanciullo, perché ho paura dei mostri imaginarii che

abitano il buio, dei fantasmi che sono inafferrabili, e ci afferrano

d'un tratto e ci puntano sul petto due ginocchia pesanti... Abbi

pazienza un poco. Lascia che io mi ritrovi, che io mi accerti

d'essere ancóra in piedi, qui, sul pavimento della mia stanza, fra

le mie quattro mura... Eccomi dunque, sono qui. Cerchiamo di vedere,

d'intendere. Tu hai dato un addio, hai parlato di un'ultima volta.

Così parla chi sta per scomparire, chi sta per morire. Che hai voluto

significare? Spiegami.

MARIA.

Sì, qualche cosa di me sta per morire, anzi è morta.

VIRGINIO.

Che cosa?

MARIA.

Qualche cosa che tu avevi inalzata sopra la tua vita e che i tuoi

compagni amavano in me a traverso il tuo cuore...

VIRGINIO.

Parla!

MARIA.

La mia purità.

Ella ha parlato sommessamente, ha abbassato gli

occhi. Il fratello la guarda inconsapevole.

VIRGINIO.

Povera Maria, ancóra ti tormenti! Ma nessuno ti accusa, nessuno ti

fa colpa d'aver ceduto alla piena della tua giovinezza, come nessuno

accusa la primavera che si spande, l'albero che mette fiori. Certo,

un'ombra di malinconia è anche in quei devoti che presentono e

indovinano. E tu non puoi non comprendere e non perdonare. Eri come

l'aria della mattina; ciascuno beveva un sorso di freschezza. Ora

sei di uno solo; e agli esclusi sembra quasi ingiusta la perdita del

conforto consueto. Questo è umano, sorella.

Ella non regge allo strazio della voce

affettuosa.

Ah, ma perché mi guardi con quegli occhi d'agonia?

MARIA.

Tu non hai compreso. Tanto tanto lontano sei dal sospetto, tanto

lontano dalla verità! E io so che uccido me stessa nel tuo cuore, ma

la tenacità della tua fede mi prolunga lo spasimo. Un colpo non basta,

bisogna che lo rinnovi. Ah, che orrendo coraggio è questo ch'io debbo

avere, fratello!

VIRGINIO.

Tu vuoi dire...

MARIA.

Sono di uno solo... ma tutta... data a lui tutta.

Parla soffocatamente, col cuore alla gola; e

nulla è più atroce della pausa ch'ella fa prima

di soggiungere le ultime parole a togliere ogni

dubbio. Il fratello, colpito nel mezzo del cuore,

vacilla.

VIRGINIO.

Tu, tu, Maria!

Sembra che la faccia dell'Universo sia mutata per

lui a un tratto. Egli parla a sé medesimo, come

dal fondo del più lontano deserto.

Non c'è più nulla, allora. Tutto finisce, tutto crolla. Non si salva

nessuno dalla ferocia e dall'ignominia.

Lo risolleva dall'annientamento un súbito fiotto

d'amarezza.

Ho dato il meglio di me, sempre, senza risparmio, credendo, sperando;

ed ecco, mi ritrovo in mano una moneta falsa! Il mio amico più caro mi

paga così; la creatura dell'anima mia mi compensa così. E allora?

Egli non attende la risposta se non dal suo

proprio coraggio; cerca in sé stesso il suo

proprio sostegno. Ma la confessata verità sembra

afforzare la sorella in un dolore saldo e fiero.

Ella prende già l'attitudine di chi ha qualcosa

da difendere, sopra tutto e contro tutto.

MARIA.

Lo sapevo, lo so: ti perdo, mi perdi. Tutto si sconvolge, a un

tratto. Tu mi ritogli in un attimo quel che m'avevi dato in dieci anni

generosi. Mi disconosci...

VIRGINIO.

Oh no.

MARIA.

M'hai già trasmutata dentro di te; ho già un altro viso, un altro

soffio: sono una piccola cosa vile.

VIRGINIO.

Oh no. Vedi: non so indignarmi. E se vacillo sotto la massa di

tristezza che m'è piombata addosso, e se qualche parola vana esce dal

mio smarrimento, perdonami. Tu sei forse più infelice di me.

MARIA.

È vero. Ma non mi discolpo; né voglio attenuare quel che ho fatto. Anzi

bisogna tu sappia che non vi fu ombra d'insidia né di bassa lotta...

Egli è immune dinanzi a te. Non vi fu se non l'amore grande, e la

libertà del dono.

VIRGINIO repugna contro un pensiero che lo

afferra; esita; ha onta; con le labbra sbiancate

osa alfine dimandare.

VIRGINIO.

Quando?

Di súbito si pente, vedendo la triste vampa

salire alla fronte immacolata.

Ah, perdonami! Anche se trema, anche se è spenta, ora la mia voce può

esser rude alla tua povera anima. Non posso dimandare senza ferire. Non

puoi rispondere senza nascondere il viso. Una sola dovrebbe ora starti

vicina, prenderti nelle sue braccia, parlarti dentro i capelli, sapere

tutto il tuo male; ed è troppo lontana: tua madre. La chiamerai.

MARIA.

Sì, la chiamerò.

Egli esita tuttavia; ma un disperato bisogno

di certezza lo incalza. Per fondare in sé il

sentimento suo nuovo, egli deve sgombrar l'anima

da ogni frammento dell'illusione abbattuta.

VIRGINIO.

Perdonami, Maria, se il cuore vuol avere uno spiraglio di luce

nell'oscurità! Non ti chiedo nulla che ti offenda. Dimmi solamente:

quel giorno di febbraio, quel bel giorno di sole, quando salimmo al

Celio e vedemmo il primo mandorlo in fiore e ci fermammo a San Saba,

entrammo nel giardino, ci sedemmo sotto gli aranci, e non dicemmo nulla

perché ci bastava d'essere là per sentirci felici, e mi parve che anche

tu fossi sbocciata allora allora dal più vivo ramo della mia vita e che

io ti portassi leggermente; quel giorno, dimmi... era avvenuto?

MARIA.

Sì.

Certo egli sperava ancóra, se la risposta sincera

e ferma lo colpisce tanto a dentro.

VIRGINIO.

È possibile? Eppure, quando ti guardavo nelle pupille, andavo con la

vista sino in fondo a te. Quante limpidità avevo misurate! La tua era

la più cristallina sempre. E quella piccola costellazione di ferro,

nell'iride, mi dava non so che sicurtà, come se fosse un segno virile

su la tua grazia pieghevole. Ti chiamavo dentro di me con una specie

di ebrezza: «Compagno, mio buon compagno!» Sentivo quel che c'era

di leale, di diritto, di fedele in te, quel che c'era di maschio nel

disegno della tua bocca chiusa, nel ritroso dei tuoi capelli piantati

intorno alla tua fronte bianca.

Il dolore di lei sembra a poco a poco indurirsi,

farsi quasi compatto e rigido.

MARIA.

Ho ancóra una forza terribile se resisto a vederti soffrire. Guarda, ho

gli occhi asciutti.

VIRGINIO.

Non soffro perché tu mi abbia mentito, ma perché non posso più crederti.

MARIA.

M'hai già condannata!

VIRGINIO.

No, no, non condannata. Perdonami se non son riuscito a soffocare

interamente le grida che sorgono dalla mia miseria. Tu mi dài

l'esempio. Hai gli occhi asciutti. Non temere: io non ti manco. Resto

il tuo compagno, il tuo buon compagno. Non voglio neppur cercare di

comprendere; mi basta di saperti in pericolo, per raccattare il mio

coraggio e la mia tenerezza, per rinnovare il mio amore verso di te che

mi sei nuova e diversa. Hai bisogno d'aiuto. Conta su me, ora e sempre.

Voglio difenderti.

MARIA.

Contro chi, se non temo?

VIRGINIO.

Hai bisogno d'esser difesa, povera creatura sola; perché io credo che

tu sia cieca e sola...

MARIA.

Non sola, non cieca. Amo.

VIRGINIO.

E che farà egli di te? Dianzi, qui, non era bruciato se non da una

febbre, non era agitato se non da una frenesia: non pensava se non a

partire, ad andar lontano, ad abbandonar tutto e tutti per la sua mèta

certa.

MARIA.

No, non gli credere. Non è vero. Tu non lo conosci. Era in una di

quelle sue ore torbide, quando il fermento della sua forza lo rende

quasi folle...

VIRGINIO.

Ah, povera, povera! T'illudi. Nessuna follìa è più lucida della sua.

«Nulla è vero; tutto è permesso.» Passerà sopra te, sopra me, sopra

tutti. Siamo un ingombro che non vale una balla di carne secca caricata

sopra un cammello.

MARIA.

Tu l'offendi, tu lo sfiguri, lo abbassi; ed era il tuo amico più caro...

Ella si solleva, intrepida. Un'energia quasi

aspra pulsa nel suo accento.

VIRGINIO.

Se tu sapessi quel che ho veduto a un tratto apparire, dianzi, nel suo

vólto convulso!

MARIA.

Che hai veduto? Tu tremi di rancore; tu non puoi più essere giusto per

lui; già nelle parole tu ti vendichi, tu cerchi di colpirlo... Dimmi

che io me ne vada, scacciami di qui; ma non mi costringere a udire quel

che non voglio udire... Tu t'inganni; il rancore ti fa velo. Anche la

sua mano è sicura, è una mano di buon compagno: io l'ho sentita. E sono

certa che, finché sarà necessario, egli resterà col mio amore...

VIRGINIO.

Oh, povera!

MARIA.

Sì, sì, Virginio; quando saprà...

Ella s'arresta; e il suo pallore s'illividisce

sotto un gran brivido repentino che sale dalle

viscere profonde.

VIRGINIO.

Quando saprà?

MARIA.

... che già porto un'altra vita.

FINE DEL PRIMO EPISODIO.

INTERMEZZO.

Ove debbo ancóra salire?

_Laus Vitæ_, XIX.

MOTIVI PER UN INTERMEZZO SINFONICO.

_O Bellezza, chi si leva nel vento della tua grande ala come la fiamma

pugnace che balza sotto il flagello della tempesta, e dietro te come

l'allodola canta sul mondo?_

_Qual novo figlio dell'antica Terra, ancóra annodato nella doglia del

grembo, trasale al messaggio della stella mattutina? E la sua vista nel

suo capo suggellato è come il gèrmine bianco che traversa a poco a poco

la gleba penosa per gioire nei chiarori del mondo._

_Qual nova custode fu veduta sedere innanzi allo stipite della Nera

Porta? E aveva il destro ginocchio sul manco e le dita delle mani

insieme come pèttini congiunti tra loro, con una profonda sorgente

di sangue in mezzo al suo petto; e assisa pareva dormisse, ma era in

ascolto, ma udiva il silenzio dei fiumi ch'escon fuori del Buio con

antichi tremori del mondo._

_Porta della Resurrezione, e chi mai giace su la tua soglia non

consunta da piede frequente, chi mai sta dinanzi alle valve indicibili

steso nella sua chioma apollinea e nella sua disperanza? Quegli che ha

perduto Euridice._

_La grande sua lira lunata gli tace da presso né egli la tocca; ma

veglia e non spera, ma sogna e non dorme. Né, se oda il suon lieve e

tremendo del passo che si rincarna, ei più si volge; ché dallo sguardo

perduta fu la sua donna, dallo sguardo perduta Euridice._

_Chi viene alla soglia? Chi mai dischiude le valve indicibili della

Candida Porta? Non fece stridore volgendosi il càrdine; ma l'albore

fluì su la chioma profusa, brillò nelle corde ancor tese. E il passo

dell'Ombra, che non inclinò l'avernale asfodelo né l'anemone stigio,

più s'umana come più s'avvicina. Ecco suona, ecco pesa come il piede

vivente su cui grava grande tesoro. Chi riprende il cammino terrestre?

Non Euridice._

_Uno strale d'amore trapassa l'infinito dell'Ade; e tutti i pallidi

prati e le tarde fiumane e gli stagni obliosi ne tremano; e il solco di

luce perdura. Forse è la fùnebre Alcesti?_

_È forse la figlia di Pelia che torna agli atrii regali, al talamo

eburno, ai floridi figli? È colei che sospinse alla Notte l'anima

sua bella d'un amore più bello che ogni altro amore mortale, e dietro

l'esule impavida gittò il fiore di sua giovinezza tremante? È Alcesti,

è Alcesti._

_Reca ella il fuoco bianco nel cavo della sua mano fedele, e cammina

col volto velato. Alcuno iddio non la conduce, alcuno eroe liberatore

non l'accompagna nel santo ritorno; ma ella fa lume al suo passo col

fuoco nella mano protesa. Ed ecco varca la soglia, urta col piè la lira

abbattuta. «O Amore, sàlvaci!» Il grido melodioso trapassa l'infinito

dell'Ade, tocca il cuore dell'Alba nascente. Ma non è la voce

d'Alcesti._

IL SECONDO EPISODIO.

Appare una stanza tutta parata di tela grezza da tende, nella

casa di CORRADO BRANDO posta tra il muro di Servio e il Foro

Traiano. Su le pareti sono sospesi in trofei — dattorno a cranii

di elefanti e di antilopi — gli utensili e le armi delle tribù nere

sparse lungo le fiumane misteriose, dalla valle del Uèbi al Gouràr

Ganàna: i grandi coltelli dei Sidàma adunchi, le lance dei Bòran

con la cuspide a foglia di lauro, le targhe dei Gurra in cuoio

di giraffa inciso, gli archi dei Gubahin a triplice curvatura, le

faretre piene di giavellotti a testa mobile, i lacci di banano per

catturare le fiere, le trombe foggiate con le corna dell'orige, i

campani di conchiglia pei capretti, di legno pei cammelli; e gli

appoggiatoi che su la mezza lunetta sostennero le nuche oleose dei

guerrieri giacenti; e le ghirbe di palma che contennero l'acqua

terrigna dei pozzi di Errer; e le sferze, tagliate nella pelle

dell'ippopotamo, che fecero sanguinare le schiene dei mercenarii

malfidi.

Un uscio chiuso è nella parete di faccia; una finestra a

manca. Sopra un divano basso è distesa una pelle di leone, e vi

s'accumulano a guisa di cuscini i sacchi di Bululta, tessuti di

fibre vegetali a disegni neri e gialli. Sopra una tavola coperta

d'una stuoia di Lugh sono disposte le carabine da caccia grossa

nelle loro custodie, le rivoltelle di gran calibro nelle loro

fonde, le tasche e le cintole da cartucce — bocche di fuoco

infallibili e munizioni eccellenti — tutta la batteria già

sperimentata nel cammino da Bèrbera a Bardèra, ora riforbita

e pronta. In mezzo alla stanza, posata sul tappeto presso un

piccolo mucchio di libri, è una robusta cassa cerchiata di ferro,

con maniglie di corda; che serba i segni dei carichi e degli

scarichi: quante volte agganciata dal paranco, calcata nella

stiva, ballottata dal rullìo, tratta su per la boccaporta brutale,

gittata a sfascio su la banchina abbagliante, legata con le strambe

sopra la bestia da soma, portata attraverso l'ardore delle terre

incognite, deposta e ripresa d'accampamento in accampamento,

rimessa nella via del ritorno con l'impronta dell'avventura

lontana, con l'odore indefinibile del Sud.

MARIA VESTA è in piedi, col cappello in testa, col velo ancora

abbassato sul volto, venuta di fuori, entrata là da pochi attimi.

Tenendo nella mano una lettera dissigillata, ella parla a CORRADO

BRANDO che sta dinanzi a lei, presso la tavola delle armi. Parla da

prima irresoluta, timida, con dolcezza sommessa, dominando appena

l'orribile tremore della sua passione. Egli non l'affisa.

MARIA.

Non ho compreso... Amico mio, amico mio caro, perdonatemi! Non son

venuta per piangere e per lamentarmi, no... Ma, veramente, non ho

saputo, non ho potuto comprendere nessuna delle parole scritte qui...

Scritte da voi? dalla vostra mano? Prima degli occhi, non l'ha creduto

il mio cuore, e gli occhi neppure l'hanno voluto credere... Perché

l'avreste voi fatto potendo parlarmi? O amico mio dolce, forse perché

qualche volta non v'ho dato ascolto e non mi son lasciata subito

persuadere? Quando? Ditemelo voi, ché io non ho memoria di questa

colpa. Se parlate, tutto crederò, tutto eseguirò, come sempre. Però le

parole qui scritte non so che vogliano dire... Bisogna che ogni cosa

io sappia dalla voce cara... Questa lettera la poso qui. È come se il

suggello fosse ancora intatto...

Ella s'interrompe, a quando a quando, come per

attendere ch'egli dica una parola, ch'egli faccia

un gesto di ammenda.

Ma tu non hai gridato che non è tua, e allora...

Ella reprime lo scoppio del cruccio; e la sua

voce lacerante si raumilia.

Allora, prima di posarla su quest'altre tue armi, io la bacio. Così.

Più che l'amore: Tragedia moderna Preceduta da un discorso e accresciuta d'un preludio d'un intermezzo e d'un esodio. · 第 5 / 9 段