a visitarlo. Ci appariva nell'ombra, quasi belva, quasi dio, massa
enorme di volontà e di orgoglio pronta a sollevarsi, più potente di
tutti i Profeti della Sistina.
CORRADO.
Aveva vissuto quasi trent'anni a faccia a faccia con Michelangelo, che
pareva non potesse più separarsene. Lo sai.
VIRGINIO.
È vero. Una sera uno di noi disse: «Michelangelo aveva un piccolo
corpo curvo che non poteva sostenere su le sue vèrtebre il peso e
il tumulto dei dolori delle ire dei dispregi delle dominazioni delle
vendette non compiute, gli scrosci e i turbini di tanta anima. Allora
pensò di crearsi un altro corpo di pietra gigantesco, e vi scaricò
e v'imprigionò tutta la tempesta, per trent'anni. E lo fece pronto a
cozzare e a percuotere». Quell'imaginazione ci divenne una fede viva; e
da quella sera guardammo il colosso con un orrore più religioso.
CORRADO.
Ah, chi ci renderà quelle sere di malinconia e di febbre quando
mettevamo il nostro avvenire su quelle ginocchia di pietra e,
rientrando fra le quattro pareti misere, la nostra povertà ci pareva
sublime come l'esilio dell'ospite muto?
VIRGINIO.
Il Buonarroti disse, per te: «Io son tenuto a amare più me che gli
altri». Anche soggiunse per te: «Non ho amici di nessuna sorte e non ne
voglio». Tu ti mostri oggi fedele al suo insegnamento.
CORRADO rovescia indietro il capo nello sforzo
del reprimere lo scatto della sua insofferenza,
ma l'accento d'una tristezza quasi irosa gli
irrita la voce.
CORRADO.
Io vorrei già essere laggiù, allo sbocco del fiume, supino sotto il mio
tumulo di terra. Non so altro.
VIRGINIO.
La morte ci consacra, la vita ci profana. Questo sai. Non è molto,
passando per quella via, cercai di riconoscere la vecchia casa. Era
sventrata. Alzai gli occhi all'ultimo piano che non aveva più tetto. E
riconobbi l'interno della stanza da qualche brandello di carta sudicia
rimasto a una delle pareti non demolita. Alla luce cruda la sola
traccia della vita umana nel calcinaccio era l'immondizia.
CORRADO.
Anche tu, come sei triste! Ne parli come d'un presagio.
VIRGINIO.
Questa casa dove ci siamo ritrovati, dov'era rinata la nostra
fraternità, avrà la medesima sorte: è destinata alla demolizione. Fra
qualche mese sarà calcinaccio e immondizia. Ti sembravo al sicuro,
qui. Siamo al sicuro, e la luce di quella finestra ci basta. Ma forse
l'evento invisibile è già intorno a noi o è nascosto in qualche angolo,
e si mostrerà d'un tratto, sinistro come la demolizione.
CORRADO.
È la prima volta che ti sento parlare del dolore e della necessità con
una voce non ferma.
VIRGINIO.
Non tremo per me. V'è una creatura accanto a me, che non soltanto fino
a oggi ha vissuto la mia vita, ma ha fatto la mia vita. Dove credi
tu che io abbia preso gli elementi per comporre la mia illusione,
per formare la mia esistenza nel gioco del mondo? Quando sento in te
ruggire i tuoi istinti e i tuoi mali che vogliono liberarsi, quando mi
accorgo che il tuo spirito tende ad aprire tutte le prigioni, anche
le più tristi, quando scopro in tutto il tuo essere quel movimento
abituale della fiera che indietreggia e si contrae per balzare e
ghermire, io ti combatto ma ti comprendo, perché tu hai veduto di
continuo la comunanza e il conflitto degli uomini come un'ignominia e
una ferocia senza nome, e l'ombra delle boscaglie nell'alto Daua t'è
parsa meno terribile che l'ombra delle leggi nella tua patria. Anch'io
— lo sai — ho conosciuto tutto quel che è ignobile e tutto quel che
è feroce; ma la natura ha voluto porre accanto a me un essere che
comunica con tutte le cose più delicate e più fresche e me le rivela
in ogni suo movimento, e col filo della sua semplicità mi conduce ogni
giorno al segreto della poesia... Ah, veramente la sorella dell'acqua,
con quel suo viso che è come la superficie d'una polla... Forse parlavo
di lei quando credevo di parlare delle sorgenti...
S'interrompe; e pronunzia, a voce più bassa, con
un'espressione d'infinita tenerezza, il nome che
sembra diffondergli dalle labbra su per tutta la
faccia la sua qualità luminosa.
Maria!
L'amico, seduto, con la fronte poggiata alla
mano, pareva celare il suo turbamento. Ora si
protende con ansia a interrogare.
CORRADO.
Eri felice? Sei felice?
VIRGINIO.
Che è la felicità? e che vale? Credi tu che la felicità m'abbia aperto
gli occhi su lei? Nati dello stesso sangue, eravamo sconosciuti l'uno
all'altra, eravamo timidi e inquieti. Il suo sorriso stesso me la
nascondeva. Ed ecco un giorno, d'improvviso, due vite si toccano e ne
nasce un bene inaudito! Sai tu questo? Hai provato mai a brancolare
nel buio, in una stanza, per cercare qualche oggetto familiare che ti
ricordi di aver lasciato là, su la tavola, nello scaffale, in un luogo
noto? Tu cerchi, cerchi, ed ecco la tua mano tocca inaspettatamente
qualche cosa di vivo e di palpitante! Hai provato mai quel sussulto?
Nello spavento, nell'angoscia, dinanzi all'agonia ci siamo incontrati,
ci siamo confusi, abbiamo trovato il nostro bene: al capezzale del
nostro padre, mentre udivamo bollire l'acqua in cui si sterilizzavano
i ferri del chirurgo, mentre il lettuccio di tortura era là con i suoi
congegni e le sue ruote, mentre al nostro orrore il cancro era come una
bestia acuta e mostruosa addentrata in quella povera carne nostra che
non la saziava neppure del suo sfacelo... Dicevamo, con una sola voce
che esciva da noi ma veniva da assai più lontano: «Siamo qui, siamo
qui». E la faccia aveva il colore della paglia che un colpo di vento
porta via. Ora spariva sotto la maschera del cloroformio. E la goccia
continua cadeva su la garza contando gli attimi e l'eternità della
nostra pena; e non si vedeva se non la bocca convulsa che gridava verso
di noi le parole che si odono una sola volta, le parole incoerenti e
sublimi dell'anima che si dibatte inabissandosi nel nulla; e la sua
mano scarna aveva ritrovata la forza, era diventata grande e potente
per tenere le nostre due mani compresse l'una su l'altra come nella
stretta d'una tanaglia sola... E poi l'allentamento, l'oscurità fatta
su lo spasimo, il silenzio, il suggello, tutto l'aspetto della morte,
eguale a quello di più tardi, dopo la carneficina inutile... «Siamo
qui, siamo qui. Risvegliati». E i ferri non lo risvegliarono. Ci fu
reso un cadavere fasciato.
L'emozione lo soffoca. L'amico resta con la
fronte china, col viso nascosto dall'ombra della
palma, contratto e cupo. VIRGINIO riprende a
parlare rapido e sommesso come se le parole gli
bruciassero le labbra.
Nostra madre non era là, era lontana, estranea, in un'altra casa,
tenuta da un altro legame, perduta per lui, perduta per noi, misera
anch'ella come tutti.
Una pausa. Novamente la sua voce si muta. Un
lieve tremito l'affievolisce quando parla della
compagna.
Ecco la realtà atroce da cui nacque la mia illusione di tenerezza
fedele. Vidi la mia compagna di sciagura e di coraggio risollevarsi a
poco a poco come si risolleva l'erba calpesta. E, dopo quel movimento,
tutti i movimenti delle cose più semplici e più dolci passarono in lei,
composero la sua armonia. Ella parve umanare per me la grazia della
terra. E non nella pace, non nell'allegrezza, ma nella pena; perché
anch'io son pronto a prendere su me quel che v'ha di peggio...
Un'altra pausa. Egli ora esita, ora s'affretta,
ora s'arresta. Certe parole gli muoiono come nei
ritegni di un pudore cruccioso.
È uscita, dianzi, sotto la prima pioggia di primavera, ahimé, per
compiere un atto ben triste. Su la casa estranea, dove soffre quella
che non era con noi a quel capezzale, sono entrate la malattia e la
miseria... Sappiamo quanto ella soffre, quanto ha sofferto per l'uomo
non degno che diede a noi, tratto dallo stesso grembo doloroso, un
fratello ignoto... Ha quindici anni... un giovinetto... Ora è molto
malato... Maria è andata a spedire un poco di denaro...
Alle ultime parole dette sommessamente, succede
un intervallo di silenzio in cui sembra che la
massa pesante della tristezza occupi tutto lo
spazio. Ma VIRGINIO si scuote, e tende l'orecchio
verso la porta sinistra.
Dev'essere rientrata. Sento il suo passo.
CORRADO balza in piedi, bruscamente.
CORRADO.
Addio, Virginio.
VIRGINIO.
Te ne vai?
CORRADO.
Ritornerò.
VIRGINIO.
Non vuoi salutarla?
S'ode la voce della sorella dietro la porta
sinistra.
LA VOCE DELLA SORELLA.
Virginio, sei là? Sei solo?
VIRGINIO.
Entra, entra, Maria. C'è Corrado.
Entra MARIA. È vestita di panno, con una eleganza
svelta e sobria: ha ancora il cappello in testa;
e porta con sé tanti mazzi di violette doppie
quanti ne possono tenere le due mani. Un lieve
rossore le accende il viso giovine; e le grosse
gocciole della pioggia le luccicano ancóra su le
spalle, su le maniche, giù per la gonna.
MARIA
Ho presa la pioggia. Vedi?
Dà un lieve crollo come per scuotere da sé le
gocciole, con un debole riso senza gaiezza.
Volendo tendere una delle mani a CORRADO, si
stringe con l'altra il fascio dei fiori contro
il petto così che il mazzo più alto le sfiora il
mento.
Tieni, Virginio. Aiutami. Sono tutte per te le violette. Le tue, là,
sono appassite.
Il fratello cerca di prendere i mazzi con le due
mani. Mentre egli china la faccia per aspirare il
profumo, MARIA gli sfiora la fronte con le labbra
velocemente.
VIRGINIO.
Ah, come sono fresche! Senti, Corrado.
Si avvicina all'amico perché anch'egli fiuti
l'odore.
CORRADO.
Che buona cosa!
Egli socchiude gli occhi. La sua voce è un poco
sorda ma stranamente animata come da un lungo
respiro che rompa l'oppressione.
Dove le avete trovate, Maria?
MARIA.
Alla Fontanella di Borghese. Sono venuta a piedi da San Silvestro fin
qui! C'era ancóra il sole. Lo scroscio m'ha presa al Ponte Sisto. Ho
seguitato a camminare. Poi mi sono rifugiata sotto il portico di Santa
Maria in Cosmedin. C'erano gli operai, che spogliavano la facciata
dall'intonaco; e c'era Marco Dàlio ai restauri, che appena m'ha vista
ha incominciato a gesticolare pazzo di gioia e m'ha trascinata dentro
per mostrarmi le pitture che ha scoperte oggi nell'abside raschiando
il bianco di calce, e gli stucchi del quarto secolo negli archi di
mattone, e le tegole col marchio di Teodorico... Non vive più che per
la sua Basilica. M'ha detto che forse passando salirà per salutarti.
Ha parlato rapidamente, con una specie di
volubilità convulsa, togliendosi i guanti umidi.
Si arresta d'un tratto, e guarda in viso i due
uomini.
Ma perché siete così pallidi?
CORRADO.
Siamo pallidi?
MARIA.
Sì. Che è accaduto?
VIRGINIO.
Nulla. Corrado mi teneva compagnia mentre lavoravo.
CORRADO.
M'ero levato per andarmene, quando avete battuto alla porta. Non posso
più trattenermi. Vi chiedo perdono, Maria.
MARIA.
Non rimanete a pranzo con noi stasera?
CORRADO.
Non posso. Ma cercherò di venir dopo, nella serata.
MARIA.
Verrete certo?
CORRADO.
Sì, se non mi sentirò troppo stanco.
MARIA.
No, bisogna promettere. Ci sarà anche Francesco Cesi. Vi soneremo a
quattro mani la Settima Sinfonia e il Coriolano.
VIRGINIO.
Vieni, se puoi.
CORRADO.
A rivederci.
MARIA.
Aspettate che spiova.
CORRADO.
Non piove più. Guardate: c'è il sole là, sul Priorato di Malta.
VIRGINIO.
Esco con te. T'accompagno per un tratto, sino al Fòro.
MARIA.
Vuoi uscire?
VIRGINIO.
Vuoi che resti?
MARIA.
Come siete strani! C'è qualche cosa?
VIRGINIO.
Ma no, Maria.
CORRADO.
Bisogna che vada. Debbo vedere qualcuno, alle sei.
VIRGINIO.
Maria, c'è di là Sabina?
CORRADO.
A rivederci.
MARIA.
Corrado! Portate con voi questo. E tornate stasera.
Gli dà un mazzo di violette.
CORRADO.
Grazie. Addio, Virginio.
Come VIRGINIO è presso la finestra e volge
le spalle, MARIA fa un piccolo gesto di amore
supplichevole verso CORRADO che esce per la porta
del fondo.
VIRGINIO guarda per la finestra, cercando dissimulare la sua pena,
mentre la sorella si sofferma pensosa nel mezzo della stanza e con
le due mani levate toglie i due lunghi spilli che le fermano il
cappello.
VIRGINIO.
Che bella nuvola su l'Aventino! Guarda Santa Maria del Priorato: sembra
d'alabastro in quello sprazzo d'oro. I lecci e i cipressi di cent'anni
ringiovaniscono. Non c'è più un fiore su i mandorli; il frutto allega.
E quei poveri vecchi dell'Ospizio di San Michele, che stanno a guardare
dietro i vetri di quelle finestre tutte eguali!
MARIA si toglie il cappello e solleva con le dita
le ciocche ammassate; nasconde per un attimo il
viso triste nel cavo d'ambe le palme. Si accosta
al fratello con un passo leggero; gli è a fianco;
gli s'appoggia alla spalla; guarda con lui le
cose lontane.
Sai ancóra di violette.
Egli ora parla con un accento carezzevole, come a
una bambina.
Certo piove laggiù, verso i Monti Albani. Vedi? Quella barca porta
il vino di Gaeta a Ripa Grande. Ti ricordi della nostra giornata di
Fiumicino? Come dev'essere chiaro il mare, a quest'ora! Lo so, lo
so: la sirocchia è un poco triste... Bisognerebbe che io la potessi
condurre per una settimana ad Anzio, a camminare su la spiaggia dietro
i giumenti che vengono dalle carbonaie di Conca... Poco basta a mettere
il cuore in pace. Sentire due occhi freschi e limpidi sotto la fronte
e portarli bene aperti nell'attenzione e meravigliarsi d'ogni cosa
veduta, questo allora bastava alla nostra vita... Conosco, conosco la
malinconia di questi giorni bruschi tra pioggia e sole: meglio si vede
quante cose potremmo fare e non faremo mai... o mai più...
La giovine donna, china su la spalla di lui,
piange pianamente. Egli se n'accorge, si volta,
le prende la testa fra le mani, agitato.
Maria!
Ella cerca di abbassare il viso per nascondere le
lacrime.
Maria! Piangi? Che hai?
MARIA.
Nulla. Non so. Ecco, passa.
VIRGINIO.
Vieni. Siediti qui.
MARIA.
Ecco, è passato. Non piango più.
VIRGINIO.
Qualcosa hai sul cuore. Lo so. Non è venuta l'ora di dire? Vuoi che
aspetti?
Si china verso di lei, con infinita dolcezza.
Non posso più fare niente per te?
MARIA.
Ho avuta molta pena, molta pena a scrivere quella lettera... laggiù...
Povera mamma! Eravamo quasi rassegnati a saperla non più nostra... La
pietà ha riaperta la piaga. Il cuore mi duole.
VIRGINIO.
Desideri di rivederla?
MARIA.
Dove? in quella casa?
VIRGINIO.
Vuoi che t'accompagni a Perugia?
MARIA.
Ah, che cosa triste, troppo triste! Dopo tanti anni! Rivederla,
riconoscerla, per perderla ancóra súbito dopo...
VIRGINIO.
Vuoi che le offriamo di venire a vivere con noi?
MARIA.
E come potrebbe?
VIRGINIO.
Conducendo anche Lorenzino.
MARIA.
Ma... quell'altro?
VIRGINIO.
Forse colui consentirebbe a lasciarla andare, se ella volesse.
MARIA.
Credi?
VIRGINIO.
Ho detto: forse.
Una pausa.
MARIA.
Certo, Virginio, io vorrei, anzi dovrei rivederla, perché...
S'interrompe, torcendosi le mani; e di nuovo le
si riempiono gli occhi di lacrime.
VIRGINIO.
Maria! Che volevi dire? E perché non dici? Non hai più confidenza nel
tuo buon compagno. Lo sento. Tu ti distacchi da me a poco a poco.
MARIA.
No, no, non è vero.
VIRGINIO.
Vuoi esser pietosa? O ti sembra che nelle mie parole ci sia l'ombra
del rimprovero e che io non possa ricevere col cuore aperto la tua
confessione?
MARIA.
Quale?
Ella ha sussultato. Entrambi, da ora in poi,
lottano invano contro l'angoscia che li serra.
VIRGINIO.
Non ti sbigottire. Quando rimanemmo soli e tu divenisti la compagna
dei miei giorni e la grazia della mia fatica e la portatrice della mia
più alta speranza, credi tu che abbandonandomi intero alla tenerezza
fraterna io non avessi in fondo a me il presentimento di quel che
doveva accadere? Sapevo bene che la natura non ti avrebbe serbata a
me per sempre; sapevo che sarebbe venuta l'ora dell'elezione pel tuo
sangue giovine e che io sarei rimasto in disparte...
MARIA.
E intanto ti trema la voce e hai il viso contratto e soffri parlandomi
così...
VIRGINIO.
No, Maria. T'inganni.
Egli esita per un istante. Poi, tendendosi verso
la sorella, le parla con una voce che vuol esser
ferma e si rompe.
Puoi dirmi che l'ami.
MARIA.
Sento di qui i colpi del tuo cuore. Non t'angosciare, non t'angosciare.
Non voglio lasciarti. Non mi staccherò mai da te.
VIRGINIO.
Ma che dici? Sono un bambino?
Si sforza di sorridere; riprende il dominio di
sé.
Io solo posso qualche volta parlare a te come si parla alle sorelline
che hanno cinque anni.
Le accarezza lievemente i capelli.
Non credere che io voglia far pesare sul tuo capo la mia tenerezza. Non
voglio imprigionarti, né strapparti dalle ali le penne maestre perché
tu non voli via o almeno perché tu non mi fugga troppo lontano... Sì,
certo, ho un po' di agitazione dentro di me. E tu comprendi. L'incanto
della mia vita sta per rompersi; e come potrei dunque rimanere
impassibile? Tu non sai forse ancóra quel che sei stata, quel che sei
per me, Maria.
MARIA.
So quel che sei tu per Maria.
VIRGINIO.
Sei la mia purità.
MARIA.
Oh, non m'inalzare troppo! Ho paura.
VIRGINIO.
Sei la mia armonia. La musica che fai con le tue piccole dita non vale
quella che fanno intorno al tuo viso i tuoi pensieri involontarii. Tu
allarghi ogni giorno i limiti del mio focolare, sino all'orizzonte.
Quando tu sei là, mi sento come in mezzo a una grande prateria dove
soffia un'aria che nel corpo e nell'anima cicatrizza tutto.
MARIA.
Troppo m'inalzi. Mi doni quel che non ho. Anch'io sono una povera
creatura, piena d'errore, destinata a deludere la buona attesa.
VIRGINIO.
Credi che io m'attenda da te il sacrifizio? Se l'amore ti chiama,
ascoltalo e va.
MARIA.
Che parola grave!
VIRGINIO.
Dimmi che l'ami. È il mio amico più caro.
MARIA.
Non abbassare le pàlpebre. Ho già veduto in fondo alle tue pupille
qualche cosa di disperato.
VIRGINIO.
L'ami? profondamente?
MARIA.
Temi la mia risposta come una sciagura.
VIRGINIO.
Confidati a me!
MARIA.
Non soffrire. Nessuno mi ti toglie. Se è il tuo amico più caro, è anche
il mio amico più caro. Non v'è nulla di basso in lui. Ciascuno di noi
vorrebbe trovare un modo di dar pace a quella grande anima tormentata,
o di darle tregua almeno, perché non consumi tutta la forza nel suo
tormento.
VIRGINIO.
E che faremo dunque per lui?
MARIA.
È stato lungamente qui con te, oggi.
VIRGINIO.
Sì, più del solito.
MARIA.
Entrando ho subito sentito che c'era qualcosa tra voi.
VIRGINIO.
C'era il suo male.
MARIA.
T'ha parlato... di me?
VIRGINIO.
No, Maria.
MARIA.
Eravate tutt'e due pallidi.
VIRGINIO.
Come quando il commiato è un ferro che taglia e separa.
MARIA.
Quale commiato?
VIRGINIO.
Non lo sai? Corrado ci lascia.
Balza in piedi MARIA, trascolorata e tremante,
come per difendersi da una percossa mortale.
MARIA.
No, non lo so. Non è vero.
Sgomento egli è come davanti all'apparizione
di una creatura sconosciuta; e, quasi per
trattenerla, quasi per convincersi che quella è
una realità immediata, pronunzia le parole sorde.
VIRGINIO.
Parte.
MARIA.
Per dove?
VIRGINIO.
Per laggiù, per il suo destino.
MARIA.
Quando?
VIRGINIO.
Senza indugio.
Forsennata, ella si torce, ella urla il suo
spavento.
MARIA.
Non è vero, non può esser vero. L'hai detto per provarmi, l'hai detto
per sapere. Vuoi sapere se io l'ami? vuoi che te lo gridi? Sì, guardami
come sono. Ho pietà di te, ho pietà di me. Ma l'amo, l'amo con tutte le
forze dell'anima e del sangue, da vicino, da lontano, nella vita, nella
morte, sopra tutto, di là da tutto... Guardami come sono. Dimmi che non
è vero, ora che sai. Rendimi il cuore. Aiutami.
Non altrimenti la vittima, legata all'ordegno
della tortura, denuda tutta l'anima sua purché il
carnefice arresti il supplizio.
VIRGINIO.
Sì, sì, quello che vuoi... Può non esser vero... Non sarà vero...
Glielo domanderai tu stessa. Ti risponderà. Lo rivedrai fra poco, gli
parlerai... Non è, non dev'essere.
Anch'egli, purché cessi lo spettacolo
intollerabile di quel patimento, è pronto a
qualunque parola, a qualunque atto. MARIA si
lascia cadere su la sedia.
MARIA.
Perdonami, povero caro!
VIRGINIO.
Maria, Maria, non aver pena per me e non mi risparmiare. Vedi: resto
in piedi, sono pronto. Dobbiamo affrontare il peggior dolore un'altra
volta? Eccomi, sono qui. Non dimentico che t'ho riconosciuta a un letto
di morte.
La sorella rabbrividisce e sobbalza.
MARIA.
La morte è di nuovo con noi? Ho avuto un gran brivido. Tu l'hai
nominata.
VIRGINIO.
Ma che pazzia è la nostra? Che è quest'orrore che ci prende? di che?
Su, vieni alla finestra. C'è ancóra il sole. Perché siamo così? Perché
è entrata nella casa la benedizione della vita! Tu ami, tu fiorisci.
Ti vedrò fiorire. Sei forte e intatta. Hai una piccola costellazione
di ferro nell'iride: io te l'ho scoperta. Puoi essere la compagna di un
eroe. Bene t'ho serbata al più degno.
MARIA ha sollevato verso di lui il suo volto
fatto più chiaro, bevendo avidamente il conforto
inatteso.
MARIA.
Oh, la buona voce! T'è risalita dal cuore a un tratto. Credevo, dianzi,
che non l'avrei udita mai più. Ne avevi già una diversa.
VIRGINIO.
Vieni alla finestra. Il sole s'indugia per te. Guarda.
MARIA.
E forse... forse l'ho udita or ora per l'ultima volta.
VIRGINIO.
Il delirio ti torna?
Di nuovo il volto di lei sembra disfarsi, velarsi
d'un'ombra violacea.
MARIA.
L'ho ricevuta in fondo in fondo all'anima per tenerla viva dentro di
me sino alla fine, per ricordarmi che visse una Maria a cui tu parlavi
così.
VIRGINIO.
Tu deliri.
MARIA.
Perdonami, perdonami. È duro seppellire sé stessa con le proprie
mani nel cuore fraterno. E io non t'ho detto tutto e non posso più
nasconderti nulla.
VIRGINIO.
Una cosa non m'hai detto, la sola che voglio ancóra sapere. Dimmi: ti
ama?
Ella sembra smarrirsi, e volge intorno gli occhi
ingranditi. Rapidamente prorompe.
MARIA.
Sì, sì, mi ama... Non lo sai? non l'indovini? Non te ne sei accorto?
Dimmi!
Dietro la porta del fondo s'ode la voce
dell'amico sopravvegnente.
LA VOCE DI MARCO DÀLIO.
Virginio! Virginio, si può entrare?
MARIA si alza e si ricompone. VIRGINIO la guarda,
le prende una mano e la stringe nella sua con un
gesto di riscossa; poi va verso la porta e apre.
VIRGINIO.
Entra, entra, Marco.
Entrano l'architetto MARCO DÀLIO e il medico
GIOVANNI CONTI.
Oh anche tu, Giovanni?
MARCO DÀLIO.
Siamo saliti per un momento. Hai ancóra da lavorare?
VIRGINIO.
No, non lavoro più.
GIOVANNI CONTI.
Come state, Maria?
MARIA.
Non bene, dottore, veramente.
GIOVANNI.
Mani fredde. Non avete la vostra solita buona cera.
MARIA.
Forse oggi mi sono stancata un poco troppo.
MARCO.
È venuta a piedi da San Silvestro! Me la son vista apparire in
Cosmedin, di corsa, sotto l'acquazzone, carica di violette.
GIOVANNI.
Che buon odore, dopo quello dell'Ospizio!
MARIA.
Ora penso che ho ancóra addosso gli abiti umidi.
MARCO.
No, non prendete súbito la fuga!
GIOVANNI.
Ma che è questa nuova manìa di camminare, di camminare tutto il giorno?
MARIA.
Non è nuova. Domandate a mio fratello. Ad Anzio, facevamo miglia e
miglia.
GIOVANNI.
Non sul lastrico.
MARIA.
È vero!
MARCO.
Virginio, ti ha raccontato le mie meraviglie?
VIRGINIO.
Sì. Ti vedo raggiante.
MARCO.
Ora so che la chiesa di papa Callisto era tutta coperta di pitture: una
vera _biblia pauperum_. E dimostrerò l'esistenza d'una scuola romana
nel secolo duodecimo.
MARIA.
Io vi domando perdono. Comincio a sentirmi addosso un poco di freddo.
Vado, ma torno.
GIOVANNI.
Veramente?
MARIA.
Sì, fra qualche minuto.
MARCO.
Non ci tratteniamo che poco. È tardi.
GIOVANNI.
Ho una cosa per voi.
MARIA.
Che cosa?
GIOVANNI.
Il libretto di Suor Cecilia.
MARIA.
Datemelo.
GIOVANNI.
Ve lo do, se tornate.
Ella sorride un poco, e fa un gesto di commiato
breve.
MARIA.
Sì, torno. Prometto.
Ella prende di su la tavola il suo cappello, i
suoi guanti, ed esce per la porta sinistra. I tre
uomini la seguono con gli occhi intenti.
MARCO.
Che strano potere patetico ha su chi la conosce! Come comprendo,
Virginio, la tua perpetua sollecitudine! A vedere quella sua bellezza
fatta di sensibilità e d'attenzione, si pensa sempre con timore
che qualcosa o qualcuno potrebbe farle male. Siamo i tuoi rivali in
fraternità gelosa.
GIOVANNI.
Che ha? Perché è tanto giù?
VIRGINIO.
Da Perugia notizie tristi. Il pensiero della madre la tormenta
di nuovo. Soffre di saperla infelice. Vorrebbe aiutarla. La sente
estranea.
GIOVANNI.
Ah, non è sempre il nostro stesso sangue che più s'invelenisce contro
di noi e più ci strugge? La peggiore delle fatalità corporali è quella
che ci lega ai consanguinei.
MARCO.