Io non conosco se non quello che aderisce all'atto come il bagliore a

ciò che riluce. Il mio più gran sogno aderiva alla mia vita, una notte

di marzo, laggiù nel paese dei Galla, di contro alla montagna coronata

di fuochi, mentre giungeva di tratto in tratto al nostro piccolo

campo il grido di guerra rimbombante d'altura in altura giù pel fiume

sconosciuto; e io avevo gli occhi bene aperti nel buio, il mio buon

fucile tra le mani, fitta nel centro della mia volontà la mèta come

un cùneo, tutta vivente intorno a me l'immensità del Continente nero,

nelle narici quell'odore d'Africa che non abbandona mai più il cervello

di chi l'ha fiutato una volta. Coricato sentivo la mia anca imprimersi

nella terra molle con un cavo che poteva anche essere il principio

della mia fossa; e allora tutte le tombe italiane sparse nelle vie

tenebrose mi risplendevano innanzi all'anima più che i fuochi dei Galla

sul monte, mentre udivo nelle tregue del clamore nemico il respiro dei

miei Sudanesi e dei miei Somàli accosciati tra le euforbie. Mi ricordo:

era il 21 di marzo, l'equinozio di primavera. L'altrieri cadde il

secondo anniversario.

VIRGINIO.

Devi averlo santificato.

CORRADO.

Sì, passando la notte in una bisca, tentando per l'ultima volta la

fortuna ignobile con qualche biglietto untuoso.

VIRGINIO.

Perché cerchi di offendere e di scacciare così crudamente l'eroe che è

dentro di te?

CORRADO.

È dentro di me? Dunque è prigioniero. E ogni prigioniero si fa astuto e

malvagio; o diventa folle, ritrova la sua libertà nella follia. L'aria

vivida, il pericolo prossimo, il cuore pieno d'allegra temerità: ecco

quel che gli converrebbe.

VIRGINIO.

E non sai dunque aspettare?

CORRADO.

Aspettare che cosa? Quando l'albero è divenuto grande, che cosa

aspetta? La folgore? Ma anche la folgore tarda, o non vien mai.

VIRGINIO.

Aspettare il tuo giorno, disciplinando la tua forza.

CORRADO.

Ah, la forza immobile nell'attesa dell'esplosione! Conosco questa

attitudine. È ben quella di molti tra i nostri coetanei, oggi. Hanno

sempre in mano la miccia accesa, e la guardano mentre si consuma,

finché non si sentano bruciare le dita. I più accorti, invece della

miccia, accendono un fuoco di bengala coi colori nazionali. E gridano

di tratto in tratto: «È tempo. I tempi sono prossimi». Tempo di che?

VIRGINIO.

Quando tutta una generazione aspira verso un nuovo Ideale è segno che i

grandi esemplari stanno per riapparire dalla profondità della stirpe.

CORRADO.

O Virginio, l'Ideale posto fuori della vita è una specchiera publica

per vanesii e poltroni. L'Ideale d'un popolo magnanimo non precede i

suoi fatti ma è l'irradiazione emanata dai suoi fatti nella lontananza

del tempo. Com'è d'un popolo, così è d'un uomo. E io mi vergogno

d'esser divenuto il comediante del mio Ideale, segnato a dito su i

marciapiedi urbani. «L'uomo dalle spalle quadre» dicono «è Corrado

Brando, quello del Giuba. Il capo della spedizione l'ha molto lodato

per la sua abilità nel cucinare la carne d'ippopotamo e nel cucire le

ferite ai negri con lo spago. Ora vuol tornare in Africa, a ogni costo.

Bella passione! Intanto si esercita su per le scale dei Ministeri e

della Società geografica, in questue; e passa le notti nelle bische

per veder di vincere, o di barare, alcune di quelle migliaia di lire

che l'ingrata patria gli nega e che pur gli bisognano al fornimento. Ma

come mai non porta a guinzaglio un paio di leoncini?»

Nel riso acre sembrano stridergli i denti.

VIRGINIO.

No, non ridere di quel riso cattivo. Tu affermi che la contraddizione e

la guerra sono per la tua natura gli stimoli più efficaci a vivere e ad

amare la vita. Ed ecco, l'impedimento ti esaspera e ti disgusta! Ma non

v'è eroismo senza impedimento: l'una cosa e l'altra sono indissolubili,

come la natività e il dolore.

CORRADO.

L'impedimento formidabile da abbattere o da sormontare; non l'inciampo,

l'impaccio, l'intrigo.

VIRGINIO.

La povertà, le miserie domestiche, i fastidii cotidiani, le bisogne

umilianti ed estenuanti, la malattia, l'ingiustizia, l'ingratitudine,

il dileggio: non sono queste le ombre di tante vite illustri a cui

domandiamo ogni giorno il segno di luce per andar più oltre?

CORRADO.

Pronto io sono, per la mia mèta, a prendere su me quel che v'ha di

peggio in terra, risoluto anche ai sacrifizii umani. Tu mandami là

dove io ho lasciato la mia virtù, e poi dammi da compiere quel che è

più difficile e più atroce: io lo compirò senza mai volgermi indietro

né mai mettermi a giacere. Quel che non mi fa morire mi rende più

forte. Ma pur mandami e dimmi che io vado a morire, che avrò il mio

tumulo in una regione non mai calpesta da uomo bianco. Andrò senza

esitare, cantando. La sera che giunse a Roma la notizia della morte

di Eugenio Ruspoli, il sentimento dell'invidia soverchiò ogni altro

e mi divorò il cuore. A Burgi, su la via del Daua che primo aveva

percorso, egli ha per monumento un ramo secco fitto in un mucchio di

terra, agguagliato nel sepolcro ai capi della gente Amarr. Per quella

via io voglio ritrovare le sue tracce, ma andar più oltre, assai più

oltre, risalire il Daua, cercar di sciogliere l'enigma del fiume Omo...

E poi... Ho il mio pensiero, anzi ho il mio impero, una parola romana

da rendere italica: _Teneo te, Africa._ Ah, se tu potessi comprendere!

Ah, se tu avessi provato una volta quel che io provai quando di là da

Imi entrammo nella regione ignota, quando stampammo nel suolo vergine

l'orma latina! Ancora vedo i branchi d'avoltoi e di cicogne levarsi sul

Uebi, odo il fischio dell'aquila pescatrice...

VIRGINIO.

Ti comprendo. Comprendo la tua passione e la tua nostalgia; e, non

so perché, m'aiuta un ricordo della nostra adolescenza, il ricordo

di quella sera su la via Cassia quando ci smarrimmo e a notte ci

ritrovammo su l'Arrone e tu volesti salire la rupe vulcanica per

entrare nelle rovine di Galera e tutta notte errasti aprendoti la via

tra i pruni fitti, e all'alba eri stillante di sangue e di rugiada

quando ti addormentasti sul tufo... Ti rammenti?

CORRADO.

Mi rammento. Presi la febbre. Allora il fiumicello Arrone bastava alla

mia sete... Dianzi tu mi parlavi dell'acqua: tu la dòmini e la governi

e nondimeno l'ami, la tratti come una schiava divina... Ma ci sono

ancóra fiumi nel nostro paese? Non sono tutti disseccati? Ah, sì, c'è

là il Tevere, carico di belletta e di storia; e tu sei uno di quelli

che lo serrano tra due muraglioni lisci e diritti. Se fosse un poco più

piccolo potrebbe forse anche entrare in un museo...

Beffardo ride; poi s'illumina di veggenza.

Dianzi tu mi parlavi di una specie di estasi. Imagini tu quella di

Enrico Stanley che dall'alto di una collina scopre una delle massime

arterie terrestri? il Lualaba, largo mille e quattrocento yarde, un

immenso volume color di ferro, che non reca la storia degli uomini ma

il mistero di millennii e millennii senza voce e senza nome. Gli occhi

dell'esploratore erano grigi dalla nascita? Non ti sembra che debbano

aver preso il colore di quell'acqua in quel primo sguardo? Rompe egli

il silenzio per dire al fiume: «Ora il mio cómpito è di seguirti fino

all'Oceano». Parola nuda che gareggia di grandezza con la corrente.

Dammi un tal cómpito; e ti giuro che gli sarò pari. Io sono un Italiano

della razza dei Caboto, e la terra della mia virtù si chiama anch'essa

Primavista.

VIRGINIO.

Attendi. La passione e la volontà affascinano l'evento.

CORRADO.

Non posso più attendere. La passione, quando non si esalta ed esala

in atti e in opere, pesa in noi col peso della bestialità più greve o

ci avvelena con fermenti di odio. Tutti i miei istinti balzano oggi in

guerra contro l'ordine che mi opprime. Ecco una energia tesa e pronta:

un coraggio lucido in un corpo disciplinato. Dico: «Adoperatemi.

Mandatemi al segno». Mi vien risposto con parole ambigue, con sorrisi

prudenti e vili. Dietro quelle promesse irrisorie, dietro quegli indugi

scaltri sento la gelosia attiva dell'antico mio capo, che è divenuto

il mio rivale implacabile. Tu per aver troppo guardato l'acqua hai

forse poco guardato la vita, e non hai mai veduto da vicino la mano

che uccide con precauzione. Ben avrei potuto io liberarmi cautamente

di colui se, nel paese dei Gurra, quando era sfinito dalla febbre

e delirante, lo avessi abbandonato nella melma sotto l'acquazzone,

invece di fargli ingozzare una manciata di chinino e di caricarmelo sul

muletto... Ti confesso il mio rammarico.

VIRGINIO.

No, non ti calunniare. Non ti lasciar torcere il cuore dall'amarezza.

Ti so generoso come nessun altro.

CORRADO.

Mi son lamentato io forse? Non ho sempre serrato i denti per tener la

lingua in freno? Ho lasciato agli altri la millanteria, ho tenuto per

me l'orgoglio. Ma dimmi: chi è il capo se non il più forte? Quando

nell'altipiano fra l'Auata e il Daua gli uomini divorarono l'ultima

razione, e la febbre la dissenteria la fame, tutti i mali s'abbatterono

su la nostra torma già decimata, e i Neri sfiniti dalla stanchezza

dal digiuno dai reumi, gonfi d'umidità o grinzi come i sacchi vuoti,

cadevano a terra, sùbito coperti dalle mosche, boccheggiavano nella

melma, si nascondevano nei cespugli per morire; e da quelle povere

labbra attaccate alle gengive non passava più se non la parola

sepolcrale: «Kalas, basta!», chi fu che solo non cessò mai dal gridare

l'altra parola: «Avanti!» ed ebbe animo di trascinare verso la mèta la

sua stessa carne miserabile?

VIRGINIO.

Che temi dunque, se ti resta quell'animo?

CORRADO.

Temo di perderlo, in questa vita di vergogna. La notte, quando rientro

a casa, dopo aver respirato per ore ed ore l'aria infetta, non lo

sospendo forse nell'anticamera come un cencio molle e sucido? Ti dico

che così mi sembra, certe volte. Alla tavola del giuoco non sento

soltanto contro il mio gómito il gómito altrui, sento l'orrore del

contagio che mi corrompe; e il fissare atrocemente gli occhi obliqui

della sorte, innanzi a me, non m'impedisce di scorgere il mio stesso

sguardo tra le palpebre gonfie dei bari.

VIRGINIO.

Insensato, insensato, tu sei davanti alla tua cima; e, per l'impazienza

di ascendere, discendi più basso, sempre più basso! Quando tu penetri

nell'abisso e vi t'indugi, l'abisso penetra in te. Non lo sai?

CORRADO.

E che importa, se riesco poi a risalire e a scoprire le nuove stelle?

VIRGINIO.

E, se non riesci, che ti rimane? Quel che dispregi negli altri: una

spina dorsale fiaccata, un cuore stanco e impudente, una volontà

instabile, un'ala monca per svolazzare...

CORRADO.

No; perché io ho affrettata la mia caduta, volendo giungere in alto.

VIRGINIO.

Parola sibillina.

CORRADO.

Forse. Te l'ho già detto. Non esito a prendere su me stesso quel che

v'ha di peggio.

VIRGINIO.

Più degno di te era, nell'attesa, riprendere la tua arte: non giocare

ma fondare, non rischiare ma edificare.

CORRADO.

La mia arte! Fondare, edificare! Sogni tu sempre? Ingegnere idraulico,

tu signoreggi il sangue e la linfa del mondo. Ma, in realtà, ora tu

distruggi una bellezza creata dalla vicenda delle alluvioni, dalla

miseria degli uomini, dalla crosta dei secoli; in realtà, tu cancelli

i segni d'una scrittura venerabile, per sostituirvi un muraglione

biancastro e brutale, che nulla esprime e nulla commemora. E io? che

potrei io fare? tornare in Sardegna, al Monteferru, a saggiar qualche

miniera esausta? o mettermi al servigio d'un intraprenditore ladro?

costruirgli su false fondamenta riempite di macerie una grossa gabbia

crivellata di buchi per ingabbiare la scrofola e l'epilessia dei

proletarii?

VIRGINIO.

Le nuove materie — il ferro, il vetro, i cementi — domandano di essere

inalzate alla vita armoniosa nelle invenzioni della nuova architettura.

CORRADO.

Un popolo ha l'architettura che meritano la robustezza delle sue

ossa e la nobiltà della sua fronte. Nell'arco romano non senti tu

la prominenza del sopracciglio consolare? Se tu fossi sostenuto e

sollevato dalla piena vita della tua gente, la tua muraglia tiberina

non sarebbe destituita d'ogni stile ma — come il valore di uno

spirito crea l'aria d'un volto — sotto le mani delle tue maestranze

libere una grande idea si manifesterebbe nelle linee nei rilievi

nelle commettiture delle pietre: Roma esprimerebbe anche una volta,

col linguaggio lapideo che solo le conviene, la sua volontà di

ricongiungersi al Mare che solo di lei è degno.

VIRGINIO.

È vero. Ogni alto sforzo oggi è solitario, ogni armonia è contrariata

dalla sterile inquietudine.

CORRADO.

O Virginio, invece di mendicare da un burocràte sonnacchioso la licenza

d'immolarmi, allora io potrei forse divenire un costruttore di città su

terre di conquista, ritrovare quell'architettura coloniale che i Romani

piantarono nell'Africa degli Scipioni. Guarda le Terme di Cherchell, il

fòro di Thimgad, il pretorio di Lambesi. Intorno a un campo trincerato

per contenere i nòmadi, ecco sorgere di sùbito una città marziale,

alzata dalle coorti dei veterani! Ebbene, io sono modesto: oggi mi

contento di rischiare la pelle per sapere se l'Omo appartenga al

sistema del Nilo o sbocchi nel lago Rodolfo. Non domando neppure gli

augurii per viatico. Vado solo.

VIRGINIO.

Parti?

CORRADO.

Parto.

VIRGINIO.

Quando?

CORRADO.

Senza indugio.

VIRGINIO.

Per dove?

CORRADO.

Per Brava, per la Costa Orientale, dove m'aspetta Ugo Ferrandi. La mia

sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar.

VIRGINIO.

Hai dunque tutto ottenuto?

CORRADO.

Nulla.

VIRGINIO.

E allora?

CORRADO.

Gaetano Casati andò a raggiungere Romolo Gessi coi soli mezzi

necessarii per arrivare a Kartum.

VIRGINIO.

Hai vinto al giuoco?

Tace il violento per alcuni attimi; si allontana,

poi si riaccosta: ha l'occhio torbido e fisso.

CORRADO.

L'altra notte, la notte dell'anniversario, sul tappeto verde c'era

denaro bastevole per arruolare armare ed equipaggiare una scorta

di duecento àscari con muli asini cammelli vettovaglie e mercanzie

di scambio. Mentre la sorte nemica di colpo in colpo mi riduceva

inesorabilmente al muro, io seguivo nella mia imaginazione tutta

l'opera dell'allestimento; e vedevo sul tristo sabbione della costa

le mie balle, le mie casse, le mie tende e i miei uomini e le mie

bestie da soma e da macello, e l'ombra mostruosa delle gigantesche

ceppaie senza foglie su la duna oceanica. Gli orecchi mi rombavano

come se avessi preso dieci grammi di chinino, e sentivo intorno

alla mia persona non so che aura isolante. Di tratto in tratto la

mia visione s'interrompeva, e intorno m'apparivano i miei compagni

di giuoco ridicoli e miserevoli come nell'incoerenza d'un sogno,

anemici o apoplettici, giallognoli o scarlatti, alcuni rasi e flosci

come istrioni, altri imbellettati e tinti come meretrici; e il lezzo

nauseante delle pomate e dei fiati guasti si mescolava in me all'odore

imaginario della mia carovana e al soffio dell'Oceano Indico. Ma l'uomo

che teneva il banco era spaventoso: il suo cranio calvo, con in mezzo

un solo ciuffetto crespo, mi ricordava un cammelliere tunno, e il suo

grosso labbro pendente mi ricordava una vecchia arpia venditrice di

burro che avevo veduta al mercato di Bèrbera. Il denaro s'accumulava

dinanzi a lui; ed egli lo radunava senza fretta, separando la carta

dall'oro, con una mano di quadrùmane mezzo nascosta dal polsino

inamidato. Poco rimaneva agli altri; a me un gruzzolo d'oro, quanto

n'entra nel pugno. E ciascuno sentiva che su la tavola il vortice

silenzioso continuava a volgersi per il verso di quell'uomo, e che

era impossibile salvare quei resti. Rividi uno dei miei Sudanesi, un

colosso, piombato dall'alto in un gorgo del Uelmàl, aggirato come un

guscio di banana, inghiottito in un attimo. Pareva che mi risalisse al

cervello l'idromele dei Galla, o che mi tornasse improvviso un accesso

del mukunguru, della febbre d'Africa. Avevo un dolore sordo tra le

spalle, il battito alle tempie, lampi d'allucinazione negli occhi.

Raccogliendo quel poco d'oro per puntare, mi venne in mente — non so

perché — il modo che tennero i Somàli nell'uccidere Pietro Sacconi

mentre parlamentavano: uno gli gettò in viso una manata di sabbia, un

altro gli diede un colpo di lancia nel costato. L'imagine interna fu

così forte che mi comunicò ai muscoli uno di quei due moti; la riscossa

della volontà riescì a trattenere il braccio che era per scagliare

la manata di metallo sul viso dell'uomo calvo, ma non così che il mio

gesto nel porre la posta non apparisse scorretto. Colui levò gli occhi

bianchicci, e io vidi sul suo grosso labbro una parola acre spuntare e

rientrare. Egli aveva incontrato il mio sguardo e non aveva osato. Non

so quale fosse l'attitudine dei presenti in quel punto, perché da una

banda e dall'altra vedevo buio come nella notte di due anni innanzi

tra le euforbie abbattute dal passaggio degli elefanti. E qualche

cosa di opaco, di carnale m'ingombrava dentro. Sentivo in quell'uomo

la paura fisica di me, e in me la facilità di annientarlo. Sapevo che

avrei potuto prenderlo per la collottola e ch'egli si sarebbe lasciato

scuotere senza rivoltarsi, come quei cani che s'abbiosciano sotto il

castigo e nel pugno del padrone diventano tutta pelle mencia. Lo avrei

scosso dicendogli: «Lascia là il bottino che non è tuo, bestia immonda;

serve a me, alla mia idea, alla mia passione; mi serve a morire come

mi piace in qualche parte che non sia quella che tu appesti». Ma

allora anche l'ultima posta fu perduta. E allora giocai su la parola,

vertiginosamente. A un certo punto udii la mia voce dire nel silenzio,

chiara e ferma: «Voglio pagare il mio debito con una moneta che porti

la mia effigie». Sussultai con un po' di freddo nella radice dei

capelli; e, ridivenuto lucido, guardai intorno alla tavola. Tutti erano

fissi nel fascino della sorte: nessuno aveva udito. La mia voce era

rimasta in me.

A poco a poco, nel racconto egli s'è lasciato

trascinare dall'istinto micidiale ed ha rivissuto

con straordinaria potenza nell'orrore di quella

tentazione notturna. Ora si arresta, preso da

un fugace smarrimento. Ma sùbito riacquista

il dominio di sé; e riafferra l'ironia contro

l'amico sconvolto.

VIRGINIO.

Corrado!

CORRADO.

Che hai? Sei commosso.

VIRGINIO.

Sì. Mi fai pena.

CORRADO.

Mi hai visto pronto alla rapina? Che pensiero t'è passato per la mente?

Ti aspetti ora una confessione terribile?

Il riso gli riluce sui denti.

VIRGINIO.

Tu mi sembri malato.

CORRADO.

Perché t'ho raccontato un sogno d'infermo?

VIRGINIO.

C'è qualche cosa d'estraneo in te.

CORRADO.

Che cosa?

VIRGINIO.

Non so. Ma tu parli, parli; e sento che le parole girano sempre intorno

a un pensiero che resta celato.

CORRADO.

Altro è il pensiero, altro è l'atto, altro è l'imagine dell'atto.

Intorno a quale di queste tre cose io giro?

VIRGINIO.

Corrado, ti prego: non tener lontano da te con questa ironia convulsa

il tuo amico che sente in fondo a te l'angoscia chiusa e vorrebbe

avvicinarsi al tuo cuore.

CORRADO.

Confessa: tu m'hai in sospetto.

VIRGINIO.

In sospetto di che?

CORRADO.

D'aver santificato l'anniversario al modo dei Somàli.

VIRGINIO.

Ma che dici? Ma perché seguiti a nasconderti dietro quel falso riso? Tu

soffri.

CORRADO.

Vedi che non puoi dissimulare la tua commozione.

VIRGINIO.

Sono il tuo amico, il tuo fratello, da anni e anni; so quel che vale la

tua speranza; e ti sento in pericolo.

CORRADO.

In pericolo di che?

VIRGINIO.

Penso a quel che dicevi, dianzi, del prigioniero; che incattivisce o

ritrova la libertà nella follia.

CORRADO.

Cerco, infatti, la mia libertà. Ho abolito il mio passato dietro di me,

ho schiacciata la vecchia maschera brutalmente, come col calcio del

fucile si fa del ceffo d'uno schiavo una cosa informe. La mia ultima

solitudine incomincia. Io non posso più essere il tuo amico.

VIRGINIO.

E perché mi rinneghi?

CORRADO.

Perché, se tu vuoi avere un amico, bisogna che tu voglia anche fare la

guerra per lui.

VIRGINIO.

Quando io lotto contro di te, allora sono più vicino al tuo cuore.

CORRADO.

Tu lotti contro la mia ragione di vivere. Per te la vita è un dovere?

Per altri è una fatalità, per altri un inganno; per me è un mezzo di

esperimento e di conoscimento, una vicenda di rischi e di vittorie.

Quel che tu chiami la mia speranza esige un'anima guerriera, la più

dura scorza, la ricerca di ciò che non fu osato, la capacità di fare

anche il male, di abbattere i termini, di mettersi fuori della legge.

Ed ecco, tu sei sconvolto in tutta la tua coscienza quando io ti mostro

il primo movimento di un istinto ferino.

VIRGINIO.

E non faccio io dunque la guerra per te contro quell'istinto? Se tu

vuoi essere un eroe, non devi domarlo? Io misuro gli eroi dal loro

cuore. Tanto sono più grandi quanto più tenacemente la loro forza è

radicata nella bontà feconda.

CORRADO.

La bontà è avida di legami; e il mio destino è nel continuo distacco,

nella necessità di abbandonare sempre qualcosa o qualcuno: un'idea,

una riva, un essere caro. Andando alla mia impresa, non tanto cerco la

gloria quanto la lontananza. O Virginio, per sapere che sia la potenza

della solitudine, bisogna aver piantato i piedi in una di quelle

regioni incognite ove l'uomo crede sentire sotto di sé la totalità

della Terra. O forse basta guardare quella maschera di Titano. È

l'isola dello spirito, e non v'è nulla intorno fuorché la tempesta.

VIRGINIO.

Eppure colui ha detto: «Non riconosco altro segno di preminenza umana

se non la bontà». È una delle sue parole.

CORRADO.

Questo ha detto? Con quella fronte rocciosa, con quelle mascelle capaci

di stritolare un ciottolo, con quella bocca che sembra chiusa per

impedire l'irruzione di una vampa, con quel naso corto e largo come un

ceffo leonino!

VIRGINIO.

Eppure chi lo vide sorridere una volta non vide poi nulla di più dolce

nel mondo. E mia sorella ha letto, non so dove, che Rellstab faceva uno

sforzo per non piangere vedendo la tristezza di quegli occhi.

CORRADO.

Occhi terribili, pieni di dolore e di furore, così fiammeggianti in

fondo alle occhiaie, che nessuno seppe mai veramente di che colore

fossero. La gente si voltava nella via, colpita da quella violenza.

Conosci il suo aspetto? Era tarchiato, di ossa massicce, di collo

muscoloso, con una faccia rossastra come il mattone d'un màstio

infoscato dal tempo, con una fossa nel mento come una cicatrice, con

una criniera serpentosa che faceva pensare alla Gorgóne. Uno che lo

vide lo assomigliò al re Lear sotto l'uragano. In una sua lettera c'è

questo grido selvaggio: «Voglio afferrare il destino alla gola». E

dalla sua sinfonia sorge una forza che sempre afferrerà alla gola gli

uomini.

VIRGINIO.

È vero. Ma pensa alla divina ingenuità del suo amore per Giulietta

Guicciardi; pensa alla sua passione chiusa e fedele per Teresa di

Brunswick.

CORRADO.

L'una lo condusse fino alla tentazione del suicidio, l'altra gli aprì

una piaga immedicabile. L'una e l'altra lo lasciarono solo, dopo averlo

aggravato di dolore. Entrambe compirono su l'eroe una opera sterile.

Egli non ebbe figli se non dall'Eternità.

China il capo sotto il peso d'un pensiero oscuro,

e resta immobile per alcuni attimi. Passa un

intervallo di silenzio. VIRGINIO esita prima di

parlare. Una timidità penosa spegne la sua voce.

VIRGINIO.

Tu ti difendi dunque... dall'amore? Non ami... nessuno?

Un'altra pausa. Un'angoscia subitanea stringe i

due uomini.

CORRADO.

Perché... mi chiedi questo?

VIRGINIO.

Ho toccato in te... qualche cosa di vivo?

CORRADO.

Virginio, tu tremi dentro. Anch'io — è vero — ho l'angoscia dentro di

me. Vivere non è soltanto soffrire ma è anche far soffrire.

VIRGINIO.

Non potendo più essere il mio amico, sei tu divenuto il mio nemico?

CORRADO.

Non dar peso a quel che ho detto. Qualche volta non so che mostro si

generi in fondo a me: un groppo di vite discordi che lottano tra di

loro per disgiungersi e per andarsene in disparte a divorare qualche

cosa nel mondo o almeno a rovesciar qualche idolo... Non so. Perdonami.

Una pausa.

Questa è la tua casa. Quando io sono entrato, tu lavoravi in pace, al

sicuro. Tu tiravi le tue linee. Tutto era semplice. La luce di quella

finestra ti bastava. Queste quattro mura ti proteggevano.

VIRGINIO.

Corrado, ti ricordi di quella stanza che avevamo in due, nelle

vicinanze dell'Istituto Tecnico, a San Pietro in Vincoli, quando

andavamo a scuola?

CORRADO.

Mi ricordo. Sarà ancóra come la lasciammo? Chi vivrà là dentro? Chi

dormirà nei nostri due letti? Mi ricordo bene. Qualche volta avevamo

fame.

VIRGINIO.

Quel busto di Dante era tra il tuo letto e il mio. Lo comperammo da un

formatore di gessi. E quel giorno appunto avemmo fame. Ma ci sentimmo

più forti. La stanza meschina si fece grande. Ti ricordi?

CORRADO.

Sì.

VIRGINIO.

A pochi passi di là, nella basilica, in fondo alla navata destra,

avevamo un altro patrono.

CORRADO.

Il Mosè.

VIRGINIO.

Più che l'amore: Tragedia moderna Preceduta da un discorso e accresciuta d'un preludio d'un intermezzo e d'un esodio. · 第 3 / 9 段