«Luce su i culmini sola!» grida la voce dell'Orchestra, con una

sonorità trionfale, lacerando il silenzio dell'aspettazione, prima

che su l'altura scenica il velo si apra. La mia tragedia risponde a

quel grido illuminando tutti i culmini. Ella celebra le più ardue

vittorie del coraggio umano su la sventura e su la colpa. Ella

interpreta con insolita audacia il mito di Promèteo: la necessità

del crimine che grava su l'uomo deliberato di elevarsi fino alla

condizione titanica; e conferisce non so che selvaggio ardore patetico

all'impeto iterato della volontà singola verso l'universale, alla

smània di rompere la scorza dell'individuazione per sentir sé unica

essenza dell'Universo. Ella afferma ed esalta l'istinto agonale come

solo creatore di bellezza e di signorìa nel mondo. Ella ricorda alla

razza dei Caboto l'antichissima sua «vocazione d'oltremare», la sua

prima sete d'avventura e di scoperta, la gioia di propagare di là da

ogni confine lo splendore della patria, l'orgoglio di stampare l'orma

latina nel suolo inospite. Misurando su l'arco romano la prominenza

del sopracciglio consolare, ella offre alla terza Italia la visione

augurale della sua nuova architettura considerata come il linguaggio

della potenza, come il grande atto concorde della volontà che muove

i macigni, come il prodigio compiuto dall'ebrezza della volontà che

aspira a placarsi nell'arte. Ella in fine santifica il dolore che,

trasmutato nella più efficace energia stimolatrice, genera e conserva

l'avvenire. Ella glorifica la donna sapiente in una sola cosa: nel

donar sé stessa. Dice: «La paura del dolore, la paura di soffrire, non

può essere abolita se non da una religione in cui l'_Amore sia amato_.»

Anche dice: «Che ciascun uomo si faccia degno di ricevere _un annunzio

di perpetuità_, avendo fede nella Vita Eterna».

Tale, o amico, è la parola della tragedia abominevole che i catoncelli

stercorarii — sia detto con sopportazione — consegnano ogni giorno alla

vendetta popolare. Nessuna delle mie opere fu mai tanto vituperata,

e nessuna mi sembra più nobile di questa. Col canto senza musica

ella si accorda agli esemplari augusti. Sorta dalla mia più vigile

angoscia con la spontaneità di un grido, ella sembra composta sotto

l'insegnamento assiduo dei primi Tragedi. Ma gli accordi e i riscontri,

che io discopro in lei se la contemplo, sono per me stesso inattesi:

mi significano le divine analogie della vita ideale, le comunioni

misteriose e quasi direi sotterranee che affratellano le creature dello

spirito. Quando su la mano pallida ma forte di Maria Vesta che alza

il suo velo intravvedo l'ombra del braccio di Eracle che discopre il

viso fedele d'Alcesti tornante dall'Ade, io riconosco l'eternità della

poesia che abolisce l'errore del tempo. Anche riconosco la verità e la

purità della mia arte moderna; che cammina col suo passo inimitabile,

con la movenza che è propria di lei sola, ma sempre su la vasta via

diritta segnata dai monumenti dei poeti padri.

Per ciò io mi considero maestro legittimo; e voglio essere e sono il

maestro che per gli Italiani riassume nella sua dottrina le tradizioni

e le aspirazioni del gran sangue ond'è nato: non un seduttore né

un corruttore, sì bene un infaticabile animatore che èccita gli

spiriti non soltanto con le opere scritte ma con i giorni trascorsi

_leggermente_ nell'esercizio della più dura disciplina. Le figure della

mia poesia insegnano la necessità dell'eroismo. Uscito è dalle mie

fornaci il solo poema di vita totale — vera e propria «Rappresentazione

di Anima e di Corpo» — che sia apparso in Italia dopo la _Comedia_.

Questo poema si chiama _Laus Vitae_: è composto con un'arte demoniaca

come quella che foggia gli specchi magici; e opera per continua

metamorfosi su le imagini del mondo visibile trasmutandole in segni

luminosi del mistero interiore. È il ditirambo delle origini e delle

profondità. L'anima vi si agita nel canto come una Menade che abbia

rapito il segreto a Orfeo prima di lacerarlo; ma sempre la segue

l'ombra eleusina,

l'ombra del mietitore

indicibile che innanzi

agli epopti mieteva

la spiga di grano in silenzio.

Colui che sa leggere quelle grandi strofe eguali e sempre diverse,

regolate dall'impari numero delle sette Pleiadi e delle tre Càriti,

colui s'affaccia alla soglia dell'Avvenire e intravvede i primi

lineamenti dell'essere che sta per formarsi figlio della nostra

angoscia meravigliosa e del più divino mito.

Due fra tanti insegnamenti colui ritenga con più strenua tenacia,

perché sono i due poli del nuovo asse spirituale: due arti eroiche:

l'arte di inventare ogni giorno la sua propria virtù contro l'evento,

e l'arte di serbarsi puro. Tutto il poema converge alla Legge di Delo

come la piramide al suo apice.

Or tu, nella mia dipartita,

o Rupe, da tutta la tua

nudità cui più non fa velo

il fumo delle ecatombi,

ripeti a me l'unica legge

cui voglio obbedire: SII PURO.

Anche gli eroi della mia tragedia, travolti dalla sventura o sorpresi

dall'Ate carnale, si sforzano di obbedire a quel comando e cercano di

uccidere «la bestia inferma nel loro fango penoso». La mia recentissima

opera sviluppa in forma tragica taluno dei più attivi fermenti ond'è

fervido quel carme che il poeta considera come

il monumento al suo spirto

liberato e liberatore.

Che mai può dunque significare e valere il tentativo di rivolta contro

la mia signoria spirituale, basso e vano come una sommossa di schiavi

ubriachi? Qual mai potenza può oggi essere rivendicata contro la mia

arte, se la mia arte ha celebrato e celebra nella più schietta e più

energica lingua d'Italia le più superbe e le più sante potenze della

vita? In nome di qual principe degno d'essere unto e coronato re

domandano la mia deposizione i poveracci che si sfamano con gli avanzi

dei miei conviti e i ladruncoli che trafugano i frutti caduti dagli

alberi dei miei giardini? Come mai può sperare, non dico di prevalere

ma di giungermi al calcagno, il rancore servile dei troppi che, non

sapendo avermi per maestro, m'hanno per padrone e rècano in fronte il

mio marchio rosso e cercano invano di graffiarlo rompendosi le unghie —

sia detto con sopportazione — non dissimili a quelle di Taide attuffata

nella seconda bolgia?

Nessuno, certo, sa ridere più tranquillamente di me. Però v'è una

specie avversa che riesce a privare della consueta sobrietà le mie

allegrezze. Non rado avviene ch'io trasmodi, e mi perdonino le Grazie

decenti, quando il Catoblepa — la bestia plantìgrada nominata nel

_Morgante_ del Pulci, «che va col capo in terra e colla bocca» — fa

una buca nel mollicchio grufolando e m'insegna che quella è la divina

profondità a me preclusa; poi s'adira, digrigna, ringhia, crede di

stritolarmi vivo e non s'accorge d'avere addentato una delle sue

quattro zampe insensibili, gravi di grasso, di stupore e di mota.

Com'è lieve oggi, o amico, la bellezza dell'Alpe di Luni! Anche la

faccia del Tirreno è di sì tenue purità che mi toglie il desiderio di

risollevare gli occhi verso il cielo, perché appar quasi una imagine

del cielo più divina e più vicina, simile forse a quell'estatica attesa

che nei sereni impàllida tutto l'occidente quand'è per sgorgarne la

lacrima di Espero. Ma l'Alpe mi fa volgere il capo in dietro e obliare

il resto.

È ben quella che affocata dal tramonto diede a Dante ospite dei

Malaspina la visione della Città di Dite; è ben quella che il furente

Buonarroti sviscerò perché gli rendesse le sue creature imprigionate

fin dall'alba dei tempi nella matrice marmorea; è la patria delle

aquile nere e delle sentenze lapidarie, è la sostanza terrestre delle

forme eterne. Ma oggi il suo travaglio ha tregua, la sua durezza si

spetra. Non v'è nel mondo visibile, non nella mia memoria, una parvenza

che le somigli. Forse, ora che mi ricordo, forse a lei smisurata e

inesausta somiglia solo quel fiore paràlio che in un giorno di felicità

vidi sopra le sabbie del Fàlero attico e non lo colsi,

ah di sì lieve

bellezza che parveci entrasse

in noi non pel varco dei sensi

ma com'entra un puro pensiero.

Tuttavia ella era ieri anche più bella, mentre la contemplavo stando

di là dalla folta selva di pini che mi nascondeva il mare. Non era ella

come il sogno ieri ma come la vita, ma come una vita che sorgendo dalla

più remota malinconia e melodia della Terra si palesasse a sommo della

rupe in quella guisa indicibile onde appare nello sguardo dell'uomo il

sùbito ardore dell'anima. La «materia prometèa» sembrava a un tratto

divenuta impaziente di attendere lo scalpello e il martello del Titano,

pronta a foggiarsi da sé medesima secondo la sua aspirazione, pronta a

dare da sé medesima alla sua massa l'effigie del suo spirito, in quella

guisa indicibile onde l'anima dell'uomo sembra crear dall'interno

l'ossatura che la significa. E non mai la parola della sera aveva

parlato nel mio cuore con una musica tanto religiosa.

La distesa umile dei campi era oscurata, sotto quella grandezza in

punto di trasfigurare; e fumigava quasi cerulea di mirra senza odore.

Io stava ai piedi d'un alto pioppo, ch'era l'ultimo d'un lungo ordine

d'eguali; ed ecco, udii il fremito della cima, e alzai il capo a

guardare. E la tregua della contemplazione fu rotta, perché invidiai

l'albero; che è un uomo più saggio e più antico. Egli vedeva due

spettacoli con la sua cima fremente: vedeva l'Alpe e vedeva il Mare. E

io sentii con affanno, guardando il lucido moto delle frondi bicolori,

sentii che lo spettacolo a me nascosto dal folto della selva era il più

bello. «Che mai sarà la luce su la marina, se _il suo riflesso_ è tanto

bello su la montagna?»

Allora, meditando per i sentieri silvani, scopersi il viso virgineo di

una semplice verità; il quale mi diede tanta gioia che mi compensò di

quell'affanno. E consacrai l'apparizione alla cima del pioppo candido,

e il pioppo al mio dèmone.

E Oggi, o amico, mentre ti offro questa mia opera e raduno le pagine

ancor calde di un'altra e mi preparo alla dipartita autunnale, io

rinnovo al dèmone il voto di ieri: «Concedimi che in questo luogo dove

tutto è alto e puro e degno di ripercuotere il grido fùnebre di Niobe

già qui dalla mia anima udito, concedimi che in questa solitudine

io termini di scolpire la mia propria statua secondo le leggi che

m'assegnasti tu solo».

LA VERSILIANA, _30 novembre 1906._

PIÙ CHE L'AMORE.

LE PERSONE DELLA TRAGEDIA.

MARIA E VIRGINIO VESTA.

CORRADO BRANDO.

MARCO DÀLIO.

GIOVANNI CONTI.

RUDU.

Il luogo dell'azione è la terza Roma.

Il tempo dell'azione è al principio della primavera, tra due vespri.

PRELUDIO.

Un Ulisside egli era.

Perpetuo desìo della terra

incognita l'avido cuore

gli affaticava, desìo

d'errare in sempre più grande

spazio, di compiere nuova

esperienza di genti

e di perigli e di odori

terrestri. Come le schiave

di Bitinia o di Frigia

recavano in letto corintio

l'indelebile aroma

natale, così le sue patrie

remote nell'anima sua

voluttuosamente

odoravano.

_Laus Vitæ_, XV.

MOTIVI PER UN PRELUDIO SINFONICO.

_Vespero, luce sui culmini sola, membra d'oro titaniche sparse nella

montuosa nube, o morte e bellezza diffuse per tutto lo spazio!_

_Ecco la mia agonia, ecco la mia agonia._

_Fatto è il vespero su la nudità dei fiori primi, su la primavera

impube ancor nuda di foglie, che tocca a quando a quando le rinate

creature con le mille e mille dita leggère della sùbita pioggia. E

ancóra la pioggia intermessa arieggia nell'aria la sorella sua bianca._

_Ecco la mia agonia._

_Colui ch'è dato al sepolcro, o profonde radici, vuole interrogarvi.

Ditegli il segreto di sotterra, che vi nutre; ditegli la parola senza

voce, onde traete la duplice forza del discendere e del salire, l'amore

della terra e del cielo. Una cosa è, ch'ei non vede. Una cosa non vede

colui che osò mirar con occhi novelli un tempo novello._

_Madre, perché mi fendesti pel mezzo la pàlpebra molle e v'includesti

la cecità dello sguardo carnale che si corrompe? Sol perché ne sgorghi

l'onda di quell'oceano amaro che da tutti i petti si leva fino in sommo

delle gote e trabocca. Ma non piangerò._

_Sento il prodigio. Agita anche il moriente quel delirio ch'entrò in

ogni ramo per esprimere fiore e semenza?_

_Impeto del Canto, fremito dell'infinita Lira!_

_Forse una grande Musa cammina in quest'ora per un cammino terrestre,

non veduta, che gli uomini ignari chinano gli occhi su le scodelle

fumanti. Forse va sola e scalza su l'antico basalto, nella solitudine

ostiense; forse dalla selva laurèntia va verso la via delle Tombe, o

forse lungh'esse le muraglie del porto sepolte e sommerse. Passa tra

gli stipiti eretti della Porta Marina; ode appressarsi alla foce la

nave carica della fortuna di Roma. E i lauri intorno al capo chiomoso

brillano irti come ferri di lance che il sangue del vespero arrossa._

_Volontà occhichiara, figlia di Pallade e del Satiro, gioia dello

stupro divino, concepita in un altissimo grido, primogenita d'un altra

generazione di Muse, ti sovvenga del regno lontano!_

_Il ciel della sera aveva sopra noi il colore del tèndine; che pallido

è come la perla ineffabile, palesato nella ferita. E non di fronda fu

irto il coraggio nel rischio ma d'una selva di braccia. Il corpo d'un

solo parve numeroso come il numero ostile: fu d'improvviso una folla

possente, una moltitudine di titàni al comando di un re senza clava.

E udivam dietro noi garrire la bandiera invisibile nel vento del mare,

il bàttito della vela d'Ulisse sfuggita alla scotta. E tutta la sabbia

era come la pelle distesa d'un immenso leone. Ed eravi un re, un re nel

Deserto: il cuore carnale, non maggiore della man chiusa; ma l'intera

grandezza del cielo pareva discendere nei pulmoni che l'avvolgevano

aerei, conversa in sovrumano respiro._

_O grandezza! La più grande è la più sconosciuta._

_Ora verso qual plaga del cielo io leverò la mia bocca?_

_Ecco che l'aquila viene con grave remeggio recando nell'unghie

una salma pesante come il mio destino ferrato. È l'aquila? o la mia

speranza rapace che rise troppo presso alla folgore?_

_Nuove Erinni, figlie dell'Aurora e dell'Uomo, investigate il cuor mio,

con lo scandaglio oceanico; e se da voi si discopra nel fondo altra

cosa che un desiderio immortale, voi gettatelo come un frutto corrotto

nel vicolo ingombro d'immondizia plebea. Ma se quel desiderio e il

mio cuore sono un medesimo peso, lasciatelo nell'artiglio sublime, col

segreto che non può più esser detto._

_Laggiù, laggiù, l'Arco della Notte inalza il suo trionfo alle stelle.

Ahi nero vino dell'agonìa che bere bisogna fino all'ultima goccia

nella tazza dell'onta! Non mai tanto bella mi parve la sorte del

naufrago che beve il lungo sorso del mare come un nutrimento eterno

e ode nell'orecchio rempiuto l'ululo della sirena che lo chiama alla

trasfigurazione notturna._

_Tutto è cenere, tutto è silenzio. Libera alfine m'è d'ogni strepito

l'anima, lungi alla turba ventosa che non raccoglie se non il suo

proprio murmure nei fóri trafitti per l'osso del capo curvato._

_Tutto è silenzio. Più non canta lungo il fiume di gloria la viatrice

dalla chioma irta di fronda: si ferma su la sacra foce e aspetta,

poggiata a una spada larga come la pala d'un remo._

_O Vittoria annitrente, vergine poledra pasciuta d'asfodeli, che

vidi balzar dalla rupe di Ardea, dalla rocca del magnanimo Turno

(splendeva nel balzo tra i quattro zoccoli il ventre candido come quel

dell'airone) or perché mi torni nel sogno e m'incalzi?_

_Non te amo, non te; ma nel candore di un altro deserto la belva

indicibile dalle grida feminee, la leonessa alata d'ali aquiline,

armata d'acute mammelle che non nutrono uomo né dio._

_Io la riveda! Io la riveda anche una volta, ne beva il soffio che

odora del pasto cruento, m'erga nell'orrore del suo sguardo più antico

della Necessità e del Tempo, fiso al segno regale nella mia fronte non

cancellato; e attenda il primo raggio del Sole, quel che tutta faceva

risonar la mia vigile vita come dardo scagliato contro simulacro di

bronzo; e percosso da quello io precipiti sotto l'una branca protesa,

e quivi rotto biancheggi nell'aridità sempiterna ossame d'eroe senza

nome._

IL PRIMO EPISODIO.

Appare una stanza spaziosa e imbiancata, nella casa di VIRGINIO

VESTA, ingegnere d'acque; che sta lungo il Tevere, alla Marmorata,

tra l'Aventino e il Testaccio. Una finestra è a man ritta, una

porta a manca, un'altra in fondo. Alle pareti pendono tabelle di

formule, tavole grafiche, grandi carte ove sono figurati i corsi

dei fiumi dei torrenti dei canali, gli apparecchi delle fontane,

gli spaccati delle cisterne delle condotte dei serbatoi delle

chiuse delle dighe dei ponti, le opere di presa e di difesa, i

congegni delle nuove macchine per inalzare condurre governare le

acque. Scaffali bassi ricorrono intorno, carichi di volumi. Una

tavola robusta è presso la finestra; e sopra vi sono i larghi

fogli per disegnare, le righe le squadre le seste le matite gli

inchiostri, tutti insomma gli strumenti dell'arte; e v'è anche

di metallo il modello d'un ariete idraulico, di legno il modello

d'un ponte a tre archi, in un vaso di vetro un mazzo di violette.

Non questi fiori soltanto interrompono la semplicità rigorosa ma

anche alcune imagini sublimi: il busto di Dante, il ritratto a

sanguigna della vecchiezza di Leonardo, la testa dello Schiavo di

Michelangelo, la maschera di Ludwig van Beethoven formata da Franz

Klein nel 1812, il calco della statua mutilata che fu tratta dal

frontone occidentale del Partenone, creduta da taluno il simulacro

fluviatile dell'Ilisso attico.

È un pomeriggio di marzo, mutevole, in cui s'avvicendano gli

scrosci di pioggia e gli sprazzi di sole. Per la finestra si

scorgono i lecci i pini i cipressi dell'Aventino, Santa Maria del

Priorato, la villa dei Cavalieri di Malta, i mandorli sul clivo

erboso, le vecchie muraglie coperte di edera.

VIRGINIO VESTA è in piedi, contro la tavola del suo lavoro,

nell'atto di tirare una linea retta sul foglio. CORRADO BRANDO

si muove per la stanza inquietamente; nel parlare si sofferma o

tendendosi verso l'amico si appoggia allo spigolo della tavola o

si pianta dinanzi alla maschera titanica o si lascia cadere su una

scranna e poi di sùbito balza e riprende a far le volte del leone.

Qualcosa di violento e di subitaneo è in tutte le sue movenze, e

un'aspra passione gli dirompe la voce.

CORRADO BRANDO.

La linea retta, quella che tu segni là con la tua riga d'acciaio: una

mèta certa; e sia pure una ruina certa, la caduta irreparabile, lo

stroncamento dei due gomiti e delle due ginocchia; ma un sì o un no.

Intendi? Questo volevo dalla vita.

VIRGINIO lascia il tiralinee e la riga, alzando

il capo.

VIRGINIO VESTA.

E la vita non ti ha già risposto?

CORRADO.

Come?

VIRGINIO.

Sei ancora di qua dai trent'anni, e hai già potuto compiere una grande

azione.

Il rancore indurisce lo sguardo dell'inquieto e

gli contrae la bocca.

CORRADO.

Senza gloria, a beneficio altrui.

VIRGINIO.

Che importa? Sei tu di quelli che hanno bisogno della fanfara per

muovere all'assalto e della mercede per combattere?

CORRADO, impetuosamente.

Sono di quelli che portano dentro di sé la bestia selvaggia e, lontani

dal deserto, nella ressa degli uomini, non hanno altra scelta se non

tra la cupidigia e la mortificazione, tra il crimine e l'ignavia.

Egli si sofferma davanti alla maschera che

l'attira.

VIRGINIO.

Guardala bene, la maschera del sordo Beethoven. T'insegna il coraggio

e la solitudine, la pazienza e la lotta silenziosa. Più la vita è

constretta, più è alta; più s'inalza e più diventa dura.

CORRADO.

Che m'insegna costui? M'insegna il furore e il turbine. Quando tua

sorella suona qualcuna di quelle musiche, la tempesta solleva tutte le

forze dell'anima e le aggira e poi le sbatte e schiaccia contro un muro

di granito; oppure, lo sai, un artiglio ostinato ti scava nel vivo del

cuore per ritrovarti e lacerarti le radici del sogno più nascoste. Tu

stesso allora diventi pallido.

VIRGINIO.

Perché sento sorgere dentro di me la mia vera vita che non è quella

mediocre di tutti i giorni, in cui mi curvo e mi logoro.

CORRADO.

Che chiami tu la tua vera vita?

VIRGINIO.

Una potenza velata dalla sua stessa bellezza.

CORRADO.

Una potenza senz'atti, senza regno?

VIRGINIO.

Che trasfigura gli atti, che non ha limiti al suo regno; che di

me, umile ingegnere idraulico irto di moduli logaritmici di formule

trigonometriche e di equazioni generali, fa il regolatore dell'Elemento

inesauribile che circola in tutte le creature viventi dalla pianta

all'uomo, il signore dell'acqua mediatrice e macchinatrice, comune a

tutto ciò che vive, mista alla nostra carne e alla fibra dell'albero,

eguale nel nostro cuore e nell'acino d'uva, nella nuvola e nella

lacrima. E m'avviene di ripetere in me il cominciamento del Trattato

di Leonardo, come una preghiera della mia infanzia, perché l'acqua

è il sangue e la linfa del mondo. E, per più conoscerla, più l'amo,

obbedendo alla sentenza di quel primo maestro; e quanto più l'amo tanto

più so dominarla, perché l'amore mi trasmuta la mia scienza in arte e

l'arte mi trasfonde nella cosa amata, di modo che l'intuito talvolta

mi precorre il calcolo come se fosse nato in me un senso nuovo e in

tutti i miei spiriti fosse qualcosa di simile a quell'acume che portano

nell'udito i cercatori di sorgenti.

CORRADO.

Così tu dici che la tua vita vera è la poesia.

VIRGINIO.

Ma la poesia è la realtà assoluta, è l'essenza stessa dell'Universo;

e la trovi qua in questa arida tabella di valori come là nelle linee

dell'Ilisso fidiaco. Ogni scienza, posta in condizioni vitali, diventa

un'arte. Per ciò io che tratto i fiumi con argini e burghe, con chiuse

e incili, ardisco tenere accanto all'archipenzolo il calco d'una

statua fluviale che ornava la fronte del Partenone. Quando io freno un

torrente con le mie briglie e le mie traverse, quando diramo per una

pianura i miei canali irrigatori, quando imprigiono la polla dei monti

nel mio tubo di ghisa e la conduco alla città distante, quando traggo

la massima forza dalla corrente e dalla cascata con la mia ruota e la

mia turbìna, io credo avere nel mio polso il battito dei ritmi fluidi;

e l'eterna pulsazione dell'Elemento accompagna e infervora i miei

calcoli esatti. E, se io determino l'angolo d'uno sbocco o una sezione

di minima resistenza, la pressione di una condotta o lo spessore

d'un serbatoio, la curva interna d'una paletta o la sua inclinazione

sul raggio, io sento rinascere in me quel sentimento primitivo delle

energie naturali che faceva religiosa l'anima dello statuario greco

intento a figurare il mito cosmico nella statua bella. Anzi quel

sentimento antichissimo diviene, in me moderno, ancor più profondo e

pio; perché la scienza rivelandomi le leggi della Natura mi ha ancor

più certamente mescolato al circolo delle forze inconsce. E, quando io

traccio la linea stabilita dal mio calcolo, non meno ardua e non meno

delicata di quella che circoscrive quel tòrso ammirabile, io sento il

mio istinto tendersi verso l'apparizione di una bellezza nuova, perché

la mia linea non trasmuta in effigie umana una energia naturale ma a

questa imprime il moto della mia volontà per condurla a un'opera più

varia e più vasta, destinata non alla contemplazione ma all'azione,

non all'ornamento del mondo ma alla conquista del mondo. Ed ecco che la

furia del torrente è constretta nell'alveo, ecco che la terra irrigata

moltiplica il pane, ecco che la città si disseta si terge s'illumina si

abbellisce si arma, beneficata dalla dispensatrice che senza stanchezza

propaga e trasforma di congegno in congegno il suo potere. E, mentre

io considero l'opera che non è fissa come quella statua ma è mobile

come il mio cuore, sento veramente con l'Antico che «dall'acqua vien

l'anima» e che quella è la stessa per cui la mia sete comunica con

la sete di tutti gli uomini, la stessa per cui si compie il prodigio

segreto nella macchina delle nostre ossa, la compagna dello sforzo e

dello strazio umano, acre nel nostro sudore, amara nel nostro pianto.

CORRADO.

Anche tu soffii nel tuo sogno il male della tua anima, per consolarti.

VIRGINIO.

No. Il mio sogno è stabile e regge il mio peso. È il gradino su cui

salgo per avvicinarmi alle mie speranze.

CORRADO.

Più che l'amore: Tragedia moderna Preceduta da un discorso e accresciuta d'un preludio d'un intermezzo e d'un esodio. · 第 2 / 9 段