Il messo, al quale queste parole Estore rivolgeva, era uomo di

robusta corporatura: tutto coperto di ferro, avea calata la visiera

dell’elmo, sul quale, per cimiero, era un dragone in atto di agitare

le terribili ale membranose, aperta la bocca sanguigna, spalancati gli

occhi fiammeggianti. Egli teneva inoltre in un gran mantello avvolta

la persona; e stette col capo chino fintanto che Estore gli ebbe

consegnato il salvocondotto.

Ma come l’ebbe, e intese le parole amichevoli del signore di Monza,

aprì il mantello che lo copriva, ed alzando la visiera lasciò vedere

lineamenti, che molti riconobbero fra gli astanti, i quali sclamarono:

— Pagano il grande!

— Sì, Pagano il grande, — disse il guerriero che il nostro lettore

già ravvisò per l’incognito abitatore del Buco del Piombo; — Pagano

sta alla vostra presenza; e vel condusse la più viva impazienza di

vendetta. — Quindi ponendo la mano sulla spada, proseguì: — Già da

molti anni quest’acciaro è stato coi riti più tremendi consacrato

ad imbeversi nel sangue del tiranno che di tutto mi privò perchè io

sono testimonio della sua scelleratezza! Ora finalmente splende il

giorno della vendetta; la mano del Cielo raggiunse lo scellerato.

Voi, nobil Estore, altro non cercate che un motivo per porvi nella

schiera di chi punirà quel tiranno? Ebbene, sappiate adunque, ed io

sono pronto ad attestarlo col più tremendo dei giuramenti, che l’empio

Giovanni Maria, oltre molti altri misfatti, è colpevole del delitto

spaventoso che rende l’uomo odioso alla natura; io voglio dire del più

orribile parricidio. In seno io serbai finora questo secreto: troppo

esperimentato avendo in me stesso quanto fatale riuscisse ad ognuno

che lo conserva! Ma ora sappiasi dal mondo intero, e sia la rovina del

tiranno che esso riguarda. Su via, nobil Estore, se il crudele Giovanni

Maria assassinò la propria madre, non vendicherete voi la figlia di

Bernabò, il sangue di una vostra sorella?

Un fremito sordo della più profonda indegnazione si udì per tutta la

sala. — Ah sì, muora il tiranno, — sclamò il Pusterla.

— _Muora il tiranno_ — ripeterono tutti i congiurati ad una voce;

e porgevansi a vicenda la mano, e stringendola profferivano i più

tremendi giuramenti.

— Nè io esiterò più a secondarvi, — rispose Estore: — ogni vincolo di

amicizia o di sangue, ogni patto fra noi per sempre è spezzato; sì, ve

lo giuro che con ogni mia forza io procaccierò vendicare l’oltraggiata

natura; e senza indugio io farò intimare al tiranno, siccome l’onor mio

lo richiede, la guerra.

CAPITOLO XXII.

L’INCERTEZZA TERRIBILE

Frattanto, combattuto da un’interna ripugnanza, e come da un rimorso,

il feroce Duca aveva di giorno in giorno procrastinata l’esecuzione

della crudele sentenza che egli contro il Bianchi di già aveva

pronunziata, e che pure nel suo animo era fermo di non volere in

alcun modo revocare. In mezzo a queste titubanze, era giunto il giorno

decimosesto di Maggio, giorno per sempre memorabile per gli avvenimenti

che in esso accaddero; e questo egli avea stabilito siccome ultimo

termine della vita di quello sventurato.

Altro motivo per serbarlo in vita era anche stato fino allora la

novella che Facino avrebbe ricuperata la salute, e l’avergli lo stesso

Facino per mezzo del milanese Arcivescovo chiesta in dono la vita del

Bianchi. Sebbene risoluto a non concederla, il Duca, le cui idee, come

noi dicemmo, erano spesso in disordine, non avea ancora saputo fermare

la risoluzione di sacrificarlo, temendo non Facino gliene avesse a

chiedere conto rigoroso.

Entrato adunque quella mattina, pieno della feroce risoluzione di non

più ritardare il supplizio di Arrigo, entrato Giovanni Maria nella sala

del Trono, ove rispettosamente lo attendevano i suoi cortigiani, gli

venne annunziato che un messo, allora allor giunto, di Estore Visconti

insisteva per essere tosto ammesso in sua presenza.

— Introducetelo, — disse il Duca; — non conviene a noi fare aspettare

un messo di Estore, nostro cugino ed amico. — Venne pertanto tosto

il messo introdotto nella sala; e questi era appunto il Vescovo di

Piacenza.

Frate Alessio di già toccava i primi limiti della vecchiaia. Grande

della persona e scarno, i suoi folti capegli grigi, spessi e in

disordine, ingombravano una fronte non troppo maestosa. Due occhi

piccoli, grigi e vivaci, mostravano il loro fuoco sotto due folti

sopraccigli biancheggianti che li adombravano; il suo colore era

piuttosto pallido; tutti i suoi lineamenti mostravano un carattere

irritabile e severo. Egli si volse al Duca, e così gli disse.

— Duca di Milano; non io vengo ora a parlarvi, siccome banditore della

volontà del cielo: del tutto profano è l’uffizio di cui mi incarica il

mio protettore, Estore Visconti. Egli mi ingiunge che di sua parte io

vi intimi, che giammai da questo punto in poi non può più fra voi e lui

esser pace di sorte alcuna; ed il motivo egli a me non lo confida; e

solo mi disse, che sappiate aver egli parlato col Pagano!

Tramutossi in viso il Duca all’udire questo nome, quasi fosse uno

scongiuro: — Estore dunque, — egli rispose, — apre le porte della sua

Corte a de’ banditi, i più invidiosi nemici della nostra tranquillità,

e porge orecchio a coloro che più nefandamente con ingiuriose calunnie

contaminano la nostra fama! Ora son questi i meriti che Estore rende

al cugin suo pei tanti benefizii che gli ho accordati? Ma via, che

pretende egli? che io, signore della possente Milano, tremi perchè le

armi contro di me muovere intende Estore, soldato di ventura?

— No, non di Estore, o Duca, tremate, — riprese arditamente il Vescovo

di Piacenza, — non di Estore, ma di Colui innanzi al quale polvere e

loto sono Estore, il Duca di Milano e tutti i Principi della terra.

Giovanni Maria, uno sguardo una volta volgete alle vostre iniquità;

piangete, lacerate i vestimenti regali che vi ricoprono, preparatevi

a far penitenza, se ancora per voi è tempo: grande è la divina

misericordia, chi sa che non vi sieno rimesse le vostre colpe? Ma

indurito è il cuore di Faraone, voi perseverate nell’iniquità! Voi

adunque tremate. Siccome Baldassare, voi fra scelleratezze, bagordi

e concubine, passata avete la vostra vita; tremate chè, come a

quell’empio Re, una mano tremenda sta scrivendo in questo punto la

vostra condanna.

Il Duca si morse ferocemente le labbra, e sclamò: — Frate Alessio,

il tempo è passato che un uccello delle tue penne tanto alto garrir

ardisca contro un principe che a nessuno dar conto deve delle sue

azioni! Enrici IV più non sono al mondo! Ma ringrazia, ringrazia il

cielo che oggi i miei cani abbiano già altro pasto. Ritirati; e le

vecchie tue gambe sieno ben pronte a portarti lungi di qua, prima che

si penta Giovanni Maria di aver mostrata, a riguardo di un frenetico

par tuo, tanta indulgenza.

Il Vescovo si ritirò, il Duca parve agitato dalla più violenta e

rabbiosa lotta di passioni. Egli pensava alle parole del messo,

ed all’arcano che sì fatalmente era stato svelato ad Estore

dell’assassinio da lui commesso della propria madre, e parevagli che

veramente la vendetta di lei già cominciasse. Ma finalmente, a tutti i

furiosi rimorsi che entro di lui si alzavano, parve che egli ponesse

un freno. — Ringrazi, ringrazi il Vescovo di Piacenza la sua dignità

sacerdotale, che sola l’ha salvato. Senza il timore di commettere un

sacrilegio, egli sarebbe stato già da me fatto gittar in fondo di una

torre per non più uscirne. Or via, a lui più non si pensi; andiamo ad

udire la messa nella nostra Chiesa di San Gotardo.

Appena comparso il messaggero di Estore, l’impetuoso Vescovo di

Piacenza, era entrata nella sala una giovine donna, la quale in una

faccia profondamente scolpita dall’afflizione mostrava non poche

impronte di una rara bellezza. Una candida veste la ricopriva, ancora

in disordine erano le sue chiome, e null’altro ornamento avea intorno

alla persona tranne che una collana d’oro da cui pendeva l’effigie del

Duca.

Non era costei la sventurata Antonietta Malatesta, sposa del Duca,

ma da lui odiata, ora che tutta la sua famiglia era caduta in sua

disgrazia, e però dalla sua persona interamente allontanata. Era una

delle molte cortigiane di Giovanni Maria; ma di età assai tenera, e

quella che dal Duca era più favorita, e ricambiata, se pure era ciò

possibile in simil mostro, ricambiata di vero affetto.

La misera, udite le ultime parole del suo signore, fecesi innanzi; a

lui presentossi, e prosternandosi a’ suoi piedi: — Ah no, — gli disse,

— fermatevi. Non movete passo fuori del Palazzo: un sogno funesto, un

funesto sogno...

— Eh via, Caterina, — disse il Duca con qualche dolcezza. — Abbiamo noi

a perdere il nostro tempo nell’udire i tuoi sogni?

— Deh! non partite, uno spaventoso sogno mi fa tremare per la vostra

vita... Io sognai che voi eravate oggi trafitto dai colpi di molti

congiurati. Venni per isvelarvi il mio terribile sospetto; ed oimè,

oimè che le parole di quel tremendo sacerdote hanno raddoppiato mille

volte i miei terrori! Non vi minacciò egli in oscuri modi quello

appunto che il ferale mio sogno mi presagisce?

Il Duca, alzando la supplicante, le disse: — Alzatevi, Caterina,

alzatevi; non temete... Io ho delle guardie intorno la mia persona;

in Corte non temo di tradimenti. Pure, anco in altro modo io vi

tranquillerò. Correte, se ancora siete in tempo, arrestate frate

Alessio; ma s’egli è fuori del palazzo non converrà fargli violenza.

Pochi tratti di corda gli strapperanno di bocca i segreti che egli

forse coll’aria del mistero mi voleva annunziare.

Un profondo silenzio successe a questi ordini. Alcuni de’ circostanti,

che pel loro uffizio si credettero astretti dal comando del Duca,

uscirono dalla sala; ma poco dopo rientrarono, riferendo che il Vescovo

più non era in Corte. In questo mentre l’orologio di S. Gotardo battè

le undici ore, e il Duca disse: — È tempo che si vada alla messa;

penseremo dopo seriamente a quest’affare.

Ma la Caterina, con un torrente di lagrime, inginocchiandosi dinanzi

al Duca, di nuovo e più istantemente ancora lo pregava di non uscire

da quella sala per quel giorno, e di voler più tosto penetrare a fondo

quel mistero. Il pericolo poteva essere imminente, il tempo scarso al

riparo...

— Voi che ne dite, Bertone Mantegazza? — disse allora il Duca

volgendosi al suo primo cameriere, che immobile e un poco attonito, e

con qualche impazienza stava spettatore di quella scena.

— Per me, io dico, che un uomo di senno non deve badare troppo a sì

fatte ciance. Guai se le azioni dei principi avessero ad essere guidate

a seconda delle superstizioni e dei terrori delle loro belle: costoro

avrebbero un’arme nelle mani da servirsene senza limiti a loro talento.

Ed inoltre non avete voi mille volte condannato voi stesso la condotta

del Conte di Pavia, che, ad ogni piè sospeso, consulta gli astri ed i

pronostici che gli suggerisce il suo superstizioso terrore?

— Ebbene, — disse il Duca, — voi parlate da uomo, nè io giammai sono

stato superstizioso. Vadano tutti dal Conte di Pavia mio fratello gli

astrologi e gli indovini. Caterina, è il vostro amore per me solo che

vi fa sognare di tali spaventi; io voglio perciò darvi un bel premio;

ma non pretendete incatenare il mio piede: non sarà mai da una donna

che dipenderà Giovanni Maria. — Ciò detto, egli mosse tre passi per

uscir dalla sala.

Ma tutt’a un tratto soffermandosi, disse: — Venga al mio cospetto

Squarcia. — Venne l’esecrabile carnefice; ed il Duca gli disse: —

Squarcia, prepara i mastini, che dopo la messa avranno travaglio.

Tu mi capisci. Il nostro prigioniere.... — Squarcia fece un segno

d’intelligenza, e fatto un goffo inchino partì.

— Ma no, — sclamò il Duca turbandosi; — io non assisterò alla di

lui morte; sento che tanto non posso. Bertone Mantegazza, andate, e

ingiungete a Squarcia che tosto eseguisca la sua incombenza, e che

sia finito il supplizio prima che sia compiuta la messa. — Bertone

Mantegazza partì, ed in breve fu di ritorno nella sala.

— Signori, — disse allora il Duca; — noi sprezziamo i sospetti, cinti

da voi che conosciamo a noi fedeli; ma statemi però oggi stretti

intorno. Io spero che nulla accaderà. Ma pur troppo la spada di Damocle

sta sempre sospesa sulle teste dei principi!

Ciò detto, mosse per uscire. Bertone Mantegazza si pose al suo fianco,

snudando la spada; perocchè egli comandava alle guardie destinate

a custodire la persona del principe. Giovanni Maria procedeva con

passo sicuro e con fronte tranquilla; ma poichè egli fu giunto alla

porta che metteva alla piccola piazza che stava innanzi alla Chiesa

di San Gotardo, attigua al Ducale palazzo, ma accessibile pure a’

cittadini, che poteano intervenire alle funzioni che aveano luogo in

essa, parve all’occhio, forse pel sospetto prevenuto, del Duca che

più dell’ordinario gruppi di persone si trovassero su quella piazza.

Il vile si sentì stringere il cuore da un moto assai violento, e

impallidì. Soffermossi, e vôlto al Mantegazza gli disse: — Bertone sono

io sicuro?

— Sì, — rispose costui: — Ecco le guardie che sono sotto il comando

mio e di mio fratello Andrea. — Difatti, non appena ebbe il Duca messo

piede nella piccola piazza, che le solite guardie ducali, sotto la

condotta di Andrea Mantegazza, sfilarono a spalleggiarlo, ed il Duca

mosse verso la chiesa, ove doveva celebrarsi l’augusto sacrifizio, di

assistere al quale egli era così indegno.

Frattanto l’atroce Squarcia, a cui Bertone, forse per non aver avuto il

coraggio, e forse per altri motivi, non avea che confermato l’ordine

del Duca di guardarsi bene di torcere un capello ad Arrigo, Squarcia

erasi portato nell’edifizio ove albergavano i cani di tutte le specie

che servivano alla caccia, e quelli che il Duca ad usi ancora più

crudeli riserbava: egli fermandosi presso un grosso mastino, cadente

per vecchiezza: — Sei vecchio, eh guercio! — sclamò, — sei vecchio:

eppure, tu hai fatto un bel servizio al mondo: io non mi ricordo

che ti fossi mai rifiutato di gittarti su di una vittima, tranne

quell’indemoniato di figliuolo del Pusterla, che non volle nemmeno

addentare la Sibillina. Ma egli non fu indemoniato e fatato tanto da

resistere al mio pugnale (e lo cavava fuori). Anche questo arnese già

(e toccava il pugnale) ha fatto la sua parte! Sì, guercio, ed oggi

avrai una nuova compagna. Squarcia non ti dimentica. Se non t’ha dato a

mangiare questa mattina, è perchè avrai un piatto di carne quest’oggi.

— Egli passò oltre, ed andò a porger le sue cure ad altri mastini

che ringhiavano di rabbia e di fame stretti alle loro catene, che

squassavano alla vista dell’infame canattiere.

Squarcia, aprendo un armadio, ne trasse fuori un gran paniere di pani e

ne porse uno a ciascun di loro; ma ne lasciò privi sei dei più immani,

ed il guercio. E poichè ebbe terminata l’operazione, egli, riposto il

paniere, tornò ai sette mastini digiuni e staccò le loro catene dagli

anelli a cui erano raccomandate; e così a que’ grossi animali spiranti

furore, de’ quali di festa altri gittavano salti abbaiando, altri più

mesti e cadenti solo dimenavano la coda, — Sì, per voi altra colazione,

— egli diceva. — Andiamo sul campo della battaglia. Il Duca non vuol

mai aspettare: è pur impaziente colui, e passa subito alle minacce.

— Così parlando questo mostro conduceva i cani fuori del canile in

un cortile attiguo, quando vide verso lui venire un vecchio frate,

ed affrettandosi di legare i mastini a una colonna, mosse verso il

religioso, e gli disse: — Ah, voi venite per il nostro uomo: seguitemi,

chè è in questa prigione qui. — Il frate nel suo interno gemeva, e lo

seguiva.

Aperto l’uscio della prigione, ove stretto in catene giaceva Arrigo,

lo Squarcia disse: — Ecco qua una persona che vi manda il Duca,

signor Arrigo. Voi volevate sforacchiarmi la giubba venti giorni fa;

ma il Duca ora vi vuol rendere il centuplo della vostra carità, come

lo diceva il predicatore di questa quaresima. Però io non sono uomo

cattivo, vedete, — proseguiva lo Squarcia; — e se volete un fiasco

di aquavite per confortarvi a passare meglio il grande esperimento,

questo, Squarcia non lo sa ricusare a’ suoi prigionieri. È anche più

bello vederli lottare contro la morte, quando sono animati da quello

spirito di vita.

— Taci bruto, — gli disse Arrigo con alterezza; — credi tu che io temi

di te, del tuo atroce Signore?

— È quello che vedremo in breve, — replicò lo Squarcia con un sorriso

di espressione infernale.

— Uomo indurito ai misfatti, tacete, — disse il frate, — non toglieteci

il tempo, che troppo è prezioso, colle vostre empie parole. Io so che

vostro dovere ora è di ritirarvi. — Lo Squarcia brontolò fra i denti

alcune parole, certamente una bestemmia od una minaccia, e si ritirò.

Allora il buon Religioso espose ad Arrigo che di recente avea avuto

il funesto incarico di venire a prepararlo a morire: — Gran conto

renderà al trono di Dio il Duca dell’abuso orribile del suo potere,

per togliere in modo sì nefando la vita a coloro che egli, o rei o

innocenti, vuol far perire. — Soggiunse, che se avesse potuto dare i

suoi giorni per salvarlo, fatto lo avrebbe; ma che possibile mai non

era sottrarre una vittima all’atroce Giovanni Maria. Si rassegnasse

adunque agli eterni decreti terribili, si disponesse a lasciare la

vita; e che offerti a Dio i suoi estremi patimenti, ne avrebbe ricevuto

quel premio che ben valeva quella oscura nebbia che sereno veniva

chiamata in questa valle di pianto.

Arrigo lo assicurò che egli di già a perdere la vita era disposto. Ma

non appena ebbe profferite queste parole, che Squarcia precipitoso

entrò nella prigione, e pallido come la cenere, al Religioso che

lo interrogò perchè sì li sturbasse, sclamò: — Si sentono de’ gridi

clamorosi: mi chiamavano per nome; vi aggiungono minacce di morte.

— Tu cento volte l’hai meritata, — disse il Religioso; e tacque assai

stupendo. Le grida infatti si cominciavano a far sentire; e andavano

diventando a mano a mano più distinte.

— Squarcia, l’infame Squarcia, — si udiva gridare da molte voci di

popolo; — si trafigga, si uccida! Di qua, di qua! — diceva una voce:

e sembrava che il romore si allontanasse. — Vanno al canile, — disse

Squarcia; — deh, Padre salvatemi!

— E può essere in mio potere salvarti? — rispose con sommessa voce il

buon frate. — Ma se anch’io ti sottraessi al furore del popolo, che

pare alzato a sollevazione, non dovrei io accusarti il primo innanzi ai

tribunali della terra de’ tuoi misfatti? — Lo Squarcia allora tacque, e

parve prepararsi ad opporre per sua salvezza una valida difesa.

Diffatti il romore continuava a farsi sentire, e cresceva ognora più di

sua forza. Chi gridava, «sarà di qua», chi, «di là». Disse finalmente

una voce: «Apriamo dunque tutte le carceri; sarà in esse: egli non

è uscito dal palazzo!» Ciò detto, sentivasi un puntar alle porte,

un martellare orribile, un cader di imposte, che sembrava fracasso

d’inferno. Poco stette che la folla parve accostarsi all’uscio della

carcere ove era diffatti l’infame assassino che la popolare furia

cercava, e furiosamente battendola, in breve fu spinta a terra.

Il primo a entrare fu Giovanni Pusterla; e data una stoccata allo

Squarcia, che come colpito da un incanto era rimasto immobile al cader

delle imposte, — Sia lodato il Cielo, — sclamò, — Arrigo, vivo io ti

trovo!

Nel seguente capitolo, il lettore avrà alcuni rischiarimenti dei fatti

ora accennati.

CAPITOLO XXIII.

I VOTI COMPIUTI

Non appena Giovanni Maria ebbe mossi venti passi sulla poco estesa

piazza che stendevasi innanzi al bello e piccolo tempio di S. Gotardo,

la cui architettura i tempi ci ricorda di Azzone che, come è detto, lo

fece edificare, che i diversi gruppi che egli veduto aveva su quella

piazza cangiarono di posizione. Molte persone, che la sua paura gli

figurava come aventi un aspetto sinistro, si portavano quali a destra

quali a sinistra; molti erano avvolti in ampio mantello, sebbene la

stagione non fosse tale da renderne necessario l’uso; ad altri il

berretto stava calcato sul ciglio, e le folte piume che ne scendevano

coprivan la fronte e il volto, di modo che sembrava su loro spargere il

sospetto ed il mistero. Alcuni ancora si portarono dietro le spalle del

Duca, che in mezzo alla sua piccola schiera procedeva, guardando non

senza apprensione quelle nuove figure, quegli insoliti attruppamenti.

Egli da principio avea voluto superare il suo terrore e i suoi

sospetti. Le sue solite guardie sotto il comando di Bertone Mantegazza

e di suo fratello Paolo, già gli si erano schierate dall’uno e

dall’altro lato; egli era seguìto da sei ad otto de’ suoi cortigiani,

gente a lui affezionata. Ma alla fine il suo sospettoso e crudele

umore la vinse. Egli vide che ingrossavasi il gruppo di persone poste

dietro le sue spalle; che quelli che gli stavano all’uno e all’altro

lato a lui si approssimavano; vide che a lui dinanzi, e sulla porta del

tempio, altra gente se ne stava che sembrava di lui attentamente spiare

le mosse; pose la mano sulla spada che aveva al fianco, e gridò: — Che

vuol questa canaglia, che ci preme? Via Bertone fanne un altro giorno

di S. Stefano!

Per comprendere queste parole del Duca è necessario che il lettore

sappia, che assediando Facino Cane nel 1409 la nostra città, il popolo

a tanta miseria era stato ridotto, che morendo d’inedia, un giorno

che il Duca passava sulla piazza di S. Stefano gli si affollò intorno

gridando, _pace pace!_ Ma il duca irritato, che di pace non volea

intendere, fece caricare dai feroci suoi satelliti e da alcune schiere

quella moltitudine; e tale fu il furore degli esecutori de’ suoi ordini

crudeli, che oltre a dugento persone rimasero uccise. Dopo di che, il

Duca fece anche proibire di profferir, sotto pena di morte, la parola

_pace_ persino nella messa.

Ma questa volta l’ordine tirannico di Giovanni Maria non fu ascoltato.

Parvero sordi i soldati, ed invece di scagliarsi sulla moltitudine,

le due ale di essi si apersero, lasciando più che mai indifesa la

persona del Duca. — Che è ciò? — disse impallidendo Giovanni Maria

al Mantegazza, che gli stava al fianco, e che come per difendere il

suo signore tenea impugnata la spada. — Vedilo, — rispose con voce

terribile il Mantegazza, e nel tempo stesso colpì il Duca nella testa.

A quella vista, gli altri cortigiani si diedero tosto alla fuga più

precipitosa. — Traditore, — gridò il Duca, e fece per trar fuori la

spada; ma la mortale sua ferita non gliene lasciò il tempo, ed egli

cadde: ma non era per anco a terra, che di già Giovanni Pusterla

gli avea menato un altro violento colpo nella gamba bianca, cioè la

destra. — _Egli è morto!_ — gridò poscia. — Ottone Visconti, Giacomo

Aliprandi, e voi Trivulzii, andate a portare per la città la novella.

E voi, Pagano, andate incontro ad Estore e Gian Carlo, chè qui bastano

i Mantegazza! Io e costui ci incaricheremo della morte dell’atroce

Squarcia. Voglia il cielo che siamo in tempo di salvare il nostro

prigioniero!

Qui è bene che il nostro lettore sappia, come Azzo, avendo pregato

il Mantegazza ad aiutarlo somministrandogli i mezzi di liberare il

comune amico Arrigo, anche a rischio della vita propria uccidendo il

crudele Duca, egli trovò costui in parte ben disposto a secondarlo;

siccome quegli che troppo amava il Bianchi, e cui di già troppo aveano

offeso le crudeltà ognora crescenti del tiranno Visconti. Per altro

egli non si era subito determinato sul partito da abbracciare; e solo

avea fatto intendere ad Azzo che qualora ei trovasse altri compagni

adatti per quell’impresa, egli lontano non sarebbe dal prendervi parte.

Azzo si era perciò portato ad Erba, ed avea comunicato il suo disegno

al capo de’ fuorusciti che abitavano il Buco del Piombo, del quale

conosceva l’animo sitibondo di vendicarsi del Duca. Ma poichè il grande

Pagano ebbe anche da altra parte, cioè per mezzo di Giacomo Aliprandi,

l’annunzio che altra congiura tramavasi segretissimamente a Monza, alla

quale lo invitava a prender parte, ivi recatosi, e determinato Estore a

secondare gli sforzi de’ Ghibellini, a questi unì gli altri due guelfi,

Azzo e Mantegazza, pure desiderosi della morte dell’abborrito tiranno.

Bertone Mantegazza poi avea guadagnato al suo partito il suo fratello

Paolo, e quindi erano state corrotte le guardie che custodivano la

persona del Duca.

La figlia d'un ghibellino, vol. 2/2 · 第 6 / 7 段