tremende, sclamò il Duca, il cui viso divenne fuoco, di cui gli occhi
spalancati, rotandosi, parvero voler uscire dalle loro orbite; che
strinse d’ambe le mani i pugni, e i denti gli battevano siccome uomo
preso dalle più spaventevoli convulsioni.
— Io di già l’ho detto; e tu di già troppo m’hai compreso!
— Sì, troppo, — replicò il Duca: — in un’accusa tanto oltraggiosa tu
pronunciasti la tua capitale condanna! Olà! sia caricato di catene
costui, e gettato nel carcere più profondo del palazzo. E se egli
apre labbro sia ucciso. — Queste parole erano rivolte alle guardie,
che appena chiamate comparvero nella sala, e che via seco condussero
il giovine altero, che con un sorriso amaro di disprezzo accompagnò
coll’occhio il Duca finchè lo perdette di vista.
Un istante dopo che Arrigo si fu ritirato, Bertone Mantegazza annunziò
al Duca che Beatrice Tenda chiedeva di essere ammessa alla sua
presenza.
— Beatrice Tenda! — sclamò il Duca. — Ora che vuol da noi questa degna
sposa di Facino? Ma ancora non è il tempo di rimandarla. Venga, questa
Amazzone imperiosa. Ancora dovremo sorbirci le stucchevoli sue ciancie;
ma sarà per poco, io spero. Veramente ora non bramerei la presenza di
alcuno; ma a costoro ancora non conviene chiuder la porta. Potrebbero
essere esagerate le notizie del pericolo in cui è la vita di Facino.
Beatrice Tenda, donna illustre nell’istoria della nostra patria
per il virile suo animo, per la sua ambizione, e soprattutto per la
sanguinosa catastrofe che pose termine a’ suoi giorni, trovavasi allora
in quell’età in cui la donna tramonta verso la vecchiezza. Ma la sua
alta e ben proporzionata statura, le sue virili forme, l’espressione
imperiosa del suo sguardo, la ricchezza dell’abito suo, ancora davano
ad essa un’aria di beltà, la quale, unita al vasto dominio del marito,
determinò poi il successore di Giovanni Maria a farla sua consorte.
Nozze infelici, da cui non partorissi che odio e rancore e dissensioni,
dalle quali provenne poi la morte della nobil donna, non senza
indelebile taccia di ingratitudine per parte del Conte di Pavia suo
marito, che ebbe la crudeltà, su d’una falsa accusa, di farle troncar
la testa nel Castello di Binasco.
Beatrice Tenda comparve nella sala, e la sua aria maestosa incutè un
istante rispetto nel giovine Duca, che a lei si volse, e malignamente
le chiese quale fortunato accidente fosse cagione che a lui si
presentasse la nobile Beatrice Tenda.
— Non parlate di fortunati accidenti, illustre Duca; non parlate di
fortunati accidenti ad una donna, il di cui cuore è contristato più
che mai dall’afflizione. Il nobile Facino, colpito da una malattia poco
nota e crudele, sta per essere trasportato a Pavia, per quivi ricevere
i soccorsi dell’arte che a lui recar può la scienza del famoso Marsilio
di Santa Sofia; ed in breve io partirò per quella città, perchè dalla
presenza mia, dalle mie cure, egli riceva quel conforto che altri non
mai con egual amore a lui porger potrebbe. Ma prima un dovere di pietà
ed amicizia mi porta un istante ai vostri piedi.
— Dunque Facino è così a mal partito? Questo è bene, come voi dite, una
novella di gran momento! Io mi rallegro che voi siate stata sollecita a
recarmela.
— Ah, ben lo veggo, ancora voi pel mio consorte non nutrite che
sospetti ingiuriosi! Egli vi servì fedelmente; egli solo sostenne il
crollante vostro soglio; egli tuttavia le armi impugna per dilatare il
vostro dominio: ma voi i di lui meriti gli ponete a colpa; ingiuriate
le intenzioni sue rette; e con piacere voi sentite il pericolo che
minaccia i suoi giorni preziosi.
— Preziosi voi dite! Sì davvero! non dipendono da lui Tortona, Voghera
ed Alessandria, oltre gli altri feudi molti che concesso gli abbiamo
sul Milanese?
— Ma quando egli sia perito, di voi poi che sarà? Il Conte di Pavia
asconde più senno ed ambizione che voi non ne sappiate misurare: io lo
conosco. Egli e i Malatesta invidieranno il vostro dominio. Non furono
visti altre volte rapirsi i fratelli fra di loro lo Stato? ricordatevi
come morisse Matteo. Ora, finchè il nobile Facino vivrà, chi contro di
voi oserebbe porre in opera o la violenza o il tradimento? Ma s’egli
muore, ove sono gli eserciti che vi difendano, ove i capitani che
sappiano sventar le arti di un fraudolento nemico, sostenere il vostro
trono? La città non spira che inimicizie di parti: nel mentre che fra
di loro si scanneranno Guelfi e Ghibellini, voi non avrete un solo che
penserà a difendere i vostri diritti alla corona.
— Beatrice Tenda, che pretendete voi? Non sarà già dal senno vostro
che attingerà Giovanni Maria i suoi consigli. Non ho io braccio
capace di trattare la spada contro chi pretendesse assalirmi? Ma la
mia tolleranza è quella che mise ardire in costoro, che di già troppo
hanno goduto dei frutti di mia bontà. Or via, finiamola. Io rispetto la
virtù di Facino; ma, conveniamone, fu una virtù assai interessata. Io
rispetto in voi la sua nobile consorte; ma non vi arrogate di trattarmi
con quell’orgoglio con che forse la debolezza del mio generale permette
che voi lui trattiate sotto il tetto della sua casa. Su via, a me qual
cagione vi conduce?
— Signore, perdonatemi se la stima che io ho per il bravo mio sposo,
con troppo calore mi rese difenditrice della sua fama. Voi però sapete
quale umile devozione ciascuno di noi professi alla Maestà Vostra!
— Io già vi ho perdonato; parlate.
— Io venni da voi per impetrare una grazia.
— Una grazia! Molte già ne ho a voi concesse; di buon grado e un
po’ per forza, molte, voi il sapete, ne ho concesso al nobile vostro
consorte. Or che volete?
— Un giovine, un tempo vostro amico, udii essere caduto in vostra
disgrazia. Io vi chieggo la vita di Arrigo Bianchi.
— Bella fraternità, quanto grata tu giungi al cuore del padre di questa
città, prima fatalmente tutta in dissidj! Ecco finalmente riconciliate
le parti, ecco chiedere grazia pel Guelfo il Ghibellino! Che non darei
io a tanta virtù! Ma voi sognaste, nobile Beatrice; Arrigo Bianchi
non è in mio potere. O nobile Beatrice, parmi che, con tutta la
virtù vostra, i vostri sogni vi richiamino alla fantasia giovani ben
vigorosi!
— Deh, non tormentate una donna di già rammaricata fin nel profondo
dell’anima. Deh, se cosa alcuna ancora ottener ponno i miei preghi,
io vi supplico, quel giovine a me donate. Io so di certo lui essere in
vostre mani.
— Signora, voi mi chiedete cose impossibili. Io non posso che ripetervi
che questi sono sogni; nè potrei compiacerlo se questa domanda mi
facesse lo stesso Facino.
— Ah voi non gliela neghereste, se egli fosse capace di qui mostrarsi
cinto delle sue armi, — disse Beatrice con un nobile risentimento.
— Beatrice Tenda! — gridò il Duca con voce tremante, — voi mi
ingiuriate; e voi meritereste che io vi facessi provare che non
soffre da alcuno tali oltraggi Giovanni Maria! Ma voi siete una donna
privilegiata. Ritiratevi però, ritiratevi prima che io mi muti di
consiglio. Ma no: io dimenticava che vuolsi agli amici concedere la
facoltà di consigliare gli amici; e noi dobbiamo essere grati alla
nobile moglie del vittorioso Facino. Bella Beatrice, voi siete libera
di ritirarvi. Tolga il cielo che noi puniamo chi anzi merita tutta la
nostra gratitudine.
Quest’ultima parte della sua risposta fu profferita dal Duca coll’aria
del più amaro sarcasmo; e, volgendole le spalle, si ritirò.
— Anima vile e paurosa, quanto perfida e superba! — sclamò Beatrice a
mezza voce, poichè egli fu uscito dalla sala: — Affretti il cielo la
punizione di tutti i tuoi misfatti. — E piena di dignità si mosse per
partire.
CAPITOLO XXI.
IL DELITTO VENUTO IN CHIARO
Non appena si fu diffusa per Milano la notizia che Facino Cane,
travagliato da pericolosa malattia, lasciava Bergamo per recarsi
a Pavia, per ricevere i soccorsi di quegli illustri medici che
insegnavano nell’Università, cioè a dire Marsili di Santa Sofia,
Pietro Ruscegnano e Giovanni Visdomo, che subito un sentimento di
inquietudine e timore era sorto fra i Ghibellini. Ma quale fu lo
sdegno e il malcontento di tutti allorchè, la mattina seguente al
giorno che sì fatale novella era pervenuta nella città, si ebbe udito
come il Pusterla era stato dal Duca assalito, ed avea corso pericolo
di perdere la vita; che egli quindi avea stimato bene di partir da
Milano e lasciare una città nella quale credea non potere più vivere in
sicurezza.
Ben tosto i principali di quel partito cominciarono a scorgere nella
morte di Facino, che alcuno pronosticava, la caduta della propria
potenza. Il Duca era favorevole ai Guelfi, ed avea dato pur troppo
recente esempio del suo mal animo contro i principali di coloro che
portassero il nome Ghibellino: la notizia che Facino realmente erasi
recato a Pavia, e la partenza di Beatrice Tenda per quella città, fece
risolvere i principali del partito di cui Facino era capo a lasciar la
città, fatta per essi asilo pericoloso; ed i più si portarono a Monza
ove gli stimolava di radunarsi Giovanni Pusterla.
Difatti il vecchio Pusterla, agendo, secondo gli impulsi di recente
ricevuti, con tutto quell’ardore di che era dotato l’animo suo, si
dava a cercare mezzi per salvare il Bianchi; e poichè una lettera di
Beatrice Tenda l’ebbe istruito che nulla eravi a sperare dalla sua
mediazione, e nulla valere in questa circostanza l’autorità di Facino,
egli avea di già risoluto nell’animo suo di tentare una congiura contro
il Duca, e vendicando sè e i suoi parenti, salvare Arrigo, e con esso
ancora il proprio partito che minacciava rovina.
Una consimile idea, sebbene risvegliata da sentimenti ancora più
generosi, nacque in un altro dei personaggi che sono a conoscenza del
nostro lettore, io voglio dire il bravo Azzo. Egli pensava, con rischio
ancora della propria vita, a salvare quella dell’amico al quale lo
stringeva il più nobile de’ legami; ed a tal uopo con grande audacia
si diede a sollecitare un personaggio assai possente in Corte perchè
con lui volesse cooperare all’assassinio del mostro che ivi occupava il
trono.
Ma la tela del vecchio Pusterla tessevasi con maggiore rapidità: i
Ghibellini radunati in Monza, come coloro a cui le misure più violente
erano sempre le più gradite, con ardore abbracciavano il partito da
lui proposto; e di giorno in giorno cresceva il numero de’ congiurati.
Quando parve al Pusterla avanzata la trama, egli giudicò conveniente
proporre ad Estore Visconti di secondar le loro mire, occupando colle
sue truppe Milano tosto che fosse il Duca per opera loro stato spento.
Ma l’animo di Estore era troppo alieno da tutto ciò che macchiar poteva
la propria fama per gustare un simile partito, dopo di aver stretta di
recente una lega col Duca. — No, — diss’egli, — io ho fermata la pace
con Giovanni Maria, nè ho pretesto alcuno per infrangerla; meno poi per
porgere mano ad un tradimento che ha per oggetto di rapirgli la vita.
Vendichino, se loro piace, i Ghibellini le loro ingiurie; non sarà mai
che per favorirli Estore contamini il suo nome colla perfidia. Ma pure
assai mi pesa vedere l’empio governo di mio cugino; e se un pretesto
lodevole io avessi, di buon grado io vorrei rompere que’ legami che a
lui mi uniscono!
Però l’ambizione è il più forte demonio della tentazione; e tanto
martellava che un istante facea vacillare la volontà di Estore. Egli
richiamò a sè quella sera stessa in che il Pusterla confidato gli aveva
il segreto, chiamò a sè, dico, frate Alessio di Seregno, che era stato
nominato vescovo di Piacenza da Giovanni XXIII, ma che pel disordine
in che teneva la Chiesa il grande scisma che allora tuttavia durava,
mai non aveva potuto entrare in possesso della sua carica. A lui
egli, sotto sigillo di confessione, rivelò la congiura de’ Milanesi,
domandandogli il suo consiglio.
Frate Alessio, uomo fanatico, sebbene rette fossero le sue
intenzioni, si era assuefatto a risguardare il Duca di Milano come
un Adonizzebecco, come un Acabbo; e posciachè era stata a que’ tempi
pubblicamente anche nel Collegio della Sorbona di Parigi difesa la
empia dottrina del tirannicidio, egli pure la credea santa; sicchè
udita la macchina, sclamò: — «_Exurge, Domine, adjuva nos, et redime
nos propter nomen tuum._» Sì, grazie rendasi al Dio degli eserciti:
egli alfine destossi, ed armò il suo possente braccio del dardo della
vendetta. Non sia in vano, non sia in vano! Egli è ben tempo che colui
che uccise di spada di spada sia ucciso: egli è tempo che egli sconti
la pena de’ suoi delitti! Cada questo feroce Acabbo che non temette
il Dio d’Israele, e come avvenne a Jezabele, pasto sia il vil suo
cadavere dei cani. E voi, nobil Estore, dubitate sia colpa lo spegnere
un tiranno? Fu dunque colpa in Mosè il far cadere l’orgoglioso Faraone
nell’onde? fu colpa a Jaele ficcare il chiodo nelle tempia di Sisara,
ed a Giuditta troncare il capo del tremendo Oloferne? Il merito che
ebbe Finees nel vendicare l’oltraggio fatto a Dio in cospetto a tutto
Israello, l’egual merito voi avrete impugnando il brando contro di
questo mostro che desola un popolo generoso!
Ma Estore accigliossi, e disse: — Eppure diversamente tuttavia mi
consiglia il mio onore! E nondimeno ciò che voi detto mi avete mi
può determinare a giovare indirettamente ai congiurati; io domani
radunerolli segretamente in mia presenza.
Ma noi dobbiamo qui affrettarci di dichiarare che le massime di frate
Alessio erano empie; e che furono infatti qualche anno dopo condannate
nel Concilio generale di Costanza.
Il giorno appresso furono i congiurati radunati nella maggior sala del
Castello di Monza, ove Estore risiedeva. Erano da dodici a tredici;
e fra questi distinguevansi, oltre il Pusterla, Ottone Visconti,
Ambrogio Gabriele e Riccardo Trivulzio, Parisio da Concorezzo, e Jacopo
Aliprando che, da guelfo che era, da alcuni anni era passato fra la
fazione dei ghibellini. I ragionamenti furono varii e vivi, nè qui
molto importa riferirli. Tutti convenivano nel veder pericolare il
loro partito durante la malattia di Facino, o accadendo la sua morte.
Quello che però dava timore ai congiurati erano le recenti notizie che
il famoso Marsilio di Santa Sofia avea assicurato Facino che egli gli
avrebbe restituita la sanità. Troppo leale era Facino per non trarre
dell’assassinio del Duca la più acerba vendetta. Erano nel calore del
dibattimento, quando entrò nella sala uno de’ congiurati che stava
fuori di guardia, ed annunziò che uno straniero cercava istantemente
di essere ammesso per recar al nobile Estore novelle recenti della
salute dell’amico suo Facino. I congiurati pregarono Estore che volesse
udirlo in loro presenza, ed il bastardo di Bernabò diede ordine che il
portatore della novella venisse introdotto nella sala.
Un gioioso sorriso, forse effetto di antiche ricordanze, spuntò in viso
di Estore nel ricevere il portatore delle novelle risguardanti Facino;
poichè costui era persona di sua conoscenza, come ancora lo è del
nostro lettore. Era il bravo, o per meglio dire quel ribaldo galante e
vanaglorioso di Antonio Carcano.
— Che ci annunziate, o Carcano?, — disse Estore. — Ma per dio non
inventateci qualch’una delle vostre frottole, che per ora almeno non
abbiam tempo da porgervi orecchio.
— Illustre signor Estore, — disse il Carcano, — io vi giuro per la
corona ferrea di Monza che non aggiungerò una sola sillaba alla verità.
— Ebbene, come va la salute del bravo Facino?
— La salute! non nominate più questa parola per il più bravo dei
condottieri delle armi ducali.
— Che volete voi dire! Non aveva il professore Marsilio di Santa Sofia
assicurato che egli in breve sarebbe risanato?
— Sì, questo è ben vero che il professore Marsilio lo avea assicurato;
ma che perciò? È egli a stupire che più di una volta col medico non si
accordi la malattia? Erano quattro i professori che stavano intorno
al letto di Facino subito che giunse a Pavia. Tutti riportavano le
autorità di Ippocrate, di Celso, di Galeno, di Avicenna, della Scuola
Salernitana; ma nessuno troppo si accordava coll’altro; tutti per
altro dicevano la malattia assai pericolosa. Ma come avviene, ecco
che il sig. Marsilio, in tuono di chi profferisce un oracolo, dice:
«No, no, il signor Facino risanerà seguendo il metodo di cura che io
proporrò.» Era il povero Facino allora veramente in istato che faceva
pietà. Dolori acutissimi lo trafiggevano ne’ fianchi, nè erano cessati
dopo alcune cavate di sangue che di concorde parere gli aveano i medici
ordinato; ora il Marsilio nuovamente gli ordina che si faccia aprire la
vena e gli altri medici aveano abbandonata la cura. Il giorno appresso
sangue ancora; il terzo dì ancora sangue.
— Il Marsilio si ostinava nel dire che il suo ammalato stava meglio;
e Facino andava in vece sempre più sentendo il peso del suo malore.
Egli finalmente forma una risoluzione; bandisce il Marsilio, e dice:
«No, il sangue di Facino non deve più spargersi che sul campo.» Ma
tornati gli altri medici al suo letto, trovano Facino troppo di già
estenuato, e dichiarano che la vita del generale non potea più durare
che alcuni giorni; non esservi più a sperare soccorso dalla natura;
ed anzi esortano a recargliene la novella fatale. Ma Beatrice Tenda,
tutta dolente, si rifiutava di assumersi quell’uffizio doloroso;
l’arcivescovo di Milano, Bartolommeo Capra, che era di recente giunto
a Pavia per visitare l’amico infermo, egli pure negava di essere il
portatore infausto del tristo avviso. Si fa a me calda istanza perchè
io glielo rechi; ed io che non manco mai del coraggio necessario quando
si tratta di servire un amico....
— Come appunto avete servito in Erba il Rusconi, — non potè a meno di
interromperlo Estore.
— Come appunto avete servito, nel bosco presso il Castello del Monte,
Arrigo Bianchi, — soggiunse il Pusterla.
— Ah, siete qui voi, signor Pusterla; ebbene, ebbene, lasciamo le
baie, chè il caso fu assai più serio che non pensate. Io adunque mi
incaricai di portare a Facino la novella della inevitabile sua morte.
Dicea fra me: «Alla fine non gli faccio che un servizio; e sarà anche
un’occasione di più perchè egli si ricordi del suo Antonio, che tanto
si avea caro negli ultimi giorni della sua vita. Ma, poveretto, ha
terminato ora di ridere alle spalle del Carcano!»
— Con tutta quella gravità adunque che potei assumere maggiore, io
entro nella sua stanza.
— «Carcano sto male assai!» mi disse con voce fioca il povero Facino.
Se parea quegli che tanta paura mi avea fatto sotto Erba! Ma avvistosi
della confessione che suo malgrado gli era scappata dal labbro, si
affrettò a soggiugnere: «Voglio dire non già a me, ma al presidio del
Castello.»
— Lo so, io gli risposi; ma vengo a darvi una notizia che forse non vi
spiacerà.
— Che hai a recarmi? Sii breve: la mia povera testa mal regge ai tuoi
cicaleggi; via, parla.
— Signor Facino, i vostri patimenti non ponno durare: tutti i medici ne
sono d’accordo.
— Persistono adunque a dire che io guarirò?
— Ah no, caro mio Signore, la morte da voi non è anzi lontana!
— Allora Facino, vôlto verso di me il capo e guardandomi con un occhio
truce e veramente spaventoso, mi dice: «Ebbene, tu pure t’apparecchia a
precedermi, cane scortese che sì bella notizia mi recasti. Una notizia
non meno bella io ti annunzio, che fra due ore tu sarai sul patibolo.»
Potete bene immaginare quale effetto producessero in me queste parole.
Lo confesserò: io tremava come una foglia percossa dal vento; il mio
coraggio mi aveva abbandonato: Facino io sapeva bene esser uomo da
mantenere la sua parola.
— E come vi siete salvato? — chiese Estore.
— Salvato! e chi mi avrebbe potuto salvare, se il sig. Facino
avesse voluta la mia morte? Ma fortunatamente Facino non volle che
fare un’ultima celia: chi l’avrebbe detto! Poichè mi ebbe veduto
impallidire, e, voglio pur dirlo, prorompere in un dirotto pianto,
supplicandolo ad avere pietà di un uomo che tanto lo avea amato, egli
mi disse: «No, Carcano, io nol dissi che per farti comprendere qual
sentimento dovrà in me destare la notizia che tu in termini tanto
improprj venivi ad annunziarmi. Va, ti saranno pagati cento fiorini
d’oro per indennizzarti dello spavento avuto; e ricordati di Facino,
il quale non amò mai la crudeltà. Sì contro i Francesi che erano in
Alessandria io esercitai un giorno severa vendetta; ma troppo grave era
l’oltraggio che io dovea punire!» Queste sono le ultime notizie che dar
vi posso, perchè non son rimasto due soli minuti di più nel Castello di
Pavia.
— Questo potevi anche tacere, — disse Estore; — ciascuno di noi che ti
conosce, bene lo immaginava. Ora via, Carcano, va che avrai bisogno di
ristoro dopo la fatica del viaggio; e troverai ancora nelle cantine del
Castello tal vino che ti farà, in parte almeno, passare il freddo della
paura.
— Paura! Io non l’ho mai conosciuta la paura, — soggiunse l’impudente
millantatore: — ma farò a modo vostro, sig. Estore; poichè veramente
sono venuto quasi senza posarmi da Pavia sino a Monza.
Ritirato che si fu il Carcano, i Congiurati con maggior calore
si diedero ad instare presso di Estore perchè si dichiarasse loro
sostenitore. — Noi, — gli diceva il Pusterla, — noi sosterremo tutto
il rischio dell’impresa. Voi non ne avrete che il vantaggio. Morto
il Duca, noi proclameremo voi Signore della città, in compagnia di
Giovan Carlo Visconti; e voi non avrete che entrarvi colle vostre
schiere a prenderne pacifico possesso. In mezzo alla confusione,
nessuno oserà opporvisi; nè il conte di Pavia ha bastanti forze per
contendervi la sovranità della città. Scarse sono le schiere del
Duca e si dichiareranno in vostro favore; poichè che cosa hanno mai
a guadagnare opponendosi? Il Castello, se non subito, vi sarà reso
quando vedrassi che il Conte di Pavia non muovasi contro di voi. Che se
avesse l’imprudenza di farlo, ciò che vera imprudenza sarebbe, mentre
è già di troppo egli stesso mal sicuro in Pavia, il partito intero dei
Ghibellini vi sostiene; e quanto sia forte voi lo dovete sapere, e ben
lo mostrò più e più volte dopo la giornata del _Malcantone_.
Ma Estore disse: — No; se l’interesse solo fosse quello che muovere mi
dovesse, io non esiterei un solo istante ad abbracciare il partito che
mi proponete; ma poichè un trattato mi stringe col Duca, non fia mai
vero che io lo tradisca, per usurparmi il suo Stato. Eppure, oh, avessi
io un giusto pretesto, come desidero, per rompere con quel crudele la
guerra!
Qui nuovamente la porta della sala si aperse, e colui che stava di
guardia entrò ad annunziare che un messo di un personaggio di grande
affare chiedeva di essere introdotto.
— Nessun pericolo è in udir sua imbasciata, — disse Estore; — e chi sa
ch’egli non rechi qualche importante notizia? — Il messo fu adunque
intromesso, e trasse fuori una lettera che era diretta all’Illustre
Estore Visconti. Poichè il Visconti l’ebbe ricevuta, la scorse cogli
occhi, e quindi detto a colui che era di guardia che tornasse ad
invigilare alla porta, disse: — Signori, questa lettera è del _Pagano_;
uditene il tenore:
«Illustre Estore,»
«Da un amico io fui istruito che qui si trama una congiura contro
Giovanni Maria, e venni istigato ad entrarvi. Stimoli non erano
necessarii per un uomo che vive solo del desiderio di vendicarsi
di un tiranno che lo condusse a menare una vita disperata,
spogliandolo de’ suoi possessi e rivoltando contro lui le armi
di tutti i vili che di buon grado troncata avrebbero la sua testa
per ritrarne il prezzo dell’assassinio. Ancora io sentii che voi
incerto ve ne state se dobbiate dar mano ai congiurati, mancando di
plausibile motivo per dichiarare la guerra allo snaturato Giovanni
Maria. Però, se a me un vostro salvocondotto voi concedete, io
questo motivo ho a somministrarvi, ed unirò la mia spada, sebben
Guelfo, a quella de’ Ghibellini. Confidate pure nel portatore della
presente, che è persona sicura.»
«_Pagano_.»
— Udiste, signori! Ebbene, se si verificheranno le promesse di
Pagano, che io conobbi alla Corte del Duca, e che ora nessuno sa
ove siasi ritirato, io non esiterò ad abbracciare la causa vostra. —
Scrisse quindi due linee; porse il foglio che le conteneva al messo,
e gli disse: — Questo è un salvocondotto, recatelo al gran Pagano, e
soggiungetegli che qui è atteso con impazienza.